TIGNALE

TIGNALE (in dial. Tignàl, in lat. Tinalei)

Comune costituito da sei frazioni sulla costa occidentale del lago di Garda, su un altipiano che lo domina dall'alto e si stende sulle balze del dosso Piemp (m 1208 s.l.m.) e del dosso della Forca (m 997 s.l.m.), mentre fa da sfondo la più alta Cima di Mughera (m 1344 s.l.m.). A E copre la vista del lago il lungo sperone del monte Cas, sul quale sorge il santuario di Montecastello. La sede comunale è a Gardola, a m 560 s.l.m.; la superficie del comune di 48,42 kmq è ricca di avvallamenti, forre, rocce e alture, con attorno le valli di Nota, Vione e Luné. Tignale ha un porto in minuscolo recesso lungo la riva dell'Orto degli Ulivi e tra la valle di Vione e la valle di Baès. Al nome Tignale non corrisponde un solo centro abitato, ma l'intero altopiano sul quale si distendono, a poca distanza l'uno dall'altro, piccoli abitati. La tradizione vuole che centro più antico sia Olzano, (m 610 - km 0,55 dal capoluogo), ma oggi il luogo principale, sede del Municipio e di una Parrocchia, è Gàrdola. Altri centri sono: Piòvere (v.), (km 4,59 dal capoluogo), che compare per primo a chi sale dal lago; Prabione (v.) (m 535 - km 2,78) ed Aer, le due frazioni che sorgono vicine a castagneti; Oldesio, sovrastato dalla chiesa e dal centro maggiore. Altre località sono Montecastello, Forbisicle, Prato della Fame (questi ultimi due, sulla riva del lago). Due sono le parrocchie: Piòvere (S. Marco) e Gardola (S. Maria Assunta). Prabione oggi fa parte della parrocchia di S. Maria Assunta. Lo stemma consiste in un cervo rampante che campeggia su quattro settori (rosso 1°- verde 4°- argento 2° e 3°).




ABITANTI (Tignalesi) della parrocchia: 1175 nel 1791; 1175 nel 1805; 1081 nel 1819; 1212 nel 1835; 1165 nel 1848; 1025 nel 1858; 1063 nel 1868; 1000 nel 1875; 1000 nel 1887; 1210 nel 1898; 1210 nel 1908; 1325 nel 1913; 1146 nel 1926; 850 nel 1939; 859 nel 1949; 750 nel 1963; 750 nel 1971; 750 nel 1981. Del Comune: 1169 nel 1861; 1208 nel 1871; 1237 nel 1881; 1465 nel 1901; 1518 nel 1911; 1433 nel 1921; 1326 nel 1936; 1376 nel 1951; 1308 nel 1961; 1265 nel 1971; 1246 nel 1981; 1224 nel 1991; 1268 nel 1997; 1273 nel 2001.




Il nome è Tignale nel 1212, Tignalis o Tignalum nel sec. XV, Tignalo negli statuti del 1467, Tignal nel 1610. Geologicamente l'altipiano di Tignale è una conca morenica sostenuta da rocce e contornata da monti dolomitici. Importantissimo per gli studiosi sotto l'aspetto tettonico è il sovrascorrimento, con imponenti fessure, che passa per Tignale e Tremosine. Proprio fra Brenzone e Tignale, la grande fiumana di ghiaccio della glaciazione atesico-benacense, ha scavato la più profonda fossa a conca (m 346 sotto il pelo attuale delle acque) del lago di Garda. Il territorio era ricco di sorgenti, quali quelle in valle del Cap, in valle della Gèra. Ferruginosa era una sorgente in valle Fornaci, poi abbandonata. Recentemente (2002) un gruppo di speleologi gardesani ha rinvenuto nella grotta "Tana di Valle di Nota", in comune di Tignale, ossa di un orso "speleo" (15.000-20.000 anni fa) e di orsi bruni più recenti.


Il toponimo si riferirebbe, secondo il Battisti, al prelatino "tina" per "aiuola", "striscia di fieno mietuto". Il Prati propende a farlo derivare dal latino "tignum=trave". Olivieri preferisce accostarlo a "tigna", lombardo "tegna", con riferimento ad un terreno arido. G. Rosa ha scritto invece che i due paesi o agglomerati Tignale e Tremosine in origine significarono due staterelli microscopici, due repubblichette semi indipendenti, due pagi composti: Tignale di otto vici e Tremosine dieci. Lo stesso Rosa trova, in nomi di località, prove di collegamenti con popolazioni alpine per comuni origini retiche. Qualcuno ha pensato ad una derivazione dall'iberico Düno = Tun, che passa al celtico con il significato di terrapieno, villaggio rurale. Nessuna prova dell'origine cenomana del paese e di culti a Bergimo, riferiti da alcuni autori. Paolo Guerrini ha individuato l'antica strada romana in una carrareccia fra Gardola e Prabione, più alta di quella attuale e che, passando a monte del casello delle guardie, "s'allargava in una piccola piazzetta ora piena di erbacce, da cui emanano, nella silenziosa solitudine, mille racconti fiabeschi che formerebbero la delizia d'un romanziere". Si tratta, secondo lo stesso Guerrini, dell'unica strada romana "che univa le alte e scoscese balze di Tignale e di Tremosine da Gargnano a Limone". Secondo P. Guerrini Tignale "è sempre stata il centro, fin dalle origini, di pago romano e della successiva pieve cristiana, con propri confini che non comprendevano né Muslone, né Sermerio, ma Piòvere e la Val Vestino, la quale ebbe più tardi la sua chiesa battesimale a Turano, che divenne poi a sua volta la matrice delle altre parrocchie della Valle, ora aggiunta civilmente alla provincia di Brescia". Segni dei tempi romani (più che resti di antichi edifici indicati a Gardola e a Olzano) sono i prediali romani sopravvissuti al tempo fino ad oggi, come Olzano (dal gentilizio Altius o Voltius) e Bernico (forse di Berno). Il toponimo Gàrdola testimonia la denominazione germanica dei secc. VI-VIII e specialmente longobarda.


Come territorio, fin dall'età longobarda fu compreso nei "fines" del distretto amministrativo militare e giurisdizionale che, con rango inferiore, ma di natura analoga di un ducato, aveva il suo centro in Sirmione e abbracciava le due sponde del Benaco fino ad Arco. Ma niente si conosce di Tignale in questi secoli. Alcuni scrittori, come il Grattarolo, hanno ritenuto che a Tignale si sia rifugiata nel 950 la regina Adelaide, vedova di Lotario, perseguitata da Berengario. Questi poi compare assieme ad Adalberto in un primo documento che sembra riguardare Tignale. Infatti si è voluto individuare il toponimo nel "Viniales in sommo lacu" citato tra le varie località in un diploma del 13 gennaio 958 al monastero di Leno. Con tale scritto infatti Berengario e Adalberto confermano al monastero di Leno, e per esso all'abate Donino, le donazioni fatte da Carlo, Lodovico, Lotario, ecc. di varie terre "cum baptismali ecclesia Sancti Joannis pertinentia in Summo lacu Viniales, Campillione (Campione), Sullo, Materno, Gavardo, Pulliaco...". Paolo Guerrini ha messo, tuttavia, in dubbio "che Tignale sia la trasformazione di Vignale e quindi che si debba riferire a Tignale il Viniales dei diplomi imperiali concessi alla Badia di Leno; questa aveva avuto molti beni del fisco o demanio regio sulle due sponde del lago di Garda, a Salò, Maderno, Toscolano, Bogliaco, Limone, Riva e Arco, ma non consta dei fondi di Tignale e Tremosine, sebbene si possa supporre che anche sulle balze di questi due altipiani non siano mancati rapporti economici con la celebre badia lenese, alla quale certamente apparteneva il delta del Tignalga, Campione, campo grande di approdo ai naviganti del Garda nel tragitto Gargnano-Riva di Trento". Guido Lonati ha rilevato come "in questo diploma si nominano varie terre benacensi, e nessuna distinzione vien fatta tra di esse, ciò che lascerebbe supporre una certa unità giurisdizionale, e legittimerebbe il dubbio che allora Tignale dipendesse ancora dal territorio comitale (e dalla diocesi) bresciane". Appartenente ai di Canossa, questo territorio passò poi ai Supponidi e, poi, seguendo le vicende di Riva, fu forse sottoposta al duca di Carinzia, dal quale passò al vescovo di Verona e, per finire, il 31 maggio 1027, per cessione di Corrado II, ad Uldarico vescovo di Trento. Da tale data, Guido Lonati suppone che Tignale sia stato compreso in «subinfeudazioni vescovili nei milites della "macinata Sancti Vigilii" e della loro pressione da l'alto verso il mezzogiorno ai danni del territorio bresciano; il quale, dopo la morte della contessa Matilde, si troverà indifeso ai confini, per la lontananza dal potere centrale, cioè del Comune urbano e del vescovo». E ciò per quasi tutto il sec. XIII, concludendosi forse con la pace del 1283, quando anche Tremosine, Limone e Gargnano passarono, sia pure transitoriamente, in potere del vescovo di Trento. "Individuare però - scrive Guido Lonati - il momento preciso in cui questo si consolida a Tignale riesce per ora impossibile, ma non è assurda l'ipotesi che già nel secolo XI o nel XII al massimo, questa terra assumesse la fisionomia completamente a sè nella storia della Riviera, che mantiene sotto molti aspetti fino al 1797". Che ciò sia avvenuto può trovare un supporto nel fatto che G.P. Brogiolo e suoi collaboratori abbiano individuato a Tignale e in particolare sulla sommità di Gàrdola e, sulle sue prime balze, a Prabione gruppi di case dei sec. XI-XIII che costituiscono ancor oggi "il nucleo più notevole di edilizia medioevale sul territorio gardesano. Sono costruite con tecniche abbastanza elementari: scatole murarie rettangolari a due piani, con orizzontamenti lignei sorretti da travature che scaricano il peso sui perimetrali". Il toponimo Castèl di una località, la più antica e più alta della contrada di Gàrdola, potrebbe far pensare ad una struttura molto antica, se non addirittura indicare un castelliere preistorico. In questi secoli Tignale sembra abbia avuto un suo sia pur piccolo castello feudale, forse molto antico, ma certamente rifatto nei secc. XII e XIII. Il piccolo castello compare più tardi in quella che è considerata la più antica carta del lago sinora conosciuta della fine del sec. XIV, conservata nella Biblioteca Civica di Verona. In un documento pubblicato dall'Odorici e tratto dal codice Wanghiano, leggiamo che il 26 marzo 1212, in Brescia, presenti Graziadio da Gambara, e Giacomo giudice da Crema, ivi Manfredo Sala, canonico di Brescia, Milone da Sangervasio col figlio Oprando, e Orichetto e Ugo Sala, "restituivano ad Adelpreto da Storo, ricevente in nome del Vescovo Federico Wanga, il feudo di Tignale già loro ceduto in pegno, per ogni debito che esso vescovo aveva, eccettuato però il feudo che dal vescovo stesso detenevano di due marchi d'argento e di cento soldi, per cui sono obbligati il ripatico di Riva e il feudo di Bagolino". Altre notizie vogliono che Tignale sempre in tale anno sia stato infeudato a Manfredo de Conchis, canonico della Cattedrale di Brescia.


