TOBANELLI Giacomo

TOBANELLI Giacomo

Prima metà del sec. XVII. Di Giovanni Battista, nipote di Girolamo (v.) e di Giuseppe, architetti e impresari (v. Tobanelli o Tabanelli). Impresario e architetto egli stesso, erede dell'impresa familiare, lavora nei primi anni del '600 alla chiesa e convento di S. Maria Maddalena (poi di S. Maria della Carità). Nel 1612 su disegno di P.M. Bagnatore costruisce in Brescia la Casa di Dio. Collaboratore di Giovanni Battista Lantana, lavora per il Duomo Nuovo. Il Tobanelli dedica alla predicazione di S. Bernardino il primo lunettone del 2° chiostro del Convento di S. Giuseppe. Il 5 settembre 1620, citato come architetto e ingegnere, è testimone nella chiesa bresciana dei SS. Faustino e Giovita in occasione della ricognizione delle sacre reliquie dei santi patroni della città e della diocesi, come scrive lo storiografo Ottavio Rossi nella "Historia de' Gloriosissimi Santi Martiri Faustino e Giovita", edita in Brescia da Bartolomeo Fontana nel 1624. Egli è anche e soprattutto architetto militare. Sotto la data 22 ottobre 1625 i "Diari Bianchi" registrarono che, nonostante dirottissima pioggia, si stava disegnando il grande forte di Tirano, di circa due miglia di circuito piuttosto lungo che largo, con quattro baluardi e due molini, del quale veniva data commissione a Giacomo Tobanelli e Giov. B. Lantana. Il Tobanelli è incaricato di raccogliere duemila guastatori, cioè operai, per tale costruzione, sia della pianura che dalle valli. Singolare poi è l'annotazione alla data del 7 giugno 1626 nei "Diari Bianchi": registrando l'arrivo dalla Valtellina di Giacomo Tobanelli, sottolineano che porta una "collana a traverso da cavaliere, si fa ritenere per matto", riferendosi probabilmente ad una vanitosa ostentazione di una presunta onorificenza.


Nel 1627 risulta che ha costruito il ponte di Pontoglio e che era stato condannato a rifarlo con conseguenti liti, ancor vive ad anni di distanza e coinvolgenti tutta la famiglia. In una polizza d'estimo del 1627 dichiara di essere debitore verso "la magnifica città" di Brescia per opere fatte "a comodare un ponte canale" a Porta Pile; per la fabbrica fatta "all'osteria del S. Pietro in Brescia, e per una lite sempre con la Magnifica città e col Comune di Pontoglio per causa della fabbrica del ponte" che gli causava gravissime spese. Nel 1630 viene incaricato di fabbricare "trincerazioni e sei fortini a Edolo e a Mù, e lavori al castello di Mù". La morte lo sorprese poco dopo. Il libro secondo dei morti della parrocchia di S. Faustino (1629-1650), compulsato da Carlo Sabatti, riporta, sotto la data 27 gennaio 1630, il necrologio, specificando che egli, «ritrovandosi al servitio del Serenissimo di Mantova per ingignero, venne a Brescia, si ammalò e rese l'anima al Signore, et sepolto in S. Faustino». Tra il 1630 e il 1634 la vedova, rimasta sola con otto figli, si lamentava delle spese che doveva ancora sostenere per la causa per il ponte di Pontoglio.