SCUOLA e Scuole

SCUOLA e Scuole

Il termine latino medievale "schola" significò genericamente un gruppo di persone dedite ad un'attività organizzata (quali una corporazione di mestieri, una confraternita religiosa, ecc.). Nel suo significato più specifico finì poi con il corrispondere ad un'attività organizzata di insegnamento e al luogo in cui questo si svolge. Pochi sono i documenti, ma sufficienti, ad accertare la presenza di scuole private e di indole quasi familiare, secondo un costume educativo connesso con la "religio domestica" comune a tutte le popolazioni indoeuropee espressi nell'assioma "suus quisque parens pro magistro".


Ad un maestro celebre proveniente da Milano o da Como è dedicata una lapide di epoca romana rinvenuta a S. Bartolomeo ed ora nei Musei. Significativa è un'epigrafe che ricorda un certo Filippo studente bresciano, morto a Milano. In diretta relazione con la tradizione pedagogica è poi da ricordare la presenza in Brescia dei "collegia juvenum" di cui si trova la testimonianza in una epigrafe. Benché non siano state documentate istituzioni, tradizioni educative e scuole pubbliche e «sebbene, come rileva M. Agosti, non possa avere valore di documento la frase di Giovenale: «l'impero è tutto pieno di scuole e di discenti», sarebbe strano che proprio Brescia, cui Augusto aveva concesso l'onore del titolo di Colonia Augusta, non fosse stata emula di Roma anche nel favorire l'educazione privata e nel promuovere la diffusione della cultura con le scuole pubbliche». Del resto è largamente noto, agli inizi del sec. V, in tempi di grave decadenza l'apprezzamento del vescovo S. Gaudenzio formulato in ordine alla capacità di cultura del popolo bresciano. «Brescia rozza, ma avida di dottrina; povera di scienza spirituale ma commendevole per ardore di apprenderla». Se mancano riferimenti documentari plausibili dei tempi di decadenza dell'impero romano e delle invasioni barbariche, tuttavia l'esistenza di strutture burocratiche ed amministrative civili presenti anche nelle dominazioni gotiche e longobarde espresse specialmente nella curia (richiamate dal «cordusio»: esistente presso la chiesa di S. Agata), nella curia vescovile (presso le cattedrali di S. Maria e di S. Pietro De Dom) e la presenza di molti notai e scrivani di atti pubblici, specie a partire dal sec. VIII hanno fatto pensare all'esistenza di scuole anche di un certo livello. Travolte nello sfacelo delle istituzioni le poche scuole pubbliche e municipali, l'istruzione dovette appartenere quasi solo a classi ricche e potenti. Depongono per una presenza di scuole di buon livello culturale la provenienza da Brescia di quella che Paolo Diacono dichiara una «grande moltitudine» di nobili Longobardi fra i quali Rotari, Desiderio ecc. assurti a cariche prestigiose.


Ma è alla Chiesa che per secoli toccò principalmente il compito della trasmissione dell'istruzione e della cultura legata all'imperioso comando di insegnare alle genti per cui il concetto di "docere" si va fondendo con quello religioso di evangelizzazione. Con la costituzione dell'episcopato locale (sec. III) nasce anche a Brescia una di quelle scuole episcopali note attraverso documenti di Concili e sempre più disciplinate da decreti papali fino a quelli di Gregorio VII (1078) per cui la città dovette registrare un periodo di splendore per opera di Ramperto, facendosi centro d'irradiazione di quell'opera di evangelizzazione che nel periodo più felice della dominazione longobarda si era estesa, nonostante le difficoltà delle vie di comunicazione, alle parti alte della Valcamonica. Infatti nel sec. X poté sorgere quella pieve di Cemmo, la quale, forse, è la più antica della valle.


Lo sviluppo poi dell'organizzazione ecclesiastica dalla Cattedrale alle pievi e alle diaconie, poi alle parrocchie, comportò la ramificazione di scuole sempre più numerose e decentrate tanto da far scrivere a G. Giesebrecht: «Fin dall'ottavo secolo si può provare con documenti che, fra gli uffici del Parroco in Lombardia (e cioè in tutto il territorio allora occupato dai Longobardi, che equivale a quasi tutta l'Italia) vi era anche questo, di far scuola e d'istruire i fanciulli. Da quel tempo adunque non solo nelle città, ma anche nelle ville e nei borghi di campagna esistevano pubbliche scuole, nelle quali i fanciulli venivano istruiti nei primi elementi delle lettere, per cui come la cultura superiore, la conservazione e la rivalutazione della cultura classica e patristica trovava il proprio ambito nelle scuole delle Cattedrali e dei grandi monasteri, così la scuola dei poveri e dei fanciulli trovava consistenza, sviluppo e continuità nelle pievi rurali, nei priorati cluniacensi, nelle canoniche, anche le più periferiche". In pratica il parroco - come ha annotato il Guerrini - « doveva fare una vera scuola di scrittura, di lettura, di cultura varia, anche per ragioni di organizzazione e di reclutamento ecclesiastico, poiché mancando allora i Seminari, i chierici venivano scelti e preparati nei presbiteri, delle Cattedrali per il clero urbano, delle pievi rurali per il clero del contado. Si trattava quindi di una vera scuola primordiale, di contenuto religioso e pratico nella quale il Salterio costituiva il primo testo scolastico, dal quale si passava a Boezio e gradatamente a Sallustio, a Virgilio, a Cicerone, agli altri classici più difficili, a seconda delle capacità dei discepoli e della preparazione dell'insegnante. Tale rimarrà ancora l'ordinamento della scuola primaria nel sec. XV».


Significativo è il culto diffuso nel Bresciano dal patrono di tali scuole quali S. Cassiano e in seguito dal sec. XII anche S. Nicola di Bari. Le piste indicate da tali devozioni portano ad esempio - per ciò che riguarda il Bresciano - alla chiesa di S. Cassiano (distrutta non molti decenni fa e il cui portale si trova nella civica Pinacoteca Tosio Martinengo), che fu eretta nelle vicinanze della Cattedrale, presso la casa che il Monastero di Leno teneva in città. Presso tale chiesa esistette - probabilmente da circa un millennio, e fino al 1850 - una scuola, divenuta regolare scuola elementare. Il Guerrini è del parere che il toponimo di S. Cassiano, che si rinviene in tutti i principali possedimenti agrari del monastero lenese (ad Alfianello, ad Agnosine, forse anche a Zone e altrove), indichi sempre l'esistenza di una piccola scuola rurale, oppure di un beneficio che garantisse la continuità della scuola cittadina. La stessa indicazione viene dal culto, posteriore al sec. XI, di S. Nicola di Bari: a lui, oltre che i monasteri cluniacensi di Rodengo e Verziano, vennero spesso dedicati altari votivi, da maestri ed alunni che, fino al sec. XX, festeggiarono con solennità la festa del Santo il 6 dicembre. Prove palmari ed insigni di tale devozione sono le due pale d'altare conservate nella Pinacoteca civica: la prima di ignoto pittore bresciano, raffigura il maestro bresciano Giovanni Testori o Testorino che presenta al Santo i suoi scolari; l'altra, che è del grande Moretto e si trovava un tempo nella chiesa dei Miracoli, riproduce una simile scena.


L'esistenza di scuole primarie o elementari nelle pievi, nelle diaconie e poi nelle parrocchie, secondarie per gli aspiranti al sacerdozio, ed elementari e secondarie nei monasteri, indirizzate a futuri monaci e ad altri allievi ospiti, sono confermate abbondantemente dai Capitolari carolingi e dai Canoni dei Concili specie provinciali. Infatti, mentre con il Capitolare Olonnese (825) considerato la «magna charta» dell'istruzione laica, riprendeva la diffusione di scuole pubbliche di stato, il Concilio romano dell'826 incrementava e inquadrava le scuole vescovili plebanali e parrocchiali e quello di Pavia dell'850 rimarcava il diritto ai vescovi di istruire il clero (specie nelle scuole vescovili) e il popolo (scuole plebanali). Un altro Concilio romano dell'853 distingueva due ordini di insegnamento: uno, che assolutamente non si vuol far mancare neppure nelle pievi, ed uno liberale del trivio e del quadrivio, «il quale - a quel che si capisce - si era trovato il modo di non farlo mancare nelle sedi vescovili». Come ha scritto M. Agosti: «La capillarizzazione delle scuole parrocchiali nelle quali si compiva l'opera evangelizzatrice e formativa era destinata ad essere straordinariamente favorevole alla trasformazione della tradizione educativa bresciana in un senso toto coelo nuovo. Perchè, se è vero che, secondo una idea generica di educazione, la tradizione ha le sue lontane origini nelle popolazioni preromane, è anche vero che la sua qualificazione essenziale, in senso definitivamente cristiano, avviene in questo periodo».


Dal sec. VIII la scuola aveva trovato altri suoi capisaldi nei monasteri benedettini (S. Giulia, Leno, S. Faustino, S. Eufemia, S. Cosma e Damiano, S. Pietro in Monte Orsino ecc.) dove gli aspiranti alla vita religiosa erano chiamati anche "scholares" cioè scolari. Ma come è stato provato da studiosi quali U. Berliére, mentre nei monasteri rurali e in quelli di minore importanza con scarsità di personale, la scuola era soltanto interna, nei grandi monasteri vi erano delle scuole pubbliche, frequentate anche da fanciulli non destinati (oblati) alla vita religiosa ma pienamente liberi di tornare nel mondo; che sembra dovessero restare nel monastero, come in un convitto, durante tutto il tempo degli studi. In questa scuola veniva istruito e formato anche il clero secolare. Un diploma di Ramperto, vescovo di Brescia, in favore del monastero dei SS. Faustino e Giovita, in data 842, attesta che in Lombardia si continuava la tradizione di Dungalo e si chiamavano di Francia monaci, forse d'oltre mare, ad istruire nei cenobi non i monaci soltanto, ma il clero milanese e bresciano. Si sa che anche più tardi la abbazia di S. Gervasio (alla Badia a O di Brescia) teneva in città una scuola presso l'attuale santuario delle Grazie. Spente presto le istituzioni scolastiche pubbliche carolingie, continuarono a funzionare anche durante il X secolo le scuole vescovili, parrocchiali e cenobiali. «In Italia - scrive Viggione in "Gesta Chuonradi II" tutti vanno a scuola ...». L'organizzazione scolastica ecclesiastica evidentemente non sminuisce se in un concilio del 1056 si sente l'opportunità di porre fra le dignità anche il magischola, incaricato di rilasciare i permessi per l'insegnamento.


Nel sec. XIII le scuole dei monasteri benedettini passano, in parte, la mano a quelle dei nuovi ordini religiosi Agostiniani, Francescani, Domenicani, Carmelitani ecc. A potenziare la rete scolastica sono dal sec. XI i Comuni, sotto i quali, alle scuole vescovili e alle scuole libere, o private, che vivevano una vita stentata, s'andarono lentamente sostituendo le scuole comunali. Molte scuole libere, aperte da maestri privati nelle proprie case, furono poi mantenute dai comuni. I fanciulli imparano o dal maestro libero, se cercano il sapere pratico, o dalla scuola vescovile, se hanno scelto gli studi superiori di lettere e di teologia. Accanto alle scuole ecclesiastiche, che continuano a dare, come volevano i concili, l'insegnamento "gratis pauperibus", nelle libere scuole dei maestri laici, frequentate dai figli dei mercanti agiati, il sapere veniva dato dietro contratto e quasi mercanteggiato, come un valore impalpabile ma che rende ricchi più di ogni altra ricchezza. Una specie di scuola superiore efficiente poteva essere il Collegio dei giudici che oltre al compito di abilitare aveva anche quello di preparare e qualificare alla professione e che nel 1274 si fondeva con quello dei Notai e dei Medici.


