SALVATORE SAN, Giulia Santa, monastero
SALVATORE SAN, Giulia Santa, monastero
È considerato, come scrive Giovanni Spinelli, "il più insigne dei monasteri bresciani ed uno dei più importanti cenobi dell'Europa altomedievale". Fondato nel 753 per iniziativa del duca e poi re longobardo Desiderio e di sua moglie Ansa, sorse in una vasta area cittadina di Brescia a N del Decumano massimo, ai piedi del colle Cidneo, confinante con le mura orientali e la porta di S. Andrea. La zona era già stata abitata fin dall'età del Bronzo (sec. XVI-XIII a.C.), e attraverso l'età del Ferro, ad una fase etrusco-padana (sec. VI-V a.C.), ad una fase celtica (dal sec. IV a.C.) fino all'epoca romana quando sorsero in età augustea sontuose dimore romane. In particolare, ad una domus scoperta nel 1895 nell'ortaglia degli Artigianelli, nel 1958 seguì la scoperta di quella dove sorse poi la basilica di S. Salvatore e nel 1968 la "domus dell'ortaglia" di S. Giulia. Tre edifici di grande interesse con mosaici, pitture, monete, reperti fittili ed oggetti tali da testimoniare una continuità di vita dal primo secolo d.C. sino all'invasione degli Unni del 452 quando, probabilmente, queste abitazioni furono saccheggiate e in parte distrutte ma non abbandonate. Infatti vennero frazionate con l'innalzamento di tramezzi (dei quali restano nella antica pavimentazione i buchi dei pali di legno, e tracce di focolari accesi direttamente sui pavimenti musivi). Solo l'arrivo dei longobardi dal VI-VII secolo, portò una rinascita edilizia, con la costruzione di edifici sulle murature romane residue: sono state individuate una dozzina di case, relativamente piccole e ad un solo vano, alle quali nell'VIII secolo si affiancarono una prima chiesa (sotto l'attuale San Salvatore) e due edifici forse appartenenti alla corte regia o a un primo monastero.
Con re Desiderio, il complesso si ampliò con murature salde di cui restano cospicue tracce, fu fondata la basilica di San Salvatore, si aggiunsero edifici destinati alla vita monastica e ad attività produttive. Si è anche affacciata l'ipotesi dell'esistenza di una fondazione monastica eusebiana, ricordata dal vescovo Ramperto e poi abbandonata. Assieme si è accennato all'esistenza di una chiesa di fondazione longobarda dedicata ai S.S. Michele e Pietro. Una spinta venne probabilmente dal propagarsi del messaggio e della devozione benedettina, che si sviluppò grazie allo scambio di insigni reliquie, il braccio di S. Benedetto donato dal nob. bresciano Petronace, restauratore di Montecassino, in cambio delle reliquie di S. Faustino. È tre anni dopo la morte di Petronace che nasce nel 753 il monastero femminile benedettino e più tardi quello maschile di Leno sempre grazie a donazioni di Desiderio. Il Guerrini ritiene che la larghissima dotazione fondiaria fatta da Desiderio al monastero di S. Salvatore di Brescia ed al monastero maschile benedettino di Leno, sia da considerarsi una restituzione di beni monastici usurpati dai Longobardi, alla quale se ne aggiunsero altri appartenenti al Fisco regio per costituire un "Beneficium" di patronato, di cui i membri della famiglia reale dovevano godere l'usufrutto. Il più antico documento che lo riguardi, lo denomina «monastero del Divin Salvatore, dell'arcangelo San Michele e del principe degli apostoli Pietro». Come ha rilevato Riccardo Lonati «già il titolo di S. Pietro appena ricordato fa discutere gli studiosi, che l'associano per di più a quelli di S. Michele e di S. Maria. Secondo documenti proposti dall'Astezati, indagati pure da Gaetano Panazza, "Ansa avrebbe fondato i monasteri di S. Maria e di S. Angelo Michele ecc. ai quali venne destinata nel 759 Anselperga per badessa fino a che nel 760 eresse dalle fondamenta il nuovo monastero di S. Salvatore; tuttavia l'Astezati non sa dire se fosse il medesimo monastero prima chiamato S. Maria e S. Michele e poi S. Salvatore, oppure se fossero davvero monasteri distinti fusi in uno". Parrebbe inoltre che i titoli dei SS. Michele e Pietro, di S. Maria fossero riferiti a cenobi piuttosto che a chiese; oppure che i vari Santi fossero ricordati in un solo complesso monastico. Ancora Gaetano Panazza, dopo aver analizzato le tesi degli storici interessati a S. Salvatore, giunge a dire che "il monastero fu eretto dalle fondamenta nel 753, ma tutti gli storici, dall'Astezati in poi, vennero nella convinzione che nel 753 si costruisse dalle fondamenta la basilica di S. Michele e S. Pietro con un piccolo cenobio al quale nel 759 re Desiderio ne aggiunse un secondo dedicato a S. Maria, e nel 760, essendone stato aggiunto un terzo, vennero tutti riuniti sotto il nome di S. Salvatore. E in quell'anno si edificò la chiesa che esiste ancor oggi"». Invece, nuove scoperte e riflessioni hanno portato a ritenere che l'attuale basilica di S. Salvatore sia stata costruita nell'814, anno nel quale un diploma di Ludovico il Pio ricorda un monastero nuovo. Il Rituale del 1438 registra la consacrazione del monastero da parte di Papa Stefano II (752-757) alla presenza di molti cardinali e vescovi mentre Angelica Baitelli fissa la data della consacrazione della chiesa di S. Salvatore al 29 ottobre 763. Nel gennaio 759, Desiderio ed Ansa, divenuti re dei Longobardi, donano il terreno su cui sorge con tutti gli edifici compresi entro il muro della clausura, aggiungendovi una curtis, a S di Brescia, nella località di Cerropicto (ora Serpente, nella zona delle Fornaci). Il documento, come sottolinea Giovanni Spinelli, è importante, anche perché attesta il nome della prima abbadessa, Anselperga (od Ansberga), figlia di Desiderio e di Ansa (figlia di Verissimo). Gli stessi sovrani, col figlio Adelchi, il 4 ottobre 760 confermarono in Pavia al monastero, ormai chiamato semplicemente S. Salvatore, tutte le precedenti donazioni, aggiungendovi altri numerosi possessi in territorio bresciano, lungo i fiumi Oglio e Mella, nonché uno xenodochio da essi edificato in Pavia ed intitolato alla Vergine ed ai SS. Pietro e Paolo. Stabilirono inoltre che la comunità monastica godesse sempre della protezione regia, avesse libertà di eleggersi la propria abbadessa e non superasse mai il numero di 40 monache. Il Guerrini ritiene che la larghissima dotazione al monastero di S. Salvatore di Brescia ed al monastero maschile benedettino di Leno, sia da considerarsi una restituzione di beni monastici usurpati dai Longobardi, alla quale se ne aggiunsero altri appartenenti al Fisco regio per costituire un "Beneficium" di patronato, di cui i membri della famiglia reale dovevano godere l'usufrutto mettendo con ciò al riparo possedimenti in caso di sconfitta.
