PORZANO (3)

PORZANO (in dial. Porshà, in lat. Portianum)

Frazione del comune di Leno e parrocchia autonoma. È a m 74 s.l.m., a 16 km da Brescia e a 3 km a SE di Bagnolo M. La sup. agr. è di 944,43 ettari. Nel sec. VIII si chiamava Portiani, nel sec. XI Portiano, nel sec. XII Purtiano.




ABITANTI (Porzanesi): 300 nel 1580, 150 nel 1609, 200 nel 1686, 430 nel 1853, 1200 nel 1940, 929 nel 1990.




Il territorio venne abitato fin dalla preistoria. Tra i fiumi Mella e Chiese vennero trovate nel 1975 un'ascia litica, nel 1985 presso la cascina Baitone, reperti litici di datazione incerta. Materiali ceramici riferibili al Bronzo Medio vennero rinvenuti presso la cascina La Villetta. Sette sepolture del II-I sec. a.C. di età gallo-romana con relativi corredi furono rinvenuti nel 1975-1976 in una cava della località Castorno. Oggetti come un'ascia neolitica, manici di anfora, lacrimatoi, macine di mulino sono venuti alla luce in ricerche operate nel 1975 da scolari guidati dalle maestre Giuseppina Metelli e Maria Capello e dal prof. Giovanni Fiora; ricerche fatte con l'intenzione di creare un piccolo museo locale. Il nome indicherebbe l'esistenza di un vasto fondo della famiglia romana Porcia onde " fundus Porcianus" con al centro forse una villa. Il fondo faceva parte del pago bagnolese. Di epoca romana sono l'iscrizione funeraria di G. Lartius Capito e il cippo sepolcrale a testa tonda con l'iscrizione di "Octavia Sp(uri) f(ilia) / Anus / t(estamento) f(ieri) i(ussit)". Desolato dalle invasioni barbariche il territorio entrò poi a far parte dell'estesissimo gagio, ossia bosco o selva, longobardo destinato soprattutto alla caccia ed al rifornimento di legna. Il gagium era un territorio più tardi considerato demaniale, ove i più poveri e residenti avevano il diritto di raccogliere erba e legna.


Nel sec. VIII il fondo divenne Corte del monastero di S. Salvatore (poi S. Giulia), corte citata la prima volta nel diploma dell'imperatore Lotario I del 15 dicembre 837 che confermava al monastero tutte le sue proprietà fondiarie fra le quali "Portiano". Appare più ampiamente nel famoso Polittico del Monastero, datato 905-906 ma che qualcuno fa risalire a poco dopo 1'879. In esso "Portiano curte dominica" compare sebbene in periodo già di decadenza con 500 ettari coltivati, con reddito di 300 moggi, 50 anfore di vino, 25 carate di fieno, 12 buoi, 360 maiali, 41 sorti. Alla corte sono soggette 67 persone e, in particolare, 22 prebendari, 21 manentes, 14 liberi homines e addirittura, dieci "aldiones" che servivano come porta-ordini al servizio del monastero. Come rileva Paolo Guerrini gli stessi "liberi homines" nel sec. X erano 14, cioè 14 capi di famiglie libere, avevano fatto offerta delle loro proprietà al monastero di S. Giulia mettendosi sotto la protezione di esso e sotto la dipendenza del gastaldo o canevaro o fattore, che era il capo dell'azienda monastica. Forse da questo medesimo gastaldo dipendeva anche la vicina corte del Canello di Bagnolo, che era pure una proprietà fondiaria di S. Giulia. A Porzano esisteva una cappella od oratorio dedicato con tutta probabilità a S. Martino e che aveva tre altari, arredi di proprietà del monastero. Come asserisce Paolo Guerrini: "Le monache di S. Giulia vi mantenevano un sacerdote cappellano per l'assistenza spirituale dei loro coloni della corte, e forse si deve ad esse anche la costituzione della prebenda fondiaria, che era assai pingue" e che in seguito venne di molto ridotta. Il cappellano dipendeva dall'arciprete di Bagnolo, che fino alla metà del sec. XVI fu il parroco anche di Porzano. Strutture altomedievali sono state riferite al Centro Curtense denominato "Portiano" mentre sulla strada per Bagnolo M. al Rondinino nel 1934-1935 sono state scoperte circa venti sepolture altomedievali, per lo più ad inumazione, in tombe a cassa, due delle quali con corredo costituito da una spada, due fibule, due coltelli, un bracciale e quattro pendagli. Luigi Cirimbelli individua nel complesso attuale degli Zucchi il luogo dove sorgeva la corte del monastero di S. Giulia. Vi esisteva anche un mulino del quale già nel secolo XV abbiamo notizie particolari. Come sottolinea il Cirimbelli «il mulino è ben descritto in una mappa del 1670 ed è indicato di proprietà dei Cucchi». Ai tempi della decadenza benedettina, anche a Porzano succedono nella proprietà dei beni quelli che un giorno erano stati «fattori» o gli affittuali del Monastero. Tra questi ricorderemo i Confalonieri, i Calini, i Cavalli, gli Occanoni. Succedono poi altre famiglie nobili che assorbono i beni antichi del monastero di S. Giulia. Da Porzano prese nome una nobile famiglia bresciana che nel sec. XIII ebbe, come scrive P. Guerrini, rinomanza anche fuori di Brescia, per merito di alcuni membri che esercitarono magistrature civili in altre città.


