SAN VIGILIO V.T.

SAN VIGILIO V.T. (in dial. San Verséle o San Éle)

Borgata, nel Comune di Concesio, presso la riva destra del Mella a 10,7 km. da Brescia, ad un km. a O da Concesio. È a m. 227 s.l.m. «situato, come ha rilevato Pietro Benetti, in un'ansa che il Mella compie prima di sboccare nella pianura, esposto ad oriente in bella posizione ai piedi dell'ultima montagna del fianco destro della valle». Nei documenti redatti in latino è variamente indicato come "terra Sancti Vizilii nel 1197, "de Sancto Vizilio" nel 1237 e 1324, "de Sancto Vezilio" nel 1274 e 1295, "de Sancto Vigilio" nel 1235, 1250, 1385, 1388, 1406, 1410, 1532, 1538 e fino all'800, oltre che "de S.to Verzilio" nel 1435. Non manca l'indicazione toponomastica della parlata popolare del '600, espressa in "San Verzéle", insieme a quella del primo '900 di "San Veglio" e di "San Vélgio" che ai giorni nostri indica la romita chiesetta dominante l'abitato, benché sia più diffusa la forma "San Vigilio", come in italiano.




ABITANTI (Sanvigiliesi): 350 nel 1426 e nel 1493; 500 nel 1567; 600 nel 1573; 619 nel 1582; 600 nel 1609; 435 nel 1648; 440 nel 1657; 500 c. nel 1674 e nel 1684; 550 nel 1703; 470 nel 1710; 475 nel 1727; 580 nel 1735; 500 nel 1775 e nel 1791; 509 nel 1805; 650 nel 1816; 509 nel 1819; 728 nel 1861; 764 nel 1868; 919 nel 1881; 1031 nel 1887; 1144 nel 1901; 1379 nel 1911; 1615 nel 1921; 1600 nel 1926 e nel 1939; 2513 nel 1949; 2600 nel 1963; 2350 nel 1971; 2723 nel 1981; 2625 nel 1991; 2075 nel 1997.




Il terreno, come ha sottolineato Pietro Benetti, si è andato formando nel Quaternario tra glaciazioni e periodi interglaciali, con sedimentazione sulla roccia di fondo di strati d'origine continentale, derivati dall'erosione delle montagne e trasportati dal fiume e dal vento. I rilievi ricavati dal traforo di un pozzo della rete idrica scavato nel 1979 hanno messo in rilievo un assommarsi di strati sulla roccia di fondovalle di argilla, lignite, sabbia, argille löess, sabbia, arenaria in un alternarsi di conglomerati vari e di ghiaia. Penetrando alla ricerca di petrolio, ancora più in profondità sono state raggiunte giaciture profonde di rocce bituminose del periodo Triassico. La guida alpina del 1882 invitava a studiare il terreno silicifero verso la Sella di Gussago ricco di varietà di quarzi, nonché dei terreni sovrapposti ad esso sino alla creta che prevale in Valsorda. Manufatti di selci lavorate, attribuiti al Paleolitico Inferiore, sono stati trovati nel "Büs de la Höga" sul versante del monte Zeéra che sovrasta la località "Piazza". Tale grotta risalirebbe a prima dell'ultima glaciazione (il Würm) cioè a oltre 80 mila anni fa. Ancor più provato l'insediamento in epoca romana per opera di una necropoli scoperta nel 1979 ai piedi della località Mandò al confine di S. Vigilio con Cailina, mentre altri rinvenimenti di tombe sembra siano avvenuti nel 1948 nel cortile del cosiddetto "palazzo" di Mandò e nel 1965 sulla strada che porta a questa località. Pietro Benetti, in osservazioni fatte sul campo, avendo trovato resti di una grande muraglia e resti di fosse tra Quarone e Sella dell'Oca nel bosco di Mandò ha pensato alla possibilità dell'esistenza di una villa e di un fortilizio romano eretti per proteggere lo sbocco della Valtrompia verso Brescia da incursioni di popolazioni delle valli bresciane e da quella Triumplina in particolar modo. Tombe scoperte tra il 1944 e il 1950 in località "Le Marene" con arredi romani e monete, documenterebbero, secondo Pietro Benetti, «l'esistenza di una vasta necropoli, nella quale furono sepolti dei soldati, con le loro armi. Essi probabilmente appartenevano alla guarnigione del locale fortilizio». Oltre alla necropoli di Mandò, altre tombe vennero trovate in località "Cà Tripoli" ai "Ronchi" (1928-1930), al Brolo (sotto una località chiamata Castello che potrebbero far pensare all'esistenza di un castelliere), nella zona della chiesa parrocchiale (dove venne rinvenuto un basamento in marmo di Botticino con incisi i dati relativi all'estensione di un'area sepolcrale), nella zona Case Popolari tra le vie Roncadelle e Camaldoli, in via Fornaci ecc. Sentieri e strade particolarmente antiche sono stati individuati lungo la traiettoria da Gussago al Passo della Forcella, attraverso S. Vigilio, proseguendo poi per Cailina, Villa e Cogozzo. Non sono state trovate prove di insediamenti nell'alto medioevo anche se "leggende" ricorrenti vogliono che S. Vigilio vescovo di Trento abbia operato attivamente per la cristianizzazione anche delle valli bresciane oltre che della zona del Garda. Comunque il territorio dovette passare dal demanio pubblico forse longobardo al "territorium civitatis" e perciò alla pieve urbana e in pratica al vescovo di Brescia, al quale verrà confermato in quanto compreso nelle cinque miglia intorno alle mura dall'imperatore Corrado II al vescovo Olderico con diploma del 15 giugno 1037.


Dal vescovo di Brescia il territorio dovrebbe essere passato in parte al Capitolo della Cattedrale e al Monastero di S. Faustino. Assieme vescovo, capitolo e monastero edificarono una cappella al santo vescovo trentino già venerato nel Bresciano che venne poi affidata alla giurisdizione della pieve di Concesio. Attorno alla cappella o in seguito, perché fosse al loro servizio religioso, si andarono moltiplicando case e piccole fattorie i cui "vicini" si costituirono in una comunità o "universitas" formata dai capifamiglia, preposta all'autogoverno del territorio. Con la bonifica condotta dai monasteri, dal vescovo e sempre più da coloro ai quali erano affidati i loro beni, si formò più a valle, ai piedi dell'altura sulla quale sorge la chiesa di S. Vigilio, un insieme di agglomerati che formano le frazioni del comune. Uno di questi viene costruito per maggior comodità della popolazione. Lo Gnaga ha creduto di individuare San Vigilio in Somenzarie, una delle località della Valtrompia, assieme a Cogorozia, Carxi, Villa che sono nominate in un documento del monastero di S. Eufemia del 27 giugno 1038. Ma nello stesso documento di permuta fra Otta, badessa del monastero di S. Giulia di Brescia, e Gislimberto, abate di S. Eufemia, si ricorda chiaramente il monte Sancti Vilii per contrazione popolaresca, S. Vigilio. Tale designazione, conservata integra fino a noi, attesta il carattere di antichità della memoria di S. Vigilio in quella contrada, dove probabilmente esisteva un'antica chiesuola intitolata al nostro Santo. In un documento poi del 1237 si accenna esplicitamente "alla ecclesia nova S. Gregori, terra S. Vigilii de Valtrompia".


Come ha rilevato Carlo Sabatti «preziosa è l'annotazione del 3 giugno 1297 che si riferisce al "Comune" ed agli "homines de Sancto Vezilio", cioè alla Comunità civile, e che attesta il pagamento della decima dovuta al vescovo di Brescia sui nuovi terreni coltivati a S. Vigilio e Collebeato dopo che si era provveduto a dissodare e rendere coltivabili nuove terre, segno di un'iniziativa di sviluppo agricolo sia in paese sia nel confinante Collebeato, posto a S.». La chiesa "Sancti Vizilii in Sancto Vizilio", le case della chiesa stessa, la casa comunale dotata di portico, varie contrade sono poi elencate in un registro del Capitolo della Cattedrale assieme alle contrade quali: Contrata de Cambrossi o Cambiossi; Contrata de Issula o Issulla o ancora Insula; Contrata Nanspost; Contrata Palsoli; Contrata de Ponzenica o Ponzenige; Contrata Romena; Contrata de Sponzanis o Sponzanie; Contrata de Trambiaquis; Contrata de Traversagno; Contrata de Vulpe; Contrata de Zembrio; Contrata Ferrariorum; Contrata Molendini; Contrata Malescardi; Contrata Mura, ecc. Il registro 25 della Mensa vescovile ricorda ancora che pressappoco nel 1309 tale Benvenuto fu Maifredo "de Sancto Vezilio" paga 28 soldi imperiali a nome del Comune, per l'affitto della decima dei "novalia" e per dieci piò di terra, corrispondenti a più di 3 ettari di oggi, "in Dalmathino", località in quel di Collebeato. Il 21 agosto è Maffeo, presbitero della chiesa di S. Vigilio, ad essere investito d'un appezzamento di terreno arativo di 44 tavole e 2 piedi - all'incirca 1500 mq. - nella contrada de Lama. Il fondo confina ad O con la "via principale". Quest'ultimo dato toponomastico, osserva Francesco Trovati, si riferisce verosimilmente all'antica strada valligiana. Se si consideri la natura del terreno e l'indicato confine, si è indotti a credere che l'appezzamento in parola sia prossimo alla nuova chiesa di S. Gregorio che documenti più tardi collocano genericamente nella parte inferiore del paese. Il succitato codice conferma comunque non solo che il titolo ufficiale della cura d'anime rimane quello di S. Vigilio ma anche che il sacerdote può disporre stabilmente d'un piccolo beneficio e di una abitazione, nella quale, anzi, viene redatta parte degli atti d'investitura. Ormai la comunità di S. Vigilio si è rassodata ed è conosciuta anche per l'attività di suoi esponenti quali il notaio Girardo che, a cavallo del sec. XII-XIII, roga atti importanti, per il monastero di S. Giulia; un Delacutus che nel 1295 viene investito di beni dalla Badessa del monastero; un Albertino nel 1295 e un Guitino nel 1341 sono testimoni in atti notarili dello stesso Monastero; un Brixianus e nel 1232 e anni seguenti arciprete di Bovegno. Con la continua riduzione dei beni vescovili e monasterili e il loro passaggio prendono sempre più piede famiglie loro feudatarie come i Confalonieri e gli Avogadro nella pieve di Concesio. Come ricorda Francesco Trovati nel marzo 1348 viene riconosciuto alla famiglia Lavellongo o Lavellolongo il godimento di "vari diritti a S. Vigilio", un'investitura vescovile del 22 novembre 1349 assegna a Mileto fu Alghisio, capitano di Porzano presso Bagnolo Mella, altre proprietà in S. Vigilio, Cailina, Pregno mentre il 12 febbraio 1350, Bertolino, detto Decio, degli Avogadro di Zanano, è investito di beni nel pievato di Concesio. Alle famiglie più o meno direttamente richiamate dai documenti d'investitura del 1324 si devono aggiungere i nobili Da Concesio che, fin dal secolo XII, hanno parte non minima non solo nei più circoscritti fatti locali ma soprattutto in importanti vicende della vita amministrativa e politica di Brescia e di altre città. Un ramo dei Da Concesio nel sec. XIV prende il nome di Nassino o Nassini che ha beni oltre che in S. Vigilio anche a Concesio, Cailina, Carcina, Villa e Cogozzo. Investiture di beni da parte del vescovo ai Nassini avvengono ancora nel 1445 e oltre. Fra il 1426 e il 1498, accanto alla famiglia Nassini - ricorrente sul registro veneto per i nomi di Bernardino, Matteo fu Pietro, Nassino fu Giovanni, Giacomo fu Cristoforo - sono elencati fra i membri del patriziato rurale abitanti in S. Vigilio: Bonomino fu Tonino Bassi, David de Albano, indicato come "magister", G. Pietro fu Lazaro Cimaschi, gli eredi di Comino Cimaschi, Giovanni fu Ziliolo Cimaschi, Gregorio "dela Rasega", Antonio Bassi, Stefano fu Bertolino "dela Rasega", Gregorio e Battista del fu Giovanni Bassi. E ancora si registrano i cognomi dei Mazola, Bonaveri. Altri vengono da Cailina, Rodengo come i Treccani, i Trussi, ecc. Nei rivolgimenti bellici e politici del sec. XV viene ricordata soprattutto la presenza da protagonista nella congiura antiviscontea di Gussago di Emilio Nassini che in S. Vigilio raccoglie e riordina i suoi montanari, prima di raggiungere S. Bartolomeo per unirsi agli armati di Franciacorta e marciare su Brescia onde aprire le porte ai veneziani. Nel 1385 dall'estimo visconteo risulta che S. Vigilio fa parte amministrativamente della Quadra di Nave, in quello di Pandolfo Malatesta del 1406, nel 1411 e nel 1416 appartiene alla stessa Quadra. Nel 1422 il Comune è obbligato con parecchi altri ad aggiustare le strade della Valtrompia. Probabilmente per meriti acquisiti presso la Repubblica Veneta durante la sua conquista del Bresciano, nel 1435 "S. Verzilio" è fra i comuni dichiarati esenti da tasse o altro e fa parte di nuovo della Quadra di Nave. Nel dicembre 1439 S. Vigilio è devastato da Nicolò Piccinino assieme a Ome, Brione, Nave e altre località della Valtrompia nell'ultimo tentativo compiuto da Milano di strappare il Bresciano a Venezia. Grazie a ciò S. Vigilio con gli altri paesi ebbe la conferma di antichi privilegi e la riduzione dei tributi dovuti alla Repubblica.


