RAFFA (3)
RAFFA (in dial. Rafa)
Frazione di Puegnago del Garda a m. 152 presso la provinciale per Desenzano, a meno di 3 km. dal lago. Fino al 1928, quando cessò la sua autonomia comunale, il suo territorio confinava a N con Salò e a E e SE con S. Felice e Manerba, a O e SO con Puegnago. Gli insediamenti più antichi furono oltre alla Raffa quelli delle Caselle, delle Videlline e di S. Giovanni. Il nome viene riferito più che a un gioco che si fa con tre dadi, come qualcuno ritiene, a un genere di rapa o, ancora, più verosimilmente, al nome personale longobardo Raffo, derivato dal più comune Radfredo. Una località Raffa si trova nel Veronese.
ABITANTI (nomignoli: sgrafignoi o squasa gram): 200 circa nel 1599 (40 fuochi), 100 circa nel 1636, 200 circa nel 1694, 202 nel 1770, 194 nel 1799, 220 nel 1807, 268 nel 1820, 302 nel 1831, 318 nel 1880, 306 nel 1906.
Il nome è Rapha nel 1525. La Raffa nel sec. XVII. A parte la fantasia di poeti benacensi del sec. XVI, e specialmente di Giuseppe Meio Voltolina, secondo il quale il paese avrebbe preso il nome da Rifeo, uno dei pastori compagni di Aristeo, a sua volta comparso sul Garda assieme ad Ercole, la zona conobbe la presenza romana. In più luoghi vennero rinvenuti reperti romani. Presso il cimitero è venuta alla luce un'epigrafe onoraria con menzione di due seviri augustali: Quintus Petronius e Publius Valerius, del collegio dei fabbri. In località Videlline, nella proprietà Zerneri, in saggi di scavo compiuti nel 1972 - 1974 sono venute alla luce strutture murarie con tessere di mosaico, materiali ceramici, riferibili ad una villa romana tra il I e il IV sec. d.C. Reperti (tra cui un'epigrafe romana) altomedievali (sepolture) sono stati rinvenuti presso la cascina S. Giovanni. Il piccolo borgo è sorto attorno ad un castello di cui è rimasto il toponimo e si possono scorgere alcune tracce delle fondamenta. Come ha osservato Corrado Corradini «l'urbanistica del paese era costituita da alcune case padronali, con annessi orti, circondate da altre case più dimesse. Lo sviluppo dell'unica strada è avvenuto ed è ancora oggi perpendicolare all'asse del sole, quindi la Raffa è soleggiata da ambo i lati. Questa posizione felice le conferisce anche nelle fredde giornate invernali un tepore mediterraneo».
Anche se il nome compare solo in documenti finora conosciuti, nel 1525 la vicinia e il comune sono particolarmente antichi e già agli inizi del sec. XVI aspirano ad una loro indipendenza dalla pieve di Manerba. Il comune poi amministra anche i beni della piccola chiesa di S. Giovanni B. alla quale il conte Sebastiano Paride di Lodrone assegna nel 1601 una rendita di 75 ducati, intesa a dare un sacerdote stabile, amministrato dal comune che si sobbarca a tale scopo altre spese. Come rileva il Corradini: «dal catasto del 1599 della Serenissima Repubblica si deduce che il comune gode di una certa prosperità. I capifamiglia sono quaranta e i possidenti di terreni circa una cinquantina, si può quindi azzardare l'ipotesi che in Raffa abitassero poco più di duecento persone. Tra i maschi censiti c'è un chierico di nome Franceschino Scolari, che senz'altro studiava nel seminario di Salò, un "bandito" di nome Maphio Scolari e alcuni emigrati in Venezia». I ceppi familiari più forti sono quelli dei Leali, Scolari, Zanelli, Cazzonda, Franceschini. La peste dei 1630 provoca la morte di più della metà della popolazione. Dei 34 capifamiglia esistenti nel 1599 ne restano soltanto 19. Di peste muore anche il conte Ettore Magnavino. La ripresa tuttavia è abbastanza rapida e nel 1654 i censiti risultano 32.
