PRALBOINO

PRALBOINO (in dial. Perboì o Pralboì, in lat. Prata Alboini)

Borgata della pianura orientale bresciana, sulla riva sinistra del fiume Mella e sulla strada Brescia - Leno - Seniga. Comuni limitrofi sono: Pavone Mella, Gottolengo, Gambara, Ostiano (Cr), Seniga, Milzano. È a m. 47 s.l.m., dista 32 Km da Brescia, 22 Km da Cremona, 12 Km da Leno. Ha una superficie comunale di 17,2 Kmq. Sorge sulla parte più alta del territorio, sul Dossello e si estende in Borgo di Sotto, intorno al Castello. Ha un aspetto signorile. Nel sec. XII Pratalboino; nel sec. XIII Prato Albuino. Ha come frazione: S. Maria degli Angeli a SE a 3.24 Km. Le località desunte dalla planimetria dell'I.G.M. sono le cascine Vigna, Rezzano, Gabriella, Fornacina, Belvedere, Carrobbio, Sassetto, S. Antonio, Tavolette di sera e di mattina, Missole, Rebusche, Crocetta, Parco, Fontanili, Malagnini, Bosco, Prato. Inoltre la località Fornace.


ABITANTI (Pralboinesi, nomignoli "sasenacc" o "sasenecc". Singolare il detto: "Chei dè Pralboì quand che i tira la bocia i ciàpa 'l balì"): 3.000 nel 1566, 2.600 nel 1580, 3.000 c. nel 1610, 1.600 nel 1630, 2.000 nel 1637, 1.650 nel 1647, 2.244 nel 1702, 2.301 nel 1707, 2.399 nel 1728, 2.482 nel 1767, 2.370 (1.234 maschi e 1.136 femmine) nel 1797, 3.400 nel 1930, 3.796 nel 1951, 2.882 nel 1961 (pop. attiva 1.124, addetti all'agricoltura 451, addetti all'industria 241, alle costruzione 109, al commercio 136, ai servizi 67, all'amministrazione 68), 2904 nel 1971, 2.544 nel 1983, 2.540 nel 1995. Come stemma venne dapprima assunto quello dei Gambara (sopra, l'aquila bicipite, sotto, il gambero), individuabile in documenti del 1768, ma che venne poi sostituito, a partire dal periodo napoleonico, con un viandante o pellegrino con bastone e sanrocchino in campoverde attraversato diagonalmente da una striscia azzurra stellata. Sopra lo scudetto, ad un solo campo, è posta una corona regale sormontata da una croce. Il nome viene fatto derivare da Prata - Alboini (prati di Alboino) e la leggenda vuole che il re longobardo avrebbe posto nel 563 d.C. le sue tende nel campo detto Regino.


Il territorio è costituito di terreni prevalentemente alluvionali, ricchi di argilla e di lame, creato dalle acque del Mella dilaganti e che, ritirandosi lasciarono, come scrive Bruna Viscardi, depositi sabbiosi-argillosi, con lenti e ciottoli minuti che costituiscono, ora, quel basso e ristretto terrazzo, con ridotte scarpate lungo l'alveo che fiancheggia il fiume e che ancora rispondono al nome di Gerre e Fienile Sassetto (alluvioni antiche). La formazione più antica (fluviale Würm-Riss), è quella a SE del paese alle Tavolette; più recente (fluviale Würm) quella verso N e NE. Il territorio è inoltre ondulato grazie a dossi e dosselli che digradano a partire dal letto del Mella. Come rileva Bruna Viscardi: "Nei documenti antichi ricorrono i termini: "dosso del Ceresotto", "dosso di mezzo", "dos mantuàn", "dosso de Pàvon", "Dossello"; zone appena elevate si alternano con avvallamenti più accentuati in prossimità del letto del Mella". Il terreno formatosi con il ritiro di un mare pliocenico già nelle ere terziaria e cenozoica, venne abitato da Liguri, Celti e Galli e forse Etruschi. A Pralboino in località Polesine come a S. Michele di Milzano, vengono collocate terramare preistoriche, messe in relazione con la civiltà della Polada e con Remedello, travolte, come viene riferito dalla "Cronachetta Benazzoli", del 1660, da piene del Mella. Si suppone che i primi insediamenti umani siano quelli situati alla confluenza con i territori di Pavone e Gottolengo, sopraelevati e ricchi di boschi a differenza di quelli vicini al Mella, paludosi e acquitrinosi. Bruna Viscardi elenca le seguenti località: Polesine: terreno compreso tra due rami di un fiume o di un fosso; Fontana, Canneti, Moie, Laghetti, Lama: acquitrino; Rabiosi: così detto per il suo percorso precipitoso; Nigolere: da nebula o nibula per la natura del luogo basso e soggetto a nebbie; Missole: da misha, macero o da mish, bagnato; ma anche ad una abbondante presenza di boschi; Bosco, Ronchi: terreni disboscati, tagliate: luogo dove si è fatto un taglio di bosco; Hormegatta o Ulmagatta: da olmo; Albani: da albarus, pioppo; Castagne, Nasetto, Ceresotto o Serezole: da cerasus, ciliegio, Rovere, Vernazze: da "vernos", ontano; Gazzo: termine longobardo, per luogo cintato adibito a bosco o riserva di caccia; Fraine: il basso latino aveva "fraicinus" per fraxinus, frassino; Tassere: luogo di tassi; Carobio: per l'esistenza delle piante di Carrubo; Carpeni: carpini. Tali toponimi si ritrovano pressochè invariati nei documenti fino al 1800 allorquando le mappe napoleoniche ce ne illustrano la precisa collocazione. La parte settentrionale del territorio era la più coltivata, mentre a S la zona era più incolta e, verso il Mella, paludosa. Probabilmente, a differenza di altri territori contermini (Seniga, Milzano, Fiesse, Remedello, ecc.), quello di Pralboino, per le condizioni di ambiente non alluvionale, registra rilevanti rinvenimenti per insediamenti preistorici o romani, se non per stanziamenti dispersi. Nel 1985 venne rinvenuta un'ascia finemente lavorata del periodo paleolitico e acheuleano (100 mila anni fa). Battista Gatti ha raccolto la notizia che all'inizio del presente secolo (1908) testimoni oculari durante lavori di sterro e livellamenti affermarono essere state rinvenute armi antiche e resti umani in località «Ronchi». La presenza romana è rivelata da una lapide rinvenuta nei pressi del paese che suona: «Clodiae / Laetae / Mors Mea / Qui Doluit / Posuit Hunc / Titulum Mihi» e cioè «A Clodia Laeta / Colui che si dolse / della mia morte / (a cui la mia morte suscitò grande dolore) / pose questa iscrizione per me». Un'altra tomba romana venne rinvenuta a S. Maria. Più chiaro è il rilievo che ebbe invece il "fundus" che si estendeva intorno ad una villa a Milzano (fundus Mulcianus). Da Galba Servio Sulpicio (5 a.C. - 69 d.C.) coinvolto nelle guerre di successione a Nerone, Battista Gatti fa derivare il nome del fiumiciattolo Galbuggine. Il territorio, accettata che sia la tesi di chi fa combaciare la pieve con il pago, dovette appartenere all'ambito di quelli di Comella. Si potrebbe anche pensare che in epoca di invasioni barbariche abbia avuto un suo ruolo di fortilizio o di luogo di avvistamento e vedetta; mentre a S. Lorenzo, sorse una chiesa molto antica, con un ospizio o una diaconia plebanale posta sulla strada fra le due pievi di Comella e Corvione. Tradizioni locali vogliono che nel 488 d.C. vi si siano stanziati i Goti che avrebbero lasciato il nome a Gottolengo. Il luogo acquistò, a quanto scrisse il Malvezzi, importanza quando Alboino pressapoco nel 563 vi pose il campo, abbandonata Brescia. Da qui il nome, scrive sempre il Malvezzi, di "Pratum Alboini" , e poi di "Pradalboinum". La tradizione vuole che il campo di Alboino sia stato posto sui prati del Regino, dai quali si domina la pianura fino quasi allo sbocco del Mella nell'Oglio. Toponimi di località contermini e ritrovamenti archeologici come alla Cascina Giardino fra Pavone e Pralboino rendono verosimile tale affermazione. Pralboino con Gambara, e il corso del Mella fino a Pavone e Manerbio avrebbe segnato il confine tra Longobardi e Bizantini fino alla caduta di Cremona. Angelo Baronio ha avanzato l'ipotesi che in Pralboino si possa identificare quel "Castronovo" citato in documenti "Cum ecclesia Sancti Andreae" che si incontra in un diploma di Enrico II del 1014. La citazione, nello stesso documento, anche di beni della chiesa "de Prato Albuini", fa avanzare al Baronio l'ipotesi dell'uso di una doppia terminologia: quella usata nella documentazione imperiale e papale e quella più tradizionalmente legata ad un antroponimo di più antiche reminiscenze che forse indicava il locus, mentre il "castrum novum cum ecclesia Sancti Andreae", sembra più l'indicazione di una nuova situazione insediativa conseguente al processo di incastellamento. Sebbene Pralboino non entri nell'elenco dei beni del Monastero di Leno del 958 è del tutto probabile la presenza dei monaci nel territorio di Pralboino e la costruzione come a Milzano, specie ai tempi delle invasioni ungare, di un "castrum" posto a guardia del ponte e della via Francesca, proveniente da Quinzano, Pontevico e diretta al Mantovano. Intorno alla rocca dovette nascere un grappolo di povere case di legno che prese il nome di borgo. È nel "castrum" che fanno perno i "milites" di Gambara ritenuti di discendenza germanica divenuti vassalli del monastero di Leno, grazie, a quanto scrive il Malvezzi, all'impegno assunto da un certo Ancilao o Ansilaus chiamato nel 932, per incarico dell'abate di Leno, a difesa del Monastero e dei suoi beni contro gli Ungari. Nel giro di due secoli i capitani di Gambara pur rimanendo formalmente feudatari erano diventati padroni assoluti di tutte le proprietà di Pralboino, Milzano, Gambara, Verola e andavano estendendo la loro potenza non solo nel Bresciano, dove erano diventati una famiglia potente (v. Gambara, famiglia), dividendosi in più rami ed estinguendosi solo nel sec. XIX.


La tradizione vuole che a Pralboino sarebbe nato nel 1050 Alghisio Gambara distintosi poi nella Lega Lombarda. Accanto ai feudatari Gambara vi sono i "vicini" nominati nella seconda metà del sec. XII. Nel 1183 un Oliviero di Pralboino è presente come testimone in un atto riguardante il monastero di Leno. Nella seconda metà dello stesso secolo le decime sono divise fra il Monastero e il vescovo di Brescia, e a riscuoterle non sono i Gambara ma i signori di Concesio. I Gambara comunque prevalsero sempre più, man mano che il monastero di Leno andava decisamente decadendo. La tradizione vuole che da Gambara, come da Pralboino e Montichiari, Federico II abbia portato via nel 1213 quei prigionieri che immolò poi sotto le mura di Brescia. Lo stesso imperatore avrebbe messo a sacco il paese assieme a Gambara, Gottolengo, ecc. Nel 1230 il castello è saccheggiato e depredato dai ghibellini bresciani e dai cremonesi. Nel 1237 ancora più gravi risultarono il saccheggio e gli incendi operati da Federico II, quando dopo aver minacciato Brescia e distrutto Montichiari, ripiegò su Cremona distruggendo borghi e castelli fra i quali quello di Pralboino e, probabilmente, anche il borgo che si andava formando accanto ad esso. Nel frattempo i Gambara allargavano sempre più le proprietà feudali, tra le quali Milzano e Pralboino. Nel 1281 dall'abate di Leno veniva investito Gilberto Gambara, canonico e vicario vescovile di Brescia assieme al nipote Federico. Nel 1313 trovavano rifugio a Pralboino i fuorusciti ghibellini cacciati da Brescia per aver chiamato Cangrande della Scala. Di deciso orientamento ghibellino Filippo Maria Visconti concedeva, il 3 ottobre 1422, ai Gambara la legittimità dei feudi di Pralboino, oltre a quelli di Milzano e Verola Alghise. Il 5 luglio 1427 il Carmagnola al servizio di Venezia contro i Visconti per stancare il nemico occupava Pralboino da dove ordinava la fortificazione degli altri castelli dell'Oglio e soprattutto Quinzano. Lo stesso Carmagnola vi ritornerà nel 1429 e 1430.