La vitalità del borgo nella prima metà del secolo è documentata dalla presenza di sacerdoti sanvigiliesi a S. Vigilio, a Brozzo e a Mu in Valcamonica, tutti della famiglia Bassi. Figura di notevole rilievo è quella del maestro Zanetto Fenotti che nel 1526 iniziò la copertura in piombo della Loggia di Brescia. Da notare è la presenza di un "lapicida solarius" che vende nel 1532 una grossa partita di vasellame. Nel 1541-1542 è citato un marengone (Benedetto q. Girardo Treccani); nel 1557 è un orefice, Marco q. Natale Vinciguerra de Marnico, che compra terre nel territorio di S. Vigilio. Tra le benemerenze del Comune è l'impegno dei Consoli nella costruzione nel 1536 del Santuario della Stella in seguito alla nota apparizione della B. Vergine Maria. Segno di civiltà è l'assistenza pubblica che, anche se alquanto ridotta, si esplica attraverso alcuni legati, fra i quali quello della dispensa del sale. Tale disposizione è voluta da Bernardino ed Elisabetta Gotti, da Elisabetta Zubini di Giovanni Antonio Guerino nel 1600, di Giov. Antonio Comé nel 1614. Mille planet lascia al Comune Dorotea Nassini il 21 gennaio 1619 con l'obbligo di investirli distribuendone in perpetuo il reddito ai poveri vecchi infermi e bisognosi "per amor di Dio". Nei primi decenni del '600 è attiva la "Carità del pane di S. Vigilio" che distribuisce pane e sale. Un quadro abbastanza preciso di S. Vigilio agli inizi del '600 ci è offerto dal Catastico del Da Lezze (1609-1610). Le famiglie sono 50 in tutto, con 600 "anime", delle quali "utili", cioè produttive, sono 150. I Nassini e i Sala, nobili bresciani, vi hanno "buona entrada" cioè buone rendite. Il più benestante dei contadini è "il Cochet", mentre gli altri "sono povere persone, che lavorano alla campagna". Tre sono le ruote dei mulini di proprietà del Comune che crea il massaro ed il "Sindico" con salario per il "governo" del paese. I mulini predetti "sono posti sopra le seriole, che sono cavate dal fiume Mella et passano per di sotto la terra"; c'è anche una "ràsega". Modesto è il numero degli animali (12 paia di buoi e 5 i cavalli), mentre i carri sono 6. Il "massaro", chiamato anche "sindico", ha il compito di riscuotere e pagare le "gravezze", cioè le tasse; egli "può maneggiar all'anno intorno mille ducati, et rende conto ogni quattro mesi alli soprascritti dieci huomini", i quali eleggono anche un "Provisore" che ha il compito di recarsi nei paesi della Quadra a pesare il pane e a denunciare le frodi, che sono giudicate dai dieci rappresentanti suddetti ricevendo la metà delle somme derivanti dalle condanne e un salario di L. 10 all'anno. Presenza di truppe, arruolamenti forzati e ricorrenti carestie fra le quali grave quella del 1619 obbligano il comune a chiedere dilazioni nei pagamenti e lo mettono in gravi difficoltà. Senza dire che la natura ancora in parte selvaggia presenta insidie inaspettate: nel settembre 1627 un ragazzo viene azzannato da un lupo. Quasi lupi sono anche i Lanzichenecchi che infestano ogni contrada nel 1628-1629 scendendo all'assedio di Mantova. Ma più tremenda è la peste del 1630-1631 che nonostante il "rimedio bonissimo" e "probatissimo" e "preservativo" proposto da don Camillo Baglioni ("pighiare ogni mattina una tazza di malvasia dentro una diama di solfro pesto, et un grano di muschio") devasta anche la terra di S. Vigilio. Bisogna dire che a quanto sembra la ripresa deve essere più pronta che altrove se già nel 1632 viene posta la prima pietra della nuova chiesa parrocchiale che in due anni è finita.


Passano finalmente decenni di pace e di progresso. Solo nel dicembre del 1704 anche S. Vigilio incappa negli inconvenienti di una nuova guerra, quella di successione spagnola. Nel dicembre ben 1200 soldati dell'esercito imperiale requisiscono fieno e lasciano un morto sul terreno. Ma la guerra più insistente è quella fra famiglie e fra uomini singoli. Gli atti della visita del cardinal Badoaro del settembre 1710, oltre ai provvedimenti di routine, lamentano che gli uomini entrano in chiesa con schioppi e molti con massima indecenza, ascoltano la messa voltando le spalle all'altare o si ammassano in sagrestia o schierati nel cimitero. Il vescovo raccomanda per farsi capire di sconfiggere l'ignoranza, di spiegare la dottrina cristiana, che si usi la lingua del popolo perché "così certamente si spezza il pane spirituale ai piccoli affamati". Del resto soprattutto il '700 rintrona di archibugiate mortali fra le quali sanguinosa quella fra gli assoldati ai Masperoni e non mancano scontri di buli. Ad una grazia "spezialissima" di S. Giovanni Nepomuceno un povero uomo un certo Martinelli attribuisce nel settembre 1738, di non aver perso la vita a causa di archibugiata sparatagli a bruciapelo e senza un motivo. Ogni tanto si trova un morto a volte da parecchi giorni.


Sono gli anni nei quali i Comuni, fra cui S. Vigilio, mantengono sulle torri continue guardie che siano pronte a dare il segnale col tocco della campana a martello al momento in cui siano avvistati banditi o contrabbandieri. Ma non mancano motivi di vita tranquilla. L'estimo mercantile del 1750 presenta una popolazione attiva che assieme a contadini allinea mugnai, un beccaro, un oste, un falegname "di pura arte". Nel 1752 i non originari possono tenere le loro riunioni, eleggere loro rappresentanti, decidere di contribuire alla costruzione del tabernacolo, ecc. Nel settembre 1754 il comune acquista una ghiacciaia per la conservazione delle carni. Non mancano anche disgrazie, malattie, momenti difficili. Oltre ai ricorrenti omicidi il 31 agosto 1757 gravi danni vengono provocati dall'inondazione del Mella; nel 1767-1768 si diffonde il vaiolo, che ricompare più violento negli anni 1784-1785, mietendo in pochi mesi una decina di vittime. E c'è chi pensa che per rendere civili gli animi ci vuole l'istruzione.


Nel 1781 Giacomo Treccani dopo aver pensato ai poveri dispone che il frutto dell'eredità serva per l'erezione di una scuola, con l'incarico ai commissari della dispensa del pane di S. Vigilio, di pagare entro l'anno dalla morte dei suddetti due eredi, nel caso in cui morisse anche Giacomo senza figli di legittimo matrimonio. I commissari, adempiuti i legati, col rimanente dell'eredità formeranno uno o più capitali, il cui frutto deve essere speso ogni anno in perpetuo per pagare un maestro capace di far scuola a tutti i suddetti fanciulli del paese, insegnando loro i "novi costumi, leggere, e scrivere e secondo il frutto che si ricaverà anco l'aritmetica, e gram[m]atica". Il bilancio comunale, che comprende oltre agli stipendi e alle spese di amministrazione e di culto che sono molto intense, vede stanziamenti per aggiustare le strade, la manutenzione del ponte, dell'orologio, ecc.


Nel 1791 si delibera di costruire un nuovo ponte sul Mella "in luogo più comodo". All'iniziativa si associa la Vicinia di Cailina. Una cura particolare ha il Comune per la scuola maschile per la quale il 20 luglio 1790 detta i capitoli per il sacerdote-maestro fissando le materie (leggere, scrivere, aritmetica e grammatica "secondo l'occorrente" oltre il catechismo e viver proprio civile, onesto, e le buone creanze"). La rivoluzione giacobina passa quasi come l'acqua sulla pietra. L'unica notizia finora reperita riguarda quattro pietre di S. Vigilio offerte per lo spazio recintato intorno all'Albero della libertà eretto nella Piazza Nazionale. Ma non si manca di recepire la spinta verso una società civile più organizzata, come nell'agosto 1802 indica la decisione di pagare un medico con i fondi della Carità del Pane. Nel frattempo si ristrutturano gli istituti elemosinieri nella Carità del Pane e la Commissaria Treccani dei poveri infermi e bisognosi e la "Scuola dei ragazzi", amministrati dalla nuova Congregazione della Carità. Nell'aprile 1810 S. Vigilio ha pronto il nuovo cimitero voluto dalle leggi napoleoniche; nel 1811 per un lascito di Domenico Quaranta viene avviata la "Scuola delle figliuole" per la quale si stanzia una somma di lire 200 ogni anno da dare ad una savia ed abile maestra, scelta dal parroco e dalla Congregazione di Carità, con l'onere di far scuola alle "figliuole tutte abitanti" nella parrocchia di S. Vigilio, insegnando loro "le cose principali della nostra S. Religione, non che a leggere, scrivere ed a cucire nel miglior modo possibile", con l'obbligo di recitare pubblicamente una volta al giorno a scuola il salmo "De profundis" in suffragio dell'anima del testatore. La Scuola, dopo le pratiche burocratiche, incomincia nel settembre 1814 ma continua fra mille difficoltà per gli ostacoli frapposti dagli eredi. Cure particolari il Comune riserva nel 1813-1815 alla strada di accesso al ponte sul Mella. Continua ed esemplare è la sorveglianza sulla scuola che porta anche al licenziamento di un maestro che "osa omettere di far scuola nelle giornate obbligatorie ma le trascorreva dormendo nelle ore destinate all'insegnamento". L'ispettore scolastico invece non aveva che da lodare il maestro che aveva sostituito il licenziato "con cordiale soddisfazione" di tutti. L'opera educativa era "lodevolmente disimpegnata" dal maestro Gasparini, figlio di defunti genitori, i quali ai figli non lasciarono che "una civile, onorata, e discretamente colta educazione". Dal 1831 al 1841 molte cure vanno alla manutenzione delle strade comunali "divise in cinque tronchi, cioè Valleriana, Cimaschi, del Ponte, Mura, e della Forcella della complessiva lunghezza di metri 5462 in appalto a Giambattista Cavadini". Purtroppo, improvvisa a rompere anni laboriosi e tranquilli, il 3 luglio 1836 compare una nuova e più micidiale epidemia, quella del colera che entro il 25 luglio miete 23 vittime. Altrettanto minacciosa e letale ricompare l'epidemia nel 1855, mietendo dal 27 luglio al 23 agosto 25 vittime dei 44 morti durante l'anno.