Economicamente il paese gravita soprattutto su Salò. Particolarmente diffuso il banditismo anche se nel territorio non si rilevano particolari fatti gravi di sangue. Disagi seri porta al paese, posto lungo la strada regia principale della zona, la guerra di successione spagnola dei primi anni del '700. La sia pur relativamente buona situazione economica accentua nella prima metà del '700 la volontà di indipendenza anche ecclesiale dalla pieve di Manerba, attraverso vivaci polemiche fra i due comuni di Raffa e di Manerba anche a causa dello spostamento a Solarolo della sede plebana. La caparbia volontà del Comune e dei raffesi ottiene il 22 maggio 1767 l'autonomia ecclesiale della pieve e il paese si arricchisce anche di una piccola scuola tenuta da un sacerdote. Sul paese tuttavia hanno riflessi pesanti sia la crisi economica che va travolgendo la Serenissima, sia il susseguirsi di carestie e di epidemie del bestiame e, sia ancora, il fenomeno del "bulismo" che imperversa particolarmente nella zona. Nuovi lasciti vengono incontro alle necessità della popolazione con distribuzione di pane, di sale e di doti matrimoniali. La commissaria istituita per testamento del 1786 da Pietro Zanelli, già console del comune, permette anche di procurare una medico ed un chirurgo per i poveri. Nel 1796 la zona e specialmente quelli che vengono chiamati passi di Raffa, Videlle, Vallene ecc. sono occupati dalle truppe austriache del gen. Quosdanovich che non riescono a fermare l'armata francese di Napoleone che dilaga ovunque. Gravi i danni ai vigneti, nessuno alla popolazione. L'anno appresso, nel marzo, la Raffa registra il passaggio delle truppe valsabbine dirette al saccheggio di Desenzano.
Il paese con la rivoluzione bresciana del 1797 entra a far parte del Cantone del Benaco e poi del Dipartimento del Mella nell'8° circondario di Salò, ma nel 1808, il comune viene soppresso e la Raffa aggregata con Portese al comune di S. Felice. Nonostante le difficoltà e le nuove tassazioni la vicinia, o consiglio dei capifamiglia, continua a vivere e la popolazione gode di una certa tranquillità tanto che il curato-parroco nel 1804 può scrivere «che pel paese della Raffa de miserabili non ve ne sono, che veri poveri non ve ne sono che quattro o cinque famiglie componenti nove, o dieci persone. Onde che s'ha mò da fare s'ha da considerar povere soltanto quelle quattro o cinque famiglie, che come dissi, compongono nove o dieci individui». La situazione è tale che la Raffa può permettersi nel 1807 la ricostruzione della chiesa realizzatasi nel 1824. Non mancano anche segnali di sviluppo economico: Battista Benedetti e Pietro Zanelli vengono, sotto il Regno d'Italia, premiati per l'ottima coltivazione dei loro vigneti. Nel 1813-1814 tornano gli austriaci che si attestano sul colle di S. Caterina e il 16 febbraio si scontrano con un distaccamento franco-italiano. Il colera (nel 1836 e 1855), la mortalità infantile e la tubercolosi seguono gli anni del Regno Lombardo Veneto mentre in compenso si rafforza l'istruzione elementare che trova ospitalità in un edificio scolastico costruito dal curato-parroco don Baldo nel 1821. Nel 1839, su disegno dell'ing. Francesco Novelli, viene realizzata la piazza antistante la chiesa. Movimenti di truppe Raffa registra nel giugno 1859 e, dopo la battaglia di Solferino e S. Martino, ospita in paese i feriti, e, come vuole la tradizione, in un campo chiamato "ospedale" del quale rimane un toponimo alle Videlle. La morte accidentale per arma da fuoco, durante intensi passaggi di truppe specie garibaldine tra giugno e agosto del 1866, del giovane ingegner Antonio Munich porta, grazie ai suoi genitori, un legato per i poveri del paese. Attiva la Congregazione di carità nella quale venne nel 1864 concentrata la Commissaria Zanelli perché non in regola con le prescrizioni di legge. Nella seconda metà dell'800 si sviluppa, assieme all'agricoltura, la viticoltura. Purtroppo era molto diffusa la pellagra, dovuta a carenze alimentari. Nel 1899 elevato era il numero dei pazzi pellagrosi. Ai nuclei familiari più antichi dei Leali, degli Zanelli e degli Scolari verso la fine del sec. XVIII si sono aggiunti i Venturelli che diventano una delle famiglie più importanti. Sempre maggior impulso all'economia locale deriva, oltre che dalla viticoltura, dall'allevamento del baco da seta. I primi anni del secolo vedono opere nuove. Nel 1903 vengono avviati, su progetto dell'ing. Giuliano Massarani, i lavori del nuovo acquedotto e nel 1904 viene inaugurata la fontana pubblica. Nel 1906 viene costruito, grazie all'elargizione della signora Cecilia Brunati, il nuovo cimitero, benedetto il 22 gennaio 1909. Grazie alla stessa benefattrice, Raffa ha anche un suo asilo infantile.