Per decenni ansie autonomistiche nei riguardi di Brescia spingono in continuità Tignale, Tremosine e Limone verso il Trentino. Per questo, nel 1275, colpiti dalla dura reazione di Brescia nei riguardi di Manerba, Scovolo e altri paesi del lago, tentati di passare sotto Mantova e Verona, si sottomettono di nuovo al vescovo di Trento, divenendo una delle numerose gastaldie da lui dipendenti. Tuttavia sembra che nel 1284 con Limone e Tremosine, Tignale sia stato riconquistato da Brescia che lo abbia poi perso passando ai Della Scala. Il fatto di essere stato conteso tra Trento e Brescia, ha fatto pensare ad alcuni commentatori di Dante che il poeta si sia riferito alla parte meridionale di Campione, soggetta a Tignale e al torrente Tignalga nei versi 67, 68 e 69 del canto XX dell'Inferno quando scrive: "Luogo è nel mezzo là, dove 'l trentino Pastore e quel/di Brescia e 'l veronese/Segnar potria, se fèsse quel cammino". Il fatto poi che in una carta della provincia di Brescia, del 1822 ed in una più recente, sia segnato tra Gargnano e Tignale il nome Peguino ha fatto pensare a Ferruccio Zaniboni che appunto alle montagne di Tignale si riferisse il verso di Dante che pone i confini del Benaco "Tra Garda, Val di Monica e Penino". Questione controversa anche perché le acque del lago appartennero per secoli del tutto a Verona.


Del resto la posizione di Tignale come quella di Tremosine e di Limone rese a lungo incerti i confini tra il Bresciano e il Trentino e fecero i paesi oggetto di continue contese. Così verso il 1283 essi vennero occupati dal duca di Carinzia e dal vescovo di Trento (secondo altri da Enrico Panzera d'Arco e dal fratello Adelpreto) che, dopo qualche mese, dovette cederli di nuovo a Brescia. Altre notizie, non appoggiate a documenti, vogliono che Tignale sia poi stata, non si sa in quale anno, ceduta in pegno a Bartolomeo Della Scala, e che nel 1307 sia ritornata al vescovo di Trento. L'anomalia sotto il profilo amministrativo e civile e quello ecclesiastico dell'incunearsi del Trentino fra Tremosine e Gargnano è stata spiegata dalla facilità di comunicazione col Trentino attraverso la Val Vestino. Sotto la signoria dei Della Scala e poi dei Visconti, in ragione della sua posizione, Tignale godette di una particolare autonomia che verrà poi per secoli consolidata. Come sottolinea Guido Lonati, accanto a un Podestà, Tignale ha un Vicario la "cui fisionomia, egli scrive, si stacca nettamente da quella di tutti gli altri vicari che appariranno in Riviera nel corso di vari secoli. Infatti in Tignale si identifica col capo stesso del Comune, è, in altri termini, quello che altrove si chiama "console", ma è qui rivestito di un potere giudiziario che i consoli non hanno che in misura minima. Tale ampiezza di poteri non può derivargli che attraverso la funzione di rappresentante del Podestà, che qui ebbe carica solo temporanea, cioè finché Tignale ebbe importanza come luogo di confine". La struttura amministrativa è composta da decanie o vicinie, specie di consigli di originari delle diverse terre sparse nel territorio i quali formano poi il consiglio del Comune. Il primo accenno ad un vicario di Tignale (domino Marcheto de Poluvero, cioè di Piovere) si trova in un documento, il primo conservato nell'archivio comunale, del 10 settembre 1332, secondo il quale "sulla piazza della pieve di Santa Maria in Tignale, dove si rende giustizia, presenti vari testimoni e Marchetto da Piovere Vicario di Giovanni de' Castelli, Podestà in nome di Enrico, vescovo di Trento, gli stimatori comunali procedono alla stima dei beni del defunto Morando da Gardola, assegnati in dote a Domenica vedova del detto Morando e figlia del fu Paolo da Prabione". Sembra che la competenza del podestà e del vicario fosse solo per le questioni civili, mentre, come altri documenti indicano, le cause criminali erano demandate al podestà di Riva e, in seguito, a quello di Salò.


La località entrò nelle mire dei Della Scala che intendevano allargare la loro signoria su tutto il lago di Garda e le sue sponde. Paolo Guerrini scrive che "per avere il territorio di Tignale, dominio del principe-vescovo di Trento, gli Scaligeri ricorrono alla investitura, e nel 1349 Mastino della Scala, signore di Verona e del lago di Garda, diviene vassallo del vescovo di Trento, dal quale ottiene per amore o per forza la investitura feudale del comune di Tignale obbligandosi, oltre i soliti oneri feudali, a pagare una certa somma di danaro, che veniva poi spillata agli abitanti del comune attraverso un gravoso sistema fiscale". Infatti in quell'anno, Giovanni III vescovo di Trento, appignora Riva a Mastino II Della Scala in ragione dei debiti contratti nei suoi riguardi nel sottomettere i ribelli trentini, e per altri debiti ancora e pattuisce con Mastino un mutuo di 4.000 fiorini d'oro, cedendo in pegno, oltre a Riva, anche Tenno, la Valle di Ledro, "villas et territorias plebis Tignalis, vallem Cavedini, jurisditionem burgis et plebatus de Arco". La signoria dei Della Scala continuò per alcuni decenni e a Mastino la tradizione attribuisce la costruzione di un fortilizio dove ora sorge il Santuario di Montecastello. Tramontata la signoria degli Scaligeri, Tignale e Montecastello ritornarono sotto la giurisdizione del principe-vescovo di Trenta, ma per breve tempo perché nel 1385 erano nuovamente infeudati al duca di Milano Giangaleazzo Visconti, che aveva spinto il suo dominio sul territorio bresciano e anche sul lago di Garda, con la segreta aspirazione di costituire della Lombardia, dell'Emilia, della Romagna e di parte del Veneto un regno dell'alta Italia che avesse a sua capitale Milano. Nel 1389 i Tignalesi chiedevano ai Visconti la conferma e il rispetto della loro prerogativa in materia di dazi e qualche anno dopo, il 20 marzo 1397, attraverso propri procuratori assieme a quelli della Riviera, rinnovavano il giuramento di fedeltà. Dopo essere stata infeudata, forse per breve tempo, ai conti di Castelbarco, il 16 giugno 1403, assieme a larghissima parte del lago, fu ceduta dall'imperatore Roberto al nobile bresciano Francesco Medici, seguendo così le sorti di Riva. Tignale ricadeva in potere del vescovo di Trento, nelle cui mani giurava fedeltà il 25 giugno 1404; breve fedeltà però perché, essendosi nel frattempo mutata la signoria di Brescia, il nuovo padrone, Pandolfo Malatesta, si impadroniva anche di Tignale. Il 4 giugno 1407 una rappresentanza mandata a Rovato sollecitava la concessione dei soliti privilegi tignalesi, promulgati infatti il 17 successivo confermando tutti i singoli privilegi, onori, patti, esenzioni goduti in precedenza e specialmente che non fosse soggetta ad alcuna altra terra né alla comunità di Riviera se non nel criminale, che non dovesse sopportare spese per chi avesse somministrato la giustizia nel civile, ma che, come in passato, potesse ordinare uno del paese che amministrasse le cause civili. Inoltre chiedeva la conferma dell'esenzione da oneri e fazioni e dalle contribuzioni per fortificazioni; la facoltà di vendere e alienare merci senza pagamento di altro dazio se non il contributo annuo fisso di L. 81 pagabili in due rate a giugno e settembre. Stabiliva infine che sede di appello per le cause civili fosse il capitanato di Riva.


Da Pandolfo Malatesta, Tignale si sottraeva due anni prima che lasciasse il Bresciano, dato che il 30 ottobre 1419 la general vicinia, convocata sul sagrato della chiesa di S. Pietro, inviava a Milano un procuratore per giurare fedeltà al duca Filippo Maria Visconti, il quale il 16 gennaio 1420 si affrettava a confermare statuti e privilegi e ordinamenti e consuetudini, riconoscendo il diritto di eleggere un proprio vicario ma dipendendo nelle cause criminali dal Capitano della Riviera. In tal modo, fino al l° agosto 1426, Tignale rimase l'ultimo baluardo della resistenza viscontea a Venezia consegnando la sua rocca. Nonostante ciò dalla resistenza ricavò i maggiori vantaggi, favorita, come scrive Giuseppe Solitro "da due privilegi del doge Foscari in data 13 maggio 1426 e 19 dicembre 1440. Nel primo è detto della fiera resistenza che Tignale - favorito dalla sua forte posizione tra monti difficili - oppose alle armi venete, raccogliendo molti dei malcontenti palesi avversi alla Repubblica, i nomi dei quali nel privilegio stesso e nel posteriore si leggono - certo dei principali e più temibili - e non sono pochi, né d'un comune soltanto ma di più, trovandosene di Salò, di Gargnano, di Muslone, di Gardone, di Tremosine, di S. Felice e di Manerba. Il privilegio del 1440 poi ha un altro significato importante, quello cioè di mostrare come in quell'anno la rivolta non fosse del tutto in Riviera cessata e come molti ancora, approfittando della nuova guerra contro i Visconti in cui Venezia era impegnata, dessero valida opera per osteggiar questa e favorire la parte contraria. Tignale si arrese dopo qualche mese ed ebbe onorevoli patti: fu dichiarato indipendente dalla restante Riviera".


Sotto Venezia Tignale fu vicariato analogo almeno in parte a quello di Maderno, retto da un vicario (eletto dal Consiglio generale di Tignale e che giurava fedeltà al provveditore e capitano della Riviera) e da un sindaco (eletto annualmente dal Consiglio e secondo in dignità al Provveditore Capitano della Riviera). Alle dipendenze del sindaco vi erano dei sopraconsoli, che costituivano un organo consultivo, e un aggiunto o Conservatore di Statuti, leggi e diritti della Comunità. Come osserva Guido Lonati, a differenza del vicario di Maderno «concesso agli abitanti come contentino dopo il trasporto definitivo del capoluogo della Riviera a Salò e di quello di Muslone, una specie di vice-domino, di gastaldo, di sostituto del feudatario, il vicario di Tignale si identifica (forse su uno schema veronese) col capo del comune. Esso viene eletto dai consoli delle quadre o degagne (come sono chiamate in modo tipico le terre di Gardola, Oldesio, Piòvere e Prabione) e dura in carica o un anno, o un trimestre o un mese secondo la varia durata attraverso i tempi, delle cariche comunali. Ha facoltà di riunire la vicinia, di stipulare i contratti "nomine comunis et hominum de Tignalo"; fa in una parola quello che negli altri comuni bresciani fa il console, ma con questa differenza, che, mentre altrove il console non amministra la giustizia che fino ad un massimo di L. 5 planet, il vicario di Tignale è competente in tutte le cause civili "exceptis tamen casibus sanguinis" (che sono deferiti al Provveditore di Salò), senza limitazione di cifra. Nella ducale del 1° agosto 1426 viene precisato che Tignale godeva l'esenzione da ogni dazio, pedaggio o gabella per le mercanzie comperate o vendute nel suo territorio che vi venissero portate o ne fossero estratte, e la completa libertà di navigazione sul lago con la facoltà di provvedere il sale dove meglio le piacesse, solo pagando alla camera fiscale la somma di L. 81 pl. annualmente. Era esente da ogni contribuzione per riparazione di fortezze, e dall'alloggio di milizie; e quando venne in uso di far contribuire agli oneri derivanti da caso di guerra o così detti de mandato dominii, ai quali dovevan concorrere anche gli esenti e privilegiati non ostante tutte le precedenti disposizioni in contrario, Tignale non vi concorreva come membro della Riviera partecipando al "caratto" imposto a questa, ma come corpo separato, sotto forma di offerta spontanea. Infine aveva facoltà di creare i notai senza obbligo di approvazione da parte di alcun collegio e col solo obbligo di giuramento a quello di Verona».