Non sono annotate vicende di rilievo durante i decenni risorgimentali e i primi anni dell'unità d'Italia se non la presenza di un garibaldino, Luigi Rizzardi nato però a Brescia, ma morto a S. Vigilio nel 1892. Più che sentimenti patriottici nazionali dominano invece la povertà, dovuta alla crisi economica, che dura a lungo e che colpisce soprattutto l'agricoltura, e le epidemie. Fra queste fa la ricomparsa dal 25 luglio del 1829 all'agosto 1867 il colera che provoca dieci morti. Serpeggianti e a volte letali il vaiolo, le malattie polmonari, e per lo squilibrio nutrizionale, la pellagra. Sono anni in cui, nonostante il decantato mercato nazionale si paga ancora il pedaggio di uomini e animali sul ponte del Mella. I pedaggi sono oramai anacronistici e per sostituire il ponte in legno "corroso e cadente" con altro "in cotto" il Comune, affidato il progetto all'ing. Cesare Piazzi, progetto approvato il 27 dicembre 1872, trovatosi di fronte ad un preventivo di L. 19.128,94, si vede costretto a ricorrere al sussidio della Provincia. Aggravano la situazione le tasse (e specialmente quella del macinato) e la crisi agricola. Per arginarle elementi liberali incominciano a far sentire la loro presenza verso gli anni '80 cercando di ovviare con la costituzione il 16 ottobre 1884, della "Latteria sociale di San Vigilio" fra "possidenti affittabili e coloni del comune", avente lo scopo della "trasformazione del latte proveniente dalle mucche di cadaun socio in prodotti industriali", come si ricava dallo statuto, edito a Brescia nel 1884, che - secondo Bonetti e Pagani - fa pensare "ad una matrice liberale". Approvato il 1° novembre 1885 lo statuto, nel 1890 l'associazione assume la ragione di Società Nazionale Cooperativa e nel 1904 verrà premiata all'Esposizione bresciana. Ad essa collegata è la "Società di Mutuo Soccorso contro i danni per mortalità e deperimento del bestiame bovino di S. Vigilio" costituita il 17 gennaio 1886 "allo scopo di compensarsi i danni per mortalità o deperimento del bestiame bovino per malattia o fortuita disgrazia, nonché per procurare il miglior sviluppo ed allevamento... imprestare danari ai soci", come si rileva dallo statuto, edito a Brescia nel 1886. Ma che il disagio sociale sia più profondo e diffuso e che lo Stato sia sentito come ente di sfruttamento lo dimostrano alcuni gravi fatti che accadono la notte del 15-16 marzo 1891 quando alcuni contadini sono coinvolti in una aggressione a roncolate e in una rissa rischiando l'intervento dei carabinieri che, incontrato certo Luigi Arici armato di falcetto, lo arrestano e lo portano in casa del sindaco. Di fronte ad un vero assedio di una folla sempre più minacciosa, i carabinieri, a questo punto, credono opportuno rilasciare l'arrestato. Chiamati rinforzi da Brescia cinque dei più accesi contadini vennero arrestati e processati poi il 21 aprile seguente e condannati a varie pene dai 15 giorni di arresto a 31 mesi di carcere. L'anno appresso il 30 giugno 1892 si verificò un nuovo scontro tra una compagnia di contadini e i carabinieri, che disprezzati e minacciati, reagirono ferendo seriamente uno dei rivoltosi. Ai nuovi arresti seguirono nuovo processo e nuove condanne. La situazione tuttavia stava evolvendosi con le maggiori occasioni di lavoro e grazie all'azione del clero, delle associazioni ad esso legate e a nuove provvidenze sociali. Per venire incontro soprattutto a mamme e sorelle sempre più orientate a trovare occupazione come domestiche in città, come operaie nella locale Filanda Sorlini o negli stabilimenti sorti a Concesio e nella bassa Valtrompia, nel 1898 nasce l'asilo d'infanzia favorito da un lascito di 10 mila lire della signora Maria Gilli a memoria della quale Giuseppe Cesare Abba detterà un'epigrafe posta sulle vecchie scuole che suona «PER AMORE DEI MISERI / MARIA GILLI V. MORANDI / A QUESTA CONGREGAZIONE DI CARITÀ / DIECINOVE MILA LIRE / MORENDO LEGAVA / NEL 18 OTTOBRE 1898 / IN RICONOSCENZA / S. VIGILIO 1910 / G.C. ABBA». L'asilo, poi amministrato dal parroco e dalla Congregazione di carità, si avvantaggerà nel 1903 di un nuovo lascito di altre 5 mila lire lasciate dalla contessa Elena Caprioli alla quale verrà intitolato. Ciò permetterà all'asilo di trasferirsi nel 1913 in una nuova sede. Grazie ad un altro lascito della contessa Caprioli nel 1903 S. Vigilio può inaugurare nell'agosto 1908 una nuova fontana e nel 1911 avviare la costruzione dell'acquedotto. Ancora Giuseppe Cesare Abba nel 1910 ricorderà le opere realizzate per la munificenza della contessa con una epigrafe che dice: «TESORI D'ACQUE POTABILI / AL POPOLO DI S. VIGILIO / LA CONTESSA / ELENA CAPRIOLI / DONÒ NEL 1905 / ALL'ASILO D'INFANZIA / LIRE CINQUE MILA / LEGÒ MORENDO NEL 1909 / IN RICONOSCENZA / S. VIGILIO 1910 / G.C. ABBA».


Il continuo ingrandimento della filanda Sorlini che nei primi anni impiega circa 230 operaie e le occasioni di lavoro offerte da fabbriche che sorgono a Concesio e altrove danno respiro all'economia del paese, ma pure creano nuovi problemi sociali e rivendicazioni salariali. Grazie specialmente alla presenza ventennale di un giovane e dinamico sacerdote, don Giacomo Aloisio, sorge la Società operaia di M.S. e nel 1909 una sezione delle Unioni Cattoliche del lavoro che raggruppa 125 socie. L'anno seguente l'11 dicembre 1910 viene fondato per iniziativa di don Aloisio e di Giuseppe Salomoni il Circolo Ritrovo operaio di S. Gregorio al quale si aggiunge una Cooperativa cattolica di consumo. Saldamente in mano ai cattolici, non manca a S. Vigilio una fronda liberale zanardelliana e socialista. Gli zanardelliani nel luglio 1909 inaugurano la bandiera della Società Operaia e, in occasione delle elezioni provinciali il 24 luglio organizzano una curiosa azione di disturbo al comizio in cui parlano Giorgio Montini, e gli avv. Giovanni Cottinelli e Paris. I giornali raccontano che, mentre si teneva il comizio, giungeva a S. Vigilio l'automobile del sig. Beretta di Gardone nel quale avevano preso posto il proprietario e parecchi elettori di Quistini. Insieme con l'automobile arrivava in bicicletta un gruppo di teppisti, i quali tentarono di emettere delle grida ostili all'on. Corniani. Lo spettacolo nuovo, che costituisce il programma Quistini, richiamò numerosi gruppi di donne, le quali organizzarono una imponente, grandiosa contro dimostrazione di simpatia all'on. Corniani. L'automobile degli oratori venne poi presa a sassate. Mentre la bandiera della Società operaia zanardelliana farà la sua comparsa quasi solo all'inaugurazione del monumento a Zanardelli a Gardone V.T. nell'ottobre 1912, nell'agosto 1913 i socialisti creano a S. Vigilio una sezione staccata della Sezione di Villa Carcina che prende il nome di Circolo Operaio G. Garibaldi.


È uno sforzo tuttavia che non riequilibra la preponderanza dei cattolici, i quali nelle elezioni politiche del 1913 ottengono 143 voti contro i 75 dei liberali e i 17 dei socialisti, nelle elezioni provinciali del 1914 mietono 158 voti contro 53 dei liberali e 25 dei socialisti. Intensa è, in campo socialista, l'attività di Giovanni Montini, presidente del Circolo Operaio Garibaldi e sempre schierato su posizioni radicali fino ad entrare nel 1921 nel Partito Comunista. In campo assistenziale promosso dal curato don Aloisio nasce un ricovero per vecchi poveri ed inabili al lavoro sotto il titolo di Casa di Riposo e per le cucine economiche. Alla morte di don Aloisio, nel febbraio 1916 la direzione viene assunta dal parroco don Ghidoni, ma l'attività viene chiusa per il mancato sostegno della Congregazione di carità. Da parte sua Emilia Catti Presti crea una Scuola di lavoro che raccoglie subito 24 fanciulle dai 7 ai 12 anni.


La I guerra mondiale esige 20 vittime tra caduti e morti per malattia, ma molti di più ne vuole anche la "spagnola" che imperversa dall'agosto 1918. La somma dei morti nel 1918 raggiunge il numero di 60 contro i 30 del 1919. Nel dopoguerra continua la prevalenza dei cattolici in campo sindacale, amministrativo e politico, rincalzata dal socialismo che perde presto il suo slancio. Come scrivono P. G. Bonetti e P. Pagani, nella storia del Movimento operaio in Valtrompia, nel cosiddetto "Biennio rosso" del 1919-1920 "tra i tessili i socialisti non riescono a scalfire l'organizzazione cattolica nella bassa valle a Concesio e S. Vigilio". Alla ricostituzione promossa da Giovanni Montini nel marzo 1919 di una sezione socialista Concesio-S. Vigilio poi divisasi l'anno seguente, risponde nell'aprile quella dell'Unione tessile cattolica con fitte adesioni di operai e con buoni successi sindacali. Mentre si sviluppa la Gioventù Cattolica di Azione Cattolica, nell'aprile 1919 viene fondata dal presidente Angelo Reboldi, segretario il parroco don Ghidoni, la sezione del P.P.I. che precede quella stessa di Concesio. Allo sforzo organizzativo rispondono gli elettori dando nelle elezioni politiche del 1919 137 voti ai popolari contro i 30 ai socialisti e 50 agli zanardelliani. Del resto lo stesso settimanale socialista "Brescia Nuova" riferendosi a S. Vigilio, Concesio e Carcina non può non constatare come "da queste parti il socialismo è morto". E in effetti già all'inizio del 1922 sono sciolte le sezioni socialiste di Bovegno, Marcheno e Lavone, mentre "a Cailina, S. Vigilio e Concesio non c'è più traccia di presenza organizzata". Il P.C.I. trova nel 1921 un solo aderente in Giovanni Montini che riesce nell'ottobre 1926 ad organizzare a S. Vigilio un congresso clandestino provinciale che constata tuttavia, come ammette il delegato della Valtrompia al congresso, che il movimento in tutta la nostra zona lascia molto a desiderare benché lo spirito delle masse operaie sia giudicato di ispirazione comunista. La vittoria dei popolari si ripete nel 1921 mentre i cattolici cercano di rafforzare la propria organizzazione dando vita il 3 dicembre dello stesso anno alla Sezione reduci e combattenti della Unione provinciale e sempre nello stesso anno si costituisce il corpo bandistico, che avrà notevole successo.


La situazione tuttavia si decanta nel giro di pochi anni con l'affermarsi del fascismo che oltre che puntare i suoi strali sulla amministrazione comunale, riesce a raccogliere consensi per cui nel 1924 gli elettori di S. Vigilio danno 153 suffragi ai fascisti, 150 ai popolari, 9 ai socialisti massimalisti, 1 voto ai comunisti e 1 ai socialisti riformisti. A far fronte al regime rimane il curato don Giacomo Contessa che, curato dal 1918 a S. Vigilio, organizza attività culturali, la banda musicale, le scuole serali, una cooperativa, affianca la cattedra ambulante di agricoltura, è chiamato il "migliolino" per la sua animazione sindacale. Alla sua nomina nel 1927 a parroco di Roncadelle l'avvocato generale della Regia Procura non può non rilevare che se la «condotta morale di don Contessa "risulta ineccepibile", suo comportamento intransigente nel campo politico e le sue manifestazioni di avversione all'attuale reggimento di Governo, avrebbero determinato in parte notevole, e la più considerabile, della popolazione di S. Vigilio una situazione in contrasto con la attribuzione al detto Sacerdote delle funzioni di Vicario Economo». In particolare gli viene imputato di essersi opposto affinché fosse issata la bandiera in occasione dell'inaugurazione del gagliardetto della sezione fascista e di aver espresso rimostranze nell'ottobre 1924 alla partecipazione dei fascisti in divisa alla processione di S. Rocco, di essersi opposto a che il 7 aprile 1926 la banda di cui era direttore partecipasse alle manifestazioni di giubilo minacciando "di rompere gli strumenti sotto i piedi" e, ancora di avere "sistematicamente procurato durante le assemblee ed i comizi fascisti di soverchiare la voce degli oratori con il suono di campane intenzionalmente ordinato". Lo stesso Sacerdote, descritto di carattere volontario e prepotente, avrebbe svolto un'attività pertinacemente contraria alla costituzione del sindacato delle filatrici di S. Vigilio, delle quali solo una decima parte sinora, per la propaganda in contrasto, vi sarebbe iscritta. Fuori dai contrasti politici il 4 ottobre 1925 viene inaugurato il Parco della Rimembranza e nel 1926, promossa dal col. Giuseppe Carrara, la Sezione Alpini. Ma sono le ultime iniziative nell'ambito del Comune autonomo. Infatti nell'adunanza del 29 ottobre 1927 la Giunta Provinciale considerati i motivi topografici e di convenienza amministrativa e la necessità di accrescere, con la fusione dei due Comuni predetti in un unico Ente, le forze morali ed economiche degli stessi, dava parere favorevole alla proposta aggregazione del Comune di S. Vigilie, al limitrofo Comune di Concesio, che veniva sancita con R.D. 29 dicembre 1927 n. 2664. I primi provvedimenti del Comune nel 1928 sono la celebrazione del Pane, promossa da don Galloni ex curato di Concesio, l'esenzione dalle tasse per le famiglie che abbiano avuto 12 figli dei quali 6 a carico; l'ampliamento nel 1929 del cimitero.


