RUDIANO

RUDIANO (in dial. Rudià, in lat. Rutilianum)

Centro agricolo e industriale della pianura occidentale bresciana ad un km. e mezzo dalla riva sinistra dell'Oglio, sulla costa della vallata del fiume. Il territorio si estende su lievi ondulazioni e nella pianura irrigata dalle rogge Rudiana, Vescovada, Comuna, Villachiara ecc. L'abitato sorge con pianta regolare tra la Seriola da Basso a O e la Seriola Vescovada a E. Si trova su una ben sistemata rete stradale di cui l'arteria principale è la strada Bresciana o Rudiana. È a m. 117 e a 30 km. da Brescia. Ha una sup. com. di kmq. 9,84. Comuni limitrofi: Chiari, Roccafranca, Pumenengo (Bg.), Calcio (Bg.), Urago d'Oglio. Località segnate in planimetria sono: Fenilazzo, Madonna dei Prati, Volpone, San Martino; le cascine: Fornacetta, Restellaro di sopra e di sotto, Vittoria, Feniletti, Allegrini, Pescatori, S. Anna, S. Teresa, Stella, Maglio, Malò, Macina, Mornina, Marchetti, Maffona, Breda; e i fienili: Preti, Guarda, Bosisio. Lo stemma relativamente recente è così descritto da Giacomo Massenza: «La ruota è simbolo delle attività artigiane, la base a zone giallo-fulve, verdi e azzurre richiama le coltivazioni cerealicole e le attività silvopastorali, alimentate dall'acqua del fiume; i due lupi alati alludono alle antiche famiglie dei Lupatini, così nominate, secondo la tradizione, per la fierezza del loro carattere. La torre è l'evidente rappresentazione dell'antica torre medioevale, sulle cui fondamenta è stata costruita l'attuale, di pianta rettangolare, a differenza di quella rappresentata nello stemma, che è invece rotonda».




ABITANTI (Rudianesi): 690 nel 1493, 1400 nel 1565, 1263 nel 1572, 1200 nel 1610, 1000 nel 1650, 1254 nel 1750, 1280 nel 1792, 1287 nel 1820, 1460 nel 1849, 1600 nel 1867, 2264 nel 1911, 2516 nel 1931, 2557 nel 1935, 2519 nel 1941, 2673 nel 1945, 2843 nel 1951, 2910 nel 1955, 2780 nel 1961, 2904 nel 1965, 3041 nel 1971, 3357 nel 1975, 3978 nel 1981, 4096 nel 1985.




Il nome è Rudillianus nel sec. IX, Rutisiano nel sec. XI, Rodellianum, Rutilianum, Ruthianum nel sec. XII. Rudiani nel sec. XVI. Il nome viene comunemente fatto derivare dal personale o gentilizio romano Rutilius (altri da Rudius) proprietario di un fondo terriero, "Fundus Rutilianus", che qualcuno ha promosso a console o a capo di un "castrum" o "castellum" detto poi "Rutilianum", Rodelliano, infine Rudiano. Si è accennato anche ad una località detta "aquae rudiae" che poi avrebbe dato nome al paese. La scoperta poi nel 1861, a Neuvy-Sullias nel cantone Jargeau, in Francia, di una lapide dedicata al dio Gallico Rudiobos, Rudianos, ha suggerito di avvicinare il nome ad un insediamento più antico di quello dell'epoca romana. Anche se non molto evidenti ne sono i segni, causa anche i capricci del fiume Oglio, il territorio fece parte della centuriazione romana, della quale Giacomo Massenza ha voluto individuare precise tracce perfino nell'abitato antico che altri studiosi non hanno rilevato. Lo stesso Massenza ha voluto rilevare l'esistenza di un Rutilio Tauro Emiliano Palladio vissuto tra il 300-400 d.C. agronomo e autore di trattati sulla coltivazione della terra. Rutilio è un nome che ricorre in altre iscrizioni. "Ruderi e copia di monete consolari ed imperiali attestano l'origine romana di Rudiano" accenna molto genericamente G.B. Rota nella sua storia di Chiari. Altre fonti altrettanto generiche segnalano il ritrovamento di "tante monete imperiali di bronzo lasciate da coloni romani". Più precisa è la segnalazione di un sepolcreto rinvenuto, come scrive lo Zaccaria nella Storia della Badia di Leno. Una lapide dice: «D M / AVR - VICTORINO / SECVNDO CALISTO - M - AVR - FILEN / TIVS - LIB FECIT / (D(is) M(anibus). Aur(eliae) Victoriae, Aur(eliis) Victorino, Secundo, Cal(l)isto, M(arcus) Aur(elius) Filentius lib(ertus) fecit)». Tale lapide dedicata agli dei Mani di Aurelia Vittoria, di Aurelio Vittorino e di Secondo Callisto, dal liberto M. Aurelio Filenzio, conferma come il territorio fosse abitato fin da tempi antichi. Un'errata interpretazione, dell'iscrizione (Divis Martyribus, per "Diis Manibus") fece sì che le ossa rinvenute nel sepolcro fossero ritenute e venerate come reliquie di martiri, fino a quando, due secoli dopo, il vescovo Olderico leggendo meglio il testo dell'epigrafe riconobbe l'errore e fece inumare le ossa nel cimitero.


Tombe ritenute di epoca longobarda furono rinvenute negli anni '60 e nell'ottobre 1983 in un campo di Pietro Sironi del territorio di Rudiano nei pressi del Fenilazzo ai confini con Chiari e Cizzago a cento metri a O della strada Chiari-Roccafranca con uno scheletro lungo poco più di un metro. Si deve probabilmente ad una donazione longobarda la presenza di proprietà del monastero di Leno e l'erezione, forse, di una cappella a S. Martino. Osserva Paolo Guerrini: «Come nei vicini territori di Urago, di Ludriano e di Roccafranca, anche qui la vasta opera di bonifica agraria venne dapprima compiuta dai monaci, non sappiamo con precisione di quale monastero ma probabilmente della Badia di Leno; ne resta un'impronta e un ricordo nel culto di San Martino di Tours, al quale era dedicato un antichissimo Oratorio ancora esistente». Ancora una bolla di Eugenio III del novembre 1146 confermava all'abbazia di Leno due chiese, una nel castello, l'altra fuori di Rodiliano, proprietà, almeno in parte, confermate da una bolla di Eugenio IV del 1434. Scrive ancora Paolo Guerrini come «i numerosi e lunghi documenti del Liber Potheris Brixiae che riguardano le Cavete di Rudiano, ricordano che nel territorio avevano fondi i monasteri di S. Andrea, di S. Lorenzo e di S. Paolo, la chiesa di S. Maria di Rudiano, in modo che possiamo ritenere con sicurezza che tutto o quasi tutto il territorio di Rudiano, come quelli contermini di Urago e di Ludriano, era di proprietà ecclesiastica».


Il territorio divenuto probabilmente demaniale, finite che furono le invasioni Ungare, venne, come tutte le rive del fiume Oglio, assegnato nel 963 da Ottone I al vescovo Conte di Brescia e poi a lui confermato da Ottone III nel 996, da Corrado II nel 1037, nel 1125 da Enrico V, ecc. Dal vescovo signore la parte del territorio di Rudiano venne trasmessa ai Monasteri e affidata a vassalli che poi ne divennero proprietari. Fra i monasteri che vi ebbero possedimenti importanti è quello di S. Eufemia al quale da Piacenza con bolla del giugno 1132 Innocenzo II sanzionava fra le proprietà del Monastero di S. Eufemia di Brescia fra le molte altre proprietà il "castrum Rodellianum" con le cappelle di S. Maria e di S. Andrea. Il nome della località compare in quattro documenti di compravendita di terre, due del 975, uno del 996, e uno del 997, riportati nel «Codex diplomaticus Longobardiae», che parlano di fondi agricoli esistenti a «Rudilianus». Il 22 luglio 996 un certo Guglielmo di Palosco vende alcune pezze di terra site in vari paesi, tra cui «Rudilianus»; nel documento è detto esplicitamente, oltre tutto, che i terreni vengono venduti con «gli usi delle acque». In seguito alla decadenza di grandi monasteri fra i quali quello di Leno una bolla di papa Urbano II all'ab. Ugo di Cluny elenca fra le proprietà del priorato cluniacense di S. Pietro d'Argon la cappella "Sancti Martini de Rudiliano" che si può forse pensare donata dal conte bergamasco Giselberto o da altro ricco signore come dai Martinengo. "Cappelle", al plurale, Rudianesi sono esplicitamente notate fra i possedimenti sui quali nel 1121 il priore Alberto di S. Paolo d'Argon otteneva da papa Callisto II la protezione apostolica. L'obbedienza di S. Martino durò fino a quando l'Ordine Cluniacense andò decadendo e le sue proprietà passarono al monastero di Rodengo.


Proprio per il controllo dell'Oglio Brescia creò a Rudiano, forse intorno ad un castellum o difese preesistenti, un borgo fortificato del quale si hanno le prime notizie nel 1144 e che secondo qualcuno coinciderebbe con la nascita di una comunità civile e religiosa ma che altri, come Gaetano Panazza, vuole fondata dopo la battaglia di Palosco del 1156. Con il risveglio delle lotte comunali venne eretto il borgo antico. Era a SO della attuale piazza principale e delimitato dalla Seriola da Basso. Dalla mappa napoleonica risulta evidente la forma pentagonale, con accesso da E e da N. Apparivano ancora esistenti i terrapieni. La fortificazione venne poi in gran parte smantellata. Di essa si conservano tracce di murature in pietrame e ciottoli inglobate in case d'abitazione. Il borgo franco entrò a far parte della prima delle due cortine di protezione del territorio bresciano che partiva da Paratico passava per Capriolo, Palazzolo, Pontoglio, Rudiano, Roccafranca e finiva a Orzinuovi. Al centro di essa Rudiano fu tenuto in particolare considerazione specie negli anni di contrasto fra Bresciani, Bergamaschi e Cremonesi, e nelle lotte comunali specie per il possesso del fiume Oglio. Forse non ci si allontana molto dalla verità ipotizzando che proprio la data del 1144 segni anche la vera costituzione del comune, come avvenne e avverrà di altri centri della pianura occidentale, compreso Orzinuovi. Rudiano divenne anche una delle teste di ponte di quella potente stirpe dei Martinengo diventati sull'Oglio vassalli del vescovo. Infatti nel 1127 essi avevano proprietà a Rudiano mentre nel 1151 vi si era trasferito Lanfranco qd. Uguzone. Lo stesso P. Guerrini ribadisce come questa presenza dei Martinengo a Rudiano rientri nel ruolo affidato ai Martinengo come feudatari o vassalli del Comune di Brescia "a difesa del confine occidentale" della provincia. Come sottolinea ancora lo stesso studioso: "Oprando, Pietro, Lanfranco, Giacomo, Alberto e anche Prevosto, Milone e Loderenghino che appaiono feudatari delle Cavete comunali di Rudiano sono fratelli: mi sembra di poter asserire questo con piena sicurezza. Mentre il Fè aveva pensato a un capostipite Loderengo, che sarebbe il primo di questo nome nella serie, il Wüstenfeld è risalito a un Goizone (Uguccione) figlio di Lanfranco qd. Goizone, della schiatta che chiamerei degli Oprandi, e che ha rapporti di ascendenze sicure coi Mozzi, coi Prandi o Prandoni, coi Brusati, risale ai Vicedomini bresciani del sec. XI ed ha feudi comuni a Rudiano, a Roccafranca, a Orzinuovi ecc.". Lo stesso ancora sottolinea come tutti i discendenti di Oprando continuarono ad avere fondi e ingerenza in Rudiano. Per la difesa del castello e della sponda sinistra dell'Oglio, il comune di Brescia escogitò verso la metà del sec. XII la creazione delle cavete che l'Odorici definì piccoli ma unici feudi "comunali" e che assunsero particolare importanza. Esse consistettero nell'affidamento di parte del territorio a 36 "domini o milites" ad ognuno dei quali venne assegnato una specie di feudo consistente in un appezzamento di 36 piò, con l'obbligo di risiedere permanentemente in Rudiano con la famiglia, e di mantenere sempre pronto un cavallo da guerra. Ai beneficiari di questa investitura, che erano chiamati "cavethe", era stata pure assegnata un'abitazione nel castello, e una o due abitazioni nel borgo o in campagna. In cambio il comune di Brescia si prese i seguenti impegni: costruire quattro torri a difesa del borgo (due per ciascuna porta), costruire un ponte nuovo sull'Oglio, erigere altre tre torri tra il ponte nuovo e il ponte vecchio, istituire un mercato settimanale, da tenere ogni mercoledì. Il termine cavete è stato variamente interpretato: c'è chi vi ha visto un riferimento a "cavea" con riferimento alla ripa lungo il fiume o a fondi erranti situati nel letto antico dell'Oglio; chi ha messo il termine in riferimento a "capistrum" cavezzo; chi ha inteso che significa "capita" cioè capi, ossia i milites originari e, per estensione, i beni loro attribuiti. Da parte sua Alessandro Pontoglio Bina pensa che caveta, che egli legge "cavethà", deriverebbe dal volgare "capità" che significa ancora oggi "capitano" e che qui avrebbe lo stesso significato del milanese "capitaneus" nel senso di appartenente alla "casta" dei "capitanei" milanesi "assolutamente sovrapponibile", egli scrive, a quella di elevata aristocrazia feudale che caratterizzava i primi "cavethà" bresciani. Lo stesso A. Pontoglio Bina fa rilevare "la coincidenza" dell'istituzione delle cavete «con il diktat di Federico del 1162 di consegna delle fortezze comunali ed ancor più con la sua calata del 1166 dalla Valcamonica direttamente su Brescia. Infatti si deve notare come figurino fra i cavetari, praticamente, tutti i Conti rurali del S.R.I. della zona: Martinengo (degli Orzivecchi), Pontoglio, de Logrado, de Iseo (seppure come tutore del de Turbiado), oltre ad altre famiglie di sicura casta comitale e fede ghibellina come de Turbiado, de Cocallio, de La Turre, de Paratico, de Pompiano, nonché altre famiglie cittadine derivate quasi certamente dalla casta degli adelingi come Scanamojer e i de Puteo di Erbusco; tutte famiglie fra le principali dell'aristocrazia dell'epoca. Tale scelta ubbidì, a mio avviso, non solo alla necessità di fruire di famiglie in grado di raccogliere da sole un piccolo esercito, ma soprattutto a quella di non incorrere nel disappunto di Federico che avrebbe potuto altrimenti, in base al recente editto, pretendere lo smantellamento delle nuove fortificazioni». «I "cavethà", sostiene lo stesso studioso, perdurando i tempi di pace ed essendo ormai passati gli anni pattuiti col comune di Brescia per il loro impegno, avevano dismesso di presidiare o far presidiare da loro uomini il castello di Rudiano». Le proprietà furono poi trasformate in allodio, cioè in proprietà gravata soltanto dell'onere militare di tenere a disposizione del Comune un cavallo, e dell'inalienabilità. Nel frattempo i cavete milites o cavete acquistarono, come nel 1154, altre terre dal monastero di S. Paolo d'Argon per cui sarà particolarmente difficile a più di cento anni di distanza sceverare onori, oneri e proprietà di pertinenza del comune di Brescia o di singoli cavete. Rudiano ebbe il momento di celebrità nella battaglia che ne prese il nome, combattuta dai Bresciani (con l'appoggio non arrivato dei Milanesi) contro Cremonesi e Bergamaschi collegati con altre città (v. Rudiano, battaglia). Il 7 luglio 1191 il contingente acquartierato a Rudiano al comando di Biatta Palazzo intervenne decisamente nella battaglia che si stava combattendo nella campagna sotto Pontoglio cambiando le sorti dello scontro che finì con la netta sconfitta del nemico, battaglia così sanguinosa da essere chiamata della "Mala morte". Singolare è quanto annota Paolo Guerrini secondo il quale i "veterani" che ebbero in compenso le cavete «vennero chiamati Lupatini, piccoli lupi affamati, prepotenti e razziatori. Il non simpatico nomignolo divenne un cognome comune, in molti paesi nei dintorni di Ludriano. Caveta in dialetto bresciano diventa gaeta e questa storpiatura dialettale ha dato origine al soprannome o nomignolo col quale vengono qualificati gli abitanti di Castrezzato dove i Lupatini sono una legione, e provengono certamente dalle antiche famiglie feudatarie delle Cavete di Rudiano».