La I guerra mondiale registra soltanto, assieme al contributo di sei caduti, la sosta, la festa di Pasqua del 1917, di mille soldati. Ai caduti viene eretto nella piazza un parco della Rimembranza di sei "rubini". Il primo dopoguerra vede, grazie alla motorizzazione, un crescente sviluppo dell'agricoltura e della viticoltura. Nel 1924 si formò un "piccolo gruppo" fascista che si costituì in sezione soltanto nell'aprile 1926 con segretario Francesco Bertelli. Con R. Decreto del 3 agosto 1928 n. 1984 il Comune di Raffa viene unito a quello di Puegnago. Alla Raffa nel 1941 esistette un campo di Ustascia, cioè di Croati esuli seguaci di Ante Pavelic.
Il secondo dopoguerra vede un lento progresso economico sociale. Nel 1954 viene eretto, su terreno della parrocchia, l'ambulatorio medico. Ma è tutto l'ambiente che nel II Dopoguerra viene toccato. Come scrive Sergio Leali: «Gli sconvolgimenti economici e sociali di questi ultimi cinquant'anni hanno invece agito sulla Raffa in maniera importante. La progressiva marginalizzazione del settore primario dell'agricoltura a favore di un'economia mista artigianale-industriale-turistica e un ampliamento dei mercati delle merci e del lavoro hanno scardinato lo stretto rapporto di sufficienza e necessità che legava il territorio alla popolazione che lo abitava. Acquista importanza dal punto di vista delle localizzazioni la strada statale n. 572. Affacciate su di essa compaiono le prime strutture artigianali e commerciali che, assieme ad altre strutture produttive del circondario, consentono di ridurre entro termini non drammatici il fenomeno dell'emigrazione. Tali strutture a volte assumono particolare rilievo e caratterizzano il nuovo paesaggio della Raffa. Nel 1992-1994 in via Merler, su progetto dell'arch. Alessandro Berther di Gardone Riviera, viene costruito in località Aione un edificio scolastico per tutto il comune. Tra le curiosità è da rilevare la singolare visita, nel giugno 1985, di Matilde Raffa Cuomo e di Maddalena Cuomo, rispettivamente moglie e figlia del governatore dello Stato di New York, Mario Cuomo, colpite dal nome del piccolo centro gardesano e nella supposizione che la famiglia della signora ne sarebbe originaria.
L'ECONOMIA è rimasta agricola fino ad oggi con terreni a prato, o arativi, vitati, con ormai rari gelsi o con ulivi. Diffusa la piccola proprietà, diffusi orti e broli, scomparso l'allevamento del baco da seta. Dagli anni Sessanta si è verificata un'espansione artigianale e commerciale sull'asse della strada statale. Di rilievo la coltura vitivinicola. Già durante il Regno d'Italia erano state introdotte, specie da Battista Benedetti e Pietro Zambelli, nuove tecniche di coltivazione di vigneti e al contempo era stato redatto il più completo catasto. La viticoltura tuttavia si è particolarmente evoluta dalla fine dell'800 mentre nel maggio 1900 vi si costituisce il Consorzio grandifugo. Raffa è andata rivestendo una particolare importanza come sede di grosse aziende vinicole (Pasini, Scolari ecc.) dalle quali è venuto in alcune stagioni (1982 ecc.) il miglior Groppello. Nella coltivazione dell'olivo e nella produzione di olio pregiato si è segnalata l'Azienda agricola Venturelli con mini-oleificio e molte iniziative fra le quali la festa della molitura.