Ma in sostanza continua per alcuni anni la diffidenza tra il fascismo e la parrocchia con la negazione dell'apertura di un teatrino, l'imposizione del suono delle campane in occasione di feste "patriottiche" l'intimazione a non esporre la bandiera del Vaticano, ecc. Il Comune deve far fronte da parte sua ad alluvioni provocate dallo straripamento del Mella specialmente il 30 maggio 1931, il 10 ottobre 1940 ecc. La II guerra mondiale che vede nel 1940 già 130 giovani sotto le armi, registra il sacrificio di 25 giovani vite e soprattutto negli ultimi due anni vive momenti difficili. Il paese si riempie di sfollati, si moltiplicano i rastrellamenti e azioni di rappresaglia. Una di esse ha luogo il 3 settembre 1944: in seguito all'uccisione a Collebeato dell'avvocato Giuseppe Moneta da parte di ignoti, piombano a S. Vigilio le SS con Ferruccio Sorlini per una grande retata. Davanti alla chiesa di S. Gregorio fermano il camion e costringono a salirvi tutti gli uomini che incontrano per strada e che stanno per recarsi alla messa delle sei; alcuni riescono a fuggire, altri sono presi, come il pittore Cominelli impegnato nel dipingere la chiesa. Nel corso dell'ispezione effettuata dalle SS viene scoperto un certo Mario, ebreo di Milano, sfollato in casa di Pietro Maranta, con carta d'identità falsa e radiotrasmittente; egli viene arrestato e condotto nelle carceri del castello di Brescia insieme a Luciano Pasquali di Cailina, reo di aver modificato la data di nascita sul proprio documento di identità. Il 27 ottobre 1944 alla cascina Faroni, presso la cinta dei Camaldoli, cade in una sparatoria con i repubblicani della Brigata Tognù il cremasco Santo Moretti partigiano della 122 Brigata Garibaldi, ex carabiniere. L'uccisione di un sanvigilese, Attilio Maranta, avvenuta il 10 marzo 1945 a Villa Carcina ma sepolto a S. Vigilio scatena la rappresaglia nella quale vengono fucilate 3 persone. Il 14 marzo 1945 cade con il suo apparecchio in contrada Mura l'aviatore della RSI Giuseppe Chiussi abbattuto da un caccia americano.


La liberazione che a S. Vigilio ha luogo il 26 aprile 1925 registra la morte di Mario Piovanelli, abitante in luogo, ucciso mentre a Gardone V.T. tenta di disarmare un tedesco. A lui verrà intitolato l'oratorio. Unico caduto a S. Vigilio in località Forcella è un soldato tedesco, Helmund Vogt, ucciso il 1° maggio dai partigiani per non essersi voluto arrendere.


Nel dopoguerra la vita sociale e civile si svolge in gran parte nell'ambito della Parrocchia o sotto la sua influenza. La S. Vincenzo organizza un centro con mensa quotidiana gratuita per i più poveri. Il I febbraio 1946 esce il primo numero di "Cordata", foglio volante cristiano per i giovani di buoni sentimenti e in seguito dal I marzo "settimanale cristiano per la fede e per la patria"; nel 1946 sorge il teatro parrocchiale; il 20 luglio 1947 riprende vita sotto il nome di "Circolo Sociale S. Gregorio" il ritrovo cattolico S. Gregorio soppresso dal fascismo nel 1927 e don Giov. Battista Saleri crea il primo spaccio ACLI. Si ricostituisce in paese, con carattere religioso, politico ed economico, il ritrovo sociale conservando il titolo di S. Gregorio Magno, avente lo scopo della "sana formazione morale, religiosa e politica dei soci", come specifica lo statuto. Verso la fine del 1959 il ritrovo S. Gregorio è trasformato in "Circolo Acli" a favore dei lavoratori e conserva la sede in via Albera fino al 1962 con il presidente Achille Pasolini, anno in cui il curato don Gino Zoli, con il consenso del parroco don Mazzoldi, compera la casa in via Rizzardi n. 1, concedendo alle Acli due vani fino a quando nel 1968 don Sergio Pezzotti le trasferirà nella nuova struttura. Emanazione delle stesse è la Cooperativa ACLI Casa che negli anni '80 ottenuto dall'Amministrazione Comunale, col benestare dei vari proprietari locali, ampie aree, costruisce ben 44 appartamenti. Fuori dell'ambito parrocchiale, ma legato alla vita del paese, è il Circolo vinicolo Associazione Combattenti e Reduci fondato l'11 luglio 1948. Negli anni '50 incomincia anche a S. Vigilio, come ha rilevato Elio Rebuffoni, una crescente espansione edilizia "con un primo piccolo nucleo di via Mazzini, all'inizio del paese, poi in via Rizzardi, all'angolo con via Roncadelli, ed erano le cosiddette case Fanfani. Negli anni Sessanta, esattamente a partire dal 1965, arrivarono anche a San Vigilio le prime case Marcolini della cooperativa La Famiglia, che col primo e il secondo intervento (e alcune case e villette private) finirono per "mangiarsi" tutta la vasta area tra via Rizzardi e via Albera, che fu asfaltata solo nel 1970. A N del paese alla fine degli anni Settanta furono espropriate le aree nella zona di Tripoli per le case Gescal. Di pari passo con questa edilizia pubblica popolare s'è sviluppata quella privata, in genere a lato delle vie principali (esempio via Mazzini, zona vicino alla farmacia del dr. Bontempi, sorta anch'essa negli anni Settanta, dopo aver avuto la sua prima sede nei locali dell'ex-mobilificio Ronchi di fronte alla chiesa)".


Lo sviluppo edilizio ed urbanistico della borgata ha influito, come ricorda Elio Rebuffoni, su alcune trasformazioni anche nell'aspetto "pubblico" del paese. Ad esempio a metà degli anni Cinquanta il grande sagrato davanti alla chiesa e l'allargamento dell'inizio di via Cottinelli, all'altezza della proprietà Balzarini. Nel 1953 arriva il metano; nel 1955-1957 viene costruito il nuovo edificio scolastico per ospitare le scuole elementari. Nel 1968-1969 sorge il Centro Giovanile parrocchiale Giorgio Montini. Nel 1970 viene creato un nuovo ponte sul Mella; nel 1971 viene ampliato Largo Caprioli; si allarga via Rizzardi, si costruiscono a SO case e negozi, mentre a S sorgono nuove case "Marcolini". Il 21 dicembre 1974 viene inaugurata la nuova scuola materna e nel 1976 realizzata la nuova palestra e inaugurato il nuovo edificio delle scuole medie. Negli stessi anni il gruppo alpini porta a termine la ristrutturazione dell'antica chiesa di S. Velgio, coronandone nel febbraio 1978 il bel campanile romanico con la campana. Gli anni 1988-1995 sono dedicati alla costruzione, a nord, della strada provinciale e di una vasta area artigianale e industriale. Lo sviluppo edilizio esige nuove infrastrutture tra le quali nel 1993 due sottopassaggi per unire la Valtrompia e la Franciacorta e nel 1994 un nuovo ponte sul Mella progettato dall'ing. Giulio Maternini. Infine nel 1996 la costruzione di una bretella stradale di collegamento tra S. Vigilio e Villa Carcina.


Nel 1996 nell'ex asilo venivano sistemati alcuni uffici decentrati della sede municipale di Concesio e nel 1998 viene sistemata piazza Garibaldi. In questo anno S. Vigilio ha anche il suo libro di storia e di arte curato e scritto da Carlo Sabatti oltre che da Pino Benetti, Gianni Botturi, Francesco Trovati, Piercarlo Morandi, Elio Rebuffoni, Sandro Guerrini e Ivo Panteghini. Al bel volume queste note devono moltissimo.


Anche nel settore del tempo libero S. Vigilio ha fatto notevoli passi. Oltre al teatro, al cinema, alla banda nel 1952 fa la sua comparsa il Gruppo Sportivo S. Vigilio sotto la guida di Angelo Gavezzoli, Alceste Bonfadelli e Franco Torchio. Tale gruppo esprime fra i suoi atleti il campione di ciclismo Fausto Bertoglio. Dal 1972 il Gruppo locale degli alpini organizza un riuscito campionato nazionale di marcia alpina di regolarità a pattuglie. Riconoscimento meritato per l'attività sociale nel 1992 la medaglia d'oro da parte del Comune. Nel 1980 viene organizzata la mostra annuale dei vini di S. Vigilio che prosegue tuttora. Dal 1983 per la festa di S. Luigi venne organizzato tra le contrade di S. Vigilio: Bornöf (ossia Borgonovo), Mura, Cesa (chiesa), Semas (Cimaschi) un palio che ha avuto particolare fortuna nel tempo. Successo ebbe anche dal 1991 la Sagra delle pesche organizzata con Villa Carcina. Nel 1997 si esibiva la compagnia teatrale dei "Roncaì de S. Vigilio". Successo insperato ha, da anni, il Presepio permanente dedicato a Paolo VI promosso nel 1958 dagli Amici del Presepio guidati dal presidente Giuseppe Mitelli e dal segretario rag. Luca Morandini.




L'ECONOMIA. Eminentemente agricola fu l'economia fino a pochi decenni fa sia pure con integrazioni artigianali e industriali accentuatesi dalla seconda metà dell'Ottocento. Nel sec. XI i documenti accennano a terra "ortiva, arboriva, vithata, e prathiva". Con un mulino o due. Questa situazione non mutò per secoli ed è interessante leggere le notizie ricavate da possedimenti che i Lavellongo avevano a S. Vigilio nel 1311 contenuti nell'archivio Gonzaga di Mantova e trovati da Leonardo Mazzoldi per le notizie che offrono sulle coltivazioni esistenti nel territorio di S. Vigilio: pezze di terra note per la descrizione della loro qualità risultano distribuite come segue: 19 coltivate a vite, 7 arative, 4 arative e prative, 2 prative, 2 arative con viti, 1 arativa e boschiva, 1 boschiva, 1 coltivata a vite ed in parte incolta. Netto prevalere della vite, quindi, sulle altre colture. Il paesaggio che allora offriva il territorio di San Vigilio, annota il Mazzoldi, non doveva perciò essere molto diverso dall'attuale. L'agricoltura nelle zone piane ebbe sviluppo grazie anche alla seriola Nassina. Ancora nel 1810, come risulta dal Catasto Napoleonico, l'economia del paese risulta legata allo sfruttamento dei boschi cedui, molti dei quali costituiti da piante fruttifere di castagno, dei terreni arativi "vitati" con "moroni" (cioè arricchiti di gelsi, le cui foglie sono indispensabili per l'allevamento dei bachi da seta), dei ronchi, dei pascoli, dei prati, degli orti e delle tre vigne poste nella località denominata Sonzaiolle, nella "contrada della Ressiga" e in Borgo nuovo. Di rilievo l'allevamento del bestiame. Negli anni '30 del sec. XX si sviluppò la frutticoltura e specie quella delle pesche in particolare quelle "americane". Come ha scritto Elio Rebuffoni «la massima diffusione e notorietà dagli anni Cinquanta fino agli anni Settanta-Settantacinque si accompagnarono ai miglioramenti continui nella tenuta dei frutteti e ad una produttività maggiore poiché, pur diminuendo i coltivatori, rimase quasi costante la quantità prodotta». Ma la più antica viticoltura ha resistito non solo nella Selva e nella Valsorda, ma anche in altre località.


Legata all'agricoltura fu la prima struttura imprenditoriale cioè la filanda Sorlini che cessò la sua attività solo nel 1932 dopo aver assorbito fino a 230 unità di manodopera per la gran parte femminile. Chiusa la filanda i locali ospitarono più tardi la lavorazione delle pelli della conceria Gavezzoli, che trattava pelli per lo più adatte a ricavare cuoio per suole e tacchi e durò fino alla metà degli anni Ottanta. Pur se quasi soltanto agricola l'economia di S. Vigilio, già fin dall'XI secolo compare una "contrada Ferariorum" che fa pensare indubbiamente alla presenza di qualche artigiano del ferro. In seguito la più antica attività artigianale, al di là dei tradizionali mestieri di falegname o fabbro, che si staccasse dal mondo agricolo, sembra essere stata quella della produzione di lime, o meglio degli intagliatori di lime. Nella seconda metà dell'800 S. Vigilio ne ospitò il principale stabilimento avviato da Giuseppe Frassine, trasferito poi ai primi del '900 a Inzino e di proprietà di Giuseppe Weil di Milano. In seguito anche Giovanni Codenotti negli anni Venti si applicò all'intagliatura delle lime, studiando una macchina nuova per la tracciatura degli intagli, che per la prima volta era azionata dall'energia elettrica, una novità per quegli anni e per la quale fu premiato con medaglia d'oro all'Esposizione del Risveglio industriale e commerciale di Milano del 1923-24 e il brevetto fu acquistato da numerose industrie straniere. I Reboldi e altri ampliarono l'attività del settore. Rilievo ebbe anche, dal 1902, la fabbrica di ferri da stiro di Angelo Perrotta. Singolare la produzione di gabbie di Carlo Andreoli che espose a Brescia nel 1904.