La riva dell'Oglio presso Rudiano vide il 16 (per altri il 14) gennaio 1192 la firma della pace propiziata dall'imperatore Enrico IV fra i rappresentanti delle città di Brescia, Cremona, Bergamo che alla presenza dell'arcivescovo di Ravenna, Guglielmo e del vescovo di Brescia, Giovanni di Fiumicello e di molti dignitari ecclesiastici e laici, si baciarono in segno di riconciliazione.


Pace in verità nella quale non molti dovettero credere tanto che il Comune di Brescia dispose dietro richiesta di Biatta Palazzo il rinforzo e probabilmente l'ampliamento delle difese e, a quanto qualcuno sostiene, la sistemazione della posizione giuridica delle "cavete". Un ruolo importante continuarono ad avere i Martinengo, gli Oprando, i Pagano, i Goffredo che non solo sono presenti alla pace di Rudiano accompagnandovi il podestà di Brescia Giordano del Vivari ma sono presenti nello stesso anno in Caleppio alla pace fra Brescia e Bergamo per la quale vennero assegnati al comune di Bergamo quelli di Caleppio e di Sarnico. L'anno dopo l'11 luglio 1195 fra coloro che deliberano la costruzione della fortezza di Orzinuovi sono presenti Wifredo, Pietro Preposito, Pietro e Alberto figli del "dominus" Giacomo de Martinengo "de Rutilliano". P. Guerrini arriva a rilevare che i discendenti di Oprando potrebbero essere chiamati "Martinengo da Rudiano". Un ruolo particolare avrà Prevosto Martinengo nel 1381. Ai Martinengo si deve lo scavo di fossi derivati dalla Rudiana (come il Rudianello), e quello di altre rogge. Anche se in seguito la costruzione ex novo della fortezza di Orzinuovi e il rafforzamento delle difese di Palazzolo e di altri castelli e borghi fortificati ebbero a diminuire l'importanza di Rudiano, il borgo franco continuò a godere delle attenzioni di Brescia e delle fazioni che si contrastarono. Nel 1230 i ghibellini bresciani espulsi dalla città con i Cremonesi assalgono il castello di Rudiano, difeso da Tebaldo Martinengo, con l'appoggio anche di orceani, una sessantina dei quali annegarono nell'Oglio. Il Martinengo fugge e Rudiano viene saccheggiato. Ma intanto specie nei periodi di pace il borgofranco si andava trasformando in un centro rurale vero e proprio con una sua vita amministrativa ed economica. Venivano scavati canali come la Rudiana già citata in documenti del 1215 e non molto più tardi la Vescovada. Vi investivano capitali famiglie potenti come i Martinengo e altri, mentre molti delle "cavete" originali e specie i "domini di Coccaglio, Erbusco, Pontoglio ecc." vendettero o cedettero in allodio le loro porzioni di terre, tanto che la Città di Brescia nel 1227 ricuperò il diritto delle cavete ordinando nel 1234, 1251, 1286 estimi e atti giudiziari per stabilire diritti e proprietà. Al contempo il comune di Rudiano andava acquistando notevole importanza. Per ingraziarselo e mantenerselo fedele il podestà di Brescia Pagano de la Ture riconosceva particolari franchigie per cui «Castrum et homines de Rudiano esse liberum et liberos nec gravaci debere ultra id quo gravatur civitas brixie» e cioè il castello e gli uomini di Rudiano dovevano essere "libero e liberi" e non essere gravati di tasse oltre a quelle che erano corrisposte. Nel contempo su Rudiano continuava a vantare diritti feudali la mensa episcopale di Brescia che, ad esempio nel 1263 concedeva ad Amegino qd. Oprando Martinengo il diritto delle decime che verrà poi nel 1382 passato al Comune di Rudiano, e in seguito ai Lovatini, i quali a loro volta lo restituiranno al Comune che ancora nel 1425 e 1448 pagava all'episcopio a S. Martino, ogni anno, soldi 40 planet per il godimento di 13 su 16 parti delle decime. A quanto testimoniano il 6 agosto 1286 davanti al giudice Tadone, Lamberto di Guizemanis, Ugo da Cazzago, Alberto Ugoni, Ottone da Coccaglio, Maffeo Buzzi, Badovino Albrigoni, a quanto registra dalla lettura del Liber Potheris Giacomo Massenza, riferendosi agli anni che vanno dal 1236 al 1250 «sostengono abbastanza concordemente che il castello era munito di un fossato, di mura, e di un numero imprecisato di torri. Lamberto da Guizemanis dice addirittura che «pro qualibet sponda erant due vel tres turres». Torri, mura e fossato nel 1286 non esistono più: lo si arguisce direttamente dalle testimonianze stesse, che ne parlano come di cose di altri tempi: quel che è certo è che Rudiano tra il 1250 e il 1259 ha subìto almeno una distruzione, forse da parte di Ezzelino da Romano nel 1258 o da parte delle fazioni di guelfi e ghibellini che dilaniavano il comune di Brescia per cui, secondo una testimonianza di Ugo da Cazzago, vennero distrutti il castello e le mura. Di quest'anno importanti sono i documenti che occupano le colonne 1168-1170 del Liber Potheris Brixiae nel 1286 che elencano località chiamate i «Dossi», la «Fruschetta», il bosco della «Carpeneta», il «Gazzolo», la «Cesa del Lino», il «Borghetto», i prati dei «Ceri», i boschi di «Santa Maria», i prati di «San Martino», il «Fossato», il «Bosco Brunone», la via «Del Cornello», il «Grevacoro», il prato «Zennaro», la «Roncaia», l'«Olmo», l'«Olmesello», la «Lama della foglia», il «Ronco Starario», l'«Argaro», la «Cisterna», la «Caracoa», la via dei «Gnami», il «Terraglio», il «Bosco di San Martino», il «Ronco Cerato», il «Prato Cenato», la «Cantarana», il «Cerro Petercano», le «Fontanelle», la «Nosetta», i «Vallibleti», la «Breda Bulzana», i «Ronchi di Santa Maria», la contrada del «Moscolo». Inoltre vi compaiono nomi di abitanti quali: Alberto Tuver, Bulbo Dal Pozzo, Guido Albertoni, Lantelmo Purka, Pietro Panizza, Alberto Barella, Zucca Gambaroni, Giovanni Tuiani, Ottonello Natali, Giovanni Bolli, Ognabene Buzzi, Matteo Viviani, Berardo Mataschera, Alberto Rasso, Giovanni Pederzocchi, Martino Bulla, Bonetto Bassi. La minuziosa descrizione catastale del 1286 registra «domus cum cupis» oppure «domus copata», cioè «case con le tegole», ma si parla molto più spesso di «Teges paliae» cioè «riparo di paglia», forse stalla per animali, ma forse anche misero tugurio per la maggioranza della popolazione. Proprietà, fra le quali alcune già possedute dai Martinengo, vi avevano acquistato i Maggi; proprietà che, nel 1279 il vescovo Berardo Maggi ampliò acquisendo tra l'altro un pezzo di terra arativa e boschiva "in contrata Burget" cioè borghetto, terre che nel 1282 concesse, in parte, ai fratelli Matteo e Federico Maggi. Anche negli anni che seguirono fino al 1292 l'episcopato di Brescia andò aumentando le proprietà in luogo. Alla fine del sec. XIII venivano rafforzate le opere di difesa con piazzaforte. Permute, recupero di beni, acquisizioni dell'episcopato continuarono negli anni 1301-1302. Al vescovo Maggi viene attribuita anche l'escavazione della roggia Vescovada già nominata da testimonianze del 1286.


Nel 1316 Rudiano era rifugio di ghibellini contro i quali si avventavano i guelfi. Passato ai ghibellini nel 1330 con Pompiano Rudiano veniva ripreso dai guelfi che vi trucidarono tutti i ghibellini che vi incontrarono. Nel 1364 le difese di Rudiano vennero in gran parte distrutte per volontà di Bernabò Visconti che donò poi i beni alla moglie Regina della Scala la quale a sua volta nel 1380 li venderà ai Barbò della Calciana. Bernabò Visconti così descrive nel 1366 le terre comprese tra Urago e Roccafranca: «loca inculta, periculosa, et multimode destructa», al punto che non vi si poteva raccogliere alcun frutto, e non ci si poteva né abitare né passare senza grave pericolo. Ma la situazione deve essere stata superata in non lungo tempo con lo scavo di rogge derivate dall'Oglio e un ripopolamento specie di gente scesa dalla bergamasca. Continuava anche la vita di una comunità efficiente per cui nel 1377 a Rudiano veniva di nuovo confermato il diritto delle cavete. Tuttavia ancora sulla fine del sec. XIV Rudiano era in balia di nuove azioni militari e scorrerie. Nel giugno 1391, infatti, avvicinatosi Giovanni Acuto con le sue truppe all'agro bresciano, e passato l'Oglio, a Rudiano ebbe la sua retroguardia attaccata da Taddeo dal Verme, capo del presidio visconteo di Brescia; ma costui fu respinto con gravi perdite (giugno 1391) mentre l'Acuto si abbandonava a scorrerie e devastazioni. Forse per ricompensare il borgofranco di questi gravi danni i Visconti, rimasti padroni della situazione, gratificarono Rudiano di particolari privilegi e autonomie. Ma fu soltanto nel febbraio 1428, dopo la battaglia di Maclodio, che Rudiano con Roccafranca e Clusane godette un periodo di pace. Assegnato in feudo al Carmagnola che ebbe il titolo di conte con "mero e misto imperio" e podestà di spada, vi dipese per quattro anni, per cui quando il Carmagnola sospettato di tradimento venne il 5 maggio 1432 decapitato, i beni acquisiti furono dispersi fra vari acquirenti. Nel frattempo il 12 aprile 1428 Brescia aveva investito ancora una volta il comune di Rudiano della ragione, giurisdizione ed onoranze spettanti alla città in ragione delle "cavede" o tasse "de pedaggi" da esigere da qualunque persona forestiera che conducesse fuori del distretto di Brescia qualche quantità di agnelli, pecore, capre ed altri animali, certa quantità di denaro con obbligo di corrispondere a detta città ogni anno L. 200.