Per facilitare la frequenza di studenti bresciani all'Università di Bologna nel 1326, il medico Guglielmo da Brescia fonda un Collegio bresciano per garantire l'accesso ai più bisognosi. L'esempio verrà imitato nel 1509 a Padova dal medico Girolamo Lamberti che apre agli studenti bresciani la sua casa in Padova. D'altra parte lo sviluppo della vita comunale dei paratici o corporazioni esigeva sempre di più notai, giudici oratori, contabili, scrivani, moltiplicando in tal modo maestri privati o pagati dal Comune, il cui nome è ricordato qua e là sia nel Liber Potheris Brixiae sia negli Statuti cittadini. «Nel complesso, come ha rilevato il Bonaglia, si tratta dell'istruzione tradizionale del trivio e del quadrivio, con differenziazioni aggiuntive per chi entra impiegato negli uffici comunali (notariato, dazi, giustizia, ecc.) o nelle corporazioni; chi intende proseguire gli studi superiori deve recarsi altrove, a Mantova, a Bologna e, più tardi a Padova o a Pavia, perchè Brescia non avrà mai uno studio universitario». Tra gli allievi usciti da queste scuole e poi divenuti maestri, noti per cultura e professionalità, basta citare personaggi quali Albertano da Brescia, Emanuele Maggi, Filippo Ugoni e i Vescovi Alberto da Rezzato, Berardo Maggi, ecc. Proprio per preparare professionisti esisteva in Brescia già prima del 1421 una Cattedra di diritto, riconosciuta ufficialmente nel 1422 da Filippo Maria Visconti.


L'interesse poi per l'istruzione spinse sempre più il Comune a sussidiare insegnanti a offrir loro l'esenzione da tasse. Tale privilegio viene concesso al bresciano de Alberti di Chiari nel 1388. Antonio Lodrini ha documentato abbondantemente sugli Atti del Consiglio Comunale sussidi concessi nel 1422 a tale Cristoforo Maistrini degli Orzi, nel 1423 a Balestrini di Cremona e ad un maestro di calligrafia per insegnare a «leggere e compone correntemente». Nel 1432 constatato in pubblico consiglio «che i cittadini letterati e sapienti fanno beata la città, ma che Brescia ne è sventuratamente quasi priva», Brescia accoglieva un nuovo maestro «dei piccoli e grandi» per l'insegnamento della Grammatica e della Rettorica. Sempre nello stesso 1432 il Comune di Brescia faceva venire, a sue spese, da Bologna un valente e famoso professore di lettere classiche, Tomaso da Camerino, il quale aprì scuola presso porta Bruciata e vi tenne frequentatissime lezioni dal 1432 al 1434, sostituito nel 1435 da Gabriele da Concorreggio, mentre già vi insegnava pure Cristoforo Maistrini da Coniolo. Nel 1436 veniva chiamato a Brescia un tale Benedetto da Firenze per l'insegnamento dell'aritmetica. Nel 1444 venivano assegnati 12 fiorini ad un maestro di calligrafia chiamato espressamente da Milano. Alcuni anni dopo (1445-1450) altri pubblici insegnanti venivano assunti dal Comune, Giovanni da Milano, maestro di scrittura; Bettino da Firenze ed Adamo Barbatella maestri di abaco, aritmetica e geometria; Cristoforo della Scuola, Agostino Scarponi ed Abele da Salò, professori di grammatica e retorica; Antonio Botani da Gottolengo, docente di materie giuridiche e così via, perchè la istruzione della gioventù ne derivasse benefizio. Gli studenti universitari bresciani, che prima affluivano di preferenza agli studi di Pavia e di Bologna, furono invece avviati, per ordine governativo, a quello di Padova. Ai frati di S. Domenico, che intendevano aprire in Brescia corsi di teologia, filosofia e logica, il Comune concesse, nel 1454, un sussidio. Privilegi (esenzione «ab omnibus et singulis oneribus realibus, personalibus et mixtis») venivano concessi ai maestri di grammatica e ai loro familiari dagli statuti di Brescia del 1447 (cap. 209). Fra gli umanisti ed insegnanti di prestigio si segnalarono Cristoforo Barzizza, Marino Becichemo, ma altri si distinsero quali: Giovanni, Antonio e Bartolomeo Partenio, Paolo Soardi, Pier Maria Bagnadore, Giovanni Calfurnio, poi docenti a Padova. Sulla fine del 400 grande prestigio godettero Giovanni Taveri o Taberio di Rovato (v.), al quale successe Marino Becichemo (v.). Ma come ha documentato Paolo Guerrini, il numero di maestri di grammatica e di rettorica è folto. Nel 1482 il Consiglio Comunale sussidiava la Scuola di filosofia del Convento domenicano; nel 1490 venne ideata una Scuola di Rettorica e di Filosofia, approvata solo dieci anni dopo. Sempre più numerose sono le scuole aperte anche in provincia da quelle di livello medio superiore di Salò, già nominata nel 1396, ai corsi di studi classici funzionanti a Chiari nel 1420, dove nel 1500 si propone l'assunzione di un maestro «moribus gravem et doctrina probatum». A Bagnolo M. nel 1476 insegna Taddeo Mazzoni detto il Valgoglio, nel 1505 il notaio Girolamo di Castenedolo e via via altri maestri del 1512, 1521, 1528 ecc. Maestri di Grammatica sono segnalati a Capriano nel 1560 e 1583. Nel 1516 il parroco Lizzardi fondava a Gambara un Istituto elemosiniero per mantenere in canonica una scuola che continuò nei secoli. Un professore di grammatica e notaio del comune, Federico Aquilina di Saiano era presente a Carpenedolo nel 1457; nel 1470 vi abitavano due maestri: Bertoldo Martinengo e Giacomo Tosani. Una Scuola di grammatica latina di notevole livello venne aperta da don Pietro Tomasi nel 1460 nell'aprico Vione in Alta Valcamonica frequentata anche da forestieri e trasformatasi poi nel 1566 in Accademia che durò fino al 1705.


Lo sviluppo dell'insegnamento scolastico si andò accentuando specie negli ultimi decenni del '400, dopo lunghi periodi di guerra, trovando i suoi punti di forza nell'Umanesimo e nel Rinascimento che ebbero ad introdurre una nuova concezione dell'uomo posto al centro di ogni considerazione. Nel 1500 il Consiglio speciale della città istituisce una scuola di "humanae litterae" con maestro pagato dal comune, che fu Giovanni Taberio (1501-1502), ritiratosi a vita privata due anni dopo per polemiche insorte nei suoi riguardi. Tutto ciò prova, come ha scritto Paolo Guerrini, che «fuori di Brescia non mancavano buone scuole private, aiutate talvolta dai comuni con piccoli sussidi ai volonterosi maestri che le tenevano aperte. Ogni borgata di qualche importanza aveva i suoi maestri, e in alcune borgate - come a Rezzato e Urago d'Oglio - si tenevano Accademie, cioè collegi di educazione e di istruzione, che ebbero larghi consensi e momenti di vita floridissima. Ricordi di scuole private e pubbliche si trovano a Rovato, a Orzinuovi, a Quinzano, a Lovere, a Pralboino, a Pontevico, a Lonato e a Desenzano, ivi aperte e fiorenti nei secoli XV e XVI. Rinomanza ebbe la scuola francescana dell'Isola di Garda dove soggiornò S. Bernardino da Siena. Ma anche in borgate di minore importanza non mancano tracce di antiche scuole e di maestri di grammatica, ricordati incidentalmente da atti del comune o da istromenti privati. Una ricerca attenta, che si tentasse in qualsiasi comune, darebbe sicuramente un manipolo più o meno abbondante di notizie sull'insegnamento scolastico, non inutile contributo alla storia della scuola». Il movimento di insegnanti da un luogo all'altro si fa sempre più intenso. Si segnala, ad esempio, lo spostamento di Andrea de Mercadanti da Chiari a Brescia, Giacomo Beretta da Salò a Desenzano e poi a Brescia, Pietro Lazzaroni da Chiari a Pavia.


Non sempre i consigli comunali ebbero i mezzi o l'intenzione di mantenere insegnamenti pubblici e pure, proprio negli statuti comunali, che ci sono pervenuti, abbiamo le attestazioni più antiche di una discreta attività d'insegnamento. A Chiari insegnarono per decenni i componenti di una sola famiglia, i Longolo, due Giovanni, due Pellegrino, un Clemente, un Niccolò; a Chiari, commentò Virgilio con larga fama e una passione che lo portava ad insegnare sempre e dovunque, anche per le vie, Giovanni Oliveri, maestro dei tre fratelli di Laura Cereto, che nel 1493 si assunse come aiuto e ripetitore Giovita Rapicio; a Chiari, a fine secolo, insegnò Angelo Claretto, maestro del Sabeo. A Salò tenne cattedra Bartolomeo Partenio detto il Benacense, commentatore di Livio e di Tucidide, giureconsulto, letterato, poeta; vi ebbe fama Gianfrancesco Boccardo detto Pilade: abbiamo di lui una supplica del 1489 in cui offre al Comune i propri servigi d'insegnante, supplica accolta più tardi, nel 1493, con uno stipendio di dodici ducati annui, revocati poi l'anno seguente come una spesa che il Comune non poteva sopportare; commentatore di Plauto e di altri classici latini, grammatico consapevole dei meriti dell'età nuova e, con una certa sufficienza dei limiti del passato, che ritrovava nel Dottrinale di Alessandro di Villadei. A Rovato nella seconda metà del Quattrocento si stipendiavano pubblicamente quattro professori, e altre scuole fiorivano a Palazzolo, la patria dei Britannico; a Quinzano, la patria della famiglia Conti, uno dei quali, padre dello Stoa, tenne scuola anche a Brescia; a Bagnolo, a Lonato, a Fiumicello, ove fu notissimo Andrea Rabirio, a Verola, ove Pietro Totto, cognato di Mattia Ugoni nemico dei Gambara, ebbe l'ostilità della potente famiglia, e ove insegnò pure Vincenzo Zini, discepolo di Ruffo e di Terenzio, prima di passare ad altre città, a Brescia, Roma, Ferrara.


Superato un nuovo periodo di guerra dal 1508 al 1515, il Consiglio di Brescia stanzia sempre più fondi per pagare insegnanti di retorica, varia umanità e istituzioni civili. Anzi, il 16 settembre 1519 in una provvisione del comune si esalta il valore delle lettere e si prendono provvedimenti per una nuova regolare ripresa dell'insegnamento: provvisioni che si ripetono nel 1545 e nel 1563 ma che, appunto perché continuamente ripetute, dimostrano come i provvedimenti presi non fossero riusciti né sufficienti né felici: e significativa è l'abolizione del privilegio dell'esenzione fiscale per i maestri, decisa a metà secolo. I documenti si fanno ora più ricchi, e i lunghi elenchi di grammatici, cioè di maestri, del tempo, che ci sono pervenuti dimostrano, come la cultura si fosse fatta comune e capillare; né mancano episodi illustri come quello della cattedra di diritto fondata per il lascito di Altobello Averoldi, o delle scuole pubbliche create presso l'Ospedale Maggiore per il lascito di Carlo Bornato, scuole ove insegnarono Nicola Inama e Bartolomeo Garzoni.


Nel frattempo continuarono a fiorire le scuole ecclesiastiche, di antica tradizione, come quella dei domenicani o dei francescani, o quelle nuove, a San Faustino, a Santa Eufemia, a San Nazzaro, presso la prepositurale di San Lorenzo ove insegnò a metà secolo forse lo stesso Tartaglia, alla cattedrale, ove la scuola capitolare, pubblica e gratuita, ebbe maestri noti, come Bolognino Bolognini, e statuti rigorosi, che ne dimostrano insieme il regolare funzionamento ma anche la modestia di interessi culturali. I nomi di tre maestre ricordate come insegnanti nella parrocchia di San Giorgio ha fatto avanzare al Guerrini anche l'ipotesi di una scuola femminile. Mentre a Venezia Giovita Rapicio, creato poi nel 1538 cittadino di Brescia, organizzava un completo pubblico ordinamento scolastico, in Brescia lettori e professori di retorica, umanità ed istituzioni civili venivano di cinque in cinque anni assunti dal Comune; il vescovo Altobello Averoldi (morto il 16 novembre 1531) lasciava una grossa somma di denaro perché lezioni di diritto fossero tenute a cura del Collegio dei giudici, frequentatissime; maestri di grammatica, sovvenzionati dal Comune, insegnavano ai giovani di povere condizioni economiche ed altri maestri istruivano i fanciulli nel convento di S. Francesco, mentre in ogni casa patrizia o benestante erano accolti precettori privati. Numerosi sacerdoti in città e soprattutto nei paesi del territorio "tenevan ragazzi a dozzina", incaricandosi della loro istruzione.