Il paese si è sviluppato intorno a un castello medioevale, del quale non resta più nessun ricordo ma soltanto la strada di circonvallazione che costituisce come un anello centrale, entro il quale e intorno al quale sono sorte case rustiche e signorili e alla estremità sud-est, quasi in disparte, la bella chiesa parrocchiale con la canonica. Dalla curtis del monastero nascono il castello e il comune. La peste nera ed altre epidemie e continui passaggi di eserciti confinano Porzano fra i paesi "deserti ed inabitati" elencati negli Statuti del comune di Brescia. Nella ripresa dei primi decenni del sec. XV il castello di Porzano apparteneva ai nob. Occanoni di Pavone, poi vi ebbero ingerenza i nob. Cavalli di Leno che costruirono la seriola Cavallina, i nob. Conforti di Brescia, i nob. Uggeri, ecc. Dal 1388 gli Occanoni abbandonarono sempre più Porzano per Pavone M. nonostante godessero esenzioni da imposte e tasse, e nel frattempo facevano la loro apparizione come proprietari i Cavalli di Leno. Porzano con Bagnolo, Asola, Pontevico ecc. era nel 1444-1445 fra le località che godevano privilegi particolari di immunità come esenzioni di tasse, imposte, dazi, gravami fiscali. Analoghi privilegi godevano a Porzano i Cucchi. Tali privilegi erano stati concessi dalla Serenissima per ragioni strategiche. Non mancarono anche sotto la Repubblica veneta passaggi di eserciti. Lasciò il segno nel luglio 1453 il transito delle truppe di Giacomo Piccinino e, nel 1521, quello ispano-pontificio. Ai Cavalli succedettero per linea femminile poi nel '600 i Conforti e i Cucchi. Questi si installarono nella zona dell'antico centro curtense di Porzano in contrada della piazza, di fronte alla chiesa.