Nel 762, o secondo qualcuno l'anno seguente o secondo il Muratori nel 766 e il Guerrini verso la fine del sec. IX, il monastero si arricchiva del più sacro deposito, quello delle reliquie, assieme a quelle di altri santi, di S. Giulia. Anche se l'Inno della traslazione derivato da un antico Breviario Bresciano del sec. IX con più tarde interpolazioni ci attesta che la regina Ansa comandò di trasferire il corpo della santa dall'isola di Gorgona a Brescia e di deporlo nel monastero eretto in suo onore, dove fu "mirificentissime" riposto, una leggenda vuole che lo stesso Desiderio ed Ansa si siano mossi per raccogliere le venerate reliquie. Fe' d'Ostiani, fermo alla data 763, affaccia l'ipotesi che in occasione di questa traslazione venne costruita la cripta, rifatto il pavimento e forse consacrata la chiesa. Nella cripta, a far corona al corpo di S. Giulia la regina Ansa, secondo una tradizione raccolta dal tardivo "Chronicon Officiorum totius anni" o Rituale (1438), avrebbe fatto inumare i corpi di S. Sofia, di tre sue figlie, Pistis, Elpis e Agape, e di due corpi di S.S. Innocenti. Altri corpi di Santi vennero posti sotto gli altari della cripta stessa. Già nel 767 il Monastero si garantiva un proprio acquedotto instaurando, con contratti, regole giuridiche ritenute d'avanguardia. Ma le donazioni, gli acquisti, le permute moltiplicavano le proprietà. Tanto per fare alcuni esempi, documenti indicano proprietà nel 768 in località Vallantis a Rieti, a Monticelli sul Po, nel 769 a Alfiano nel Cremonese, nel 771 nel Vicentino, nel 772 nel Modenese. Avvalendosi delle più alte protezioni, attraverso particolari privilegi (fra i quali certuni discussi dagli storici) del papa Paolo I del 23 ottobre 762 e del patriarca di Aquileia Siguald o Sigualdo del 31 ottobre 773 e altri che ne seguirono, incontestabilmente autentici, la badessa di S. Giulia venne esentata dalla giurisdizione del vescovo diocesano, ricevendo essa stessa la giurisdizione su tutte le dipendenze del monastero, in qualunque diocesi fossero poste. Quanto ai necessari servizi liturgici (celebrazioni interne al monastero, benedizione abbaziale, ordinazione di chierici dipendenti dal monastero, invio del crisma battesimale e dell'olio santo) la badessa era libera di rivolgersi ad un vescovo di sua scelta. «Come poche altre badesse, ebbe a scrivere Paolo Guerrini, la badessa di S. Giulia ebbe prerogative liturgiche e giuridiche veramente singolari, che spettano soltanto ai vescovi nella propria diocesi. Aveva il trono in presbiterio, sul quale assisteva alla Messa e alle ufficiature solenni con l'anello abbaziale e un piccolo pastorale; sul trono riceveva l'obbedienza dei suoi chierici, ai quali conferiva la tonsura e il beneficio, li promuoveva agli Ordini minori e maggiori concedendo le relative lettere dimissoriali per farsi ordinare da un vescovo qualsiasi, che veniva da essa autorizzato; nominava i parroci delle chiese soggette al monastero, come quelle di Piancamuno e di Solato, e concedeva le lettere patenti di confessore ai sacerdoti addetti alle varie chiese dipendenti dal monastero. Inoltre riceveva la S. Comunione sul trono, come il Papa! Non sappiamo se portasse pianeta o piviale, la mitra no ma il pastorale sì, e nessun vescovo, quello di Brescia meno di tutti, poteva entrare a funzionare nelle chiese monastiche se non chiamato e delegato dalla badessa». Non mancavano singolari e commoventi cerimonie come quelle natalizie nelle quali le "domicelle" erano chiamate a "matinar lo Sposo" cioè a far festa a Gesù nella sua venuta al mondo.
Con la fama di monastero "internazionale", alla quale danno valore i nomi contenuti nel Codice necrologico liturgico nel quale accanto a semplici fedeli che stipulano con il monastero la "permuta" di preghiere compaiono almeno 120 nomi di regine, principesse, duchesse ecc., si spiega l'ampliarsi del patrimonio fondiario che si andò estendendo dalla Valcamonica alla pianura bresciana, dalle sponde dell'Oglio a quelle del Po. Infatti già tra il 761 ed il 772 sono documentate proprietà anche nel Cremonese, nel Lodigiano, nel Friuli, nel Bolognese, in Toscana, nel Vicentino, nel Reggiano, a Pavia, Pistoia, Spoleto, Rieti e Benevento, e il monastero disponeva di porti e di navi da carico ed era particolarmente attrezzato per la produzione di attrezzi agricoli e l'attività tessile. Già nel diploma del luglio 771 di re Desiderio si accenna vagamente a donazioni di fondi e case fatte da Adelchi alla sorella Anselperga nei confini "Austrie e Neustrie" senza però fornire notizie circostanziate mancanti del resto circa i possedimenti dispersi nella Romagna, nell'Emilia, nella Toscana, nel Lazio, nella Campania poi dispersi ed usurpati all'epoca della sconfitta longobarda e dell'occupazione carolingia. Più tardi conosciamo per Verona una terriciola sotto la città e fondi permutati nell'886 con la chiesa di S. Procolo oltre a fondi a Castiglione, a Cermanica o Cervanica del Gara, Montalto e Pacengo. Nell'878 vengono nominate proprietà nel Comitato Vicentino (Quarto e Bellonico), nel Trevigiano (Riese), nel Padovano a Carpeneda di Masera, a Este e a Monselice ed altri permutati nel 1024 con fondi a Camignone nel Bresciano. Nel Trentino il monastero possedeva l'intera montagna Lorina, fra le Giudicarie e la Val d'Ampola concessa in locazione agli abitanti di Storo, contro il cui comune il monastero fu in contenzioso per tre secoli. Il monastero aveva corti in Valtellina (commutate poi con altre con la badessa di S. Giovanni in Lodi). Nel Piacentino il monastero possedeva anche un porto confermato da Lotario I nell'851.