Nulla in pratica cambiò con il passaggio del territorio bresciano dai Visconti alla Repubblica veneta. Questa, infatti, confermò il 3 settembre 1427 ai Gambara, dopo le sottomissioni di Maffeo, Marsilio, Martino e Ludovico, i diritti feudali su Pralboino come su Milzano e Verola Alghise e il titolo di conti. Nel 1437 transitava per Pralboino il duca Francesco Gonzaga e nel 1438 Nicolò Piccinino, inviato dai Visconti alla conquista dei castelli della Bassa bresciana compreso quello di Pralboino; castelli restituiti a Venezia nel 1441. Nel luglio il Piccinino vi passava di nuovo, dirigendosi verso il cremonese, mentre nel novembre ritornava in pieno Venezia. Per affermare tale prestigio Maffeo qd. Brunoro e i suoi fratelli iniziarono presto la costruzione, sul luogo del primitivo "castrum" di un castello, appropriandosi dal 1460 al 1463 sempre più di terre del Monastero di Leno, affermandosi più che come proprietari, come signori, instaurando con servi e coloni sottoposti rapporti nuovi di contratti a livello o in enfiteusi o anche obblighi fiscali. Nel 1473 i Gambara possedevano oltre 1800 piò dei quali 959 appannaggio di Marsilio. I Gambara godevano inoltre il diritto di percepire la "bannalità", ossia le tasse sull'uso obbligatorio del mulino, del forno, delle beccarie, della fornace, del sale, sulla circolazione delle merci o sui pedaggi, il diritto di imporre la taglia ossia di prelevare a loro arbitrio prodotti agricoli o danaro per il mantenimento delle truppe, il diritto di imporre corvées cioè lavori gratuiti. I Gambara avevano il dominio sulle seriole Molina e Santa Giovanna e la metà delle acque della seriola Longhena. E assieme godevano di altri privilegi. Il dominio dei Gambara fu determinante anche sul Comune tanto che quando questo nel 1444 ebbe a decidere di donare ai Minori Osservanti della Provincia di Milano un fondo in Campagnole con la chiesa di S. Agata per erigervi il convento di S. Maria dovette ottenere l'autorizzazione di Brunoro Gambara e di suo figlio Marsilio. Nel frattempo però anche la popolazione seppe rivendicare una sua autonomia erigendo una sua torre civica e una casa comunale già ricordata in cronache del 1481. La torre chiamata "Civica del Pegol" "del Pellegrino", "della pesa", verrà restaurata nel 1984. Nel 1452 a Pralboino si congiunsero con il favore dei Gambara le truppe del duca di Mantova con quelle dello Sforza allo scopo di fronteggiare l'esercito veneto, capitanato da Gentile della Leonessa. L'anno seguente fu di nuovo a Pralboino lo Sforza, al servizio del ducato di Milano, avviato all'assedio di Pontevico. Sempre nell'ottobre del 1453 passò per il paese re Renato. Con i Gambara Pralboino condivise alterne, ma specie nel 1500, sempre più promettenti vicende e affermazioni di rilievo. In effetti a partire dal sec. XVI i signori locali si andarono imparentando attraverso matrimoni, con potenti famiglie quali i Gonzaga, i Pallavicini, i Borromeo, i Campofregosa, i Dal Verme, i Montefeltro, e al contempo alcuni di essi si affermavano come letterati, magistrati, uomini d'armi e cardinali. Da sempre ghibellini i Gambara salirono ancor più alla ribalta con l'arrivo dei francesi nel 1509. Luigi XII confermò ai Gambara il possesso di Quinzano e di Manerbio che aveva sottratto ai vicari bresciani. Ci fu poi anche la spontanea dedizione di Gottolengo. Le vivaci proteste della popolazione indussero il re di Francia a inviare amministratori assegnati dal suo governo anzichè inviare rappresentanti bresciani o gambareschi. E siccome i Gambara si dimostravano più signori che gentiluomini non mancarono, anzi aumentarono le vivaci proteste della popolazione, gravata dalla pesante presenza di contingenti militari sul territorio che crearono crescente miseria e soperchieria. Il 15 marzo 1516 i fratelli Gianfrancesco e Giangaleazzo Gambara ospitarono l'imperatore Massimiliano I, reduce dall'assedio di Asola. E sembra che l'imperatore vi ritornasse una seconda volta. Nel 1521 il paese venne occupato da truppe ispano-pontificie.


Fra i sec. XV e XVI si formò a Pralboino un cenacolo umanistico. L'iniziativa è attribuita a Gianfrancesco Gambara, affiancato dal figlio Lorenzo (1496-1586) e dai cugini Violante e Veronica (1485-1550) autori di opere letterarie. Gianfrancesco ambasciatore a Roma di Massimiliano d'Austria (che lo spinse agli studi aprendo il suo castello-palazzo a letterati e linguisti, come Mario Nizoli, Francesco Stoa, ecc), piantò un torchio dal quale nel 1534 uscirono opere di prestigio quali "I comodi della vita" di Pier Crescenzio e "Lexicon o Thesaurus Ciceronianum" dell'umanista parmigiano Mario Nizolio o Nizzoli che ebbe lunga fortuna; venne considerato, con il più celebre Calepino, uno dei primi dizionari della lingua latina ed ebbe numerose edizioni nei secoli XVI-XVIII. La stamperia pubblicò inoltre l'"Anguis" di Cesare Nizoli, le "Observationes in M.T. Ciceronem" ecc. Tale attività tipografica richiamò nel 1551 a Pralboino il celebre Paolo Manuzio. Lorenzo Gambara, figlio di Gianfrancesco pubblicò un poema sull'impresa di Colombo; opera considerata fra le prime del genere. Inutile rilevare la fama di letterata e poetessa che ebbe Veronica Gambara. Sempre nel '500 ebbero rilievo i grecisti Bartolomeo e Pietro Rositini che tradussero nel 1545 in "vernaculam linguam" le opere di Aristofane. Il secondo, medico, pubblicò anche un "Trattato del mal francese". Sempre nel '500 si distinse Dionisio Boldo, architetto civile e militare, cui è attribuito il progetto del palazzo di Castel Merlino di Verolanuova. Di rilievo, sul piano ecumenico e sociale, la presenza di ebrei nel 1566. A metà del sec. XVI sorse a Pralboino un'Accademia letteraria. E già nello stesso secolo esisteva anche un maestro di scuola.


Ma, purtroppo, accanto alle rose della letteratura e degli studi, ci furono anche spine. Nel 1530 infatti il conte Achille Lodrone, nipote di Bartolomeo Colleoni, trasferitosi con la madre vedova a Leno, partecipò ad una rissa avvenuta in Pralboino, nella quale cadde morto un contadino. In seguito a ciò il nobile dovette espatriare prima a Parma e poi a Udine. Come ovunque, si ripetevano disastri naturali come le alluvioni del novembre 1549, e le pestilenze, fra le quali gravissima quella del 1576-1577. Avvenimento di singolare rilievo fu la visita apostolica di S. Carlo Borromeo. Funesto fu l'anno 1630. La settimana santa vide l'invasione di truppe dei Gonzaga di Mantova i quali, per attriti con Umberto Gambara, conte di Pralboino, assediarono il convento di S. Maria dove il Gambara si era raccolto in preghiera. A difenderlo sopravvennero Giangiacomo Benazzoli, cavaliere di Malta e provetto spadaccino con molti pralboinesi armati che si scontrarono con il Gonzaga sulle rive del Galbuggine. In una cronaca si legge che fu lagrimevole spettacolo il vedere migliaia di persone consumarsi a poco a poco e morire miseramente per mancamento di viveri... Ma la peste del 1630 mietè a Pralboino 35 persone al giorno per complessive 700 vittime circa (secondo Giangiacomo Benazzoli le vittime furono 1.375), dimezzando in pochi mesi la popolazione. I cadaveri vennero sepolti in una fossa comune ai Polesini. Oltre alla peste il 25 settembre 1630 il paese e il territorio subirono devastazioni e incendi da parte di circa 700 lanzichenecchi a cavallo, provenienti dal Cremonese. Superata la peste del 1630 Pralboino andò via via sviluppandosi fino a quando assunse nel giro di pochi decenni la struttura urbanistica che ebbe fino a pochi anni fa. Sorsero nel Borgo di mezzo per iniziativa di Guerriero Gambara il "palazzo degli arazzi" poi palazzo Sironi; per iniziativa del conte Nicola la chiesetta della Madonna della Neve, e nel 1684 la chiesa del Suffragio. L'estimo del 1641 attribuisce al Comune non poche case e appezzamenti di terreno. I Gambara possedevano 1.517 piò di terra, contro i 3.000 piò dei contadini, molto frazionati, salvo le proprietà degli Arienti (235 piò), i Robba, i Foresti, i Cigala, i Mantelli, i Benazzoli, i Bassini, i Cosio, i Regazzi, i Faita, i Fasano, i Longini, i Martinelli, i Boni. Alcuni di essi, come Ludovico Arienti, Cristoforo Gosio (o Cosio) ed altri, possedevano addirittura beni in città. Moltissimi cognomi che incontriamo nell'estimo delle terre di Pralboino del 1641 esistono ancora oggi. Non potendoli riportare tutti, vogliamo segnalare i più diffusi (quelli con l'asterisco risalgono al 1.500): Arcari, Alghisi, Borgogna, Boni*, Bassini, Bariani, Bertoni, Bonizoli, Borghetti, Comincini*, Cortesi, Cosio*, Cavalli, Faita (il soprannome "minu" dato a questa famiglia risale al '600), Foresti*, Filippini*, Gobbi, Gorini, Galimberti, Gogna, Longini, Mantelli*, Moreschini, Martinelli*, Olivetti, Pilenghi, Premi, Rossi, Ruggeri*, Tassoni, Tira, Trebiglio*. Comunque nonostante la presenza del feudo dei Gambara, il paese non potè sottrarsi ai gravami imposti dalla Serenissima che il 28 gennaio 1671 ribadiva il dovere di contribuire "a tutte le gravezze" comuni al territorio bresciano comprese anche quelle per i "caratare" oltre all'obbligo di non potere ricusare l'alloggio della milizia. Due anni dopo, un decreto del 25 febbraio 1673 ribadiva che non vi si potessero alloggiare ebrei. Non mancarono nuovi momenti di guerra. Nel gennaio 1702 Pralboino scampò da un nuovo stanziamento di truppe imperiali quando Eugenio di Savoia visitò il paese e la zona con l'intenzione di accamparvi il suo esercito onde far fronte ai francesi che puntavano su Pavone. Trovati i "luoghi" poco favorevoli e poco adatti ripiegò su Canneto. Ma il 15 maggio dello stesso anno il principe Eugenio tornò a Pralboino e vi pose per qualche tempo il campo. La guerra di successione si concluse per Pralboino nel 1705 ad Ostiano, con la fucilazione non si sa per quale motivo, di nove pralboinesi e di due milzanesi su 24 arrestati. Nonostante la crescente crisi economico-sociale della Repubblica Veneta, Pralboino registrò un notevole progresso grazie agli investimenti di capitali di famiglie cittadine nella terra, e allo sviluppo della bachicoltura (che si vuole introdotta nel bresciano da Alda Gambara e della nipote Dorotea egli inizi del '500). Segno di tale sviluppo fu l'ufficializzazione il 21 marzo 1777 del mercato del venerdì che ebbe vasto nome sanzionato dal detto molto conosciuto: "Tre fomne 'n canarì i fa 'l mercat de Pralboì". Vennero costruite chiese, palazzi e case. L'estimo del 1750 dimostra lo sviluppo del paese specie per la presenza di artigiani, di professionisti, di preti mentre la potenza dei Gambara andava declinando (salvo l'impennata della costruzione del nuovo palazzo), fino a scomparire del tutto. Epigono della casata, ma molto noto (famigerato) per fama fu il conte Alemanno (v. Gambara Alemanno), bandito per i suoi delitti e soperchierie di tale gravità che nel 1782 costrinse la popolazione a ricorrere, per far valere le sue ragioni contro il giovane conte, al Doge di Venezia che lo condannò al bando. Con lui scomparvero gli altri Gambara fra i quali Carl'Antonio ed Eleonora sposa ad un Griffoni di S. Angelo. Il conte Francesco qd. Alemanno fu tra i più accesi sostenitori della Repubblica giacobina del 1797, ma più tardi, ridotto in povertà, si dedicò agli studi morendo nel 1848.