Il censimento industriale del 1911 registra una lenta inversione di tendenza nella vita economica del paese: all'antica vocazione agricola il censimento infatti registra 11 occupati nelle industrie estrattive; 22 sono le unità produttive nelle industrie che lavorano i prodotti di agricoltura, caccia e pesca con 7 occupati; 32 le unità produttive nelle industrie che lavorano o utilizzano metalli, 3 gli occupati operanti nel settore della lavorazione dei minerali e nelle costruzioni edili, stradali e idrauliche, mentre 167 sono quanti lavorano o utilizzano fibre tessili. La ditta Succ. Pietro Sorlini nel 1923 occupava 2 impiegati e 246 operai (4 uomini, 90 donne e 152 ragazze), utilizzando 7 H.P. di forza vapore. Produceva filati di seta con 132 bacinelle. Nel 1929 ebbe un suo momento di notorietà un minatore di Marmentino, Giuseppe Zubani, che alla Selva di S. Vigilio scoperse schisto bituminoso dal quale era possibile trarre polvere di bitume per asfaltare strade. Ma il vero lancio produttivo si ebbe, come rileva il Rebuffoni, tra la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta. Approdarono qui diverse attività artigianali, per lo più meccaniche o fonderie. Furono portate per la maggior parte da valenti operai di San Vigilio che avevano acquisito ottima esperienza nelle industrie della Valtrompia o a Brescia e che quindi si sentivano in grado di mettersi in proprio. Nei primi anni Sessanta, infatti, si contavano già almeno dieci officine meccaniche, cinque carpenterie, cinque fonderie, per lo più di metalli non ferrosi (ottone soprattutto). Così ad esempio dagli anni '60 in poi in alcuni scantinati si installò la pulitura dei metalli. Ad avviarla furono i fratelli Salvadori scesi dalla Valvestino imitati presto da Amerio Giuseppe Andreoli, Giulio Regosini e Alcide Salvadori, anch'egli oriundo dalla Valvestino. Alla brunitura dei metalli si dedicò Oreste Anelotti, mentre Sergio Merli con la moglie Luigia Minelli avviava un laboratorio di imballaggio di posaterie di varie ditte. Posaterie, rubinetterie e altri articoli metallici produce la ditta Roberti. Sviluppo hanno avuto anche l'Officina Meccanica di Belleri e Cinelli e la Torneria meccanica Pelizzari e Bodei. Come osserva ancora il Rebuffoni «Alcune di queste sopravvivono, anzi si sono sviluppate, qualcuna è scomparsa, molte si sono trasformate e trasferite e l'espansione artigianale-industriale ha occupato anche le aree agricole oltre la nuova strada provinciale 19 che fu aperta nel 1970».




ECCLESIASTICAMENTE appartenente alla pieve di Concesio, la nascita della parrocchia si può forse individuare con la costruzione verso la fine del sec. XIII fra l'abitato al piano del monte della chiesa nuova dedicata a S. Gregorio, mentre quella dedicata a S. Vigilio sarà sempre più considerata come un santuario. In un documento del 21 agosto 1324 compare un presbitero della chiesa di S. Vigilio investito di un appezzamento di terreno in contrada Lama confinante con la via principale. Francesco Trovati opina che «quest'ultimo dato toponomastico si riferisce verosimilmente all'antica strada valligiana» e che «se si consideri la natura del terreno e l'indicato confine, si è indotti a credere che l'appezzamento in parola sia prossimo alla nuova chiesa di S. Gregorio che documenti più tardi collocano genericamente nella parte inferiore del paese». Lo stesso Trovati rileva ancora come i documenti citati e altri confermano «non solo che il titolo ufficiale della cura d'anime rimane quello di S. Vigilio ma anche che il sacerdote può disporre stabilmente d'un piccolo beneficio e di una abitazione, nella quale, anzi, viene redatta parte degli atti d'investitura». Il 14 novembre 1388, come si ricava dal secondo volume dei registri della Cancelleria vescovile di Brescia, essendo vacante la cura d'anime della chiesa di S. Vigilio nell'omonimo paese, il vescovo di Brescia Tomaso Visconti la affida a don Giovanni "de Castronovo de Pedemonte" (identificabile con Castelmella). Nel sec. XIV la struttura comunale e parrocchiale di S. Vigilio è ormai definita: nel 1382 il procuratore del beneficio di Marmentino intima al console del Comune di S. Vigilio di procedere al "designamentum" dei beni che le chiese di Marmentino possiedono in S. Vigilio. Circa il fatto che il Catalogo capitolare del 1410 cita la chiesa di S. Vigilio e Gregorio, Francesco Trovati acutamente rileva come sia verosimile che con tale indicazione «per così dire, semplificata, che riunisce e unifica i titoli rispettivi delle due chiese esistenti nel borgo, il compilatore abbia inteso riferirsi all'unicità del beneficio che è tanto cospicuo da avere un valore pari a quello della pieve. Il particolare, sottolinea ancora il Trovati, non indifferente, non è attualmente giustificato da altri documenti. Non si dovrebbe comunque essere troppo lontani dal vero se si pensasse che questa ricca dotazione sia dovuta ad atti di donazione o lasciti disposti da possidenti locali e, forse, da taluna delle nominate nobili famiglie, alle quali è toccata - per investitura o per vero e proprio atto di acquisto - buona parte dei fondi un tempo appartenuti al demanio regio e poi al patrimonio del vescovo o a quello dei grandi monasteri bresciani».


Nel 1540 risulta titolare del beneficio don Paolo de Gerbis o Gerba e nel 1567 don Valerio de Gerbis. È lui che riceve il vescovo Bollani in visita pastorale il 28-29 agosto 1567. Lo zelante vescovo trova che la chiesa parrocchiale è sul monte, anche se già da molto tempo i sacramenti vengono amministrati nella chiesa inferiore (quella in piano). Il suo titolo è quello di S. Vigilio ed ha la cura d'anime. È cappella della pieve di Concesio ed è consacrata insieme con l'altar maggiore; non vi sono cappellanie né alcun legato da eseguire che egli sappia. Vi esiste la Confraternita del SS. Sacramento che ha avuto qualche lascito. Il parroco, che dimostra una sufficiente preparazione, fa catechesi ai fanciulli, tiene spesso l'omelia. La chiesa "di sotto" non ha bisogno di grandi interventi se non di spostamenti di altari e del battistero e di qualche arredo. Ordina invece di creare i sepolcri degli uomini nel cimitero che deve avere un portico. Da una sparsa popolazione che gravita sulla chiesetta di S. Vigilio a mezza costa sulla collina si passa, dopo le guerre del sec. XV, ad un agglomerato urbano che ha il suo punto di riferimento religioso nella chiesetta di S. Gregorio. Già a metà del sec. XVI la chiesa va soppiantando del tutto quella di S. Vigilio. Uno dei primi rettori parroci di S. Vigilio, di cui si conosca qualcosa di più del nome, è don Bartolomeo Bassi (m. nel 1538) che il 24 febbraio 1525 dà a titolo di investitura una casa in Brescia appartenente al beneficio. Ma la sua permanenza in S. Vigilio è dubbia giacché gode di altri benefici. Del resto altri sacerdoti di S. Vigilio sono elencati nella prima metà del '500 quali Benedetto Bassi, rettore di S. Michele di Brozzo, forse figlio di don Bartolomeo, don Paolo Bassi rettore della chiesa di Mu in Valcamonica, ecc. Negli stessi anni, con il 31 maggio 1536 S. Vigilio assurge a rinomanza per l'apparizione della B.V. nella Selva al confine con Cellatica ad Antonio De Toni, famiglia che pascolava il gregge di Bonomo Bonomi di S. Vigilio. Già il 23 giugno seguente il vicario generale, mons. Lorenzo Muzio esperita un'inchiesta sul fatto, concede ai «diletti consoli del comune e agli uomini delle terre di S. Vigilio e di Cellatica» di fabbricare sul luogo dell'apparizione una chiesa, obbliga i due comuni di S. Vigilio e di Cellatica a «coprire la detta chiesa anche col proprio denaro, se le elemosine non fossero sufficienti», insieme ordinando che le oblazioni siano spese secondo la volontà degli offerenti nella fabbrica della chiesa ed ornamento della medesima. Infine mons. Muzio stabilisce che «si scelgano due idonei e costumati uomini dei detti comuni, i quali per ciascun mese alternativamente debbano tener conto delle offerte e delle elemosine, esercitando la stessa masseria un mese per uno, e del compito officio rendano buona ragione ai Rettori o Cappellani delle predette due chiese parrocchiali, e di consegnarle agli altri successori attuali», mentre la cassetta per le offerte e le elemosine, da porre nella detta chiesa, deve essere chiusa con quattro chiavi, due delle quali rimangano presso gli stessi massari e le altre due presso i predetti Rettori o Cappellani. Ai comuni di S. Vigilio e di Cellatica si aggiunge anche quello di Gussago. Assieme decidono di acquistare il terreno; il 2 giugno pongono la prima pietra e in due anni il Santuario giunge al tetto. L'interesse per la costruzione del santuario della Stella è già di per sé un segno di una religiosità viva, che trova riscontro anche nello sforzo "materiale" di creare un beneficio parrocchiale che, anche se goduto da puri beneficiati che non vivono la cura d'anime, assicura in luogo l'assistenza religiosa alla popolazione. L'inventario (Designamentum) dei beni del 1576 elenca la casa canonica, non molto lontana dalla chiesa di S. Gregorio, un buon patrimonio di terreni a vite, ad alberi, a bosco arativo. In sostanza quando mons. Bollani nella sua visita pastorale del 28-29 agosto 1567 visita S. Vigilio vi trova una situazione abbastanza positiva: il rettore è sufficientemente preparato, vi esiste la Confraternita del SS. Sacramento "ben governata", non c'è nessuno che rechi scandalo, si tiene il catechismo ai fanciulli, si tiene la spiegazione del vangelo e massari e sindaci si dichiarano soddisfatti che anzi "si comporta lodevolmente ed è gradito alla popolazione". Il visitatore a nome di S. Carlo trova nel 1580 la chiesa di S. Gregorio consacrata, decentemente "ornata et picta" con tre altari decenti e "regolari", un battistero "decente" posto in luogo adatto, gli oli santi conservati con la dovuta licenza, la sagrestia "decente" con tutto il necessario, il campanile con due campane, il cimitero decentemente chiuso, la casa canonica grande e decorosa con tutto il necessario, sebbene un poco distante dalla chiesa. La dottrina cristiana si tiene soltanto l'inverno, la confraternita del SS. Sacramento con regole antiche che risultano non approvate. Il rettore è, a quanto si dice, di buona vita e sufficientemente preparato. Il visitatore insiste che si adempia al legato per il quale un sacerdote abbia anche l'onere di far scuola ai fanciulli. I decreti della visita, oltre alle solite recinzioni di altari con cancellate e indorature di suppellettili, intimano che entro tre giorni si devono rimuovere gli altari, compresi quelli ai lati, ed entro un anno si faccia una cappella a forma di nicchia, in cui si collochi l'altare secondo la forma prescritta, il quale sia coperto e rinchiuso da cancellata. Anche il battistero deve essere circondato da cancellata ed il sacrario sia congiunto seguendo quanto prescrive la seconda o la terza forma delle istruzioni. Provvedimenti vengono impartiti per la Confraternita del SS. Sacramento.