L'importanza del monastero sotto il regno longobardo non cambiò con l'avvento (774) di quello carolingio, sotto il quale venne ampliato e in parte ricostruito tanto che nell'814 veniva definito in tutti i documenti "nuovo". Come ha rilevato Cinzio Violante oltre all'«ampia esenzione nei riguardi del vescovo di Brescia il monastero rimase particolarmente legato ai sovrani carolingi e fu presto inserito nella Chiesa franca mediante vari legami e intensi rapporti con vescovi e monasteri d'oltralpe. Nel necrologio del cenobio bresciano furono scritti i nomi di tre vescovi franchi vissuti all'inizio del secolo IX: Wolfgero, Ferdeberto di Angouléme e Geiso (quest'ultimo potrebbe forse identificarsi con l'arcivescovo di Magonza, morto l'812). Ai nomi di Ferdeberto e di Geiso era aggiunta - nel codice - l'annotazione: "episcopus noster": furono, essi, si domanda il Violante, i vescovi ai quali il monastero si rivolgeva per le funzioni episcopali, evitando - grazie all'esenzione - di invitare a tal scopo l'ordinario diocesano?». Nel codice liturgico-necrologico del monastero di San Salvatore (o come oggi si preferisce "libri memoriales") sono segnati anche i membri di alcuni cenobi, accomunati nella "fraternitas" di preghiere come quello di Reichenau, al quale appartenne quell'Antonio che divenne nell'859 vescovo di Brescia di Murbach (Alsazia) e il capitolo della Cattedra di Soissons. Di queste "fraternitates" è di singolare e di notevole interesse la fondazione a Luni (Lucca) nella metà del sec. VIII da parte di un duca Allone, di un monastero di donne sotto la regola benedettina con il titolo "Domini et Salvatoris" che in una carta del 960 il vescovo di Luni, Corrado, in occasione dell'elezione della badessa, viene detto "in Brixiano" anche se con il cambiamento del titolo in S. Giustina per le reliquie. Altri documenti dall'851 in poi attestano la dipendenza da S. Giulia di Brescia e in tutte le carte dal 960 al 1062 tutta la località attorno viene detta "in Brixiano". Del resto in una lettera del 1759 della badessa di Brescia e dal regesto allegato di sette documenti risulta che il monastero di Lucca era almeno nei sec. IX-XII una dipendenza di quello di Brescia. Con Ludovico il Pio, figlio di Carlo Magno e imperatore e non re, il monastero assumeva sempre più la figura di monastero non regio ma imperiale, per cui facendone un sostegno politico è facile che l'imperatore contribuisse a quella ricostruzione o ampliamento per cui nell'814 era detto "nuovo" meritando di essere raffigurato nella basilica di S. Salvatore accanto a Desiderio. Non solo, ma l'imperatore concedeva, con nuovi ampi privilegi, il monastero alla moglie Giuditta affidando al monastero stesso l'educazione della figlia Gisla.
Rinnovato o, come si crede più probabile, ricostruito il monastero agli inizi del sec. IX, S. Giulia compare la prima volta nel 915 come contitolare del monastero poi con sempre più frequenza nella sua storia, alternandosi nell'intitolazione dello stesso con S. Salvatore per tutto il sec. X prevalendo poi fino a diventarne l'unica titolare nel secolo XII. Secondo il Brunati anzi la chiesa del monastero venne riconsacrata col nuovo titolo di S. Giulia o da Innocenzo II (1132) o da Eugenio III (1148) che soggiornarono a Brescia. Fra i due sarebbe tuttavia più opportuno pensare ad Eugenio III che potrebbe avere riconsacrato la chiesa dopo i lavori di ampliamento della cripta e forse potrebbe avere consacrato anche il sacello di S. Maria in Solario che, stilisticamente, sono da collocare intorno alla metà del secolo XII; la nuova consacrazione, ad ogni modo, è documentata nell'elenco poi pubblicato dal Doneda risalente al 1150-1153, come avvenuta al "XIII kal Nov. Ded. S. Salvat. ad monast. S. Julie", cioè in una data che non collima con quella del 29 ottobre ricordato nel "Rituale".
Il monastero raggiunse il suo vertice più prestigioso e il momento più luminoso nella seconda metà del sec. VIII quando con l'imperatore Lodovico II Brescia diviene quasi residenza imperiale e questa residenza viene stabilita non nell'antica, angusta e cadente Curia ducis (il Cordusio di re Astolfo e di re Desiderio) ma nel chiostro di S. Giulia divenuto un "beneficium" di una commenda della famosa imperatrice Angelberga, moglie di Lodovico II che, nipote di Suppone I conte di Brescia, era stata educata nel monastero. Nell'861 la bellissima e intelligente imperatrice pone la sua figlioletta Gisla, o Gisella, in educazione nel monastero di S. Giulia in Brescia sotto la direzione della zia Gisla che vi era badessa affinché la piccola Gisla vi avesse fra le altre educande una posizione degna della sua nascita. Angelberga indusse il marito imperatore a dare in commenda alla figlioletta il Monastero di S. Salvatore con tutte le sue dipendenze, e segnatamente Alina, Campora, Sestuno, il monastero del duca Aldo in Lucca, quello della Regina (Ansa) di Pavia, lo Xenodochio di S. Maria e l'ospedale di S. Benedetto di Montelongo e il monastero di Sirmione, tutti luoghi che qualche anno dopo, essendo morta giovanissima la figlia Gisla, Angelberga si fece confermare in sua proprietà da Lodovico II. Signora di vasti possedimenti, di corti, di castelli, di numerosi dipendenti Angelberga tenne in S. Giulia una fastosa corte imperiale e partecipava ai riti religiosi della comunità indossando un ampio mantello di,seta purpurea foderato di ermellino, il manto imperiale che le badesse di Brescia e di Lucca continuarono a portare nelle funzioni liturgiche anche dopo la sua morte. Rimasta vedova nell'875 nei primi mesi dell'877 Angelberga chiamò a sè nel monastero di S. Salvatore in Brescia, dove da tempo si era ritirata, il suo consigliere e amico Wigbondo vescovo di Parma, l'arcivescovo di Milano, il vescovo di Brescia Antonio, e alla presenza loro e di altri grandi laici dettò un atto che agli occhi di molti parve essere il suo testamento. A lei che visse poi nei monasteri di Brescia, Sirmione, Pavia, Lucca, Piacenza, o alla figlia Gisla, viene attribuita, nell'877, la fondazione dello xenodochio o ospizio detto di S. Remigio, dotato di n. 27 letti per i poveri e i pellegrini collocato lungo l'attuale via Piamarta, a occidente del monastero. Una monaca, fra le più attempate, ne aveva la direzione e cercava con l'aiuto delle consorelle e di servi di corrispondere agli ospiti, i quali, scrive Fe' d'Ostiani, «per la posizione sulla via consolare come per la vicinanza della porta di S. Andrea, non dovevano essere pochi». Aveva una cappella dedicata dal vescovo Landolfo I nel 909, a S. Remigio. Ma già sulla fine del sec. XV per la chiusura della porta di S. Andrea e per altre cause, l'ospizio rimaneva quasi vuoto ed in principio del secolo seguente, diventato inutile, veniva affittato a privati. Assieme a quello cittadino dipendevano numerosi ospizi fondati dalle monache tra cui si possono ricordare quelli di "Cerrum pictum" sulla sponda sinistra del Mella, l'Ospedaletto di Urago sulla sponda destra nelle corte di "Brassago" non molto distante dalla "Turris sanctae Juliae", e l'ospizio di Roncadelle. Altri ospizi erano annessi alle proprietà fondiarie. Sempre nell'877, per la prima volta dalla sua fondazione, il monastero subiva l'oltraggio di un'irruzione delle soldataglie di Carlo il Grosso, esponente del ramo germanico dei Carolingi, rapinandone il tesoro e l'archivio che papa Giovanni X obbligherà a restituire. Nell'888 era Berengario dopo la sua elezione a re d'Italia a confermare al monastero l'enorme dote ad esso destinata da Angelberga. Attribuito da qualcuno all'iniziativa della badessa Berta (905), figlia di Berengario, da altri anticipata al sec. IX o posticipata a metà del sec. X, è l'inventario dei beni del monastero noto come "Polittico di S. Giulia". Si tratta di un rotulo di dodici pergamene legate insieme in cui sono elencate le curtes del monastero e che viene comunemente detto il "polittico di S. Giulia". Da esso si deduce che il monastero possedeva beni in quasi novanta località, alcune delle quali di difficile identificazione, ma raggruppabili nelle seguenti aree geografiche: la città di Brescia, la zona bresciana nordoccidentale compresa tra la città ed il lago d'Iseo, la zona bresciana sudorientale compresa tra l'Oglio ed il Garda, la parte settentrionale del lago d'Iseo e la bassa val Camonica, la bassa Lombardia tra Piacenza e Mantova lungo il Po, e infine una serie di curtes lontane da Brescia e sparse un po' in tutta Italia da Ivrea a Genova, da Pavia a Como, da Varese a Modena, da Padova a Bologna e nel territorio reatino. L'importanza del documento è data tuttavia dal fatto che in esso si rispecchia la vita economica e rurale del tempo, e non solo le coltivazioni agrarie ma anche la metallurgia come hanno confermato negli scavi il ritrovamento di scorie e la accertata produzione di vomeri, scuri, forche ecc. Sebbene non si conoscesse l'allevamento di bachi, alla fine del sec. X un inventario registra un censo di seta pagata dai coloni o manenti del monastero di una località chiamata Chama rimasta misteriosa nonostante le accurate ricerche di Maria Bettelli Bergamaschi. Sembra comunque appurata anche la tessitura dei "panni rustici" concentrata in un gineceo di "Novellaria" individuata da qualcuno in Nuvolera.