Sotto la Repubblica cisalpina (luglio 1797), Pralboino entrò a far parte del II Cantone, III Distretto del Dipartimento del Mella. La soppressione del convento di S. Maria degli Angeli, il controllo e il depauperamento delle confraternite religiose non alimentò le finanze pubbliche. Venne costituita la Guardia Nazionale affidata al capitano Giuseppe Mosconi. Era composta da quattro plotoni con due squadre (20 uomini) ciascuno con a capo un sergente. In essa vennero reclutati combattenti per la campagna napoleonica in Russia nella quale morì, fra gli altri, nel novembre 1812 il ventiquattrenne Giuseppe Morelli (n. a Pralboino il 19 gennaio 1788), Guardia d'onore di Napoleone. Tra i personaggi di rilievo dell'epoca è da ricordare il sindaco per 18 anni Giovanni Paolo Capitanio (morto nel 1848 a 80 anni). In seguito all'imposizione (5 settembre 1806) di seppellire i morti fuori dall'abitato, nel 1820 nacque il cimitero su progetto di Rodolfo Vantini in località Croce, dove esisteva già una santella e dove venne eretta una chiesa. È del 31 maggio 1821 il contratto di appalto per la costruzione della strada Pavone - Pralboino su progetto dell'ing. Pietro Corbolani. Nel frattempo acquistavano un ruolo di rilievo famiglie come i Morelli (presenti sul territorio fin dalla fine del Seicento), i Mazzardi, i Capitanio, i Bellandi e altri. Si sviluppavano intanto filature e tessiture, manifatture di lino e di seta, fra le quali la R. Fabbrica privilegiata A. Bellandi e la F.lli Morelli fu Pietro. Vennero aperte nuove botteghe mentre famiglie di grossi proprietari terrieri come quella dei Morelli e poi quella degli Strada assieme al duro lavoro dei braccianti avviavano radicali opere di bonifica. Benemerita nell'assistenza ai colerosi del 1836 fu la contessa Eleonora Gambara Griffoni Santangelo, qd. Gianantonio. Sempre più intensa la partecipazione dei pralboinesi alle vicende risorgimentali. Agli avvenimenti del 1848-1849 presero parte Agnelli Antonio, Bassini Paolo, Battaglia Pietro, Benazzoli Giacomo, Dilda Evangelista, Faita Stefano, Galimberti Ulisse, Mondetti Giuseppe, Papa Fausto, Rizzi Antonio, Tonoli Francesco, Zasio Emilio. Nel 1848 ritornò in auge anche la Guardia Nazionale. Particolare l'impegno di Evangelista Dilda, disertore dell'esercito austriaco e poi ufficiale dei carabinieri. Nelle "Dieci Giornate" (1849) si distinsero Andrea Giacomo Benazzoli, Evangelista Dilda, Ulderico Emilio Zasio, poi arruolatosi fra i volontari garibaldini nel 1859, fra i Mille nel 1860 e fra le Camicie rosse nel 1866. Dopo dieci anni, funestati da dolorosi avvenimenti come le carestie, le malattie dei bachi e il colera del 1855, nel maggio 1859 Pralboino visse nuovi momenti difficili. Nella ritirata seguita alla sconfitta di Magenta, le truppe austriache compirono atti di vandalismo e violenze; esse erano ancor più irritate dal fatto di aver trovato sotto l'albero "el mass de magio" eretto l'1 maggio nella piazza, la scritta "Viva la libertà e fuori gli austriaci" e di constatare come, all'annuncio del loro arrivo fossero stati nascosti nei boschi, nei pagliai e nei fienili gli animali e le derrate alimentari. Il sindaco, Giovanni Zasio, venne preso a calci da un erculeo ufficiale austriaco che, caduto poi il 24 giugno sul campo di battaglia, verrà indicato in un grande scheletro conservato ancor oggi nel Museo di Solferino e S. Martino. Alla battaglia di Solferino e S. Martino parteciparono i pralboinesi: Giovanni Foresti, Alessandro Mazzari, Antonio Rizzi, Andrea Zeli, Emilio Zasio. Larga fu l'assistenza che Pralboino prestò ai soldati malati e feriti provenienti dal campo di battaglia. Segnalati il medico Vincenzo Barchi e la signora Domenica Arici Morelli che mise a disposizione per il loro trasporto cavalli e mezzi di vario genere aprendo a circa quaranta di loro la sua casa, sulla quale verrà poi posta la seguente iscrizione: "In questa casa - dopo la battaglia di Solferino e S. Martino - 24 giugno 1859 - vennero raccolti e risanati - circa quaranta feriti - italiani, francesi ed austriaci - per concorso spontaneo dei pralboinesi - auspice e vigile pietosa - Domenica Arici Morelli - Nel Cinquantenario - 1909". La maggior parte dei feriti trovò ricovero nella chiesa di S. Rocco. Non mancarono segni positivi di progresso. Una lapide tombale del 1860 ricorda il maestro Pietro Costa, maestro "per 40 anni e più". Fra gli altri insegnanti verranno ricordati, come rileva Battista Gatti, i maestri Teresa Penocchio, Teresa Comincini, Nino Chiodi e altri. Nel frattempo si andava riscaldando anche il clima politico. Fra i primi ad animare politicamente il paese il capitano Romualdo Bassini che si adoperò a dar vita ad un attivo gruppo del Partito d'Azione. L'impresa dei Mille (1860) contò Giovanni Foresti, Emilio Zasio e Pietro Gambassi, caduto a Milazzo all'età di vent'anni il 26 luglio 1860. Le altre imprese degli anni 1860-1861 videro impegnati Giuseppe Codazzi, Davide Cavalli, Giuseppe Cavalli, Giovanni Ferrari, Giovanni Foresti, Alessandro Mazzardi, Pietro Molinari e Francesco Molinari, Antonio Rizzi, Giacomo Scaglia, Emilio Zasio. Alla campagna del 1866 presero parte i pralboinesi: Giovanni Barchi, Girolamo Ferrari, Pietro Galimberti, Pietro Morelli, Pietro Molinari, Alessandro Orsi, Tiziano Tempini, Emilio Zasio. Grazie a questa presenza e allo sviluppo economico-sociale Pralboino si credeva in grado nel 1861 di avanzare la domanda con i comuni di Alfianello, Milzano, Seniga, Fiesse, Gambara, Gottolengo e Pavone di costituire un Mandamento facente capo a Pralboino. Ma la domanda non venne accolta. Fra i segni di risveglio sociale e anche culturale sono da ricordare nel 1865 la fondazione da parte di Aurelio Migliarini (Besozzo, Varese 1838 - Pralboino 1872) della Banda e Scuola Musicale. (La Banda durò fino al 1915 e riprese poi nel 1925 per interessamento di Gabriele Milanesi e di Riccardo Acerbi); l'istituzione nel 1870 da parte del Comune assieme a Ignazio Morelli e alla madre di lui Domenica Arici, vicino a S. Lorenzo del primo asilo infantile, come ricordano due lapidi che suonano: "Ignazio Morelli - Con intelletto di amore - Ordinò, ideò resse e soccorse - In vita ed in morte - Questo asilo per l'infanzia - La giunta amministratrice - Volle scolpire in questa lapide - Il nome del benemerito cittadino - Con desiderio di potergli erigere - Più degno monumento MDCCCLXXXVII". E la seconda: "Benedetti sempre i nomi - di Domenica Arici Morelli - e dei figli di lei cav. Avv. Pietro Morelli - Amadio Morelli - cav. Ing. Luigi Morelli - che virtuosi caritatevoli in vita - per cospicuo legato - beneficarono i bambini di Pralboino la commissione dell'Asilo per l'Infanzia pose". Lo stabile ospitò anche le prime tre classi elementari e in seguito le classi IV e V, chiamate di "secondo grado". Ad esse, seguirà agli inizi del '900 un corso triennale del quale furono insegnanti le maestre Timelli, Cossandi, Bassini, Grammatica ecc. Nella lotta oltre che al colera (1865) anche alla pellagra si distinse il dott. Vincenzo Barchi che promosse lo Stabilimento Bagni installato nell'ex chiesa di S. Rocco e del quale fu presidente don Giovanni Robba (1829-1894) e segretario Carlo Barchi. Segno inoltre di risveglio economico fu la Fiera, memorabile quella dell'1 novembre 1870. La presenza di devoti garibaldini e di seguaci di Zanardelli portò nei primi decenni dell'Unità d'Italia ad una prevalenza della tendenza liberale democratica della quale furono esponenti Ignazio Morelli, il dott. Paolo Chinca, i Talamoni, ecc. Intonata a tale tendenza politica fu la fondazione avvenuta l'1 giugno 1876 della Società Operaia di M.S. La Società, come sottolinea B. Gatti, nel 1881 inaugurava la bandiera con l'effigie di Garibaldi, dipinta da Luigi Campini. Con elementi di Milzano, i liberali di Pralboino, il ten. Mazzardi ed Enrico Strada nel 1890 fondavano la Società consorziale del tiro a segno. Fra le realizzazioni più importanti fu nel 1880 la costruzione del ponte sul Mella fra Pralboino e Milzano. Intanto si accendevano le lotte sociali e nel giugno-luglio 1882 si verificava a Pralboino uno dei primi scioperi agrari. Ad essi rispose un accentuato progresso economico-sociale segnato da sempre più ampie bonifiche iniziate nel 1875 da Ercole Strada, dai Morelli e da altri coraggiosi imprenditori. Nel 1886 oltre a quella detta del Bersaglio venne aperta la Fontana Zeli. Nel 1887 venne lanciato il progetto di una tranvia Brescia, Pralboino, Asola da congiungersi ad Ostiano con quella per Cremona. Nell'ambito delle opere di bonifica fece sensazione il 18 settembre 1893 l'uccisione di Luigi Strada figlio di Ercole Strada da parte di certo Antonio Molinari, detto Cagnara, mentre eseguiva misurazioni in un campo. Alle inquietudini economico-sociali davano risposta nuove iniziative. Il 22 dicembre 1894 su proposta di 16 soci, nella casa parrocchiale, per iniziativa del curato don Giuseppe Cominoli, veniva fondata la Cassa Rurale di depositi e prestiti che nel 1906 raggiungerà 143 soci e, nel 1909, 186 soci. Chiuderà i battenti nel 1925. L'affermarsi di un timido ma volonteroso movimento cattolico coincise con il declino dello zanardellismo e l'affermarsi dei liberali moderati. Sempre nel 1894 infatti dalla bandiera scomparve la figura di Garibaldi che lasciò il posto alla scritta: «Società operaia ed agricola di Pralboino». Nel frattempo si ripeteva il contributo alle vicende nazionali. Nel 1896 a Adua morivano Cesare Migliavacca e Domenico Mor. All'impresa africana parteciparono, inoltre, Antonio Bassini e Luigi Barchi. Nel 1879 venne realizzato su progetto ideato dall'ing. Giuseppe Morelli, continuato e arricchito dall'arch. Tombola, il nuovo cimitero, nel quale ebbero rilievo le tombe Morelli (con una scultura del Ghidoni), Strada, Mazzardi, Chinca, Mosconi, Zeli e Rizzi, ultimato nel 1879-1898. La cappella del cimitero venne adornata di un quadro dell'avv. Pietro Morelli raffigurante la Fede. Nel 1897, Pralboino, su progetto dell'ing. Achille Strada apriva nell'ex chiesa di S. Rocco una stazione bagni per pellagrosi e poveri considerata subito fra le migliori. Nel frattempo entravano in funzione i pozzi artesiani e venne allargato il cimitero. Nel 1900 si formava una società per azioni allo scopo di fornire, traendone la forza dalla roggia Pavona, energia elettrica per i paesi di Pralboino, Milzano, Pavone Mella e Cigole. Nel luglio 1909 era già attiva la Società Sportiva Pralboinese con sezioni del football e ciclistica che tra l'altro nel luglio 1910 organizzava il Campionato Ciclistico Pralboinese, vinto dal corridore Dilda. Sempre nel primo decennio del secolo XX si ebbe una reviviscenza del partito democratico-zanardelliano che vide nel luglio 1902, per iniziativa di Barchi e Foresti e sotto la presidenza dell'avv. Alessandro Ceriani, un fascio democratico che sfociò l'11 novembre 1912 nella fondazione del Circolo democratico Emilio Zasio. Ad esso aderirono l'avv. Paolo Mazzardi, Ignazio Morelli, Federico Ottolini, i fratelli Arnaldo, Giovanni e Luigi Foresti, il notaio Archimede Mozzinelli, Carlo Acerbi, il maestro Penocchio, Faustino Micheletti, Luigi Guindani ecc. Tale risveglio nelle elezioni amministrative parziali del dicembre 1912 portò il partito democratico ad un significativo successo. Il 19 ottobre 1913 il Circolo, che aveva raggiunto il numero di un centinaio di soci, inaugurava la propria bandiera.


Nel frattempo e specialmente nel 1912-1913 si faceva sempre più attiva ad opera di Senofonte Entrata, la propaganda socialista. Il deciso orientamento anticlericale e di sinistra di tale raggruppamento spinse moderati e cattolici ad allearsi e a rovesciare, nel 1914, l'amministrazione, portando a sindaco Luigi Bassini. Nel frattempo nel 1912, su area di proprietà Robba, veniva eretto il Ricovero vecchi potenziato da benefattori ricordati con una epigrafe. In seguito, grazie a Giuseppe Longini e alla moglie Domenica Danieletti, sorse il "Cronicario Longini" arricchito poi da cospicui lasciti della famiglia Morelli e del ramo Morelli residenti a Verolanuova ricordati in un cippo. Il 25 ottobre 1914 veniva inaugurata l'elettrovia della Bassa Bresciana, derivazione della Società Elettrica Bresciana, con percorso Brescia, Gambara, Gottolengo, Pralboino, Ostiano. L'1 novembre seguente l'inaugurazione della rete telefonica eseguita dalla Ditta ing. Bormida di Milano. Riunioni tenutesi nel dicembre 1914 sostenevano la creazione di una tranvia Pralboino - Seniga - Cremona. Nel 1914 per iniziativa del pittore e fotografo Giuseppe Galofaro funziona una scuola di disegno. Il rovesciamento della maggioranza coincise con un rilancio sempre più accentuato del movimento cattolico che ebbe il suo momento solenne nella celebrazione avvenuta il 10 maggio 1914 del 20° della Cassa rurale e del 25° di sacerdozio del prevosto don Badinelli. Per la circostanza tra gli altri fu oratore Giuseppe Speranzini un acceso "migliolino" cremonese. Negli stessi anni i pralboinesi partecipavano alle vicende nazionali. Nella guerra italo-turca (1911-1912) furono coinvolti sette pralboinesi, mentre nella prima guerra mondiale i caduti furono 26 e i morti per malattia contratta in guerra 22. I primi mesi del dopoguerra videro la realizzazione di alcune opere importanti. L'aumento della popolazione obbligò l'amministrazione comunale a decidere il 16 giugno 1920 un ampliamento su progetto dell'ing. Giuseppe Alberti, dell'arch. Tombola e dell'ing. Dabbeni, del cimitero. Le opere di decorazione in getto di cemento vennero compiute dalla ditta Achille Maccabiani di Brescia. Vennero inoltre costruite nuove cappelle mortuarie. Sempre nel 1920 venne eretto un monumento ai caduti. Ma nel frattempo la situazione politica sociale ed economica si faceva incandescente. Pralboino venne nel giro di pochi mesi considerata una "roccaforte socialista" e si trovò al centro di agitazioni agrarie sempre più vivaci che culminarono il 23 marzo 1920 con l'uccisione durante una dimostrazione di braccianti nella cascina di S. Maria, di Giuseppe Zanoni figlio di un affittuale dei Bertazzoli. Nell'ottobre 1920 si affermava l'amministrazione socialista dimissionaria nel luglio 1921 e che nel dicembre 1922 veniva soppiantata da una lista di moderati concordata con il fascismo locale. L'istituzione nell'aprile 1923 di un corso premilitare promosso dalla Società di tiro a segno; l'inaugurazione il 24 maggio 1925 del Parco della Rimembranza e la consegna della bandiera italiana nelle scuole furono il segno di nuovi indirizzi politici. Essi coincisero con la piena prevalenza del fascismo. Il clima politico e sociale si andò infatti riscaldando ancor più con la costituzione il 20 marzo 1921 su iniziativa di Antonio Breguti del Fascio locale, di cui fu primo segretario Gualtiero Porro. In scontri con i socialisti venne ferito Pietro Molinari, mentre altri due fascisti furono incarcerati. Nasceva poco dopo la squadra "La Disperata" di cui fu primo comandante un contadino, Giuseppe Scaglia, e che partecipò a numerose azioni squadriste a Brescia e nei paesi limitrofi. Nell'agosto 1922 si intensificarono incidenti tra fascisti e socialisti. Quattordici pralboinesi ebbero la medaglia della marcia su Roma.


