PONTOGLIO (3)

PONTOGLIO (in dial. Pontòi, in lat. Pontis Olei)

Centro industriale della pianura occidentale. Si estende prevalentemente sulla riva sinistra dell'Oglio con espansione anche sulla riva destra. Alcuni canali ne hanno limitato lo sviluppo verso S. È a 31 km. a O da Brescia, a NO di Chiari, a 155 m. s.l.m.; ha una superficie di 11.06 km2. Se si osserva la carta al 25mila dell'I.G.M. di Pontoglio non si può non rilevare la grande quantità di località e cascine che vi sono segnate. Località segnate in planimetria I.G.M.: cascine Pascoli, Gonzarola, Bassette via Nove, S. Paolo, Vetra, Bredina, Breda, Crocette, Bredella, S. Pietro, Finiletto sotto, S. Lucia, Cava, S. Giuseppe, S. Giovanni, Boscaiole, S. Carlo, S. Stefano, Roseto, Campone, S. Antonio, Venzaghetto, Galbenino sopra, Galbenino sotto, Macina Pace, Ortaglia, Sega, Uccellanda, S. Cecilia, S. Faustino, Giraffe, Derasio, Cicalino, Passaloia, Bredabolda, Prato d'Oglio, S. Luigi, S. Angelo, Colombara, Vanzago, Clementina, Maglio, S. Domenico, S. Gervasio, Fratte, Testamoreno, Lepre, Roccolo, Bredacara = Bredacore, Crodella, S. Bernardo, Croce, Vittoria, Feniletto, Ceratello, S. Vittore, S. Martino, Ravazzolo, Someda, Canova, Malpensata, Bruciata, S. Maria, S. Spirito, S. Vincenzo, Santelle, Fornace, Convento. Nel sec. X era Ponte Olio, nel XV Pontolium. Dal luogo ha preso il nome una nobile famiglia (v. Pontoglio, De Pontoleo, Di Pontoglio).




ABITANTI (pontogliesi): 850 nel 1493, 1200 c. nel 1565, 1257 nel 1572, 500 nel 1580, 850 c. nel 1595, 1127 nel 1610, 472 nel 1630, 914 nel 1650, 1300 nel 1677, 1400 nel 1693, 1400 nel 1703, 1127 nel 1774, 1285 nel 1792, 1379 nel 1820, 1450 nel 1838, 1500 nel 1849, 1957 nel 1892, 2890 nel 1911, 3423 nel 1914, 3842 nel 1928, 4197 nel 1936, 4697 nel 1948, 4751 nel 1951, 4646 nel 1961 (fam. 1.150), pop. att. 1963 di cui 326 nell'agric., 1307 nell'ind., 5800 (1.181 fam) nel 1983, 6139 nel 1991.


Singolare il dialetto, che i bresciani dicono bergamasco e i bergamaschi bresciano. Ritrovamenti (1985) di conchiglie al Quartiere Dolsano e in altre località, dicono della presenza, in epoche remotissime del mare che, ritirandosi dall'epoca quaternaria, lasciò una grande laguna. Il sottosuolo rivela strati di conglomerato compatto, strati di ghiaia e di sabbia mista a ciottoli, oltre ad una grande ricchezza di acque sotterranee con direzione da nord a sud. Infine il territorio venne lavorato dal fiume che a sua volta prima di trovare l'alveo attuale ha creato terrazzamenti di 15-20 metri sul suo livello. Sul più ampio di questi, sulla sponda sinistra del fiume a nord dell'attuale paese (come dimostrano selci lavorate e anche vasetti giocattoli "trovati all'Isola") si fermarono, alla fine dell'età della pietra e specialmente agli inizi dell'età del bronzo, i primi abitanti esercitanti la caccia e la pesca. Abitavano in palafitte o in terramare delle quali si troverebbe conferma in chiazze di terriccio nero, e in frammenti in cotto. Naturalmente senza nessuna prova è l'opinione di chi come certo Montellius ha ritenuto Pontoglio fondata tre mila anni a.C. dai Tauri nel loro trasferirsi da oriente a occidente. Tre insediamenti preistorici sono stati individuati: uno, il più settentrionale, a cavallo del fiume, press'a poco nell'area della Gonzarola e della Gonzarina, e particolarmente in località Boschi, e l'altro, un po' più a sud, sull'ansa più ampia del fiume, dove sorge la cascina Ravazzolo e specie in località Campone; ed infine un terzo, più modesto, a sud del paese al campo Valgadori. Poco probabile anche una presenza etrusca, mentre suggestiva è l'ipotesi del Dotti che Pontoglio, come Palazzolo abbia potuto far parte di una sistema difensivo gallico potenziato poi dai Romani. Insediamenti gallo-romani infatti sono stati documentati alla Gonzarola, al Portone del Diavolo, dai ritrovamenti compiuti a più riprese nel corso degli anni Settanta e Ottanta. Tombe alla cappuccina con ricchi arredi fra i quali armi e coltelli hanno indicato una presenza della civiltà medio e tardo La Tène della seconda età del ferro (dal V al I sec. a.C.). Il territorio dovette assumere particolare importanza specie quando sul finire si fronteggiarono tribù di Cenomani ed Insubri, questi poi sottomessi nel 223-222 a.C. dai Romani alleati con i Cenomani. Press'a poco negli stessi luoghi si stanziarono colonie romane di cui rimangono reperti ritrovati nel 1950 presso la cascina Campone ma soprattutto nell'area della cascina Gonzarola dove nel 1970-1973-1979-1984-1987 vennero trovati materiali ceramici, vitrei e metallici pertinenti a corredi tombali databili dalla fine del I sec. a.C. al II sec. d.C.; e alla cascina Gonzarine dove, nel 1969, venne scoperta una tomba, con corredo di materiali vari sempre di età romana. Una estesa necropoli individuata in seguito a scoperte effettuate dal 1969 in poi e voci di altri ritrovamenti non denunciati, ha fatto pensare all'esistenza nella zona della cascina Gonzarola di un villaggio preromano e poi ad un vicus romano. Resti di muro di fattura romana ritrovati sull'argine della Seriola Vetra hanno fatto pensare all'esistenza di una villa. Segni di centuriazione sono stati ravvisati specie nelle zone a sud e est del territorio; nella zona più pianeggiante, sempre nell'area della Gonzarola, insediamenti consistenti sono stati rinvenuti nel maggio 1987 e fatti risalire dal sec. II a.C. ai sec. IV - V d.C. Di grande rilievo la scoperta nel 1950 presso la cascina Campone di un tesoretto di 355 monete e materiali ceramici del IV sec. d.C.. Un abitato tardo romano od alto medievale esistette nella zona della Cascina Cicalino, mentre tombe di datazione incerta vennero rinvenute al Campo Dereso in località Gonzarola, nei pressi della fabbrica Cuter in località Sammartì (1985) e nella zona S. Marta. 


In questi periodi, fra preistoria e dominazione romana, Pontoglio fece parte del vasto pago di Coccaglio. Dell'importanza del territorio fin dai tempi antichi sono una riprova le strade, il guado e il ponte. Studiosi come il Guerrini, il Mazzi, il Bedeschi hanno collocato a Pontoglio il transito della famosa "via dell'Oriente" che congiungeva Bordeaux a Bisanzio passando per Brescia e precisamente il ramo intermedio fra quelli che con essi avevano origine a Coccaglio di cui quello più a nord puntava su Palazzolo per raggiungere Bergamo e quello più a sud su Chiari e Urago. Secondo il Guerrini "il tragitto di questa via, ora abbandonata o quasi, era certamente il più antico tratto della via consolare, perchè, oltrepassato il ponte, si volgeva a Cividate (Civitas) al Piano (che io credo di poter identificare nell'enigmatica Lenceris o Lenkeris, perchè posta sul Cherio), poi a Romano (Forum), a Fornovo (Forum novum), a Treviglio (Tres villae) e a Milano. Il transito principale su questa via primitiva, era dunque quello di Pontoglio che ha avuto perciò il nome dal ponte romano, il quale è sempre stato un punto nevralgico della viabilità fra le due province di Brescia e di Bergamo, e nel Medio Evo il pomo della discordia fra di esse" . Venne poi chiamata anche "strada francisca" e durante le Crociate era la strada principale fra Brescia e Milano. Il guado sul fiume viene collocato in una depressione tra Campone, a sud della cascina Ravazzolo, e la sponda opposta, nella piana formata dalla foce del torrente Cherio (in località Bindella non molti anni fa si sono trovati frammenti di tavelloni in argilla rossa in superficie). Peci e Cavalleri l'hanno collocato in località "Bindella" o "bindellina". Un sentiero preistorico e poi strada romana doveva accompagnare il corso dell'Oglio, da "La Scagna" di Palazzolo al Castellaro di Urago d'Oglio. G. Peci e F. Cavalleri ne hanno trovate alcune tracce al Purtù del Diaol, al Sammartì, alla Maronsela, via Predari ecc. per raggiungere il luogo dove oggi è Pontoglio e scendere ai Valgadori, risalire al Maglio ecc. fino a Urago. In una tratta di essa gli stessi hanno individuato quella che i vecchi chiamavano "Strada de Sant'Ubiscio" e che la tradizione vuole percorsa da S. Obizio accorso a combattere per Brescia contro i bergamaschi. Tale strada è nominata in un documento del 1219 e si ricollega ad altra del 915. Di rilievo anche la strada per Chiari attraverso Croce-Testamorene, S. Gervasio, Colombara ecc. Sulla riva destra del fiume correva e corre la strada Bergamo-Cremona, ricordata come strada in documento del 915 e come via pubblica in altro del 990. Alle strade sono collegate le antiche stationes o mansiones per il ristoro dei viandanti e il cambio dei cavalli. Una di certo esisteva al guado poi trasformata in ospizio cristiano. Di notevole importanza furono i ritrovamenti avvenuti nel 1984-1985 ecc. nel triangolo Valgadori-Galbene e Porto di mezzo e specie al campo denominato Cicalino dove vennero scoperte tombe ricche di corredi, fatti risalire ad epoca tardo-romana o alto medievale, che avvalorano l'ipotesi che i Longobardi abbiano dato particolare importanza alla zona fortificando l'altura dove sorgono la Chiesa e il Castello e dove dovevano già esistere forse un castellaro preistorico ed una torre di avvistamento romana. All'assistenza religiosa e materiale della popolazione sparsa per le campagne e dei viandanti, a volte come trasformazione di precedenti istituzioni romane sorsero con tutta probabilità nel territorio pontogliese ospizi, e anche dei piccoli cenobi che precedettero il monachesimo benedettino. Uno di essi fu quello di S. Martino, sull'incrocio fra le strade romana e quella Palazzolo-Orzinuovi esistente dove oggi è il cimitero e ricordato poi da una chiesetta demolita nel 1925. Il punto primario di riferimento fu tuttavia prima la pieve di Coccaglio, e più tardi quella di Palazzolo. Da essa, dipese la prima cappella che Anelli e Guzzo fanno risalire all'VIII e al IX sec. dedicata a S. Maria. Fu probabilmente nei sec. V e VI, se non prima, che tra la sparsa popolazione penetrò il Cristianesimo come sembra comprovare il culto di santi ai quali furono probabilmente dedicati alcuni "loca sanctorum" cioè depositi di reliquie in capitelli e cappellette a volte anche in necropoli che segnarono i primi riferimenti ai cristiani sparsi nelle campagne. Ne sono indizi il culto di S. Vittore, dei S.S. Gervasio e Protasio, di S. Zeno ecc. Non mancano toponimi come gazo e breda che ha fatto pensare ad alcuno ad una radicata presenza longobarda. Ad essa si riferirebbe anche la chiesetta di S. Michele invocato a protezione di rocche e fortificazioni.


Il territorio pontogliese fu considerato bresciano fin da tempi antichissimi, compresi i terreni contenuti fra l'ansa che il fiume forma a sud del paese e la strada della sponda bergamasca che corre parallela al fiume e che congiunge Palazzolo a Cividate al Piano. L'appartenenza del fiume come regalia imperiale con relativi diritti di pesca, di navigazione, di pedaggio venne poi specificata con decreto imperiale di Lodovico II nell'862; diritti resi ancora precari ai tempi delle ultime invasioni barbariche come quelle ungare durante le quali venne rinforzato un castelliere preistorico o costruito un nuovo castello.


Assieme agli Ungheri, masnade di avventurieri e briganti usurpatori scorrazzarono specie ai tempi di Berengario e ciò contribuì certo a dare importanza alle fortificazioni di Pontoglio. Scomparso il pericolo ungaro ed affermatasi la potestà imperiale, Pontoglio entra nella documentazione storica. Un documento del 961, il primo secondo le attuali conoscenze, nomina infatti un Pons Olei, e registra una permuta di proprietà fra il conte Walfredo di Viadana e il vescovo di Cremona Liutprando. Investiture di rilievo ebbero nel territorio i Martinengo, vassalli del vescovo e poi del Comune di Brescia. Secondo uno studioso locale, Francesco Cavalleri, fu l'imperatore Ottone I, intorno all'anno Mille, ad erigere una postazione di difesa che probabilmente richiamava in vita apprestamenti difensivi, già millenari. Ma la fortuna di Pontoglio fu dovuta soprattutto al Comune di Brescia. Il fiume infatti riconfermato da Corrado II al vescovo di Brescia Olderico nel 1037, e in seguito da altri diplomi imperiali, bolle papali e nel 1183 dalla Pace di Costanza passò per poteri delegati dal vescovo di Brescia al Comune di Brescia. Nel territorio di Pontoglio, come lungo tutto il corso dell'Oglio in pianura, acquistarono parecchie terre i Martinengo e di altre vennero infeudati dal vescovo di Brescia, oltre a Viadana e ad altri luoghi come è già stato ricordato.