Meno studiata ancora la vita interna. Sappiamo che si svolgeva sotto la guida della badessa secondo la Regola di S. Benedetto e che godeva di particolari privilegi. Come poche altre badesse, come già s'è detto, era investita di una giurisdizione quasi episcopale giungendo, perfino, a conferire la tonsura ai chierici ed alla nomina dei parroci delle chiese sotto patronato come a Piano di Valle Camonica. Le monache erano distinte in "professe" che nei primi secoli non raggiunsero mai il numero di quaranta, e in "converse" che svolgevano attività manuale in casa e nel viridario delle monache dove, negli scavi del 1966-67, è venuta alla luce l'antica macina. Fra le numerose monache, oblate, uomini commendati, livellari, aldioni e servi, tutti protagonisti della storia del monastero di S. Giulia, spicca la figura di Obizio di Niardo, nobile di Valle Camonica, combattente contro Bergamaschi e Cremonesi per i confini dell'Oglio nel 1191. Ritiratosi a vita eremitica in qualità di "oblato" presso S. Giulia nel 1197, vi condusse vita ascetica conseguendo l'aureola dei santi. Le sue spoglie furono riposte in S. Salvatore ove gli venne dedicata una cappella affrescata poi dal Romanino. A questo mondo di anime consacrate nel chiostro gravitavano attorno oltre tremila uomini con le rispettive famiglie dispersi nelle quarantun corti, come risulta dal Catastico redatto nei primi anni del X secolo e pubblicato dal Porro nel Codice diplomatico lombardo, tutti dipendenti, pur a diverso titolo, dalla badessa e posti sotto la celeste protezione di S. Martino di Tours. L'elevata condizione sociale delle monache e assieme l'obbligo della recita della "Lectio divina" non potevano non elevare il clima culturale delle ospiti. Ciò dato che richiedeva un'istruzione più che elementare. Ciò era ancor più esigito dalla presenza nel monastero di "educande" che vivevano entro la clausura, in edificio a parte osservando regole particolari ma separate dalle "professe" e "novizie". Si trattava di giovani di famiglia nobile perché quelle del ceto medio e della nobiltà rurale venivano indirizzate in altri monasteri come a S. Cosma e a Santo Spirito. Le educande ricevevano, come ha rilevato A. Masetti-Zannini, una basilare educazione religiosa ed una preparazione alla vita domestica e monastica con l'insegnamento del leggere e scrivere e della musica. Tra l'educazione artistica, musicale e liturgica v'era uno stretto rapporto come è dimostrato dai cataloghi (secoli XI e XII) del patrimonio librario del monastero. Vari strumenti musicali, liuti, cetre e simili si trovavano ancora nel monastero al tempo della soppressione e molte figure affrescate da Paolo da Caylina il Giovane nella prima cappella di S. Salvatore, sono in atto di suonare uno strumento musicale.
Il monastero possedeva una biblioteca molto ricca. A codici si accenna nel sec. X nel cosiddetto falso diploma del patriarca d'Aquileia, Sigualdo. La Biblioteca era molto ricca di testi patristici, teologici, liturgici e Regole monastiche: basti ricordare l'Evangeliario purpureo ed il "Codice d'Eusebio", dono di Angelberga, famosi per le miniature attribuite alla scuola di Reichenau, ed il frammento del terzo libro dei "Testimonia ad Quirinum" di San Cipriano databile al quinto secolo. Anche l'Archivio storico di S. Giulia, poi disperso tra la Queriniana di Brescia, gli Archivi di Stato di Milano e Brescia, l'Archivio Bettoni-Lechi, l'Archivio Vaticano e la Congregazione di Carità di Cremona, era molto ricco. Molto interessante è il "Rituale di Santa Giulia" del 1438, in scrittura gotica libraria. Alla badessa Angelica Baitelli si deve l'accresciuto interesse per la storia di questo monastero, per aver riportato, in volgare, il testo delle più antiche pergamene dell'Archivio, ora in parte scomparse. Nel 1657, a coronamento della sua indagine archivistica e d'una accurata riflessione storica, dalla quale non rimasero estranee tante altre monache, pubblicò gli "Annali historici dell'edificatione, erettione et dotatione del serenissimo monasterio di San Salvatore et Santa Giulia di Brescia". Intorno al 1725 l'archivista Gian Andrea Astezati compilò in quattro volumi l'"Indice alfabetico istorico cronologico perpetuo dell'Archivio dell'insigne e reale monastero novo di San Salvatore e Santa Giulia di Brescia".