Comunque il paese rimaneva povero, attorniato da lame e terre ancora incolte. A differenza di altri paesi della Bassa, Porzano non aveva goduto di efficaci bonifiche al tempo del Monastero di S. Giulia. Il Da Lezze infatti nel suo Catastico del 1609 dice: "Villetta picciola... di circa fuoghi (famiglie) 30, anime 150 de quali utili 65. Le persone sono lavorenti da terreni, che con tale essercitio si mantengono et vivono con le sue famiglie, essendo tutte possessioni di gentil'huomini Bresciani, et in molte parti magre". Vi esistevano 20 buoi, 10 cavalli, 6 carri. Nel 1673 per una bonifica delle lame e delle paludi di Porzano come di quelle di Bagnolo, Leno ecc. l'ing. Vincenzo Barattoni di Padova progettava un canale che doveva allacciare il Naviglio con il Mella. L'opera non venne realizzata e la miseria e la malaria dominarono a lungo. Con decreto del 23 ottobre 1797 il Governo provvisorio assegnava uno stabile di Porzano all'Ospedale di Brescia. Fino al 1884 del resto esisteva nella zona di Porzano-Bagnolo una zona paludosa di 945 ettari, poi bonificata verso la fine del secolo, quando la Bassa potè godere di una nuova politica agraria e di notevoli investimenti. Nel 1885 era il Consiglio Provinciale ad interessarsi delle paludi di Porzano, Leno, Gottolengo e a predisporre la loro bonifica. Ampia opera di bonifica venne compiuta verso la fine dell'800 dai fratelli De Giuli e da altri imprenditori. Queste bonifiche diedero ampio impulso all'agricoltura con un forte richiamo di manodopera. Lo sfruttamento della manodopera, anche minorile, darà il via poco dopo a scontri sociali e vedrà la Chiesa fortemente impegnata nell'opera di mediazione. Nel 1908 veniva costruito l'edificio scolastico e il 5 gennaio 1915 aperto l'asilo infantile. La Ia guerra mondiale contò 10 caduti fra cui Angelo Filippini, decorato della medaglia d'argento. Ai caduti il 22 dicembre 1921 veniva dedicata, sulla facciata del Municipio, una lapide, opera della ditta Bonifacio di Brescia con altorilievo raffigurante l'Italia che porge l'alloro ai nomi dei caduti del luogo.


Il dopoguerra registrò un incremento degli scioperi e vertenze contadine. Come nei decenni precedenti il parroco svolse opera di mediazione tra le forze imprenditoriali e le nuove organizzazioni cattoliche e socialiste che operavano per un riscatto dei lavoratori agricoli. Su Porzano fecero pressione specie durante gli scioperi agrari del 1921, 1922 le squadre fasciste di Bagnolo M. mentre nel 1923 veniva creato un sindacato fascista. Azioni di squadre fasciste provenienti da Bagnolo M. culminarono nell'ottobre 1923 in scontri fra fascisti e socialisti. Nel 1926 Porzano costituì con Manerbio la seconda zona per la bonifica agricola. Numerosi sono i progetti per canalizzare le acque e prosciugare i campi allora discussi a livello provinciale, ed effettivamente molto è stato fatto per dare un nuovo volto al paesaggio agrario.


Una curiosità: dal 1987 a Porzano si tenne un "raduno aereo" per aeromodelli superleggeri.




ECONOMIA: l'economia agricola si afferma sempre più. Sulla fine dell800 diedero particolare impulso all'agricoltura i fratelli Bravi. Fra le aziende agricole di rilievo notiamo quella degli Zucchi. Nel marzo 1983 l'allevamento Ambra di Zucchi Antonia e figli ebbe la palma del migliore allevamento italiano. Nel 1988 l'allevamento presentava la bovina più produttrice d'Italia. A Porzano non sono mancati negli ultimi decenni spiragli di industrializzazione. Ditta di avanguardia fu la Alnor, una delle prime aziende bresciane di estrusione dell'alluminio per la produzione di profilati per l'edilizia, occupando nel 1985 circa 180 dipendenti.