La vivacità della lotta politico-sociale non cancellò segni di progresso. Nell'aprile 1921 in casa Acerbi veniva inaugurata la succursale della Banca Cooperativa Bresciana; nel settembre dello stesso anno dopo l'inaugurazione del tronco tranviario Brescia-Ostiano veniva lanciato quello di Pralboino-Seniga-Cremona. Venivano inoltre incrementate opere assistenziali. Nel luglio 1921 la Congregazione di carità riapriva i bagni e nel 1924 diventava realtà, grazie al concorso con l'Istituto Elemosiniero e di Teresina Bresciani Porro in memoria di Giovanna Robba, il nuovo ospedale eretto su progetto dell'ing. Cacciatore padre e figlio, diretto dal dott. Giuseppe Bazzana e affidato alle Ancelle della carità. Il 25 novembre 1927 verrà inaugurato il nuovo Ricovero di mendicità intitolato alla Sacra Famiglia, eretto da Lorenzo Metelli, prima che prendesse il saio. Le tensioni politiche e sindacali portarono ad un periodo di commissariamento prefettizio che sfociarono nel gennaio 1923 con la nomina a Sindaco dello stesso commissario, l'avv. Pietro Mazzardi. E intanto continuavano nel gennaio 1924 violenze fasciste, mentre debole rimaneva la presenza del partito comunista che contava 14 militanti. Nel 1924 veniva aperta la nuova sede dell'Agenzia della Banca Popolare di Cremona, promossa da Ignazio Comincini e Teodoro Barchi. Nel 1925 chiudeva con un notevole disavanzo e in ragione di una pressante concorrenza la Cassa Rurale, il cui deficit venne reso attivo in massima parte dalla Curia vescovile. Si andavano inoltre affermando la Banca Perlasca, il Credito Agrario Bresciano (per merito di Carlino Acerbi e di Defendente Gibellini).


Un R.D. del 28 giugno 1928 decretava la fine dell'autonomia comunale di Milzano e la sua aggregazione l'1 agosto 1928 al Comune di Pralboino. Gli anni di normalizzazione che seguirono l'affermazione del Regime fascista vennero segnati da una sempre più decisa opera di bonifica che nel 1929 si avvantaggiava della realizzazione su progetto dell'ing. Leonardo Malfassi a Milzano di una Centrale idrovora consorziale per fornire acqua a 1300 piò di terra a S di Pralboino, compresi i territori di Seniga e Alfianello. Nel settembre 1931 veniva inaugurato un canale artificiale costruito per l'irrigazione di vasti territori di Leno, Milzanello, Gottolengo, Pralboino, Pavone, Gambara. A coronamento delle vaste opere di bonifica il 15 ottobre 1935 Pralboino dedicava una via a Ercole Strada. Nel febbraio 1933 si tentò di riprendere il servizio tranviario sospeso da tempo e limitato fino a Leno. "A Pralboino, ha scritto B. Gatti, il regime fu vissuto nell'alveo di tutti i momenti, orchestrati dal Segretario del Partito di concerto con il Podestà. Questi era, per la maggior parte, rappresentativo, però dispotico nei suoi compiti. A Pralboino, scrive il Gatti, entrambi agirono sempre bene e con buon senso. Il Federale nominava il Segretario ed il Prefetto il Podestà. Per molto fu segretario Gabriele Milanesi, poi Antonio Braguti; furono Podestà Pietro Mazzardi, Paolo Mazzardi, Morandi Ernesto, Foresti Giuseppe, Raggi Luigi e Zani Carlo, al tempo della Repubblica di Salò (R.S.I.)". Nel 1933 per merito di p. Vincenzo Zazio e di Elvira Zamer venne aperta a Pralboino la prima scuola secondaria della Bassa bresciana. Un primo abbozzo di essa, ad opera del comm. Alessandro Ottolini nella sua casa di via Garibaldi era già avvenuto attraverso corsi preparatori per l'esame d'ammissione alla scuola media. Autorizzata nel 1934 dal Provveditorato agli studi, nel 1937 divenne Istituto Tecnico, intitolato a Guglielmo Marconi, per trasformarsi nel 1940, in seguito alla riforma Bottai, in Scuola Media Unica, affidata però al Comune e divenuta poi nel 1950, sotto la direzione del prof. Ugo Vaglia, statale. Nel 1935 venne allungato il teatro comunale. Nel 1938 veniva inaugurata la Colonia elioterapica "Luigi Tempini". Nuovi sviluppi nel 1940 ebbe la tenuta di Santa Maria passata in proprietà ai Palazzoli con grandi allevamenti di bestiame e caseificio. La II guerra mondiale richiese 13 caduti e 14 dispersi, con inevitabili gravi disagi per la popolazione. Ma vi furono anche notevoli spiragli e segni di umanità e solidarietà umana. Dalla fine del 1941 e dagli inizi del 1942 il paese ospitò, mantenendo con loro buoni rapporti, sei ebrei non italiani (due ospiti nella casa di riposo, quattro in stanze d'affitto a Milzano). Arrestati il 7 gennaio 1944, portati nelle carceri di Brescia, poi in campi di concentramento italiani e tedeschi, di essi uno solo sopravvisse. Significativo anche il fatto del quale fu protagonista Lucia Timini che nel 1943-1945 custodì la bandiera del 7° battaglione Alpini Feltre che le era stata affidata a Mantova da soldati catturati dai tedeschi ed in procinto di essere condotti in campo di concentramento. Tra essi il di lei marito che era andata a salutare. Nel dicembre 1944 Pralboino visse terribili momenti. Dopo l'incursione aerea del 2 dicembre che era passata senza lasciare particolari danni o vittime, micidiale fu quella del 4 dicembre. Poco dopo mezzogiorno otto cacciabombardieri anglo-americani sganciarono una trentina di bombe, provocando lo sterminio di una intera famiglia: quella di Battista Giacometti (a. 36) con la moglie Ida Toniati (a. 35), i figli Primo (anni 7), Caterina (anni 5), Francesca (anni 2), Antonietta (di pochi mesi). Venne uccisa anche Laura Galimberti di 21 anni. Nel 1944 Gaetano Federici, Melchiorre Foresti, Ersilio Porro e don Vincenzo Zazio diedero vita al movimento clandestino della Resistenza reclutando giovani nella Brigata Fiamme Verdi "Tita Secchi" la cui formazione locale, il 25 aprile 1945, occupava il paese e presidiava il ponte sul Mella. Un gruppo si scontrava il 26 aprile con un reparto tedesco in località Campagnola lasciando sul terreno Franco Casadio. Due altri patrioti, Luigi Ferrari e Carlo Merigo, cadevano nello stesso giorno in uno scontro con due tedeschi, assieme a Giulia Mantelli Pietta colpita mentre si affacciava ad una finestra della sua casa. In scontri succedutisi il 27 aprile sul ponte del Mella cadeva Antonio Amidani. Scontri avvennero anche il 28 aprile. Altri scontri ebbero luogo a Milzano (v.) allora appartenente al Comune di Pralboino. Intanto si era costituito il CLN locale che ebbe sotto la presidenza di Tullio Federici tra i suoi rappresentanti Ersilio Porro, Melchiorre Foresti (uscito dalla clandestinità), p. Vincenzo Zazio ed altri. Il primo sindaco è Melchiorre Foresti, cui segue Alessandro Posi. Nel 1946, sotto la presidenza del prof. Battista Gatti e la direzione di Paride Materossi, riprende vita la Banda musicale che continua tuttora la sua attività. Già nel 1946-1947 funziona una scuola serale di indirizzo tecnico-agrario dipendente dal Consorzio provinciale dell'istruzione tecnica. Nel febbraio 1948 Milzano otteneva la sua autonomia amministrativa da Pralboino. E intanto si accendevano sempre più le lotte politico-sociali che ebbero il loro epicentro specialmente in S. Maria che vide scioperi e scontri vivaci tra opposte fazioni. Ma non mancarono costanti segni di progresso. Intorno al 1950 vennero istituiti corsi popolari statali, assieme a Centri di letture. Si aggiunsero scuole integrate con maestre di sostegno, ecc. Il mercato del venerdì e la vivace attività economico-sociale si rivelano ancora negli anni '50, considerato il numero di ben dodici osterie, fra le quali particolarmente citabili le "Due lance", il "Cavallino", la "Lanterna" di Angiolino Rotelli, il "Barchi", l'Arcibaldo" e i bar "Corte del re", "Impero", "Alboino", "del Pellegrino". Nell'alternarsi di maggioranze politico-amministrative Battista Gatti, che ne fu tra i principali protagonisti, ha così riassunto i termini di riferimenti del progresso economico-sociale: "Ciò che si vede nel paese è fuor di discussione; per avallo elenchiamo le opere sperando di non incappare in dimenticanze. Cominciamo dagli edifici scolastici nuovi e dalle abitazioni, singole o in condominio, poi: la palestra, il centro polisportivo, la casa di riposo, la caserma, l'ampliamento del camposanto, l'acquedotto, le opere igieniche, le strade, la biblioteca, l'acquisto del palazzo Morelli per servizi vari e culturali (dal 1995 è sede della biblioteca), l'assistenza in genere, il sostegno alla banda, il riattamento del teatro, la Direzione Didattica, il centro-artigiano-industriale. Tutti gli altri servizi negli uffici e che nascono ogni giorno dalle istanze dei cittadini: burocratici e tecnici, soddisfatti anche dalle varie commissioni e dai loro responsabili. Va aggiunto che tra le forze politiche pralboinesi vi furono sempre rapporti civili per gli intenti comuni, senza tensioni significative". Fra gli avvenimenti, se si vuole minori, ma significativi, si possono registrare la fondazione del Gruppo Alpini (17 settembre 1972) che vent'anni dopo si dava una nuova sede; l'inaugurazione nell'aprile 1974 della sede rinnovata del Corpo bandistico, voluta soprattutto, come ricorda una lapide, dal presidente Alfredo Alduini; la creazione nel 1980 del Parco naturale della lanca Mella morta per un estensione di circa 9 mila mq. inaugurato il 7 giugno 1994; considerato, nel 1993, una delle opere più verdi d'Italia; l'affermazione negli anni '80 della Compagnia teatrale animata da Alba e Maria Barchi; l'inaugurazione il 9 settembre 1984 del monumento all'alpino, opera di Ilario Mutti e voluto dai gruppi alpini di Pralboino, Milzano e Pavone M. Nel 1984 veniva restaurata la torre civica. Due anni dopo veniva avviata la costruzione della nuova Casa albergo per anziani inaugurata nel dicembre 1988. Nel novembre 1987 veniva inaugurato il nuovo teatro comunale. Nello stesso anno veniva consegnato il palazzetto dello sport. Singolare nel 1988 l'erezione del monumento al bersagliere ciclista, consistente in una bicicletta modello "Gérard" in uso nel 1910. Grazie al patrimonio terriero derivante da lasciti, l'Amministrazione del Ricovero decise di costruire una nuova Casa di Riposo, sostenuta dal CAB e dalla Banca Popolare. Progettato dall'arch. Roberto Feroldi e per iniziativa dei comuni di Pralboino, Cigole, Pavone M., Milzano e dell'associazione "Il Fauno" nel 1996 veniva avviata la costruzione di un'oasi fluviale di sei kmq. mediante la piantagione di centinaia e centinaia di alberi. In sviluppo specie negli ultimi decenni l'attività sportiva: in posizione preminente il calcio e la pallavolo. Alle attività tradizionali nel 1976 si aggiunse il "Team Kajak fiume Oglio" (presieduto dal geom. Rinaldo Acerbi); nel 1989 la corsa degli asini; nel 1993 per iniziativa di Alfredo Galofaro l'equitazione e la scesa in campo dei Crazy boys per i giochi d'acqua. Sempre presente fin dall'80 la Sezione del Tiro a Segno che nel 1993 contava 213 soci e che perfezionò in tale anno su progetto dell'ing. Comincini il campo di tiro. Nel "tempo libero" si affermarono nel 1990 il concorso canoro "San Remo famosi" e l'avvio di corsi di bel canto.