S. Salvatore superò la grave crisi che colpì la Chiesa e la società nei sec. X-XI difendendo i privilegi e le esenzioni concesse da re e papi, per cui la bolla del 3 aprile 1123 di Callisto V sanciva quanto stabilito in precedenti, riconfermando la "regalità" del monastero già riconosciuta da imperatori e papi e al contempo la protezione delle supreme autorità sia regia che papale, l'autonomia dalle autorità locali ecc. Tale linea venne confermata anche da imperatori quali lo stesso Federico Barbarossa nel settembre 1184 quando emanò da Leno un diploma di protezione per il monastero di S. Giulia. A partire dal sec. XI il monastero si legò sempre più all'ambiente cittadino e all'aristocrazia locale. Infatti fra i vassalli figurano potenti capitani delle famiglie Sala, Poncarali, Brusati, Cazzago, Lavellongo e in seguito gli Ugoni, i da Ello, i Rodengo ecc. che sono registrati ancora tra i vassalli del sec. XIII. È probabilmente grazie a questi appoggi la costruzione a metà del sec. XII del sacello inferiore, seguito poi dal corpo superiore di S. Maria in Solario (v. Maria s. in Solario). Sono ascritti alla fine del XII secolo l'atrio della chiesa di S. Daniele, il "palazolo" dei canonici della stessa con la loggia, la foresteria del monastero. Coinvolto sempre più in torbidi avvenimenti politici e militari, il monastero subì sempre più gravi usurpazioni, perdette diritti, censi, proprietà fondiarie di entità rilevantissima ed ebbe dei gravissimi danni economici, che lo misero in serie crisi finanziarie e morali. Coloni infedeli che si sottraevano alle imposte e prestazioni dovute, vassalli che rivendicavano libertà ormai generalmente accettate, gastaldi che si preoccupavano più dei propri interessi che di quelli del monastero lontano, lo stesso capitolo monastico diviso dalle ambizioni e dagli interessi delle potenti famiglie feudali alle quali appartenevano le poche suore del monastero, furono le cause principali di queste perdite e dispersioni patrimoniali, che non sempre si poterono impedire con gli inventari, con le liti giudiziarie e coi privilegi papali e imperiali invocati e ottenuti dalle sollecite badesse. Il declino verificatosi per varie cause nel Duecento della proprietà signorile e dei grandi monasteri, l'elevamento del tenore di vita degli stessi monasteri, in gara con i ranghi della montante aristocrazia coinvolse anche il monastero di S. Giulia, il quale fu sempre più costretto a vendere proprietà come quelle, ad esempio, di Nuvolera agli abitanti del luogo e ciò per far fronte alle spese di ristrutturazione del monastero e dell'edificio della chiesa di S. Maria in Solario. Nella difesa di privilegi ed autonomia si distinsero la badessa Mabilia Favi la quale nel 1225 in tempi di duri scontri fra guelfi e ghibellini con suo editto impose pace fra i suoi vassalli e le badesse della potente famiglia Confalonieri che si distinsero nella difesa dei possedimenti posti fuori provincia, avvantaggiandosi poi con l'urbanizzazione di una vasta area meridionale della città sino alla chiesa di S. Siro e la concessione in enfiteusi di una vasta area paludosa fuori porta Bruciata, oltre il Garza e il Bova, che si coprì di case, botteghe ecc. Nel 1214 poi il monastero realizza permute con il cenobio di S. Prospero di Reggio Emilia, del castello e della corte di Migliarina nel Modenese con il castello e la corte di Medole nel Mantovano. È del 1229 come ha dimostrato Maria Bettelli Bergamaschi e non del 1409 come altri hanno affermato la bolla di papa Gregorio IX che indice, in seguito ad un'ispezione di tre domenicani, una riforma del monastero. Come scrive Giampietro Belotti «a differenza di altri chiostri cittadini, il monastero benedettino di S. Salvatore e S. Giulia fu toccato solo marginalmente dalle contese cittadine che si verificarono nei secoli XIII e XIV, in quanto, anche nei periodi più cupi della sua storia, esso mantenne sempre ben salda la sua caratterizzazione di monastero regio, dai caratteri sovranazionali» prerogativa questa, difesa in seguito tenacemente, contro i vescovi di Brescia riguardo al feudo di Alfiano contro quello di Cremona. Ma come ha sottolineato Giampietro Belotti «con il Trecento inizia un lungo periodo di travaglio per il monastero bresciano, anche perché fra le mura del convento hanno ormai fatto breccia le rivalità che angustiano la vita cittadina con il costituirsi di fazioni familiari che si contrappongono a tal punto da non riuscire a trovare una sintesi».
Necessità di contrarre mutui, cessioni di proprietà, permute di beni lontani con altri più vicini più amministrabili, pagamenti di interessi di debiti precedenti, imposizioni forzate per il mantenimento di eserciti aggravarono sempre più la situazione economica del monastero, obbligato inoltre a cedere a titolo pressappoco gratuito, a potenti laici, la riscossione delle rendite su terre e proprietà travagliate da frequenti guerre. Nel 1258 l'avvento di Ezzelino da Romano impose in più l'allontanamento della badessa Tutbe Confalonieri mentre durante la susseguente signoria di Uberto Pelavicino, le lotte tra la "pars ecclesiae" e la "pars imperii" e le guerre continue portarono alla perdita dei possessi fuori il Bresciano, specialmente nel Cremonese e nel Piacentino e ridussero il monastero a chiedere anticipi di affitti per sfamarsi. Tuttavia, come ha rilevato Giancarlo Andenna, «se le guerre e l'inflazione, con la conseguente impennata dei prezzi dei salariati e dei lavoratori a giornata, misero in difficoltà il cenobio bresciano; la capacità di difesa delle monache fu elevata in quanto esse seppero lentamente permutare i beni lontani, posti in territori tradizionalmente nemici, quali il Cremonese, o il Lodigiano, o il Modenese, concentrando le proprietà nella zona bresciana». Con avveduti accorgimenti economici e capace amministrazione, sottolinea ancora Andenna: «nella prima metà del Duecento il cenobio riuscì ancora a salvare la parte di proprietà gestita direttamente. In seguito tuttavia il cenobio di Santa Giulia ebbe un lento, ma progressivo tracollo sino alla improvvisa ripresa nella prima metà del dominio veneto, quando l'amministrazione delle proprietà passò nelle mani di una commissione che era l'espressione del patriziato urbano». Eppure Angelica Baitelli scrive che nel 1276 «il monastero era in somma Veneratione, et a garra, et huomini, et donne concorreuano al seruitio di esso, offerendo se stessi, et le cose sue in libero dono», mentre da tale anno sembra iniziare un periodo difficile per il monastero che secondo la stessa Baitelli sarebbe durato fino al papato di Martino V (1417-1431) e la cui manifestazione più evidente è individuata dalla storica nell'assenza di conferme imperiali o papali dei privilegi goduti dalle monache. La causa di ciò viene dalla stessa Baitelli attribuita alla situazione politica generale e più particolarmente a quella cittadina che vede continuamente rinnovarsi le lotte fra guelfi e ghibellini, le guerre di Brescia contro Milano, con momenti particolarmente critici come l'assedio di Federico VII (1311), i contrasti tra Brescia e gli Scaligeri, il prevalere dei Visconti, senza contare le ricorrenti e spesso devastanti epidemie. Sono tempi tumultuosi che si rispecchiano all'interno del monastero fin dal 1294, quando, anziché giungere ad elezioni regolari delle badesse, il titolo viene affidato a vicari reggenti, nel 1363 addirittura ad una monaca di un altro monastero, cioè a Franceschina de Rathenasco di S.S. Cosma e Damiano mentre in seguito, dal 1403 fino al 1449, si susseguono elezioni irregolari di badesse, mentre si allarga il disordine economico e amministrativo. Nonostante ciò lavori vengono compiuti tra il 1391 e il 1428. Il 3 luglio 1409 in seguito a riforme imposte da Gregorio XII venne eretto un corpo di fabbricato ad oriente di S. Maria in Solario e, con maggiori interventi, nel cortile sud-est. Intorno al 1420 venne rifatta la "sacristia" nell'angolo nord-est del primo chiostro; il chiostro sud-ovest (1481-83) sostituì quello che nel 1412 era definito "antichissimo". Al contempo si andava erodendo anche l'immenso patrimonio, frammentato in enfiteusi, che si trasformavano in proprietà reali, in affrancazioni di livelli ecc. tanto che, sia pure ricorrendo al papa Martino V contro il vescovo di Cremona che aveva rivendicato alla sua diocesi la corte di Alfiano, la badessa Bertolina Cengoli, pur ottenendo soddisfazione, dovette cedere in cambio di Alfiano al vescovo di Cremona la chiesa e la dotazione fondiaria di Scandolara. In compenso non mancarono sforzi di riforma monastica per cui, come scrive Angelica Baitelli, sotto il pontificato di Gregorio XII (1406-1415) si vennero, con l'emanazione di regole che tendevano a ripristinare tutti gli elementi peculiari della vita claustrale disciplina interna, distacco dal mondo, povertà riaffermando l'autorità del Capitolo favorendo una più netta separazione fra lo spazio monastico e quello mondano, con l'interdizione dei laici dal recinto del convento e con la limitazione dei contatti con la famiglia di origine e con il mondo esterno.