ECCLESIASTICAMENTE Porzano appartenne da sempre alla pieve di Bagnolo M. mentre la vita religiosa gravitò per alcuni secoli sulla cappella di S. Martino fondata dal monastero di S. Giulia. Dalla seconda metà del sec. XV si conosce l'elenco dei rettori, il primo dei quali è don Guerino Guerini, presente ad un'adunanza della vicinia di Bagnolo il 2 settembre 1459. Dopo il suo si conosce il nome di don Pietro Maria Zucchera investito del beneficio della chiesa di S. Martino nel 1532. Paolo Guerrini sottolinea: "Mentre alle altre chiese del Catalogo del 1532 è aggiunta la qualifica di parrocchiale, quella di Porzano è ancora indicata col semplice appellativo di «ecclesia», e ciò mi fa ritenere che non fosse ancora eretta in essa la vera autonomia parrocchiale, indipendente dalla pieve di Bagnolo, ma restasse tuttavia soggetta alla matrice di Bagnolo, pur avendo il Rettore di S. Martino dei diritti e dei doveri di cura d'anime nel territorio del comune sotto l'alta giurisdizione dell'arciprete di Bagnolo. Probabilmente anche Porzano si è completamente staccato dalla matrice bagnolese intorno al 1540, quando il 12 luglio Giacomo Cucchi q. Sandrino, lasciava tre libre per la fabbrica della chiesa di S. Martino se fosse stato necessario rifabbricarla, ma il Rettore parroco di Porzano continuò ancora per un secolo a intervenire alla pieve di Bagnolo nel Sabbato Santo a ricevere gli Oli sacri e ad assistere alla benedizione del Fonte battesimale, e il 15 agosto, festa dell'Assunta, primitivo titolare della pieve, alle funzioni parrocchiali". Si succedono alcuni chierici commendatari o anche sacerdoti residenti. A leggere la cronaca della visita pastorale del vescovo Bollani del 1° maggio 1566 c'è da trasecolare. Il vescovo venne accolto con due croci baldacchino e un "massimo numero di bambini, giovani, donne, cantando Piste Confessor e subito dopo da non pochi uomini, con due angeli vestiti d'oro, otto torce ecc.". Invece la Chiesa aveva bisogno di interventi e di suppellettili. Trovò il rettore Giovanni Maria de Cumis, di buona conversazione, ma non molto diligente e sollecito. Paolo Guerrini attribuisce a don Giordano Valotti l'inizio regolare della vita parrocchiale e la sistemazione della vita religiosa. La visita pastorale del vescovo Bollani del 1566 registra la presenza di don Giovanni Maria Da-Como (o de Cumis) nominato nel 1564. I rappresentanti del comune lo dicono "buono, poverissimo, di condotta intemerata" ma un po' indolente e poco zelante e poco sollecito nell'ammonire il popolo e nell'istruirlo. "Inimicizie" locali obbligarono il successore don Giov. Maria Dionisio Capirola a rinunciare alla parrocchia. Dagli atti della visita di S. Carlo (1580) la chiesa risulta povera. Pur consacrata, non conserva per povertà il Santissimo. Il visitatore raccomanda di tenere la dottrina cristiana e deve riconoscere che il sacerdote non è idoneo. Il succedersi di numerosi parroci alla fine del '500 e lungo tutto il '600, la povertà della parrocchia, e le tristi condizioni del luogo danno un triste quadro del paese in quegli anni. Malsano fu per lungo tempo il paese nel 1600 e sempre "tenue" anzi "inconsistente" il beneficio. Fu rapido il succedersi di parroci tanto da contarne nel 1600, dodici. Tutti i provvedimenti riguardano altari o suppellettili mentre è bene "incamminata" la Dottrina cristiana. Non si registrano inconfessi, né pubblici bestemmiatori, né sospetti d'eresia, né usurai ecc.