Notevole rilievo prese una famiglia del luogo e che dal luogo assunse anche il nome: i da Pontoglio (v. Pontoglio, De Pontoleo, di Pontoglio). Oltre che domini e milites del castello essi furono anche tra i "cavethari" di Rudiano cioè fra quei "capitanei" cui il Comune di Brescia concesse terre perché difendessero il castello. Fra i Cavetari (1191) si contavano Dom. Bonfatus, il castellano di Pontoglio Dom. Girardus, Dom. Azzone e il capo famiglia Dom. Cavalcasole da Pontollio. Nell'epoca comunale infatti Pontoglio assunse un ruolo importante specie quando Brescia rafforzò le sue difese riguardo a Bergamo con la quale fu in vivo e lungo contrasto per ragioni di confini e di interessi economici. Con l'affermarsi del Comune bresciano, Pontoglio divenne infatti uno dei cardini della prima linea di difesa sull'Oglio. Fu difatti il Comune di Brescia che trasformò in borgo fortificato l'altura che guardava l'Oglio e la pianura bergamasca e bresciana già certo utilizzata in epoca preistorica, romana e longobarda. Rendeva importante militarmente Pontoglio l'area boscosa che da Cologne a Chiari si congiungeva a Boscolevato, nel territorio di Pontoglio con quella che costeggiava l'Oglio. Ma ancor più favorivano la difesa, oltre il fiume, le rogge che condizioneranno più tardi anche la struttura urbanistica della borgata. L'importanza del castello o borgo era data dal fatto che il Comune di Brescia era riuscito ad assicurarsi un discreto territorio anche sulla sponda destra dell'Oglio delimitato dal fiume e dalla via pubblica che, parallela ad essi, congiungeva Bergamo a Cremona.


Secondo racconti più o meno attendibili Pontoglio, proprio per la sua posizione e il facile passaggio dell'Oglio, fu teatro di diversi fatti d'armi. In località "Broer" nel 1151 si sarerebbe combattuto tra bresciani e bergamaschi per il possesso del castello di Volpino. Le fortificazioni di Pontoglio, certo antiche, vennero rivalutate dopo la battaglia di Palosco o delle Grumore del 1156 quando il Comune di Brescia decise di rafforzare ed erigere alcuni castelli e rocche di difesa contro i bergamaschi. Nella piana tra Pontoglio e Palosco si sarebbe svolta nel marzo 1156 la battaglia fra bergamaschi e bresciani detta delle Grumore per i castelli di Volpino, Qualino e Ceretello, finita con la sconfitta dei bergamaschi i quali avrebbero perduto 2500 uomini e il gonfalone di S. Alessandro, che fu portato a Brescia e conservato come trofeo nella chiesa dei S.S. Faustino e Giovita. La data della battaglia fu ricordata a lungo, ogni anno come festività cittadina. Se ciò è veramente accaduto, vuol dire che il posto era di grande rilievo, alla stessa stregua di Capriolo, Palazzolo e Rudiano, per citare soltanto i più vicini. Più plausibile la localizzazione nel territorio della battaglia detta della "Malamorte" o di Rudiano del 6-7 luglio 1191 combattuta, secondo la tradizione, nella località del Cicalino e che richiamò il 14 gennaio 1192 l'intervento dell'imperatore Arrigo VI. Nello schieramento dei Bresciani fronteggianti i bergamaschi che avevano posto i loro accampamenti presso Palosco e Telgate a Pontoglio si sarebbe distinto Obizio di Niardo, mentre Biatta da Palazzo era a difesa del castello di Rudiano, in attesa dei rinforzi milanesi. Nella battaglia si distinsero Girardo Pontoglio, Giacomo Confalonieri, Giovanni Rozzano, Monaco Martinengo e Lanfranco Oriano.


Fu in seguito a questo susseguirsi di battaglie e di contrasti che nel 1193 il Comune di Brescia deliberò di creare un sistema difensivo che avrebbe dovuto distendersi su due linee principali: una avanzata sull'Oglio, comprendente una più arretrata. Da allora a più riprese gli Statuti di Brescia registrarono diversi provvedimenti riguardanti la manutenzione delle strade del Castello e specialmente la proibizione di costruire vicino alle sue porte, le cui spese di manutenzione vennero sostenute dal Comune di Brescia col concorso del clero. Solo con l'andare del tempo, quando le strade laterali a quella di Pontoglio, e specie quella che passava per Palazzolo, assunsero sempre più importanza, Pontoglio venne eclissata da Palazzolo, nel cui ambito passò anche sotto il profilo ecclesiastico. Come ha rilevato Paolo Guerrini: «Cessate le discordie e le contese territoriali fra Brescia e Bergamo, anche il Castello di Pontoglio incominciò la sua parabola discendente, limitandosi sempre più la sua importanza militare e incominciando invece lo sviluppo edilizio dentro e fuori le mura. I secoli seguenti videro scomparire lentamente le mura merlate e gli edifici di carattere militare, trasformando il castello medioevale in una borgata tranquilla e operosa». In compenso, infatti fin dal sec. XIII ma ancor più dal XV, e grazie all'acqua del fiume e a quella di sempre più numerose rogge, il territorio venne reso sempre più fecondo e popolato da numerose cascine. Anche se meno importante di Palazzolo, Pontoglio fu come molti altri paesi nell'estate del 1238 tra i primi ad essere occupati dall'imperatore Federico II in guerra con la Lega composta da Milano, Piacenza, Bologna e Brescia. L'imperatore ottenne saldamente il castello prima di accingersi all'assedio di Brescia. Venti anni dopo, nel 1258, il castello e il paese vennero saccheggiati e incendiati dai Ghibellini guidati da Griffo de Griffi spalleggiati da Ezzelino III, Buoso da Dovara e Uberto Pelavicini. Nel 1259 lo stesso Ezzelino da Romano dopo aver saccheggiato gli Orzi, costeggiando l'Oglio, avrebbe raggiunto Pontoglio devastandolo.


Di orientamento ghibellino (come, secondo il Giudici, confermavano i merli del castello) Pontoglio nel 1265 sostenne l'imperatore Enrico. Il Malvezzi racconta che quando Pagano della Torre, giunto a Pontoglio per aspettarvi l'imperatore, ebbe sentore dei negoziati che Enrico stava facendo coi ghibellini, ritornò a marce forzate verso Brescia. Avendo poi posto il campo a Travagliato imponeva gravi balzelli e il 1 giugno ordinava a ventotto comuni, tra cui Pontoglio, di mandare i deputati per riconoscere la maestà cesarea, minacciando ai renitenti «sacho, foco et captività come a nimici se conviene». "Destructa" o almeno desolata era ancora nel 1309 quando il territorio di Pontoglio venne donato in data 12 febbraio da Bernabò Visconti alla moglie Regina della Scala. Questa allargava poi il suo patrimonio comperando 1'11 ottobre seguente, attraverso Mairanolo Tagliabue, altri fondi e case. Nel 1309 il vescovo infeudava Pontoglio a Genlhinus q. domini Socini de Falconibus e Savoldum q. Alberti Bozoli, ambedue di Pontoglio. 11 13 aprile 1322 l'imperatore Arrigo VII sostava a Pontoglio per abboccarsi poi a Palazzolo con i ghibellini bergamaschi. Si accentuarono i segni di progresso economico dati anche dallo sviluppo dell'irrigazione attraverso seriole e rogge. Tra i primi canali di irrigazione sono da segnalare la Fusia (1347), la Vetra Vecchia (la più antica, forse sec. XI-XII) ricordata in un documento del 29 aprile 1347, la Castrina (dal 1507), la Galbena, anticamente Ingalbeni (nome della famiglia con terre nella zona bassa del sottomaglio) chiamata anche Gardena ora è Trenzana Travagliata, la Baiona (sec. XIV) cui si aggiunsero la Rudiza (già esistente agli inizi del sec. XIII, ampliata nel sec. XV) e la Castellana (dal 1331, ampliata nel sec. XVI). Inoltre vennero tracciate le rogge Pascoletto e Sabbioncello chiamate Dugale e il canale Molino Maglio. Il 6 settembre 1421 le proprietà dei Martinengo a Pontoglio vennero ereditate da Antonio I considerato come il fondatore del ramo dei Martinengo di Padernello o "della Fabbrica". Strenuissimo capitano dell'armata veneta egli difese in più occasioni Pontoglio. Su Pontoglio andavano estendendo potere economico i Mignani, diventati proprietari di Monticelli di Chiari. Continuamente conteso dai Visconti di Venezia, con il trattato di Ferrara del 30 dicembre 1426 Pontoglio passava a far parte della Serenissima essendo fra i "lunghi forti" o fortificati ancora in mano ai Milanesi da consegnarsi a Venezia entro 25 giorni dalla firma. Ma all'atto della consegna il 24 gennaio 1427 come tutte le altre fortezze, Pontoglio scacciò gli inviati veneti e secondo alcuni storici resistette con forza, così da provocare la morte di Nicolò da Tolentino. Solo nel novembre 1427 il Carmagnola riuscì ad entrare in Pontoglio ottenendo il giuramento di fedeltà a Venezia. Nel 1428 Antonio Martinengo seppe oltre che ricompattare l'esercito veneto dopo la sconfitta di Bornato, consegnare la fortezza di Pontoglio al Colleoni. A distanza di pochi anni Pontoglio si trovò ancora nel pieno di nuove guerre e contese. Rotto il trattato di Ferrara, venne rioccupato dalle truppe viscontee fino al 1431, ripreso dalle truppe venete al comando di Antonio Martinengo e con l'aiuto di Baldassare Mignani. Caduto di nuovo in mano ai viscontei, vittoriosi sul Carmagnola e l'esercito veneto a Soncino dove venne fatto prigioniero anche il Martinengo il 16 marzo 1431, ritornava in mano all'esercito veneto nel giugno seguente. La fortezza pontogliese divenne di nuovo un caposaldo alla ripresa dell'eterna guerra fra Milano e Venezia nel 1437. Secondo il Caprioli presso Pontoglio si verificò nel settembre 1437 uno scontro fra truppe venete comandate dal Gonzaga e truppe milanesi aventi a capo il Gattamelata. Comunque Pontoglio, come scrive il Caprioli, vide in quell'occasione Francesco Gonzaga, infido condottiero dell'esercito veneto "lasciate indietro tutte le bagaglie" in sollecita ritirata davanti alle truppe di Filippo Maria Visconti. Nei continui trambusti di guerra che si susseguirono per anni la fortezza pontogliese fu in continuità in balia degli eserciti in guerra. Nel settembre 1438 cadde in mano viscontea e venne occupato dalle truppe del generale Piccinino; nel giugno 1440 vi si arroccava in difesa il capitano visconteo Pavesio da Mezzana, resistendo all'esercito veneto e solo nel luglio 1441, ancora per intervento di Baldassare Mignani veniva ceduto al conte Antonio Martinengo, che con truppe venete, si adoperava a ricuperare alla Repubblica i paesi del territorio bresciano. Il 22 marzo 1442 il Senato conferma a Baldassare Mignani l'esenzione degli aggravi per una possessione posta in campagna di Chiari, e ciò in virtù di privilegi concessi al Comune ed agli uomini di Pontoglio. 


Nel 1448 Cesare Martinengo si accampa a Pontoglio con un forte esercito per marciare contro i veneziani accampati nelle vicinanze, come narra il Soldo, «alle spese delli poveri uomini, strazzinando tutte quante le terre». Ultimi sussulti di guerra si ebbero con la campagna militare del 1452 quando nell'ottobre 1453 il paese cadde nelle mani dello Sforza, passato da capo dell'esercito veneto a quello milanese e diventato signore di Milano salvo ritornare poi con la pace di Lodi a Venezia. Nel 1475 alla morte del Colleoni, come scrive Franco Rho, "A Malpaga le campane suonarono lucubri rintocchi, poco dopo le bastie di Pontoglio spararono salve di cannone e il rombo si diffuse a Brescia, via via fino a quando l'eco dei cannoni arrivò in Laguna, le campane di S. Marco rintoccarono come a Malpaga". A guerre finite con la riorganizzazione amministrativa da parte della Repubblica Veneta, Pontoglio ne diviene uno dei caposaldi come sede di un vicariato minore. Il Comune andò sempre più acquistando forza come confermano documenti del 1476 - 1508 riguardanti acquisti di terreni. Assieme continuava il progresso agricolo. Dal 1507 al 1512 infatti a Bertolino Castrini, il governo veneto concede di scavare una seriola di irrigazione che da lui prende il nome di Castrina. Il Castrini comperata una seriola detta del Plantala (che esce dall'Oglio, trecento metri dopo il ponte di Palazzolo), la prolunga fino a Travagliato. Lo scavo viene concluso nel 1512. Nel 1482 Pontoglio con il "suo ponte" entrava nella descrizione del fiume Oglio eseguita dal pittore Francesco da Roccabianca e da Gabriele di Benzuoli di Palazzolo che la indicava al disegnatore "la Villa da Pontolio, quale in tutto è da doman parte a Olio, con le ditte duoj Seriole che l'una appresso l'altra passano per meggio la terra e con il suo Ponte con i suoj pilloni fatti di legnami, et con una casa di molino da sera al Ponte, lassando una via tra meggio il molino et Ponte, la qual casa di molino sia da monte al suo Ramo" . Un ponte come suggerisce il Chiappa che "era costituito da piloni fatti di travi di legno, un po' come il celebre Ponte di Bassano" (!). "Mexo di qua e mexo di là, loco non murato [...] et è bello" lo definiva Marin Sanudo nel 1483 "Il ponte, soggiunge, passa il fiume dell'Olgio (sic), dal cui è denominato. Ha un castello forte di terre con alcune muralgie" . Al guado si aggiunse il traghetto, cioè una piattaforma in legno trainata da animali sulla quale trovavano posto persone, animali e merci. Si presume che verso il sec. XV sia stato gettato sul fiume un ponte mobile di legno. Tramontato il Comune di Brescia, di Pontoglio rimase signore, quasi del tutto nominale, il vescovo di Brescia, che ancora nell'aprile 1500 invitava gli antichi originari e anche il clero bresciano a partecipare alle spese per la conservazione del Castello. Non mancarono nuove fiammate di guerra. Durante quella che venne chiamata di Ferrara, Pontoglio fu di nuovo esposto a grossi pericoli, tanto che, essendo morto il vicario in carica, la Repubblica durò fatica nel settembre 1483, a sostituirlo con un altro, (che fu Martino Appiani), causa i pericoli ai quali il paese e l'autorità locale erano esposti. Nell'alternarsi delle vicende di guerra, Pontoglio divenne il punto di appoggio dell'esercito veneto per la riconquista del territorio bergamasco. A Pontoglio, infatti, si radunò l'esercito veneto. Il 21 agosto 1499 Nicolò Orsini scontratosi con lo Sforza nel territorio di Pontoglio, lo costringeva il 25 agosto a passare l'Oglio, puntando su Ghiara d'Adda che, conquistata, aprì la serie di sempre più facili successi.