Raggiunti tempi di pace esterna, Tignale fu lungamente in contrasto con i Lodrone divenuti nel 1440 signori di Muslone, e con Gargnano per i diritti sul fiume e la montagna di Droane, dei cui redditi i Tignalesi avevano goduto fin dal 1401. Si registrarono invasioni di terreni iniziando dal 1446, da parte dei gargnanesi e dei Lodrone, arbitrati, ricorsi. Nel 1469 una transazione assegnava la montagna di Droane a Tignale, che doveva tuttavia versare ai Lodrone un compenso di 60 ducati annui; venne confermata nel 1482, ma non per questo cessarono le contestazioni. Come continuarono quelle con Gargnano, tanto che in un documento si legge di "una questione che è ormai immortale". In verità, come sottolinea Mario Trebeschi, la "questione riguardante i rapporti con Gargnano, Magasa per la montagna di Marànc, i conti Lodrone per la montagna di Droane e altre località era più che una questione di campanilismo. Si trattava di garantire agli abitanti del paese diritti di pascolo e legnatico, essenziali per la sopravvivenza a quei tempi. In questo aspro lembo montagnoso, inoltre, passavano i confini tra la Magnifica Patria e il Tirolo, che dovevano essere mantenuti integri dalla difesa delle popolazioni locali, appoggiate da Venezia". Tignale ebbe, oltre che con Lodrone e Gargnano, altre liti, come si riscontra nel 1463, con alcuni privati di Limone ( Bolchini) per l'uso delle acque del fiume Campione. Le beghe pur aspre non andarono a discapito di ordinamenti locali per una pacifica convivenza interna. Nel 1467, infatti, per volere del Vicario rappresentante il dominio di Venezia vennero redatti o più probabilmente confermati gli Statuti comunali ad opera del notaio Giacomo figlio di Pietro da Condino. Terminata la stesura "l'araldo Antonio Benvenuti di Olzano, invitò il popolo maschile, di quattordici anni compiuti in poi, nella pubblica piazza per leggere ed approvare gli statuti". La popolazione accolse l'invito e l'approvò. In 98 capitoli vennero racchiuse tutte le norme atte a regolare i rapporti fra l'istituzione pubblica e i cittadini, i modi di convivenza tra gli stessi, le regole riguardanti il lavoro e il buoncostume. Il testo comprende una sorta di regolamento urbanistico (come la proibizione di costruire un qualsiasi edificio senza il permesso del Comune, pena la multa e la demolizione) sulla caccia, sulle feste d'obbligo, contro la bestemmia, ecc.


Dopo decenni di pace Tignale visse alcuni anni difficili dal 1509 al 1517 durante la guerra tra Francia, Spagna e Impero. Nel 1509 passava per Tignale l'esercito imperiale guidato da Massimiliano d'Austria che la tradizione vuole vi abbia soggiornato. Tignale, con Riva e la Val di Ledro, si consegnava spontaneamente al vescovo-principe di Trento Giorgio Neydeck. Sotto il vescovo di Trento era ancora nel 1512. Negli anni seguenti, tuttavia, nonostante sollecitazioni in contrario, si andò orientando di nuovo verso Venezia e nel 1516, infatti, prestava giuramento alla Serenissima ottenendo, il 14 marzo 1519, la conferma dei privilegi fino allora goduti quali l'esenzione dal dazio sulle mercanzie, i pedaggi e gabelle, la libera circolazione sul lago, la facoltà di provvedersi ovunque il sale, la facoltà di eleggere notai, l'esenzione da contribuzioni per la fabbrica di fortezze, esenzioni da imposte oltre alla prerogativa di tenere il vicario con giurisdizione nel civile e anche di cause non perfettamente civili mentre le cause criminali in specifico erano demandate a Salò. In sostanza, come sottolinea il Lonati, al vicario di Tignale venivano attribuite le stesse competenze del vicario di Maderno e del podestà di Salò. Tuttavia pur giurando fedeltà a Venezia, i Tignalesi, vessati dai Lodrone, e pressati dal vescovo di Trento e dal podestà imperiale di Riva, rimasero per un biennio ancora piuttosto dubbiosi.


Il 10 gennaio 1519, per mezzo del proprio vicario Francesco Bonincontri, Tignale ritornava sotto Venezia rimanendovi dopo di allora fino al 1797, fedele. Viene fabbricata la "casa del comune" nel 1543, secondo le condizioni fissate dal Consiglio comunale. Da Venezia Tignale continuò ad avere la conferma di privilegi e ad ottenerne di nuovi. Il 31 ottobre 1548 veniva riconfermato il privilegio di ritirare merci dal mercato di Desenzano senza chiedere permesso al Provveditore veneto. Durante il sec. XVII si legge non solo della peste funesta del 1630 ma di un'altra del 1652 che nel paese di Prabione risparmiò solo cinque famiglie. Le cronache registrano ancora tempeste, alluvioni che indussero il Doge, il 21 maggio 1660, a condonare per sei anni le imposte; un'altra concessione vi fu il 7 giugno 1665, nella quale si rinnovava il totale condono. Predilezione, questa, certo calcolata anche per la posizione di frontiera, ma che suscitò proteste di alcuni paesi della Riviera. Particolarmente Salò il 20 febbraio 1684 ricorreva a Venezia perché venissero tolti certi privilegi. Tignale insorse, suonando campana a martello e costringendo il Pieno Consiglio Veneto a discutere il contrasto e a pronunciarsi in favore di Tignale. Attenuatesi le controversie e le beghe di confine, si risvegliarono quelle fra frazione e frazione specie per la rappresentanza delle stesse nel Consiglio Generale della Riviera e per l'elezione del Consiglio. La ripartizione dei rappresentanti nel consiglio del Comune si stabilizzò alla fine. In documenti del 1632 si registrano i consoli delle degagne (o decanie) di Oldesio, Gardola, Prabione e Piòvere che eleggono tre consiglieri per ognuna delle rispettive quadre. Nel 1727 il Consiglio risultava composto di 36 elementi: 9 della quadra di Gardola, 9 di quella di Oldesio, 9 della quadra di Prabione, 6 della quadra di Piòvere e 3 di quella di Aer.


Anche Tignale dovette sopportare, specie nei secoli XVII-XVIII, la piaga del banditismo e di una diffusa criminalità di cui l'episodio di Zan Zanone è solo il caso più clamoroso. Tra Gargnano e Tignale ricavò il suo covo Giovanni Beatrici, detto Zan Zanone, con la sua banda, divenendo, nell'immaginario popolare, il più spregiudicato, scellerato fra i fuorilegge che infestavano la Riviera del Garda. La banda era riuscita ad uccidere il podestà di Salò Bernardino Ganassoni durante una funzione nel duomo della città, facendosi, secondo l'Odorici, "interprete dell'avversione che in Riviera si nutriva contro i podestà". Il sequestro di persona di un ricco possidente tignalese Zuane Cavaglier, spinse il provveditore veneto Badoer, presente sui monti di Tignale a segnare rilievi per la cartografia militare, a sollecitare la popolazione perché togliesse di mezzo Zan Zanone e la sua banda. Ciò i tignalesi fecero il 17 agosto 1617. Armati di fucili, roncole e coltelli, guidati dallo stesso Badoer riuscirono a isolare la banda e ad ucciderne, nella valletta delle Fornaci, tutti i componenti tranne uno che si arrese. Lo scontro fu tale che dei tignalesi rimasero sul campo quattro morti e numerosi feriti. Il combattimento venne, per delibera comunale, ricordato in una tela ex voto, opera di Andrea Bertanza, ancora esistente nel Santuario di Montecastello, una specie di grandioso fumetto nel quale sono ricordate le varie fasi dell'accaduto.


Dopo tali clamorosi fatti, Tignale visse tempi più tranquilli e laboriosi. Solo nel luglio 1703 si trovò coinvolto in nuove paure di guerra dovute al conflitto fra Impero, Spagna e Francia. Nel luglio, infatti, le truppe francesi del generale Vendòme dirette a Riva si inerpicarono per la strada dei Dossi, dove trovarono breve resistenza. Il 27 erano a Prabione. Avendolo trovato deserto lo posero orrendamente a sacco. Paura, poi, tali truppe seminarono per tutto il territorio dirigendosi il 28 luglio su Tremosine. Per tutto agosto fu un continuo passaggio di soldatesche con ruberie, saccheggi e devastazioni. Anche il santuario venne depredato. Terrore, incendi e versamenti di sangue si ripeterono nel 1706 con le scorrerie di Imperiali e Francesi. Solo dopo la pace del 13 maggio 1707 tornò la tranquillità che portò, da parte della Serenissima, una nuova esenzione di tasse. Salvo questa parentesi durante quasi tutto il sec. XVIII unici avvenimenti funesti furono le epidemie bovine, di cui vi sono testimonianze negli ex voto di Montecastello. Non dovette pesare invece molto la crescente crisi economica che investì la Repubblica Veneta e pressoché tutto il suo territorio se nel 1750 a Tignale erano in attività ben sette torchi d'olio. Importanza assunse il paese con l'art. 6 del Trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797 che pose poco più a N di Gàrdola il confine fra la Repubblica Cisalpina e l'Austria. Il fatto portò la noia di presidi di soldati confinari e di bande sempre più nutrite di disertori e di avversari alla dominazione francese, i quali si fecero sempre più minacciosi quando nell'aprile 1799 le truppe austro-russe, comandate dal generale Wukassovich, scesero attraverso Tremosine e Tignale sul lago travolgendo le truppe francesi. Queste, tornando molti mesi dopo, nel giugno 1800, instaurarono la seconda Repubblica Cisalpina, con la quale, ormai perduta ogni autonomia amministrativa, Tignale legava le sue sorti a quelle della Riviera. Nel 1800 Tignale registrò il passaggio di 800 soldati francesi del gen. Macdonald e, come scrisse il Racheli, "quelle milizie fecero conoscere purtroppo a tutti i tempi nuovi".


Alla difficoltà dovuta a susseguenti crisi economiche e politiche (grave fu la mobilitazione militare sempre più estesa) sopravvenne, nel luglio 1808, una rovinosa inondazione. Come ebbe a scrivere l'ingegnere capo Somenzari, si rovesciò su Tignale un diluvio così strabocchevole di pioggia e "così smisurata fu la massa delle acque che piombarono dal cielo, che, scorrendo lungo il dorso de' monti in precipitosi torrenti, scavando profonde lavine, e sovvertendo tutto ciò che si opponeva all'impeto del loro corso, devastarono e coprirono di sterile ghiaja niente meno che novecento campi di suolo coltivato, da cui cento e ventiuna famiglie ritraevano il loro sostentamento; che è quanto dire fu lasciata in preda alla miseria l'intiera popolazione della terra".


Pesanti furono per Tignale e Tremosine i mesi che seguirono la sconfitta di Lipsia (ottobre 1813). La Riviera restò di nuovo aperta agli austriaci e specialmente a truppe Tirolesi, che, come scrive Giuseppe Solitro, portarono la desolazione in tutta la Riviera, sempre più debolmente contrastata dalle truppe franco-italiane. Come raccontano le memorie della famiglia Grisetti di Salò, Tignale, come Tremosine e Limone, "erano quasi ogni giorno visitate e atterrite da bande di Tirolesi, più masnadieri che soldati, mal vestiti, insolenti, rapinatori, feroci. Ogni tanto si mostravano anche a Gargnano, a Toscolano, a Maderno; ora impunemente, ora con vario successo, attaccati dalle milizie regolari, male in arnese anche queste; formate, dice il cronista, la maggior parte di giovanetti dai 19 ai 20 anni, coscritti da pochi mesi "affamati in modo che ricercano da mangiare per titolo di carità e vanno per la case a questuare; ma buoni, buonissimi, quasi tutti Padovani e Vicentini, malcontenti del mestiere dell'armi, sì che molti ne disertano ogni dì". Agli inizi del 1814 truppe austriache del gen. Stanissavlevich occupavano Tremosine e Tignale seguite da truppe croate e ungheresi che fecero da padrone nell'alta Riviera, spingendosi, il 13 febbraio, fino a Salò. Dopo essere state respinte dalla guardia reale comandata dal gen. Lechi, rimasero quasi indisturbate nell'alta Riviera fin a quando questa passò con tutto il Lombardo-Veneto sotto l'Austria.