Secondo gli accordi presi il 18 maggio 1428 i livellari delle cavede dovevano conservare il ponte e la torre sulle porte, il mercato, abitare in Rudiano ed accorrere armati alla difesa. Brescia da parte sua investiva definitivamente, a titolo di perpetuo livello, gli uomini di Rudiano delle cavede stesse, rinnovando la facoltà di esigere ogni anno da qualunque persona non soggetta al Comune di Brescia, la quale conducesse animali a pascolo, soldi 16 e denari 8 planet (o 13,4 imper.) per ogni centinaio di pecore, capre e vitelli, e di soldi 5 planet per ogni manzo, e soldi 7 e 6 denari planet per ogni suino. Il canone annuo da corrispondere alla città era di 175 planete. In seguito il comune di Rudiano dovette litigare più volte per ottenere il pagamento dai mandriani (malghesi) di Vallecamonica (1492), da quelli di Redondesco mantovano (1556) e da altri. Ai Grisoni con le ducali 1541, 14 novembre di Pietro Lando, e 1553, 28 agosto di Francesco Donato, venne concessa la esenzione. Nuovi decreti di conferma vennero ripetuti fino al 1643.


Con la conquista del Veneto la Repubblica assegnò Rudiano alla Quadra di Castrezzato. Pur perdendo di importanza il borgofranco venne, nel 1437, presidiato da Giovanni Rozzone e da milizie locali. Nello stesso 1437 e nel seguente 1438 Rudiano subì gravi danni per cui Venezia invitò i Bresciani a inviare operai e guastatori per rafforzare le difese. I cittadini di Brescia si rifiutarono accettando poi nell'aprile e maggio di contribuire con denaro a tali opere non versandolo però all'esercito ma direttamente a quella comunità. Nel 1438 le difese vennero comunque rinforzate. Nel febbraio 1441 il Piccinino di ritorno dalla Toscana passava a Rudiano l'Oglio con 8000 cavalli e 3000 fanti, piombando sul fianco e alle spalle dell'esercito veneto avanzando nel Bresciano. Ma nonostante questi continui avvenimenti il comune provvedeva a darsi una struttura territoriale ed amministrativa come dimostra il cippo miliare a caratteri gotici trovato nel 1388 tra Orzivecchi e Roccafranca. Il consiglio (Vicinia) era formato dagli originari e convocato dal console: i quattro sindaci o procuratori (1476) scelti dalla Vicinia, della quale, nell'Archivio, si conservano i libri delle parti dal 1724 al 1800. Il comune andò sempre più organizzandosi anche economicamente. Nel 1477 concedeva a Cristoforo Ganassoni l'edificio della sega pubblica per trasformarlo in una cartiera; nel 1495 con una transazione con Giacomo Secchi otteneva il diritto di fortificare le rive dell'Oglio e di mantenere, in contrada del Dosso un porto (riaperto poi in una località al di sotto della stessa nel 1677). "Fatti di guerra" del 1483 e 1484 coinvolsero Rudiano sollecitando il doge a decretare che il comune non fosse molestato per i danni di guerra sofferti in quegli anni. All'esaurirsi con la pace di Bagnolo di continue guerre e passaggi di eserciti andò rifiorendo l'economia e specialmente l'agricoltura avvantaggiata dalla crescente abbondanza delle acque delle rogge; purtroppo però questo fatto provocò al contempo contese con altri comuni, fra i quali Orzinuovi in ragione dello sfruttamento della roggia Comunale. È del 1423 l'autorizzazione, da parte dei Visconti, dell'esclusiva sulle acque provenienti dai territori di Rudiano, Comezzano, Orzivecchi, nonostante la decisa avversione di Rudiano e dei Martinengo. I danni provocati dalla guerra spingevano il Senato veneto, il 14 dicembre 1486, a stabilire che i cittadini ed abitanti di Rudiano non potessero molestare il comune "per pretesi risarcimenti de' danni sofferti in tempi di guerra". Per salvare, a quanto sembra, dalla rapacità francese i beni della chiesa bresciana, nel novembre 1509 il vescovo Zane diede in affitto al cognato Vittore Martinengo da Barco il feudo vescovile di Rudiano con quelli di Cizzago e Roccafranca. Nel 1511 su Rudiano e su altri paesi concentrò, in virtù di antichi privilegi, le sue mire il comune di Chiari tramite il suo podestà Paolo Balsamo costringendo Brescia a difendere energicamente i propri diritti con una ambasceria a Milano affidata a Tommaso Ducco. La contesa durò a lungo, anche dopo il ritorno della Repubblica veneta. I Palazzo, a Rudiano, per la loro fedeltà a Luigi XII ebbero nel 1510 esenzioni fiscali. Non mancavano intanto contrasti riguardo all'utilizzazione delle acque dell'Oglio. Nel 1524, avuta notizia che il marchese Adalberto Pallavicini, proprietario del Naviglio cremonese che appunto dall'Oglio si deduceva nei pressi di Rudiano, aveva aperto certe bocche di acqua ritenute pregiudizievoli ai loro diritti, i bresciani non solo protestarono con nutrita ambasceria a Venezia, ma pure, come in precedenza pronti alle armi in siffatte circostanze, inviarono un Lana con altri a romperle e ne nacque uno scontro con morti e prigionieri cremonesi. Subito si misero di mezzo i rettori veneti, il provveditore Pesaro ed il generale duca d'Urbino per comporre una vertenza che minacciava di provocare grosse complicazioni diplomatiche e forse militari; non seppero tuttavia eliminare le cause del conflitto. Nel 1526 e 1527 il Comune acquistava tutti i "beni e ragioni d'acqua" dai Padri Serviti di S. Alessandro in Brescia. Nel 1559 il Comune permutava con Fioravante Ganassoni un edificio per costruire la casa che divenne poi il palazzo comunale.


Per rilevare l'importanza della vita civile di Rudiano merita scorrere l'elenco dei notai di Rudiano che registra: 1483 Bartolomeo Oneda; 1527-1549 Gio. Antonio Songa; 1520 Paolo f.qd. Belasio Songa; 1559 Francesco Bonzoni; 1563-1593 Gio. Pietro Songa; 1573-1626 Girolamo Songa; 1633-1678 Gio. Giacomo Cozzali; 1678-1686 Aurelio Cozzali; 1695-1729 Luigi Pitozzi; 1687-1702 Cristoforo Albieri; 1704-1709 Girolamo Marinello; 1719-1734 Gio. Marino Gorno; 1722-1757 Paolo Pitozzi; 1735-1757 Lorenzo Alberti; 1750-1789 Giuseppe Tracci; 1771 Bartolomeo Testa di Calvisano; 1788 Luigi Savoldi; 1791 Girolamo Grumelli.


Nè mancavano ogni tanto movimenti e danni causati da passaggi d'eserciti o da epidemie. Il 4 giugno 1528 Rudiano veniva saccheggiato dalle truppe imperiali e dai Lanzichenecchi del duca di Brunswich e due anni dopo veniva colpito dalla peste, mentre a lenire epidemie e povertà veniva fondato il Monte formentario cui si aggiunse il Monte di pietà nel quale si teneva "robba da prestare ai poveri" e si acquistava il sale a Brescia. L'Oglio continuò per secoli ad essere motivo di contrasti fra Bresciani e Cremonesi. Nel 1568 avendo il fiume deviato e cambiato corso verso il territorio bresciano e "fatta gerola di piò 150 in circa", di essa pretesero di impadronirsene i Cremonesi, cercando di difenderla con le armi e con "alquanto baruffa" tanto da "obbligare" Brescia "di mandar giù monizione e gente di circa 400 persone in circa i quali con una trovata impediscono l'esalveazione e con la curazione riduchino il fiume all'antico vaso et anche con l'armi difendono il confine e l'opera".


Il '600 e il '700 e specie alla metà di questo secolo torme di ladri e di "buli" infestarono il territorio. Tra l'altro fece sensazione nel 1700 l'uccisione di un sacerdote, don Barbò, nativo di Pumenengo ma residente a Rudiano. Scomparse le guerre si riaccesero i contrasti fra comunità anche piccole. Nel 1668 Rudiano apprestò palizzate dopo piene dell'Oglio durate a lungo, per rimediare i danni compiuti dal fiume, ostacolato dai conti Barbò e dagli abitanti. Ne nacquero scontri con scambi di ripetute archibugiate; ci furono accuse contro accuse che richiamarono a Rudiano cavalcate di personaggi illustri da una parte e dall'altra e interminabili discussioni e confronti finiti con nessun cambiamento o intervento particolare. Contrasti fra Rudiano e Pumenengo si riaccesero dal 1684 al 1698. In una memoria si legge che «Insorte varie contese dall'anno 1684 fino al 1698 tra li popoli di Rudiano Bresciano e Pumenengo della Calzana in proposito di speroni, e ripari, co' quali l'una e l'altra parte procurava scaricare le proprie tenute, e rivolger il corso dell'acqua, ed essendo anche passati ad operazioni violente con omicidj, ferite, e scariche d'archibugiate senza aver mai potuto convenire». Nuove cavalcate e nuovi interventi di personalità e di nuovo nessuna soluzione. Passaggi e distruzioni si ebbero nella guerra per la successione in Spagna, combattuta da imperiali francesi, spagnoli e piemontesi dal 1701 al 1705. Rudiano fu la prima località bresciana a conoscere l'esercito francese e il suo comandante il gen. Villeroy. Nella notte, infatti, tra il 28-29 agosto, gettati due ponti sull'Oglio e a guado, parte dell'esercito franco-spagnolo piemontese occupò il paese e le sue campagne circostanti, compreso Urago d'Oglio, mettendo in fuga in un breve scontro 300 corazzieri imperiali. L'1 settembre poi il paese udì il rombo dei cannoni della battaglia di Chiari e ospitò i feriti. Dopo la battaglia di Chiari nel territorio di Rudiano, di Urago e Castelcovati si accamparono dal 5 al 30 settembre le truppe franco-spagnole e piemontesi che vi rimasero per mesi passando l'Oglio la notte dell'11 novembre non dopo aver compiuto saccheggi e angherie che si ripeterono a Rudiano, Urago, Calcio, ecc. il 19-20 novembre da parte degli imperiali del principe Eugenio di Savoia che come scrive un cronista "sotto pretesto che gli abitanti di Rudiano avessero spalleggiato i Gallispadani furono spietatamente spogliati di ogni avere e barbaramente saccheggiati". Problemi viari si imposero spesso anche nel '700 per l'abbandono in seguito ad alluvioni del letto dell'Oglio nel 1749, nel 1751 ecc. imponendo l'attivazione di nuovi porti. Continuarono, specie nel 1749 e nel 1751, deviazioni del letto del fiume Oglio e nuove diatribe. La vita del paese visse per secoli la solita routine, animata a volte da difficili rapporti anche interni, specie per i contrasti fra originari e forestieri. I primi continuarono a rivendicare e difendere, come nel maggio 1766, i propri privilegi legati alle cavete che però vennero abolite. Ogni diritto collegato con le cavete venne abolito dalla Repubblica nel 1777. Non mancarono segni di progresso. Nel 1769 Giacomo Chiari, seguito nel 1790 da Elisabetta Orlandi, disponeva fondi per l'istruzione elementare.