Durante la guerra fra Spagna, Impero e Venezia del 1509 - 1517 Pontoglio registrò solo passaggi di truppe specie francesi e qualche sporadico episodio di violenza. A tale proposito si deve ricordare il passaggio di Gastone da Foix avvenuto il 14 maggio 1509. Appetiti suscitò in un personaggio diventato celebre più in ragione di un detto che per il suo prestigio militare, cioè monsieur Giacomo de la Palisse (donde il termine "Lapalissiano) famoso capitano al servizio di Carlo VIII, Luigi XII e poi di Francesco I. Venuto, per i suoi servizi al re Luigi XII, in possesso di Chiari, l'antica contea del Carmagnola, egli si diede subito da fare per avere anche Castrezzato e Pontoglio occupando la borgata. Fu un'effimera signoria giacchè nel 1512 lo stesso de la Palisse, diventato generale in capo dei francesi dopo la battaglia di Ravenna, nella ritirata, passò da Pontoglio per non ritornarci mai più. Pochi anni più tardi di Pontoglio l'imperatore Massimiliano infeudava «cum potestate gladii» Gerolamo e Luca Emili, il figlio di questi Catilina e il fratello Giacomo, per l'apporto dato nella guerra contro Venezia. Anche negli anni seguenti non mancarono momenti di emergenza, come nel maggio 1522 quando Prospero Colonna con le truppe imperiali vi alloggiò. I passaggi di truppe, comprese anche quelle dei Lanzichenecchi nella guerra per il predominio in Italia fra Carlo V e Francesco I di Francia, tollerati pro bono pacis dall'autorità veneta, non furono certo del tutto pacifici anche per i danni che provocavano. E forse in ragione di questi il 6 novembre 1523 scoppiò malgrado gli ordini di Venezia una zuffa fra bresciani con a capo Battista Martinengo e Anton Maria Avogadro e le truppe ispano pontificie del Colonna nella quale i bresciani ebbero la peggio, costretti come furono a ripiegare verso Palazzolo e Iseo. Nel 1527 l'anno del sacco di Roma il duca di Brunswich alloggiava con 18mila tedeschi a Palazzolo e a Pontoglio saccheggiando e devastando le campagne. L'accenno alle continue guerre e ai passaggi di eserciti non deve far pensare ad una inattività economica o ad un continuo degrado. Ma già nel sec. XVI, la vita economica e civile e l'agricoltura pontogliesi ebbero un rilancio di cui sono prova riscatto di terreno incolto, rogge e nuove cascine ed abitazioni, riorganizzazione della vita amministrativa. Progetti di rogge venivano approntati sulla fine del secolo da Battista Martinengo delle Cossere. Il comune era riuscito a possedere terre di cui, come riferiscono documenti (del 1529, 1530, 1537, 1581 ecc.) pubblicati dal Giudici, vennero investiti abitanti del luogo ed altri ne acquistava in tempi diversi, segno di una vita amministrativa ormai avviata. Da parte sua i vescovi di Brescia ancora nell'aprile 1586 e nel 1637 davano in feudo le terre al Comune. Nel 1610 il Comune riscuoteva dalle proprietà e dal pedaggio sul ponte due mila lire bresciane l'anno. Ma era obbligato a mantenere il vicario "con altri officiali" oltre alle opere di fortificazione del castello. Il Comune rimaneva saldamente in mano agli antichi originari, era retto da due sindaci, dieci consiglieri deputati o Savi. Veniva nominato un massaro, un cancelliere e tre "rasonati". Solo più tardi (1764 - 1796 ecc.) vennero annessi anche nuovi "originari". Rappresentava la Repubblica un vicario, mentre a reggere il Castello rimaneva un podestà che il Comune andò sempre più rifiutando a partire dalla metà del sec. XVII, se non fosse stato un nobile veneto. Sulla fine del sec. XV o agli inizi del sec. XVI viene istituito il Monte di Pietà o Monte delle Biave retto secondo le norme in vigore in città. Alla povertà in senso lato venne incontro don Emanuele Taietti con testamento del 20 febbraio 1601, che oltre beneficare parenti beneficava con un apposito legato la popolazione femminile con la creazione di doti a putte vergini di onere di Pontoglio, purché "sposino uomini del paese, siano povere ed onorate e timorate di Dio".


Il castello con il ponte erano ancora al centro di attenzioni. Nel 1550 F. Leandro Alberti nella sua "Descrittione di tutta Italia" scrive: "Evvi Ponte Oglio castello, talmente nominato per essere posto presso il ponte quivi fabricato sopra l'Oglio". Ma il mantenere il castello in efficienza finiva con il pesare sulle finanze anche locali per cui venne del tutto abbandonato tanto che il Da Lezze nel catastico del 1610 nomina Pontoglio soltanto per indicare quali famiglie vi avevano possedimenti (Terzi, Schilini, Mignani, Pontoi, Fenaroli ecc.), ma non accenna minimamente all'esistenza di un castello. Tutto era già stato, come ora, incorporato nel villaggio. Dalla pianta napoleonica, rileva Fausto Lechi, si può, in modo un po' incerto, arguire che il castello era compreso dalla roggia Trenzana che ne lambiva, a mo' di fossa, i lati ovest e sud, dalla strada che passa a tramontana della chiesa parrocchiale verso nord e dalla piazza ad est. Le spese registrate a fortificare il castello nel 1616 sono certo riferibili alle mura del borgo. Pesarono su Pontoglio continui reclutamenti di milizie al servizio della Repubblica. Alla battaglia di Lepanto (1571) parteciparono cinque pontogliesi. Altri furono presenti alla battaglia di Candia (1645). Non mancarono gravi e varie sventure; la peste devastò nel 1575 - 1576 il territorio. Memorabile fu la siccità del 1576, un incendio doloso distrusse la vigilia di Natale del 1596 gran parte dell'archivio comunale. Con ducale del Senato Veneto del 20 febbraio 1621 e in seguito a convenzioni intercorse il 20 maggio 1622 tra la Città di Brescia e il Comune di Pontoglio a spesa di questi veniva eretto un ponte in pietra di Sarnico. Il 21 aprile 1623 venivano fissate le tariffe del pedaggio dal quale erano esenti i cittadini di Brescia e di Pontoglio. Momenti difficili tornarono nel 1629: i continui passaggi di eserciti nella guerra per la successione di Mantova e del Monferrato imponevano ai primi di febbraio l'immediata riparazione del ponte di Pontoglio. Il ponte era diventato tanto prezioso che, quando venne reso quasi inservibile per il continuo passaggio di truppe in data 7 febbraio 1629, dopo che i rettori ebbero impartita una ramanzina ai deputati cittadini, il Capitano e il Podestà senza voler saper altro decisero "che sii immediatamente aggiustato" . Non erano ancora finiti i passaggi di truppe che, preceduta da calamità naturali specie da un'insistente carestia, probabilmente importata da Palazzolo, nel marzo-aprile del 1630 arrivò la peste. Esorcizzata da Commissioni di sanità, e anche dalla gente, nel marzo 1630 i medici M.A. Ducco e G.B. Soncini scrivevano che "mentre la plebe dava banchetti a Pontoglio, Palazzolo, Ospitaletto si estinguevano intere famiglie" e "le morti al giorno divenivano più numerose". Il 12 aprile aveva luogo un nuovo sopralluogo di medici e il 25 aprile il paese era già isolato mentre si requisivano alcune "brede" per costruirvi il lazzaretto in località Santelle, lungo la Ria Larga e si erigevano sulle strade "restrelli" per controllare il traffico e si indicevano processioni e devozioni. Un altro lazzaretto venne poi apprestato in casa Bazini in contrada S. Antonio (ora via Garibaldi). Il Giudici, senza documentare la fonte, vuole che a causa del terribile flagello la popolazione da 1130 abitanti si riducesse a 472. A prodigarsi nell'assistenza è soprattutto, oltre il medico Benedetto, il curato Bartolomeo Panizza, che fa anche da notaio in alcuni testamenti. Il bando al paese venne tolto il 3 febbraio 1631 anche se casi si registrarono ancora nel novembre. A ricordo del flagello vennero poste, ai quattro angoli del paese, colonne in pietra sormontate da una croce ed eretta alla Ria Larga una santella. Passata la peste, Pontoglio si apprestò a riprendere nuova vita. La terra si andò sempre più frazionando e come ha rilevato Francesco Cavalieri: "le grandi proprietà detenute dalle illustri famiglie dei Martinengo, Pontoglio, Mignani, Marchesi, Duranti venivano sempre più frazionate. Nell'elenco dei nuovi proprietari si cominciavano a leggere i nomi degli Armani, Cropelli, Taietti, Schilini, Beccarelli, Fenaroli, Terzi, Basini, Bezzi, Grassi, Marini e con la qualifica di "principali contadini" anche le famiglie dei Facchi, Erba, Prader, Bertoli, Vigna, Fava, Baioni". Via via venne sacrificato anche il Castello. Nel 1647 venne deviato il corso dell'acqua nel fossato che lo circondava, già alimentato dalla Castrina e dalla Trenzana e tale acqua venne utilizzata per irrigare la campagna. In compenso il paese si ingrandiva particolarmente verso est, al di là della Seriola Castrina, dove cominciava la campagna. Si costruivano lungo i viottoli che portavano a Coccaglio, Palazzolo e Chiari, piccole case coloniche con quattro o cinque piò di terra intorno, chiuse da muraglie. Cascine più grandi venivano costruite di nuovo anche nel sec. XVIII. È del 1772 - 1773 l'erezione della cascina Lepre.


Il comune edificava nel 1643 sulla riva destra del fiume, di fronte al convento dei Carmelitani, un nuovo mulino a tre ruote alimentato da una bocca d'acqua chiamata Aosta, per essere il mulino stesso per tre quarti di proprietà della famiglia Aosti e per un quarto del Comune. Le ruote di molino sulla sponda sinistra del fiume erano alimentate dall'acqua della seriola Galbena. La località era detta Borgo dell'Asinaro; forse prese il nome dalla sosta degli asini usati per il trasporto della molitura. Ora la località è denominata Vaticano per essere chiusa e isolata dal resto del paese basso. Un mulino a quattro ruote il Comune possedeva ad un miglio a nord del paese. Fonte di entrate condivise con il Comune di Brescia era il ponte sul quale riscuotevano il pedaggio ed il "navolo" ossia il noleggio delle imbarcazioni per il trasporto di mercanzie e persone. Il ponte e il pedaggio sono ricordati da Lodovico Baitelli nella sua Descrizione del 1643. Ma soggiunge che in quell'anno il ponte era già rotto "et prende lite con l'architetto che lo fabricò per la riffazione" soggiungendo che "nel cavo del ponte vi ha qualche parte il Comune di Pontolio che contribuisca per l'edificazione e la rifazzione alle spese".


Momenti difficili Pontoglio visse nei primi anni del '700 quando nel giugno 1701 Eugenio di Savoia vi pose un importante caposaldo dell'esercito imperiale. Il principe alloggiò dal 18 al 31 agosto a Boscolevato. Dopo lo scontro avvenuto il 1 settembre 1701 a Chiari fra le truppe alleate e gli imperiali, Pontoglio veniva saccheggiato dal 3 al 6 settembre con altri paesi. Il principe Eugenio tornò di nuovo a Pontoglio nel dicembre 1704 e il 27 giugno 1705 riuscì a scacciare le truppe francesi spagnole del Torralba, facendo 500 prigionieri. Il Comune inviava a Venezia nel 1706 un lungo elenco dei danni patiti e un attestato di povertà. Con una lettera al Procuratore della Repubblica Veneta a Brescia i 'reggitori" di Pontoglio si lamentano delle angherie causate dalle truppe d'invasione. "...non è più possibile riunire il Consiglio, non si insegna più la dottrina cristiana, non si praticano più altre opere di pietà, non si celebrano messe... requisiscono animali da giogo, i più boni che lavorano la terra...".


Il sec. XVIII fu un secolo di duro lavoro e di crescente povertà. Appelli a Venezia, specie quello lunghissimo del 5 ottobre 1784, indicano particolare situazione di disagio sociale. Con testamento del 18 marzo 1728 veniva aperta una scuola per bambini poveri, affinché imparassero a leggere e a scrivere. Con grandi sacrifici, rinunciando con decisione presa il 12 aprile 1778 a parte delle muraglie difensive, nello stesso anno veniva dato il via alla costruzione della nuova chiesa parrocchiale.