Spia dell'intensa e vasta opera di istruzione e di scolarizzazione è il diffondersi della stampa della quale è pioniere un maestro di scuola, il prete Tomaso Ferrando, ricordato in documenti del 1472. Classici, manuali, libri di carattere popolare, indicano il diffondersi di varia cultura ai più diversi livelli. La scoperta che l'ignoranza è anche causa di decadenza morale e religiosa, spinge ecclesiastici e laici a porvi rimedio con scuole per il popolo. Nel 1532 con il sostegno di Agostino Gallo, Giampietro Averoldi, Giacomo Chizzola ed altri, S. Girolamo Emiliani fonda la prima scuola popolare gratuita aperta ai fanciulli poveri della città, tenuta prima in Duomo vecchio poi nell'attiguo Battistero. La scuola di S. Girolamo Emiliani si impose talmente che il Consiglio Comunale, dieci anni dopo, stanziò sussidi prima ad uno, poi a due maestri, ordinando che venisse ampliato il battistero di S. Giovanni Battista per accogliervi un numero maggiore di fanciulli. Una scuola esisteva anche presso l'Ospedale Grande, che accogliendo ogni anno 400 esposti, aveva cura di istruirli nel leggere e scrivere, avviando a studi superiori i migliori. Lo stesso avveniva nell'Orfanotrofio della Misericordia e nelle altre Opere Pie nei quali, assieme alla dottrina cristiana, i fanciulli imparavano a leggere, scrivere e far di conto. A S. Girolamo Emiliani si deve anche l'avvio di una vera e propria istruzione professionale generalizzata per tessitori, sarti, calzolai, falegnami. Pochi anni dopo, nel 1535, con la fondazione della Compagnia delle Dimesse, S. Angela Merici promuove l'istruzione femminile. In campo educativo si distingue nel 1550 la Congregazione dei Padri della Pace, avviata da p. Francesco Cabrini, che realizza il primo oratorio filippino bresciano detto della Pace. Un ruolo di grande rilievo culturale venne sostenuto dal Seminario diocesano fondato dal vescovo Bollani nel 1563, affidato agli stessi Padri della Pace e in seguito ai Somaschi. Seminari locali furono quello di Salò, fondato nel 1595 dal conte Sebastiano di Lodrone, quello di Lovere, cui si accenna in un documento del 1531, quello di Vione, quello di Montichiari, e più tardi quelli di Chiari, Corteno, Morgnaga e altri. L'anno appresso la fondazione del Seminario, nel 1564, i Gesuiti aprivano nell'ex monastero di S. Antonio di Vienne detto Viennese un loro collegio che avrà notevole successo non solo a Brescia, ma per vaste altre terre.


Nell'ambito della Riforma cattolica che prevenne lo stesso Concilio di Trento anche a Brescia compaiono nel 1558, chiamati dal vescovo Durante Duranti, gli «operai della dottrina cristiana», della Compagnia «delli servi de' puttini in carità» fondata nel 1540 dal prete comasco Castellino da Castello, che viene trapiantata a Brescia sotto il nome di «Institutione Christiana» della quale fu animatore infaticabile della Dottrina Cristiana il vescovo mons. Bollani, coadiuvato da padre Francesco Cabrini, e da altri ancora. L'8 agosto 1563 il Superiore Generale della Dottrina Cristiana a Venezia scriveva: «Bressa è ben fornita di schola per fiolini et fioline». Scuole indirizzate anche ai bimbi poveri e alla loro assistenza materiale. Prosperava ancora nel sec. XVI la scuola capitolare di musica e di lettere regolata dal paragrafo XVIII dal titolo: «De magistris et aliis ministris tenendis» degli Statuti del capitolo mentre ancora nel 1584 e in seguito sono rimasti contratti intitolati: «Conductio magistrorum gramaticae». Il rilancio più continuo e ampio delle scuole parrocchiali si ebbe con il Concilio di Trento. Nella quinta sessione, deplorata la decadenza dell'istruzione catechistica, esse venivano rilanciate assieme all'istruzione di base, stabilendo che «anche nelle chiese poco frequentate ove non si potesse leggere la Scrittura, almeno si deputasse all'insegnamento dei chierici e degli scolari poveri un maestro di grammatica» creando con ciò vere e proprie scuole gratuite aperte a tutti, mentre per l'avviamento agli ordini sacri venivano aperti seminari. L'istruzione nel «santo timor di Dio, di leggere e scrivere e far di conto» si diffusero sempre più capillarmente. Particolarmente valida l'attività del ven. Alessandro Luzzago appassionato catechista ma anche di metodi estremamente educativi e formativi. A lui, tra l'altro, si deve la fondazione di una Congregazione di studenti intitolata a S. Caterina.


Disposizioni circoscritte intorno alle scuole, ai maestri, ai libri, sono contenute nel capo I delle Costituzioni Sinodali promulgate dal vescovo Bollani nel 1575: «la disciplina scolastica lasciata qui alla libera iniziativa dell'insegnante, veniva completamente assoggettata all'autorità parrocchiale, e il parroco doveva invigilare sull'insegnamento pubblico e privato, esigere dai maestri il giuramento o professione di fede ortodossa, minacciare pene canoniche, o fare denuncie formali alla Inquisizione se i maestri permettevano o insinuavano la lettura di libri perniciosi, contro la fede e il buon costume». Ogni anno poi, la prima domenica di ottobre, i parroci dovevano leggere un «editto» intorno ai doveri dei genitori e dei maestri. Sui maestri vigilava la curia vescovile come indica un elenco degli stessi suddivisi per parrocchie trovato da Paolo Guerrini nell'archivio della Curia arcivescovile di Milano, da lui pubblicato nel 1921 nei «Commentari dell'Ateneo di Brescia». Negli atti delle visite pastorali, infatti, specie dal '600 in poi, sono registrati nelle parrocchie di una certa consistenza, legati cappellanie per scuole soprattutto elementari, non escludendo scuole di livello superiore. Negli atti si conoscono nomi di maestri e maestre. Difatti è soprattutto nelle parrocchie che si sviluppa l'istruzione popolare. Diventano sempre più numerose la piccole scuole parrocchiali, promosse o favorite da legati, che hanno lo scopo di mantenere, anche nelle frazioni più sperdute o nelle chiese sussidiarie, un sacerdote che celebri i divini misteri e che abbia anche il compito specifico di insegnare a scrivere, leggere, far di conto, ai bambini del luogo, magari dimostrando poi i risultati ottenuti con un «saggio» finale. Così, mentre si diffondeva anche il qualificato impegno pedagogico dei nuovi grandi Ordini religiosi, come quello dei Gesuiti, dei Somaschi dal 1643, e di altri ordini religiosi - che si dedicavano però soprattutto all'istruzione delle classi più socialmente elevate e tenevano collegi ad alto livello - nel Bresciano si moltiplicavano presso le singole canoniche scuole e piccoli seminari che, oltre a incoraggiare e formare futuri sacerdoti, dispensavano istruzione anche alle categorie sociali meno abbienti e qualche volta anche indigenti. A sostegno di tutte quelle piccole scuole si ritrovano soprattutto lasciti di sacerdoti e laici. Questi potevano presentarsi in più versioni: in certi casi erano specifici perché si tenesse una classe di fanciulli; altre volte erano commissarie che dopo aver adempiuto agli oneri di culto dovevano versare il resto per il mantenimento del maestro; altre volte ancora erano obblighi che gravavano su grandi eredità lasciate alle maggiori istituzioni benefiche, come l'Ospedale Grande, che dovevano stralciare una quota fissa per una determinata scuola. Tra le altre beneficenze, nel 1617, ad esempio, Moretto Moro di Gargnano lasciava tremila lire planet col frutto delle quali si potesse mantenere un «maestro di grammatica» a Gargnano. Sempre a Gargnano don Giacomo Apollonio, ex bibliotecario della Queriniana di Brescia, legava alla Congregazione di Carità una somma ragguardevole che permettesse il mantenimento di due giovinetti poveri del luogo in un istituto di Brescia «per apprendervi un'arte meccanica». Nel 1700 il parroco di Pontoglio don Francesco Donati predisponeva un legato per provvedere di insegnanti i ragazzi della Parrocchia.


Dalla fine del '500 si andarono diffondendo anche le scuole «di umanità e di retorica» equivalenti a quelle che saranno poi i ginnasi. Scuole del genere vengono aperte a Chiari, a Desenzano, a Lonato, a Orzinuovi, a Timoline, ecc. Nella sola Valcamonica nei sec. XVI-XVII ne esistevano una quindicina non solo in centri popolosi come Breno, Borno, Edolo ma anche in minori come Esine e Malonno. Da un quadro sommario della situazione scolastica del 1600, già percorso da crisi economico-sociali che porteranno alla caduta della Repubblica Veneta, riassunto da Francesco Capretti in «Mezzo secolo di vita vissuta a Brescia nel Seicento», risulta che «I bambini dai tre ai sette anni, imparavano a leggere con una specie di carte da giuoco che si stampavano a Venezia, e sulle quali erano impresse le lettere dell'alfabeto. Giunti all'incirca ai sette anni erano di solito consegnati a un prete cappellano o pedagogo, che abitava in casa e che provvedeva alla loro prima educazione o istruzione e li accompagnava fuori, fino a che raggiungevano l'età richiesta per essere accolti in un collegio» o in scuole o presso maestri privati per proseguire gli studi classici o sacri nel Collegio dei Gesuiti a S. Antonio oppure, come sottolinea sempre il Capretti, «potevano, se di idee e di fortuna modeste, ma appartenenti a famiglia nobile, far pratiche e pratica per essere ammessi nel Collegio de' Notai, ovvero, se di aspirazioni più ambiziose, o meglio provveduti di ben di Dio, ottenuto il dottorato presso un qualche Studio pubblico (Università) e superato in patria uno speciale esame, essere accolti nel Collegio dei Dottori che godeva di maggiori privilegi e di più ambite onoranze. I figli del basso popolo - quelli dei cittadini (cioè di coloro che non erano né nobili, né mercanti, né artigiani) e dei mercanti, potevano ricevere istruzione in qualche scuola da maestri privati - crescevano in gran parte ignoranti. Solo il clero, cioè quella parte di esso veramente conscia dell'eccellenza del proprio ministero, e nel modo che allora si riteneva conveniente, procurava di farli venire su meno ignoranti e meno cattivi, e sviarli dal darsi a fare il "bravo", professione allora rimunerativa, a farli guardare in alto, perché non servivano certamente a renderli buoni i mali esempi e le prepotenze della nobiltà, che a Brescia, cui sempre talentarono le armi, era, nei secoli XVII e XVIII, anche più prepotente che altrove». Un ruolo importante ebbero gli Orfanotrofi maschili e femminili i quali, oltre ad insegnare a leggere e scrivere, addestravano anche all'esercizio di mestieri e di abilità manuale.