ECCLESIASTICAMENTE Pralboino appartenne con tutta probabilità alla pieve (e prima ancora al pago) di Comella di cui dovette essere diaconia la chiesa di S. Lorenzo e un "loco sanctorum" quella che fu la cappella di S. Agata. Con l'affermarsi della abbazia di Leno, anche il territorio di Pralboino passò nell'orbita ecclesiale della stessa che forse eresse, all'epoca delle invasioni ungare, assieme ad un nuovo castello una chiesa battesimale dedicata a S. Andrea ap. patrono dei pescatori. Testimonianze del 1194-1195 sono concordi nell'includere Pralboino nell'area sottoposta alla giurisdizione lenense. Come ricorda Angelo Baronio nella chiesa di S. Andrea si amministra il battesimo per conto del monastero; dal monastero essa riceve crisma e olii sacri ed i presbiteri e chierici che la reggono vi sono collocati dall'abate che ha il diritto di far avere loro gli ordini sacri a Cremona e Verona. La giurisdizione sulle cause matrimoniali è riconosciuta spettante all'abate per l'intero territorio di Pralboino, nel quale tuttavia l'abbazia non esercita esclusivamente lo "ius decimandi". La raccolta spetta per un quarto alla chiesa battesimale; il resto è appannaggio dei domini di Concesio, i quali ne detengono una parte per conto dell'abate ed una parte per conto del vescovo di Brescia. La chiesa di S. Andrea ebbe probabilmente dalla II metà del sec. XII nella decadenza dell'abbazia di Leno, una sua sempre più larga autonomia. Nel catalogo capitolare del 1410 ha un beneficio valutato sulle XIV libre. La protezione concessa dai Gambara ai francescani e la devozione dei pralboinesi apprestavano l'ospizio di S. Lorenzo presso il quale si pensa abbia sostato S. Bernardino da Siena. Anni dopo sorgeva il convento di S. Maria. Segno della vitalità della chiesa è anche l'istituzione nella chiesa di S. Andrea da parte della famiglia Caperoni nel 1466 della cappellania di S. Elisabetta. Nel 1483 viene ricordato un rettore della chiesa. Nel Catalogo Queriniano del 1532 la chiesa di S. Andrea risulta retta dal sacerdote Brunoro Gambara, per il conferimento del beneficio da parte dell'abate di Leno, del valore di 120 ducati. Sempre nel 1532 secondo alcuni, o nel 1555, secondo altri, la parrocchia è ormai pienamente autonoma. La data 1555 si trova scolpita sul fonte battesimale donato dal prevosto Brunoro Gambara. Nel 1555 venne eretta in vicaria comprendendo Milzano, Pavone e Cigole. All'epoca della visita del vescovo Bollani (3 maggio 1566) la chiesa di S. Andrea era pressochè diroccata, e se ne stava erigendo una nuova, mentre nel frattempo i sacramenti venivano amministrati nella chiesa disciplinare di S. Lorenzo. Vi esistevano, infatti, già da tempo la Scuola del S.S. Sacramento e la Disciplina di S. Lorenzo. Pralboino aveva sei preti non tutti però preparati al loro compito. Segno di vitalità sono anche le cappellanie di S. Maria Elisabetta, di S. Lorenzo, di S. Antonio, di S. Gerolamo, dell'Immacolata Concezione, della Visitazione, con numerosi legati e giuspatronati. Sulla fine del sec. XVI, probabilmente per influenza di un qualche Gambara, venne concesso al parroco il titolo di prevosto. Visitando Pralboino l'11 marzo 1580 S. Carlo Borromeo trovava terminata e "abbastanza ampia" la chiesa parrocchiale, registrava l'esistenza delle chiese di S. Lorenzo, di S. Rocco, e di S. Maria degli Angeli. Forti i richiami del visitatore apostolico ai concubini, alle meretrici e ad un sacerdote litigioso e sboccato. Decoroso, ma non secondo le regole, né collocato in posto conveniente è il battistero. Il cimitero non è stato recintato, non esiste più la canonica. Non esiste il Monte di pietà ma solo un consorzio del miglio, guidato da Giovanni Rubera con un lascito di 100 scudi. Nei decenni seguenti, grazie anche alla riforma avviata dal Concilio di Trento, il clero è sempre più attivo ed esemplare, si costruiscono chiese nuove come quelle di S. Rocco e della Madonna della Neve; vengono abbellite la chiesa parrocchiale e quella di S. Maria, aumentano le confraternite: alle ormai tradizionali confraternite (del SS. Sacramento e del S. Rosario) si accompagnano quelle della Madonna del Carmine e dell'Immacolata. Nella seconda metà del sec. XVII aumenta il numero dei sacerdoti, la Dottrina cristiana nel 1668 "è esercitata con fervore e spirito, ne vi è disordine alcuno". Tuttavia non mancarono fatti gravi come l'uccisione avvenuta il 31 dicembre 1638 vicino alle Tavolette del prevosto nobile Marco Poncarali, inviso alla popolazione, e l'attentato contro il suo successore don Andrea Fiorini. Nella previsione di costruire una nuova chiesa su incarico di padre Alfonso Gambara, superiore del convento di S. Maria, d'accordo con il prevosto don Giovanni Tomasoni, il 18 dicembre 1673 il pralboinese p. Carlo Comini riceveva dal prefetto dei luoghi sacri il corpo intero di S. Flaviano tolto dal cimitero romano di S. Ciriaca ed un mese più tardi veniva trasferito a Pralboino. Riconosciutone con più ricognizioni (1673, 1674, 1675, 1676) come autentico il corpo di S. Flaviano dal Vicario Luzzago alla presenza del parroco di Pralboino don Tomasoni, dei conti Alfonso Gurriero, Galeazzo, Antonio e Gianfrancesco Gambara, si autorizzava il culto pubblico del Santo. Nell'anno successivo 1677, si celebrarono feste solenni in onore del Santo, il cui corpo fu rinchiuso in un apposito sarcofago fatto costruire da Alfonso Gambara e posto su un altare laterale della parrocchiale. In quell'occasione, all'entrata della chiesa parrocchiale fu dipinta una tela raffigurante la reliquia di S. Flaviano posta nel sarcofago con la scritta che si trovava nel Suffragio ma che ora è nella parrocchiale: «S. Mart.s Flaviani Corpore Ceteris plurimorum Mart. Reliquis Parochialem Hanc. Per illustris, et adm. Rev. D. Alphonsus de Gambara solertis.mo studio ligneis - sculpturis auro contectis sacras reliquas partim aere proprio et partim - publicis elemosinis communi civium laetitia condecoravit anno 1677». Intorno al 1684 viene eretta la chiesa di S. Maria del Suffragio. Le visite pastorali del sec. XVIII registrano l'intensa attività delle Confraternite e l'aumento delle reliquie. Soprattutto, come si accenna altrove, viene nel 1729 posta la prima pietra della nuova parrocchiale costruita poi tra il 1782 e il 1790. Nel 1773 erano ancora attive le cappellanie di S. Elisabetta ed un beneficio di S. Lorenzo unito poi nel 1783 alla prevostura di Pralboino. Nonostante le leggi giacobine e napoleoniche la vita parrocchiale andò sempre più migliorando. Oltre la nuova bella chiesa venne costruita una nuova spaziosa canonica, migliorato il beneficio parrocchiale, conservato dalle soppressioni il convento di S. Maria. Difficoltà dovettero incontrare invece i prevosti Cimaschi, Varini, De Antoni, per far fronte al liberalismo a volte accentuatamente anticlericale. Particolarmente vitale sul piano religioso ed ecclesiale fu il parrocchiato di don Filippo Badinelli (1901- 1946) sotto il quale si svilupparono pie associazioni come quelle delle Consorelle del S.S. Sacramento, delle Madri Cristiane, le Figlie di Maria, ecc. Si sviluppò il circolo giovanile Domenico Savio, fondato da Angelo Bernamonti, presidente Francesco Cini, assistente p. Vincenzo Zazio, con vivace attività musical teatrale. Attivo l'oratorio che nel 1911 contava circa 200 iscritti. Nel I dopoguerra la parrocchia fu al centro anche dell'attività della plaga con convegni e iniziative. Nel 1919 le Ancelle della Carità aprirono l'oratorio femminile e la Scuola di lavoro. Nacquero inoltre un laboratorio missionario e le settimane sociali. Nel 1936 promosso dal prevosto don Badinelli e dal curato don Pietro Salvadori veniva aperto l'oratorio maschile. Nel 1938 grazie al dono di una casa da parte di Paolo Zeli, della consorte Caterina Faita e della figlia Maria veniva aperto un nuovo più ampio Oratorio maschile che venne poi ricostruito ex-novo nel 1995. Al contempo dal 1992 come si accenna altrove, veniva rinnovata completamente la chiesa parrocchiale. Nel 1990 era stata restaurata la canonica.


CHIESA PARROCCHIALE VECCHIA. Sconosciuta è l'epoca della prima chiesa parrocchiale. Una chiesa, forse eretta nel sec. XIII, era in via di ricostruzione all'epoca della visita pastorale del vescovo Bollani (1566). Aveva sei altari: l'altare maggiore, l'altare di S. Maria Elisabetta il cui rettore era l'ill.mo card. Gambara, l'altare di S. Girolamo "mantenuto" dai conti Gambara, l'altare di S. Lorenzo, l'altare di S. Antonio, l'altare dell'Immacolata Concezione. Ancora in via di ricostruzione nel 1572 la trovava finita e "abbastanza ampia" S. Carlo Borromeo nel 1580, ma come s'è già detto, con un battistero decoroso ma collocato in un luogo non adatto. La chiesa aveva addirittura nove altari. Durante il sec. XVII-XVIII la chiesa, pur rinnovandosi particolarmente negli altari, specie per quanto riguarda quello dedicato a S. Flaviano ed arricchendosi di tele anche preziose, di reliquie, si andò rivelando inadeguata all'aumento della popolazione per cui nei primi decenni del sec. XVIII ne venne progettata una nuova.


NUOVA CHIESA PARROCCHIALE. La posa della prima pietra ebbe luogo il 9 ottobre 1729 presenti i conti Alemanno Gambara qd. Lucrezia e Giannantonio, qd. Scipione. Ma passarono molti anni prima che la costruzione prendesse il via, e non si sa capire il perché del ritardo se non per le difficoltà economico sociali del tempo. È stata anche ventilata l'ipotesi, più che altro leggendaria, che ciò fosse dovuto ad una rivalità fra il popolo e i conti Gambara: ognuno dei contendenti avrebbe voluto, da un lato il tempio e dall'altro il palazzo superare in altezza il rivale. Il disegno attribuito all'ab. G. Rubini o ad Antonio Marchetti, secondo documenti riportati da Bruna Viscardi è dovuto invece all'architetto milanese Carlo Groppi. Comunque l'impresa riprese a 50 anni di distanza. I13 febbraio 1772, approvato il disegno del Groppi, "valente proto milanese", veniva decisa l'erezione. Il 2 settembre 1781 veniva dato il via alla demolizione della vecchia chiesa. Il 2 aprile 1782 venivano nominati i fabbriceri deputati e il 3 maggio vennero gettate le fondamenta della nuova, finita poi nelle parti più importanti nel 1790 ed aperta al culto il 25 settembre 1790 pur se non ancora del tutto finita, con ponteggi ed impalcature non ancora rimossi, non intonacata nella facciata e in tutto l'esterno "Questo", sottolinea Bruna Viscardi, la fece definire una chiesa "incompiuta". Con il passare del tempo, i mattoni a vista insieme alla particolare facciata rettangolare, furono considerati originali e la resero diversa dalle costruzioni sacre ricche di decorazioni. La chiesa venne restaurata, abbellita (con belle vetrate) alla fine dell'800 dal prevosto don De Antoni. Intitolata a S.Andrea ap., venne consacrata il 15 ottobre 1910 dal vescovo mons. Gaggia. Dopo danni provocati da un bombardamento aereo nel dicembre 1944 grandi lavori di restauro vennero compiuti nel 1976-1977 dalla ditta Ognibene Timpini ed inaugurati l'8 ottobre 1978. Finiti i restauri, a ricordo dei duecento anni dell'inaugurazione venne posta a destra della porta maggiore, su testo latino dettata da don Paolo Barchi, la seguente iscrizione: "Orgogliosi per questa chiesa, i pralboinesi sono sommamente grati per sempre, al coraggioso prevosto Giovanni Maria Treccani, che l'ha iniziata e portata a compimento. Nell'anno del Signore 1990 bicentenario dal termine dell'opera, il clero ed il popolo di Pralboino ne fecero memoria". Nuove opere vennero poi compiute dallo scultore Angelo Confortini di Virle Treponti ed inaugurate il 22 novembre 1992. «La parrocchiale, scrive B. Gatti, ad una sola navata con volto a botte, armonicamente e proporzionalmente perfetta, ornata da fregi, da cornici, da archi con capitelli corinzi, movimentata dagli altari laterali, tutta decorata nel volto e nelle pareti, assume il ruolo di una vera cattedrale, per ampiezza e lunghezza». La chiesa venne decorata da Sante Cattaneo e dai suoi allievi con medaglioni raffiguranti la vita di Gesù e gli Evangelisti. Ha nove altari ricchi di marmi e di tele. Entrando a destra si ammira una tela (cm. 180x150) del Romanino raffigurante la Madonna col Bambino circondata dai santi: Lorenzo, Stefano, Marco e Giuseppe. Secondo la tradizione ed uno scrittore pralboinese detto quadro sarebbe stato ordinato all'autore dalla famiglia Caperoni che aveva lasciato molti legati fin dal 1466 alla chiesa pralboinese. Il primo altare è dedicato al S. Cuore costruito per iniziativa di Caterina Zasio Morelli durante la Prima guerra mondiale, ed è adorno di suppellettili di bronzo. La statua è della bottega Poisa di Brescia donata nel 1930 dal prevosto Barchi e sorelle. Il secondo è, invece, dedicato alla beata Paola Gambara Costa (1463-1515). È adorno di una tela raffigurante la beata di Luigi Campini eseguita nel 1867 su ordinazione di don Luigi Morelli (1802-1890). Le reliquie della beata (le pianelle e il velo) vennero donate dai nobili Gaetano Feroldi ed Elisa Gambara. Sulla porta laterale sta una grande tela (cm. 245x175) di Camillo Pellegrini raffigurante l'"Imposizione del nome a S. Giovanni Battista". Il terzo altare, in marmo di Seravezza, è dedicato alla B.V. Maria. La statua è contornata dai Misteri del Rosario ritenuti di ispirazione tiepolesca. Il quarto altare di S. Girolamo venne fatto costruire nel 1790 dalla contessa Eleonora Gambara "Cappuccini" e adornato dalla tela (cm. 356x225) del Moretto proveniente dalla chiesa di S. Maria (e sostituita con una copia del milanese Barbieri) raffigurante la Madonna col Bambino in trono con i santi Giuseppe e Francesco. In basso i santi Girolamo, Ludovico da Tolosa, Antonio da Padova, Chiara e il cardinale Uberto Gambara. La Madonna tiene fra le braccia il Bambino che si protende a sinistra e consegna una crocetta a S. Francesco che gli sta a fianco. A destra della Madonna vi è S. Giuseppe. Teste di cherubini si vedono qua e là fra le nubi. Il Da Ponte ritiene che la parte alta del quadro, la meglio conservata, specie nelle due figure dei santi Giuseppe e Francesco, sia la più bella. Però aggiunge che "le velature hanno sofferto, perdendo la trasparenza in modo che il dipinto, ora, presenta qualche cosa di arido e di vuoto". La Madonna, in piedi a figura eretta, che piegando leggermente la gamba sinistra, regge il piccolo Gesù è ritenuta una fra le più belle Madonne del Moretto ed è l'unica fra le opere giunte sino a noi con figura eretta. La grande armonia dei colori scelti per il panneggio, una veste rosa antico ed un manto celeste che s'inverdisce nel risvolto, unita alla dolcezza del viso, rendono secondo P.V. Begni Redona questa Madonna "fra le più simpatiche e più belle create dal nostro pittore". Nel 1819 venne presa la decisione di erigere l'altare maggiore affidandone il progetto a Rodolfo Vantini che lo eseguì nel 1821. Passarono alcuni anni fino a quando nel 1838, per solennizzare la salita al trono imperiale d'Austria di Francesco Giuseppe, ne veniva decisa la costruzione. Superati i contrasti fra chi voleva l'altare fedele ad una linea barocca e chi preferiva la linea neoclassica del Vantini l'altare venne costruito dalla ditta Gaffuri di Rezzato nel 1843 ed arricchito da bronzi di Giuseppe Foresti. Al tabernacolo venne aggiunta la cupola dovuta ad Angelo Zanardelli ed eseguita da Francesco Guerrini. Tutti i bronzi vennero dorati dai Poisa nel 1866. La scaletta e la ringhiera vennero eseguite dall'artigiano pralboinese Ignazio Galimberti. Sul lato destro del presbiterio stanno due tele (ognuna di cm. 160x72) raffiguranti l'una la "Caduta della manna" attribuita a G.B. Tratti detto il Malossi e l'altra il "Sacrificio di Melchisedech" attribuita a Giulio Campi il Giovane. Sul lato sinistro del presbiterio sta l'organo (80 registri) costruito nel 1873 dalla ditta Bernasconi di Varese e rinnovato nel 1926 da Armando Maccarinelli di Brescia. Scendendo per la navata di sinistra si incontra l'altare della Sacra Famiglia (un tempo di S. Carlo), ornato di una grande tela del pittore locale l'avv. Pietro Morelli (1841-1923) che ha sostituito nel 1878 quella dedicata a S. Carlo Borromeo che andò distrutta. Il secondo altare, dedicato a S. Rocco, è arricchito di una tela del Moretto (su tela centinata di cm. 273x183) qui trasportata nel 1869 dalla chiesa soppressa di S. Rocco e raffigurante la Madonna col Bambino in trono e i S.S. Rocco e Sebastiano. "I toni argentini, il colorito robusto, la maniera larga, ha scritto il Da Ponte, fanno attribuire questo dipinto all'epoca migliore del nostro artista, il quale, raffigurando il San Sebastiano come un giovane in elegante costume da gentiluomo sembra che abbia voluto fare il ritratto di un Gambara, di uno dei potenti feudatari di Pralboino", congettura non fuori luogo. Sotto la pala del Moretto è esposta una bella icona raffigurante il Volto di Cristo attribuita al Borgognino e donata nel 1991 da Maria Luisa Maillard. Il terzo altare del S.S. Sacramento in marmo cipollino e striato di Seravezza, è dominato da una tela datata 1815 raffigurante l'"Ultima Cena" di Pietro Scalvini. Il quarto altare in marmo adorno di due colonne a pezzo intero in marmo verde, fornite nel 1754 dalla ditta Palazzi di Rezzato, incornicia la tela di Sante Cattaneo (1739-1819) raffigurante il martirio di S. Flaviano. L'altare venne donato dalla contessa Eleonora Gambara e dal padre Giannantonio (1777). Nell'altare venne collocata l'urna del 1673 che raccoglie il corpo di S. Flaviano. Inoltre nell'altare sono conservate in teca in legno dorato e d'argento le reliquie offerte nel 1677 da Alfonso Gambara. Seguono una tela raffigurante l'urna di S. Flaviano fatta eseguire nel 1673 da Alfonso Gambara e una tela di Callisto Piazza raffigurante la Natività. Le Visitazioni della Via Crucis vennero dipinte da Luigi Campini. La sagrestia venne affrescata da Sante Cattaneo. E inoltre adorna di un ritratto di S. Carlo Borromeo del Campi, di quattro grandi quadri (m. 1,94x1,35) raffiguranti le Virtù teologali, opera del pittore Pietro Morelli, di una tela raffigurante i S.S. Faustino e Giovita e ritratti di parroci e sacerdoti di Pralboino. Per motivi di risparmio il campanile anziché isolato e a fianco della chiesa venne costruito nel 1804 sul contrafforte sud della chiesa comportante con ciò anche recentemente continue spese per la manutenzione. Nello stesso anno 1804 vennero fuse da Andrea Crespi di Crema le campane.