Uno spaccato della vita parrocchiale è negli atti della visita pastorale del vescovo Dolfin del 21 giugno 1582. Dagli interrogatori del vescovo risulta che il rev. rettore ogni giorno celebra messa e nei giorni festivi si recitano i vespri con l'aiuto dei fedeli. Si fa festa il giorno di S. Vigilio il 26 giugno e di S. Gregorio l'11 marzo, altre feste sono quelle dei SS. Silvino e Cipriano, di S. Bernardo e di S. Bernardino. Le campane sono procurate tramite le elemosine del popolo, comprese le corde, i paramenti e gli arredi della chiesa, la manutenzione è delegata ai fedeli cui contribuisce il rettore. La "fabrica" della chiesa è a spese del popolo, mentre il rettore provvede alla riparazione della canonica. La vita parrocchiale migliora sempre più in seguito mentre i legati, i lasciti e gli stanziamenti del comune si intensificano agli inizi del 1600 destinati a celebrazioni di messe, di feste e per il riposo festivo tanto che la popolazione, come ha modo di constatare nella sua visita del 1625 don Bernardino Macario, ha deciso di riedificare la chiesa dalle fondamenta in forma migliore, anche se deve constatare che «si ritarda troppo per la diversità delle opinioni circa la costruzione delle cappelle e delle porte laterali; inoltre si discute se le istruzioni relative alla fabbrica di una chiesa (evidentemente quelle celebri emanate da S. Carlo) impediscano di avere porte laterali che alcuni vorrebbero sulla facciata in numero di tre, dove si possono realizzare in relazione all'ampiezza della chiesa stessa. Il visitatore ritiene che il problema debba essere risolto dal vescovo, al quale - come viene riferito - è stato consegnato il disegno della fabbrica, decidendo dove costruire le cappelle e collocare le porte affinché la chiesa sia portata a compimento, perché ha soltanto il coro che rifulge di "religioso nitore", mentre imminente è il pericolo di crollo». Ci vuole la peste del 1630-1631 che porta morte ma anche decanta le polemiche e porta nuovi lasciti ad affrettare la realizzazione della nuova chiesa la cui prima pietra viene posta il 18 giugno 1632 «presente la magior parte del popolo et Maestro Bernardino da Inzino coi suoj laoranti» nel quale Carlo Sabatti intravede il progettista e il costruttore.


Nel 1648 tutte le forze sono protese a "perfezionare" la chiesa e ad attrezzarla del necessario. Al di là degli adempimenti di legati, di provvedimenti circa arredi o quant'altro, il vescovo Marco Morosini nel 1648-1650 non trova a che dire di importante. Il can. Avoltori nella sua visita del 16 marzo 1657 a nome del card. Ottoboni deve tuttavia constatare la povertà delle confraternite del SS. Sacramento e del S. Rosario. Vivono solamente di elemosine e sono "governate male" perché non si tengono i conti annuali né si rinnovano i loro reggenti, i quali non esigono l'esecuzione dei pii legati. Si comportano bene i due sacerdoti che sono in parrocchia. Diligente è invece l'insegnamento della dottrina cristiana. Gli inconfessi sono tre. Il card. Ottoboni nella visita pastorale del 1658 constata che la chiesa è stata ricostruita ma non completata. E non lo è nemmeno del tutto nel 1672 quando il vescovo Giorgi ordina che sia ultimata la cappella del battistero. Il vescovo nel dubbio che ancora non sia stata eretta regolarmente, la istituisce comunque sia. La fortuna di S. Vigilio, a quanto si evince dagli atti delle visite pastorali, è di avere sacerdoti zelanti: facendo pure sconto sulla retorica e l'enfasi del tempo, si ripetono spesso apprezzamenti quali "zelantissimo", "esemplare", ecc. per il parroco del tempo. Ai poveri, per i quali c'è già il Pio luogo della Carità, provvede tra gli altri, con singolarità, con suo testamento del 6 luglio 1681 messer Pasino Bonasina il quale ordina la celebrazione di 500 messe in rimedio e suffragio dell'anima sua e dei suoi morti nella parrocchiale di S. Gregario nell'arco del quinquennio dopo la sua morte, 100 all'anno e «ogni mese la rata parte», dando al reverendo rettore la facoltà di destinarne l'entrata per i bisogni e le necessità dei poveri del paese tanto palesemente, quanto segretamente, come meglio gli parerà e piacerà. Terminata la celebrazione delle predette messe, si dovrà distribuire la valuta di quattro zerle di vino buono, rosso e puro ai poveri, cioè a quelli che all'erede ed ai suoi successori «pareranno più bisognosi al tempo che vanno alla pianura a mietere, et a spigolare il grano, cioè il formento» e questo ogni anno in perpetuo, perché questi poveri si ricordino dell'anima del testatore e la raccomandino a Dio. Singolare e commovente è anche il necrologio di un sacerdote, don Francesco Benaglio, ricordato nel Libro dei Morti alla data 25 maggio 1754 «un vero, ed ecclesiastico sacerdote», morto «miserabile per essere stato gran lemoziniere». Nel 1781 Giacomo Treccani, adempiuti alcuni obblighi, nomina eredi universali i «Poveri Jnfermi della Terra di S. Vigilio non possedenti beni stabili, e che non avranno il modo di potersi mantenere da Jnfermi, e tutti quelli altri che, o per vecchiezza o per qualche altra indisposizione si fossero resi inabili a potersi procacciare il necessario alimento». Anche per queste presenze la vita parrocchiale va sempre per il meglio tanto che nella visita del 16 maggio 1684 trovando, salvo qualche piccolo provvedimento, ogni cosa regolare, il vescovo loda la sollecitudine del rettore don Giacomo Pontoglio. Questi, a sua volta, ha lodi per tutti i quattro sacerdoti che sono in parrocchia. Può testimoniare che gli sembra che la dottrina "vada bene e sia frequentata" e per quanto sappia può affermare che "non vi è inconfesso alcuno né altri gravi disordini". Nel 1690 don Pontoglio è in grado di regalare alla chiesa le reliquie dei S.S. Martiri Magno, Pio, Benigno, Giustina, Severa, Vincenzo e quella insigne del braccio di S. Bonifacio. Dagli atti della visita del vescovo Dolfin (1703) si apprende che la chiesa è da poco terminata, ha un altare in più dedicato a S. Gaetano da Thiene affidato alla Confraternita del SS. Sacramento e poco dopo ad una propria Confraternita. Uno dei sacerdoti sempre lodati per esemplarità di costumi fa scuola. La dottrina cristiana si è arricchita di una quarta classe e viene impartita anche alle donne che hanno la loro sottopriora. Non vi sono inconfessi. Nel luglio 1752 nasce la Confraternita del Triduo dei morti e per le reliquie che si arricchiscono al contempo delle reliquie di S. Vigilio, S. Gregorio Magno, S. Luigi G., S. Stanislao Kostka.


La situazione rimane sostanzialmente positiva durante tutto il sec. XVIII. I rimarchi dei vescovi visitatori infatti riguardano il mancato o il ritardato adempimento di qualche legato o obbligo. La parrocchia esce senza danni evidenti dalla crisi della Rivoluzione bresciana del 1797 e dai tempi napoleonici. Visitandola nel giugno 1816 il vescovo vi trova "tutto bene" e si limita a pochi interventi. La dottrina cristiana funziona ed è "sempre frequentata", la chiesa parrocchiale è "sufficiente e ben ornata", la canonica è "competente e ben mantenuta". Nonostante la crisi economica e l'epidemia di tifo petecchiale nel 1818 un lascito di Luca Montini permette la provvista della campana maggiore, nel 1819 dei banchi della chiesa, dei quali quattro sono regalati da persone facoltose, mentre tutti gli altri sono «a spese dei poveri contadini parte con limosine, e parte col mezzo di uno scavo di terra fatto in casa del S. Vi[n]cenzo Rossa, lasciando il prezzo delle loro fatiche a benefizio dei banchi medesimi», come annota il parroco don Marc'Antonio Marchi. Nel 1821 il pittore Pietro Rossini dipinge la santella dirimpetto al cimitero; nello stesso anno, il 15 novembre, vengono installate le nuove campane, fuse da Saletti di Brescia e dedicate a S. Gregorio la prima, a S. Vigilio la seconda, a S. Luigi la terza e alla Madonna la quarta. La visita pastorale di mons. Verzeri del 9 ottobre 1868 vede la chiesa dotata di 6 altari consacrati. Il maggiore dedicato a S. Gregorio papa e a S. Vigilio vescovo di Trento e martire, il secondo ai SS. Apostoli nella Sacra Cena col Redentore, il terzo a S. Gaetano, il quarto a S. Giovanni Battista, S. Barnaba apostolo e S. Giorgio, il quinto alla Madonna Addolorata e il sesto alla Beata Vergine del S. Rosario. Otto sono le cappellanie cioè la Trojana, Cimasca, Bonafini, Zubini, Nassini, Savoldi e Silvia Nassini più una istituita nel 1846, le quali portano obbligo di coadjuvare solo però per consuetudine essendosi smarriti quasi tutti gli originali documenti dei testatori.


Il vescovo trova già che la chiesa "ordinariamente" non è sufficiente per l'esercizio delle sacre funzioni. La dottrina cristiana è mediocremente frequentata tranne in certi tempi: si nota alquanto di negligenza nei genitori nel condurvi o mandarvi i loro figliuoli. Non esistono situazioni matrimoniali irregolari. L'invito del vescovo è di costituire la Confraternita del SS. Sacramento. Invece della costituzione della Confraternita del SS. Sacramento, come caldamente ha raccomandato il vescovo Verzeri, il 2 febbraio 1878 viene fondata la Pia Unione o Sodalizio in onore del S. Cuore. A mano a mano che evolve la situazione economico-sociale con l'apparire delle prime attività manifatturiere si avverte un indebolimento dell'istruzione religiosa. Gli atti della visita pastorale del vescovo Corna Pellegrini del 20 agosto 1887 registrano che la dottrina cristiana è "mediocremente frequentata" e che vi è "negligenza nei genitori nel condurvi i loro figliuoli" oltre "lo scandalo delle osterie aperte e frequentate in tempo di funzione specialmente dalla gioventù". Tuttavia la chiesa si arricchisce di nuovi arredi confezionati dalla ditta Artigianelli di Brescia quali le sedie di noce del presbiterio di questa Chiesa, le balaustre pure di noce, nonché la bussola alla porta maggiore e i due confessionali delle donne, pagati in parte col denaro della benefattrice Alessandrina Salvi e in parte col contributo della fabbriceria. Nel 1905 la parrocchia ebbe la presenza, non per molto tempo, del piccolo seminario dei Carmelitani Scalzi poi trasferiti ad Adro. Il 15 gennaio 1911 veniva fondato con lo scopo "dell'elevazione morale, intellettuale e sociale dei soci" un circolo giovanile. Aveva un ritrovo, diffondeva la buona stampa e organizzava numerose conferenze. Pochissimi gli ordini e di poco rilievo quelli impartiti nella visita del vescovo mons. Gaggia del 10-11 marzo del 1923. Mentre d'altra parte si pensa ormai sempre più determinatamente ad allungare la chiesa, la vita religiosa e parrocchiale si è andata arricchendo di nuove iniziative religiose e pastorali. Nel 1921 viene fondata la Congregazione del Terz'Ordine Francescano (con 20 uomini e 50 donne), in più esistono la Compagnia di S. Giuseppe e di S. Luigi, la Compagnia delle Figlie di Maria, quella delle Madri Cristiane, la Confraternita del Triduo e la Compagnia di S. Angela Merici. È nata nel 1921 anche la Banda musicale; si sono sviluppate opere educativa e ricreative per i giovani. Nel 1931 il parroco don Pietro Massolini affronta il prolungamento della chiesa parrocchiale incontrando il favore della popolazione. Mentre l'ing. Sandro Benussi prepara il progetto, la raccolta delle offerte e le pratiche non vengono ostacolate nemmeno dalla morte del parroco avvenuta il 16 aprile 1932. Sotto la guida del curato don Pietro Faita, di Giovanni Gosio, di Giuseppe Salomoni e di Pietro Clamer, i lavori riprendono quasi subito, affidati all'impresa Leandro Dotti e figli di Camignone e finiscono quasi del tutto entro il 1932. Don Giuseppe Mazzoldi, succeduto a don Massolini, coadiuvato dal curato don Andrea Sisti, porta a termine l'ampliamento della chiesa parrocchiale che viene abbellita con tele di Remida, promuove l'oratorio maschile, sviluppa il catechismo, potenzia l'oratorio femminile e, dal 1932, tutti i rami dell'Azione Cattolica, oltre il Circolo Missionario, la scuola di canto, la scuola di lavoro femminile. Nonostante un sempre più accentuato pendolarismo data anche la chiusura della Filanda Sorlini la situazione morale oltre che religiosa è abbastanza buona. Nell'attività pastorale lascia un segno profondo la presenza come curato di don G.B. Saleri (1940-1949). Oltre a seguire con tutto lo scrupolo e la carità i giovani chiamati alle armi egli organizza nella S. Vincenzo una fitta rete caritativa, anima la vita sociale del Dopoguerra fondando il Circolo S. Gregorio, il Circolo ACLI, avviando il teatrino e il cinema e nel 1948 fonda, con cinque ragazze dell'Azione Cattolica, le Missionarie Laiche che nel 1963 diventerà un Istituto secolare con il nome di Pia Unione delle Missionarie Laiche di S. Paolo. Nel settembre 1941 S. Vigilio accoglie quattro suore Ancelle che, oltre all'asilo, seguono l'Azione Cattolica femminile, tengono la scuola di lavoro, animano l'attività teatrale. Da parte sua don Saleri nel novembre 1941 inaugura la prima scuola di canto la quale dopo alcuni anni di inattività, l'8 dicembre 1966 - in occasione della solennità dell'Immacolata - si esibirà riorganizzata dal parroco don Sergio Pezzotti e diretta dal maestro di musica Giuseppe Balzarini con l'aiuto dell'organista Pietro Faita. Essa nel marzo 1967 si chiamerà "Corale S. Gregorio". È ancora don Saleri ad avviare l'attività sportiva organizzando per le feste di S. Luigi del 1941 la prima corsa podistica che, continuata nel dopoguerra, nel 1947 registrerà la partecipazione di ben 250 sportivi; nel medesimo anno si tiene la prima corsa ciclistica gestita dall'oratorio. Alla competizione podistica del 1948 partecipano anche atleti che hanno gareggiato a livello nazionale. Nel 1945 don Saleri acquista la prima macchina del primo cinema con proiezione all'aperto, utilizzando uno spazioso salone del circolo S. Gregorio cui viene aggiunta nel 1947 una galleria. Il salone accoglie anche un'intensa attività teatrale. Intenso l'apostolato di don Sergio Pezzotti (1966-1997), il quale ha riservato cure particolari alla chiesa parrocchiale promuovendo il restauro delle opere d'arte, dell'organo e provvedendo la chiesa stessa di sei nuovi grandi quadri. Fra i suoi meriti: il restauro della canonica, il recupero degli affreschi della chiesa di S. Vigilio sul monte, la costruzione del Centro Giovanile Giorgio Montini con annesse la casa del curato e la nuova sede delle ACLI. Grazie all'intervento del gruppo alpini locale, nel 1974 venne salvata da un degrado che sembrava irreparabile l'antica parrocchiale di S. Vigilio, provvedendo alla sua continua custodia. Toccava poi al successore, don Tassi (1997), consolidare le strutture esistenti e avviarne di nuove. Fra gli avvenimenti di particolare rilievo degli ultimi anni bisogna segnalare l'elevazione all'episcopato di mons. Giulio Nicolini, nato a S. Vigilio nel 1926, vescovo di Alba dal 1987 al 1993 e poi vescovo di Cremona.