L'Austria portò un miglioramento nell'amministrazione pubblica e nella scuola, ma non riuscì tuttavia a frenare un continuo impoverimento, dovuto all'alienazione delle proprietà comunali, specie boschive, divise in piccole porzioni tra famiglie del luogo, ma passate nel 1845 per oltre il 20% ad una ventina di privati, dei quali uno solo acquisì circa la metà dei beni alienati, con un conseguente aumento dei prezzi anche del carbone, aumento che pesò sulle fucine del luogo. Né esito brillante ebbero le ricerche di carbone fossile che vennero avviate nel 1837 dalla "Società degli scavi dei combustibili fossili" promosse dal R. Istituto di Scienze, Lettere e Arti di Trento specialmente nella valle delle Fornaci; dopo molti scavi non si giunse, come decreta Giulio Curioni, a nulla di rilevante. Durante il periodo della dominazione austriaca non avvennero avvenimenti di rilievo. Solo nella rivoluzione del 1848, specie nel mese di giugno, Tignale registrò la presenza di Carlo Pisacane, impegnato nella difesa del passo Nota, sopra Tremosine, dove fu ferito il 27 giugno. Da Tignale nei primi mesi del 1849 discesero a Brescia disertori e montanari per unirsi sui monti di Serle e sui Ronchi di Brescia alle "bande" di don Boifava, partecipando poi alle Dieci Giornate. Tornato, nel novembre 1859, con la pace di Zurigo, all'Italia Tignale vide per qualche tempo il ritorno degli austriaci che si imbarcarono il 25 ottobre a Gargnano per Riva. L'altipiano di Tignale vide nel luglio 1866 le truppe garibaldine in gravi difficoltà di rifornimenti e quasi abbandonate a se stesse e subì le più rigide requisizioni di mezzi di trasporto e di viveri. Garibaldi stesso salì a Tignale e venne guidato in esplorazione da un pastorello, Benedetto Demonti di Aer (1858-1932), che tanto parlò di quell'incontro che venne chiamato Garibaldi.


Gli anni che seguono l'unificazione nazionale trovano Tignale in un crescente isolamento ed impoverimento, aggravato da nuove tasse e spese. Un quarto del costo del tronco della strada Gargnano-Limone-Riva fu addossato a Tignale assieme a Tremosine e Limone, dal Consiglio Provinciale nel 1883. Crescente fu il fenomeno dell'emigrazione, pesante sempre più l'isolamento del paese. Ancora nel 1898 gli Annuari sottolineavano la mancanza di strade carrozzabili, l'esistenza di sole "strade carreggiabili, mulattiere e sentieri per i pedoni". Gabriele Rosa, che scrive nel 1885, sottolinea: "Poveri abbandonati, sembrano questi siti!; e questi abitanti degni di miglior sorte per la loro attività e svegliatezza, son simili a giovani di buona volontà che, per non trovare, nei misantropi di oggi, alcun appoggio, a stento campano, e a forza di stenti consumano una vita atta a tutt'altro che a marcir terreno". Basta accennare che solo in quel periodo di fine secolo venne istituito un armadio farmaceutico affidato ad un sacerdote del luogo. Difficili le comunicazioni: strade quasi impraticabili, un piccolo porto presso il Prato della Fame, collegato solo in seguito da teleferiche per il trasporto di merci. Non mancano tentativi di sviluppo agricolo di cui è indice la fondazione, nel 1904, di una latteria turnaria sociale.Un certo qual risveglio economico-sociale viene avvertito verso la fine dell'800, quando a Campione (nel 1896) viene impiantato il Cotonificio Feltrinelli che assorbe mano d'opera femminile. Piccolo segno di un crescente interesse economico della zona fu la creazione di uno sportello del Credito Agrario Bresciano.


Nel 1907 la guida del Lago di Garda di Filippo Micheletti segnalava che Tignale aveva "l'agente, il cursore, il guarda-boschi, il medico-chirurgo, la levatrice, tre maestri e tre maestre elementari". Segnalava però anche che da Tignale "per la frazione di Piovere, si scende in Gargnano, fra cedri, olivi, allori e mille aromatiche piante, che fiancheggiano una via per carri sì, ma disastrosa e pericolosa". Le uniche strutture turistiche erano l'albergo Belvedere e la trattoria Delai. Segno di risveglio, specie nel 1906, furono le crescenti e vivaci polemiche sulla viabilità. Anche con l'appoggio dell'ing. Giuseppe Feltrinelli, considerato uno dei maggiori contribuenti di Tignale, in un primo momento fu avanzata la prospettiva della costruzione della strada Tignale-Porto ma venne poi privilegiata la Tignale-Gargnano per la quale effettivamente si lavorò. A rallentare il lento progresso non mancarono le calamità naturali come la frana del 1904 ai piedi di Piovere, e la disastrosa alluvione del 1909, che costrinse molte famiglie ad emigrare. Ma nel 1908 il Ministero della Guerra approvava il tratto Tignale-Porto, che fu appaltato nel primo tronco ai primi del 1911, già pensato in collegamento con la Gargnano-Limone da realizzare in un secondo tempo. Uno sviluppo alla viabilità venne dalla I guerra mondiale con il potenziamento della strada militare Gargnano-Tignale-Tremosine-Limone alla quale verranno aggiunte una variante per Prabione (fraz. di Tignale) e una per Pregasio (fraz. di Tremosine). Nel 1910 venne costruita dal Porto al Fil, stupenda balconata sul lago, la teleferica "Filo-Bettanini-De Monti" gestita da Antonio Poinelli, che funzionò fino al 1931.


A differenza di Tremosine e Limone, Tignale non fu coinvolto direttamente nelle operazioni militari, ma ne subì lo stesso pesanti disagi per cui già nel 1912, sebbene la guerra fosse ancora lontana, erano 300 gli abitanti che chiedevano l'indennizzo di danni subiti. Scoppiata la guerra sull'altipiano, boschi e prati vennero utilizzati per insediamenti militari uno dei quali è ancora indicato dal toponimo "Comando". A mezz'ora di strada dal santuario venne posto un osservatorio dominante tutto il lago. Dopo la prima guerra mondiale Tignale perdeva la frazione di Campione, fra le più ricche del comune. Su richiesta dei suoi abitanti, in seguito alla costruzione, da parte del genio militare, di una strada di raccordo con Tremosine, Campione veniva staccata dal Comune di Tignale e aggregata a quello di Tremosine. Il dopoguerra vide alcuni segni di progresso. Così nel 1918 venne aperto il parco nella Villa Andreis di Gàrdola (costruita nel 1880); nel marzo 1928 venne, dal Genio Civile e dall'impresa De Rossi di Maderno, ristrutturato il porto e, in successivi interventi, venne migliorata la viabilità. Ciò portò ad uno sviluppo graduale del turismo specialmente estivo e familiare, mentre si allargò il numero dei pellegrinaggi al Santuario. Nel maggio 1924 vi fu, specialmente a Piovere, una specie di rivolta di elettori che minacciarono l'astensione per la mancata costruzione dell'acquedotto, ottenendo l'inizio dei lavori. Tentativi per superare la grave crisi economica perdurante da decenni vennero compiuti anche con la fondazione, il 7 giugno 1927, del Sindacato Minerario di Tignale creato per la scoperta di giacimenti di scisti bituminosi, sotto la guida del prof. Mario Giacomo Levi, direttore dell'Istituto di chimica industriale del Politecnico di Milano. I ritrovamenti incitarono a continuare la ricerca che venne però troncata dalla guerra. Nel 1941 Tignale subiva un nuovo scorno da parte di Campione. Anziché chiedere la riaggregazione a Tignale, Campione chiedeva di abbandonare Tremosine per aggregarsi a Limone, domanda per altro respinta dal Rettorato Provinciale.


Il periodo terminale della II guerra mondiale vide le frazioni riempirsi di sfollati e anche, negli ultimi mesi, di funzionari della Repubblica Sociale Italiana di Salò. Alla fine della II guerra mondiale Tignale, attraverso la voce dei suoi amministratori, si considera "uno dei comuni più poveri della Provincia". Le uniche valvole di sfogo economico sono costituite dal turismo estivo che ha il suo perno a Gàrdola e dalle oltre cento operaie occupate nel cotonificio di Campione. In un primo periodo tutti gli sforzi vennero compiuti al fine di vincere l'isolamento, con la costruzione, tra il 1946 e il 1952 di una nuova strada di allacciamento fra Tignale e la Gardesana. Si costruì poi un nuovo acquedotto (1949) nella prospettiva di incrementare il turismo e l'afflusso dei pellegrini al Santuario di Montecastello. Uno sforzo compiuto per riottenere l'aggregamento di Campione, purtroppo, fallì. Al contempo negli anni '50-'60, l'amministrazione comunale riuscì a dotare Piovere dell'acquedotto, e di edifici scolastici le frazioni Piovere e Prabione. Il turismo si allarga anche agli stranieri, tra i quali alcuni particolarmente illustri come Winston Churchill che nell'estate 1955 è ospite presso l'albergo Gallo. Ad una bambina che gli offre un mazzo di fiori di campo, dona un dipinto che ritrae la sua casa.


Dagli anni '60-'70 Tignale vede il moltiplicarsi di opere pubbliche: l'allargamento e l'asfaltatura della strada dei Dossi, nuove abitazioni, l'illuminazione pubblica, lo sviluppo dell'acquedotto, la costruzione di un moderno edificio scolastico inaugurato il 27 ottobre 1979, l'inaugurazione il 7 settembre 1980 della casa di riposo. Intensa è l'opera delle amministrazioni comunali negli anni '80-'90 che realizzano l'asfaltatura di strade comunali (1992). Dal 1995 viene avanzato il progetto di una struttura polivalente (biblioteca, scuola elementare, scuola media, laboratori, auditorium) per promuovere il territorio. Negli stessi anni viene inaugurato a Navlà un parco pubblico. Nel 1999 viene adottato un nuovo piano regolatore su progetto dell'arch. Luciano Lussignoli. Nello stesso anno viene avviata la sistemazione dell'intero collettore fognario. In sviluppo è anche lo smaltimento e la depurazione delle acque. A Prabione nel 1990 viene promosso un centro di volontariato e, nel settembre 1999, viene realizzato a Piovere un centro sociale. Il 2 gennaio 2001 viene inaugurata a Gardola la nuova casa di riposo capace di 41 posti. Nel giugno 2002, a Prabione, si apre il nuovo centro visitatori del Parco Alto Garda Bresciano. Negli anni '60-'70 prende avvio lo sviluppo del paese in direzione turistica: vengono realizzate nuove strutture ricettive che si moltiplicano nei decenni successivi quando sorgono villaggi (a Bernico, a Piovere ecc.), residence, alberghi e seconde case. Oggi il Comune conta 14 esercizi alberghieri, 10 residence, numerose case e appartamenti per vacanze. Conseguentemente vennero realizzati i servizi e le strutture per il tempo libero fra cui gli impianti sportivi di proprietà comunale in località Rompàla a Gardola, in località Campogrande a Prabione e a Piovere che offrono piscine, campi da tennis in terra battuta o sintetici, campi per calcetto e pallavolo (di cui uno coperto). Per impulso di un gruppo di promozione turistica negli anni 80 del sec. XX si è sviluppato il turismo a cavallo ed è nata una scuola di vela. L'attività culturale ha registrato negli anni '70 la schedatura dei beni culturali, la pubblicazione degli Statuti comunali, la ricerca sotto la guida del prof. Antonio Foglio da parte degli alunni delle scuole medie dei toponimi locali (1992). Sono presenti associazioni musicali, sportive, culturali, di volontariato fra cui: la nuova banda musicale tignalese, che riprendendo una precedente iniziativa del maestro di musica Campanardi, risorgeva nel 1974 sotto la direzione del maestro Tomacelli e che è composta da numerosi giovani; il coro di "Montecastello", costituito nel 1984 per volere di un gruppo di appassionati di canzoni della montagna, che vuole far conoscere le più genuine melodie dell'arco alpino; il gruppo della "Stella" che ormai da trent'anni ha rianimato l'antica tradizione dei canti epifanici di matrice controriformistica; l'associazione culturale "Tignale arte", costituita nel 1999, che ogni anno nel mese di agosto organizza una rassegna di pittura nei vicoli caratteristici di Gardola; la Polisportiva tignalese '95 che gestisce l'impianto sportivo di Campogrande; il Gruppo Alpini che ha costruito nel 1986 su terreno donato dai conti Bettoni il rifugio e la cappella di Cima Piemp da dove lo sguardo del visitatore spazia dall'azzurro del lago al verde delle montagne dell'entroterra; il gruppo di volontariato "Tignale soccorso", fondato nel 1993 e operativo nell'anticendio, nella Protezione civile e per il Primo Soccorso. L'impegno degli ultimi anni è volto alla riqualificazione urbanistica ed architettonica dei centri storici delle frazioni e del capoluogo, al recupero del porto turistico del "Prato della fame", ma anche alla valorizzazione ed alla promozione delle tradizioni e della storia locale, mediante studi e indagini di approfondimento del patrimonio culturale tradizionale inerenti gli antichi Statuti, le pergamene storiche dell'archivio comunale e gli insediamenti eremitici medievali, oppure proponendo eventi che rievocano ambienti e momenti del passato, come il mercatino medievale racchiuso nella cornice dei vicoli del centro storico. Di recente istituzione l'Ufficio Unico del Turismo che raccoglie la pluralità delle risorse che operano nel settore, l'Assessorato al Turismo, l'associazione Pro-Loco, il Consorzio Turistico tignalese e la quasi totalità degli operatori turistici; aderisce anche al Consorzio Riviera dei Limoni e all'Agenzia Territoriale Provinciale "Riviera dei limoni" al fine di promuovere sinergicamente il territorio e offrire all'ospite un servizio che qualifica l'accoglienza.