ECCLESIASTICAMENTE il territorio ha gravitato per secoli sulla pieve di Manerba alla quale ci si doveva recare per ricevere i sacramenti. Nella povera e piccola chiesa locale citata negli atti della Visita pastorale "come di nessun valor" nel 1525 veniva celebrata la messa "ogni tanto" per comodità di amministrare i sacramenti agli infermi del luogo. Gli abitanti erano obbligati a frequentare la chiesa plebana. La citata rendita predisposta nel 1601 dal conte di Lodrone con integrazioni della vicinia locale, permette l'assistenza di un cappellano residente la cui presenza viene formalizzata nel 1604 dall'arciprete di Manerba e dal Comune di Raffa. La presenza del cappellano sollecita gli abitanti nel 1617 ad edificare una nuova chiesa, e a rivendicare la possibilità, scrivendo nel 1631 a Roma, di avere il fonte battesimale e la conservazione dell'olio degli infermi. Gli atti della visita pastorale del 18 ottobre 1636 danno l'idea di una situazione di abbandono e di incuria, la chiesa è ancora cadente e il cimitero in disordine. Nuovi lasciti (di Isabetta Scolari nel 1647, e di don Celso Leali nel 1688), rafforzano le rendite per il mantenimento in luogo di un cappellano che viene eletto dal consiglio della vicinia che non omette di esigere da lui, come nel caso di don Girolamo Marchioni, conto degli impegni assunti e della stessa condotta morale. Alla fine del Seicento i sacerdoti presenti sono due, pochi anni dopo tre. Nel 1688 la famiglia Manini di Salò erige alle Videlle una chiesetta dedicata a a S. Antonio di Padova. Determinata diventa nella prima metà del '700 la volontà di autonomia ecclesiale attraverso la creazione di una curazia il più possibile indipendente, potenziata anche dal trasloco della sede plebanale dalla matrice di Manerba a Solarolo, più distante dalla Raffa. Tensioni vivaci fra, la piccola comunità con Manerba portano ai primi riconoscimenti formali del 1720 con il placet dell'arciprete sanzionato nel 1723 da un atto formale. Anche se non definitiva la decisione presa dalla comunità di Manerba di fabbricare la nuova chiesa parrocchiale a Solarolo, e perciò ancora più distante dalla Raffa, complica infatti i rapporti fra le due comunità anche se rafforza le ragioni autonomistiche della Raffa. Il dono delle "insigni" reliquie dei S.S. Vincenzo e Vittoriano da parte del salodiano Giacomo Traccagno, la proclamazione dei due santi a patroni del paese con festa fissata il 22 gennaio, l'erezione dal 1746 al 1749 di una nuova sagrestia e il rinnovo dei paramenti, l'istituzione di nuovi legati per il mantenimento della lampada del S.S. Sacramento portano al decreto vescovile, del 29 maggio 1749, della concessione dell'Eucarestia. Complica la situazione la discussione su chi debba eleggere e mantenere il curato, mentre la popolazione quasi come rivalsa, istituisce nuovi anche se piccoli lasciti e fabbrica una nuova ed ampia casa per il cappellano.
La chiesa assume sempre più permanentemente il titolo di S. Maria della Neve. Nuovi ricorsi e controricorsi portano finalmente il 22 maggio 1767 alla erezione della curazia di S. Maria ad Nives ed alla elezione del curato in Giovanni Giuseppe Dusini. Il decreto del vescovo Antonio Giustiniani riconosce alla comunità della Raffa il diritto di eleggere in perpetuo il curato, il suo obbligo di partecipare e di assistere alle funzioni del Sabato Santo alla pieve, di ricevere i sacri olii e di corrispondere due libbre di cera e due di incenso, con altri obblighi della Pieve e della comunità della Raffa. Vengono nel 1768 precisati diritti e obblighi, redditi e cappellanie e lasciti fra i quali hanno rilievo quelli di don Gregorio Leali (1783) e del console Pietro Zanelli (1876). I curati risultano sacerdoti zelanti e di buon nome anche se modesta è la rendita, la quale non impedisce l'acquisizione di nuove suppellettili. Del resto nel 1803 "quindici cittadini di Raffa costituiscono una rendita, per impinguare le povere entrate della chiesa, che permette nel 1807 restauri e miglioramenti che assieme, e soprattutto grazie alla liberalità di don Isidoro Baldo, sono premesse alla ricostruzione, dal 1824, di una nuova grandiosa chiesa dedicata definitivamente a S. Maria ad Nives. Già nominata come parrocchia nel 1843, il decreto di erezione porta invece la data del 27 maggio 1897. La parrocchia va completando le sue strutture. Agli inizi del 1908 funzionano la dottrina cristiana con l'insegnamento catechistico nella scuola elementare, la Confraternita del S.S. Sacramento, l'oratorio femminile, la Pia Unione delle Madri Cristiane e una Compagnia della Buona Morte. La chiesa viene sempre più abbellita, ma viene anche potenziata la vita religiosa con l'istituzione nel 1922 della Congregazione del Terz'ordine francescano e nel 1948 della Congregazione delle Quarantore. In sviluppo anche l'oratorio maschile. Nel 1969 nasce, per iniziativa del maestro Valerio Bertolotti, il coro polifonico "I Cantori della Valtenesi" che si impone anche fuori parrocchia con concerti tenuti in tutta Italia ed in Germania.