CHIESA PARROCCHIALE DEI SANTI VIGILIO E GREGORIO MAGNO: indicata come "nuova" in un documento del 1232 e poi ricostruita in epoca imprecisata, era così descritta negli Atti della visita del vescovo Dolfin del 1582: «La sua lunghezza è di dieci cavezzi ("capitia") mentre la larghezza è di quattro. La porta maggiore nella parte anteriore è elevata e da essa si ascende in chiesa per alcuni gradini. Altre due porte sono collocate sul lato settentrionale e su quello meridionale con un altro ingresso sotto la torre che porta nella cappella dell'altar maggiore. La chiesa ha un'unica finestra rivolta a mezzogiorno, provvista di inferriata e imposte di legno. L'altare maggiore è posto in una cappella fatta a volta e dipinta. La pala di questo altare è decente e raffigura la Madonna e dei santi, tra cui S. Vigilio. La cappella è dotata di una finestra posta a settentrione, munita di inferriata e di vetri tondi. A S della cappella c'è un orto dal quale si entra nel sacrario. Nella parte destra del presbiterio è collocato l'altare della scola del Corpus Domini, sulla sinistra quello di S. Antonio: entrambi sono stati interdetti dall'illustrissimo Visitatore Apostolico. In chiesa vi sono due sepolcri della scola del SS. Sacramento, sui quali è posta l'immagine del calice e dell'ostia. Davanti al Santissimo di continuo arde la lampada. Sul campanile, annesso alla chiesa, pendono due campane (la maggiore di kg. 21 circa e l'altra di kg. 10 e mezzo)». Ritenuta inadeguata negli anni '20 del sec. XVII venne presa la decisione di riedificarla. Il mancato accordo ne rimandò la costruzione. Grazie a nuovi lasciti e superata la peste, il 16 giugno 1632 il rettore don Giov. Maurizio Saleri procedeva alla posa della prima pietra dell'erigendo tempio nato su probabile progetto del maestro Bernardo di Inzino. Nell'aprile del 1648 il vescovo Morosini la trovava già costruita anche se non consacrata. Ma nel 1958 il visitatore la trovava non ancora "ridotta a perfezione". Come si è accennato nel 1931-1932 venne allungata e nel 1988 venne completata la facciata. Dopo la ricostruzione, come ha sottolineato Sandro Guerrini, la chiesa ha mantenuto «sempre la stessa altezza delle campate e sproporzionando così in modo pesantissimo i rapporti tra lunghezza ed altezza della navata. La facciata, realizzata negli anni Trenta del nostro secolo richiamando gli schemi dell'architettura bresciana del tardo Seicento, si articola in due ordini, conclusi da un vasto timpano triangolare e si presentava fino a pochi anni fa al rustico, con le nude pietre a vista. Nel 1989 è stata completata con l'intonacatura della superficie e con la costruzione di un portico che si innesta però in modo molto disarmonico nella muratura retrostante, mancando completamente delle lesene (o delle semicolonne) di aggancio al prospetto stesso». Seguendo la guida artistica dettata da Sandro Guerrini nel 1998 si trova che entrando in chiesa, sulla destra, si incontrano il battistero e poi un altare con una tela risalente al 1540 circa, che si deve collocare tra le ultime opere di Paolo da Cailina il Giovane. Raffigura la Madonna col Bambino tra santa Caterina da Siena ed un'altra santa domenicana (oppure la Madonna col Bambino tra la beata Stefana Quinzani e la beata Osanna Andreasi). Una tradizione orale, non suffragata da documenti, vuole che il quadro sia stato acquistato sul mercato antiquario: potrebbe allora provenire dal soppresso monastero di S. Domenico o di S. Maria delle Grazie di Orzinuovi o dal monastero pure domenicano di S. Paolo di Soncino, fondato proprio dalla beata Stefana nel 1519. S. Guerrini ha rimarcato che «il dipinto è di notevole qualità e manifesta una profonda attenzione per le opere del Moretto intorno al 1530 (il Bonvicino fu certo allievo di Paolo e non del Ferramola), ma anche per la cultura belliniana e carpaccesca. Nella cappella seguente è collocata, rileva il Guerrini, la vecchia pala dell'altare del Santissimo Sacramento, raffigurante la Pietà, all'interno di una soasa della bottega dei Montanino, un po' più dura di quella che successivamente incontreremo sull'altare del Rosario. Il paliotto, invece, pure in legno intagliato, che un tempo era decorato con un drappo prezioso e che oggi fa da cornice alla scultura moderna del Cristo morto, è stato eseguito direttamente da Attilio Montanino, come dimostrano le due piccole ed eleganti cariatidi angeliche. Il dipinto rappresentante la Pietà si rifà nell'impaginazione al Bellini, ma soprattutto a Paolo da Cailina (polittico di S. Afra) e al Moretto (affresco della pieve della Mitria di Nave). Nello sfondo paesaggistico rivela invece lo studio del Correggio e del Parmigianino con qualche tangenza anche con le opere dei Campi e della Anguissola. I colori brillanti e freschi, riscontrabili anche nel manto della Addolorata e nel corpo di Gesù, fanno pensare al Richino, in epoca ancora giovanile, tra il 1545 ed il 1550, forse in collaborazione con l'Aragonese con il quale firma la tarda pala di S. Rocco di Sale Marasino». Il terzo altare, sulla destra, è dedicato alla Madonna del Rosario raffigurata incorniciata dai Misteri del Rosario, in statua del sec. XVII della Madonna col Bambino nella quale S. Guerrini vede la mano di Attilio Montanino al quale, a quanto ha potuto appurare C. Sabatti, appartiene la bella soasa lignea e dorata, pagata nel 1677. Due slanciate colonne con capitello corinzio, adorne di rami di rose, appoggiate su due alti zoccoli con figure di fanciulli a mezzo busto in rilievo, contenuti entro rami di rose. Ai lati delle colonne si alzano due cariatidi angeliche che con ampio gesto delle braccia legano l'ambiente esterno all'altare. Sopra l'architrave, articolato in cornici di varie forme, è posto un timpano ricurvo spezzato in due volute, con al di sopra le immagini di S. Rosa da Lima e di S. Caterina da Siena e con al centro la statua, in scala maggiore, di S. Domenico. Il paliotto marmoreo dell'altare, realizzato con la tecnica a commesso e con motivi di tipo floreale che circondano un medaglione raffigurante la Madonna del Rosario, è uscito forse dalla bottega dei Baroncini. Sull'altare maggiore domina la festosa pala raffigurante la Madonna con il Bambino incoronata dagli Angeli e venerata dai santi Gregario papa e Vigilia, vescovo di Trento. Il dipinto, non firmato ma datato 1569 su di un piccolo cartiglio in basso, tra l'erba ed i fiori, è condotto con una tecnica fresca, mossa e brillante, marcatamente tonale, che ricorda le luminosità tizianesche, anche se poi impaginazione e la tipologia dei personaggi possiedono una profonda connotazione bresciana, innanzitutto morettesca, ma a ben vedere anche savoldesca e romaniniana. A S. Guerrini sembra di scorgere la mano di Francesco Richini. La pala è raccolta in una soasa con una iscrizione latina murata sulla parete di destra. Essa ricorda come la soasa sia stata eseguita nel 1665 ad iniziativa della nobildonna Virginia Faita e come suggerisce un'iscrizione dorata nel 1673.