Il tramonto della Repubblica veneta e l'affermarsi della Repubblica giacobina e dell'epoca napoleonica non ebbero riflessi particolari. Nel 1810 in seguito alle leggi napoleoniche che vollero i cimiteri fuori degli abitati ne venne eretto uno accanto alla chiesa di S. Martino. La prima ad esservi sepolta fu l'11 febbraio 1810 Anna Maria Feci vedova di Domenico Rossi. Nell'ottobre 1812, in seguito a disposizioni testamentarie del 25 marzo 1805, venne aperta grazie alla generosità di Maddalena Cavicchia una scuola femminile molto efficiente. I primi decenni del secolo trascorsero abbastanza tranquilli anche grazie ad una politica economica generale specie agricola salvo momenti di grave emergenza fra i quali quello dell'epidemia del colera del 1836 durante la quale morirono 45 persone. La prima vittima fu il 25 maggio un oste, G.B. Alessandrini; ne seguirono una-due al giorno che salirono a cinque nel giro di poche ore il 15 luglio per esaurirsi il 19 agosto. Quattro vittime farà nel 1849, trenta nel giro di 27 giorni nell'estate 1855. Per l'occasione il dott. Paolo Grumelli, del luogo, pubblicò un opuscolo dal titolo "Sul Cholera morbus, memoria popolare-scientifica" (Brescia, Malaguzzi, 1855). Segnalata l'assistenza del clero (e specialmente del curato don Francesco Uberti) per lo "zelo indefesso e la premurosa abnegazione". Nel giugno-luglio 1867 il colera mietè una cinquantina di vittime esaurendo le casse del comune. Infine una sola vittima si riscontra nel 1884.


A lenire la povertà o meglio la miseria di gran parte della popolazione con testamento del 19 marzo 1848 ma maturato alla sua morte avvenuta nell'aprile 1857, l'arciprete don Giuseppe Grumelli lasciava immobili e capitali per il valore di 17 mila lire che, amministrate dal parroco, dovevano in inverno fornire coperte ad alcuni uomini ed altrettante donne scelti fra le persone più misere, vecchie ed inferme di Rudiano; far allattare per un anno al massimo i bambini legittimi di madri povere impossibilitate; collocare e mantenere gli orfani in famiglie oneste fino a quando non fossero in grado di guadagnarsi da vivere da soli; garantire ogni anno la dote per il matrimonio ad una giovane fra i 15 e 35 anni povera e costumata; finanziare gli esercizi spirituali per il popolo da tenere ogni sei anni e pagare l'olio di una seconda lampada nella chiesa parrocchiale. Infine, c'era l'obbligo per il parroco di alloggiare gratuitamente in alcune case site in Castello le vedove o le nubili più povere, vecchie o inferme del paese. A questo scopo, don Grumelli aveva lasciato cinque fabbricati nella parte NE dell'antico quartiere di Rudiano, modesti ma decorosi, tutti a due piani, ognuno di quattro stanze. Nonostante tanta povertà un Dizionario corografico del 1850 definiva Rudiano "paese industrioso" con "puliti edifici, tre torchi di olio e vari opifici di tessitura".


Ancora con l'Italia unita rimanevano contrasti fra Rudiano e Pumenengo per i furti di legna compiuti dai rudianesi suscitando forti contrasti che finirono nel 1862 anche a sassate con due rudianesi gravemente feriti, suscitando reazioni bloccate solo dalla Guardia nazionale senza interventi decisivi da parte del comune. Singolare la reazione della popolazione rudianese del 16 luglio 1863 contro la società franco-inglese Buffia e C. che agli inizi dell'anno aveva sull'Oglio elevato impianti per la produzione di calce idraulica, nonostante le rimostranze della popolazione. In tale data disperando di avere giustizia, la popolazione insorse distruggendo in parte i macchinari, baracche o qualsiasi cosa capitasse sotto le mani e minacciando di distruggere il ponte. Il sindaco Francesco Cicogna ed una ventina di militi della Guardia Nazionale accorsero per sedare la rivolta e salvaguardare il ponte. Vennero imprigionate tre persone e sospeso dalla carica il sindaco, accusato di aver sobillato la popolazione ma poi assolto da ogni addebito e reintegrato il 20 maggio 1864 nella carica. Poche e non di grande rilievo le opere compiute lungo il sec. XIX e nei primi decenni del XX fra le quali il prolungamento dell'argine dell'Oglio e interventi sulle strade. Incontro alla situazione sociale sempre grave e non seriamente arginata dalla nascita di iniziative artigianali e poi industriali venne la fondazione di un ospedale grazie al testamento del 14 agosto 1866 e al codicillo del 1 giugno 1867 di don Giulio Antonio Grumelli (m. il 30 marzo 1868) che lasciava un locale «comperato dai fratelli minori Orizio di Urago d'Oglio figli dei furono Giacomo e Francesco col fondo annesso di piò 4 circa, ora ad uso biolcheria, con fabbricato nuovo, portico, loggia, aja di pietra, cantina sotterranea, per la fondazione di un ospitale a beneficio del paese di Rudiano, per il quale gli lascio il fienile Cerchette di piò 35 circa sito in territorio di Ludriano, e tutti i miei capitali ipotecati». Come ha documentato Enrico Mirani con veri e propri raggiri da parte dei parenti e la connivenza di autorità amministrative e politiche del tempo l'ospedale, anziché essere sistemato nella casa spaziosa lasciata dal sacerdote venne aperto in "una casaccia". Eretto comunque con decreto del 27 ottobre 1869 e retto con speciale statuto approvato con R.D. 12 maggio 1881 venne beneficato da testamenti e donazioni dell'avv. Giov. B. Cortesi (1868), Antonio Boggiana (1868), Maria Ponzini (1875), Maria e Catterina Marchetti (1891), Maria Marche (1898). Ma ebbe vita stentata. Fin dal novembre 1871 si incominciò a parlare in Consiglio comunale di un asilo che venne aperto provvisoriamente ed in qualche modo in due stanze a pianterreno della scuola femminile. Se ne riparlò ancora nel 1873 e nel 1878, fino a quando nel 1884 grazie al lascito, da parte di Rachele Baggi Pitozzi, alle Ancelle della Carità di un edificio già filanda, venne aperto stabilmente nel novembre 1886 da suor Secondina. Rimase aperto il problema di un edificio scolastico unico, dato che le classi erano variamente sistemate in locali particolarmente inadatti. Nonostante che nel 1909 il conte Guido Fenaroli avesse offerto il terreno e che l'ing. Camillo Arcangeli di Brescia avesse approntato il progetto, per mancanza di fondi e per il sopravvenire della guerra, la costruzione venne avviata nel 1919 realizzata dall'impresa G.B. Gatta di Orzinuovi, finita nel 1921, ma resa agibile solo nel 1923. Mentre il colera dopo aver fatto una sola vittima nel 1884 scompariva, si fece incombente, specialmente nei primi mesi del 1872, il vaiolo per cui il municipio fu obbligato ad attrezzare a lazzaretto i locali dell'ospedale predisposto con suo testamento da don Antonio Grumelli. Per fortuna il lazzaretto rimase inutilizzato per la repentina scomparsa del male, che si ripresentò nell'aprile 1883 arginato con energia. Del resto "considerata, come si legge in una delibera del comune del gennaio 1891, la miseranda condizione della popolazione povera del Comune" l'amministrazione comunale era costretta a dar fondo ad ogni riserva per assicurare medicinali ai più poveri e ad integrare gli insufficienti fondi della Congregazione di Carità e del legato Grumelli del 1848. Con il R. Decreto dell'8 luglio 1894 il Monte Grano veniva trasformato in istituto elemosiniero per soccorrere gli ammalati poveri a domicilio. La stessa vita amministrativa fu per lunghi decenni dominata da problemi igienico-sanitari, risanamento delle case rurali, copertura (1911) del Dugale della Piazza, norme di profilassi nell'uso delle acque. Il 10 dicembre 1902 Giovanni Baggi fondava una Società di Mutuo Soccorso che l'anno seguente contava 54 soci ma non ebbe però rilevante diffusione. Povertà, sfruttamento di mano d'opera, soverchiante orario di lavoro spinsero le operaie della filanda Cicogna a scendere in sciopero che durò tre giorni e rientrò poi. Nonostante le gravi condizioni delle folle contadine e delle operaie della filanda le ondate di scioperi acuitesi specialmente dal 1901, avevano appena lambito Rudiano. Scoppiarono invece il 2 aprile 1907 quando al grido di "la boi, la boi" (cioè bolle) circa trecento persone, la maggior parte contadini, circa trenta muratori e ottanta operaie dello stabilimento Cicogna, come s'è detto, scesero in piazza. L'intervento del sindacalista G.M. Longinotti, ottenne l'applicazione del patto colonico provinciale e un sia pur limitato aumento alle filandiere.


La povertà era del resto tale che ancora nell'ottobre 1910 il prefetto di Brescia si sentiva in dovere, mentre la malattia stava regredendo ovunque, di dichiarare Rudiano infetto da endemia pellagrosa, provvedimento revocato solo nel 1913. E ancora nel 1912 il commissario prefettizio sentenziava che si doveva mantenere alla Madonna "in Pratis" il piccolo lazzaretto in caso fosse scoppiato di nuovo il colera. Numerose le ordinanze igieniche fra le quali la copertura del Dugalino detto della Piazza poi non più attuata se non quarant'anni dopo. Vennero compiute opere di risanamento di case, costruzione di latrine, la costruzione sempre rimandata di case operaie, ecc. Vennero trovate altre sedi di ripiego sempre inadeguate. Nel 1906 veniva inaugurato l'asilo infantile grazie anche alla beneficenza del dott. Lodovico Mazzotti Biancinelli e della sua famiglia. Nel 1912 veniva risistemato l'edificio comunale. Due erano stati i combattenti in Libia, molti di più partirono per la guerra mondiale che richiese il sacrificio di ben trentadue caduti. La tragedia della I guerra mondiale è documentata in commoventi lettere da loro scritte e raccolte da Enrico Mirani. Al loro ricordo verrà dedicato il 2 novembre 1924 il Viale della Rimembranza. Il dopoguerra portò alla graduale scomparsa della vecchia classe zanardelliana con la decisiva ascesa di popolari e socialisti. Il 6 maggio 1919 attraverso Giov. M. Longinotti e Fausto Minelli, i cattolici annunciarono infatti in una riunione di contadini nella Disciplina, la conclusione di un patto colonico della Bassa e l'esigenza di affrontare la montante crisi economica specie quella della disoccupazione. Per lenirla venne affrontato l'ampliamento a otto metri del tronco stradale Urago-Rudiano-Roccafranca e la riparazione degli argini dell'Oglio. In concorrenza a quello cattolico nel 1919 si schierò il sindacalismo socialista attraverso le leghe dei contadini e dei muratori che il primo maggio 1920 riunirono un comizio con un centinaio di contadini, operai e muratori per celebrare un nuovo patto colonico che però ebbe scarsa applicazione. In seguito, nelle elezioni amministrative e politiche, i cattolici, i socialisti e gli epigoni dei liberali democratici o zanardelliani si contesero con non rilevante divario il numero di votanti, emarginando la pur forte presenza socialista contro la quale si schierava anche la forza pubblica che portò il 7 gennaio 1921 sotto processo nove lavoratori che avevano cercato di convincere i crumiri a riprendere il lavoro. Condannati, vennero poi assolti nell'ottobre 1921, ma la lega rossa contadina alla fine dell'anno era sciolta. Resistette per qualche tempo la lega bianca, ma dovette anch'essa cedere di fronte al fascismo che comparve nel 1921 attraverso spedizioni punitive provenienti da Chiari e dintorni. Tali vicende si ripeterono nel 1922 e specialmente il 14 febbraio 1923, giorno ultimo di carnevale, quando 25 fascisti visitarono le osterie obbligando alcuni socialisti (Lodovico Prosperi, Vittorio Abrami, Giovanni Bramaschi) a trangugiare massicce dosi di olio di ricino. Un altro oppositore riuscì a fuggire ma si ferì seriamente ad una gamba. Nel frattempo il 25 gennaio, alla presenza di Augusto Turati, si era costituita la sezione fascista locale il cui direttorio era già rappresentato al congresso provinciale del P.N.F. dell'8 aprile 1923. Elementi influenti furono il cap. Giuseppe De Leva, il farmacista Emilio Migliorati e Giovanni Marchetti, nominato fiduciario del Sindacato agricoltori che nel marzo 1924 poteva vantare di avere iscritti tutti i conduttori di fondi. Il sindacato agricoltori era guidato, come s'è detto, dal fiduciario Giovanni Marchetti al quale si affiancò, nell'aprile 1924, il sindacato contadini fascisti, guidato da Vincenzo Savoldi. Le elezioni politiche del 6 aprile 1924 videro la vittoria con 223 voti dei liberai fascisti, seguiti da 87 voti per i popolari, 6 soli voti per i socialisti, 8 ai massimalisti e 2 ai comunisti. Nell'agosto il capitano De Leva, cresciuto nella stima di Turati, veniva nominato a capo del sindacato contadini della zona di Chiari. Nuovi fatti repressivi e incidenti si verificarono il 19 ottobre 1924 quando il fascista Giacomo Garabotti venne da alcuni "comunisti" gettato violentemente al suolo e vi rimase "privo di sensi". Il 2 novembre 1924 l'inaugurazione del Viale delle Rimembranze, scrive Enrico Mirani, consacra il "controllo totale" del paese, escluse naturalmente le coscienze degli oppositori che talvolta si appalesavano. In municipio governavano, se non fascisti della prima ora, comunque personalità che ben presto si erano allineate al nuovo ordine politico. Tant'è vero che Rudiano era uno dei pochi comuni della zona non commissariati dalla prefettura. Debellata la presenza socialista, scomparsa l'influenza dei popolari, in quel giorno prendendo l'occasione della inaugurazione delle nuove scuole elementari Augusto Turati consacrò la vittoria fascista, risolvendo rivalità interne alla sezione del fascio stesso locale che era stato sciolto nel settembre e riorganizzato poco dopo dal farmacista Emilio Migliorati. Senonchè proprio a Rudiano scoppiò di nuovo un forte contrasto, come scrive Enrico Mirani, fra gli stessi sindacati fascisti: da una parte i dirigenti vicini all'anima popolar-movimentista del fascismo, dall'altra quelli schierati con il patronato. Ci furono atti di violenza. Comizi molto seguiti come quello del 12 aprile 1925 non risparmiarono nuove risse come quella del 19 aprile 1925 con ferimenti e contrasti e diverbi quasi "quotidiani". Non solo, ma nacquero contrasti fra gli stessi imprenditori agricoli per l'applicazione del patto agrario 1924-1925 coinvolgenti i dirigenti fascisti fra i quali lo stesso Augusto Turati. A Rudiano, documenta Enrico Mirani, quattro possidenti iscritti al sindacato fascista degli agricoltori, risposero picche. Il 22 giugno la Commissione comunale di controllo per il rispetto del patto agrario condannò il gruppo a pagare gli arretrati. L'organo agiva sotto il controllo fascista ed era formato dal presidente Ernesto Morandi, dai possidenti Lodovico Stolfini, Giuseppe Turra, Giuseppe Foschetti, dai lavoratori Firmo Paganotti e Vittorio Soldi, quest'ultimo segretario locale del Sindacato contadini. Uno dei quattro doveva sborsare ai suoi dipendenti 3 mila e 360 lire di arretrati, gli altri 502 lire, 270 lire e 369 lire. Ma i proprietari, ritenendo ingiusta la condanna, non intendevano pagare. Intervenne allora direttamente ed in modo energico il segretario provinciale dei contadini, Lino Domeneghini, il quale, dopo un nuovo diniego, fece proclamare lo sciopero a cominciare da lunedì 29 giugno. A questo punto gli agricoltori cedettero, senza atti di violenza esplicita da parte dei fascisti. Forte impressione fece il caso di un certo Francesco Prandelli, nativo di Castrezzato, processato per aver ucciso a Rudiano la sera del 25 luglio 1925 un giovane: Alfredo Pasolini, dopo aver minacciato altri. Processato in Corte d'Assise il 16 marzo 1926 si difese portando a pretesto, smentito dai testimoni, di essere stato minacciato per aver a Rudiano in una spedizione punitiva obbligato a bere olio di ricino settanta persone, consumandone più di 18 chili. Come ha sottolineato Enrico Mirani i dissidi fra i dirigenti fascisti rudianesi ed alcuni grossi agricoltori, invece, si trascinarono ancora per molti mesi. Ad agosto i dissapori provocarono addirittura degli incidenti. All'interno del PNF la corrente con a capo Emilio Migliorati si contrapponeva a quella guidata da Antonio Marchetti. A novembre, nel tentativo di comporre i contrasti, la Federazione provinciale del partito nominò il primo, segretario amministrativo del fascio e il secondo, fiduciario. Ultimi scontri fra fascisti si verificarono il 23 dicembre 1925 ma senza feriti; i contrasti svanirono poi nell'opera di regolarizzazione della situazione. Figura popolare dagli anni '20 agli anni '40 fu quella del rudianese gelataio, fruttivendolo e astronomo tolemaico Giovanni Paneroni che divenne lo zimbello di folle, specie di studenti di varie università affermando che la terra non è rotonda, ma piatta. L'assistenza continuò ad avere il suo perno nel legato Grumelli (baliatico, fasce, aiuti alle nubende e panni) e nell'Ospedale ancora Grumelli di 10 letti amministrato dalla Congregazione di carità. L'ospedale era classificato casa di riposo con una sala di maternità ed una di ricovero immediato. Poche e normali le opere pubbliche di quel periodo.