S. MARIA DEGLI ANGELI. Sebbene l'affresco del chiostro medio del Convento di S. Giuseppe in Brescia attribuisca a S. Giovanni da Capistrano la costruzione di questa chiesa nel 1452, dagli atti di Ferrabosco Acquagni conservati a Venezia risulta che nel 1444 il 19 aprile: "il Comune di Prat'Alboino dona alli RR.PP. dell'Ordine dei Minori dell'Osservanza di S. Francesco della Provincia di Milano una pezza di terra detta Campagnola con una chiesa ivi esistente detta S. Agata, la di cui ampiezza è di piò venti in circa per potervi fabricare un Convento per essi Padri, qual donazione fu approvata dalli Sig.ri Conti Marsilio Zio e Brunorio Nipote Gambara come Feudatari". Di più con testamento del 1448 il conte Marsilio Gambara garantiva ai padri di S. Maria «in perpetuo, vitto e vestito con 500 ducati per la libreria». Ancor più, carte della famiglia Gambara attestano che il convento venne eretto da Federico, Maffeo e Marsilio Gambara a ricordo della predicazione tenuta in Pralboino da S. Bernardino da Siena e per devozione verso il santo e poi, in seguito alla predicazione sempre in Pralboino di S. Giovanni di Capistrano nel 1452 dai Gambara venne donato ai Frati Minori. Nel 1458 il convento era cosi ben sistemato da accogliere il capitolo provinciale. La chiesa venne consacrata, come ricorda una lapide, il 24 aprile 1497. Al tempo del cronista F. Gonzaga (1587) il convento ospitava 22 frati provvisti di ogni cosa. La chiesa e il convento si devono certo in gran parte al mecenatismo dei conti Gambara che continuarono poi in seguito la loro protezione come dimostrano i legati del condottiero Nicolò Gambara del 1518, al quale la figlia Emilia fece poi erigere un bel monumento, poi da qui tolto, in cui raccolse anche le ceneri di altri parenti. Con la soppressione napoleonica del 1805 e 1810 il convento fu venduto e trasformato in abitazioni private. Per qualche tempo rimasero due frati soli, poi sostituiti da sacerdoti. L'ultimo, don Bissolotti da Bettegno, si ritirò nel 1820. La chiesa invece fu tra quelle che il vescovo di Brescia mons. Nava riuscì a mantenere aperta al culto come sussidiaria della parrocchia per comodità dei fedeli della frazione. In fondo alla chiesa c'erano due acquasantiere, una con. l'iscrizione "Hoc salubre lavacrum - Jo. Bru. Gambara - D.D." con lo stemma gentilizio dei Gambara. Di stile gotico con cornicione in terracotta a volte interne ogivali rette da archi a sesto acuto con facciata ed altar maggiore rivolti ad oriente, la chiesa fu poi alla metà del sec. XVIII rimaneggiata nella navata in stile barocco, così da creare un contrasto fra i due stili. In più la facciata e l'altar maggiore furono rivolti a occidente e la chiesa fu riconsacrata nella parte nuova il 17 dicembre 1757. La chiesa a croce latina, ha sei altari laterali di marmo, chiusi da magnifiche cancellate in ferro battuto e ricchi di pale raffiguranti tra l'altro S. Giovanni da Capistrano (terzo altare a destra), S. Filippo Neri (primo altare a destra), che sono fra le migliori della chiesa. La tela del presbiterio raffigurante S. Girolamo è copia dell'opera del Moretto esistente ora nella parrocchiale. Nella chiesa di S. Maria ricorrono motivi decorativi "in mattone e qualche volta in cotto" anche se essa conserva della parte quattrocentesca solo il coro e il bel campanile. Della presenza francescana è rimasta la sagra del "Perdon d'Assisi" che si celebra ancora nella prima settimana di agosto.


MADONNA DEL VIDETTO o del Vedetto. Più piccolo di S. Maria degli Angeli il santuario del Videtto conserva però un tono più popolare e forse anche più spontaneo. Sorge a oriente di Pralboino, appena fuori del paese, e prende il nome con tutta facilità da una specie di salice di cui la zona era ricca. La tradizione popolare vuole che dove oggi è la chiesa esistesse invece una casetta abitata da una vecchietta che la gente aveva in fama di santità, alla quale un giorno dei primi anni del Settecento la Vergine Addolorata sarebbe apparsa per sollecitarla a cercare una immagine smarrita e ad esporla alla venerazione pubblica. Quasi mossa da una mano misteriosa la vecchietta scoprì presto l'immagine dipinta su una tavola murata accanto alla cappa del camino. Il fatto del ritrovamento impressionò subito la popolazione pralboinese che volle erigere un santuario in cui custodire la sacra immagine. Nel 1727 la chiesa era finita e la Madonna campeggiava sull'altare con la scritta. «Qui me inveniet invenerit vitam». La tavola ha un certo valore artistico e vi è chi vi ha visto influenze della scuola lombarda del Foppa. Le cure per la chiesetta del Videtto continuarono anche in seguito. Nel 1780 fu completata con la sagrestia - nel Catasto Napoleonico è indicata con il titolo di B.V. del Rosario - e con l'acquisto di un terreno circostante. Il 19 dicembre 1880 vi vennero inaugurati nuovi restauri e la pavimentazione, eseguita per iniziativa del fabbriciere Luigi Cottarelli, e ancora fu restaurata nel 1942 a cura di p. Vincenzo Zazio, senza però che ne venissero alterate le linee barocche. Bella è la Deposizione dei primi decenni del Cinquecento in cui i caratteri lombardo-bramanteschi si collegano ad altri elementi classiccheggianti di origine mantegnesca. Il pittore bresciano Vico Cominelli affrescò le pareti con due grandi scene raffiguranti la Madonna protettrice dei soldati pralboinesi e lo arricchiscono il Cristo fonte di grazie e numerose scritte e una bella preghiera della mamma del soldato composta dallo stesso p. Zazio. Battista Gatti testimonia che grande è la devozione dei pralboinesi alla Madonna del Videtto.


S. MARIA DEL SUFFRAGIO. Costruita dal Consorzio del Suffragio dei Morti in Borgo di Mezzo in seguito a concessione della Curia vescovile del 29 gennaio 1684, viene ricordata nella visita pastorale del 1704. Come scrive B. Gatti la chiesa, da prove scritte, venne edificata dal priore di S. Maria del tempo, Alessandro Gambara, che possedeva nei dintorni delle proprietà compreso il torchio per olio da linosa e della quale Franco Danieletti avrebbe messo alla luce un enorme macina, conservata nel suo giardino. Lo stesso Gatti attribuisce ai Gambara il trasferimento qui del culto dei morti, un tempo in S. Maria degli Angeli. Fu sede di una confraternita di Rosarianti dedita al suffragio dei defunti. Dal 1781 al 1790 sostituì la parrocchiale durante la costruzione della nuova parrocchiale. Di stile barocco, ha cinque altari con numerose statue. Tutti gli altari, scrive B. Gatti, sono di marmo, molto precedenti per stile e fattura, forse provenienti dalla vecchia parrocchiale (del 1556) di cui fu parroco Brunoro Gambara. Così la magnifica soasa lignea (primo altare di sinistra) di fine fattura, uscita dai laboratori Bianchi di Pavone, ridorata di recente a cura di don Paolo Barchi in memoria delle sorelle che altre opere finanziarono nella chiesa per riammodernarla fuori e dentro. Il primo altare di destra è sormontato da una tela del Gandino (1565-1639) detta di S. Antonio e S. Rocco, della vecchia parrocchiale, di recente restaurata e di un certo valore. Questo altare è seguito da quello della Assunzione della B.V. Maria; di autore ignoto, la tela del '700 come quella dell'altare di S. Anna. Cinquecentesca dovrebbe essere la pala dell'altare maggiore raffigurante la B.V. e le anime purganti, raccolta in una bella soasa che il Gatti pensa opera dei Fantoni ma secondo la Viscardi proveniente dalla bottega pralboinese di Prospero Calabrese. Usata come deposito di grani durante la Prima guerra mondiale, nel dopoguerra fu ridipinta dal pittore pralboinese Bernardo Pelizzari (1899-1973) ma ritinteggiata recentemente in bianco e porpora.


MADONNA DELLA NEVE o "Madonnina" o Madonna di Borgo di Sopra. Secondo Battista Gatti risalirebbe al 1549 mentre gli atti della visita pastorale del vescovo Marino Giorgi del 1624 la dicono "noviter" costruita. Come scrive Bruna Viscardi: «La chiesetta, all'origine era proprietà dei Conti Gambara; voluta da Nicola, figlio di Alessandro Gambara, sorse fra le case del conte situate nel Borgo superiore. Durante i secoli successivi, questa cappella, ad un'unica navata e con un solo altare, è stata chiamata in diversi modi: alla nascita ebbe il titolo di S. Maria; nell'estimo del 1641 è denominata "Madonnina"; nel 1808, da mons. Gabrio Nava, è chiamata Madonna del Pianto e, nella relazione del prevosto G. Maria Treccani, è chiamata Madonna della neve. Nel registro del Catasto napoleonico del 1810, è ancora denominata "Madonnina"». Il piccolo tempio, trascurato per lunghi anni ritornò centro di devozione nel 1924 quando alcuni devoti con a capo Gerolamo Bassini vollero che fosse restaurato a ricordo dei Caduti della guerra 1915-1918. A quest'opera di ripristino contribuirono i coniugi Giuseppe e Laura Longini per ricordare una loro nipote, la direttrice didattica Daniletti. Una tela della Natività ha sostituito un antico affresco ora scomparso ed è custodita su un bell'altare marmoreo seicentesco in una bella soasa dei fratelli Bianchi di Pavone, proveniente nel 1777 dalla chiesa di S. Lorenzo. Due tele ovali raffiguranti l'una la Natività, l'altra S. Antonio di Padova datata 1898, donata dalla nob. Teresa Cadolini Ceriani, trasferite nella chiesa parrocchiale vennero qui trafugate. Il 5 agosto il quartiere vi celebra una vera sagra.