Anche a Pontoglio non mancarono di verificarsi nel '600 e nel '700 fatti di banditismo, comuni a questi secoli. Fra i più gravi: l'uccisione il 26 maggio 1775 del sacerdote ventinovenne don Francesco Palazzi. Come un turbine passa sul capo di tutti la Rivoluzione giacobina, seguita dal dominio napoleonico che tra l'altro manda a spasso i buoni padri carmelitani e incamera i beni delle Confraternite e delle opere di carità. Eppure, nonostante ciò, i sacerdoti si mantengono in buon numero e le confraternite quando si riorganizzano diventano oltremodo numerose. Pochi gli avvenimenti che segnarono gli anni della Repubblica bresciana e poi di quella Cisalpina. Vasta eco ebbe la fucilazione il 14 giugno 1798 di Giuseppe Fada detto Sergente "reo convinto" dell'assassinio di una signora e di un prete di Pontoglio come di molti altri fatti di sangue. La caduta del dominio veneto portò fra le novità imposte dalla Repubblica bresciana e dalla Cisalpina l'abolizione almeno in parte della divisione fra originari e forestieri, l'erezione nel 1810-1811 di un nuovo cimitero in località S. Martino e l'erezione delle congregazioni di carità ed il Pio Istituto Elemosiniero che assorbirono e continuarono l'opera di carità delle confraternite e del Monte di pietà. Ma la Rivoluzione e soprattutto il dominio napoleonico portarono nuove povertà e tassazioni fra le quali pesante quella del settembre 1812 per sostenere la campagna di Russia. Impoverito sempre più il 14 giugno 1841 il Comune fissava, in un capitolato di trenta articoli, la vendita di tutti i suoi beni. Sotto l'Austria Pontoglio entrò a far parte del Distretto VIII poi XI con a capo Chiari. Su Chiari gravitò anche per la Pretura, il Distretto delle tasse, ecc. Alla povertà vennero incontro lasciti e legati come quello del parroco don Pietro Narcisi del 1841 in favore dei più miserabili e delle scuole. Nel 1851 veniva imitato da Mario Armani e più tardi tramite il Pio Istituto Elemosiniero o il Monte di Pietà, da Caterina Bonandrini, (1854), dal parroco don Antonio Calotti (1860). Il 1859, con la liberazione dal dominio austriaco, portava gravi danni al ponte, provocati dal passaggio dell'esercito austriaco in ritirata e riparati solo nel 1866. Nello stesso anno veniva istituita la Guardia Nazionale, suddivisa in due plotoni di tre squadre. Dalla povertà Pontoglio incominciò ad uscire nel 1870, quando un milanese giunse a Pontoglio per aprirvi il primo stabilimento che risollevò, con altre iniziative economiche, il paese. Di pari passo progredì l'istruzione scolastica, cui si accompagnò la fondazione, grazie soprattutto alla beneficenza di Pietro Taschini, dell'asilo infantile già attivo nel 1892. La popolazione d'altra parte, rimasta stabile per decenni su circa 1450 nel 1892 aveva raggiunto in pochi anni i 2120 abitanti. Attivo fin dagli ultimi decenni del sec. XIX il movimento cattolico.


Per iniziativa del parroco don Paolo Manenti, nel 1885 veniva fondato, in collegamento con la Società Operaia di Palazzolo, il Circolo Operaio cattolico che contò subito 59 soci e che il 30 settembre inaugurava la bandiera sociale. Sempre su impulso di don Manenti nel 1898 veniva costituita la Cassa Rurale che nel 1906 poteva contare circa duecento soci. Il 25 maggio 1901 per decreto reale il Monte di pietà veniva trasformato in Opera Pia Elemosiniera "a favore dei vecchi poveri impotenti al lavoro". Ripetuti scioperi nella Manifattura (1901, 1903, febbraio 1913 con 400 scioperanti, febbraio 1914 con 600 scioperanti) trovarono la mediazione nell'Unione Cattolica del Lavoro e specie nel can. Tommaso Bissolotti di Palazzolo e in una sezione sindacale locale nata nel 1916 mentre i tentativi di penetrazione socialista, specie da parte dell'avv. Francesco Raineri, venivano, nel 1913, decisamente respinti. Sviluppi ebbe anche la vita sociale. Nel 1901 realizzata assorbendo i cespiti residui del Monte di pietà veniva, come s'è detto, eretta l'Opera Pia Elemosiniera a favore dei vecchi impotenti al lavoro, con sede in piazza del Comune al n. 5 in una casa di proprietà di Erminia Elisabetta Banzolini. Fu il primo ricovero vecchi con infermeria di nove letti. Ne fu fra i principali promotori il curato don Stefano Chitò e ne fu benefattrice insigne la famiglia Banzolini e Giovanni Battista; venne riconosciuto come ente morale l'11 luglio 1911. Alto fu il contributo di sangue dei pontogliesi nella I guerra mondiale che registrò 32 caduti, mentre in paese operò con frutto un Comitato di preparazione civile. Nel dopoguerra il paese usciva ancor più dall'isolamento con un servizio di corriere. Anche la vita sindacale si risvegliò decisamente quando cinquecento operai aderirono al Sindacato tessile dell'Unione del Lavoro e i contadini ottennero anche con compatti scioperi un avanzato contratto di lavoro. Il 15 agosto 1919, presente Achille Grandi, la sezione tessile inaugurava la sua bandiera mentre nell'ottobre 1920 un nuovo contratto coronava giorni di lotta. Il 21 marzo 1920 veniva inaugurato, assieme alla bandiera dell'Associazione combattenti, il nuovo monumento ai Caduti opera del prof. Adriano Ricci. Nel marzo 1923 veniva inaugurato il parco della Rimembranza. All'associazione in cui andavano prevalendo elementi ghislandiani e socialisti, don Orizio contrapponeva nell'aprile 1921 una sezione reduci di orientamento cattolico con 200 aderenti. Lo stesso don Orizio nel 1921 fondava il Circolo della Gioventù Cattolica "La Giovane Pontoglio" . Attivo fin dal 1920 il Partito Popolare che già nelle elezioni politiche del 1921 lasciava poche decine di suffragi all'Unione Nazionale liberale e ancor meno al Partito socialista. Nel 1921 si organizzavano anche i mezzadri. Attivo fin dal suo nascere il fascismo, che dopo il tentativo di organizzazione espletato nel settembre 1920 dal giovanissimo Cesare Toffanetti riuscì, grazie anche all'azione di un altro giovanissimo, Guido Bonandrini a costituire il 5 marzo 1923 un'attiva sezione con una ventina di iscritti ma che si impose subito con forza, tanto da far saltare nel maggio 1923 l'Amministrazione comunale popolare. Il fascismo venne soprattutto contrastato dal parroco don Giovanni B. Orizio che come si accenna altrove oltreché sostenere il P.P.I. e le organizzazioni sindacali cattoliche, contrappose un tenace, intransigente atteggiamento, nonostante le minacce anche gravi (fu fatto segno a gravi offese per aver ospitato un sindacalista cattolico) e dovette affrontare la soppressione dell'oratorio e delle associazioni cattoliche nell'ottobre 1927 e un anno di confino di stato a Potenza. Fra le altre figure dell'antifascismo pontogliese viene ricordata quella pittoresca del ciabattino Carlo Bertola detto Cilindri. Rimasto padrone dell'amministrazione pubblica fin dal 1923 il fascismo portò a termine nel 1924 due lotti di case popolari; nel 1925 per iniziativa di Toffanetti e Bonandrini si pubblicò "La Voce di Pontoglio" che uscì per due anni. Nello stesso anno veniva inaugurato il Parco della Rimembranza mentre l'anno seguente venivano realizzati l'acquedotto e le fognature e un ponte sulla seriola Vetra. L'anno dopo veniva costruito un nuovo ponte e sistemato il cimitero. Attivo fin dal 1925 il Dopolavoro con biblioteca. Nel frattempo veniva inaugurato il campo sportivo. Nel 1926 veniva realizzata a Cevo la Colonia Alpini "A. Turati". Il 10 ottobre 1932 veniva inaugurato il nuovo asilo.


La II guerra mondiale costò a Pontoglio parecchie vite giovanili sacrificatesi su tutti i fronti. Il paese conobbe anche bombardamenti. Particolarmente attivo fu il movimento resistenziale. Gruppi di resistenza si formarono fin dall'autunno 1943 specie in appoggio a sbandati e a renitenti alla leva, ma presero consistenza nel marzo 1944 mettendosi in rapporto con le formazioni partigiane di Lovere e la "Fanfulla" di Sarnico. Iniziata nel luglio 1944 l'incetta, attraverso colpi di mano di armi e di esplosivo poco dopo si formava il gruppo Tarzan, nome di battaglia di Tomaso Bertoli, che in collegamento con altri gruppi e formazioni compì azioni di disturbo e di sabotaggio. Si formò col tempo la Brigata Tarzan con Tommaso Bertoli come comandante, ed alla quale fecero capo il gruppo A, comprendente elementi di Adrara, Solto, Collina, Villongo, Fonteno, Vigolo ecc. comandante Bruno Gatti (Damasco); il gruppo B, con Rovato, Chiari, Coccaglio, Erbusco, Capriolo, Adro (comandante Ferdinando Valzorio, Nando), e il Gruppo C (comandante Pietro Pasinelli, Pia) e i sottogruppi 88 comprendente Cividate, Calcio, Antegnate e 102, zona di Mornico. Assieme tali formazioni compirono azioni, sabotaggi, pattugliamenti. Tra l'altro dal gennaio 1945 veniva trafugato materiale importante dallo stabilimento "Voce del padrone" di Palazzolo, di proprietà tedesca. Un sabotaggio alla ferrovia Brescia - Milano fu eseguito il 9 febbraio 1945; due partigiani prigionieri furono liberati a Rovato il 24 febbraio. I partigiani che intervennero travestiti da fascisti erano al comando di Battista Bracchi detto Pantera. Il gruppo in collegamento con altri della zona si impegnò in pattugliamenti e nell'occupazione dei centri della zona bresciani e bergamaschi. In uno scontro avvenuto il 26 aprile a Coccaglio fra il gruppo di Pontoglio, al quale si erano uniti due coccagliesi, e la colonna Farinacci in ripiegamento caddero 12 patrioti, dei quali 3 in combattimento e nove catturati e fucilati dai fascisti. Il 27 il distaccamento di Pontoglio collaborava al fermo ad Urago di una colonna tedesca. I 13 caduti nella Resistenza furono poi sepolti nel 1947 in un Sacrario eretto nel cimitero di Pontoglio. Alla Resistenza fu eretto il 26 maggio 1985, un monumento opera dello scultore palazzolese Ghidotti, mentre al comandante Tarzan Tomaso Bertoli fu intitolata nel maggio 1987 la scuola materna.


La prima amministrazione a maggioranza democristiana eletta nel 1946, oltre a costruire appartamenti in proprio, fu tra le prime ad avvalersi del Piano Fanfani costituendo cooperative edili per case operaie. Avviò inoltre il rifacimento delle fogne e la pavimentazione delle strade, migliorò l'impianto idrico, l'illuminazione elettrica, completò l'edficio scolastico, riaprì l'asilo infantile, ampliò il cimitero, sistemandone l'ingresso ecc. Le amministrazioni che seguirono, sempre di orientamento democristiano, continuarono l'opera di ammodernamento e di sviluppo della borgata. Negli ultimi anni sono stati di nuovo ampliati l'acquedotto e la fognatura specie sulla sponda destra dell'Oglio. Notevole fatto culturale fu l'indizione nel 1968 del premio nazionale di poesia "Media Valle dell'Oglio". Nel 1975 fu istituito il premio di pittura media Valle dell'Oglio. Nel gennaio 1956 Pontoglio saliva alla ribalta per gli efferati delitti compiuti dal bergamasco Vitaliano Morandini (chiamato poi il mostro di Pontoglio) che sterminò una famiglia di tre membri: Cesare Breno, la moglie Colombina Vignoni e la figliola Emilietta. Il progresso di Pontoglio si fece ancora più deciso negli anni '60. Nel 1963 veniva inaugurato un nuovo edificio scolastico. Nel 1983 veniva restaurato il palazzo municipale. Durante i lavori vennero rinvenuti nel torrione alcuni affreschi cinquecenteschi subito restaurati. Nel 1984 l'amministrazione Comunale diede vita al Centro Culturale Anziani, con sede in Piazzetta Manenti, tuttora operante. Sempre più vivace si fece negli anni '70 il dibattito politico per l'attività delle sezioni P.S.I. e P.C.I. La sezione "Antonio Gramsci" di questo partito pubblicava dal 1980 al 1982 un periodico dal titolo "Pontoglio cronaca e dibattito". Nel 1980 veniva approntato il Piano regolatore; variazioni vennero apportate nel 1989. Nel 1979 Pontoglio entrava a far parte del Consorzio fra diversi comuni bresciani, bergamaschi e cremonesi per la difesa dell'Oglio. Nel campo dell'assistenza nel 1970 nasceva il Gruppo A.V.I.S., nel 1978 veniva istituito un Pronto Soccorso locale fra i primi della provincia con sede a Villa Serena, con una cinquantina di volontari. Nel 1983 veniva costruita la nuova casa per anziani "Villa Serena", completata nel 1985 con una nuova ala. Nel 1990 per iniziativa di Don Paolo Taglietti, si organizzava un gruppo di volontari anziani in aiuto a persone in stato di bisogno (come il trasporto di dializzati) e bisognosi di terapie varie. Ora si denomina Volontari di S. Maria Assunta - Pontoglio. Nuove trasformazioni sociali si verificarono agli inizi degli anni '90. Accanto al perdurante fenomeno del pendolarismo si notava infatti il crescere dell'immigrazione da Chiari, Palazzolo e Cologne e anche di immigrati da zone più lontane. Echi rilevanti in provincia ebbe nel 1992 il notevole successo della Lega Lombarda che dopo un dominio incontrastato della D.C. dal 1946, entrò nella maggioranza con una Lista Civica.




CULTURA - SPORT. Non sono mancate attività culturali e ricreative. Nel luglio 1907 si formava presso la trattoria Carminati il Circolo orchestrale pontogliese. Attivo il Corpo Musicale nato nel 1901 per iniziativa di don Stefano Chittò. I primi allievi furono del suo "Oratorio". Nei primi tempi lo diresse personalmente, poi per un breve periodo passò ad un bergamasco. Nel 1903 lo diresse il compaesano Ettore Metelli, e dal 1920 fu guidato dal prof. Ferruccio Michelini e dal maestro Pietro Parietti. Attiva la banda che negli Anni '80 aveva anche un gruppo di 40 majorettes. Ultima l'Associazione culturale M. e A. Ferrari, promossa nel 1973 dal rag. Luigi Ferrari con l'intento di offrire ai giovani la possibilità di apprezzare l'arte in generale, attraverso una biblioteca e concorsi nazionali di pittura (1982) e di poesia (1983). Lo sport ha mosso i suoi primi passi negli anni del primo dopoguerra con l'Unione Sportiva Pontogliese che venne presto annessa al campionato di 3' Divisione. Contemporaneamente muoveva, per merito di Melocchi e Ferrari, i primi passi l'atletica che in pochi anni otteneva tre premi assoluti, tre secondi e due terzi in campo provinciale. Nel calcio si è distinta nella terza categoria la squadra dei Bufali (maglia verde, calzoncini verdi, calzettoni bianchi e verdi). Attiva la Società pesca sportiva il "Barbo" con più di cento iscritti.