La seconda guerra richiese 24 vittime, senza invece colpire il paese se non con la presenza nel 1944-1945 del solitario aeroplano di disturbo alleato, denominato Pippo, che lasciò il ricordo più pauroso nel mitragliamento del 28 novembre 1944. Quando uscì dalla seconda guerra mondiale Rudiano era quasi esclusivamente affidato ad economia ed amministrazione senza prospettive. Il primo problema affrontato fu il risanamento del bilancio comunale assieme al problema della viabilità specie sulla strada Francesca, via di comunicazione indispensabile per la vita del paese. Nei primi anni di amministrazione democratica si dovette provvedere al ripristino dell'edificio scolastico e al suo necessario ampliamento. Oltre alla sistemazione della farmacia i miglioramenti al servizio idrico, all'illuminazione pubblica, ai restauri al cimitero ecc. agli inizi degli anni '50 venne affrontato, con il Piano Tupini, il problema della casa che, allora, era veramente grave. Si dovette ad una delle più lunghe amministrazioni pubbliche sostenuta per 36 anni da un sindaco quale fu quella di Maffeo Chiecca, dal 1951 al 1987, che egli amava riassumere nella frase: «Dopo la Liberazione il Municipio era in due misere stanzette, ora si trova nel palazzo che fu dei signori di Rudiano». Fra i primi problemi che dovette affrontare ci fu quello dei trasporti e specie quello dei pendolari verso Milano con Roccafranca creando una cooperativa in grado di gestire una linea di comunicazione mediante corriere. Quasi assieme veniva avviata la politica della casa, per creare un'immagine precisa. Il sindaco sognava un «paese-famiglia», dove la casa e il lavoro fossero gli strumenti per salvaguardare l'identità della «comunità» e l'unità del «nucleo familiare», intesi quest'ultimi come valore in sè. L'azione delle Amministrazioni in tal senso inizia nel 1953 con la costruzione su aree comperate dal nob. Mazzotti in via I Maggio, dei primi due condomini di proprietà comunale. Il comune diventa, a partire dai primi anni Cinquanta, un agente del mercato immobiliare: acquista, urbanizza, lottizza e rivende aree ai privati; realizza autonomamente condomini e case che affitta o cede a riscatto. Nel contempo favorisce il recupero (nel senso di rendere più decoroso e vivibile) del centro storico. Nell'arco di un decennio i primi risultati si vedono: nel 1961 le abitazioni sono aumentate del 21% (sono 656), le stanze del 31% (2.047). Il problema dell'insufficienza e della cattiva qualità del patrimonio residenziale, però, resta; è infatti nel decennio seguente che si compie il balzo in avanti decisivo. Nel 1961 il Comune acquista un'area di 5 mila mq. per realizzare impianti sportivi e abitazioni, nel 1967 altri 6.800 per edilizia scolastica, nel 1968 5.000 per edilizia popolare. Il trend continua negli anni '60 con un 15 per cento di abitazioni e il 41 per cento di stanze in più. Un nuovo piano per l'edilizia economico popolare viene varato nel 1970 che porta ad un nuovo slancio edilizio cui ne segue un altro nel 1975. Nel 1981 gli alloggi (di cui il 60% in proprietà) sono 1.274 (+68% rispetto al '71), le stanze 5.195 (+79%). Dopo una stasi dovuta alla crisi economica, nel 1985 veniva avviata la costruzione di un nuovo quartiere. Parallelo al problema delle case sorse quello delle infrastrutture con lo sviluppo, il miglioramento e la sistemazione delle strade, delle fognature, la costruzione nel 1961 del ponte fra Rudiano e Pumenengo inaugurato il 24 maggio 1964, la copertura delle Rogge Rudiana e Ponticelli, ecc. Nel 1977 venivano realizzati un asilo nido, in favore di 150 mamme lavoratrici, e un centro servizi sociali per accogliere anziani e offrire una mensa ad operai e scolari. Tra il 1968 e il 1975 aveva luogo l'approntamento di aree per un sempre più deciso decollo artigianale e industriale. Deprecata dall'Amministrazione comunale negli anni '60-'70 fu la mancanza di leggi e disposizioni costitutive di consorzi e, di conseguenza, la distruzione di boschi, rive, golene ecc. Il comune avanzò proposte, piani di intervento fra i quali anche quello concernente il Parco dell'Oglio attraverso progetti già avanzati dal 1974 e mai conclusi. Nel 1980 assieme alle amministrazioni comunali di Roccafranca, Pumenengo e Torre Pallavicina l'amministrazione di Rudiano otteneva dalla Regione il vincolo di salvaguardia sull'ambiente naturale. Singolare l'iniziativa presa dal Comune nel 1986 di far dipingere, da pittori locali e non, sui muri esterni delle vie, dodici murales riproducenti arti e mestieri, scene di vita rurale, paesaggi agresti, e la figura di Paneroni. Naturalmente vennero messi in mostra i lati positivi della vita del paese anche perchè quelli negativi, come le gesta di un ventunenne seminfermo mentale (detto il mostro di Rudiano) che venne incolpato nel 1972 di aver strangolato tre bambini, non meritavano certo di essere conosciuti e pubblicizzati. Tra gli altri avvenimenti che lasciarono memoria è da registrare un tornado che nell'aprile 1968 danneggiò gravemente una trentina di case coloniche. Negli anni '80 viene avviato il Palio di Rudiano nel quadro di manifestazioni sportive, folcloristiche, ecc. Nel 1988 si ebbe la prima edizione dell'"Autunno rudianese" al quale collaborarono l'Avis, l'Aido, l'Assoc. calcistica, il gruppo pescatori ecc. Significativo di un continuo progresso fu anche il sorgere di varie associazioni fra le quali nel 1970, per iniziativa di Fausto Mondini, il Gruppo Alpini, nel 1976 dell'Avis che, sotto la presidenza di Marino Bandera, due anni dopo contava 147 iscritti, seguita poi dall'Aido; nel marzo 1983 nasceva l'Associazione anziani intitolata a don Pietro Bianchi. Si faceva avanti anche la cultura con la creazione della biblioteca e altre diverse iniziative. Nel 1987 veniva avviato il restauro delle santelle di via Madrera, Matteotti, Marconi e Grumelli. Nello sport attiva la Gigi's Rudiano guidata da Ferdinando Locatelli. Provveduto in buona parte alla fame di case, nel 1989 veniva affrontato il problema del centro storico del paese, comprendente l'ospedale vecchio, l'asilo, il palazzo municipale (nel palazzo Fenaroli) e i giardini. Oltre al risanamento del "löc dei frà", nuovi alloggi e negozi venivano intrapresi dal 1990, mentre il comune si aggiudicava l'area "dismessa" della Tepa Sport (7 mila mq.), chiusa nel 1986, da mettere a disposizione di artigiani e imprenditori. Nel 1993 nei locali dell'ex asilo veniva aperta la nuova biblioteca e ricavati cinque appartamenti. Nello stesso anno veniva messo all'asta perchè ormai inutilizzato lo stabile della colonia di Ludriano. Nel 1992 veniva progettato nei boschi lungo l'Oglio un percorso-vita per esercizi fisici. Nel 1994 veniva rimesso in efficienza il parco giochi di via don Pietro Bianchi e veniva sviluppata la cosiddetta spiaggia dei poveri lungo l'Oglio. Mentre, sempre nel 1994, veniva potenziato il centro sociale e aperta una ludoteca. Dal 1994 al 1997 veniva realizzato un nuovo grande complesso scolastico con auditorium e palestra. Al contempo veniva avviata la costruzione di una nuova casa di riposo. Nel 1997 veniva inoltre sistemata la sede municipale, compiuta la ristrutturazione del Centro sociale, realizzati nuovi impianti sportivi e adeguata ai mutati tempi la scuola media. Nel 1984 veniva fondata l'"Associazione volontari soccorso fraterno" (che nel 1998 iniziava i lavori per la costruzione della nuova sede su parte dell'area dell'ex Tepa Sport), nel 1987 veniva fondata l'"Associazione bresciana cure palliative" per l'assistenza ai malati terminali, seguiva la fondazione della "Nuvola" al servizio di psicotici e disabili e nel 1994 veniva avviata dal gruppo alpini la "Protezione Civile".