CHIESE.
CHIESA PARROCCHIALE DI S. GIOVANNI B. poi DI S. MARIA DELLA NEVE. Stimata "di nessun valore", piccola e poco arredata negli atti della visita del vescovo Gilberti del 1525, presumibilmente deve essere stata rifatta intorno al 1617. Rimasta in grave disordine ai tempi della peste, venne sistemata intorno al 1637. Un secolo dopo, nel 1749, il vescovo visitatore la trova "molto decente" "ben tenuta", provvista di paramenti", con un tabernacolo "assai nobile dorato". Nel 1807 ne venne programmato l'ampliamento proseguito fino al 1812 (la posa della prima pietra avvenne il 4 marzo) e dal 1824 in poi completamente ricostruita per iniziativa del curato parroco don Isidoro Baldo su disegno dell'arch. Romualdo Turrini di Salò, progetto rivisto e completato dall'arch. Vita di Brescia, e realizzato dal muratore Gianmaria Zerneri di San Felice. Non ancora terminata, venne devastata da un fulmine il 4 ottobre 1831, ma fu presto riparata. Compiuta nel giro di un decennio, venne restaurata e abbellita nella facciata nel 1910 dal capomastro Girolamo Rubelli di San Felice. Più tardi venne arricchita di vetrate da Guido Polloni di Firenze e ancora fu costruita una nuova cupola su disegno dell'ing. Giacomo Lanfranchi ad opera dell'impresa Mario Comini di San Felice, cupola che venne poi coperta in rame. Nel giugno 1997 venne poi consacrata. In questa circostanza furono apposte dodici croci in metallo pregiato realizzate su disegno di Albano Morandi e fu ridefinita l'area presbiterale con la collocazione, seguendo le direttive conciliari, del nuovo altare e del nuovo ambone su progetto dell'arch. Sergio Leali. Durante la consacrazione furono eseguite musiche appositamente scritte dal veronese Antonio Zenon su testi del parroco Ippolito Lavo. Di belle e solenni linee neoclassiche, imponente, la chiesa domina la borgata e i dintorni. Ha 3 altari. Sul maggiore, particolarmente solenne, domina la bella pala di fine '500 raffigurante la Madonna in trono col Bambino ed ai piedi S. Giovanni Battista. Ai lati del trono: a sinistra, i S.S. Carlo ed Elisabetta regina di Ungheria, a destra S. Lorenzo e S. Lucia. Sulla parete destra una pala votiva settecentesca con Cristo che tiene in mano i fulmini, S. Gaetano da Thiene, ai cui piedi vi è un angioletto che tiene un libro nel quale si legge «Placare Domine» e ai piedi devoti contadini che mostrano un loro piccolo e folti armenti. Sulla parete del controrgano sta una bella tela della scuola del Celesti raffigurante la Madonna fra angioletti con ai piedi S. Antonio di P. che contempla nelle braccia il Divin Bambino.
S. ANTONIO DI PADOVA ALLE VIDELLE. Eretta dalla famiglia Marini di Salò, nel 1689 e passata poi, agli inizi del '900, alla famiglia Masperi.
S. GIOVANNI BATTISTA: chiesa esistente nel cimitero.
CURATI - PARROCI. Giovanni Giuseppe Dusini (1767-1778); Francesco Franceschini (1778-?); Alessandro Muscio; Isidoro Baldo di Puegnago (1811-1837); Bortolo Girelli (1837-1843); G.B. Bioni (1843-1861); Angelo Pluda di Virle (1862-1872); Felice Albertini (1873-1902); Andrea Piccinelli (1902-1933); Giovanni Pandolfi (1934-1937); Luigi Bazzuco (1939-1951); Luigi Tonoli (1952-1960); Rizieri Tagliaferri (1960-1972); Giovanni Ippolito Lavo (1972-1997); Guido Varalta (dal 1997).