ECCLESIASTICAMENTE. È quasi ovvio pensare che la prima evangelizzazione sia dovuta al vescovo di Trento S. Vigilio, il che spiega almeno in parte anche i legami di Tignale con la chiesa trentina. Al santo venne dedicata poi una chiesa ad Aer e a Droane. Resiste ancora la tradizione secondo la quale a Campione, e perciò nel territorio già tignalese, sia vissuto in lungo eremitaggio e sia morto il vescovo S. Ercoliano la cui salma fu poi misteriosamente trasferita su di una barca, in balia delle acque, a Maderno. Non sono invece rimaste a Campione tracce di una chiesetta eretta in onore di S. Ercoliano e ancora esistente a fine Ottocento. Comunque Tignale fu pieve molto antica, come sottolinea Paolo Guerrini, con confini che comprendevano Piòvere e la Valvestino, la quale ebbe poi la sua chiesa battesimale a Turano, che a sua volta divenne matrice delle altre parrocchie della Valle. Forse il primo documento conosciuto è una bolla di investitura della parrocchia di Tignale di Urbano III nel 1186 con giurisdizione sulle chiese di Olzano, Piòvere, Gardola, Prabione, Montecastello, Vigo, Aer, Oldesio e Vione; su Sermerio e Cadignano frazioni di Tremosine; su Muslone, terra del Comune di Gargnano e infine su Turano, Magasa, Bollone, Moerna, Persone, Armo e Cadria, tutte appartenenti alla Valle di Vestino. Diventato avamposto meridionale del vescovo-principe di Trento, Tignale ebbe anche cure particolari sotto il profilo religioso ed ecclesiastico. Nel 1309 la pieve è registrata come appartenente alla diocesi di Trento con un suo sacerdote del quale non si conosce il nome.


Il primo arciprete del quale conosciamo qualcosa è un Guadagni, avente fama "di uomo piissimo e dotto". A lui successe Bartolomeo di Tignale ricevuto con onore al Sinodo Diocesano Trentino del 1336. In tempi di decadenza della vita ecclesiastica anche Tignale conobbe momenti difficili. Il parrocchiato di Giovanni da Fermo (1421-1437) nativo di Toscolano, registrò lo scandalo di un suo figlio che, soccombente nel concorso alla parrocchia di Salò, trovò nel padre un sostegno che lo pose in tale contrasto con il vescovo di Trento da spingere i Tignalesi a ricorrere a Venezia. Essi nel 1437 ottennero la sua rimozione dalla parrocchia. Dopo la parentesi del parrocchiato di un esemplare sacerdote, don Pietro Tomasini (1438-1447), Tignale visse di nuovo anni di forti contrasti e dissapori fra don Venturino da Crema (1462-1472) e don Pietro Amerino de Ferals che rivendicava sulla prebenda diritti dei quali si riteneva ingiustamente spogliato. Il Venturino protestò in modo tale da essere imprigionato. Ricorse perciò al Foro romano che incaricò un Delegato papale a dirimere la diatriba. Il delegato diede ragione a don Pietro Amerino che ottenne la parrocchia mentre il Venturino dovette abbandonarla. La popolazione si era schierata per il Venturino contro l'arciprete. Il vescovo fu costretto a scomunicare quest'ultimo e a porre l'interdetto sulla chiesa, interdetto che fu tolto solo quando, il 12 febbraio 1472, i Tignalesi si sottomisero a lui.


Il disagio provocato dallo scandalo venne riscattato dal parrocchiato di don Bartolomeo di Padova, ricordato come "uomo dottissimo e zelante" che "beneficò coll'esempio e la carità la sua parrocchia". Notevole prestigio ebbe anche il suo successore, don Lazerino Averoldi (1486-1496), che per i servizi prestati alla Chiesa venne nominato Protonotario Apostolico e che fu inoltre membro di varie Accademie. I primi anni del '500 furono agitati per guerre, pestilenze e carestie, ma videro anche l'alacre apostolato di don Domenico Cozzagli (1497-1520). Suo nipote, don Gabriele Cozzagli (1520-1549), forse per troppo zelo o per il carattere difficile, dovette rinunciare alla parrocchia. Sono gli anni nei quali compaiono i più numerosi documenti sulle chiese esistenti. In quelli del solo anno 1537 sono registrati atti riguardanti, oltre la parrocchiale, le chiese di S. Zenone a Prabione, di S. Rocco a Oldesio, e la chiesa campestre di S. Vigilio, a Droane. Nel 1580 compare quella di S. Giorgio in Varolo. Nel 1599 insorsero liti per i confini della parrocchia con quelli di Valvestino.


Gli anni del Concilio di Trento e del dopo Concilio segnarono anche per Tignale una rifioritura religiosa, tanto a far scrivere a don Racheli che quella fu l'età d'oro. Sempre più frequentato il Santuario di Montecastello e sempre più numeroso il clero, nel quale si distinse il milanese don Francesco Cattaneo, che si disse mandato direttamente da S. Carlo. Zelanti furono i parroci del `600: don Tommaso Zanetti, don Giovanni da Tignale e don Bartolomeo Tamagnini. Impressionante è il numero di sacerdoti presenti. Dal 1611 al 1670 vengono registrati nella curia di Trento i patrimoni di 80 sacerdoti. Compaiono nei documenti della Curia di Trento, nel solo 1633, le chiese di S. Marco di Piòvere, di S. Bernardo in Aer, la consacrazione dell'altare della B.V. del Rosario nella parrocchiale e quello della chiesa di S. Rocco a Oldesio. Nel '600 si moltiplicano i legati, fra i quali quello di Pasotti (1637), di Giacomina Dal Lago (1642), di Martino Perugini (1670), di Domenico Conti (1676), di Bortolo Collini (1678), di G. B. Bertoni (1694), oltre ai benefici Venturelli, Marzarotto, Grazioli, Ronzelli (a Oldesio), Sembini (a Piòvere). Nel '700 si distinse per zelo e cultura don Antonio Florio (1744-1759), professore di teologia, letterato ed oratore apprezzato. Anch'egli risultava uno dei 60 sacerdoti presenti in Tignale dal 1700 al 1750. Sacerdoti, curati risiedevano a Piòvere e a Prabione. Inoltre nel 1767 compare un oratorio della famiglia Collini, a Sernifà, nel 1782 un oratorio in casa Ton e nel 1783 uno in casa Zeni. Nel 1750 vi esisteva anche un romitorio.


Una svolta per la parrocchia si verificò dal 1768 in poi, quando Venezia pretese ed ottenne che fosse nominato parroco di Tignale solo chi era suddito veneto. Questa clausola portò, nel 1785, al passaggio della parrocchia dalla diocesi di Trento a quella di Brescia. In seguito a convenzione stipulata tra l'Austria e Venezia, al fine di far combaciare i confini diocesani con quelli fra i due Dominii, consultati, il 23 dicembre 1784, il Capitolo della Cattedrale e la S. Sede, il vescovo Nani il 2 febbraio 1785 dispose che le parrocchie di Tignale e di Bagolino entrassero a far parte della Diocesi di Brescia. 21 aprile 1785 il vescovo di Trento, Vigilio Thun, e quello di Brescia, Giovanni Nani, comunicarono il passaggio di Tignale a Brescia. Nel luglio seguente il vescovo di Brescia saliva a Tignale per prendere possesso della Chiesa, mentre gli atti formali vennero perfezionati nel 1787-1788. Paolo Guerrini sostiene che: "L'arciprete di Tignale, come capo della pieve, avrebbe dovuto essere un Decano trentino e conservare i diritti inerenti al suo grado, ma, avendo perduto l'antica giurisdizione sulla Val Vestino, era rimasto capo di una sola parrocchia, con le due curazie dipendenti di Piòvere e Prabione, oggi parrocchie, che con la Rettoria indipendente di Campione costituiscono la Vicaria Foranea di Tignale".


Il primo parroco bresciano fu don Andrea Zaniboni (1785-1820). Come scrive don Antonio Racheli "visse in tristissimi tempi, e basti ricordare la Rivoluzione Francese: eppure colla scienza, colla virtù si accaparrò la stima e l'affetto della sua popolazione". Un'epigrafe ne ricorda "educazione, virtù, pietà". "Dotto, pio, prudente", che da curato e da parroco "addottrinò, edificò", sono le parole poste sulla tomba di don Pietro Roncetti, tignalese, che fu parroco dal 1820 al 1854. Fu poi parroco un altro tignalese, don Giuseppe Roncetti. Nel 1907 don Bufali dava inizio all'apostolato giovanile organizzando l'oratorio femminile, affidato dapprima alle figlie di S. Angela, fondate da Teresina Fruner di Aer e, in seguito, alle Suore Dorotee di Brescia. Al curato don Benvenuto Socini si deve la fondazione, nel 1925, dell'oratorio maschile, con buona partecipazione. Nominato parroco, don Socini, dal 1945 fino al 1966, oltre che promuovere la costruzione del ricreatorio pensò all'organizzazione del catechismo in forma di vera scuola in aule appositamente costruite. Con grande coraggio, nel 1954 affrontò la ristrutturazione della chiesa parrocchiale. Assecondando i progetti di Pierino Ebranati, fu uno dei realizzatori dell'Eremo di Montecastello, centro di spiritualità di notevole rilievo. Con decreto vescovile del 12 agosto 1935 veniva staccata dalle parrocchie di Tignale e Tremosine la chiesa curaziale di S. Ercoliano di Campione. Questa fu eretta a delegazione vescovile e poi in parrocchia. All'oratorio dedicò cure particolari con ampliamenti don Andrea Ravasio, che il 7 settembre 1980 l'inaugurò. Ancora per iniziativa sua, la chiesa di S. Pietro, da tempo abbandonata, venne trasformata in centro di cultura e di esposizione d'arte. In tempi recenti fu pubblicato "Gente di Tignale - Bollettino parrocchiale a cura della Comunità di S. Maria Assunta e S. Marco". Molto attivi anche i parrocchiati di don Angelo Gozio e di don Cesare Cancarini.