Scendendo sul lato sinistra si incontra l'altare del SS. Sacramento sul quale campeggia una tela raffigurante l'Ultima Cena che S. Guerrini annovera tra le cose più interessanti di Pietro Ricchi detto il Lucchese ed è da collegare alla pala dell'altare del Sacramento della cattedrale di Asola e più latamente al dipinto con lo stesso soggetto nella parrocchiale di Corticelle Pieve. I toni cupi ed il senso di grandiosità fanno collocare l'opera verso il 1655-60, in prossimità dei dipinti trentini dell'artista. La soasa che circonda la pala è pure opera dei Montanino, forse di Antonio, databile intorno al 1650. Il paliotto, realizzato a commesso con motivi floreali che circondano una medaglia con l'ostensorio, risale al 1730-1740 circa ed è collocabile nell'ambito dei Baroncini. Sul successivo altare è collocata una grande pala, raffigurante il Sacro Cuore, l'Annunciazione e i santi Francesco di Sales, Luigi Gonzaga e Francesco di Paola. Si tratta di una prestigiosa opera di Angelo Paglia, databile intorno al 1720, che la tradizione dice essere stata commissionata da don Francesco Nassino. Nell'adiacente cappella di sinistra, senza altare, sopra il confessionale s'ammira una pregevole tela ad olio, firmata da Francesco Paglia che nel suo Giardino della pittura, compilato nel 1692-94, la descrive, citando le figure in primo piano, cioè S. Giovanni Battista, S. Barnaba, S. Giorgio e S. Bernardino "che mirano il Salvator" librantesi sopra le nubi. Segue un'altra cappella, pure senza altare. con una pala raffigurante S. Gaetano e S. Filippo Neri in venerazione della Madonna con il Bambino, affiancato da due statuette lignee riproducenti S. Francesco d'Assisi e S. Vincenzo di Paola, sculture un tempo collocate ai lati dell'altare laterale del SS. Sacramento. Il quadro potrebbe essere una delle prime opere di Antonio Paglia, ancora profondamente influenzato dalla pittura del padre (1700-1710). Di sapore pagliesco è anche una lunetta con le immagini di S. Giovanni Nepomuceno e S. Caterina d'Alessandria, che fino a poco tempo fa sovrastava il quadro precedente, tela ad olio che è stata trasferita nell'ex cappella della Madonna collocata dietro l'altare del S. Rosario; i colori più lievi e dorati portano però quest'opera intorno al 1730. Lungo le pareti della navata e della controfacciata sono disposti alcuni affreschi strappati, provenienti dalla chiesa di S. Vigilio sul monte. Il brano più antico e più interessanta raffigura la Madonna in trono con il Bambino Gesù sulle ginocchia e con a fianco S. Giovanni Battista datata da Sandro Guerrini agli anni 1360-1380. Si tratta quindi, sottolinea S. Guerrini, di un rarissimo esempio della pittura del periodo visconteo nel territorio bresciano, tra l'altro abbastanza ben conservato, nonostante le vicissitudini del dipinto che è stato scialbato, discialbato, staccato e rifoderato. Ad un pittore fra i De Averaria e i Da Cailina, lo stesso studioso attribuisce un altro frammento, diviso in due riquadri, con S. Vigilio benedicente e S. Vigilio che subisce il martirio davanti alla Madonna in trono con il Bambino sulle ginocchia. Sulla cornice superiore della seconda scena corre l'iscrizione in caratteri romani maiuscoli: «1514 DIE. XXI MARZI». Alla stessa area culturale appartiene il pittore dell'affresco raffigurante, in un riquadro più ampio, la Madonna in trono con il Bambino in piedi sulle ginocchia, venerata dai santi Rocco e Sebastiano con al di sopra l'iscrizione frammentaria a caratteri gotici: «...ia uxor Zilij de Cimaschis + 10 + octubris...», ed in quello più piccolo che lo affianca, una deperitissima immagine di S. Rocco. Un po' più ingenuo è l'artista che ha delineato l'affresco della Pietà tra i santi Vigilio e Rocco che aiutano la Madonna a sostenere il Cristo morto. Dell'antica iscrizione, in caratteri romani maiuscoli, si leggono solo le parole «...VIGILI...». Vi sono poi tre altri frammenti, deperiti, ritoccati e quasi illeggibili, che rappresentano tutti S. Rocco in piedi, entro una nicchia a volte ad arco a pieno centro e a volte polilobata, e sono databili tutti tra il 1490 ed il 1512. Il pittore Giuseppe Remida ha firmato invece una serie di dipinti ad olio su tela, distribuiti sulle pareti delle cappelle, che raffigurano Caino ed Abele, Agar nel deserto, La caduta della manna, Le nozze di Cana, La moltiplicazione dei pani, La battaglia di Lepanto. Sono opere gustose, di sapore ingenuamente popolaresco, ma ben agganciate ai generi pittorici antichi della pittura di battaglie e della pittura storica. Nel 1952 Gabriel Gatti ha affrescato San Gregorio Magno in trono al di sopra della porta laterale di sinistra, lasciando la firma e la data (Gabriel Gatti / pinxit / A.D. MCMLII). Su di una parete della sacrestia è collocato un grande Crocifisso ligneo forse opera giovanile di Maffeo Olivieri (1510 circa), purtroppo devastato ed appiattito dalle ridipinture. Secondo Sandro Guerrini all'area culturale degli Olivieri è da ricondurre anche la croce processionale in rame dorato con "appliques" in argento sbalzato ed argento fuso, risalente al 1540 circa, purtroppo trafugata. Nella parte anteriore, attorno al Cristo crocifisso, spirante ed eseguito a tutto tondo con la tecnica della fusione rifinita a bulino, si dispongono le immagini di S. Giovanni evangelista (in alto), S. Vigilio vescovo (alla destra del Cristo), S. Gregorio Magno papa (alla sinistra). Nel verso della croce troviamo al centro il Padre eterno benedicente, lavorato a sbalzo e ricavato dalle analoghe immagini fuse a tutto tondo delle croci di Manerbio, Pavone e Pezzaze.


Nel patrimonio artistico che si conserva in sacrestia bisogna annoverare quattro angeli reggicandelabro barocchi e due paradisini per l'esposizione del SS. Sacramento, in legno dorato, ambedue collocabili nell'ambito della bottega dei Boscaì: il primo, con tre gradini mistilinei, un ricco fondale di cornici e racemi floreali ed un complesso baldacchino collocato sopra una tenda tirata a sipario che dovrebbe risalire al 1740 circa; mentre il secondo, già orientato verso una maggiore purezza di linee, costituito da un solo gradino e da una cornice vegetale mistilinea con all'interno quattro testine di cherubino, si potrebbe datare intorno al 1770 ed attribuire quasi con certezza ad Antonio e Francesco Pialorsi. Sono di pittori contemporanei sei grandi tavole che coprono le pareti prima spoglie della chiesa. In particolare Angelo Rossini ha dipinto la Consegna delle chiavi a S. Pietro e il ministero della riconciliazione e un'altra tavola riproduce la visita di Paolo VI all'Onu e madre Teresa di Calcutta; Ugo Vinetti in una tavola ha raffigurato Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II; nell'altra personaggi della Chiesa contemporanea come Paolo VI, Giovanni Paolo II, il vescovo Giulio Nicolini, originario del luogo e figure di sacerdoti di origini sanvigiliesi o che hanno operato a S. Vigilio quali mons. Gino Zoli, don G.B. Saleri, mons. Pietro Faita e il parroco don Giuseppe Mazzoldi. Gianfranco Caffi in una tavola ha raffigurato Paolo VI fra le genti del mondo con ai lati il vescovo indiano mons. Mathai e don Pierino Lombardi cappellano di emigranti; nell'altra lo stesso pittore ha svolto il tema della solidarietà e cooperazione fra i popoli, propugnata da Giovanni Paolo II. Le sei tavole sono state inaugurate dal sanvigiliese mons. Giulio Nicolini, vescovo di Cremona il 5 luglio 1992.


Le stazioni della Via Crucis provengono da una bottega trentina. L'organo è un Serassi del 1832 più volte restaurato. Nel 1995 il pittore Paolo Morandini ha dipinto in una lunetta della parete orientale della chiesa una meridiana. Notevole il patrimonio di arredi e paramenti purtroppo depauperato da recenti trafugamenti di cui ha steso un preciso inventario don Ivo Panteghini. Da esso risultano un bel Crocifisso in legno del sec. XVI, una croce astile in rame argentato ricca di motivi e di figure (scomparsa), numerosi calici del '600, '700, `800, una "Pace" del '600, un ostensorio del '700, reliquiari del '700, candelabri di varia epoca, pianete del '600- '700, tronetti, lanterne processionali, ecc. C. Sabatti ha rilevato un'interessante serie di affreschi votivi del primo '500, strappati trent'anni fa e incollati su tela, conservata in S. Gregorio, salvo quello datato 1511, commissionato dalla moglie di un certo Baldino Tomasi. Questi ex-voto celebrano significativamente S. Vigilio ed il suo martirio, insieme al taumaturgo Rocco di Montpellier.




S.VIGILIO SUL MONTE. Antichissima secondo S. Weber, forse del sec. XI secondo Annamaria Caponi, è nominata direttamente, per quanto si conosca, nel documento di investitura del 21 agosto 1324 a favore di Maffeo, presbitero della chiesa di S. Vigilio, effettuata da Ugolino da Prandaglio " in domibus Ecclesie Sancti Vizilii de Sancto Vizilio". Al '300 Sandro Guerrini assegna un affresco strappato negli anni '60 dal restauratore Tino Belotti. Come s'è visto la chiesa è poi citata ripetutamente in documenti anche ufficiali del sec. XV. Secondo Sandro Guerrini, la chiesa posta "su di un aprico pianoro che domina l'abitato" è stata ricostruita "probabilmente in occasione dell'epidemia del 1478", anno in cui la peste decimò Brescia ed il suo territorio. L'ipotesi dell'ing. Guerrini è suffragata da ragioni stilistiche. Infatti - come rileva lo studioso - la struttura architettonica del sacro tempio, "con tetto a capanna e travature a vista nella navata, è costituita da due campate quadrate divise da un arco trasverso a sesto acuto e da un presbiterio a pianta pure quadrata, con arco trionfale a pieno centro e copertura a botte". In occasione del rifacimento quattrocentesco parte delle originarie murature è stata salvata insieme al campanile giudicato di tipologia romanica. La chiesa ha tetto a capanna e travature a vista sovrastanti l'unica navata, cui si accede dal portale posto a nord, sormontato da un lunettone settecentesco. La soffiatura della navata con ogni probabilità un tempo era interamente costituita da tavelle in cotto alternativamente dipinte a calce bianca e rossa, come si può ancora osservare in due porzioni della falda interna del tetto, recante una tavella datata 1586. Strappati gli affreschi, le pareti sono state imbiancate. Sull'altar maggiore campeggia una tela raffigurante la Madonna col Bambino in gloria, S. Vigilio con Simonino da Trento, S. Francesco di Paola e S. Carlo Borromeo, opera databile al 1615-1620 ed ascrivibile, secondo S. Guerrini, a Francesco Zugno, raccolto in una elegante, anche se sobria, cornice dei primi del '600 arricchita da file dorate di ovoli e da articolate medaglie ellittiche, impreziosite da un effetto a finto marmo. L'altare in legno, della seconda metà del Settecento, di misurata eleganza imita le decorazioni marmoree dell'epoca e proviene da una chiesa della Franciacorta, dal cui parroco è stato acquistato dagli alpini di S. Vigilio ed è stato restaurato. L'affresco della lunetta dell'abside è opera di Angelo Rossini di Concesio. Sulla catena in ferro dell'arco trionfale è collocato un Crocifisso ligneo del primo Cinquecento, ascrivibile, secondo Sandro Guerrini, a Clemente Zamara e databile intorno al 1515-1520. Allo stesso Clemente Zamara e al fratello Francesco, e databile intorno al 1511-1512, S. Guerrini assegna la statua di S. Rocco arricchita verso la fine del Cinquecento, con lacche verdi e violette e con un prezioso effetto a ricamo della camicia e delle maniche. Sulla parete di sinistra della navata è collocata su tela una serie di figure strappate di S. Rocco, di una Madonna col Bambino con sotto la scritta non completa «Uxor Baldini de Tomatis... oct. 1511...». Segue poi una Madonna in trono con il Bambino sulle ginocchia tra S. Rocco medicato dall'angelo e S. Cosma. Negli affreschi, deteriorati, S. Guerrini vede la mano di un pittore della cerchia di Paolo di Cailina il Vecchio. Delle stazioni della Via Crucis, trafugate il 1° dicembre 1995, è rimasta solo la XIV stazione. Nella chiesetta del cimitero campeggia dal 1991 una vasta tavola (m. 2 x 3) raffigurante la Risurrezione, opera di Angelo Rossini.




RETTORI e PARROCI: Maffeo (cit. nel 1324); Giovanni "de Castronovo" (nom. 14 novembre 1388); Bartolomeo Bassi (1525 - ante 1538); Paolo Gerbi di Bovegno (ante 1560 - ?); Gian Maria Baruzzi (27 agosto 1588 rin. ottobre 1593); Giov. B. Bonaspetti di Gargnano (4 dicembre 1593 - m. aprile 1611); Camillo Baglioni (1611 - m. agosto 1630); Lazzaro Corradini di Brescia (22 ottobre 1630 - m. dicembre 1630); Maurizio Saleri di Cimmo (5 marzo 1631 - m. settembre 1668); Lauro Aquisti di Gardone V.T. (12 agosto 1709 - m. 26 gennaio 1717); Bartolomeo Gorini di Pralboino (11 agosto 1717 - m. maggio 1728); Francesco Ghizzardi di Brescia (16 agosto 1728 - m. 24 dicembre 1733); Gerolamo Savoldi di Brescia (4 giugno 1734 - m. 13 aprile 1768); nob. Francesco Nassini (5 giugno 1768 - rin. 1781); Faustino Ghizzardi di Camignone (17 luglio 1781 - m. 13 febbraio 1805); Marco Antonio Marchi di Palazzolo (9 aprile 1806 - m. 27 gennaio 1831); Giov. B. Calchera o Calcari di Vestone (11 giugno 1831 - m. 29 novembre 1873); Cesare Giacomini di S. Eufemia della Fonte (5 febbraio 1874 - m. 5 giugno 1875); Giovanni Matteotti di Prabione di Tignale (21 settembre 1875 - rin. 21 giugno 1891); Pietro Ghidoni di Collio V.T. (9 luglio 1891 - m. 11 maggio 1926); Pietro Massolini di Soprazocco (22 giugno 1926 - m. 16 aprile 1932); Giuseppe Mazzoldi di Lavone (6 giugno 1932 - m. 4 giugno 1969); Sergio Pezzotti di Adro (1966 - rin. 30 giugno 1997); Giuseppe Tassi di Tavernole s.M. (dall' 1 luglio 1997).