CASTELLO. Secondo il Panazza più che un castello vero e proprio poteva dirsi un borgo fortificato sulla collina, a difesa del ponte sul fiume, cinto da muratura a ciottoli dalla forma lievemente incurvata. Era chiuso da due porte di cui rimangono tuttora gli archi. Quella che sbocca nell'attuale piazza, con la torre quadrata e di poco elevata sulle mura... e quella che accede al gruppo di case denominate «Borgo del Burchiel» (burchiello barca a fondo piatto per navigare sul fiume. Il porticciolo per l'approdo dei burchielli era ai piedi del borgo stesso, proprio di fronte alla chiesetta di S. Antonio). Dette porte erano munite di rivestimenti in ferro e la sera venivano chiuse a protezione del Castello. Dell'antico borgo si sono conservate la parte inferiore del mastio, trasformato in campanile, alcuni tratti murari a ovest e sud inglobati nelle abitazioni e una parte a sud-ovest. Le cortine sono in ciottoli di varie dimensioni disposti a filari abbastanza regolari. La torre viene fatta da qualcuno risalire addirittura al 1193. Massiccia e ben costruita dominava la porta principale del borgo fortificato davanti al ponte levatoio sostituito verso il 1700 da un portone. Vi si sale per una scala in pietra sovrastata da un muro sul quale si scorgevano gli stemmi di Venezia, di Brescia e di Pontoglio. Salita la lunga scala in pietra, scrive Gino Giudici "si entra in una stanzetta quadrata in cui si ammiravano, ancora pochi anni fa, affreschi di non scarso pregio; dolci volti di santi e maschie figure di guerrieri attestanti le orme sicure di un glorioso passato". Era un tempo merlata e aveva intorno un poggiolo sul quale vegliavano le guardie. Alla sua manutenzione e a quella del castello, come avvertiva il vescovo di Brescia in una lettera dell'aprile 1500, era tenuto a concorrere anche il clero bresciano. Solo nel 1834, la fabbriceria, con regolare permesso del Comune, vi collocò le campane che si trovavano prima sulla torre della Chiesa di S. Antonio al Ponte, impegnandosi da quel momento alla regolare manutenzione della Torre, come dimostra la diffida del Comune alla fabbriceria, in data 14 febbraio 1890, perchè rimettesse alla Torre le tegole mancanti e rassicurasse le malferme. Forse nello stesso tempo veniva posto l'orologio sostituito nel 1876 da un altro dei Frassoni di Rovato. L'attuale cella campanaria venne costruita nel 1888. L'attuale concerto ven ne fabbricato dalla ditta Capanni di Castelnuovo ne' Monti (RE), e benedetto 1'8 marzo 1964 da mons. Tredici.




ECCLESIASTICAMENTE è probabile che Pontoglio abbia fatto parte del vasto pago (e poi pieve) di Coccaglio. Solo quando il Comune di Brescia privilegiò come perno difensivo, commerciale e religioso la zona Palazzolo, Pontoglio entrò nell'ambito della più recente pieve palazzolese della quale fu diaconia fino alla metà del secolo XIV quando divenne parrocchia autonoma. Il culto di S. Vittore, dei S.S. Gervasio e Protasio e forse anche di S. Pietro, ai quali vennero dedicati loca sanctorum e cappelle nel territorio pontogliese, sono certo i primi segni della diffusione in esso del Cristianesimo. Si aggiunsero poi, a trasformazione probabilmente di analoghe stationes e mansiones romane, dei piccoli cenobi prebenedettini dedicati ai Santi Martino e Zeno. Singolare è la collocazione in Pontoglio di una comunità di Umiliati che avrebbe avuto, come ha scritto G. Rosa, la sua sede in una casa di via S. Martino e poi alla cascina Gonzarola. Il primo rettore ricordato è del 1353. Alla metà del '500 la parrocchia ha una sua struttura organizzativa. La prima visita registrata del prevosto di Chiari don G.B. Cogi del 29 giugno 1561 registra la buona volontà nell'adempiere a precedenti prescrizioni specie riguardo "al luogo del S.S. Sacramento qual sarà molto onorevole". Il vescovo Bollani nel 1565 trova tutti i pontogliesi "ben disposti alla fede" . Alla più antica confraternita della Concezione di Maria è aggiunta quella del SS. Sacramento. Ad esse si accompagnano una Disciplina di bianchi (più tardi chiamati del Gonfalone) ed una di rossi (così denominati dal colore delle vesti), tutte ben gestite e il Pio Luogo della Misericordia o Monte di pietà. Se si leggono con una certa cura gli atti visitali si evince fin dal secolo XVI a due secoli di distanza dalla Costituzione di una Comunità parrocchiale autonoma, un rigore e un fervore di vita religiosa esemplari. Nel 1565 fatta eccezione di quattro parrocchiani, gli altri sono tutti ben disposti alle pratiche religiose, nessuno bestemmia pubblicamente, non vi sono usurai, giocatori e non vi è qualcuno che porti armi in chiesa. Ed è questo il lieto motivo ripetuto in altre visite e in relazioni di parroci. Nel 1565 la Confraternita del SS. Sacramento conta già un centinaio di iscritti, mentre settanta sono i Disciplini. E continua a funzionare, sia pure con alterne vicende, il Monte di Pietà la cui gestione lascia a desiderare. Il patrimonio parrocchiale di 50 piò di terra e dieci sacchi di miglio e piccoli affitti assicurano una certa tranquillità economica al parroco che nel 1565 il vescovo Bollani trova da tutti considerato di "bona vita et costumi" anche se lascia a desiderare per la frequenza della predicazione. In seguito si rafforzano anche finanziariamente le confraternite e si sviluppa la vita parrocchiale. Nel 1600 non c'è più nessuno che non si confessi a Pasqua e tutto fila alla perfezione comprese le discipline e le «scuole» o Confraternite anche se non manca una certa mania festaiola. L'amore alla chiesa si manifesta nei testamenti durante la peste del 1630 che esprime il voto di abbellire l'altare di una nuova pala ed anzi di erigere una nuova chiesa, nonostante la povertà imperante. Nessun rimarco viene fatto ai propri sacerdoti che vanno aumentando nel 1700 fino a 14, mentre gli inconfessi sono sempre pochissimi. «La dottrina cristiana viene impartita frequentemente con grande vantaggio del popolo»; tutti contribuiscono alla sua crescita, sia sacerdoti che nobili che tutti gli altri. E ciò nonostante il fatto che dal pavimento della chiesa parrocchiale «dove ci sono molte sepolture antiche, molto spesso esala una fastidiosa puzza che allontana tanti che vogliono entrare». Documenti richiamati da Francesco Cavalieri fissano al 1634 la fonda zione della Confraternita o Scuola del SS.mo Rosario con il principale scopo di suffragare le anime del purgatorio, richiamandosi particolarmente alle vittime della recente peste. Ne furono promotori il parroco don Bartolomeo Panizza, frate Angelo Rene dell'ordine dei predicatori, Rocco Predari e Joseph Gatto per la comunità, cioè per conto del comune e Giò Giacomo Cropelo "canzeliero del Comun".


Molti i legati pii e caritativi fra i quali quelli di Antonio Piva, di Pietro Marchini (1742), di un Calini, di don Francesco Cropelli (1728). Salvo una certa qual trascuratezza riguardo al cimitero la chiesa parrocchiale è ben tenuta, i sacerdoti pressochè tutti esemplari. Nessuna influenza sembra avere la figura di don Giuseppe Beccarelli oriundo del paese e condannato per le sue tendenze quietiste. Gli inconfessi sono sempre pochissimi e ancora nel 1782 non si registrano bestemmiatori, sospetti di eresia, "malefici" e pubblici usurai. Anche alla fine dell'800 nonostante l'incipiente industrializzazione la vita della parrocchia è di notevole livello religioso e morale. Nel settembre 1885 una sessantina di giovani si riunisce in un circolo collegato con la Società Operaia Cattolica di Palazzolo. Nel 1892 la dottrina è frequentata da 500 adulti, seguita è la predicazione ordinaria e straordinaria, cui si aggiungono le novene, il mese mariano, la quaresima. Ma ciò che colpisce è la presenza alla stessa data di Confraternite e Associazioni religiose: che vanno da quella del SS. Sacramento (con 60 confratelli e 300 consorelle), della B.V. del Carmine eretta il 9 agosto 1890 (con 300 iscritte), del S. Rosario (con 500 iscritte), di S. Giuseppe (con 500 iscritti), con in più il Terz'ordine di S. Francesco (con 52 iscritti), la Società operaia cattolica (con 46 soci), la Compagnia di S. Luigi (con 150 iscritti), la Pia Opera per la conservazione della fede nelle scuole (con 260). In formazione è anche la Compagnia di S. Angela fondata nel 1900. Fiorente è l'oratorio femminile. La moralità è, nonostante la presenza di sempre crescente popolazione operaia e di una accentuata mobilità sociale, alta. Non vi sono pubblici scandali, attesta il parroco, e non vengono diffusi libri e giornali «cattivi». La parrocchia anzi, grazie soprattutto ai parrocchiati di don Paolo Manenti (1874-1919) e di don G.B. Orizio (1919-1958) diviene sempre più il perno non solo religioso ma anche sociale della comunità pontogliese attraverso un attivo movimento cattolico, che si concretizza nell'Unione cattolica del lavoro, nelle associazioni, negli oratori femminile (1910) e maschile (1918). Al potenziamento dell'azione cattolica attraverso i circoli giovanili corrispose una sempre più intensa pratica religiosa con la fondazione il 24 dicembre 1922 della Congregazione del Terz'Ordine francescano e via via con numerose altre associazioni come l'Unione cattolica padri di famiglia, la scuola festiva, il Patronato della Scuola di Religione oltre ad altre di carattere sociale quali la Lega tessile, l'Unione reduci di guerra, ecc. Attivissimo l'apostolato della buona stampa che nel 1923 diffondeva 17845 numeri di riviste e giornali. Nel novembre 1924 era lo stesso Sommo Pontefice Pio XI a benedire la bandiera del Circolo Cattolico Pio XI. Sacerdoti zelanti come don Emilio Verzelletti, don Giuseppe Giavarini e don Lorenzo Lebini, giovani esemplari come Angiolino Anselmi, Nani Remondini, Santo Pezzoni, Battista Festa ecc., fecero dell'oratorio il fulcro educativo della gioventù locale, attirandosi vivaci contrasti da parte del fascismo locale che oltre a far chiudere l'oratorio e le associazioni cattoliche nell'ottobre 1927, ottenne come già s'è detto, la condanna del parroco a due anni di confino a Potenza ridotta poi, per intervento del vescovo mons. Gaggia, ad un anno. Nonostante le difficoltà nel marzo 1936 su disegno dell'ing. Dante Fornoni di Bergamo ebbe inizio la costruzione di un nuovo vasto oratorio che, interrotto per la guerra, venne ultimato nel 1949.


Il secondo dopoguerra vide una nuova serie di iniziative, quali la nascita delle ACLI, la Scuola tecnica parrocchiale, il Segretariato del popolo, ecc. A sostegno della vita parrocchiale venne pubblicato per decenni il bollettino parrocchiale che prese diversi nomi come "Pontoglio Fedele" (dal 1969) e "la Rocca" (dal 1987). Ad esso si accompagnava il 9 ottobre 1984 l'inaugurazione della radio parrocchiale. Nuove opere grandiose di restauro della chiesa parrocchiale e di ampliamento dell'oratorio vennero compiute sotto i parrocchiati di don Giovanni Pini, don Gregorio Salvadori, don Paolo Taglietti. In particolare nel 1958, nel 1967, nel 1986 e nel 1994 vennero compiute grandiose opere nella vecchia e nuova chiesa parrocchiale. Nel 1966 veniva costruito il Centro Giovanile che fu benedetto il 6 novembre. Dal 1987 vennero rimesse a nuovo su disegno dell'ing. Franco Brignoli le strutture oratoriane, poi benedette dal vescovo mons. Foresti il 20 settembre 1992. Nel frattempo la parrocchia è andata sempre più aprendosi alle attività assistenziali attaverso un attivissimo gruppo dell'UNITALSI promosso da Cesare Loda ("zio barba") e continuato da Guido Begni e da altri, fino alle case di accoglienza per immigrati inaugurate nel 1991 e 1993.