Nel 1634, anche a riparare la chiusura del Collegio di S. Antonio dei Gesuiti, veniva fondato dal nob. Francesco Peroni un collegio, che prese il suo nome, dove venivano insegnate Grammatica, Umanità, Rettorica, Logica e Sacre Scritture. Nel 1657 dopo mezzo secolo riprendeva vita il Collegio dei Gesuiti che nel 1660 prendeva il titolo di Collegio dei Nobili e che per l'incremento di alunni nel 1670 aprì nuove scuole alle Grazie accogliendo celebri maestri e alunni provenienti da fuori Brescia. In recupero sia pur lento era l'istruzione e educazione delle fanciulle. Ad esse, se di famiglie benestanti, continuavano a dedicare la loro attività i monasteri femminili (S. Giulia, S. Chiara. SS Cosma e Damiano) con collegi femminili per lo più interni, ai quali se ne affiancarono altri come il Collegio delle Mazze (o Maggie), aperto nel 1629 anch'esso frequentato da giovani del patriziato e della borghesia. In provincia, a Castegnato, nel 1654 Giulia Bocca apriva una scuola, diventata poi un collegio femminile approvato nel 1730 dal doge di Venezia; era diretto dalla signora Elisabetta Luraga e situato nella casa di cura ora delle suore. Esso dava frutti così apprezzabili, che le fanciulle vi convenivano anche dalla città; passò poi alle suore Orsoline Dimesse, e continuò la sua attività fino alla venuta di Napoleone. Alle «figlie del popolo» oltre che le maestre delle scuole parrocchiali, dedicarono sempre più attenzione in città e in provincia (Rovato, Verolanuova, Quinzano ecc.) le Dimesse che nelle loro case istruivano, oltre che nella dottrina cristiana, a leggere e a scrivere. Ma sempre più frequente si manifestava anche l'iniziativa privata: nel 1628 la nob. Polia Offlaga fondava a Brescia, una scuola gratuita «per i figlioli dei poveri», e un'altra simile ne fondava a Cazzago S. Martino: due scuole che ebbero lunga vita. Intanto si faceva sentire sempre più l'esigenza di scuole pubbliche. È del 1615, in seguito alla prolungata chiusura del Collegio di S. Antonio, dopo l'allontanamento dei Gesuiti nel 1606, un deciso pronunciamento sul diritto alla scuola presentato al voto dal Consiglio Generale da parte dell'abate (oggi si direbbe sindaco) Francesco Porcellaga. Egli ebbe ad affermare che: «Il ritrovarsi questa città nella maggiore strettezza che mai di soggetti i quali siano sufficienti per ammaestrar la gioventù inclinata ad esercitarsi et aprofitarsi nelle lettere non solo è di molto travaglio a quei cittadini che vorrebbero vedere i loro figliuoli incamminati nelle virtù, ma anche deve premere molto a chi ha l'occhio al ben universale...», indiceva pubbliche lezioni, da tenersi nell'ex Collegio di S. Antonio, di grammatica, umanità, retorica, sacra scrittura et istituta da uomini litterati, i quali siano condotti per anni tre continui, facendo eleggere Gio. Battista Fisogni e Lorenzo Averoldo per provvedere insieme con Bartolomeo Stella, delegati dall'ospedale, alla nomina dei maestri, che finalmente furono anche scelti e fissati, dopo di averli però sottoposti ad un vero e proprio esame scritto ed orale, nel quale ciascuno degli eletti dovette dare prova della sua valentia. Cominciarono così a S. Antonio di nuovo le pubbliche letture per conto del Comune ed il risultato non fu certo negativo se, compiuto il primo triennio di prova, si deliberò di continuare per altri tre anni non solo, ma di aggiungere alle altre lezioni anche delle Istituzioni di diritto. Il lettore di queste «doveva essere del collegio dei legisti e nominato dal collegio stesso, dovea leggere una volta al giorno nella stessa scuola di scrittura sacra». Questa specie di scuola continuò per anni almeno fino al ritorno dei Gesuiti nel 1657. Come ha voluto sottolineare Marco Agosti «siamo agli albori di coscienza del diritto alla scuola sia pure limitato alla gioventù inclinata agli studi letterari». Del resto scuole pubbliche comunali nascevano anche in provincia come a Bagnolo M. (dove una scuola comunale veniva fondata con formale deliberazione del 1694 rinnovata il 28 ottobre 1709), a Chiari, a Rovato, a Desenzano, a Salò ecc. Riguardo a queste sono di notevole interesse le citate deliberazioni adottate nel 1706 a Bagnolo M. con le quali si dispone «che i maestri possino dar vacanza tutto il giovedì nell'estate» (la scuola iniziava dopo i Santi e terminava l'ultimo giorno di agosto); «che i maestri debbano in sua vece sostituire altra persona abile a tal officio; che i maestri siano obbligati alli scolari il leggere, scrivere e cunteggiare come anche la Grammatica e la Prosodia sino al segno di portar gli scolari alla scuola superiore dei rev.di Padri Gesuiti di Brescia» e di seguito «che li maestri debbano ritrovarse in scola per tempo e sieno obbligati a insegnar a quelli scolari che sono contribuenti con la Spett. Comunità» ed infine «se qualche scolar fosse consueto discolo e che non volesse star all'obbedienza dei maestri; che li medesimi sieno obbligati a darne parte alli signori sindaci per quelle risoluzioni che stimeranno migliori».


Veicolo di cultura, a sostituzione spesso della scuola vera e propria, continuarono anche nel '700 ad essere le Accademie che, sotto i più diversi nomi, si svilupparono particolarmente dal sec. XVI. Tra queste basta citare l'Accademia degli Erranti, sorta nel 1619 nella quale si discuteva di letteratura, scienza e filosofia e dove si tenevano gare e concorsi. Comunque, come ebbe a scrivere Luigi Francesco Fe' d'Ostiani: «Fino al 1774 la città nostra non ebbe mai vere scuole pubbliche, cioè a tutti aperte e per tutti gratuite. Conduceva bensì dei maestri facendoli venire anche da altre città, retribuiva loro una pattuita mercede con l'obbligo di insegnare gratuitamente a chi non aveva beni di fortuna, ma rare volte allestiva case o stanze per uso di scuola, non dettava regolamenti o programmi, lasciava al maestro libertà d'insegnamento e d'orario, ed essa limitavasi solo ad una ben larga sorveglianza». Soppressa nel 1773 la Compagnia di Gesù, e chiuso il loro Collegio, la pressione dell'opinione pubblica bresciana costrinse la Repubblica Veneta a rinunciare ad ogni incameramento di beni del Santuario e dello stabile, per permettere l'istituzione di un «Collegio pubblico» aperto il 7 gennaio 1774 e comprendente scuole elementari e superiori. A S. Antonio dopo la partenza dei Gesuiti apriva un collegio privato l'abate Gaetano Maceri.


Alla caduta della Repubblica Veneta, funzionavano in città le seguenti scuole di tipo ginnasiale: il Pubblico Ginnasio delle Grazie (gestito dal Comune dal 1774, dopo la soppressione dei Gesuiti), con otto classi e 280 alunni nel 1794; il Collegio Convitto di S. Bartolomeo (diretto dai Padri Somaschi) con 116 alunni nel 1796; il Collegio Convitto di S. Antonio con 56 studenti nel 1796; il Collegio Peroni. In provincia vi erano scuole qua e là nei centri maggiori (Quinzano, Ghedi, Gambara, Leno, Gardone Val Trompia, Salò, Montichiari, Lonato, Desenzano, Chiari, Palazzolo, Iseo, Rovato, Darfo, Breno), gestite in prevalenza dal clero, alcune anche con il ginnasio superiore. Quanto alle scuole elementari cittadine, che allora si chiamavano della Santa Croce, lo stesso Fé D'Ostiani ci fa sapere che «erano tutte private, così le maschili come le femminili » e che « in esse non si imparava che a leggere l'italiano ed il latino, il catechismo, a scrivere ed a far conti». Queste scuole - continua il solerte cronista - «vivevano sotto la sorveglianza dell'autorità ecclesiastica, ragione per la quale potei rinvenire, nell'archivio della Curia Vescovile, che nel 1795 insegnavano in Brescia gli elementi di lettere 36 maestri e 27 maestre non compresi i docenti nei monasteri e Pii Istituti».


Un capovolgimento della situazione scolastica si ebbe con la Rivoluzione bresciana del 18 marzo 1797. Oltre che introdurre e imporre le idee della Rivoluzione francese, il Governo provvisorio che ne derivò ebbe il merito, oltre quello di affermare il diritto di tutti all'istruzione scolastica, anche quello di diffondere e più largamente inquadrare l'istruzione e di organizzarla secondo schemi precisi e aggiornati coi tempi. Come scrisse M. Agosti, «dal punto di vista della tradizione pedagogica, il periodo del predominio francese si caratterizza anche da noi soprattutto come sforzo di attuare, mediante la scuola pubblica, una nuova coscienza civile e civica» che porterà poi a ritenere fondamento delle Comunità Civili e dello Stato «l'istruzione obbligatoria e, dove le condizioni sociali lo esigano anche gratuita, assumendosi il correlativo dovere di istituire scuole pubbliche a integrazione delle private in numero adeguato alle esigenze della popolazione. A sua volta, il diritto-dovere dello Stato di aprire scuole pubbliche si è venuto costituzionalmente conciliando con la libertà di insegnamento, nella quale ogni coscienza politicamente matura identifica la libertà fondamentale, cioè a dire quell'aspetto della vita democratica che condiziona tutti gli altri, essendo la libertà d'insegnamento figlia della libertà di coscienza». Durante il periodo della Repubblica e del Governo provvisorio bresciano (18 marzo-30 novembre 1797) con spinta tendenzialmente centralizzata e laicizzante a danno di istituzioni locali (supportate da legati) e della scuola privata, specie di matrice ecclesiastica, venne imposto un piano delle scuole primitive o popolari presentato dal Comitato della P.I. presieduto da Gaetano Maggi, da estendere sopra tutta la massa del popolo, sia per quanto riguarda il contenuto, l'«oggetto» «che deve essere il più utile», sia per quanto riguarda il metodo, «che deve essere il più facile» come è chiaramente espressa nel capitolo introduttivo di questo documento. Nel secondo capitolo si precisa che «l'oggetto più utile si è il leggere, lo scrivere, le prime operazioni dell'aritmetica, e l'istruzione civico-morale». Fin dal 1° agosto 1797 il Comitato di Pubblica Istruzione consegnava al Governo il «Piano delle scuole» dallo stesso approvato il 24 agosto 1797 con l'istituzione di scuole elementari pubbliche o primitive: cento furono stabilite nei paesi più importanti; ai comuni di oltre 600 abitanti il Comitato esecutore assegnava maestri regolarmente approvati; per i comuni più piccoli l'incarico dell'insegnamento veniva affidato ai parroci. Il 25 settembre dello stesso anno il Governo approvava il Piano delle scuole maggiori e del Ginnasio. A sostegno finanziario di questo organigramma venne il 30 settembre 1797 dal Comitato di Vigilanza il suggerimento, subito accolto, di sopprimere tutte le «unioni di peculiari corporazioni, discipline, confraternite, benefici e legati sotto qualunque denominazione introdotte o dal pregiudizio o dalla superstizione, molte volte ancora dall'interesse, non siano che tanti piccoli ostacoli che si oppongono alla marcia de' lumi ed interessi generali, che conducono al vero punto di una stabile e semplice democrazia» conglobandone (con decreti del 30 settembre e del 31 ottobre 1797 completati nel 1802) i beni in una Cassa della primaria istruzione, trasformata poi in Stabilimento scolastico provinciale. Il Governo tuttavia riconosceva la scuola privata, eccitando anzi «lo zelo di que' Cittadini, che s'impiegano in opera di tanto pubblico bene. Dovrà però chiunque volesse aprir scuola renderne prima intesa la Municipalità del luogo, e seguire i metodi che vengono dalla Nazione prescritti, perché tutti tendenti a formare una istruzione che sia uniforme» (art. 18). Tali scuole venivano poste sotto il vincolo di un Regolamento governativo.