EDIFICI. Dell'antico castello restano alcuni interessanti tratti di mura in ciottoli del fiume Oglio, inglobati in case moderne. Del castello doveva far parte la parte inferiore della torre campanaria poi innalzata nel 1804. Notevole è l'edificio del Municipio già Villa Fenaroli e poi ospedale Grumelli. Venne costruito da Francesco Bettoni nei primi decenni dell'800 contemporaneamente o quasi al santuario di S. Maria in Pratis. Come scrivono Carlo Perogalli e Maria Grazia Sandri una «parte della costruzione, corrispondente all'ala dei rustici sulla sinistra del giardino, conserva ancora abbastanza intatti dei caratteri stilistici di tale momento storico; tuttavia possiede ora una facciata in uno stile vagamente quattro-cinquecentesco, che sposterebbe la datazione ad un Ottocento più tardo, svincolato ormai dal linguaggio architettonico neoclassico. La trasformazione in ospedale, da quando è iniziata, provoca modificazioni progressive e sempre più sensibili degli spazi interni, per cui del nucleo centrale della villa si conservano in modo abbastanza simile all'originale solo poche stanze, ancora decorate ad affresco e stucchi, di periodo tardo-neoclassico. La parte più conservata, sono i rustici, già citati, sia all'esterno nell'andamento mistilineo, sia nella distribuzione interna delle stanze della servitù. Tuttavia l'elemento più interessante doveva essere un tempo il giardino, ora quasi completamente scomparso, tranne poche tracce di aiuole, e ridotto ad orto».


ECCLESIASTICAMENTE, la prima organizzazione dovette venire attraverso missionari erranti fuori le vie principali cui seguì l'influenza dei monasteri. Il territorio appartenne probabilmente alla vasta pieve di Coccaglio ma si può pensare che la sistemazione organizzativa ecclesiastica di Rudiano sia nata assieme al borgofranco o castrum o castellum edificato dal Comune di Brescia verso la metà del sec. XII. Infatti, come Castelcovati, costruito dal Comune di Brescia, Rudiano ritirava il Sabato Santo gli Olii santi dalla Cattedrale di Brescia. Sembra confermare tale ipotesi anche il fatto della lunga presenza a Rudiano di un cappellano del comune. L'abbastanza ricco beneficio ecclesiastico fa pensare ancora che vi avessero provveduto le autorità bresciane all'atto della sistemazione del comune. Bolle pontifice, come si è accennato, e, più tardi, il "Liber Potheris" accennano alla chiesa di S. Maria (poi parrocchiale) che aveva una cavetha cioè un beneficio di 36 piò, di S. Martino, divenuta obbedienza cluniacense, di S. Andrea, patrono dei pescatori, di S. Maria "de busco" o "in Runco" e, infine, "in pratis"o della "Misericordia". La definizione di una vera e propria parrocchia si ebbe nel 1472 quando i beni dell'oratorio di S. Martino, come quelli dell'oratorio di S. Andrea e della chiesa di Maria SS. della Misericordia in pratis furono uniti, con atto notarile, l'11 giugno 1472 dal notaio e cancelliere vescovile Stefano Lorini in Chiari, al beneficio parrocchiale, con l'ingiunzione al Rettore Parroco di dare due libbre di cera all'anno al Vescovo. Non sappiamo molto della religiosità del tempo. Sono tuttavia un segno la presenza già accertata nel sec. XVI di una Scuola del S. Corpo di Cristo, una Disciplina e una Scuola della Dottrina cristiana per ragazzi. La chiesa parrocchiale è consacrata assieme all'altare maggiore; il rettore della chiesa, don Solazzi, vi è di continuo presente. Assai sentito il culto a S. Defendente, al quale, forse, alla fine del '400 o agli inizi del '500 "in tempo di guerra, come si legge negli Atti della visita del vescovo Bollani nel 1565, essendosi profilato il pericolo di spopolamento, venne fatto un voto del quale si chiese al vescovo la commutazione in altra opera pia". Molto più recente è invece, ma altrettanto vivo, il culto di S. Eurosia. Ma altre informazioni indicavano gravi deficienze. Il vescovo fu costretto a cresimare ben 1200 fedeli su circa 1400 abitanti, praticamente tutti quelli e molti di più di coloro che avevano l'età della ragione. Ma dovette registrare ben dodici inconfessi (molti in confronto ai due di Chiari e di Trenzano e all'uno solo di Roccafranca Comezzano). Erano inoltre cadenti ai tempi della visita del vescovo Bollani (1565) le chiese di S. Martino e S. Maria de busco, ridotte in tali condizioni da suggerire al visitatore l'ordine di demolirle, salvo poi tornare l'anno dopo sulle sue decisioni. Nella medesima visita è nominata la chiesa dell'Ascensione che presto scomparve. Erano dunque in rovina come s'è detto le chiese campestri di S. Andrea e di S. Martino per cui il Bollani diede ordine di «raderle completamente al suolo, di erigere al loro posto un capitello con la croce e l'immagine di detti santi, e di trasferire, secondo lo spirito e i decreti del sacro concilio, i titoli di dette chiese su alcuni altari della chiesa parrocchiale» salvando tuttavia con un nuovo decreto dell'anno seguente quella di S. Martino. Sette anni dopo, nel 1572 il visitatore mons. Pilati non trova come residente il parroco don Davide Duranti e trova aggravata la situazione morale: vi praticano "più prostitute pubbliche" e numerose coppie irregolari. La chiesa, non avendo grate alle finestre, era invasa da rondini che disturbavano con i loro stridii le funzioni religiose. Oltre che al mantenimento di un cappellano e alla cura di un altare il Comune provvedeva alla cera, pagava l'organista, il levamantici, il sagrestano e assicurava il predicatore della Quaresima. Già negli atti della visita Bollani è presente un cappellano del comune, cioè un sacerdote da esso stipendiato e del quale vi è ancora cenno in una vertenza fra parroco e comune degli anni '20 del sec. XX. La situazione si rivelò ancor più grave, come già è stato detto, nel 1572 all'atto della visita di mons. Pilati che trovò un parroco (don Davide Duranti) non residente e sostituito da un prete mercenario; disattese, salvo poche, le ordinazioni del Bollani, le chiese e le case dei sacerdoti in rovina e quasi del tutto distrutte per l'assenza del parroco, la presenza di più meretrici pubbliche e concubine, ridotti a pochi i Disciplini e per di più di condotta poco edificante. Positivo infatti che il cappellano (don Antonio de Becchis) sia maestro, ciò che fa supporre che vi esistesse una scuola. Attivo il parrocchiato di don Andrea Ghida (1705) che abbellì la chiesa ed aumentò il beneficio. Nel 1782 venne concesso il titolo di arciprete. Quello di don Giuseppe Grumelli, nativo del paese, fu il più lungo parrocchiato durato 55 anni dal 1802 al 1857 e fra i più fecondi. Si devono a lui, e in gran parte all'impiego del suo patrimonio familiare, la ristrutturazione e l'abbellimento della chiesa parrocchiale e la riedificazione, nel 1836, del santuario di S. Maria in pratis, nonché vari legati di beneficenza tra i quali quello per il restauro della torre avvenuto nel 1860. Munifico fu anche il nipote don Giulio Antonio Grumelli (m. nel 1868) che diede principio al nuovo cimitero e che lasciò casa e capitali per erigere, come si è accennato, un ospedale. Ai due sacerdoti Grumelli venne eretto anche un monumento del quale non esistono più tracce. Particolarmente benefica la presenza dalla seconda metà dell800 della Compagnia di S. Angela che esplica ancora i suoi benefici anche nell'attività catechistica. L'apertura dell'asilo e l'arrivo delle suore diede origine nel 1886 al primo oratorio femminile con sei aule e un piccolo cortile del quale fu prima direttrice suor Domitilla Lusardi. Lo zelo di don Squassina si attirò l'ira di anticlericali che la domenica 31 maggio 1897 e la notte dal 6 al 7 giugno presero di mira la casa parrocchiale con una grandinata di sassi che convinsero il sacerdote ad allontanarsi dal paese. Alcuni giorni dopo 108 parrocchiani firmarono una petizione al sottoprefetto di Chiari perchè qualora il sacerdote "colpito da ingiustissime persecuzioni di alcuni pochi fosse tornato potesse avere giusta protezione". Causa della sassaiola era stato l'allontanamento di un curato frequentatore assiduo di osterie. Anche dopo il ritorno di don Squassina la sassaiola si ripetè, ma la pazienza e la remissività dell'arciprete servirono ad assopire i contrasti tanto che il buon sacerdote continuò a reggere la parrocchia fino alla morte avvenuta nel 1929. Si deve a don Squassina e ai suoi curati l'avvio di un movimento giovanile cattolico. Ciò avvenne con la fondazione della sezione giovani dell'Opera dei Congressi, durata tuttavia un solo anno.


Negli ultimi anni del parrocchiato di don Squassina, grazie all'attiva collaborazione del curato don Luigi Dabbeni venne realizzato in via Marconi in ambienti rimediati e in piccolo cortile il primo oratorio maschile e sei aule di catechismo. Nel 1938 veniva inaugurato per merito del parroco don Bianchi e del curato don Moscardi un nuovo oratorio con 13 aule di catechismo e un piccolo campo sportivo. Illuminato e zelante fu il parrocchiato di don Pietro Bianchi svolto in due tappe dal 1929 al 1941 e di nuovo, per espressa volontà del vescovo, dal 1951 al 1973. A lui si devono la strutturazione moderna della parrocchia nell'articolazione delle associazioni delle opere giovanili. Come il suo predecessore anche don Bianchi incontrò difficoltà tali da convincerlo a lasciare la parrocchia, causa, a quanto sembra, l'amministrazione del beneficio parrocchiale, forzata da un incaricato ad essa, di nascosto dell'arciprete. Sostituito da don Archetti questi non durò a lungo per contrasti anche con il clero locale, per cui dopo qualche anno pensò di rinunciare. Il vescovo impose allora a don Bianchi di ritornare. Nel 1937 venne avviata la costruzione dell'oratorio e della Scuola di catechismo. Negli anni '50 ebbe successo la Schola Cantorum diretta dal curato don Mario Vesconi. Il 16 ottobre 1971 il vescovo mons. Morstabilini inaugurava il nuovo Centro giovanile intitolato a S. Giovanni Bosco.