ANTICA PARROCCHIALE. Si è pensato che la prima chiesa pontogliese, forse dedicata a S. Michele arcangelo, risalisse all'VIII-IX secolo. Una chiesa dedicata a S. Maria è tuttavia nominata nel 966. In S. Maria la tradizione vuole che siano state celebrate le cerimonie di ringraziamento per la vittoria bresciana nella battaglia della Malamorte del 7 luglio 1191. La chiesa venne ricostruita, a quanto si ritiene, nel sec. XIV ed affrescata sulla fine del sec. XV. Già consacrata con l'altare maggiore nel 1565 (con la data della dedicazione fissata al 1 settembre) aveva in tale anno un altare laterale dedicato al Corpo di Cristo e se ne stava costruendo un altro dedicato a S. Giovanni. Occupava il lato nord-ovest del Castello o Borgo fortificato, dalle cui mura era protetta. Dei secoli seguenti conservò, come scrivono Anelli e Guzzo, evidenti strutture cinquecentesche (i pilastri laterali) e seicentesche (il soffitto a botte della navata, la cappelletta laterale), oltre, si intende, ai rimaneggiamenti sette-ottocenteschi funzionali alla costruzione della nuova Parrocchiale e ad un eventuale riutilizzo dell'edificio per funzioni minori. "Di linee semplici", scrivono Anelli e Guzzo, "ad una sola navata, l'interno, più volte rimaneggiato, si anima soprattutto per il seicentesco soffitto a botte impostato sull'alto cornicione di stucco della parete laterale (ci riferiamo evidentemente alla parete sinistra dato che quella destra è attualmente coperta dall'avanzamento dell'edificio settecentesco) grazie ad un sistema di vele scompartite dalle lunette laterali, e si conclude nella cappella maggiore introdotta da un arco a tutto sesto cui si accede salendo due stretti scalini affiancati dalle balaustre marmoree di sapore settecentesco; a completare il quadro andrà notata la cappelletta, ora dedicata alla Madonna del Carmelo, in capo alla parete sinistra, sovrastata dalla statua in stucco di S. Pietro, a conclusione della decorazione pure in stucco della navata, che ci fa presumere l'esistenza di un corpo analogo ora scomparso anche sul lato destro e che doveva essere ad evidenza completato in alto dalla statua di S. Paolo". Nella Vecchia Pieve è stata recentemente trasportata dalla cappella del Cimitero (ma che un tempo era nella chiesa di S. Martino) una statua in legno della Madonna col bambino, detta del "Baglit", davanti alla quale pregavano le mamme prossime al parto o puerpere. Datata 1493 è un'altra Madonna in trono col Bambino e altre immagini sotto le quali da gran tempo co perte vi era una pietra di Sarnico di 2 m. per 80 cm. Le mamme preoccupate per il loro piccolo in ritardo nel camminare, lo portavano su quella pietra e con devota insistenza tentavano di fargli muovere i primi passi.


La chiesa venne ricostruita a quanto si ritiene nel sec. XIV. Sulla fine del sec. XV venne abbellita di affreschi di cui si vedono resti sulla parete sinistra raffiguranti un frammento di Sacra Conversazione e di due Madonne in trono con bambino, datati 1490, di anonimo lombardo, di impronta tardo-romanica. Stilisticamente affine ai precedenti è il riquadro affrescato con Madonna in trono che allatta il Bambino e i S.S. Francesco e Bernardino. Un altro affresco raffigurante il Battesimo di Cristo fatto risalire al 1540 circa è dovuto ad un ignoto artista lombardo-veneto. Press'a poco della stessa data è una Natività della B.V. Maria che Anelli e Guzzo definiscono "deliziosa". Sulla cappelletta a sinistra dell'entrata è rimasta una statua di S. Pietro ap. in stucco a firma "I.G." del 1675, cui corrispondeva certo una di S. Paolo nella cappella che esisteva di fronte sul lato sinistro, sacrificata poi nell'erezione della nuova parrocchiale. Come le decorazioni accennate dello stesso artista essa rivela, secondo Anelli e Guzzo, l'estro e l'esuberanza decorativa e formale dell'arte tardo-barocca unita ad eleganze pre-settecentesche. La cappella di sezione è adorna di affreschi di Pietro Ricchi detto il Lucchese raffiguranti Gesù nell'orto degli ulivi; l'Ultima Cena; il Sacrificio di Isacco. Nel 1675 un artista che si firmava «I.G.» eseguiva decorazione in stucco sulla controfacciata raffigurante angeli e motivi decorativi, e sulla parete sinistra: Apostoli e decorazioni. Si tratta, scrivono Anelli e Guzzo, di un immenso riquadro ora bianco, ma in origine sicuramente affrescato, come affrescata doveva essere l'intera volta della navata: probabilmente con episodi della «Vita di Maria», cui la chiesa è da sempre dedicata, secondo un programma iconografico che si concludeva, negli affreschi di Pietro Ricchi del presbiterio coi «Funerali della Vergine» e la sua «Incoronazione», nonchè nella pala principale con la «Madonna Assunta in gloria e Santi», ora nel presbiterio della nuova Parrocchiale. In alto e in basso del riquadro principale, due elegantissime cartelle sagomate portano le seguenti scritte: «PROCIDENTES / ADORAVERUNT / EUM» e «P.P. / D.D.D. / MDCLXXV». Fra gli stucchi, a riempire il grande riquadro bianco, è stato appeso l'affresco settecentesco che copriva interamente l'Incoronazione e la Gloria della B.V. raffigurante la Madonna Assunta di anonimo pittore bresciano degli inizi del '700, affresco staccato e riportato su telaio nel 1976-1977. Restauri compiuti nel 1976-1977 hanno portato alla riscoperta di altri affreschi restaurati da Silvio Meisso di Rovato. Fra essi il cinquecentesco Battesimo di Gesù, sul primo pilastro della parete sinistra. Segue sulla parete sinistra la serie già accennata di riquadri raffiguranti la Sacra Conversazione e più volte la Madonna in trono con il Bambino e anche con Santi, evidenti ex voto. Nel 1976 il restauratore Silvio Meisso riscopriva affreschi della seconda metà del '500 fra cui l'Incoronazione e la Gloria della B.V., restaurato sul posto. Nella chiesa vi erano tombe di famiglie pontogliesi fra le quali quelle dei Cazzani, degli Schilini e degli Erba. Sotto la chiesa venne ricavata una cripta alla quale si accede per una stretta scala affiancata da possenti mura. In essa nel 1572 era stata ricavata una cantina che ordini di S. Carlo del 1582 obbligavano il parroco a liberare da cose profane. Quasi del tutto dimenticata, la cripta venne riattata nel 1967 e chiamata Oasi. Vi sono stati trovati loculi per reliquie. Sotto il pavimento è stata trovata una fossa comune con un centinaio di resti umani. L'Oasi è un vano sottostante la sagrestia della chiesa nuova; la costruzione inglobò l'antica chiesetta del cimitero della vecchia chiesa di S.M.A. I loculi e le nicchie per le reliquie nonchè Possario sotto il pavimento sono parte di questa chiesetta, la quale diede poi il nome alla contrada che la serviva "Contrada delli Santi". Nel 1988 sulla parete esterna, verso la parrocchia vennero scoperti due porticati di cui uno in buon stato con pitture sotto l'arcata.


NUOVA CHIESA PARROCCHIALE. S. Maria Assunta. L'esigenza di una nuova chiesa parrocchiale si impose fin dai primi decenni del '600 e divenne con la nuova pala dell'altare maggiore l'oggetto dei voti della Comunità nella peste del 1630. Ma mentre la pala venne realizzata nel 1645, la nuova chiesa venne iniziata solo nel 1748. Ne fu affidato il disegno all'architetto Domenico Corbellini q. Carlo, presentato in Curia il 26 maggio 1748, cui seguiva il 28 seguente la posa della prima pietra. Per difficoltà economiche e per i rivolgimenti politici di fine secolo, la costruzione durò alcuni decenni. Solo nel 1821 e nel 1853 si costruirono gli altari laterali, mentre il pulpito risale agli anni 1841-1843. Abbellimenti vennero eseguiti solo a fine secolo e nel primo decennio del nuovo. Nel 18931901, infatti, Comolli eseguiva i medaglioni a tempera del soffitto, nel 1903 veniva eseguita dalla ditta ing. Ghilardi e C. di Bergamo la pavimentazione della chiesa e della sagrestia, la balaustra dell'altare maggiore, nel 1908 la grande vetrata raffigurante l'Assunta nella controfacciata. Divenuto parroco nel 1959 Giovanni Pini, provvide, anno per anno, all'illuminazione della chiesa, alla creazione della cappella della Madonna di Fatima, al restauro di due bei confessionali, della pala dell'altare maggiore e alla sistemazione della facciata. Provvide inoltre la chiesa di un nuovo tabernacolo. Nel novembre 1959 a coronamento dell'anno mariano, veniva, per iniziativa sempre di don Giovanni Pini, innalzata sulla cuspide della chiesa parrocchiale una statua della Madonna Assunta alta m. 4,80 e del peso di 700 kg. fusa da una ditta di Bergamo con bronzo e rame raccolti dalla popolazione e dorata con oro zecchino. Nello stesso tempo venivano restaurate la facciata, la pala dell'altare maggiore, un nuovo tabernacolo e la nuova illuminazione. Nel 1986, il parroco don Paolo Taglietti, dava il via al restauro della facciata. Come hanno scritto L. Anelli e E.M. Guzzo la facciata ideata dal Corbellini «mantiene intatto tutto il suo sapore tardo-settecentesco: nell'accezione tipicamente bresciana di un classicismo di impianto monumentale che, nelle proporzioni strutturali e nel gusto e nella scelta degli elementi decorativi, si connota per la ricerca di ritmi spaziali ben scanditi e di estremo nitore espressivo. Nettamente suddivisa in due parti staccate dal forte aggetto delle cornici marcapiano, si anima nei due piani di un sistema di colonne e paraste angolari sormontate da capitelli compositi e, in entrambi i piani, impostate su alti basamenti. Nella zona inferiore la specchiatura centrale è occupata dal portone principale riccamente architravato e sul quale si appoggia il rilievo scolpito di una certa finezza dell'Annunciazione; sul sovrastante timpano curvo e spezzato che già fa parte del secondo piano e la cui funzione è quella di legare, oltre che di animare, i due settori della facciata, si appoggia il finestrone, con la vetrata dell'Assunta, anch'esso sormontato da un piccolo timpano; sopra la seconda cornice-architrave la facciata si conclude col grande timpano triangolare sulla cui sommità si eleva la statua dedicata alla Vergine Assunta (1959) affiancata ai lati estremi della facciata da quattro acroteri. La statua sostituisce l'altra in cemento eretta nel maggio 1884 opera di Antonio Rampane di Palazzolo. Nel 1981 veniva installato il nuovo portale, opera di Maffeo Ferrari di Pontedilegno con otto pannelli raffiguranti motivi mariani (Natività della B.V., dalla Natività a Maria Madre della Chiesa e con iscrizioni tolte dal greco "Akatis").