Un miglioramento della situazione si dovette registrare a metà del sec. XVIII. Domenico Vesponi dovette allontanarsi per il carattere troppo duro ed impetuoso. La povertà del beneficio con un reddito di cento lire piccole e il clima malsano per l'esistenza di paludi e lame, resero del tutto instabile la permanenza in parrocchia dei parroci, come s'è detto, mentre d'altra parte non mancavano segni di sviluppo della vita religiosa come l'istituzione della Confraternita del Corpo di Cristo. Sotto il parrocchiato di don Angelo Pelizzari venne eretta nel 1760 la nuova chiesa parrocchiale e riedificato il cimitero e in chiesa la tomba per i parroci. Nonostante la ventata giacobina nel 1808 è particolarmente in ripresa la catechesi anche per i ragazzi e le ragazze, grazie all'impegno anche di laici. Intorno al 1837 venne costruito il nuovo cimitero e, probabilmente, sistemata la piazza antistante la chiesa. Dal 1853 si celebra ogni cinque anni una solenne festa della Madonna. Non mancarono sotto il parrocchiato di don Pietro Benvenuti (1835-1865) tensioni con la popolazione e con i suoi nipoti che il vescovo mons. Verzeri nel 1856 comandò di allontanare da casa. Purtroppo questi ultimi si vendicarono appiccando fuoco alla canonica. Il successore, don Tommaso Salvetti dotò la torre di un concerto di cinque campane fuse dalla ditta Gerolamo Maggi. Si deve al suo successore don Francesco Muzzarelli (18701902) la costituzione dell'oratorio, la pratica della dottrina cristiana, l'introduzione delle Missioni al popolo. Breve ma ricco di esempi sacerdotali fu il parrocchiato (1903-1908) di don Giacomo Panizza, passato poi a Manerbio. Sull'istruzione catechistica specie alla gioventù fondò la sua azione don Pietro Salvati (1909-1942) che diede vita all'asilo infantile, ove trovarono poi ospitalità la scuola di catechismo e due sale per ritrovo. Attiva fin dai primi anni del sec. XIX la Unione Cattolica del Lavoro che nell'ottobre 1907 contava ben 150 soci. Inoltre si segnalava il circolo giovanile e poi l'Azione cattolica. Nel 1920 don Pietro Sabetti costruiva un modesto edificio che ospitò il primo nucleo dell'oratorio. Nel 1943 il parroco don Felice Mezzana (1942-1947) faceva costruire un salone teatro e faceva adattare a scuola di catechismo le aule del vecchio asilo antistante la chiesa parrocchiale. Organizzava inoltre il Circolo giovanile, l'attività sportiva ecc. Venne inoltre eretta una nuova cappella per i sacerdoti nel cimitero. Don Mezzana costruì il campo sportivo ed ebbe particolare cura della chiesa parrocchiale. Per l'appoggio dato alla Resistenza, fu arrestato l'8 dicembre dai tedeschi con l'accusa di aver tentato di far disertare alcuni francesi arruolati con i tedeschi, che frequentavano la sua casa. Rimase in carcere per una quarantina di giorni e, liberato, continuò a dedicarsi alle opere parrocchiali e al catechismo frequentato fin dal 1937 da 104 ragazzi. Si occupò dell'oratorio femminile chiamando anche le Suore di Cemmo (22 gennaio 1938) che rimasero in parrocchia fino al luglio 1948, mentre si sviluppavano e si rafforzavano le confraternite ed associazioni quali la Confraternita del SS. Sacramento (97 soci nel 1930), le Figlie di Maria, il Terz'Ordine di S. Francesco, le Madri Cristiane. Don Cesare Greci, successore di don Mezzana, ottenne nel 1948 di sostituire le suore Dorotee da Cemmo con le Umili Serve del Signore di Gavardo che, abbandonato l'asilo nel 1978, continuarono fino al giugno 1985 il servizio in parrocchia, mentre veniva curato particolarmente il catechismo. Negli ultimi decenni vennero compiute altre opere di rilievo quali la ristrutturazione della canonica (1973), la sistemazione del campo sportivo (1974), la creazione di un piccolo ritrovo per la gioventù (1977), una casa diventata Casa delle Suore (1979) e poi Centro Parrocchiale don Bosco, l'erezione nell'oratorio di una statua di don Bosco (1980), il miglioramento della canonica (1986), nuovi interventi al campo sportivo (1992) e al salone parrocchiale (1994).




CHIESA PARROCCHIALE: dedicata a S. Martino, segno di una presenza in luogo del monastero benedettino. A quanto scrive Luigi Cirimbelli: «doveva essere una grande chiesa, cioè dotata di notevoli beni, da far indicare il paese, in una famosa mappa quattrocentesca del territorio bresciano, con l'edificio sacro e non con la solita torre o con il borgo fortificato. Da questo disegno sembra che si tratti di una chiesa a tre navate. A quell'edificio dovrebbero appartenere due formelle in cotto, recentemente ritrovate, che facevano parte del fregio del cornicione esterno, costituito da archetti trilobi impostati su protomi umane. Ancora appartenente alla chiesa quattrocentesca è il frammento di affresco raffigurante la Madonna con il Bambino, conservato su un altare laterale. Questa struttura venne restaurata nel primo Cinquecento, soprattutto per merito dei feudatari subentrati al monastero. Documenti cinquecenteschi ricordano lasciti degli Occanoni, che avevano nella chiesa una cappella gentilizia intitolata a S. Ambrogio, e soprattutto dei Cucchi». Nel 1756 venne dato dalla vicinia e dal rettore il via alla costruzione della nuova chiesa. Il progetto, attribuito da Sandro Guerrini a Antonio Marchetti, venne approvato dalla Curia vescovile il 30 aprile 1756. Sotto la guida del capomastro Giovanni Andrea Lanza, la costruzione dell'edificio si concluse in un decennio. Il nuovo tempio fu benedetto il 24 novembre 1765 dall'arciprete di Bagnolo M. don Benedetto Perugini. Nel 1846-1847 vennero acquistati i banchi. Nel 1898 la chiesa venne restaurata nel suo interno su progetto dell'arch. Luigi Tombola che sistemò gli altari mentre la Bottega Poisa eseguì la soasa dell'altare maggiore e l'indoratura di lesene, del pulpito, delle soase e della cassa dell'organo. In seguito, nel 1904 vennero poste le stazioni della Via Crucis; nel 1908 furono collocate le statue del S. Cuore e di S. Luigi; nel 1911 quella dell'Immacolata. Sempre nel 1911 vennero restaurate le strutture murarie esterne ed interne e posto dalla Società Bresciana Cementi e Costruzioni il pavimento in mattonelle. Al contempo veniva restaurato il castello del campanile. Nel 1944 veniva eseguita la decorazione da Eliodoro Coccoli e da Giacomo Prandelli. Nel 1945 la Bottega Poisa forniva nuovi lampadari e nuove stazioni della Via Crucis e nel 1955-1956 veniva eseguita dalla ditta Marengoni di Brescia la vetrata centrale e restaurate le altre vetrate. Nel 1988 la chiesa veniva di nuovo e ampiamente restaurata nella facciata e nelle strutture murarie in generale. Nel 1995 veniva dotata di un bell'altare liturgico e di nuovi accessori, aggiunti via via a quelli acquisiti negli anni precedenti.