CHIESA PARROCCHIALE DELLA NATIVITÀ DI MARIA VERGINE. Una chiesa dedicata a S. Maria, distinta da quella detta di S. Maria "in busco" e "in pratis", è più volte ricordata in documenti del sec. XII. Una nuova chiesa venne costruita verso il 1450 ed è probabilmente appartenuta a questa costruzione una monofora che si trova nell'attuale navata di destra e le ornamentazioni in cotto nella sagrestia che hanno fatto pensare ad una chiesa a tre navate, orientate da N a S. Nel 1565 il vescovo Bollani la trovava consacrata assieme all'altare maggiore. Nel 1611 il vescovo di Brescia ordinava al rettore parroco don Giovanni Bisolio di far fabbricare il coro della chiesa parrocchiale. Verso il 1711-1715 la chiesa venne completamente ristrutturata ad un'unica navata. Nel 1717 venne eseguito il pulpito. Nel 1726 il conte Cesare Fenaroli donava alla chiesa una reliquia insigne della S. Croce e veniva eretto un altare ora del S. Cuore. La chiesa venne di nuovo abbellita verso la metà del settecento di ottimi quadri. Ma è durante il lungo parrocchiato di don Giuseppe Grumelli che si realizzano opere grandiose di abbellimento e arricchimento che lo stesso arciprete ebbe a registrare e che Giulio Bonamano ha trascritto: «Nel 1804 don Grumelli provvedeva a far rialzare la torre campanaria e a porvi un nuovo concerto di cinque campane (dedicate in ordine di grandezza alla B.V., a S. Rocco, a S. Placido, a S. Carlo e a S. Luigi) costate 20 mila lire milanesi e consacrate il 6 febbraio 1804 da mons. Federico Molin, abate di Asola. Negli anni 1810-1813 viene completata la facciata della chiesa e il marmorino di Rezzato, Angelo Zani, fornisce i vasi di marmo del cornicione superiore e in seguito anche tutti i marmi della cimosa del coro e delle porte interne; il fabbro-ferraio Bonasi realizza la croce di ferro e lo stuccatore Francesco Tadei forma i capitelli delle lesene esterne e interne, i fregi interni ed esterni della facciata e del cornicione interno; un piccapietre di Sarnico modella le colonnette per l'esterno della chiesa per una spesa di 74 lire milanesi. Da parte sua il conte Giuseppe Fenaroli offre per 5.250 lire i basamenti in marmo della facciata». Terminato il lavoro della struttura si provvede ad arricchire l'interno con quadri, affreschi e arredi. Nel 1817 il pittore bresciano Cattaneo dipinge il quadro di S. Luigi, per 164 lire milanesi e l'anno dopo è la volta del quadro di S. Eurosia, dipinto dal pittore Basiletti per 650 lire milanesi. Nel 1825 il pittore Giulio Motta dipinge le stazioni della Via Crucis, nello stesso anno viene dato inizio alla costruzione dell'organo da parte dei fratelli Serassi di Bergamo. Il pittore Agostino Soldati, nel 1831, esegue il quadro raffigurante S. Elena e S. Macario (non esiste più) e il pittore Enrico Scuri, il quadro raffigurante la "Verificazione della croce" (ora posto a fianco dell'altare del S. Cuore). Il pittore Giulio Motta esegue una medaglia a fregio sulla facciata della chiesa (perduta). Negli anni 1831-1833 vengono dipinti gli affreschi sulle pareti interne della chiesa dal pittore Scuri, quello raffigurante Maria Santissima portata al sepolcro da Carlo Landriani, quello raffigurante l'Assunzione, da Coghetti l'affresco raffigurante la Sacra Famiglia nella fuga in Egitto, dal Motta, l'affresco della Cappella del Battistero e la tela di S. Agata (inizialmente collocata nella Chiesa di S. Martino). Nel 1836 il pittore Giuseppe Diotti realizza l'affresco in fondo alla chiesa raffigurante l'adorazione dei Magi e il pittore Scuri quello della visitazione di Maria SS. a S. Elisabetta. Nel 1837 il pittore Landriani esegue l'"Annunciazione". Dopo aver provveduto dal 1839 al 1844 alla ricostruzione del santuario di S. Maria in pratis, nel 1845 don Grumelli riprende i lavori nella parrocchiale. Nel 1845 viene commissionata al pittore Giacomo Trécourt la pala da collocare nella soasa dell'altare maggiore: 2450 lire milanesi. L'anno dopo vengono acquistati da Roveglia in Brescia i 4 busti dei vescovi per 1221,18 lire milanesi. Nell'ultimo anno di parrocchiato di don Giuseppe Grumelli, nel 1856, viene dipinto il quadro del Sacro Cuore. Mentre venivano compiute queste grandiosi opere don Grumelli provvedeva la chiesa di paramenti e arredi quali nel 1806-1808 un completo di pianeta, tunicella, piave «con filatura di argento fino e in broccato d'oro e d'argento»; nel 1818 un prezioso turibolo in argento costato 351 lire milanesi. Negli anni seguenti acquista una notevole quantità di vasi e di arredi sacri come: l'ostensorio dall'orefice Fioletti di Brescia, tutto in argento massiccio dal peso di 95 once, per 2132 lire milanesi, un calice con patena, tutto d'argento, dall'orefice Padrina di Brescia per 860 lire milanesi, una pisside d'argento (fatta dorare ultimamente). Inoltre, paramenti completi in fondo oro e argento lavorati su telaio per una spesa di 10.000 lire milanesi. Da parte sua il conte Giuseppe Fenaroli, oltre a paramenti e arredi vari, dona alla chiesa i due vestimenti delle statue della Madonna e di Gesù Bambino ricamati in oro e argento a fiore di Francia. Ma la gara del conte con l'arciprete è impari se si pensa che don Grumelli continua ad acquistare arredi di grande valore. La chiesa venne di nuovo restaurata nel 1909 e abbellita da stucchi, decorazioni, ornamentazioni del milanese Francesco Rossi. Venne inoltre di nuovo pavimentata con mattonelle a mosaico. L'organo di grande valore venne costruito dai fratelli Serassi di Bergamo tra il 1825 e il 1827 ed inaugurato in quest'ultimo anno. Venne poi restaurato e sottoposto a modifiche nel 1870, 1902 (dai Pedrini), 1919, 1935. Negli anni '60 venne sostituito con un organo elettronico fino a che nel 1983 il parroco don Angelo Marchini provvide a rimetterlo in ordine.


Sulla facciata un affresco, restaurato recentemente dal pittore Albini, raffigura la Natività della B. Vergine. Nella controfacciata un affresco raffigura l'Adorazione dei Magi. Entrando a destra si incontra il piccolo altare della Deposizione con l'Addolorata, raffigurata in un affresco firmato Franco Ferrari. Segue l'altare della Madonna del Rosario. Una statua, in legno policromo, del sec. XIX-XX è avvolta da significativi misteri del Rosario rappresentati in 15 formelle. La bella soasa in marmo è affiancata da due angeli oranti ritenuti dei Callegari o della loro scuola. Il terzo altare è dedicato al S. Cuore. Nella soasa è inserita una bella ed elegante custodia contenente l'insigne reliquia della S. Croce. La cappella è affiancata da due tele. Segue l'organo opera dei fratelli Serassi di Bergamo. Elegante è l'altare maggiore, in marmi policromi, con mensa del primo settecento e soasa (o ancona) del XIX secolo. L'abside è dominata da una pala raffigurante la Natività della B.V. del pittore Giacomo Trécourt. Ai lati del presbiterio sulla destra sta una tela raffigurante S. Luigi in gloria e a sinistra quella raffigurante il martirio di S. Eurosia. Si incontra poi l'altare del SS. Sacramento della metà del settecento, sovrastato da una tela raffigurante l'"Ultima Cena". Il Murachelli la dà firmata "Gratius de Cossalibus urceorum novorum f.". Segue l'altare di S. Giuseppe con la mensa nel cui ovato centrale è raffigurato S. Carlo Borromeo. Chiude la parete di sinistra il Battistero dominato da un affresco di Giulio Motta. Nella navata affreschi si alternano agli altari. Il soffitto è decorato, in corrispondenza delle finestre, con tre affreschi.


ORATORIO DI S. MARTINO. Costruito, come si è visto, forse da monaci della badia di Leno, viene fatto risalire all'825. Dove si trova l'oratorio fu scoperta, come si è accennato, un'edicola pagana con quattro corpi ed un'epigrafe dedicata dal liberto Filenzio agli dei Mani, che fu falsamente interpretata nelle prime letture dando luogo al culto di ossa di Martiri mai esistiti. Due secoli dopo, leggendo meglio l'epigrafe, il vescovo Olderico fece inumare le ossa sottraendole al culto. Divenne poi, come si è detto, alla fine del sec. XI obbedienza o monasterolo del priorato cluniacense di S. Paolo d'Argon. Un'iscrizione dice: «Diis quondam dedicatum / hoc sacellum Martino Ep. consecratum / Diis quondam dicatum / restaurandum curandumque curavit Ian ab. Domini Incarnat MCCCXXV Camit Vill. / Estitisse / Esto antiquitatis patriae monumentum».


Nel 1472, come si è accennato, i beni annessi vennero uniti a quelli di altre chiese per costituire il beneficio parrocchiale. Condannato alla distruzione assieme a quello di S. Andrea dal vescovo Bollani nella sua visita pastorale del 1565 l'anno seguente il vescovo con decreto del 29 novembre 1566 in seguito a reiterate petizioni di Zaccaria de Songis, ordinava che venisse risparmiato e che perciò vi venissero impiegate le offerte dei fedeli. Venne in tal modo ricostruito in eleganti linee gotiche che ancora conserva e arricchito poi di altari in marmo e di belle tele. Con la costruzione del cimitero agli inizi dell'800 la facciata che ancora si ammira fuori del cimitero venne murata e venne aperto un ingresso dalla parte opposta, sacrificando l'abside e l'altare. Nell'interno, in stile romanico-lombardo, con archi a sesto acuto nella navata e arco basso nel presbiterio, si conservano degli affreschi conservati sulle lesene dell'arco trionfale, ora coperti da intonaci e tinte. Sono ancora conservate sulle lesene dell'arco trionfale le due piccole nicchie per la custodia del Santissimo e degli oli santi. Il soffitto è in tavelloni, segno di vetustà. Il campanile, completamente rifatto, è pericolante sulla parte alta per l'azione di un fulmine. La chiesa era adorna sull'altare maggiore di una pala raffigurante S. Martino, opera firmata e datata "Stephanus Vivianen sis, 1616" ora collocata in S. Andrea o Disciplina. Come ha documentato Giulio Bonamani in alcuni suoi informati dattiloscritti oltre all'altare maggiore la chiesa aveva anche due altari laterali, uno dedicato a S. Antonio da Padova e l'altro alle Sante Lucia ed Apollonia. Il portale di ingresso (a O) era in pietra di Sarnico, così pure quello della porta laterale. Sopra la porta di ingresso, un affresco raffigurava S. Martino nel suo gesto storico di dividere il mantello con un pellegrino, mentre sopra quella laterale di sinistra un altro affresco rappresentava l'Annunciazione. Ambedue le porte erano riparate da un portico o pronao che serviva da riparo anche ai contadini in caso di intemperie. La chiesa ha il suo bel campanile con una campana che ha sostituito quella tolta in tempo di guerra. Le pareti interne, forse anticamente decorate con affreschi e imbiancate dopo le medioevali pestilenze, furono arricchite con buoni quadri di Pietro Scalvini raffigurante la Visitazione (firma Petrus Scalvini, 1756) e di Sante Cattaneo e inoltre un S. Gottardo, una Madonna col Bambino e S.S. Sebastiano e Rocco che, rubata nel marzo 1983, venne recuperata in pochi giorni. La chiesa fu restaurata probabilmente nel 1825. Dopo un lungo periodo di abbandono, negli anni 1955-1956, per la necessità di ampliare il cimitero, l'autorità civile, d'accordo con il Parroco, fece demolire la casa detta Monasterolo adiacente e sistemare la chiesetta purtroppo modificandone la struttura. Nella chiesa ai lati del presbiterio vennero costruite le tombe dei sacerdoti e delle suore. Nel corso degli ultimi anni, il tempio è stato (forse anche perchè mal custodito) preso di mira da vandali che in più riprese l'hanno impoverito di alcune tele, che se anche non molto pregiate (per esempio quella rappresentante le Sante Lucia ed Apollonia) erano molto care alla devozione dei rudianesi. In conseguenza di questi atti vandalici si rese necessario portare al sicuro in Parrocchia i quadri rimasti, in attesa di ristrutturazione del luogo sacro, ristrutturazione che purtroppo va per le lunghe».


S. MARIA "IN PRATIS" O DELLA MISERICORDIA. Sorge sulla riva sinistra dell'Oglio a sei chilometri a SO da Chiari e a 12 da Orzinuovi come in una specie di anfiteatro, chiamato cavea (corretto poi in caveta o cavette), da dove lo sguardo spazia sulle creste delle montagne bergamasche, e sulla pianura vasta e punteggiata di paesi. Dal paese vi si giunge per una via ripida fra siepi, salici e pioppi, attraversando due dei molti canali che rendono fertile questa terra. Il Liber Potheris Brixiae ricorda l'esistenza fin al secolo XIII di una chiesetta dedicata a Maria SS. della Misericordia, detta anche delle Cavette. Aveva un suo piccolo beneficio che assieme a quello degli oratori di S. Andrea e di S. Martino fu nel 1472 unito al beneficio parrocchiale e nel 1611 servì alla fabbrica della parrocchia. Una tradizione locale vuole che la B.V. sia apparsa ad una pastorella. Non essendo stata creduta dai compaesani la Madonna li convinse facendo nevicare a ferragosto. Una testimonianza viva del culto mariano è l'immagine della Vergine, poi in seguito ritoccata. La Madonna siede in trono, circondata da due angioli in atteggiamento di riverenza mentre due altri reggono sul capo una corona dorata sormontata da una fascia col saluto di S. Bernardo «Salve Regina Mater misericordiae». Il manto stellato si unisce con una gemma sul petto, e ricade in amplissimo paludamento. Sul capo un velo variegato. La Vergine sorride dolcemente e sorride il Bambino Gesù che sorregge con la sinistra il mondo e colla destra addita la Madre quasi ad invitare a rivolgersi a Lei con fiducia filiale. La Madonna tiene squadernato in grembo un libro quasi che vi siano scritte le sue misericordie e le sue grandezze. La chiesetta, certo rifatta almeno una volta, agli inizi del sec. XIX era quasi del tutto diroccata e corrosa dall'umidità. L'iniziativa di una ricostruzione radicale fu presa dall'arciprete don Giuseppe Grumelli che ne commissionò il disegno all'architetto Francesco Bettoni e nel 1839 il nuovo santuario, grazie alle oblazioni del popolo e specialmente di quelle di don Grumelli, fu una realtà. Ne risultò un edificio in stile neoclassico col pronao imponente con le quattro grandi colonne, misura 28 metri di lunghezza, e non manca di imponenza e di eleganza. Tagliato diligentemente il muro sul quale era dipinta l'immagine fu trasportato in fondo all'abside mentre l'immagine veniva abbellita di una cornice dorata. L'unico altare è di marmo ed è chiuso e separato dalla navata da una bella cancellata in ferro battuto, opera del clarense Angelo Maghella. La preghiera del Getsemani e l'arrivo di Giuda, come l'Assunzione raffigurata nella tazza e gli evangelisti dei pieducci sono del pittore Giulio Motta. Lo stesso dipinse in chiaroscuro sulla porta la cacciata dal tempio e sulle pareti esterne raffigurò le scene della ricostruzione del santuario. Sono scene commoventi in se stesse che raffigurano fanciulle e donne che raccolgono pietre per la costruzione, uomini che le caricano e le trasportano, muratori e manovrali che le sovrappongono una sull'altra sotto lo sguardo del parroco che tutto osserva e dirige. Sulle pareti interne fanno mostra di sè quattro quadri ad olio dello stesso Motta raffiguranti la fuga in Egitto, la risurrezione di Lazzaro, la Purificazione e i santi Gioacchino ed Anna, genitori della Vergine. Altri due quadri ad olio uno rappresentante la martire S. Eurosia, di cui i rudianesi furono sempre devotissimi, e l'altro S. Luigi, S. Fermo e S. Gottardo. Tra le grandi solennità si ricordano una festa votiva del 1859 celebrata con straordinaria pompa e le solennità dell'ottobre 1893. La festa del santuario è quella dell'Assunzione. Non sono poche le grazie che la popolazione di Rudiano e dei paesi circostanti attribuiscono alla Madonna dei prati. Fra le ultime ve ne è una di pochi anni fa. Una bambinetta di tre anni e mezzo, penultima di dieci fratelli, Mariarosa Bocchi di Comezzano, gravemente ammalata e completamente cieca, dopo essere stata bagnata con l'acqua che sgorga presso il santuario riacquistò d'improvviso la vista e ne fu completamente guarita. Dall'estate 1987 venne avviata l'opera di ristrutturazione con interventi per consolidare le fondamenta, la sistemazione del tetto e dei cornicioni di gronda, seguiti da tinteggiatura, pavimentazione ecc. In tali interventi vennero trovate fondamenta con altre strutture sempre più importanti. Nelle opere di restauro venne rinnovato dal pittore palazzolese Giuseppe Bellotti anche l'affresco centrale della Madonna in trono incoronata e pastori e santi. I restauri vennero benedetti dall'ausiliare mons. Olmi il 2 maggio 1993. In una cella affrescata seminterrata sgorga una fontana molto frequentata dalla gente del luogo.