Notevole l'architettura del tempio. Nonostante il lasso di tempo impiegato nel completamento del tempio e, come hanno scritto Luciano Anelli e E.M. Guzzo, le vicissitudini ed i ritardi nelle rifiniture ed in taluni arredi e nonostante l'impronta degli altari marcatamente neoclassica e ancora nonostante che si tratti del primo importante progetto del Corbellini, l'edificio conserva al suo interno la magnifica linea settecentesca impressagli dal genio creativo dell'architetto; "in questo lavoro, ha rilevato Sandro Guerrini, appare come l'architetto sappia fondere l'esperienza massariana con l'originale scuola paterna. A Pontoglio abbiamo una chiesa con navata ad elementi identici, ricoperti da calotta ellittica e giustapposti, mentre le pareti sono mosse da robuste colonne che ricordano la chiesa della Pace [del Massari]. Anche la facciata è di derivazione massariana, assai vicina a quella della parrocchiale di Montichiari (1745)». Entrando a destra lungo la navata si incontra per primo l'altare del Crocifisso e della Madonna Addolorata raffigurati in un gruppo di sculture lignee policromate. Il Crocifisso viene datato alla fine del Cinquecento o agli inizi del Seicento, mentre la statua della Madonna è ritenuta ottocentesca; le anime purganti, tra le fiamme guizzanti sono, per Anelli e Guzzo, "una pagina di scultura popolare di rara efficacia espressiva". Segue sulla parete una tela (ad olio) di Francesco Montemezzano (Verona 1555 - Venezia 1602) raffigurante Cristo Salvatore in gloria e le S.S. Apollonia, Lucia e Agata. Nel dipinto, Anelli e Guzzo rilevano: "i tipi fisici, la sontuosità delle vesti, l'eleganza ricercata delle pose e dei particolari, il cromatismo ricco e squillante, rimandano direttamente al mondo aristocratico, arioso e sereno proprio della poetica veronesiana. Ma vi avvertono anche "certa pesantezza formale e le molte mende morfologiche" (nell'anatomia e nei panneggi). Sotto la tela una magnifica cornice lignea barocca dorata e policromata racchiude una statua di S. Giuseppe opera della ditta Santifeller della Val Gardena. Ai piedi una cassa in cornice dorata moderna, racchiude un Cristo deposto di bella fattura, secondo qualcuno proveniente dal convento dei Carmelitani. Segue l'altare dedicato al S.S. Sacramento. L'altare venne costruito con una spesa di 8.535 lire milanesi, dal prof. Antonio Galletti di Bergamo nel 1821. Come scrivono Anelli e Guzzo «è impostato su quattro magnifiche colonne di breccia verde delle Alpi, che reggono in alto un fastigio di purissima, linea neoclassica, con due vasi e due angeli adoranti l'Eucarestia; e sovrastano la sottostante mensa con paliotto e specchiature di Issorie, cornici di rosso di Francia e bianco di Carrara. Le colonne sono affiancate da modeste statue in stucco e legno stuccato, raffiguranti la Fede e la Speranza. Il tabernacolo è in breccia rossa, verde Alpi e Carrara bianco; i capitelli delle quattro colonnine sono di bronzo". È dominato da una tela di Pietro Ricchi detto il Lucchese raffigurante Dio Padre, due angeli che sostengono l'Ostensorio con i S.S. Rocco, Giovanni Battista, Piero e Paolo e qui sistemata nel 1821 e che Anelli e Guzzo datano al 1650 e attribuiscono al miglior momento creativo dell'artista. L'organo venne realizzato dai Serassi di Bergamo nel 1812, venne poi rifatto (o riparato) nel 1836 da Luigi Marchi di Borgo S. Giacomo. Segue una tela (ad olio) raffigurante il Transito di S. Giuseppe di pittore lombardo della prima metà del '700 definito l'amico bergamasco di Francesco Monti. Magnifico anche l'altare maggiore, degli inizi del '700, in marmi e brecce versicolori che Anelli e Guzzo collegano con la bottega dei Corbarelli e forse proveniente dalla vecchia parrocchiale. «L'eccezionale bellezza del manufatto giustifica appieno la rinuncia della parrocchia a costruirne uno ex novo. Il paliotto e le specchiature dei plinti e delle alzate per le candele sono lavori a commesso su una base di Nero di Varenna, con giallo di S. Ambrogio crudo e cotto, rosso di Francia, alabastro, onice di varie tonalità, verde delle Alpi, pasta di vetro su rosso di Francia, lapislazzuli, breccia viola delle Alpi, pietra paesaggina della Toscana, madreperla, Issorie, pasta di vetro verde, alabastro bianco cotto». Il 18 settembre 1994 mons. Bruno Foresti benediva il nuovo altare liturgico in marmo bianco opera di Maffeo Ferrari. L'abside è dominata da un'immensa tela (di 15 mq.) ad olio, raffigurante la Madonna Assunta in cielo e cinque santi. In primo piano i S.S. Rocco, Alessandro e Sebastiano; leggermente arretrati S. Gregorio Magno e un altro santo non identificato. Attribuita dapprima a Iacopo Cavedone di Sassuolo (1577-1660) allievo del Caracci, venne poi da Anelli e Guzzo assegnata a Pietro Ricchi detto il Lucchese (Lucca 1606, Udine 1675) e che Anelli e Guzzo considerano come il primo intervento del Lucchese a Pontoglio. L'opera si stacca da altre dello stesso autore per un pietismo ed una tensione sentimentale più accentuati che ancora si legano al clima severo della Milano dei primi decenni del Seicento, con riscontri soprattutto con le prime opere note del Ricchi. Scendendo lungo la navata di sinistra si incontra il magnifico altare dedicato alla Madonna del Rosario. Il magnifico altare neoclassico fu eseguito dal marmorino Maestro Simone Zino, milanese, sotto la direzione dell'architetto Bianconi, professore all'Accademia Carrara di Bergamo, nel 1825 in sostituzione del precedente e provvisorio, eretto in legno nel 1789. I capitelli di ordine corinzio, a foglie d'acanto, sono opera dei fratelli Castelli, con l'aiuto del marmorino Antonio Galletti. L'opera fu realizzata in marmo Carrara bianco e Carrara grigio, e breccia viola delle Alpi e verde di Varallo. Le due statue coi SS. Tommaso e Caterina furono eseguite in stucco. La statua centrale della Madonna del Rosario fu eseguita dalla ditta Santifeller della Val Gardena, e costò L. 600. Il pulpito eseguito dal 1841 al 1843 in legno e marmo dall'intagliatore bergamasco G.B. Agosti, dallo scultore Amadio Indini e dal falegname Giacomo Castellini su disegno di L. Castellini firmato in Bergamo il 13 giugno 1836 e con contratto firmato il 6 ottobre 1841, viene da Anelli e Guzzo definito uno dei "capolavori" del genere della Lombardia neoclassica paragonabile per finezza esecutiva e bellezza degli ornati al celebre altare maggiore di Romano Lombardo e al pulpito neoclassico di S. Faustino Maggiore di Brescia ora nella chiesa di S. Giuseppe. Sopra il pulpito sta una tela (ad olio) raffigurante S. Eurosia invocata contro i temporali, opera secondo l' Anelli e il Guzzo di un pittore lombardo della prima metà del '700 definito "l'amico bergamasco di Francesco Monti". La cruenta rappresentazione, secondo gli stessi studiosi, segue un interessante documento. «In provincia - essi affermano - abbiamo potuto contare determinati modelli culturali e di come essi abbiano potuto essere assimilati». L'ultimo altare prima dell'uscita dedicato ai S.S. Fermo e Rustico di squisito sapore neoclassico, come scrivono Anelli e Guzzo, venne eretto nel 1831 in memoria dell'incoronazione dell'imperatore Ferdinando I. Venne realizzato da Simone Gaffuri q. Vincenzo di Rezzato su disegno dell'ing. Barcella di Chiari per lire 15 mila austriache di cui 14 mila offerte dal Comune. La magnifica urna centrale neoclassica, finemente ornata, scrivono Anelli e Guzzo, è di legno. Le colonne e le trabeazioni sono di marmo bianco di Carrara, così come i due tondi ai lati dell'urna. Le specchiature e la mensa, in giallo di S. Ambrogio (Verona), marmo bianco di Verona e breccia nera. In alto, al di sopra delle colonne, due angeli reggono i simboli del martirio, fiancheggiando la grande statua allegorica della Fede. Ai lati della pa la, fra le colonne, le due statue della Speranza e della Carità. La pala raffigurante i S.S. Fermo e Rustico tratti dal carcere e condotti al martirio, mentre il Vescovo di Verona Procolo inginocchiato vuole condividere la loro sorte fu eseguita nel 1853 dal bergamasco Giuseppe Carsana (Bergamo 1822-1889) su commissione dell'arciprete di Pontoglio don Antonio Carlotti. Tipico dipinto neoclassico "si avvale, scrivono Anelli e Guzzo, di una calibratissima messa in scena". Prima dell'uscita si incontra il fonte battesimale in pietra di Botticino con coperchio in legno settecentesco e bella cancellata del Seicento. In canonica sono conservati un dipinto ad olio su tela di Pietro Marone (1548-1625 c.) ed un dipinto raffigurante la Vergine in trono coi S.S. Michele Arcangelo e Rocco che Anelli e Guzzo definiscono un" `accattivante palettina, sobria nella composizione quanto sapiente nella cornice prospettica e nel magnifico tendaggio lameggiato d'oro" e ancora di un'altra "deliziosa palettina" sempre dello stesso Marone raffigurante la Vergine in trono con i S.S. Fermo e Giovanni Evangelista e datata dagli studiosi citati al 1585-1590 circa. In essa essi hanno rilevato «un grande senso di equilibrio, una dinamica pacata e misurata percorrono la palettina: ogni gesto - chiuso in se stesso, o ripreso da altro in controparte - è stato calcolato per reggere il sottile equilibrio di questa scena che conserva l'atmosfera incantata e rarefatta propria delle sacre conversazioni».


La chiesa parrocchiale possiede preziosi arredi sacri come: un servizio di Crocifisso e candelabri dell'altare maggiore in lamina sbalzata e bulinata d'argento della seconda metà del '700; calici senza punzoni di riconoscimenti ma di bella fattura del 600, 700, e inizi dell'800. Uno di essi di semplice ma squisita eleganza, in ottone argentato e dorato, porta tre punzoni, un leone rampante e le lettere "G.T." ripetute due volte. Anche un altro calice lavorato intorno porta numerosi punzoni: "G.T." "800" "487" e altri illeggibili. Di buona lavorazione quattro lampade di altare in metallo argentato, sbalzato e fuso di stile ancora settecentesco ma eseguite nell'800; un bel turibolo settecentesco in lamina di rame, argentata e sbalzata a giorno; una magnifica navicella del '700 sbalzata e finemente rifinita al bulino con il punzone "B.V.C."; tre eleganti vasetti del '700 per gli olii santi con punzone "G.B.". La sagrestia è adorna di due mobili settecenteschi eseguiti in noce e legno dolce, con belle specchiature sagomate e lobate, piccole e grandi, quattro teste di cherubini scolpite, e intagli a girali barocchi nei portelli centrali e nel grande fastigio, decorato anche di fogliette, in alto, che Anelli e Guzzo indicano come "lavori bresciani del Settecento, di bella ed ariosa fattura". Un altro magnifico mobile da sagrestia barocco, si dice proveniente dal convento dei Carmelitani. È stato eseguito, scrivono Anelli e Guzzo, in radica di ulivo, noce ed essenze dolci, in ambito locale nel Settecento. Tutti i portelli sono finemente decorati con specchiature ad intagli di girali barocchi. La chiesa possiede anche bellissimi Crocifissi: uno settecentesco grande, elegantissimo, forse di esecuzione veneziana, e un altro analogo della fine del '700. Sul verso, sono applicati specchi nei quali sono eseguiti con rara perizia i simboli della passione. Notevoli per eleganza un seggiolone per celebrante e tre poltrone per il servizio dell'altare. Pregevoli anche mazze e reggiceri per le processioni. La sagrestia è ricca anche di tessuti antichi, fra i quali pianete, tunicelle, veli, piviali e fasce omerali del '700 e dell'800, spesso di finissima esecuzione. Bellissimi manufatti del '700 sono un grande baldacchino ricamato a giardino ed ombrellino per il trasporto del SS. Sacramento.


Come torre campanaria venne adibita dal 1834 la torre del castello sulla quale vennero collocate, per iniziativa della fabbriceria e con il permesso del Comune, le campane della torre della chiesa di S. Antonio. Nel 1876 la ditta Frassoni di Rovato poneva un nuovo orologio. La nuova cella campanaria venne costruita nel 1888 dai fratelli Pagani di Tagliuno che si avvalsero del lavoro di Paolo Gualini e figlio, di Carrobio e del meccanico Giuseppe Filippini di Chiari. Nel dicembre 1832 veniva appaltata al meccanico Andrea Parigi di Borgo di Terzo la costruzione di un nuovo castello delle campane. L'8 marzo 1964 veniva consacrato il nuovo concerto di dieci campane, in si bemolle maggiore grave, fabbricate dalla ditta Paolo Capanni di Castelnuovo ne' Monti (RE). Anche il palazzo municipale custodisce una piccola ma significativa collezione di affreschi variamente strappati da edifici ora scomparsi. Fra essi vi sono stemmi di nobili famiglie fra cui i Pontoglio, gli Ochi, i De' Terzi Lana, i Campana; un affresco su tela raffigurante S. Antonio ab. proveniente dalla cascina Gonzarola e donato da Amadio Suardi nel 1972. Inoltre vi è custodita una tela ad olio di Grazio Cossali raffigurante S. Martino e il povero, proveniente dalla chiesa, distrutta, di S. Martino, e restaurata nel 1971 da Meisso di Rovato e Albini di Pontoglio. L'Anelli la attribuisce al primo periodo artistico del pittore orceano.


S. ANTONIO ABATE al Ponte. Sorge presso il ponte sull'Oglio che ha dato il nome al paese, su un importante incrocio di strade. Diverse sono le opinioni circa le sue origini. Vi è chi pensa sia stata costruita verso il 1300 a guardia del ponte mobile sul fiume Oglio e a protezione dei pescatori. Altri: che sia stata costruita dagli antenati di un tale Antonio Mignani vissuto nel 1500, come testificherebbero Michele de Erba e Giovanni de Bajoni allora sindaci; altri ancora, ma inverosimilmente, che venne costruita dai frati Carmelitani che prima abitavano il Convento, per essere più al sicuro sulla sponda sinistra dell'Oglio, dalle frequenti scorrerie delle bande dei ladroni. Potrebbe essere, invece, il segno della permanenza presso il ponte di un antico ospizio forse romano, assunto poi e gestito dai monaci di S. Antonio di Vienne (Francia) quando intorno al 1353 fecero la loro comparsa in Italia specializzandosi nell'assistenza ai pellegrini e ai malati specie a quelli affetti da herpes o fuoco di S. Antonio. In un edificio di proprietà Minelli dirimpetto alla parete nord della chiesa, alcuni anni fa, per delle ristrutturazioni, venne alla luce un colonnato lungo all'incirca 20 m. con colonne e capitelli in pietra di Sarnico classificabili al XIV secolo. In origine probabilmente l'edificio era soltanto un porticato.


Il primo accenno alla chiesa compare negli atti della visita pastorale del vescovo Bollani del 1565 che attestano che sia questa che la chiesa di S. Rocco «...furono edificate dal Comune e dagli uomini di Pontoglio tanto tempo fa di cui non si ha memoria e nelle quali si celebra la messa ogni giorno». Già all'epoca, comunque, la chiesa appare trascurata. Il vescovo infatti ordina che si tolgano gli altari laterali, la si tenga pulita e chiusa. Pochi anni dopo mons. Pilati, delegato del Vescovo, la interdiceva (18 giugno 1572) fino a che non fosse ornata convenientemente; proibiva inoltre al parroco don Bernardino Duranti, nominato il 7 luglio 1553, di esporre le piccole statuine di cera nella festa di S. Antonio. Nel 1611 era ridotta a deposito di frumento e di fieno e aperta anche di notte. Nel 1658 il visitatore annota l'esistenza di un altare di juspatronato dei Mignani che nella chiesa hanno anche la loro tomba. A distanza di quasi due secoli nel 1837 il parroco nella sua relazione al vescovo la diceva di juspatronato delle famiglie Zanotti, Brignoli, Bettoni e Armani e che vi celebrava una sola volta l'anno. La chiesa venne poi abbandonata e affittata come magazzino. A risvegliarne la devozione avvenne il fatto gravissimo di un incendio sviluppatosi il 21 gennaio 1886 nella Manifattura Velluti nel quale perirono due operai: la diciottenne Maddalena Bettinelli e il trentottenne Giovanni Mazzoleni che si era lanciato in suo soccorso. La popolazione attribuì la disgrazia al fatto che in quell'anno non si fosse tenuta la festa del santo per cui alcuni giorni dopo la chiesa venne riaperta al culto e celebrata solennemente la festa che da allora acquistò sempre più solennità. Il 22-23 settembre 1892, nella visita pastorale a Pontoglio, mons. Giacomo Maria Corna Pellegrini prescriveva di sostituire l'indulgenza apocrifa di Clemente VIII con quella di tre anni di Pio IX per la chiesetta di S. Antonio al Ponte. Particolarmente sentita nel tempo fu la festa del santo con processione, funzioni sacre e i tradizionali casoncelli. Un impulso particolare alla festa è stato dato da un comitato dal nome Paese Pass con sede al bar Passerella. La chiesa, poi, è stata recentemente presa in cura e custodita da un gruppo di operai e di pensionati. Come hanno scritto Anelli e Guzzo: «nei moduli architettonici nei quali si presenta oggi, la chiesetta ha poco o nulla dell'edificio antichissimo del quale accennano quei documenti: la graziosa facciatina, bene restaurata, ornata in alto al centro di un ampio oculo tondo sul quale si modella in arco a tutto sesto l'alto cornicione dentellato ornato di vasi neoclassici, è scandita da quattro lesene che incorniciano la porta e le due grandi finestre. Un insieme che ha tutti i caratteri dell'architettura lombarda della seconda metà dell'Ottocento, in linee nobili e pulite».