Agli inizi del sec. XV viene creata la Congregazione "de Unitate" o "de Observantia" sulla quale si inserirà la nascita della Congregazione di S. Giustina, considerata la struttura più importante creata dal movimento dell'Osservanza all'interno del monachesimo benedettino, l'espressione più significativa della "riforma" dei monaci neri nell'Italia del XV secolo alla quale si avvicinerà più tardi anche il monastero bresciano. Prima di ciò, tuttavia, il monastero doveva vivere gli anni difficili del passaggio dal dominio visconteo a quello di Venezia nei quali, specie nel 1438, fu esposto al terribile assedio del Piccinino durante il quale, come recita una breve cronaca raccolta dalla Baitelli, «si ridussero le nostre monache in estrema miseria, stando sempre le nostre Madri in Oratione, et Digiuni, et volontari, et necessari, perché non havevano altro da vivere, che pane, et acqua, et ad ogni momento volavano le muraglie del monastero per aria gettate dalle Artigliarie». Specie nel 1440 il monastero dovette accogliere gli appestati che il lazzaretto di San Bartolomeo non riusciva a contenere. A causa di queste sventure nel 1445 le monache erano costrette a liquidare tutti i loro beni sul lago di Garda per acquistarne altri più vicini, a Flero, vendere nel 1447 i beni di Sirmione ad Andrea Buccelli di Costermano e la permuta della corte di Medole con beni a Boldeniga. Spopolato, in estrema indigenza, ridotto a sole dieci monache, le autorità laiche ed ecclesiastiche cittadine proposero alla badessa di accogliere un gruppo di "Citelle" di estrazione borghese che desideravano vivere conventualmente, votandosi alla verginità, ma che non avevano un luogo ove ricoverarsi per la cronica carenza di posti nei monasteri cittadini. La badessa, pur conservando la propria dignità e i titoli ad essa annessi avrebbe dovuto ritirarsi, con le monache rimaste, in un'ala del monastero, riservandosi una dotazione fondiaria comprendente i possedimenti di Roncadelle, della Torricella con i mulini ivi esistenti e 100 piò di terra ed altri beni. Il vescovo avrebbe assunto la giurisdizione, sulla nuova comunità, che doveva essere retta, sotto la sua giurisdizione da una Priora o Priorella da lui nominata. La riforma, accettata, anzi avanzata dalla stessa badessa a papa Callisto III e da lui approvata, venne sancita da ducale di Francesco Foscari nel 1457. Così rinnovato il monastero si andò orientando a partire dal 1456 verso la riforma benedettina della Congregazione cassinese di S. Giustina voluta da Lodovico Barbaro verso la quale propendevano anche i monasteri benedettini dei S.S. Cosma e Damiano, di S. Eufemia, di S. Faustino ecc. Fino a quando la bolla di Sisto V del 28 luglio 1478 e il breve del 17 maggio 1481 immettevano definitivamente il monastero nella Congregazione cassinese nonostante l'opposizione e i ricorsi a Venezia della badessa Elena, che pretendeva di coprire tale carica a vita natural durante. Una ducale del doge Giovanni Mocenigo nello stesso anno scioglieva la questione assegnandole un assegno vitalizio annuo di 130 scudi, ma sancendo l'elezione annuale della badessa. La riforma coincise con una notevole rifioritura del monastero con la costruzione del bellissimo nuovo coro e col rinnovamento dei chiostri sudoccidentale e settentrionale. La riforma cassinese portò di nuovo, specie negli ultimi anni del '400, il monastero a posizione di notevole rilievo. E ciò grazie anche ai favori della Repubblica Veneta che, il 27 settembre del 1487, elargiva l'esenzione dal "Dazio delle Porte", che gravava su tutte le merci e i prodotti introdotti nella città, e quello assai rilevante dell'"Imbotado" che, invece, colpiva tutti i prodotti della terra al momento della raccolta. Anche la corte di Alfiano diventava una sorta di corte franca, ove beni, massari e abitanti erano esentati da tutte le contribuzioni o gravezze, dirette o indirette. Soprattutto per interventi di badesse molto accorte la riscossione di gran parte dei livelli (ottenuta da Venezia nel 1480 dalla badessa Elena Masperoni), la dichiarazione di nullità di molte alienazioni fondiare (ottenuta da papa Innocenzo IV dalla badessa Giovita Cagnola nel 1489) e il rinnovo di investiture fondiarie contribuirono a creare una costante crescita di entrate che resero possibile un'intensa attività costruttiva avvalorata dall'esenzione dei dazi sui materiali utilizzati (legname, pietre, calcina, ferramenta) concessa dalla ducale del 2 novembre 1487 dal doge Agostino Barbarigo alla badessa Elena Ducci.