CHIESE SCOMPARSE.


S. LORENZO IN BORGO DI SOTTO. Fu dapprima con tutta probabilità una chiesa diaconale della pieve di Comella posta sull'antica via Francesca, accanto ad un ospizio per viandanti e pellegrini e che avrebbe ospitato S. Bernardino da Siena e S. Giovanni di Capistrano. Grazie al testamento del P. Evangelista Gambara di Pralboino, il 31 gennaio 1501 venne concesso ai Frati Minori dell'Osservanza e doveva servire per i predicatori, per i questuanti e per il Terz'Ordine permettendone l'uso anche a religiosi di altro Ordine. Da un documento del 20 ottobre 1593 risulta che vi aveva sede una Confraternita dell'Immacolata Concezione: "Schola Immaculatae Conceptionis Pratalboini". Era sotto il patronato della famiglia Caperoni. Un decreto di Benedetto XIII, datato 1 aprile 1727, concede Indulgenza alla Confraternita e loda l'opera dei francescani in difesa della Immacolata Concezione di Maria.


S. ROCCO. Eretta per voto probabilmente sulla fine del sec. XV compare la prima volta nel 1566 negli atti del vescovo Bollani. Ospitava una confraternita di Disciplini. S. Carlo Borromeo nel 1580 ordinava che venisse finito il campanile. Fu adornato da un bell'altare in marmo finito poi nella parrocchiale di Castelletto di Leno, sul quale venne posta una tela, "pittura bellissima", del Moretto ora sul secondo altare a sinistra della chiesa parrocchiale, raffigurante la Madonna col Bambino e i S.S. Sebastiano e Rocco, e che nel 1624 il visitatore comandava di rendere più visibile togliendo una trave che in parte la copriva. La Confraternita venne arricchita di legati fra i quali quello di Giuseppe Pilenghi nel 1621. Nel 1630 fu trasformata in Lazzaretto vigilato da Giangiacomo Benazzoli che colpito dalla peste egli stesso si salvò. Nuovi legati emessi in occasione della peste del 1630 (fra i quali quelli del 12 ottobre di Isabella Rocca q. Paolo Manerba) permisero una ricostruzione o ampliamento della chiesa. La chiesa ebbe anche un beneficio goduto nel 1643 da don Andrea Benazoli. Nel 1859 la chiesa venne trasformata in ospedaletto militare. Nel 1870 venne occupata dalla Scuola infantile. Sempre più cadente venne poi trasformata in stabilimento di bagni specialmente per i pellagrosi. Come scrive Battista Gatti: «Cessato di funzionare lo stabilimento bagni dopo la guerra del 1915-18, il fabbricato rimase inerte e nel 1926 trasformato in case popolari, così come oggi si presenta, in seguito ad altre modifiche».


LA MADONNA detta dell'AGONELLA ossia dell'Agonia era una cappella dedicata alla Pietà e sorgeva nel piazzale dell'ex stazione del tram ove oggi è casa Cosio. La cappella aveva una tela dell'avv. Pietro Morelli rappresentante la Vergine con Gesù deposto dalla Croce. Davanti aveva un pronao dove sostavano spesso poverelli e passeggeri ed era chiusa da una cancellata di ferro battuto ora trasportata nella chiesetta della Madonna della Pace delle Campagnole. La tela del Morelli nel 1920 al momento della distruzione della chiesetta fu trasportata nella chiesa del Videtto. 


LA CAPPELLETTA DELLA MADONNA DI CARAVAGGIO alla Crocetta venne costruita nel 1860-1861. Un'altra immagine della Madonna di Caravaggio venne dipinta su Casa Faita in via Garibaldi 13, su casa Dui in via Geroldi. Su casa Freschi n. 3, venne dipinta la Madonna del Rosario. S. Antonio di Padova venne dipinto in via Monte Grappa al n. 2, e in via Acozzolo al n. 16 e in via Mazzini su casa Braguti da Gino Viscardi. Un'Assunta venne dipinta nel 1929 in una santella in Borgo Sopra da Luigi Molinari. Gino Viscardi dipinse "Gesù" e "Don Bosco e i giovani pargoli" in via Garibaldi sulle mura dell'Oratorio maschile. La Madonna Immacolata venne dipinta su casa Giovannetti in via XX Settembre 21.


EDIFICI CIVILI. Il primo castello o palazzo dei Gambara dovette essere costruito nel sec. XIV e poi, dalla seconda metà del sec. XV, completamente trasformato raggiungendo il massimo splendore agli inizi del sec. XVI tanto da poter alloggiare nel 1516 l'imperatore Massimiliano. Come ha scritto Fausto Lechi: «In seguito, verso la fine del 1500, probabilmente per le molte divisioni della proprietà fra i vari rami, ebbe inizio una certa decadenza nelle vecchie strutture del palazzo». Nel 1610 il Da Lezze così lo descrisse: «Vi è il castello dalla parte di sopra della terra con ponte levador et muraglie attorno, con la sua rocca dentro et molte case... Sebbene le muraglie sono in parte ruinose... et è rotondo circa 200 passi, di ragione dei conti Gambara». Nel maggio 1711, su incarico del conte Scipione Gambara, l'architetto Giuseppe Antonio Torri dell'«Illustrissimo Senato di Bologna» redigeva un progetto di rammodernamento del palazzo. Il palazzo stesso fu ricostruito tra il 1782-1790 su iniziativa del conte Alemanno Gambara, di ritorno dopo venti anni di bando, su progetto affidato a Gaspare Turbini. Fausto Lechi avanza l'ipotesi che il Turbini: «si sia trovato di fronte ad un fabbricato composito con una pianta ad U largamente incompleta e aperta ad ovest; e che sia intervenuto in modo geniale e radicale conservando probabilmente alcuni locali del piano terreno (come si può vedere dalla struttura delle volte) e fondendoli nel fabbricato a pianta chiusa che oggi si ammira nella sua grandiosità. Sopra questo basso piano terreno impostò gli ammezzati, costruì completamente l'ala di ingresso verso ovest e «applicò» al vecchio fabbricato i due porticati, alti fino al primo piano nobile e diede una veste decorativa in stucco di notevole eleganza a tutte le facciate, salvo quella a nord che è rimasta incompiuta, come il braccio est del porticato, là dove si può supporre dovessero essere costruiti lo scalone ed un salone di rappresentanza. Oggi, soggiunge il Lechi, il palazzo si eleva, alto e possente, all'interno della cinta medievale, con una regolare pianta quasi quadrata, di circa cinquanta metri di lato, che sviluppa tre piani abitabili. Le facciate esterne sono molto semplici, a finestre piuttosto spesse, sormontate da un timpano e alternate con lesene, il tutto in stucco. Gli spigoli sono trattati a bugnato fino al cornicione e sono interrotti dalle fasce marcapiano. Degno di rilievo e veramente imponente si presenta il grande cortile, arricchito su tre lati da un bellissimo porticato, alto e possente con solide, se non elegantissime, colonne toscane. Scalette che hanno sostituito il pur se progettato grande scalone portano al primo piano nel quale parecchie sale sono decorate con eleganza e garbo. Nel lato di monte tre sale con curiose volte a spicchi mostrano, sul soffitto e nelle pareti, decorazioni ancora di gusto barocco, in parte cancellate, con al centro modesti medaglioni. La galleria sopra il portico a monte e altre due sale a nord hanno delle belle decorazioni neoclassiche a foglie palustri, tendaggi e trofei sia al soffitto che alle pareti. Le stesse decorazioni, ma in tono più modesto e forse più tardo, si ritrovano nelle sale del lato a sera: due con motivi pompeiani e due con decorazioni più tarde e con piccoli paesaggi di rovine romane; il saloncino centrale mostra dipinta sul volto una finta cupola a cassettoni ed emblemi guerreschi: alle pareti riaffiorano, sotto la calce recente, lesene ioniche e altissimi candelabri dipinti su fondo verde». Rovinato da un incendio e da molti usi il nuovo proprietario affidò il restauro nel 1978 agli ingegneri Faroni e all'arch. Sguazzi. Gli affreschi furono recuperati da Francesco Begni nel 1982. Singolare è un camminamento sotterraneo di origine remotissima della larghezza dal metro al metro e mezzo, altezza un metro e ottanta, volta e spalle a tre teste, in cotto legato in pozzolana che consente di raggiungere Corvione (ma ci sarebbe una diramazione verso Ostiano). La particolare tecnica di costruzione ha reso il manufatto resistentissimo.


PALAZZO GAMBARA ora Sironi. Dallo stile si deduce fosse costruito tra la fine del '500 ed il primo '600 da Scipione Gambara e Ruggeri Eleonora, genitori di Gianantonio, padre di Eleonora, omonima della nonna, ultima discendente del ramo, moglie del conte Griffoni. Dopo la sua morte ogni proprietà fu venduta. È attribuito a un Gennari del quale non si conosce nulla. Era composto un tempo di un corpo centrale e di due laterali. Quello centrale non si sa per quale ragione nel 1859 venne demolito su iniziativa del proprietario Faustino Ottolini e il materiale venne utilizzato nel 1860 per la costruzione dell'argine dell'Oglio a Seniga. Come ha scritto B. Gatti: «La parte est del palazzo abitata, con qualche adattamento, permane sempre assai signorile e ben conservata, con ambienti decorati... Il lato O fu un tempo occupato dall'albergo "Re Alboino". Intorno al palazzo Gambara non mancano leggende e misteri; si parla addirittura di fantasmi senza testa. Una di esse vuole che un Gambara abbia freddato là dove vi è la fontana del Bersaglio, una ragazza del paese che aveva rifiutato le sue profferte d'amore. Del '600 è la cornice.


PALAZZO già GAMBARA, in piazza Veronica Gambara, antico, prospiciente la parrocchia, abitato dai Morelli fin dal 1763, restaurato dai figli di Pietro Morelli nel 1870, è ora proprietà comunale. L'antica casa Morelli di via Vitt. Em. 23, donata nel 1920 dall'ing. Luigi al Comune ad uso del medico condotto, ora è stata alienata.


Singolare era la CASA DEI PETOTI, così chiamata per le riproduzioni di personaggi di favole (pinocchio, fate, ecc.) che ne adornavano il tetto.


LA BREDA, complesso edilizio composto di due corpi congiunti da un lungo porticato settecentesco. Come sottolinea B. Gatti, il primo fu costruito nel '600 da Alemanno Gambara; il secondo forse dal 1780 al 1790 dal celebre Alemanno bandito dalla Repubblica veneta. Forse per la sua costruzione si utilizzò materiale degli ultimi resti della rocca. Scrive ancora B. Gatti: «Poco discosta dal palazzo Sironi si ammira ancora una elegante scuderia con due ordini di colonne di Botticino. Contornava il tutto un enorme parco, ora parzialmente adibito a prato stabile, cui si accedeva da due cancelli, tuttora esistenti, in via Borgo di Mezzo ed in via Borgo di sotto (rispettivamente via Martiri e via S. Rocco); questa portava nella cascina Stalot che sull'arco di entrata riferisce un grande stemma a fresco dei Gambara Cappuccini (ora sbiadito). In congiunzione alla cascina vi sta una distinta abitazione con cornicioni a mensole molto anteriore al '600 con locali a volto e con loggia a colonne sul piano superiore».


ECONOMIA. L'agricoltura costituì da sempre la risorsa economica principale specie nelle zone settentrionali dato che quelle più meridionali rimasero a lungo più aride. Della fertilità del territorio a nord del paese sono una riprova i fontanili, dei quali fu configurazione e segnacolo un viale in aperta campagna, ricco di cascatelle, ruscelli ecc. che alimentarono una vegetazione lussureggiante; a fianco del quale sorgeva una contrada fra le più importanti del paese, quella di Polesini, scomparsa poi nel sec. XVI. Le bonifiche di tali zone sono attribuite al monastero di Leno. Alla rigenerazione delle terre servì molto il colatore Santa Giovanna che nasce a Ghedi e, dopo aver irrigato Pavone e Pralboino, confluisce nel Mella. A protezione della terra sempre più fertile un decreto del 12 febbraio 1488 proibiva che vi si tenessero pecore e capre. Grazie a secoli di lavoro, nel 1610 il Da Lezze nel suo "Catastico" diceva il territorio pralboinese ricco di 3.500 piò di terra "bonissimi et fertili da pan, vin, legne, lin et altro". Ma di piò ne rimanevano molti altri, aridi e, in gran parte, improduttivi. Bonifiche e nuove colture vennero continuate in seguito, ma solo nella seconda metà del sec. XIX venne affrontata la più radicale redenzione delle terre. Grazie soprattutto alle famiglie Morelli e Strada, vennero riscattati terreni incolti e sviluppati in modo esemplare coltivazioni ed allevamenti di bestiame tanto che Pralboino divenne negli ultimi decenni dell'800 e nei primi del '900 uno dei centri di bonifica più attivi. In particolare Ignazio Morelli (1838-1887), oltretutto provetto in bachicoltura, livellò e bonificò tutta la zona dei Fontanili sino al Mella del quale rinforzò gli argini. Oltre a suo fratello Luigi, altri come i Mosconi, gli Zeli, i Sironi, i Robba, i Ceriani, gli Ottolini, i Foresti, i Mazzardi si sentirono in dovere di impegnarsi in opere di bonifica e di miglioramento agricolo. Come scrive Battista Gatti, ai grossi imprenditori fecero eco i piccoli agricoltori (oggi coltivatori diretti) che, per merito del Comune, con mutui (detti livelli) divennero proprietari delle terre allora meno fertili: i Ronchi (di sotto, di mezzo, di sopra), il Bosco, lo Scavezzone, i Paderni, per di più boscaglie e lontani dal paese. Fra questi primi "diretti" ricordiamo per tutti i Chiodi, i Filippini, i Maggi, i Boni, i Barchi ecc. parte dei quali divennero anche affittuali dei maggiori agricoltori come: i Barbera, i Gelmini, i Mantelli, i Filippini, i Caligari, i Gobbi, i Gatti, gli Zucchelli, i Ferrari ecc. Una parte in seguito divennero pure proprietari delle terre che avevano in affitto; tipico il caso dei Caligari.