Il Piano del Comitato della P.I. presentava e il Governo provvisorio sanzionava «l'introduzione di scuole utili per migliorare la condizione de' nostri Cittadini e il modo di diffonderle, salve le giuste convenzioni all'economia nazionale» (art. 2). «Due classi di studi maggiori, oltre al Ginnasio per formarne scuole intermedie tra le scuole primitive e il Ginnasio, acciò la Pubblica Istruzione possa migliorare relativamente al bisogno» (art. 22). Questa scuola era, nella sostanza, un tipo di scuola media inferiore unica, la quale però, a differenza di quelle venute poi nel tormentato settore immediatamente successivo alle elementari, era intimamente connessa con le normali: «Un giovane che abbia passate le scuole primitive - precisava il testo del Piano - può tosto essere ammesso a questa classe di studi (la prima), attesa la semplicità e facilità alle quali si erano presentemente ridotti... » (art. 8). Il Ginnasio veniva riservato al solo capoluogo e doveva combinare «l'unione degli studi più elevati ed interessanti» con «l'utile ed economico (art. 1) quali la moralità civile, il diritto politico in tutta la sua estensione, il diritto civile e criminale, le materie di gusto, lo studio della natura sono le basi del vero ed utile sapere, e formeranno il soggetto del ginnasio» (art. 2). Ma quale prevaricazione, dettata dall'emergente spirito anticlericale, il Comitato decideva di «non separare dal ginnasio gli studi ecclesiastici, essendo di vero bene politico che questi sieno immediatamente sottoposti alla sopraveglianza della Nazione. Cittadini, conviene allontanare le questioni degli ecclesiastici, conviene rendere uniforme la loro dottrina, conviene regolare i loro studi, onde meglio intendano i doveri sociali combinati a quelli del loro sacro ministero; e in tal modo questi Funzionari li avrete veri ministri della pace, e dell'ordine pubblico. Ciò posto, ecco il piano del ginnasio, che vi rassegna il vostro Comitato» (art. 3). Tale invasione della autorità dello Stato nell'ambito della Chiesa nella formazione dei propri ministri portò alla soppressione del Seminario Vescovile. Per non parlare poi, secondo un astratto progetto illuministico, della pletora di cattedre e di materie del ginnasio, da costituire una vera «Universitas studiorium» lontana da ogni pratica ed oggettiva realizzazione. Sfumate, imprecise erano, inoltre, le linee di un Collegio Nazionale, mentre un discorso a sé costituiva la riforma del Teatro (v. Teatro Bresciano), ed una «Società patriottica di pubblica istruzione» che doveva adempire a compiti di censura, di istruzione (propaganda, discorsi ecc.) di beneficenza, di ispezione ecc.


Un nuovo ordinamento scolastico, emanato dalla seconda Cisalpina il 5 gennaio 1801 (16 nevoso dell'anno IX), accentua il decentramento scolastico affidandolo ad ogni singola municipalità prescrivendo che «in ogni circondario designato col nome di parrocchia venisse stabilita una Scuola primitiva, che la municipalità ne assegnasse il locale o nella canonica del parroco, o in altro sito centrale che giudichi più opportuno», che la stessa «nominasse il maestro (salvo l'approvazione del Governo), fornito di civismo, e di abilità confacente all'impiego», sottolineando che «se il parroco riunisce in sé queste qualità, viene preferito». Quanto «alla indennizzazione del maestro, dovevano servire i fondi che fossero in quella comune, o comuni, o parte di esse, giusta il circondario della parrocchia, conservati a quest'uopo; ove mancassero, o non bastassero, supplisce la nazione» cioè il governo. «La municipalità inoltre doveva vegliare sulla condotta del maestro, e sugli insegnamenti che darà ai suoi scolari, sì per l'istruzione elementare, che per le massime repubblicane». Il «metodo di istruzione», l'orario e il resto era demandato all'«opera della diligenza e interessamento della Municipalità di dare per ora un regolamento adattato alla località, e circostanza, sin a tanto che un Piano generale circoscriva, e fissi le norme da seguirsi pel maggior vantaggio degli allievi, e pel generale scopo che si propone la Repubblica». Per l'occasione il Ministro dell'Interno esprimeva un giudizio negativo sulla popolazione bresciana come «troppo bisognosa di cultura, troppo inaddietro, abbandonata alla più vergognosa rozzezza».


Lo storno di fondi destinati alle scuole, sotto gli austrorussi, la aperta e poi sorda avversione, specie nelle valli ma anche altrove in nome della antica e lunga devozione a Venezia, portarono il Governo Italico ad emanare con legge del 4 settembre 1802 un nuovo piano per l'insegnamento elementare in forza del quale i Comuni non avevano l'obbligo ma soltanto il diritto di aprire scuole. Per l'incremento degli studi medio superiori in base ai decreti governativi, nacque il 24 febbraio 1802 la Società del Liceo con due settori, quello scolastico e quello di accademia. Con decreto del 13 novembre 1802, il governo di Milano istituiva i licei, che erano di due tipi: il liceo scuola (continuatore della scuola umanistica) ed il liceo accademia, in seguito al decreto napoleonico del 18 aprile 1810 divenuto Ateneo di Scienze, Lettere e Arti di Brescia sia pure in veste mutata ancora esistente. Erano state pure aperte una scuola di veterinaria, una di metallurgia, una di chimica metallica, una di mineralogia e corsi di disegno tecnico presso il ginnasio-liceo cittadino. L'istruzione è sentita come un bene necessario; ai pronunciamenti della Repubblica bresciana e della Cisalpina corrispondono tuttavia grosse difficoltà e deficienze specie nell'educazione elementare femminile per ovviare alle quali vengono, nelle singole parrocchie, istituite scuole o legati. Nel 1803 vi è l'istituzione della Scuola di Carità di S. Agata (grazie ai curati don Marco Tirandi e don Francesco Savio); nel 1804 a S. Nazaro don Francesco Canipari dà il via alla Scuola Canipari Taboni; nel 1817 il canonico Veneziani fonda la Scuola elementare femminile di S. Maria Calchera; per l'istruzione di fanciulle povere vengono disposti i legati Farinati e Domenica Mor e, inoltre, le scuole di S. Afra, di S. Giovanni Evangelista ecc. Nonostante fosse guardata con nessuna o poca simpatia, causa i bisogni e, assieme, all'inadeguatezza delle istituzioni pubbliche continuava a vivere la scuola privata dovuta a legati, disposizioni testamentarie, anche istituzioni locali chiamate anche commissarie ("Offlaga" di Brescia e Cazzago Benamati di Maderno, Lizzardi Chinelli di Gambara ecc.), a Bogliaco - per esempio - dopo l'istituzione delle scuole normali, volute dal governo austriaco, erano le famiglie a chiedere la riapertura della scuola tradizionale, in un locale in San Pier d'Agrino, vicino alla chiesa parrocchiale, nella quale avevano insegnato i degni sacerdoti don Erculiano Ercoliani e don Giovanni Magrograssi.


Nel 1807 esistevano nel Dipartimento del Mella 159 scuole di prime classi e 154 di seconde classi con 5.240 scolari in tutto. Abbiamo più particolareggiate notizie del 1808. La città contava 4 classi seconde e 4 prime con 488 scolari complessivamente. «Ma v'erano poi in buon numero maestri privati all'uso antico, cioè del leggere l'uno, l'altro pel conteggiare e fin della retorica. Erano questi in tutto 30 con 635 scolari che li pagavano. Il dipartimento del Mella, sommando i maestri pubblici e privati, ne contava 451 in 612 scuole. La cassa comunale bresciana versava a' suoi lire 4.934, la cassa dipartimentale a' maestri della provincia L. 69.113. Dei comuni, 205 avevano scuola pubblica, ma 18 di questi non maestri. Le scuole elementari private, in tutto il dipartimento ammontavano a 150, gli scolari delle pubbliche e delle private insieme a 13.006». Il Collegio Nazionale fu collocato nell'ex monastero di S. Eufemia, mentre nell'ex convento di S. Domenico venne aperta una specie di Università nella quale l'ab. Pietro Tamburini insegnò filosofia, l'ab. Giuseppe Zola eloquenza, il pavese Martinenghi mineralogia, Gabriele Mazzocchi patologia e fisiologia, il Dusini di Rovato clinica, D. Coccoli matematica, ecc.


Solo nel 1811 il Viceré accordava al Dipartimento del Mella il locale dell'ex convento di S. Croce, "con i suoi orti e recinti", onde stabilirvi un collegio di educazione per le fanciulle. Ma si trattava di istituzione riservata alle classi abbienti. Nonostante le difficoltà e i rimandi, alla fine dell'epoca napoleonica la situazione scolastica era notevolmente positiva. Nel 1815, le scuole elementari esistenti per l'intera provincia erano 331 (41 a carico dei comuni, 255 dell'apposito Stabilimento di istruzione e 31 dei legati pii, e altre), con 14.629 alunni. Nella sola città vi erano 34 scuole elementari (22 comunali, 9 dello stabilimento d'istruzione, 3 dei legati pii e altre), con 2.184 alunni. Sotto l'Austria, come in Austria e in Germania, esistevano scuole regie (liceo, ginnasio ed un gruppo di scuole elementari) e scuole Comunali. Le scuole elementari erano costituite di 3 classi. Vi si insegnava la Religione (storia sacra e spiegazione del Vangelo), il leggere, lo scrivere, l'aritmetica, la calligrafia, la grammatica elementare, i principi del comporre, e nella 3ª il leggere latino. Avevano nel complesso 27 ore e 1/2 di scuola ogni settimana in ciascuna classe. Il Ginnasio comprendeva 6 classi; 4 di grammatica, in cui si insegnava il latino, l'italiano, la storia e la geografia da un maestro che accompagnava gli alunni per tutto il quadriennio; seguiva l'Umanità e la Rettorica, due anni, questi, di studi letterari con qualche nozione di Algebra e di Geometria: veniva poi il Liceo, e alla filologia erano aggiunte la filosofia, la fisica, le matematiche. Il maestro di religione teneva cattedra nella scuola, e cogli alunni del Liceo discuteva di apologetica cristiana; quest'uso si trovava conservato, quasi tal quale, in tutta la Germania. Esisteva, inoltre, dopo le tre classi iniziali, una a classe detta anche Reale, con caratteristica di scuola tecnica.


Il periodo della dominazione austriaca (1815-1859) segnò un notevole progresso sia nella legislazione che nell'organizzazione e nell'espansione dell'istruzione sia pubblica che privata. Già nel 1817 veniva, infatti, emanato un Regolamento sull'istruzione elementare dalla Provincia di Brescia, al quale seguiva il 7 dicembre 1818 il "Regolamento per le scuole elementari" uniformato agli schemi di quelle austriache, e che ordinava ai parenti di mandare i figli alla scuola sotto pena di una multa di mezza lira. Un'ordinanza prefettizia del 29 agosto 1819, emanava un Regolamento pel tirocinio dei maestri normali del Dipartimento del Mella.


Il piano governativo, prevedeva la suddivisione dell'insegnamento primario in tre tipi di scuole, elementari minori, maggiori e tecniche. Nel 1821 vennero aperte le scuole maggiori maschili e femminili di 3 e di 4 classi e nell'anno successivo vennero organizzate le scuole minori maschili e femminili di 2 classi nelle parrocchie della città e della campagna. Come ha scritto M. Agosti « il Regolamento per le scuole elementari si presentava organico nella visione generale educativa, lineare nelle strutture, concreto nella rispondenza ai bisogni culturali e tecnici della società moderna al principio del secolo XIX e perfino, in teoria, rispettoso della libertà d'insegnamento. Era riservato al governo il diritto di concedere la patente ai maestri privati e il certificato di abilitazione all'insegnamento del corso di metodica; ma la rivendicazione del diritto dello Stato a concedere codesta nuova forma dell'antica "licentia docendi", mentre non poteva dirsi duramente reazionaria nei luoghi dove si erano sperimentate le intemperanze espropriatrici e centralizzatrici del periodo francese, preludeva alla affermazione del diritto dello Stato a dettar norme generali sull'istruzione pubblica, al fine di garantire la validità dei titoli di studio». Alla scuola era preposto un ispettore; le scuole superiori avevano i direttori. A direttore delle scuole elementari minori veniva incaricato il parroco del paese che rendeva conto all'ispettore distrettuale: il parroco veniva invitato, dove non vi fossero scuole, a "radunare presso di sè i fanciulli" e istruirli.


Il Vescovo di Brescia Gabrio Maria Nava (1758-1831) tergiversò alquanto, prima di concedere il permesso di affidare ai parroci l'incarico di catechisti e di direttori delle scuole elementari minori, nel timore non ingiustificato che si strumentalizzasse troppo la cura d'anime. Poi cedette, ed i funzionari governativi ebbero subito a rilevare quanto fosse benefica sul piano dell'educazione morale e dell'istruzione la presenza dei sacerdoti accanto a quella dei maestri nelle scuole. Nel 1819 veniva ristrutturata la scuola secondaria, con l'istituzione dei Ginnasi Comunali in provincia, del Ginnasio Imperiale in città, accanto al Liceo Governativo. Ginnasi Comunali stavano a Salò, Chiari, Lonato, Bogliaco, mentre nel 1821 veniva introdotto il manuale dei Maestri Elementari, come per le altre province del Lombardo - Veneto.