CHIESA PARROCCHIALE DI S. MARIA ASSUNTA a GARDOLA. Solo una leggenda sostiene che la chiesa parrocchiale sia stata costruita su un tempio del dio Bergimo. La chiesa sembra invece sia stata costruita nel sec. XIV e ristrutturata nel sec. XVI. Gli atti della curia vescovile di Trento registrano documenti del 1537-1580. Nel 1537 si registra l'esistenza di una confraternita del SS. Sacramento. Il 21 marzo 1632 viene deliberata la costruzione dell'altare del Rosario, consacrato l'anno dopo. Il 24 agosto 1660 venivano deliberate riparazioni. La chiesa veniva consacrata l'8 ottobre 1779. In seguito a gravi cedimenti, nel 1953-1954 la chiesa veniva in gran parte ristrutturata e consolidata. Il 4 settembre 1954 essa fu consacrata dal vescovo mons. G. Tredici. Nuovi restauri, per iniziativa del parroco don Angelo Gozio, vennero compiuti nel 1990, durante i quali venne riaperta la finestra del presbiterio, arricchita di vetrate con i simboli eucaristici. Ad unica navata, di m 40x16x12 di altezza, la chiesa è scandita da quattro arcate-cappelle per parte. Non è decorata se non nella cupola del presbiterio. Entrando, a destra si trova l'altare di S. Francesco che riceve le stimmate, con pala di buona scuola veronese del tardo '500. L'altare della Madonna del Rosario ha una pala (olio su tela), secondo Gaetano Panazza, di intitolazione palmesca, e da alcuni attribuita a Francesco Giugno. L'altare maggiore ha un ciborio opera dei Boscaì. La pala raffigura l'Assunzione della B. V., firmata da G. Bertanza e datata 1623. Ai lati dell'altare maggiore sono appese due tele: una di esse raffigura i SS. Antonio ab., Rocco e Caterina d'Alessandria, di ignoto autore del '500 considerato vicino al Torbido; l'altra dedicata a Maria Madre della Chiesa, di Francesco Squassina (1974). Scendendo sulla sinistra, si trova un altare dedicato a S. Antonio di Padova raffigurato in una pala di Alessandro Campi (sec. XVIII). Interessante è lo strappo proveniente dalla casa parrocchiale con il Leone di S. Marco con castello e torre. Il Battistero è adorno di una tela raffigurante il Battesimo di Gesù, opera del ferrarese Mario Capuzzo (1954), copia del quadro del Verrocchio degli Uffizi a Firenze. L'organo venne costruito con delibera comunale del 22 maggio 1633. Venne probabilmente ricostruito verso la fine del '700 da Gerolamo Bonatti. Seguirono interventi di Paride Fancini di Sopraponte e, di nuovo, di Giovanni Tonoli, originario del luogo. In grave abbandono, venne poi restaurato nel 1988. Nella chiesa esistono tele di Andrea Celesti, raffiguranti la Visitazione ad Elisabetta, la Natività, l'Adorazione dei Magi. Nel 1994 la Compagnia di S. Angela donò alla chiesa due tele di Maria Grazia Scarduelli raffiguranti la visione di S. Angela al Brudazzo e S. Angela catechista.




S. ZENONE a PRABIONE. È registrata negli atti della Curia di Trento nel 1537 e in seguito nel 1671. Nel 1694 esiste una Confraternita dell'Immacolata. In tale anno gli abitanti chiedevano il Tabernacolo e il fonte battesimale, concessi nel 1695. Nella chiesa vi è una pala raffigurante S. Carlo Borromeo in meditazione, di Grazio Cossali. In sagrestia si nota una tela con la Madonna del Carmelo (1695).




SS. SEBASTIANO E ROCCO a OLDESIO. È registrata negli atti della Curia vescovile di Trenta nel 1537 e, secondo la tradizione, venne costruita in luogo di una santella. Di questa sarebbe rimasta una bella e antica statua di S. Rocco che, conservata nella chiesa, venne poi rubata nel 1973. Nel 1633 veniva consacrato l'altare. Il campanile venne fabbricato su delibera comunale del 5 giugno 1661. Tradizionale la festa e la processione con la statua del santo il 16 agosto. Abbandonata nel primo dopoguerra, l'usanza venne ripresa nell'agosto 1924, con archi, musica, ecc. Più recentemente si trasformò in una vera e propria sagra. L'altare è adorno di una pala raffigurante la B. V. col Bambino e i Ss. Sebastiano e Rocco, del Bertanza, datata 1630. Vi esistono due begli angeli porta candela ed alcuni altri attribuiti ai Boscaì.




SS. BERNARDO E VALENTINO ad AER. È registrata negli atti della Curia vescovile di Trento del 1633, e in seguito, del 1694, 1750, 1763, 1765. La pala secentesca raffigurante i santi titolari, attribuita al Bertanza, è raccolta in una cornice intagliata. Un altare laterale ha una tela con S. Antonio e S. Filippo Neri. In fondo alla chiesa un affresco raffigura la Pietà. Esiste anche una tela con la Madonna col Bambino.




S. VIGILIO IN DROANE. Doveva essere antichissima. Se è correttamente leggibile una data di investitura da parte della Curia vescovile di Trento, essa doveva già esistere nel 1186. È ancora nominata in documenti del 1671, 1780, 1783, 1785, ecc. Attualmente è in Comune di Valvestino.




S. LORENZO a OLZANO. Probabilmente molto antica, è nominata in documenti del 1671 e, in seguito del 1691, 1694, 1712, 1768, ecc. Recentemente è stata restaurata.


S. MARCO a PIOVERE (v. Piovere). All'asilo esiste una cappella dedicata alla Regina delle Missioni. Una chiesetta fu eretta dal gruppo alpini a Cima Piemp.




CHIESE SCOMPARSE.


S. PIETRO DI GARDOLA. Antichissima, forse di fondazione benedettina, è ricordata in documenti di investitura nel 1186. È poi ricordata ancora negli anni 1694, 1712, 1768, ecc. Sconsacrata da decenni, fu trasformata in cinema-teatro. Chiusa, venne poi adibita, nel 1979, a sala di esposizioni d'arte e mostre. Sono stati avviati nel 2003 scavi archeologici per portare alla luce interessanti reperti di epoca longobarda.


S. ERCULIANO A CAMPIONE. L'antica chiesetta, ora distrutta, è già segnalata come esistente negli atti di investitura della Curia di Trento nel 1186. Esiste nel 1580, ed è ancora segnalata nel 1782. Nel 1671 è ricordata a Campione una chiesa dedicata a S. Giacomo.


S. GIORGIO IN VAROLO AL PRATO DELLA FAME. È segnalata in un documento di investitura della Curia vescovile di Trento del 1186. In una lettera del 1750 la chiesa risulta essere in possesso dei frati conventuali di San Francesco a Gargnano "da cinquecent'anni e più". I risultati delle recenti indagini archeologiche, condotte da Gian Pietro Brogiolo e Monica Ibsen, hanno confermato la secolare vitalità del complesso, costituito dalla chiesa di San Giorgio, con affreschi della prima metà dell'XI secolo, e dal sistema sottostante di celle, vitalità che si estende dall'Alto Medioevo all'Ottocento.


SANTUARIO DELLA MADONNA DI MONTECASTELLO. Sorge sul monte Cas, su uno sperone roccioso sul lago, in una stupenda visione fra cielo e terra. Lo sguardo spazia sul Monte Baldo e su tutto il lago. È quasi da tutti accettato che sia sorto su un forte o castello appartenuto, secondo qualcuno, a vescovi-principi di Trento e in seguito agli Scaligeri, ai Visconti. L'inchiesta o processo, promosso dal vescovo di Trento Carlo Emanuele Madruzzo intorno alla metà del '600, su richiesta del gesuita Guglielmo Gumppenberg per il celebre "Atlas Marianus" (un censimento dei santuari mariani), basandosi su iscrizioni mai ritrovate e di dubbia autenticità, ne ha fatto risalire le origini all'802. La prima data registrata da documenti dell'archivio vescovile di Trento risale al 1186. Si accenna ad una investitura della chiesa riferita ad una Bolla pontificia di papa Urbano III da Verona che riferisce come il Santuario fosse eretto sul "Monte della Stella". L'"Atlas Marianus" del Gumppenberg riferisce anche di un miracolo avvenuto nel 1283. Durante una battaglia fra trentini e bresciani "un insolito splendore apparve in quel sacro luogo e tutti avvisarono la presenza della Celeste Regina". Gli armati avrebbero perciò deposto le armi, stretto patto di pace e rifabbricato il Santuario. L'ipotesi è che il Santuario fosse dapprima una cappella interna ad una rocca o castello. La sua presenza è segnalata in una carta topografica del sec. XV. Sulla fine del secolo XIV, forse ad opera di Martino II della Scala, assieme ad un ampliamento della rocca, la cappella venne ampliata e decorata e dedicata alla B. V. Ausiliatrice. Oppure ne venne costruita una nuova. Alla fine del sec. XIV viene fatto risalire l'affresco della Madonna Incoronata ed anche le prime tavolette votive, un tempo conosciute e ora in gran parte scomparse. Il castello doveva ancora esistere nel 1426, dato che una ducale del 13 maggio di quell'anno emanata dal doge Francesco Foscari accenna a certi ribelli alla Repubblica che vi si erano asserragliati. Demolito il castello rimase il santuario che, agli inizi del '500, il Gratarolo definiva "chiesa spettabile divota e celebre" e sottolineava che vi concorrevano "eziandio da paesi lontani infinite persone".


L'affluenza crescente delle offerte obbligò a mantenere cinque sacerdoti addetti al Santuario e fece nascere una lunga lite fra l'arciprete e la comunità di Tignale. Tale contrasto fu composto attraverso un processo celebrato nella Cattedrale di S. Vigilio di Trento il 22 maggio 1523, che decretò che le offerte fossero raccolte da appositi massari eletti in perfetto accordo fra l'arciprete e il Comune e divise poi in parti uguali, per cui quelle del Comune dovevano essere spese per opere di conservazione e di restauro del santuario e quelle dell'arciprete nelle spese di culto. Non sappiamo nulla del santuario per decenni. Nella visita pastorale del 1580, tuttavia, il vescovo di Trento ordinava la demolizione di una cappellina eretta presso il santuario. Dello stesso anno è un documento dell'archivio vescovile nel quale si legge: «È stato scritto che la Cappella di S. Maria Vergine del Monte Castello, figliale della parrocchia di Tignale, situata sopra un'alta e mirabile rupe, prominente sul lago Benaco in bellissimo prospetto, dal quale si può vedere da ogni parte tutto il lago ed oltre le sue amenissime sponde, era allora di grandissima devozione, dove da tutto il territorio della Lombardia e da altre parti soleva convenire per devozione una grande folla di persone, specialmente nella festa della Natività della B. V. Maria, nel qual giorno e per tutta l'ottava, come in altri tempi ordinariamente era frequentata. Dietro la detta Cappella per mezzo di candela accesa si vedeva una Immagine della B. V. dipinta sulla parete in forma elegantissima ed espressa al vivo da antichissimo tempo, e per miracoli quasi infiniti celeberrima. Vi erano in questa Cappella tre altari, il primo della B. V. Maria, il secondo del Natale di G. C. e il terzo di S. Giovanni Evangelista; sotto poi la detta chiesa vi erano due altri altari vecchi». Nella cripta, ora adibita a refettorio dei pellegrini e degli esercitandi, si trovano ancora gli affreschi decorativi dei due altari sotterranei accennati in questa relazione del 1580, uno sulla parete frontale, e uno sulla parete di sinistra. Sono affreschi quattrocenteschi ritoccati da un decoratore non pratico, ma recentemente restaurati. L'affresco centrale è il più grande; rappresenta la Madonna in trono, fiancheggiata da due santi vescovi, che dovrebbero essere San Vigilio di Trento e S. Ercoliano di Brescia o S. Zenone di Verona, molto venerato in tutta la riviera del Garda. Sia a destra che a sinistra di questi vescovi vi sono altre figure votive di Santi, e fra gli altri un S. Sebastiano che indica chiaramente un voto contro la peste. Nella parete a sinistra vi è pure una Madonna in trono fiancheggiata da un santo vescovo benedicente, che probabilmente è S. Vigilio. Sotto questo affresco si legge, malamente dipinto in lettere gotiche, il nome del committente e la data del dipinto. Il testo, rilevato a stento dalle lettere quasi abrase, dice: «Bartolomeus de Caftuomolo (?) F.F. - 1458 die 8 Julii».