Una ducale di Agostino Barbarigo del 16 luglio 1495 sanciva, come sottolinea Giampietro Belotti «per la prima volta la netta separazione fra il ministero spirituale, affidato alla Congregazione di S. Giustina, e il governo secolare affidato alla badessa e al capitolo delle monache. Il chiostro bresciano viene così ad assumere una connotazione giuridica estremamente complessa: dal punto di vista spirituale esso era posto alle immediate dipendenze della S. Sede, la quale ne delegava però l'esercizio concreto ai benedettini di S. Giustina, mentre la sovranità temporale ritornava al monastero che la esercitava in nome della Repubblica di Venezia, subentrata nei titoli ai re longobardi e agli imperatori franchi ancora una volta in autonomia dalle autorità civili ed ecclesiastiche locali e nella amministrazione del proprio patrimonio». Non mancarono ancora nuove opposizioni per cui l'aggregazione definitiva a S. Giustina ebbe luogo solo con la bolla di Alessandro VI del 1° febbraio 1497 che poneva fine anche all'autonomia economica e materiale della quale aveva sempre goduto come monastero regio. L'aggregazione a S. Giustina coincise anche con ripetuti sforzi per incrementare la disciplina claustrale attraverso l'eliminazione della cappellania di S. Daniele che autorizzava la presenza "impropria all'onestà delle Vergini" di sacerdoti, cappellani e chierici residenti all'interno del monastero, mentre l'assistenza spirituale veniva affidata ai monaci di S. Eufemia, della stessa Congregazione cassinese. Nel Cinquecento il monastero si distingue, come sottolinea il Belotti, per il buon andamento economico, oltre che per un nuovo e notevole sviluppo edilizio che vede dal terzo al sesto decennio del sec. XVI la decorazione del coro delle monache che permette nel 1569 al monastero di ospitare 160 monache sulle 165 previste così da costituire il complesso monastico più esteso di Brescia composto di tre chiostri, due chiese (S. Salvatore e S. Maria in Solario) alle quali si aggiunge dal 1593 su progetto di Giulio Todeschini quella di S. Giulia, convincendo con ciò il vescovo Bollani ad aumentare a 165 le monache e S. Carlo B. nella visita apostolica del 1581 a raddoppiare il numero da 165 a 350. Il 17 dicembre 1600 nella chiesa di S. Giulia venivano trasferite le reliquie di S. Giulia e delle Sante Pistis, Helpe e Agape (Fede, Speranza e Carità), della loro madre S. Sofia e di altri santi. Notevoli riflessi ebbe la Riforma Cattolica accentuatasi in seguito al Concilio di Trento e all'attività pastorale del vescovo Bollani. Se nel 1543 erano state incarcerate per gravi crimini le monache Ippolita e Cecilia, in seguito, come ha appurato Giampietro Belotti, non si registrano particolari infrazioni alla disciplina monastica e alla vita liturgica del monastero.
La costruzione della chiesa di S. Giulia compromise ancor più il patrimonio del monastero che, secondo calcoli condotti su documenti da Belotti, nei primi anni del '600 aveva entrate sulle 35.208 lire l'anno ed uscite di circa 50.695 lire con un passivo annuo di 13.111 lire, registrando nel decennio 1592-1603 una spesa di 157.337 in più di quanto incassato. Per far fronte al divario economico e non volendo ridurre l'alto tenore di vita si cercò di incrementare le monacazioni e l'apporto di relative doti senza relativa capitalizzazione. Infatti tra le monache parecchie appartengono a famiglie come quelle dei Martinengo, Avogadro, Confalonieri, Maggi, Averoldi, Chizzola, Luzzago, Mazzuchelli, Pulusella ecc. I debiti poi aumentarono con la peste del 1630, che pure costò solo due vittime in seguito alla quale molte possessioni rimasero incolte ed altre coltivate ma con il discapito di investimenti di capitali. Ad aggravare la situazione sopravvennero il saccheggio del feudo di Alfiano e l'incendio scoppiato nel monastero la notte di S. Stefano del 1630 che distrusse "una parte principale, più necessaria e più cospicua" del monastero compresa la chiesa. In seguito a questi avvenimenti la situazione debitoria diventa insostenibile e nel 1635 fu deciso a maggioranza che le religiose assumessero di persona il costo del proprio mantenimento salvo il rifornimento di pane, vino e legname per il bucato. Il bilancio ritornò con questi provvedimenti in pareggio ma, come sottolinea il Belotti, finì con aver pesanti riflessi sulla vita interna favorendo uno spirito individuale di indipendenza, potenziando differenze di tenore di vita secondo il censo e il denaro, di abbigliamento, di vitto ecc. a scapito implicitamente del voto di povertà. Difatti un crescente rilassamento spirituale e anche morale già segnalato nel 1618 dai visitatori di sempre più frequenti negligenze nella recita del Divino Ufficio e nella pratica del la disciplina viene sempre più rilevato negli anni seguenti sia dai vescovi in visita pastorale che dagli ispettori della Congregazione che sono di solito gli abati dei monasteri di S. Faustino e di S. Eufemia. Questi, infatti, sottolineano sempre più frequenti mancanze o negligenze nella clausura, nella preghiera e nel rispetto della vita comunitaria. Parlatori troppo frequentati, "raggionamenti con secolari e religiosi di qualsivoglia sorte", "amicizie non convenienti", l'abitudine in molte novizie di uscire la sera per dormire nelle proprie case, mascherate carnevalizie, educande spesso affacciate al finestrone del dormitorio, vanità nell'abito o nella capigliatura, tratti villani, "parole non convenienti a religiose" sono i rilievi che ricorrono nelle relazioni delle visite ispettoriali, quando le infrazioni non diventano addirittura materia di processi interni come quello di suor Cipriana Rodengo del 1624 che aveva accolto un uomo nella propria cella o quello di suor Benigna, del 1662, alla quale veniva imputato di aver trafugato o venduto una quantità di tessuti e persino il letto. Denunce, inchieste assieme a contrasti con la Curia vescovile di Brescia per la nomina dei confessori ecc. mettono in rilievo, come ha scritto Giampietro Belotti, quanto «questo monastero bresciano mostri una fortissima resistenza al disciplinamento, giocata sul filo degli antichi privilegi che avevano creato un dualismo mai sciolto fra l'autorità ordinaria e quella regolare, mentre gli ambienti della Curia vescovile e i vertici della Congregazione cassinese si attribuivano vicendevolmente le colpe del mancato disciplinamento. I fatti dimostravano, invece, una grande capacità del Capitolo di S. Giulia di muoversi in queste contraddizioni per preservare e continuare a godere dell'ampia autonomia tradizionalmente goduta». Tuttavia dai fatti stessi il Belotti ricava l'impressione che disordini denunciati «venissero in qualche misura enfatizzati per essere utilizzati come grimaldello per scardinare l'edificio di privilegi ed esenzioni che faceva del monastero di S. Giulia una sorta di isola franca nella diocesi. Infatti queste denunce si inseriscono in uno scontro ben più ampio che vede uniti il governo cittadino e la curia vescovile nel tentativo di ricondurre il monastero di S. Giulia sotto la giurisdizione delle autorità territoriali». Per ovviare tuttavia a frequenti e seri inconvenienti venne deciso di affidare il "governo temporale" del monastero a quattro gentiluomini d'autorità scelti dal Capitolo delle monache fra le famiglie più eminenti della città, mentre il cosiddetto governo spirituale oscillava fra il Vescovo e la Congregazione Cassinese, impegnati tra l'altro in una contesa aperta per disputarsi la direzione del monastero. Ma, come osserva il Belotti, se si pensa che generalmente questi potenti Protettori dovevano la loro nomina alla ragnatela dei rapporti parentelari e di "patronage" che si intessevano dentro e fuori il chiostro è facile immaginare quanto poco potesse l'autorità spirituale, così frammentata e divisa. Per di più data la continua rivendicazione di autonomia era quasi inevitabile il formarsi all'interno della comunità monastica di partiti pro e contro l'autonomia stessa o la presenza vescovile e cittadina. Della componente autonomistica fu esponente di spicco la badessa Giulia Baitelli, autrice degli "Annali historici" del monastero. Contestata all'interno e scossa nella salute, non riuscì a rassodarla del tutto. Venne invece ribadita in seguito dalle badesse Ortensia Ugoni, zia della Baitelli, e Prassede Savoldi e dalle monache stesse che, nel 1657, si dichiararono, a grande maggioranza, per la Congregazione di S. Giustina.