L'organigramma scolastico rimase immutato fino al 1850, quando venne introdotta sotto forma di esperimento una radicale riforma nelle scuole secondarie. Riuniti i ginnasi ai licei, ai Professori affidati pochi insegnamenti in più classi, l'aritmetica e la storia naturale insegnata anche ai fanciulletti e fatto obbligatorio lo studio della lingua tedesca. Quando si tolga l'indole politica e coattiva di quest'ultima disposizione, le altre tutte accennavano ad una riforma maturata da profonde riflessioni, la quale fece buona prova in tutto l'ex Impero Austro-Ungarico ed in molta parte della Germania. Le scuole elementari, nell'ultimo decennio della dominazione austriaca, non si modificano sensibilmente, e crescono d'importanza gl'Istituti privati; attivi in città il Collegio Peroni (elevato a convitto, parificato nel 1823 e dichiarato Ginnasio Comunale nel 1836) e la Casa di educazione collegio Baldoni e Veronesi, Archetti a Iseo (1827), Albertini in Palazzolo, Bagatta a Desenzano, S. Giustina a Salò, Zani a Sabbio Chiese, quella comunale poi P. Taccolini a Lovere, Mercanti a Pisogne, ecc. Aveva ripreso inoltre a funzionare il ginnasio-liceo del Seminario e nel 1842 rivive prima a Chiari poi a Brescia il frequentatissimo Collegio dei Gesuiti. Del resto tutti i collegi, benché limitati da decreti governativi del 1814, 1818, 1834, godettero di una crescente preferenza nei confronti delle Scuole pubbliche. Comunque nessuno avrebbe potuto negare il progresso dell'istruzione nel Bresciano, nel quale, secondo una statistica del medico provinciale Menis esistevano, nel 1834 601 scuole maschili e 348 femminili, con 424 maestri, 258 maestre, 29.529 alunni; due soli comuni non hanno scuole maschili e quaranta sono privi di quelle femminili.


Progressi di un certo rilievo venivano compiuti anche nella scuola pubblica. Nel 1837 veniva aperta, costruita su progetto dell'arch. Luigi Donegani, la scuola Comunale di S. Barnaba sotto il timpano della quale si legge ancora l'iscrizione: "Schola primordiorum aere municipali pueris constituta an. M.DCCC.XXXVII" dettata dall'Abate Piantoni. In 13 aule accoglieva dai 500 ai 600 alunni. Tra essi Tito Speri, al quale fu poi dedicata. Era considerata come scuola elementare maggiore, come quella di S. Maria delle Grazie (maschile e femminile), di S. Spirito (femminile), di S. Maria in Calchera (femminile), di casa Conter (femminile), di casa Benaglia (stabilimento provinciale). Scuole minori comunali maschili erano aperte presso le Chiese di S. Lorenzino (oggi Via Moretto), dei Miracoli, di S. Faustino, di S. Barnaba. Altre scuole femminili erano aperte presso le Chiese di S. Giovanni, S. Rocco, S. Afra, S. Agata e S. Nazaro. Nel 1842 venivano aperte scuole elementari nelle sedi degli asili Saleri. A esse si devono aggiungere le scuole tenute da Congregazioni religiose fra le quali si distinguevano quelle del Monastero di S. Croce conformemente ai decreti sovrani 19 marzo e 4 luglio 1818, ma ancor più, le Suore Orsoline, la Pia Opera S. Dorotea fondata nel 1842 dai fratelli Passi, dalla quale vennero le Suore Maestre di S. Dorotea, che diffusero largamente "l'istruzione" e "l'educazione" delle "figlie del popolo". In Valcamonica e poi altrove nello steso spirito operò la beata Annunciata Cocchetti, fondatrice delle Suore da Cemmo. Ma nello stesso ambito educativo operarono le figlie della Carità o Canossiane, le Ancelle della carità fondate da S. Maria Crocifissa di Rosa, le Suore di Maria Bambina, le Poverelle, ecc. Contemporaneamente si sviluppava l'istruzione professionale. Accanto alle scuole degli orfanotrofi maschili e femminili, dove si imparavano la tessitura, la sartoria, la calzoleria, ecc., nel 1818 il can. Ludovico Pavoni istituiva con la calzoleria, la scuola di tipografia, di legatoria, ecc. e dal 1821 il "Collegio delle Arti".


Di avanguardia fu l'esperienza del mutuo insegnamento che, promosso da Andrea Bell (1811) e Giuseppe Lancaster (1814), venne introdotto nel 1818, a Brescia, da Giacinto Mompiani e a Pontevico da Filippo Ugoni presto soppresso dal Governo austriaco. Particolare la cura educativa di singole categorie di bisognosi, quali i sordomuti, iniziata da Giacinto Mompiani nel 1836 e continuata a partire dal 1841 dal ven. Ludovico Pavoni per i maschi e dal 1856 da S. Maria Crocifissa di Rosa per le fanciulle e proseguita poi in seguito dalle Madri Canossiane.


Alla proposta avanzata nel 1836, l'avv. Giuseppe Saleri faceva seguire nel 1837 il primo asilo infantile, iniziativa che, troverà nel Bresciano, ampio sviluppo. Collocato in un più ampio disegno educativo, coi due decreti 29 novembre 1842 e 25 gennaio 1844 del vicerè di Milano, il Saleri ottenne di poter aggiungere alle scuole infantili l'intero insegnamento elementare con lo stesso metodo di custodia e di educazione per i poveri, e di completare poi l'insegnamento con un corso teorico-pratico, biennale e triennale, post-elementare, di arti e mestieri, il cui piano organico e disciplinare fu approvato dal governo con decreto del 31 maggio 1843. L'attuazione delle scuole elementari negli stessi locali dei due asili di S. Clemente e di S. Orsola avvenne nel novembre del 1844, ma i successivi rivolgimenti politici del '48-49 impedirono al Saleri di vedere completamente attuato il suo piano di istruzione popolare, che costituisce uno dei precedenti migliori di un ordinamento scolastico moderno. A partire dal 1843 si andarono diffondendo nel Lombardo Veneto e anche a Brescia, scuole serali e festive per adulti e fanciulli.


La provincia di Brescia possedeva nel 1852, 350 scuole maschili pubbliche, delle quali 25 maggiori, e 300 femminili, di cui una sola maggiore, 450 maestri e 330 maestre. Le frequentavano 33.000 alunni circa; v'era inoltre un buon numero di scuole private, 6 convitti maschili e 12 femminili. Sempre nel 1852 Mosè Galottini apriva una scuola per raccogliere giovani artieri, e oltre il leggere, scrivere, far di conto e stendere fatture e carte di più comune uso, mirava a promuovere l'amore al lavoro, l'economia del tempo e del denaro. Era frequentata moltissimo, anche da adulti, sicché, non bastando gli assistenti, si doveva spesso rimandarne parecchi. Nello stesso anno veniva introdotta, sotto forma di esperimento, l'unione dei ginnasi ai licei, di cui si è fatto cenno sopra. La percentuale dei frequentanti tali scuole superiori rispetto agli alunni inscritti nelle scuole primarie, da 7,5 nel 1834 (percentuale raggiunta dall'Emilia, Toscana e Lazio, soltanto mezzo secolo più tardi) nel 1859 era già salita a 9,07 raggiungendo, nel 1889, il 10,22. La sola città nel 1857 aveva il 10,46% dei frequentanti, che saliranno all'11,07% nel 1877 e al 12% nel 1901, percentuale che non solo superava le percentuali medie del Regno ma anche quelle della Lombardia, che erano rispettivamente del 7,67% e del 10,86%. All'atto dell'unificazione nazionale la situazione scolastica anche se non si poteva dire del tutto rosea, offriva elementi positivi.


Praticamente, come osserva M. Agosti, c'era la scuola in tutti i comuni, anche nei più poveri borghi della bassa e nei più miseri comunelli delle vallate. La situazione era così confortevole - dati i tempi - che a meno di un ventennio dall'inizio della vita unitaria, il Pertusati, assessore della P.I. al comune di Brescia, poteva fare un confronto statistico tra la nostra e altre province d'Italia, che riusciva ad onore della scuola bresciana. In particolare, il comune non ebbe a sottrarsi alle incombenze della legge Casati, ma si applicò all'istruzione primaria e secondaria con un impegno che superò le esigenze della legge; al punto di suscitare, per più di un aspetto della sua organizzazione scolastica, l'emulazione di altri comuni. Nell'anno scolastico 1860-1861 le scuole elementari erano 1159 delle quali 623 maschili e 536 femminili, 15 frazioni mancavano ancora di scuola pubblica maschile e 8 comuni e 25 frazioni di scuole pubbliche femminili. In crescita il numero degli alunni. Nello stesso anno 1861, si contavano nei comuni 44 scuole maschili superiori, 408 inferiori, nelle frazioni 171 scuole inferiori. In totale insegnavano 623 maestri. Le scuole femminili nei comuni contavano 7 scuole superiori, 377 inferiori, e nelle frazioni 152 scuole inferiori con 536 maestri. La frequenza registrava 33.568 alunni, dei quali 17.470 maschi e 16.098 femmine. In provincia 157 scuole elementari private, delle quali 24 maschili e 133 femminili, 8 istituti maschili e 24 femminili con convitti o pensionati. Di queste 17 erano condotte da Congregazioni religiose. Le scuole serali erano 131 con 2.914 alunni.


In città le scuole maschili andarono localizzandosi a S. Barnaba, alle Grazie, ai Miracoli, a S. Faustino e quelle femminili nell'ex convento di S. Paolo nell'omonimo vicolo e a S. Faustino. Esistevano inoltre una Civica Scuola serale elementare a S. Barnaba e le Civiche Scuole festive per adulte a S. Paolo e a S. Faustino. Le private maschili erano negli Istituti Derelitti, Orfani, Pavoni, nell'Ospizio Esposti e nel Collegio Piccinelli. Quattro erano le scuole di ordine medio inferiore: due ginnasi (uno statale alla base dell'attuale liceo Arnaldo ed uno comunale presso il collegio Peroni) e due scuole tecniche, una statale ed una comunale (denominata questa, "Benedetto Castelli"); i ginnasi erano ordinati su cinque classi (al posto delle sei previste dall'ordinamento austriaco) e le tecniche su tre classi. Dal punto di vista numerico, queste scuole contavano presenze che si mantennero sulla media di centoventi - centoquaranta presso i ginnasi (venticinque - trenta per anno di corso), e di duecentocinquanta - duecentottanta presso le tecniche (con circa ottanta - novanta per anno di corso).


In provincia era sempre più in auge il Ginnasio di Chiari riconosciuto dal Governo il 13 luglio 1860 e pareggiato il 6 agosto 1861. Vera novità furono le scuole Normali, destinate a formare una classe magistrale adeguata ai tempi nuovi e come risposta all'espansione scolastica. Nel 1860 nasceva la Normale statale femminile, una delle prime in Italia, dotata di un convitto nel quale erano accolte alunne interne, provenienti anche da Cremona. Nel 1892 venne dedicata a Veronica Gambara e oltre ad essa, per la preparazione delle future maestre, verranno via via aperti istituti magistrali non statali presso le Orsoline, le Dorotee, le Canossiane, le Ancelle, quest'ultimo con sede a Lonato.


Sviluppo accentuato ebbero le scuole tecniche che nel 1861 nacquero a Desenzano, nel 1863 a Breno e nel 1869 a Salò ecc. Come osserva M. Agosti, "Duecentocinquanta studenti nelle tecniche per una città che contava allora più di quarantamila abitanti non erano certamente molti; ma, poiché questa cifra era più del doppio di quella che si rilevava presso il ginnasio, non è difficile intuire che le scuole tecniche corrisposero veramente, sia alle esigenze generali della società del tempo, sia a quelle particolari delle famiglie della media borghesia. Le scuole tecniche rimasero per molto tempo elementi di transito e di selezione per accedere al grado superiore dell'istruzione tecnica. Il censo e la capacità intellettuale regolavano l'afflusso e il deflusso. La situazione politica ed economica del paese non poteva ancora concepirle come logico ed obbligatorio coronamento dell'istruzione elementare, avente per fine l'orientamento fondato sulle attitudini naturali e le tendenze vocazionali di ciascun scolaro. Ciò avverrà solo con la riforma Gentile che introdusse le prime sostanziali modificazioni.