Di rilievo fu l'azione di Ercole Strada (1823-1908) che, abbandonando nel 1873 un'affittanza a Rosate Milanese, si stabilì nel podere di Santa Maria di Pralboino dando il via ad un'ampia opera di bonifica. Pochi anni dopo, nel 1875 circa, lo Strada avanzava un suo progetto di prosciugamento di 10.000 pertiche metriche di terreni paludosi e malsani oltre che verso Ghedi e Leno anche verso Pralboino, Ostiano e Volongo. Già nel 1880 le opere di bonifica e di riscatto agricolo erano decisamente arrivate sia a Pralboino che a Milzano. Nell'ultimo decennio del sec. XIX venne poi riscattato tutto il territorio acquitrinoso a causa del "Galbuggine". Da tale fiumiciattolo usufruendo del suo corso per circa 10 Km a partire dal 1896, Ercole Strada ricavò dalla località "Bosca" il vaso di irrigazione "Bambinello", che venne diviso in due direzioni formando il Galbuggine fino a Ostiano lungo i confini di Gottolengo, Pralboino, Ostiano perdendosi nell'Oglio e il vaso da esso derivato in direzione di S. Maria degli Angeli a Gambara. Ercole Strada, puntò sulla bonifica, introducendo la coltura del ladino e nuovi sistemi di coltura del riso. Ancora negli anni '80 continuavano positivi esperimenti di coltivazione di mais. Nel frattempo Ercole Strada manteneva, a S. Maria, risaie.


Grazie alle intense bonifiche nel 1896 la superficie territoriale era di ettari 1.301, la superficie forestale di ettari 1215, la superficie improduttiva di ettari 96. Per rendere fertili i terreni aridi vennero scavate seriole, canali irrigui dal colatore Santa Giovanna, costruito nel sec. XV da Pietro e Maffeo Gambara e proveniente dal territorio di Leno, alla Molina Nuova (Nöa) fino al Bambinello (1893) e al Vaso Vedetti Campagnola del 1929 che rinverdì la zona dei Rùc (Ironchio o Ronchi). L'irrigazione venne potenziata nel 1929 con la creazione della centrale Idrovora consorziale su progetto dell'ingegner Leonardo Malfassi. Alle tradizionali colture (grano, mais, miglio, segale ecc.) si aggiunsero quelle del lino e del riso. Di un certo rilievo fu la produzione su suggerimento, già nel Cinquecento, di Agostino Gallo dell'erba medica che venne più tardi coltivata dai Morelli. Così pure un rilevante sviluppo ebbero le marcite e la coltivazione del ladino. Alle bonifiche e allo sviluppo dell'irrigazione si accompagnò la pratica della stabulazione permanente. Assieme andò intensificandosi l'allevamento grazie ai Morelli, allo Strada e ad altri, di vacche da latte e di robusti buoi. Campioni di mucche figurarono in susseguenti edizioni, in mostre del Bresciano (1904) fra le quali quella di Pralboino. Il 18 ottobre 1908, in Pralboino, ebbe infatti luogo una grande Esposizione di bovini di razza "bruna alpina", con premiazione dei migliori esemplari. Nel programma organizzativo si trovano in nomi dell'ing. cav. Luigi Morelli, sindaco e del cav. Giuseppe Chinca. Nel 1876 i fratelli Morelli costruirono alla Crocetta il primo caseificio per la lavorazione del latte e per ricavarne i formaggi "emmenthal" e "sbrinz", chiamando lavoratori specializzati dalla Svizzera, primi i Mailhard, padre e figlio. Un altro caseificio, fu quello di Francesco e poi di Antonio Foresti, premiato nel 1898 alle Esposizioni di Torino. Ad esso si affiancarono il caseificio di Luigi Barchi; questi ebbe notevole successo alla Mostra Commerciale agricola di Fiume negli anni '20. Caseifici poi sorsero su iniziativa del comm. Palazzoli a S. Maria; quello del Camerini fu considerato fra i migliori per attrezzature. Nel 1903 nasceva anche una Latteria sociale. Per iniziativa dei Morelli e specie di Luigi detto Begiòt grazie all'acquisto, nel 1920, da prestigiosi allevatori del Belgio, vennero introdotti esemplari di cavalli bretoni e belgi forniti alle scuderie di Pralboino (nella cascina in centro al paese) e alle Campagnole di Alfianello. Nel 1968 si costituiva a Pralboino il Centro di assistenza tecnicoagraria (CATA) che raggruppò presto 18 aziende anche dei paesi limitrofi.


Molto frequentata, a cavallo del secolo, la fiera della festa dei "santi", di merci e di bestiame. Si attribuisce alle contesse Dorotea Gambara Pallavicino q. Pietro, sorella della beata Paola, e a Alda Pio Carpi Gambara, madre della poetessa Veronica, l'introduzione nel 1506 dell'allevamento del baco da seta che ebbe, come altrove, notevole sviluppo. Incubatoi e filande vennero gestiti dai fratelli Morelli, dal dott. Ercole Ardenghi, da Zasio ecc. Un nuovo essiccatoio per bozzoli veniva installato nel giugno 1933 nei magazzini di palazzo Ceriani. Di particolare rilievo la coltivazione del lino che sarebbe stato introdotto nelle zone nel sec. XV da Dorotea e Alda Pio Gambara e che acquistò presto crescente valore, perchè usato nei ricami più delicati. Tale coltivazione ebbe notevole sviluppo tanto che nel 1437 Brunoro Gambara e suo zio Marsilio, regalavano al Comune di Brescia l'area per erigere il mercato del lino. Per il potenziamento di tale produzione nel 1530 Agostino Gallo otteneva da Venezia l'esenzione dal pesante dazio sul lino. A Pralboino l'arbusto del lino veniva coltivato su larga scala da Pietro Morelli (1791-1867) sindaco, e più tardi dai suoi figli, specie Luigi, in rapporto con tutti i produttori e i commercianti dell'alta Italia (e non solo per il lino, ma anche per la seta). Alla lavorazione del lino diede impulso la famiglia Tenchini, poi gravitò sul linificio di Pontevico. Accompagnò l'agricoltura specie a partire dal '500 l'artigianato. Nel '700 Pralboino risultava il principale centro della manifattura di fustagno, di tele, di biancherie, di filati di lino. Antonio Sabatti registrava l'esistenza a Pralboino di duecentocinquanta telai per intovagliate e dobleti, azionati "da un pari numero di operai tutti maschi, i quali però attendono per quattro mesi dell'anno alle faccende campestri". Se ne calcola - continua il Sabatti - il prodotto a 150.000 braccia, ed il restante serve per uso delle private famiglie, per conto delle quali viene lavorato. Nel 1817 Alessandro Bellandi costruiva una manifattura già premiata dall'Ateneo nel 1818 che portò gli iniziali 75 telai (dei quali parte alla Jacquard, occupando nel 1835 cento operai), mentre nel 1842 i telai in azione nel territorio salivano a ben 300. Alla ditta Bellandi si accompagnarono quelle dei Tenchini e dei Rovati premiati all'Esposizione del 1857, assieme a famiglie di tessitori quali i Cosio, Bassini, Borgogna, Battaglia, Amidani e Filippini. Fra gli ultimi, intorno al 1920, è ricordato un Accorti che tesseva asciugamani. Nel 1857 Pralboino deteneva con 100 telai il primato assoluto in provincia in confronto dei 52 di Gussago, 25 di Castenedolo, 28 di Bagnolo, 20 di Pontevico ecc. Ancora nel gennaio 1994 riscuoteva successo la mostra mercato dei lavori all'uncinetto realizzati dalle ospiti della casa di riposo. Un curioso allevamento fu quello di rane-toro creato negli anni '80 dalla famiglia Galuppini. Pralboino con Milzano fu obbligato a tenere un tezzone per la produzione del salnitro, e perciò a sacrificare pascoli all'allevamento delle pecore con grave scapito per l'economia locale tanto da provocare un intervento il 5 maggio 1757 presso Venezia del capitano e vice podestà di Brescia Antonio Donato. Nell'800 un oriundo svizzero, Ubaldo Caponi costruì la prima moderna fornace di laterizi, a carbone, con impiego di molta manodopera. Nella seconda metà del sec. XIX i fratelli Papa diedero vita ad una officina di carri agricoli. Molte nel tempo, anche se tradizionali, le botteghe artigiane. Singolare l'attività artigianale di Emilio Papa che nel 1904 esponeva a Brescia originali fascere di legno per formaggi. L'1 ottobre 1950 veniva organizzata dall'Unione Provinciale dell'Artigianato la mostra dell'artigianato agricolo di S. Flaviano. Fra le aziende di rilievo ora esistenti: la F.O.M.A. S.p.A., fonderia leghe leggere, la "Prefabbricati Record S.r.l." per la produzione di prefabbricati in cemento e la Foresti Distribuzione Laterizi S.r.l. per il commercio di materiali per l'edilizia. Nel settore creditizio nel 1894 nasceva una Cassa Rurale, cui si aggiunsero nel 1921 una succursale della Banca Cooperativa e nel 1924 un'agenzia della Banca Popolare di Cremona. Ora vi esistono agenzie bancarie varie.


PERSONAGGI: fra i più illustri dei Gambara (v.) vengono nominati Alghisio (1090, v.), Pietro (sec. XIV, v.). Vissero a Pralboino la beata Paola Gambara Cosca (v.), Gianfrancesco, padre di Veronica, celebre poetessa, il card. Uberto e Brunoro, uomo d'armi (v. Gambara Brunoro). In Pralboino nacquero Bartolomeo e Pietro Rositini o Rossettini che tradussero nel 1566 le "Vite degli uomini illustri". Fra' Fermo di Pralboino fu autore di una storia del paese andata perduta. Dionisio Boldo avrebbe nel 1588 architettato il ponte di Rialto in Venezia e avrebbe collaborato alla chiesa di S. Petronio in Bologna. Il servita Gian Paolo Villa (m. nel 1625) fu celebrato predicatore e buon scrittore. Distinto storico fu Alemanno Barchi. Pietro Gibellini si distingue come critico letterario. Nutrito il numero dei pittori come Giovanni B. Calabresi, Marco Antonio Rizzi, Pietro Morelli, Bruno Scaglia, Giacomo Pasini, Gino Viscardi, Romano Boscaglia. Prospero Calabresi fu intagliatore in legno. Noto mosaicista fu Giovanni Morelli (1779-1857), le cui opere si trovano anche a S. Pietroburgo e a Berlino. A Pralboino moriva nel 1972 la cantante lirica Rosa Zotti. In medicina e chirurgia si segnalarono Giambattista Morelli e il pediatra Luigi Sironi. Operatore industriale di rilievo fu Alessandro Ottolini. Benefattore insigne fu p. Beniamino Della Torre. Attivi in campo educativo p. Vincenzo Zasio e Zomer.


PREVOSTI: Marsilio Gambara (1486-1498); Giambattista Caperoni di Pralboino (1500 circa); Camillo Gambara di Gianfrancesco (1516-1556); Giovanni Brunoro Gambara, (1556-1565); Giulio Bovilla, o Bulla, di Verola nuova (nom. 3 aprile 1656 - rin. 1571 ex causa inimicitiae); Angelo Pellegrini di Gambara (nom. 7 maggio 1571 - ?); Pietro Baldo (rin. 1619); Andrea Barbieri di Seniga (1619-1630); Marco nob. Poncarali di Seniga (1630-1634); Francesco Amidani di Ostiano (1634-1638); Andrea Gorini di Pralboino (1638-1652); Giovanni Tornasoni di Coniolo (1652-1678); Gianfrancesco conte Gambara di Pralboino (1678-1722); Gianpaolo nob. Capitanio di Brescia (1722-1763); Giambattista nob. Pontoglio di Pontoglio (1764-1767); Giovanni Maria Treccani di Montichiari (1767-1811); Giuseppe Cimaschi delle Fornaci (1831-1852); Carlo Vanini di Brescia (1853-1883); Carlo De Antoni di S. Gervasio (1883-1901); Filippo Badinelli - Bonetti di Toscolano (1901-1946); Michele Verzelletti di Travagliato (1946-1967), Giovanni Persavalli di Gavardo (1967-1984); Emilio Treccani di Carpenedolo (1985-1989); Giuseppe Lama di Verolavecchia (1989-?).


SINDACI: Paolo Capitanio (1797); Giuseppe Tandera (1850); Giovanni Zasio (1859); Pietro Morelli (1860); Ignazio Morelli (1868); Paolo Bonetta (1870); Antonio Mazzardi (1877); Luigi Morelli (1890); Pietro Morelli (1904); Giuseppe Chinca (1914); Antonio Lodi (1919).


PODESTÀ: Pietro Mazzardi (1925); Paolo Mazzardi (1929); Ernesto Morandi (1934); Antonio Braguti (1940); Giuseppe Foresti (1941); Luigi Raggi (1943); Carlo Zani (1944).


SINDACI dal 1945: Melchiorre Foresti (1945); Alessandro Posi (1945); Giuseppe Bertoni (1946); Giuseppe Braguti (1950); Gaudioso Gatti (1955); Natale Bernardi (1960); Pasquale Branchi (1965); Piernando Gibellini (1970); Giancarlo Tira (1975); Vittorio Tinelli (1984); Guido Galperti (1985); Adalberto Bassini (1995).


CONSIGLIERI PROVINCIALI: Pietro Morelli (1910); Battista Gatti (1950); Guido Galperti (1985).