Una ripresa della vita del monastero su una base economica più stabile e su un clima più disteso e maggiormente consono alla spiritualità monastica si verifica negli ultimi decenni del '600 tanto da far scrivere, all'abate di S. Eufemia, il 17 febbraio 1682, che le monache «che tempo fa vivevano con allegria anche se non aveva mai udito di dissolutezze ora invece si diportano al meglio». Convinzione questa, come sottolinea il Belotti, «ricavata anche dall'analisi degli Ordini o Avvisi impartiti dai Visitatori cassinesi, che ora si limitano a generici richiami su aspetti minuti della vita interna, laddove fino al trentennio precedente toccavano i gangli vitali della vita monastica (preghiera, obbedienza, povertà, umiltà e rispetto vicendevole), con i punti salienti di questi ordini spesso accompagnati dalla minaccia di scomunica». Il cardinale Marco Dolfin, vescovo di Brescia, venuto a visitare nel 1702 il monastero, l'ospizio per il servizio e le chiese di S. Salvatore, S. Maria in Solario e S. Giulia, elogiava il monastero non solo per la sua ampiezza ed esimia struttura, ma anche per tante insigni reliquie di santi ivi esistenti e si fermò a pregare dinnanzi al Legno della santa Croce ed alle sacre Spine. Con ciò il monastero non rinunciò mai, anche nel '700, alla propria autonomia come dimostrano i contrasti a volte duri con la Curia vescovile di Brescia, interventi della Curia di Roma e del governo veneto e perfino la clamorosa difesa del diritto di asilo che vide nell'ottobre 1717 schierate sul portone che dava sulla strada per un giorno e una notte molte monache che «fecero, come scrive nei suoi diari Alfonso Cazzago, resistenza e strapazzi ai sbirri e dicesi che alcune fossero armate di pistole». Resistenza certo che non furono in grado di fare dopo la soppressione dei monasteri in nome della Repubblica Bresciana del 30 maggio 1797, quando, il 30 agosto 1798, il commissario Andreoli in nome del governo giacobino si portò al monastero per l'inventario dei beni. L'immobile fu in parte requisito e adibito a caserma, mentre un'altra area fu riservata alle 95 monache che non avevano voluto lasciare il monastero e alle quali si erano aggiunte le monache cacciate dal monastero dei S.S. Cosma e Damiano. Un decreto definitivo di sgombero entro 20 giorni fu recapitato il 24 settembre 1795. Una sessantina di religiose fecero però ricorso a Milano riuscendo a rimandare la data di chiusura definitiva al 1805.
Nel 1812 il monastero era stato completamente ridotto a caserma militare del Genio e le tre chiese di S. Giulia, di S. Salvatore e di S. Maria in Solario erano state cedute alla municipalità e trasformate in magazzini. I beni fondiari furono venduti all'incanto e fra gli acquirenti troviamo esponenti del patriziato bresciano (i Martinengo, gli Arici, i Fenaroli), ma anche i rappresentanti di quella nuova classe sociale che, proprio durante l'esperienza napoleonica, compirà un salto di qualità. Sono appunto le famiglie dei Franzini, dei Girardi ad aggiudicarsi la grande possessione di S. Giulia, che si estendeva fra Roncadelle e Travagliato e quella di Alfiano nel cremonese. Infine, le casette che il monastero possedeva in città, in contrada S. Giulia, furono assegnate a Giacomo Antonio Lodrini a completamento del pagamento di una partita di 20.000 fucili commissionatagli dal Ministro delle Finanze della Repubblica Cisalpina. Disperso in gran parte il ricco archivio, saccheggiata la maggior parte degli arredi sacri e delle suppellettili, le reliquie specie quelle di S. Giulia vennero raccolte.
Venduto in parte a privati (Giovanni Buffoli) e in parte concesso al comune di Brescia, nel 1812 tornato statale venne adibito a caserma. S. Maria in Solario nel 1830 circa ospitava i condannati a morte. Mentre nel 1848, 1859 e 1866 ampi ambienti venivano adibiti a ospedali militari e in parte a magazzini comunali, nel 1850 venivano demoliti vasti ambienti. Con l'acquisto nel 1874 da parte del comune delle tre chiese viene progettato il Museo dell'Età cristiana aperto il 23 agosto 1882 mentre l'area nord, acquistata dal vescovo Corna Pellegrini, ospita nel 1885 l'Istituto Artigianelli. Dal 1886 vengono compiute opere di restauro mentre sul complesso nel 1912 viene posto il vincolo di monumento nazionale e nel 1924-1928 viene restaurata la chiesa di S. Salvatore. Ampi ambienti vengono, dal 1928 al 1954, utilizzati dall'Opera Nazionale Balilla, dal Distretto Militare, da sfollati e da società sportive, dalla Polizia di Stato, da scuole statali. Al contempo vengono compiute opere di restauro specie nelle chiese di S. Giulia e S. Maria in Solario. Finalmente dal 1958, liberati in gran parte gli ambienti, hanno inizio sempre più intensi interventi di scavi, di ristrutturazione, di restauri, mentre per qualche tempo vengono nel complesso ospitati temporaneamente il Museo di storia naturale e la Galleria d'arte moderna. Nel 1977 viene elaborato dal prof. A. Emiliani un ampio piano di sistemazione di tutto il complesso a sede dei Musei cittadini. Dal 1989 veniva avviato il progetto del Museo della Città in via di conclusione dal 1999 con l'inaugurazione di diversi settori.
CODICE NECROLOGICO E LITURGICO DI SANTA GIULIA.
Si tratta di un documento di grande interesse conservato nella Biblioteca Queriniana iniziato, a quanto pare, nel sec. IX, pur contenendo nomi che risalgono a secoli precedenti, copiati probabilmente da documenti e registri e annotazioni di mani posteriori. È costituito di due parti: la prima, il necrologio, è uno di quei registri detti "Sodalitia vel Comuniones orationum", in cui si trovano i nomi delle persone vive o morte per le quali si intendeva pregare durante la celebrazione della messa e che perciò si ponevano sull'altare; la seconda consiste in un sacramentario, cioè della raccolta delle parti mobili di alcune messe e altre orazioni ad uso del monastero. È di grande interesse sia per la storia bresciana quanto per quella dell'impero di Lodovico II. Contiene infatti l'elenco dei personaggi longobardi che affidarono le loro figlie al monastero. La sua rilegatura riporta al secolo d'oro di Brescia carolingia. Il Codice testimonia le relazioni del monastero con un mondo esterno che non possono non aver avuto echi anche culturali. Il Codice è stato trascritto ed illustrato da Andrea Valentini e pubblicato dall'Ateneo di Brescia nel 1887.