Dal 1860 si svilupparono due scuole tecniche: una "regia" ed una municipale ma parificata, collocata nell'ex Convento del Carmine e poi in altre sedi. Con questa situazione Brescia si presentava certo fra le provincie privilegiate sul piano scolastico, almeno rispetto a molte altre, anche settentrionali.


La situazione andò ancor più gradatamente migliorando negli anni seguenti grazie alla applicazione della Legge Casati che rendeva obbligatoria e gratuita la scuola e al potenziamento dei servizi scolastici. In particolare la relazione sullo stato delle scuole primarie nella Provincia di Brescia nell'anno scolastico 1860-1861 del R. Ispettore scolastico rilevava "Nello stato dell'Industria primaria di questa provincia nell'anno scolastico 1860-1861 è manifesto un generale miglioramento al paragone dell'anno scolastico anteriore". Un vero lancio ebbero le scuole serali e festive per adulti. Nel 1859-1860 ne esisteva una sola; nel 1860-1861 erano salite addirittura a 131 con 2.914 frequentanti.


Scuole serali maschili vennero promosse dall'Istituto sociale d'Istruzione (1868), dal Municipio di Brescia, dalla parrocchia dei SS. Nazaro e Celso (1873); scuole festive femminili dal Comune di Brescia e dall'Istituto sociale d'istruzione. Inoltre il Comune di Brescia dava vita a una scuola di disegno di tipo professionale alla quale si affiancarono una Scuola per parrucchieri (1877), una scuola di cucito a macchina (1874) della Congregazione di Carità, una scuola per carcerati.


A novembre del 1868 l'istruzione elementare o primaria contava nella nostra città e provincia 1.194 scuole, delle quali 618 per maschi, 535 per le femmine, 41 promiscue, frequentate da 25mila maschi e 21.600 femmine. Le scuole elementari private erano 128 frequentate da circa 3.000 fanciulli e fanciulle. Per il mantenimento delle scuole primarie si spendeva L. 506.603; L. 413 circa per ogni scuola. Tra le scuole secondarie private femminili ebbe notevole sviluppo la Scuola superiore femminile promossa dall'Istituto di Famiglia. Sempre in campo femminile si annota la fondazione ad iniziativa del Comune della Classe V complementare.


Nel 1878 gli istituti di istruzione secondaria erano in città 12 di cui 7 pubblici, 5 privati; 9 maschili e 3 femminili; 4 governativi, 1 governativo e provinciale, 2 comunali, 5 privati. Oltre alle popolari già citate funzionavano per l'elemento femminile ma ridotte solo al ricamo e lavori d'ago, scuole negli Istituti Orfanelle, Zitelle, Pericolanti e per la tessitura quello delle Derelitte. Una scuola di commessi era stata aperta dalla Società di Mutuo Sussidio dei Commessi Negozianti. Tenevano collegi oltre alle Maggie, le Orsoline, le Terziarie e le Salesiane. Ma molte fanciulle di elevata condizione erano mandate in collegi di Milano. Ruoli rilevanti non solo per coloro che raggiunsero la méta dell'ordinazione sacerdotale o professione religiosa ricoprirono il Seminario diocesano, la Scuola Apostolica Comboni, e più tardi le scuole di congregazione e istituti religiosi (Scalabriniani, Salesiani, Orionini, Francescani, Carmelitani, Maria Immacolata di Montichiari). Continuavano a funzionare scuole private a Gavardo (Suore Orsoline), Maderno (scuola Righettini), Salò (Orfanotrofio femminile e Orsoline), Ruina di Toscolano (promiscua).


La presa di coscienza sempre più democratica della situazione, tuttavia, metteva in evidenza quanti sforzi si dovevano fare ancora in campo scolastico. Nel 1868 infatti veniva rilevato come "molte delle scuole comunali non rimangono aperte che nei mesi d'inverno, alcun'altre nell'estate sono frequentate da pochissimi scolari. Le condizioni dei maestri di campagna devono essere migliorate, senza di che l'istruzione delle popolazioni agricole non rimarrà che un pio desiderio; un uomo istruito non sacrifica la sua vita per 500 lire all'anno, e sopra 618 maestri 274 hanno uno stipendio inferiore alle lire 500; sopra 583 maestre, 256 non percepiscono 333 lire. Il miglioramento delle condizioni dei maestri è un atto di giustizia reclamato dallo stesso interesse pubblico, dal progresso, dalla civiltà". Nella "Relazione sulle condizioni della Provincia di Brescia" presentata il 12 dicembre 1870 si poteva leggere "La è questa una delle pochissime Provincie d'Italia che possono vantarsi di non avere più un solo Comune, una sola Borgata, senza scuola maschile e femminile. I progressi si hanno ora a cercare non tanto nel crescere il numero delle scuole, quanto nel migliorarne le condizioni materiali e morali". Nella sua "Relazione scolastica per l'anno 1875-1876" il R. Ispettore Temistocle Carminati denunciava gravi situazioni come quella di Bagolino, dove su una numerosa popolazione vi erano iscritti alla scuola 135 alunni di Preseglie e di altri paesi.


Nel 1875 le scuole erano 1.065 (delle quali 586 maschili, 407 femminili, 72 miste) salite, nel 1879, a 1.177 (delle quali 572 maschili, 500 femminili e 105 miste). Gli alunni erano cresciuti da 46.879 nel 1875 (24.546 maschi, 22.333 femmine) a 48.507 nel 1878 (25.090 maschi, 23.417 femmine). In effetti, positiva la situazione scolastica cittadina, che vedeva salire entro la cinta daziaria da 24 nel 1840 a 45 nel 1878 le classi gestite dal comune, e gli alunni da 1.400 circa a 2.500; mentre nel 1878, le classi private maschili erano 62 e le femminili 159 per un totale di 221 classi, alle quali accedevano altri duemila scolari, circa 1.500 femmine e 500 maschi. Le famiglie bresciane, mostravano chiaramente di preferire le scuole pubbliche per i maschi (1.500 scolari contro 500) e le private per le femmine (1.500 scolare presso le private e 900 presso le pubbliche). In pratica, quasi tutti gli obbligati frequentavano le scuole, eccezione fatta di qualche caso che non raggiungeva la percentuale del 4%, dovuto quasi sempre alla prematura occupazione presso posti di lavoro; fatto possibile allora per mancanza di idonea disciplina legislativa sull'occupazione dei minori. L'aggregazione dei Comuni suburbani alla città, avvenuta nel 1880, abbassò la percentuale dei frequentanti (che risultò del 17,6% nel 1882, a 8,64% nel 1901), registrava nel 1882 il numero di 2.126 in città e 1.308 nel suburbio.


Nel 1878 esistevano per i maschi 5 scuole private legate a Opere Pie, 11 fondate e dirette da privati cittadini, nessuna totalmente diretta da preti; per le femmine 5 scuole di conventi, 9 di Opere Pie, 2 collegi, 23 scuole laicali. Le scuole maschili contavano 442 alunni, le femminili 1.491. Inoltre esistevano un solo convitto pubblico annesso alla Scuola Normale, cinque convitti privati maschili con 118 ospiti, oltre a quelli degli Istituti Derelitti, Orfani e Pavoni; 185 le educande di convitti religiosi, 18 di quelli laicali. Continua l'attività del Collegio Peroni, con convitto, che ospitò una scuola commerciale che ebbe poi ampio sviluppo. Nel 1868 era stato aperto da mons. Egidio Cattaneo un collegio a Carpenedolo che ebbe una sua fortuna. Tuttavia gli alunni delle scuole private diminuivano: da circa 2.000 nel 1878 scendevano a 1.112 nel 1882, mentre rimaneva, riguardo ai tempi, ottima la frequenza. Sempre nel 1878 solo 142 alunni (dei quali 106 costretti al lavoro) risultavano inadempienti all'obbligo scolastico. Interessanti sono anche i dati sull'analfabetismo. Nel 1882 Brescia aveva il 37 % di analfabeti adulti superando il 32% di Bergamo, il 30% di Sondrio ma inferiore al 44% di Cremona ed il 54% di Mantova.


Sempre più intenso anche lo sviluppo degli asili infantili promosso dai Comuni, dal 1882 dedicati spesso a Garibaldi, ma soprattutto da parroci e da Congregazioni religiose, sollecitati dalla calda raccomandazione da parte del Vescovo mons. Gaggia: "Ogni parrocchia un asilo". Nel 1879 esistevano 10 asili in città, uno nel circondario di Breno, 4 in quello di Chiari, 5 in quello di Salò, 4 in quello di Verolanuova, frequentati da 1.800 bambini e da 1.714 bambine.


Nel 1879 l'istruzione secondaria veniva impartita nel Ginnasio-Liceo e nell'Istituto Tecnico di Brescia, nel Liceo pareggiato di Desenzano, nei Ginnasi pareggiati di Desenzano e di Chiari, in classi ginnasiali di Salò e di Breno, in una scuola tecnica di Brescia e in Scuole tecniche pareggiate di Brescia, Desenzano, Chiari, Breno e in quella libera di Salò, nella Scuola teorico-pratica agricola di Brescia, poi "Pastori", e nell'Istituto Commerciale Peroni, oltre nel ginnasio e liceo del Seminario. Nel 1870-'90 ebbero crescente sviluppo le Scuole di agricoltura, quali la Pastori, l'Istituto Chiodi e la Dandolo, quelle di Orzinuovi e di Bargnano, l'Istituto Bonsignori di Remedello. Non mancavano anche nelle scuole pubbliche esperienze d'avanguardia. Il maestro Guadagnini a Niardo e Antonio Ballini a S. Eustacchio, fondarono scuole elementari rurali. A Gavardo il maestro Antonio Zane proponeva, nel 1889, una "Scuola superiore maschile" dando preminenza al lavoro manuale educativo.


Emarginati dal progrediente laicismo, spesso di tinte anticlericali, i cattolici sempre più organizzati in un articolato movimento, puntarono, con a capo il beato Giuseppe Tovini, e con l'intento di formare nuove classi dirigenti, sulla scuola privata fondando nel 1882 l'Istituto Cesare Arici, affidato ai Gesuiti, mentre le Congregazioni religiose (Orsoline, Canossiane, Ancelle, Dorotee, ecc.) potenziavano le loro scuole e collegi. Sempre più intensa, nelle parrocchie l'istituzione di scuole popolari serali e festive, che nel 1882 venivano inquadrate in un organismo diocesano. Sostegno alla cultura popolare continuarono a venire dagli Oratori, sempre più diffusi, dalle Filodrammatiche, dalle scuole di canto, da circoli culturali. È quasi superfluo sottolineare sempre in ambito cattolico, l'apporto dato allo sviluppo dell'istruzione e della scuola dalle riviste "Fede e Scuola", "Scuola Italiana Moderna" (1893) e dalle altre riviste che le fecero poi corona ("Pro Infanzia-Scuola Materna" e, molti decenni dopo, "Scuola e didattica" e "Nuova Secondaria", ecc.), che ebbero poi il loro caposaldo ne "La Scuola Editrice" (1904), riservata unicamente alla pubblicistica scolastica.