Entrando a destra si incontra la cappella e l'altare di S. Giuseppe raffigurato in una statua di gesso. Segue la cappella del Redentore e poi dell'Addolorata, adorna di una bella pala raffigurante la Deposizione, commissionata, come afferma Sandro Guerrini, intorno al 1580 dalla Scuola del SS. Sacramento ad un buon pittore di scuola bresciana probabilmente su consiglio e in parte su finanziamento dei Cucchi. L'altare maggiore è stato realizzato nel 1766 dal tagliapietra Carlo Cristini "con un suo compagno" per 100 scudi piccoli in marmi bianchi e colorati, mentre il tabernacolo venne eseguito nel 1800. Domina l'abside, la bella pala (centinata m. 215-143) del Moretto raffigurante la Madonna che allatta il Bambino su una falce di luna fra nubi e teste di angioletti e con ai piedi S. Martino in abiti vescovili e S. Caterina di Alessandria. Il Fenaroli l'aveva ritenuta "probabile copia" di altra e Paolo Guerrini aveva confermato tale tesi. Camillo Boselli invece l'ha rivendicata decisamente al grande pittore bresciano assegnandola al 1530 e descrivendola. La pala venne restaurata nel 1898 e raccolta nell'attuale soasa eseguita nello stesso tempo dalla bottega Poisa di Brescia. Scendendo lungo la navata di destra si incontra l'altare dedicato alla Madonna della Stalla, raffigurata in un affresco tolto da una cappella distrutta, collocato in luogo di una statua della Madonna del Rosario, che era contornata dai misteri del Rosario, in una bella ed elegante soasa in marmo. Bello è l'altare con paliotto ricco di marmi e di motivi ornamentali avente al centro una medaglia con la Madonna del Rosario tra i S.S. Domenico e Caterina da Siena. Segue la cappella di S. Carlo Borromeo, meno ricca della precedente ma non mancante di un'architettura di una certa eleganza e che accoglie una pala (già nella chiesa dei S.S. Giacomo e Filippo di Brescia) firmata da Carlo Baciocchi e datata 1672 raffigurante S. Carlo inginocchiato che adora il Bambino Gesù presentatogli da S. Antonio di P.


Di un organo si hanno notizie nel 1823 quando lo strumento viene affidato per restauri a Tommaso Marchesini di Leno. Nuovi restauri vennero compiuti dai fratelli Serassi di Bergamo nel 1874. L'attuale strumento viene attribuito a Giovanni Tonoli, ma non compare negli elenchi suoi. Si conoscono invece restauri compiuti nel 1894 da Porro, da Maccarinelli di Brescia, nel 1924 da Bianchetti Frigerio e nel 1955-1956 da Domenico Vergine di Casalpoglio (Mantova). Nel 1987 l'organo fu sostituito da un organo elettronico. Le campane vennero fuse da Gerolamo Maggi nel 1867. Nel 1981 venne rinsaldato il castello campanario. La sagrestia è adorna di una tela raffigurante S. Carlo inginocchiato davanti al Crocefisso, che S. Guerini giudica "notevole".