S. ANDREA O DISCIPLINA. Una chiesa di S. Andrea è già nominata nel Liber Potheris. Cadente, il vescovo Bollani ordinò che venisse distrutta e il titolo trasferito su un altare della parrocchiale. Ma il nome deve essere stato trasferito alla Disciplina che sorge accanto alla parrocchiale. Del tempio tardo rinascimentale è rimasto il portale in arenaria grigia. La chiesa è stata ricostruita nel Settecento ed è ricca di belle tele. Due sono di Pietro Scalvini, sull'altare maggiore: l'Assunzione al cielo (firm. "Petr. Scalvini f. 1756") e la Presentazione al Tempio.


Una chiesa dedicata all'ASCENSIONE è nominata come campestre negli atti della visita del vescovo Bollani (1565). Scomparve poi in seguito.


Vi sono inoltre due cappelle, una dedicata all'Immacolata, annessa all'asilo, un'altra alla Rosa Mistica. Particolarmente solenne il 13 settembre 1954 fu la consacrazione di Rudiano alla Madonna con la collocazione di una sua statua alle Quattro Vie.


L'ECONOMIA fu fino a pochi decenni fa prevalentemente agricola, basata soprattutto sulla produzione cerealicola dei foraggi e l'allevamento del bestiame e del baco da seta. Abbondanti gli alberi da frutta. Non sono mancati un tempo anche gli ulivi. Dai sec. XVIII-XIX è andata diffondendosi la coltivazione del lino abbandonata poi agli inizi del '900. "Bonissima" giudicava la terra il Da Lezze nel 1610 e negli anni '30 del sec. XIX era considerata terra "ubertosa di biade, vino, gelsi e fieno". E ciò grazie anche alla ricchezza di acque tanto che la roggia Comuna non ha presa alcuna dall'Oglio, ma soltanto da fontanili di golena lungo il tratto Rudiano-Roccafranca. Quattro rogge (la Rudiana, la Vescovada, la Molina e la Comuna) e i rami da esse derivati servirono a rendere sempre più fertile il terreno. L'abbondanza di acqua ha permesso di creare le marcite, pratica agraria che è andata però scomparendo negli anni '70, salvo che nell'azienda di Alberto Paneroni che è ancora oggi uno dei maggiori allevatori di vacche da latte. Antichissima la pesca sia sul fiume che sulle rogge. Quello del pescatore fu anche un mestiere che è scomparso del tutto nel 1997 con la morte dell'ultimo pescatore, Giovanni Soldi detto Tuni. L'abbondanza di acque e perciò di rogge e canali ha favorito anche altre attività complementari all'economia agricola quali mulini, segherie, ecc. Il 19 novembre 1477 il Comune affittava a Cristoforo Ganassoni una caduta d'acqua nella seriola di Rudiano perchè vi potesse costruire una cartiera. Nel 1766 si registrarono una segheria, quattro ruote di molini, tre macine da olio, una fucina, dodici "telari di tela". Nel 1790 scompare la segheria, rimangono le ruote di mulino e di macina d'olio, le fucine diventano due e si aggiungono una mola e una fornace mentre i "telari di tela" salgono a sedici. Ai primi del sec. XIX veniva avviata dalla famiglia Pitozzi la prima filanda (nello stabile che poi ospiterà l'asilo, l'oratorio femminile e ora la biblioteca). Verso il 1860 i fratelli don Antonio, Paolo, Angelo e Giacomo Grumelli avviavano, oltre che un più intenso allevamento di bachi, una nuova e più moderna filanda di trenta bacinelle e altrettanti aspi con trenta operaie, allestita nel 1870 in contrada Borgonuovo e che verrà poi trasformata in essiccatoio per il tabacco. Un'altra filanda era stata avviata dal nobile Guido Fenaroli. Nel 1872 l'ex sindaco Francesco Cicogna dava il via ad un opificio per l'incannaggio e la torcitura della seta di 288 fusi con 84 dipendenti ma che incontrò consistenti difficoltà specie per l'utilizzo dell'acqua della Rudiana e specialmente del Dugale della Piazza. Ad essa si aggiunse la filanda Vecchiati e Sala che occupò quaranta operaie. Parecchie operaie rudianesi gravitarono sulla filanda Corbetta e Granata di Pumenengo. Alla fine dell'800 vi esisteva anche una fabbrica di candele di Defendente Brocchetti alla quale si aggiunsero piccole fabbriche di giocattoli di Giuseppe Bolognini. Continuavano a funzionare due mulini e una segheria. L'economia durante i primi decenni del secolo si resse in modo rilevante con l'emigrazione interna e un intenso pendolarismo specie su Milano e Palazzolo S.O. Singolare l'assorbimento, dal 1939 al 1945, di manodopera specie femminile nel cotonificio Curini-Cantoni di Intra del quale era direttore il rudianese Paolo Grumelli.


Nel dopoguerra decollavano le prime iniziative industriali che negli anni '50 fecero arrestare in gran parte l'esodo emigratorio. Nel 1958 nasceva, promossa dai fratelli Paolo, Battista e Rino Riva la "Tepa Sport", fabbrica di scarpe sportive che nel settembre 1978 inaugurava un nuovo stabilimento e che, dopo aver raggiunto i 350 dipendenti, chiudeva nel 1985. Gentile Iore, Mario Goffi e Giorgio Goffi fondavano l'Alu-Mec che divenne nel settore il quinto gruppo bresciano per dimensioni. Negli anni '50 nacquero, oltre ad attività artigiane, il Bottonificio rudianese e il Bottonificio Bonetti poi Bottonificio Rudianese leader della produzione di bottoni ai quali si aggiunse lo stabilimento Bonetti s.r.l. che occupò presto un centinaio di dipendenti. Ad essi si aggiunse poi l'azienda "Rutilius" dei fratelli Mirani. Nel 1973 si aggiunse la Alu Mec come s'è detto, promossa da un gruppo di imprenditori della zona per la produzione di trafilati, la Frimont per la produzione di macchinari per il ghiaccio, la Fratelli Valvassori fabbrica di serramenti, la carrozzeria Bertoli, la Clares industria di pistoni speciali per autovetture e autoveicoli pesanti, il calzificio Fratelli Marcaletti, la Materie plastiche, la Tipografia Gam fondata da Angelo Mena nel 1973. Si aggiunsero poi la Gigi Sport azienda leader nell'abbigliamento sportivo, la Eurometal per la produzione di fibbie e minuterie, la Fausta s.r.l. per l'abbigliamento femminile, la Gandola Biscotti s.p.a., ecc. Nel 1994 l'industria occupava il 77,4 per cento della popolazione, l'agricoltura il 21,9 per cento, i servizi lo 0,6 per cento. Alla presenza ormai pluridecennale della filiale del Credito Bergamasco che il 12 gennaio 1980 inaugurava una nuova sede, si è aggiunta più recentemente quella della Banca Credito Cooperativo di Pompiano.


Vi si tiene la fiera della Madonna del 15 agosto.


Tra i PERSONAGGI si contano: tre vicari generali diocesani: Gervasio degli Albrigoni (1361), Benvenuto Lovatini, canonico vicedomino (1417) e Alberico Lovatini, arciprete della cattedrale e prevosto di San Lorenzo (1438). Benefattori insigni furono don Giuseppe Grumelli e il nipote Giulio Antonio Grumelli. Come si è accennato ebbe notorietà il rudianese Giovanni Paneroni. Tra i verseggiatori locali sono Bigio Filini e Romolo de Leva. Autrice di favole è Anna Lanzanova. Storiografi e giornalisti sono Giacomo Massenza ed Enrico Mirani. Raccoglitore di notizie è Giulio Bonamano. Missionario molto conosciuto è p. Chiecca.


RETTORI E ARCIPRETI: Pietro Ravazoli di Almenno, bergamasco (rin. 9 luglio 1382); Giovannino di (9 luglio 1382 - rin. 1 febbraio 1383); Francesco della Chiesa (1464); Bartolomeo nob. Duranti di Brescia, canonico della Cattedrale (rin. al nipote ma resta reservatario); Camillo nob. Duranti di Brescia (rin. 29 luglio 1559 - m. 3 agosto 1559); Valerio nob. Duranti di Brescia, mansionario poi canonico della Cattedrale (1 agosto 1559 - r. al nipote ch. Davide nel 1561); Pietro Giacomini o Giacobinelli di Gavardo, famigliare del vescovo Bollani (4 agosto 1559 - rin. subito); Davide nob. Duranti chierico (4 agosto 1561 - rin.); Andrea Doneda di Ghedi, prom. (1565) a Castelcovati; Vincenzo Solazzi (2 maggio 1565 - rin.); Giulio Lazarini (rin. 1580); Domenico Manfredi, bresciano (16 marzo 1580 - m. 4 maggio 1609); Giovanni Besozzi, dott. in T. (11 marzo 1610 - rin. 1619); Santo Barbieri (25 ottobre 1619 - m. 14 settembre 1651); Francesco Savoldi di Chiari (1 dicembre 1649 - m. 20 settembre 1651); Francesco Norino già parroco di Maclodio (1647-1649) e vicario di Roccafranca (1649-1651) (6 febbraio 1652 - m. 31 dicembre 1679); Giov. Antonio Monico di Brescia (1 giugno 1680 - m. 19 agosto 1680); Giov. Antonio Garuffa di Chiari, dott. in Leggi (30 settembre 1680 - prom. 1688); Marco Campana, bresciano (30 dicembre 1688 - m. 5 gennaio 1702); Antonio Medaglia di Brescia, dott. in Leggi (9 marzo 1702 - prom. a Comezzano indi a Mura-Savallo); Andrea Ghida di Alfianello, già arciprete di Comezzano (21 gennaio 1705 - m. 16 ottobre 1734); Giacomo Narcisi di Palosco (24 maggio 1738 - m. 11 ottobre 1782); Innocente Rambaldini di Trenzano, primo arciprete (19 dicembre 1782 - m. 30 luglio 1791); Gasparo Ronchi di Breno (10 febbraio 1792 - m. 8 gennaio 1801); Giuseppe Grumelli di Rudiano (4 dicembre 1802 - rin. 1857); Antonio Braga di Nuvolento (16 febbraio 1857 - m. 11 novembre 1887); Pietro Squassina di Bovezzo (28 marzo 1888 - 1929); Pietro Bianchi (1929-1941); Faustino Archetti (1942-1951); Pietro Bianchi (1951-1973); Angelo Marchini di Faverzano (1973-1983); Costante Duina di Botticino S. (dal 1983).


SINDACI E PODESTÀ: Francesco Cicogna, Domenico Cortesi, Giacomo Grumelli, Angelo Massetti (1919) poi podestà (1933-1938), Angelo Valenti (1946-1951), Maffeo Chiecca (1951-1987), Bruno Rossi (dal 9 gennaio 1988).