Durante la peste del 1577 la devozione andò aumentando e il concorso al Santuario fu tale che S. Carlo stesso mandò a servizio del Santuario un suo sacerdote, il milanese don Francesco Cattaneo. La tradizione vuole che S. Carlo abbia sostato al Santuario nella sua visita apostolica del 1580 e abbia posto don Cattaneo accanto all'arciprete Massimo Crotta, semplice chierico e inviso alla popolazione. Dello stesso 1580 esiste un documento nel quale si attesta la massima devozione da cui il luogo sacro era circondato, paragonandola a quella dei più celebri santuari della Lombardia. Il concorso di pellegrini diventò tale, dopo la peste del 1630, che il consiglio comunale si vide costretto ad emanare disposizioni per frenare i disordini che avvenivano durante le rogazioni e le processioni al Santuario, alle quali erano stati obbligati a partecipare tutti i capifamiglia. Il 22 maggio e il 16 luglio 1633 il Comune faceva fare l'inventario di tutta la dote mobile ed immobile appartenente al luogo sacro e prendeva le opportune disposizioni per la conservazione e la custodia dei paramenti, delle argenterie, dei quadri e delle altre suppellettili. Ordinava inoltre un nuovo organo, dando all'arciprete la facoltà di tassare allo scopo i capifamiglia, e dava disposizioni per la disciplina delle processioni delle Rogazioni e di quelle votive di penitenza che si facevano frequentemente. Della grande affluenza dei pellegrini, specialmente nella sagra dell'8 settembre, abbiamo una testimonianza nel cap. 93 degli statuti comunali del 1467. Nella vigilia della festa il Vicario, capo del comune, con altri 12 uomini armati doveva prendere in custodia il santuario e restarvi fino al pomeriggio del giorno seguente "usque finitis missis". Questo corpo di guardia di 13 uomini armati, oltre la sorveglianza, il buon ordine, la sicurezza pubblica, doveva regolare anche il deposito delle armi dei pellegrini, che arrivando da lontano attraverso sentieri impervi e boschi insidiosi, e dovendo camminare anche di notte, si premunivano contro ogni insidia portando armi di difesa. Queste armi dovevano essere depositate presso il Vicario e i suoi uomini armati, che erano obbligati a custodirle e a riconsegnarle ai depositanti quando abbandonavano il santuario per ritornare alle loro case. Questa deliberazione di pubblica sicurezza, affidata alle più oneste e autorevoli persone di Tignale, indica chiaramente che la folla di pellegrini al santuario doveva essere stragrande, e passava la notte in continua veglia di preghiere, di canti, di opere pie intorno alla veneratissima immagine. Presente nel Santuario era un rilevante numero di ossessi. La tradizione di passare la notte al Santuario era ancora viva negli anni '50 del sec. XX.


L'affluenza crescente portò all'ampliamento del santuario. Il campanile e le grandi scalinate che portano al santuario vennero costruiti nel 1599.Il 24 agosto 1660 veniva deliberata la costruzione della cupola, e dal 1670 al 1690 vennero aggiunte le due navate laterali; l'interno venne adornato di stucchi e ornamentazioni barocche. Il santuario veniva recinto di mura, e sulla sua fronte venne aperta una porta monumentale, di stile rigidamente vignolesco, come scrive il Cozzaglio, bruna per il tempo, con la scritta in fronte: "Ad maiorem dei gloriam / et beatae Virginis Mariae Montis Castelli / MDCLXXIX". Avendo la peste ridotto di molto il clero addetto al santuario, si pensò di affidarne l'ufficiatura a un Ordine religioso contemplativo, e nel 1638 furono iniziate trattative coi Camaldolesi, non ancora entrati nell'eremo di Garda, perché fondassero a Montecastello un Eremo. Queste trattative furono riprese nel 1644, ma non ebbero mai esito felice per varie ragioni, la principale delle quali era forse l'insufficienza del posto per lo sviluppo delle celle dell'Eremo intorno alla chiesa e la mancanza dell'acqua. Documenti della Curia trentina accennano al soggiorno di eremiti presso il Santuario. Malgrado la deficienza del clero, il comune intensificava le sue sollecitudini per l'amministrazione e le varie opere di abbellimento del Santuario. Il 21 luglio 1641 stabiliva nuovi "Capitoli per la Masseria"; il 28 agosto 1644 si inaugurava il nuovo organo. La visita pastorale del vescovo-principe di Trento, del 30 aprile 1712, sollecitò il restauro del santuario rovinato dalle scorrerie degli eserciti. Venne allontanato uno dei due eremiti, il più giovane, che non si intendeva di vita anche solo cristiana. La continuazione della fama del Santuario è testimoniata dai pellegrinaggi provenienti anche dalle più lontane terre lombarde, tanto da far scrivere nel 1725 a fra Arcangelo di S. Nicolò nel suo volumetto mariano": "Il Santuario di Montecastello sino al dì d'oggi mantiene vivo il culto e la stima a Maria [.. .] non vi scemano le frequenti visite dei devoti e le fervorose processioni dei pellegrini: anzi tutti vi ridicono le mille grazie e le celesti benedizioni che lassù si versano da Maria". Attestazioni simili si leggono negli atti dell'ultima visita pastorale dei vescovi di Trento nel 1750.


Momenti della vita di Tignale di singole famiglie o persone ma anche collettivi sono stati fissati nelle tavolette degli ex voto. Siccità, piogge ininterrotte, epidemie di bovini, di cui una molto eloquente del 1711, in esse raffigurate, raccontano forse meglio di ogni pagina scritta, la devozione di un popolo, ma anche le sue alterne vicende. Cure al Santuario non mancarono anche lungo il sec. XIX. L'8 settembre 1886, per iniziativa di don Michele Milesi, veniva inaugurato un nuovo concerto di campane. Ancor più intense le cure riservate al Santuario nei primissimi anni del sec. XX.


Seguendo le pur deboli indicazioni di don Antonio Racheli nel suo volume, si ritenne il 1902 come il IX centenario del sacro luogo. Per iniziativa e con il sostegno dell'arciprete don Domenico Triboldi, del curato don G. B. Andrighetti e di don Michele Milesi, vennero programmate grandi solennità ed opere di restauro ed avviata, con un triduo solenne del 6-7-8- settembre 1902, la festa dell'8 che richiamò più di mille devoti, folla mai vista fino allora. Per l'occasione venne istituita una Confraternita che raccolse, in breve, più di duemila associati. Venne inoltre avanzata la petizione, formulata da don Racheli e largamente sottoscritta, dell'incoronazione dell'effigie della Madonna, concessa il 25 aprile 1903 dall'arciprete del Capitolo Vaticano. L'occasione del presunto centenario spinse anche ad opere di ristrutturazione e di abbellimento affidate al prof. Arturo Cozzaglio che, oltretutto, realizzò la nuova facciata che venne adornata con dodici stelle d'oro. Nel corso dei lavori vennero alla luce una Madonna con due santi vescovi, opera che fu restaurata dal pittore Prandelli. Il 28 agosto 1904 il vescovo Corna-Pellegrini con una pastorale annunciava per il 7 settembre la incoronazione del simulacro dalla B. V. Il giorno fissato vide una folla grandissima, e la presenza del vescovo di Trento mons. Endrici fu l'occasione per gridare "Viva il vescovo di Trento italiana". Ad un fatto miracoloso i devoti attribuirono il ritrovamento, il 5 agosto 1905, della corona della Madonna rubata otto giorni prima. Al santuario poi dedicarono cure attente i successori di don Triboldi, i due arcipreti don Bortolo Zanelli (1913-1918) e don Domenico Prenguber (1920-1945). Nel 1937 vennero restaurate e ridipinte da Anita Orienter con i Misteri del Rosario le cappelle che costeggiano la strada salente verso la chiesa. Ritiri e corsi di esercizi si tennero nella cripta del santuario fin dai primi anni del sec. XX per iniziativa di mons. Lorenzo Pavanelli. Nel 1925 l'iniziativa venne continuata da Pierino Ebranati di Salò, apostolo dell'Azione Cattolica, che nella Riviera organizzò corsi pressoché regolari. Ma la rinascita più significativa si ebbe con l'avvio dell'Opera degli Esercizi Spirituali che nel 1950 promosse la costruzione di un Eremo o casa di spiritualità che andò sempre più ampliandosi. Di proprietà dell'Azione Cattolica, nel 1975 passò ad una fondazione diocesana di culto. Non mancarono in tempi più vicini motivi di disappunto come il furto, nel febbraio 1986, di tele e di quattro statuette dei Boscaì, mentre enorme impressione destò l'incidente occorso ad un autobus che trasportava anziani pellegrini di S. Biagio di Monza, precipitato da una scarpata il 24 maggio 1983 provocando 14 vittime.


Gli ex voto vennero restaurati dall'ENAIP di Botticino. Allarmi si diffusero nel marzo 1999 per il cedimento del muro e delle rupi sottostanti il piazzale del Santuario. Nello stesso anno vennero proposte nuove opere di consolidamento delle strutture e di restauro degli affreschi, lavori che vennero avviati nel luglio 2001 e conclusi nel giugno 2002 e che misero in luce preziosi affreschi. Il 7 settembre 2003 venne benedetta la "Campana della vita" dedicata alle famiglie che hanno perso in disgrazie un figlio e vennero inaugurate solenni cerimonie nel centenario dell'incoronazione del simulacro della Madonna. Alla Madonna di Montecastello sono stati dedicati agli inizi del sec. XX un "Canto popolare" musicato da p. Simone Wigishoff e negli anni della II guerra mondiale un "Inno a Montecastello" musicato dal maestro Margola. Nel 1948 fu musicato dal maestro Baronchelli l'inno popolare "Alla Madonna di Montecastello".


La strada che si inerpica sulle balze del grande costone sul quale sorge il santuario, fiancheggiata dalle cappelle con i misteri del S. Rosario, conduce all'ampia porta costruita nel 1679 affiancata da un fabbricato con la foresteria e il locale di ristoro. Superato il cancello, si apre un vasto sagrato. Due grandi scale, costruite nel 1599, affiancano un portico ad archi di pietra che sostiene la loggia e che, con una larga apertura, immette nei locali terreni che si stendono sotto la chiesa. Sopra il portico s'innalza la facciata. L'interno è basso, con pesanti archi acuti che incombono sulle tre navate. Entrando, sulla bussola, in una cantoria di legno grezzo con sculture, è l'organo raccolto in una cassa totalmente in legno. Si notano angioletti, cornici, fregi e capitelli laccati. Lo strumento è privo di scritte, ma p. Mario G. Levi lo attribuisce a fra Damiano Damiani, che, nell'occasione del collocamento, ebbe ad assumere come allievo un ragazzetto del posto, certo Giovanni Tonoli, che divenne poi uno dei migliori organari dell'800 e che poi intervenne a sua volta sullo strumento, tanto che esso compare al n° 62 del Catalogo Tonoli. Sul lato destro si incontra l'altare di S. Giuseppe. Come ha scritto Paolo Guerrini l'interno non presenta unità di stile, "regolarità e proporzione delle linee dominanti. I pilastri e gli archi sono affatto irregolari e, sebbene siano stati fatti restauri e abbellimenti recenti, la chiesa rimane nella sua povertà primitiva, una costruzione quattrocentesca di nessun rilievo stilistico, semplice, sobria, disadorna, essendo state abolite tutte le soprastrutture barocche che l'avevano deformata". Solo i timpani degli archi sono ornati di tele raffiguranti angeli; la prima a sinistra è del prof. Diodato Massino. L'altare maggiore è tutto di legno con rilievi dorati, e invece della solita pala porta fra le due colonne un'invetriata, dietro la quale si vede, nella calotta di una piccola abside, l'Immagine veneratissima della Madonna. Questo ambiente speciale a forma di nicchia alquanto schiacciata, al quale si può accedere per mezzo di una scaletta esterna che l'aggira, si chiama la Casa santa, la casa dove la pia Madre delle divine grazie accoglie tutti i suoi figli pellegrini e devoti in un amplesso di bontà e di misericordia.