LA MADONNA DELLA STALLA. Narra una tradizione locale che nel 1490 nella cascina che oggi si chiama anch'essa della Madonna della stalla vivesse una famigliola di contadini. Ogni giorno i genitori lasciavano la cascina per andare a lavorare quel poco di terra che erano riusciti a strappare alla palude lasciando sola una figlioletta cieca, che, non potendola portare con loro, chiudevano nella stalla, per paura che incappasse in qualche guaio. Anche quel giorno d'estate la piccola era chiusa in stalla quando improvvisamente si sentì chiedere da una bella signora cosa facesse. Rispose di essere cieca e di non poter seguire i genitori nei campi. La signora la invitò invece ad andare ad attingere acqua per portarla ai genitori. Improvvisamente la piccola vide ed esegui l'ordine ricevuto e trovò acqua in abbondanza. Sul luogo dove la signora apparve rimase impressa nel muro la sua figura. Trasportata lo stesso giorno nella parrocchiale l'immagine fu però ritrovata, l'indomani, nello stesso punto della stalla. Costruirono perciò, si era allora nel 1490, una cappella che fu subito meta di pellegrini e circondata da grande devozione. Ancora oggi la festa si celebra nella chiesetta il 10 giugno, giorno anniversario dell'apparizione, ripetendola la domenica successiva per dare maggiore comodità ai devoti. Una settimana più tardi, invece, la festa si celebra nella parrocchiale di Porzano dove è pure custodito un quadro pressochè uguale a quello conservato nel santuario. La cappella con un bel campaniletto, sorge a circa tre chilometri dal paese, al centro di una grande cascina. L'altare è in marmo. Sopra di esso vi è l'effige che si dice essere l'impronta della Madonna col Bambino. Alla destra una grande tela raffigurante l'Assunzione della Madonna al cielo. Accanto alla cascina c'è ancora la fontana dove la bimba cieca avrebbe attinto l'acqua da portare ai genitori. Di questa cappella vi è ricordo in una relazione del parroco di Porzano del 10 dicembre 1834 che scrive: «Non vi è altra chiesa oltre la parrocchiale ad esclusione della chiesetta al fenile stalla monumento (sic) dove fu levata la S.S. immagine di Maria Vergine, che si venera in parrocchia piamente creduta apparsa, ed in molta venerazione dal popolo. In esso monumento non fu, né si dice messa, né si può celebrare. È proprietà sig. fratelli Dossi di Leno». Il vescovo mons. Verzeri nel 1856 dispone: «Quanto all'oratorio della B. V. della Stalla non si fanno osservazioni, riservandosi di farle quando si venisse nella determinazione di celebrarvi il divin sacrificio».




S. GIORGIO, oratorio campestre poveramente dotato nel 1565, è ora del tutto abbandonato e cadente.


S. ROCCO. Esistente nel cimitero (1565), è in condizioni di degrado.


ANNUNCIAZIONE DELLA B. V. Ricordata dagli atti della seconda visita del vescovo Morosini nel 1653. Esisteva «in Romitorio Martinenghi in curte Aleanelli». Il nob. Ottavio Cucchi otteneva il 10 agosto 1670 di potere erigere un suo oratorio privato che però scomparve presto. Tra gli edifici civili rilevante è il palazzo cinquecentesco di via Leonardo da Vinci, un tempo dei Cucchi e poi dei Bozano. Fausto Lechi parlando del palazzo afferma che conserva «tuttora l'aspetto severo di un tempo, zoccolo alto a barbacane a pian terreno con grossa cordonatura, finestre rade e cornicione con belle mensole. Il tutto col muro di mattoni a vista. Per quest'ultimo particolare, come al solito, gli abitanti del posto lo chiamano castello. Nella facciata verso sera l'aspetto è altrettanto severo, soltanto che nell'estremo lato verso sud, si aprono due luci di portico elegantissime con colonne di pietra a capitelli jonici. Nell'interno a piano terra vi è una grande sala con la volta a ombrello che termina negli spigoli in modo assai originale. Nella stessa sala vi è un camino in marmo, le mensole del quale, che portano l'architrave, son fin troppo sporgenti e su di esse sono incisi strani disegni. Al primo piano, al quale si accede con una ripidissima scala a due rampe che parte dal portico, vi sono la galleria e varie stanze a travetti di legno a vista».