Particolarmente positiva la situazione scolastica cittadina dove nel 1890 le scuole elementari del Comune erano 94, divise in 47 maschili - 37 femminili - 10 miste. Comprendendo tutte insieme 4.413 inscritti, cioè 2.497 maschi e 1.916 femmine. Le classi di grado superiore erano 11 maschili con 206 inscritti, e 5 femminili con 109 inscritte. In città prendeva sempre più rilevante sviluppo l'edilizia scolastica che registrava la costruzione di edifici scolastici a Borgo Pile, Fiumicello, Porta S. Nazaro, Fornaci, S. Bartolomeo, Folzano. Ad essi seguirono nei primi anni del sec. XX quelli di S. Nazaro, S. Eustacchio, Mompiano, Urago Mella, Stocchetta. A sostegno dell'istruzione elementare, degli asili infantili, delle Scuole di disegno industriale e delle biblioteche circolanti dei singoli comuni, continuarono le erogazioni (nel 1907 ammontava a 75 mila lire) dello Stabilimento Scolastico Provinciale. Nel 1887 veniva adottato un regolamento Comunale delle scuole primarie (o elementari) compilato dal prof. Teodoro Pertusati. Scuole serali di disegno, di carattere professionale, tecniche, medie, commerciali, costellarono sempre più la città e la Provincia, mentre alle scuole pubbliche si affiancava dal 1897 il Patronato Scolastico. Nel maggio 1904, la refezione scolastica subito estesa in città a 2.499 alunni di cui 85 paganti e in seguito la mutualità scolastica.


Brescia fu, inoltre, tra le primissime città in Italia ad istituire dal 1909 il medico scolastico nella persona del dott. Pio Tosatti Molinari. In seguito a questa attiva presenza vennero istituite, nei primi anni del sec. XX, scuole dette sanitarie per bambini tignosi, rachitici, oftalmici, tardivi, ecc. la scuola all'aperto per fanciulli gracili, ma soprattutto venne posta particolare attenzione all'igiene scolastica. Tra le scuole speciali venne realizzata nel 1915 la "Casa di Lavoro" per i dimessi dal carcere.


Allo sviluppo dei contenuti, dei metodi, delle tecniche di insegnamento e della stessa organizzazione scolastica diedero validi apporti, ampiamente riconosciuti, il prof. Pietro Pasquali e, per la scuola materna, le sorelle Carolina e Rosa Agazzi. Anche la classe magistrale bresciana si andava sempre più distinguendo per senso di responsabilità educativa e preparazione didattica dovute anche alla presenza di agenzie scolastiche particolarmente attive, quali le associazioni magistrali (Ass. "Pedagogica bresciana" di orientamento laico e "Unione magistrale Nicolò Tommaseo", di orientamento cattolico) e di una prestigiosa casa editrice quale "La Scuola".


Nel frattempo aveva il sopravvento l'azione di centralizzazione dello studio. Nel 1911 infatti con la legge Daneo-Credaro le scuole dei Comuni non capoluoghi di provincia passavano in gestione alla Stato, salvo quelle di cinque Comuni (Chiari, Salò, Verolanuova, Borno e Niardo) che, avvalendosi di una facoltà concessa dalla Legge, preferirono l'autonomia amministrativa. Rimasero per legge autonome, le scuole del Comune di Brescia, le quali, passarono allo Stato nel '33. Nel 1915 il Comune di Brescia, per effetto della copiosa legislazione sopravvenuta, dovette dare un nuovo regolamento generale alle proprie scuole primarie. Nell'occasione il prof. Pietro Pasquali poteva con soddisfazione rilevare che Brescia godeva un primato tra le città sorelle. Infatti le scuole elementari da 94 (1890) erano diventate 216 con dieci edifici nuovi; era aumentato in proporzione il personale dirigente e docente, ed il personale di servizio era passato da 190 a 470 unità.


Durante la grande guerra, la scuola ebbe naturalmente a soffrire di ristrettezze di spazi, occupati da forze militari, di personale insegnante chiamato alle armi e della situazione generale. Nella ripresa del dopoguerra, già nel 1920, veniva progettata la costruzione di edifici scolastici delle frazioni cittadine fra le quali quelle del Rebuffone (1923). Novità di notevole rilievo venne rappresentata dalla istituzione, nel 1923 per effetto della riforma Gentile, anche di un liceo scientifico, che occupò, dapprima, locali dell'Amministrazione provinciale in P.zza Tebaldo Brusato e dal 1939, la più appropriata sua sede attuale di Via Montesuello dedicata ad Annibale Calini, che andò a grado a grado aumentando di prestigio grazie anche a docenti, illustri per dottrina e per arte di magistero. Negli stessi anni le Suore Canossiane istituivano un liceo classico, e un liceo scientifico le Madri Orsoline, con relativi collegi. Sempre all'avanguardia la scuola bresciana si arricchiva di iniziative. Fra esse, singolare, l'inaugurazione il 21 giugno 1921 nelle Scuole G. Scalvini del Cinematografo scolastico educativo. Pur ideologizzata in tutti i modi, diventata strumento di partito, la scuola venne sotto il fascismo fortemente potenziata. L'istruzione elementare venne diffusa attraverso le scuole rurali, dislocate nelle più periferiche frazioni di comuni, che nel 1935 raggiungevano il numero 128 con 4.665 iscritti (più 12 scuole serali e due festive). Negli anni '30 venne continuato con decisione il potenziamento dell'edilizia scolastica. Non solo con il risanamento di vecchi ambienti ma con la costruzione di numerosi complessi scolastici, fra i quali quelli imponenti di Rovato. Nel 1931 le scuole elementari della città erano frequentate da 10.500 alunni e da 1.500 bambini inscritti negli asili infantili comunali, distribuiti in 313 classi elementari e in 37 sezioni d'asilo. Gli edifici elementari erano 37 e quelli degli asili 21. Gli insegnanti erano 420 dei quali solo 59 maschi. In pochi anni erano stati costruiti nuovi edifici scolastici: "B. Mussolini" in via Gezio Caini; "Rosa Maltoni" in via dei Mille; di Fiumicello, della Mandolossa, di S. Faustinino, di Folzano, della Noce e di Costalunga, Caionvico, S. Polo oltre agli asili delle Fornaci e di Borgo Trento, per complessive 110 aule. In sviluppo anche le scuole professionali serali e festive per adulti, inquadrate nel Dopolavoro e sotto l'egida di un Consorzio per le scuole professionali , presieduto dal sen. Carlo Bonardi. Nel 1937 erano 8.000 gli alunni sparsi nelle scuole di avviamento "G. Mompiani", l'Istituto "Moretto", le Scuole Serali "Moretto", il liceo ginnasio parificato "Arici", il Liceo scientifico "A. Calini", l'Istituto Tecnico "Tartaglia", l'Istituto magistrale "V. Gambara", l'Istituto Agrario "Pastori", l'Istituto magistrale delle Canossiane, quello parificato delle Orsoline e la Scuola professionale "Contini".


Previsti dalla riforma Gentile corsi integrativi delle elementari, il Comune di Brescia, seguito da altri, aggiungeva ai 5 anni della elementare una sesta classe che continuò a funzionare fino alla soppressione dei corsi integrativi, per effetto della Legge 7 gennaio 1928 istitutiva della Scuola secondaria di avviamento al lavoro, poi della Scuola secondaria di avviamento professionale. In un gruppo di scuole elementari bresciane fu attuata, nel clima della riforma Gentile, un'esperienza durata quindici anni: il Sistema dei reggenti. Come ha osservato M. Agosti: "La scuola secondaria di avviamento professionale che avrebbe dovuto sostituire i corsi integrativi della elementare non divenne mai popolare, pur rappresentando un indubbio progresso nel campo dell'ordinamento scolastico, fino allora staticamente fermo alla posizione della legge Casati. Nel 1940, con la legge Bottai, la scuola secondaria inferiore venne nuovamente rimaneggiata e prese il nome di Scuola media. La riforma non interessò le scuole di avviamento che rimasero così a fianco alla media e che, pur con il loro curricolo chiuso di studi, furono frequentate da un numero di scolari sempre superiore a quello della media stessa". Una sconfitta della scuola si ebbe con la soppressione, nel 1941, della scuola tecnica ragionieri "Tartaglia".


I sostegni di cui si è detto, uniti ad una solida coscienza civile e morale, e avvalorati da un profondo orientamento religioso e da un sentimento vivo di patriottismo, fecero sì, come ha scritto Marco Agosti: "che quando nel 1933 tutte le scuole passarono allo Stato ed ebbe termine l'attività della amministrazione cittadina nel campo dell'istruzione popolare, venisse consegnata all'amministrazione dello Stato una scuola bresciana efficiente e ricca di una tradizione che, anche se non era sempre stata d'avanguardia sul piano didattico, lo era stata però sul piano delle strutture e in ordine all'impegno educativo." Lo stesso Agosti ha inoltre sottolineato come "i maestri hanno collaborato, salvo poche eccezioni, anche con l'Opera Balilla, portando nell'organizzazione fascista un intatto sentimento di rispetto del fanciullo, perfino quando essa fu investita da certi eccessi di spirito militaristico. La collaborazione dei maestri valse a diffondere anche nell'Opera Balilla quell'atmosfera di serenità e di spontaneità che era voluta dalla riforma gentiliana". L'orientamento religioso ed il sentimento patriottico portarono esponenti della scuola ad assumere ruoli dirigenziali nella Resistenza bresciana nei quali si distinsero Emi Rinaldini, Giacomo Cappellini e parecchi altri.


Dal 1945 si ebbe subito una notevole ripresa della scuola popolare per adulti analfabeti e semi-analfabeti, mentre germinarono le classi post-elementari, intese a prolungare l'obbligo scolastico, previsto dalla Costituzione, al quattordicesimo anno di età e che furono poi inquadrate dalla legge 31 ottobre 1962 istitutiva della scuola media unica. Ancora carente negli anni '50 la scuola media superiore statale che contava nel 1954, 3000 alunni (300 nel Ginnasio Liceo Arnaldo, 350 nel Liceo Scientifico Calini, 768 nell'Istituto Magistrale V. Gambara, 150 nell'Istituto Agrario Pastori, 382 nell'Istituto Industriale Moretto, 240 nell'Istituto Geometri Tartaglia, 810 nell'Istituto Mercantile Ballini). Nel 1947 venne avviata la Scuola medico pedagogica "Cesare Abba" per anormali psichici che ebbe notevole sviluppo.


Negli anni '70 si esperimenta il "tempo pieno" nelle elementari e poi nelle medie, che tuttavia non ebbe brillante sviluppo coinvolgendo meno di 3000 alunni dei quali quasi 800 concentrati a Brescia nelle due scuole, una a S. Eufemia e l'altra intitolata a Kennedy; gli altri sparsi a Rezzato, Passirano, Vobarno, Ghedi, Corzano, Cortefranca, Bagolino e alle elementari Mameli, Torricella e Abba di Brescia, e in provincia a Adro, Bagnolo Mella, Bassano Bresciano, Castelcovati, Chiari, Cigole, Iseo-Clusane, Leno-Milzanello, Lumezzane, Manerbio, Milzano, Nave, Toscolano, Castelletto, Cologne. L'edilizia scolastica ebbe negli stessi anni una vera esplosione. Nel solo 1975 a Brescia città erano in cantiere 14 nuove scuole con 150 aule. Lo stesso slancio si verificava in provincia. Dall'anno scolastico 1968-69 al 1976-77, gli iscritti alle materne comunali e statali passavano da 3.940 a 5.522, con un incremento pari al 40,1 per cento. Nel medesimo periodo, invece, gli iscritti alle materne convenzionate e sussidiarie scendevano da 2.080 a 2.052 (perdita percentuale 1.3). La popolazione scolastica in soli dieci anni dal 1966 al 1976 aumentò del 39 per cento.


Nel 2000 la scuola bresciana con altre quattro province affrontava attraverso il C.I.S. (Centro Intermedio Servizio) i problemi dell'autonomia scolastica. Gli ultimi decenni hanno registrato un sempre più ampio sviluppo della scuola materna statale, delle scuole medie, degli Istituti professionali, l'affermarsi delle Università Statale e Cattolica, l'immissione sempre più avvertibile di studenti stranieri. Al I settembre 2000, inizio dell'Autonomia scolastica, la situazione delle Istituzioni Statali in provincia di Brescia era la seguente: Materne 76, alunni 10.605; Elementari: da Direzione Didattica 61, da Istituti Comprensivi 28, per complessivi 48.207 alunni; Medie: da Scuole Medie 43, da Istituti Comprensivi 28, alunni 28.339; Superiori: istruzione classica 8, alunni 7.916; artistica 3, alunni 641; tecnica 10, alunni 9.840; professionale 10, alunni 7.290; polivalenti 14, alunni 10.626.