La veneratissima immagine raffigura la Madonna incoronata genuflessa in umile atteggiamento dinanzi al Figlio divino. È stata, dalla voce popolare, attribuita perfino a Giotto. Ridotta, scrive P. Guerrini, con "restauri alla sua forma primitiva, non può essere anteriore al secolo XIV, anzi si può ritenere della fine di quel secolo, e uscita dal pennello di un artista, ignoto, ma valente, che ha sentito le influenze della scuola giottesca, che trionfava nel Trecento anche nell'alta Italia". G. Panazza vi ha visto "contatti con le opere veronesi, con i lavori di Paolo e di Lorenzo Veneziano da un lato, con gli affreschi lombardi della metà del '300 dall'altro. Se un che di cadenzato, di molle nella composizione e nella tipologia delle figure porta più verso Verona e verso l'ambiente pittorico dei due maestri veneziani e degli altri operanti nella zona della laguna, i contatti con gli affreschi lombardi, pervasi di spunti toscani sono provati tuttavia dalla bloccata figura del Redentore". L'affresco, ridipinto totalmente nel sec. XVII, venne restaurato agli inizi del sec. XX dal pittore Giuliano Volpi e nel 1949 da Pescatori e da Simoni; nel 2002 si è concluso il restauro da parte della Soprintendenza Regionale. Il tabernacolo, "di struttura e fattura manieristica e anche, come ha scritto Giovanni Vezzoli, a quel che sembra non bresciane" è opera dei Boscaì di Levrange. Si tratta, come scrive ancora il Vezzoli, "di un solido edificio con avanzato corpo centrale, arretrati i fianchi e una larga profusione di colonne tortili, nicchie e statuette". La porticina nella quale è effigiata la Deposizione "di composizione non consueta, è affiancata da colonne con arpie e putti sovrapposti lungo tutto il fusto". Ai lati sono innestati quattro medaglioni dipinti su rame di scuola palmesca della prima metà del '600: l'Annunciazione, l'Adorazione dei Pastori, l'Adorazione dei Magi e la Presentazione di Gesù al tempio. Un gruppo ligneo dello stesso soggetto venne eseguito dalla Bottega Poisa nel 1949 in occasione della Peregrinatio Mariae. Sul lato di sinistra è collocato l'altare della Madonna di Loreto. La chiesa inferiore è di intonazione romanico-gotica con affreschi rinascimentali del tardo '400, su motivi tuttavia dei primi del '400. Vi sono raffigurati la Madonna in trono con i Ss. Vigilio ed Ercolano, Madonne e Santi. G. Panazza vi ha riscontrato "uno schema iconografico ancora trecentesco, ma con una sontuosità nei panneggi che fluiscono in ritmi sinuosi, con una più ricca cornice architettonica". Nel 2003 si sono conclusi i lavori per il ripristino delle pertinenze del Santuario e della foresteria.


EREMO DI MONTECASTELLO. Nel 1950 venne realizzato, su progetto del geom. Brunelli, il primo lotto, poi ampliato, della Casa per esercizi spirituali. Artefici principali dell'opera furono Pierino Ebranati (v.), don Enrico Soncini, parroco, e mons. Lorenzo Pavanelli (v.) oltre che amici di Montecastello e l'Azione Cattolica Bresciana. Posta la prima pietra nel settembre 1949, nel 1953 fu completata una prima parte. Una seconda parte fu costruita negli anni 1956-58 (compresa la cappella). Nel 1965 fu data sistemazione alla strada che sale dalla santella di Santa Libera: gran parte del fondo stradale fu cementato, così da rendere comodo l'accesso anche agli automezzi. La cappella venne affrescata da don Renato Laffranchi. Nel 1963, nella cappella venne tumulata la salma di Pierino Ebranati. La casa venne poi completamente ristrutturata negli ultimi anni.




L'ECONOMIA tignalese si è sempre retta su quello che Gabriella Motta ha definito un "microsistema atipico, punto di incontro tra paesaggio alpino e lacuale, tra pascoli, boschi di faggio, castagni, carpini, roveri nella parte più settentrionale, vite, ulivi e macchia mediterranea nelle conche e altipiani meridionali rivolti verso il Garda". Microsistema sviluppatosi tra antichi oliveti che, salendo dal lago, toccano ancora le frazioni di Piovere e Oldesio e che lasciano poi spazio ad un'agricoltura richiedente un duro lavoro dovuto alla terra avara. Permangono attualmente due aziende per allevamento di bovini allo stato brado. Esiste tuttora una malga in località Àngoi. Particolarmente vasti ancora nei primi decenni del '900 erano i boschi di castagno, quelli cedui e la coltivazione di alberi da frutto. I boschi davano fino agli anni Cinquanta buona quantità in carbone di legna. L'esistenza di piante di alto fusto fu ben rispettata tanto da indurre la Regione Lombardia ad allestirvi un vivaio, gestito dall'ARF (Azienda Regionale delle Foreste) fino al 2000. Diffusa ab immemorabili la vite, ora quasi scomparsa. Molto apprezzata la fabbricazione di grappa, specie quella prodotta dalla famiglia Bettanini, che D'Annunzio definì "rugiada delle Alpi", abbandonata negli anni '60, ma ripresa nel 1984, con una produzione media annua (2002) di 1200 bottiglie. Esistono boschi di latifoglie e pinete, frutto di rimboschimenti effettuati negli anni '30. Si trovano nelle località Bàit, Baragnöl, Boldìs, Calàvria, Campèi, Capelanìa, Cargaùra, Casaröle, Castignöle, Erte, Lunè, Mapa, Müghère, Natù, Nota, Orgiont, Pidoss, Pièmp, Piere, Pimperlè, Póse, Pramatè, Sabiù, Selva, Siclù, Stüblel, Tersanèc, Travàl, Troclèt, Visìne, ecc.


Nei secoli scorsi l'economia di Tignale era fondata principalmente sulla coltivazione degli olivi. Nel 1877 tale coltivazione copriva molti ettari di terra, con una media di 178 piante di olivo per ettaro, collocate per lo più al riparo del crinale roccioso di Piòvere nelle località Brüsca, Tase, Gas, Mela; ancora al Dos Deter, Grom, Piàsa, Sapèl, Scóle, Serèsa, Singrel, Sullevì, Traina. Dopo inevitabili crisi, attualmente si stima che le piante coltivate, affidate ad un centinaio di coltivatori, siano circa 14.000 su una cinquantina di ettari. Da pochi anni è stato avviato l'Oleificio di Gardola che ha la prerogativa di macinare olive da agricoltura biologica che producono un olio di eccellente qualità. Questo risponde a precisi requisiti che paiono graditi, oltre che all'attento consumatore, al mercato in generale. Nel 2002 sono state molite olive per kg 151.000, per una produzione di olio pari a l 27.967. Nel maggio del 2000 si teneva a Tignale la prima sagra dell'olio extravergine. Diffuse, lungo il lago e sulle coste che salgono fino a Piòvere e Oldesio, le limonaie, fra cui nota è quella del "Prato della Fame" (riattivata nel 1985 e gestita dalla Comunità Montana Parco Alto Garda, secondo i canoni dell'agrumicoltura gardesana). Particolarmente apprezzati e abbondanti erano i fagioli. Ottime le pere. Più recente è la coltivazione del tartufo nero. Già riscontrata fin dall'antichità (ne scrive diffusamente il Grattarolo nella sua "Historia") è stata ripresa recentemente. Nel 1997 si tenne a Tignale la "Giornata del tartufo nero pregiato" ed una mostra, iniziative ripetute in seguito ogni anno nel mese di ottobre. Praticata da sempre la caccia. Famose le passate di uccelli a Travàl. Altri roccoli si trovano nelle località Calavria, Fobia, Gaès, Màpa, ecc. In passato era sviluppata la pesca nel lago, in particolare di alborelle, cavedani, trote, carpioni. Ancora presente l'apicoltura.


Sulla fine dell'800, come annota Gabriele Rosa, "il commercio di esportazione era di carbone, legnami di castagno, per opera e per legna; corteccia di rovere; erba sommaco e rus per tintura; olio; uva, e circa 3.000 chilogrammi di bozzoli. Si importavano grani; commestibili, ed altre necessità comuni". In sviluppo negli ultimi 30 anni le attività artigianali, concentrate in parte nella zona tra Gardola e Prabione. Antiche le calchere, diffuse nell'Alto Garda fin dall'epoca medioevale, alle quali vennero sacrificati boschi intieri. La più nota è la calchera in località Stüblèl. Le fornaci esistevano in località Fornàss. Cave di tufo si trovano nella valle Tignalga. Come si è già accennato, nella prima metà dell'800 sorsero speranze per la scoperta di scisti bituminosi, studiati anche dal celebre Curioni. Abbandonate dopo alcuni decenni, le ricerche ripresero, per spinta del prof. Arturo Cozzaglio, nel 1917, con lo scopo di ricavarne idrocarburi. Resti di fucine, ma anche mulini, esistono ancora lungo la costa da Prabione a Pontesel, in località Mulì. Nel 1671 a Campione esisteva una "fiorentissima fucina di rame" del tignalese Stefano Parolini. Nel '700 poi i marchesi Archetti vi realizzarono una filanda e un filatoio, sul quale si innestò poi una grande industria della seta (v. Campione). Ancora nel '600 si fabbricavano panni che, come quelli di Salò, erano esentati dai dazi a Tignale. Il turismo si andò sviluppando lentamente dalla fine dell'800, prendendo piede soprattutto dopo la I Guerra mondiale, quando ebbero clienti gli alberghi Gallo e Beretta (poi Belvedere e Bellavista).


Tra i PERSONAGGI DI SPICCO è ricordato il sacerdote e poeta Bernardino Bardelli, arciprete a Gargnano, che pubblicò, per gli stampatori Sabbio, nel 1637, il libro "Sonetti spirituali"; don Bartolomeo Tamagnini, che lasciò memorie storiche sui primi anni del sec. XVIII; il prof. Pietro Roncetti, poeta e scrittore, autore di una raccolta di versi, dal titolo: "Impressioni"; l'organaro Giovanni Tonoli (1809-1889, v.), costruttore di decine e decine di strumenti musicali, nel Bresciano e fuori; il pittore Gino De Lai (1891-1960), che ha dipinto in modo del tutto originale le luci e i colori del lago.




PARROCI (dal 1785): Andrea Zaniboni (13 maggio 1785); Pietro Roncetti (10 agosto 1820); Pietro Roncetti (18 aprile 1854); Giuseppe Roncetti (24 luglio 1877); Domenico Triboldi (11 luglio 1883); Bartolomeo Zanelli (21 aprile 1913); Domenico Prenguber (4 marzo 1920); Benvenuto Socini (24 aprile 1945); Andrea Ravasio (1 ottobre 1966); Angelo Gozio (1 aprile 1985); Cesare Cancarini (1 aprile 1998).


SINDACI (dal 1945): Fruner Domenico (nominato dal CLN sezione di Tignale in data 27 aprile 1945); Mariani geom. Domenico (eletto in data 7 aprile 1946); De Mezzo Eugenio (3 giugno 1951); Triboldi Celestino (10 giugno 1956); Berardinelli rag. Battista (9 luglio 1975); Moro dott. Antonio (23 aprile 1995); Bonincontri arch. Manlio (13 giugno 1999).