PARROCI: Guerino Guerini di Poncarale (cit. nel 1459); Giovanni Compagnoni di Bozzolo (cit. nel 1463); Pietro Maria Zucchera (1532); Giulio Bosio o Bossi (rin. nel 1559); Girolamo Valotti (1559); Stefano Beltrami (m. nel 1562); nob. Pietro Martire Calini di Brescia (19 aprile 1562 - 1563); Agostino Marini o de Marinis (1564); Giovanni Maria Carattoni da Como (de Cumis), di Brescia (3 agosto 1564 - 31 dicembre 1566); Dionisio Capirola di Leno (31 dicembre 1566 - 19 agosto 1573); Giov. Maria Carattoni da Como (6 ottobre 1573 - m. novembre 1577); Giacomo Zanoli (28 novembre 1577 - aprile 1582); Giacomo Tirelli di Verolavecchia (15 ottobre 1582 - rin. nel febbraio 1599); Antonio De Marchi (marzo 1599 m. il 12 febbraio 1603); Gabriele Trappa di Quinzano (3 marzo 1603 - rin. giugno 1605); Paolo Rossi di Brescia (luglio 1606 - rin. gennaio 1608); Pompeo Dolcini di Quinzano (4 dicembre 1608 - m. nel febbraio 1610); Bartolomeo Cottarelli (1 dicembre 1614 - gennaio 1617); Alessandro Cusani (21 giugno 1624 - rin. 1 giugno 1626); Marco Breda di Bagnolo (1626 - rin.); Pellegrino Lorani parmigiano (24 agosto 1626 - rin. il 28 novembre 1631); Teodoro Tedoldi di Castiglione delle Stiviere (5 marzo 1663 - m. il 18 febbraio 1670); Domenico Ferra77i di S. Gervasio (10 giugno 1670 - 22 novembre 1670); Giovanni Spalenza di Verolanuova (14 marzo 1671); Pietro Zani (1 luglio 1675 - m. 14 novembre 1675); Giacomo Pola di Borgosatollo (18 febbraio 1676 - 26 novembre 1681); Giuseppe Fogliata di S. Gervasio (27 gennaio 1682 - m. nel giugno 1700); Giacomo San Pietro o Sampietri di Leno (4 ottobre 1700 - 18 aprile 1714); Gabriele Marocchi di Bagnolo (1 settembre 1714 - m. 14 gennaio 1750); Angelo Pelizzari di Nuvolera (18 giugno 1750 - rin. 18 novembre 1774); Faustino Inselvini di Brescia (6 settembre 1774 - m. il 26 novembre 1776); Ignazio Simoni di Pralboino (18 aprile 1777 - rin. 19 luglio 1778); Giuseppe Zapetti di Carcina (28 novembre 1778 - m. 25 settembre 1792); Giusto Antonio Filippini di Salò (22 febbraio 1793 - rin. 29 novembre 1796); Giuseppe Cavretti di Bagnolo Mella (6 agosto 1797 - m. 29 luglio 1834); Pietro Antonio Benvenuti di Gottolengo (11 dicembre 1834 - m. 25 novembre 1865); Tomaso Salvetti di Pavone Mella (22 febbraio 1866 - m. 9 febbraio 1870); Francesco Muzzarelli di Brescia (10 maggio 1870 - m. 24 luglio 1902); Costanzo Ambrosini di Manerbio (1902 - rin. 28 marzo 1903); Giacomo Panizza di Manerbio (16 settembre 1903 - rin. 1909); Pietro Salvati di Coniolo (5 maggio 1909 - 1942); Felice Mezzana di Borgo S. Giacomo (1942 - m. 23 marzo 1947); Cesare Greci di Orzinuovi (1947 - m. 8 marzo 1973); Michele Portesani di Manerbio (dal 1973).