L'interno molto ordinato e pulito ha il tetto a vista con pareti chiare, che però non disturbano il raccoglimento. Il presbiterio è dominato da una cupoletta con lucernario. Magnifico l'altare neoclassico in marmo chiaro, dominato da una nicchia nella quale sta una grande statua di S. Antonio abate. Il santo tiene nella mano destra il fuoco e nella sinistra un libro e il bastone con il campanello. "È in legno policromato e, come scrivono Anelli e Guzzo, è un magnifico esempio di scultura lignea bresciana del Cinquecento, di modi stilistici che inducono a pensare a Clemente Zamara (1478-1540). La statua restaurata nel 1990 è raccolta in un'elegante sorta di «soasa» che funge da cornice per la statua di Sant'Antonio: due lesene a elegantissimi capitelli composti, affiancate da complicate volute a fogliami stilizzati e girali recanti un grande fiore. Al di sopra, un fastigio con ghirlande d'alloro e volute mistilinee simili alle precedenti, affiancanti la croce, pure in pietra". L'altare e la nicchia furono acquistati presso un Istituto religioso di Monza nel 1968. Ai lati dell'altare stanno due affreschi raffiguranti S. Pietro e S. Paolo. L'arcosoglio è dominato dal Redentore con angeli mentre ai lati stanno i Santi Francesco e Caterina. Sul lato sinistro si apre una cappella con una statua della Madonna Immacolata. Sulla parete un bel quadro raffigurante il S. Cuore firmato Parma, proveniente sempre da un Istituto religioso di Monza.


S. GIOVANNI BOSCO. Chiesa dell' oratorio costruita nel 1964 per iniziativa del parroco don Orizio e su progetto del pontogliese ing. Franco Brignoli. "Di belle e ariose proporzioni" scrivono Anelli e Guzzo, si distingue da molti altri edifici consimili. Una lunga scritta sulla facciata della chiesa chiarisce la nascita del sacro edificio, che era terminato all'inizio del 1964: «Il 21-6-1964 I anno del Pontificato di Paolo VI. Oasi di preghiera per la gioventù. Centro dell'Oratorio. Sorto per volere di un parroco, grande sacerdote, G. Battista Orizio. Realizzato dal lavoro indefesso del curato Giuseppe Giovarini coadiuvato dai Giovani migliori sorretti dall'instancabile Cesare Loda. Questa chiesa dedicata a S. Giovanni Bosco eretta su progetto gratuito dell'ing. Franco Brignoli con le generose offerte del popolo dal dinamico parroco Sac. Giovanni Pini fu da Sua Ecc. Mons. Giuseppe Almici Vescovo Ausiliare di Brescia solennemente benedetta». L'edificio sacro custodisce alcune suppellettili di pregio, provenienti dalla parrocchiale. Cappella del ricovero vecchi. Eretta nel 1910 servì anche ad uso oratorio delle giovani. La statua del S. Cuore venne fabbricata nello stesso anno nella bottega di Angelo Zanchi di Bergamo per il costo di 300 lire. 


CHIESE SCOMPARSE:


S.S. GERVASIO e PROTASIO. Forse sorta come uno dei loca sanctorum dove è ora la cascina S. Gervasio (detta comunemente "Angiline") in località "Campagne storte" poco lontano dall'antica strada per Chiari è probabile che in suo luogo al Feniletto sotto sia sorta la santella che ancora esiste. Era già cadente all'epoca della visita pastorale del Bollani (1565) e il visitatore ordinava che venisse restaurata. Ciò che non avvenne se un decreto vescovile imponeva che venisse distrutta entro l'anno 1649 e il materiale ricavato doveva essere venduto per restaurare la chiesetta di S. Pietro. Un rappresentante del comune, Biagio de Pecis, chiedeva che tale materiale servisse invece per la chiesa parrocchiale e per la chiesa di S. Michele.


S. MICHELE. Sorgeva in fondo alla piazza di fronte alla torre campanaria. Era di patronato del Comune. Già cadente nel 1561, (non è serrata "et piove da ogni banda") come rilevava il visitatore don G.B. Cogi nel 1561, di nuovo nel 1565 il vescovo Bollani insisteva perchè venisse restaurata. Ancora nel 1572 il visitatore mons. Pilati ordinava che venisse rimessa in piedi e decentemente. Ciò deve essere stato fatto dato che nel 1656 ospitava una Confraternita di Disciplini detti "bianchi" dal colore dell'abito, con 12 iscritti. Vi esistevano legati. Nel 1705 aveva unito il titolo di S. Rocco e nel 1820 era utilizzata dai Confratelli del SS. Sacramento e nel 1838 dalle Consorelle del SS. Sacramento.


S. MATTIA o del Gonfalone o del Bianco. È nominata soltanto negli Atti della visita pastorale del 1670 e forse da non molto costruita, era adibita ad esercizi di pietà. Nel 1684 il visitatore disponeva che venisse costruita una nuova sagrestia. Nel 1703 era sede della Scuola dei disciplini del Gonfalone o del bianco. Forse si riferisce ad essa la Confraternita di disciplini di S. Mattia registrata negli atti della visita pastorale del 1648. Vi vennero sepolti alcuni membri della famiglia Pontoglio. Nel 1838 ospitava i confratelli del SS. Sacramento. Vi era una tela ad olio raffigurante la B. Vergine col Bambino e i S.S. Mattia e Giovanni B. La campana di 33 kg. venne poi posta sulla cappella del Ricovero Vecchi.


S. MARTINO. Fu probabilmente una delle più antiche chiese del territorio, sorta accanto ad un ospizio su uno dei crocevia più importanti sulla strada "orientale" o francesca, e la via fra Palazzolo e Rudiano. Voci raccolte dai vescovi visitatori del sec. XIX la indicano come prima parrocchia e indicano S. Martino come patrono della Comunità. In effetti da documenti visitali risulta che la parrocchiale era dedicata all'Assunta e a S. Martino. Una leggenda locale vuole che la chiesetta sia stata costruita da un capitano di ventura, tale Airone per seppellirvi alcuni suoi soldati, morti nel luogo durante una scorribanda. Certamente antichissima, doveva essere in via di ricostruzione dopo la metà del sec. XVI. Il vescovo Bollani nel 1565 decretava che venisse terminata o si distruggesse del tutto. Negli anni seguenti doveva essere terminata, giacchè nel 1599 veniva decretato soltanto che si terminasse l'altare. Appartenente alla Comunità, era custodita nel 1737 da un eremita vestito da conventuale. Nel 1782 minacciava di nuovo rovina. Riparata nel 1811 divenne la cappella del nuovo cimitero. Venne poi nel 1925 distrutta per ampliare il cimitero.


S. MICHELE o della SS. Trinità o dei Confratelli del Rosso. Antichissima, forse di epoca longobarda e poi certamente ricostruita sorgeva in fondo all'attuale piazza, di fronte alla torre campanaria. Già cadente nel 1561, nel 1565 il vescovo Bollani imponeva che venisse riadattata, coperta, imbiancata e tenuta chiusa. Aveva la dotazione di un chiericato; essendo rimasto vacante questo nel 1570 per la morte dell'investito sac. Bartolomeo Cattane, ed essendo la chiesetta "ruinosa et collapsa", il Comune domandò di potervi trasferire la cappellania quotidiana eretta nella chiesa votiva di S. Rocco, fuori della terra e quindi incomoda per la popolazione. Con decreto del 27 ottobre 1570 il vescovo Bollani acconsentì alla domanda, obbligando il Comune a restaurare la chiesa e ad erigervi l'altare di S. Rocco. In compenso il Comune occupò il piccolo beneficio chiericale. Ma nel 1575 era ancora "discoperta" e non si pensava di ripararla. Doveva essere già stata restaurata nel 1599 e verso la metà del '600 vi si celebrava tutti i giorni. Nel 1677 ne era stata incominciata la ricostruzione. Venne poi dedicata alla SS. Trinità come risultava ancora nel 1914. Nella chiesa esistevano le sepolture dei Martinengo.


S. PIETRO. Da Francesco Cavalieri è stata localizzata nella omonima contrada all'entrata della cascina Santelle dove esiste in effetti una cappelletta costruita con manufatti in pietra di Sarnico e pilastrini sagomati provenienti dall'antica chiesetta. Nel 1565 aveva un chiericato ma era già cadente, per cui il vescovo Bollani ordinava che venisse riparata, ornata, tenuta chiusa o distrutta. Nel 1649 era ancora cadente, tanto che al decreto del vescovo Marco Giustiniani che imponeva che si dovessero sacrificare le due chiesette dei S.S. Gervasio e Protasio e di S. Rocco perchè il materiale recuperato servisse a sistemare la chiesetta di S. Pietro, a nome della Comunità di Pontoglio, Biagio de Pecis faceva osservare che la chiesa di S. Pietro avrebbe imposto troppi oneri per la sua manutenzione e chiedeva che il materiale ricavato dalle suddette chiesette venisse utilizzato per la chiesa parrocchiale e per quella di S. Michele.


S. ROCCO. Costruita dal Comune e dagli uomini del Comune per voto di peste fuoriporta era già "ruinosa" al tempo della visita del Bollani (1565). Il vescovo ordinava che fosse rifatta la volta ed intonacata, che si tenesse chiusa e che si togliessero gli altari laterali al maggiore. Riunitisi il 22 ottobre 1570 i rappresentanti della popolazione in S. Maria, votavano con 52 voti favorevoli e 18 contrari la proposta del parroco don Bernardino Moscardi: che S. Rocco fosse «spostata in San Michele che è dentro l'abitato e che in suo luogo si costruisca un altare per la messa da parte del comune; questo altare dovrebbe essere dedicato a San Rocco e quindi senza danno per quel voto fatto un tempo dal Comune di celebrare in perpetuo una messa, in ringraziamento per la cessazione di una peste». Venduta nel 1648, il materiale aveva fruttato 56 scudi bresciani, che avrebbero dovuto essere impiegati nel restauro della chiesa di S. Pietro ma che Biagio de Pecis chiedeva fossero dirottati per la costruzione di una nuova parrocchiale. Un decreto vescovile imponeva che venisse abbattuta entro il 1649 e che il ricavato della vendita del materiale venisse utilizzato per la chiesa parrocchiale e per quella di S. Michele. Il Giudici la dice distrutta nel 1820 dagli austriaci che sospettavano vi si riunissero dei congiurati.


S. ZENONE. Si trovava al confine tra Pontoglio e Cologne sulla strada bresciana o francesca. Di questa chiesa, ha scritto Gino Giudici, è rimasto solo il nome ad una cascina tuttora esistente in quella località. Scavi occasionali per lavori campestri hanno messo in luce nel 1925 una vasta necropoli, con tombe in cotto, dell'epoca barbarica che attestano l'esistenza di un nucleo di abitazioni e di un edificio sacro dedicato a S. Zenone, Vescovo di Verona.


SS. TRINITÀ. vedere S. Michele.


S. VITTORE. Della chiesa campestre è rimasto ora solo il nome di una cascina a pochi metri dalla Gonzarola nei pressi della quale negli anni '50 vennero trovati i resti di un'antica necropoli. Era già cadente a metà del '500 e il vescovo Bollani nel 1565 ordinava che venisse chiusa e distrutta. Non più nominata nel 1599. Oggi esiste una santella.


CONVENTO E CHIESA DELLA NATIVITÀ DELLA B.V.M. dei Carmelitani. Dedicato alla Natività della B.V.M. venne fondato per iniziativa di fra Dionisio da Pontoglio che chiese al Comune un "logheto" dove costruire un piccolo convento. Ottenuta il 29 luglio 1505 l'autorizzazione del vescovo di Brescia Paolo Zane, il Comune di Pontoglio nel 1511 inviava una lettera nella quale: «I Consiglieri invitano li frati ala gesia de S. Maria del Carmelo edificata de fora de Pontoi a contentamento et letitia nostra per amore et devotione a dito loco», ed assegnava un po' di terra "oltre il fiume Oglio nella contrada Fornace". La prima costruzione comprendeva una chiesetta con un unico altare, con a fianco un piccolo campanile e solo due stanzette contigue. Venne ampliato alla fine del '500. In una cartina topografica del 1700 appare come un edificio chiuso su tutti i lati, di forma quadrata, con l'ingresso principale sul lato nord. All'interno c'era un ampio cortile centrale perimetrato da un colonnato e da un porticato da cui si accedeva al refettorio, alla biblioteca, al laboratorio e alla foresteria. Al primo piano si trovava un ampio dormitorio e qualche camera da letto ad uso dei Padri Superiori, specialmente per quelli in transito da queste parti. Dapprincipio ospitò tre-quattro frati, nel 1648 3 sacerdoti e tre conversi, nel 1677 sei sacerdoti e cinque conversi, nel 1709 12 religiosi, nel 1737, 8 sacerdoti e 5 laici, nel 1787: 8 sacerdoti e 4 laici. Il convento si arricchì poi di molti legati fra i quali notevoli quelli di Barbara e Aurelia Corsini (1686), del nob. Giovanni Armani, ecc. Passato ai Carmelitani Calzati questi subirono nel 1771 un clamoroso processo per aver rifiutato di pagare una tassa richiesta dai Rettori di Brescia. Soppresso da Venezia nel 1786 e poi distrutto, ne testimonia l'antica presenza la cascina Convento. Della chiesa rimase la pala "dell'unico altare". Rappresentava la Madonna col Bambino fiancheggiata dai due santi Carmelitani Angelo e Alberto, e portava la data 1539. L'area fu data al beneficio parrocchiale. Rimane la festa annuale di S. Alberto nella 2a domenica di agosto, come a Palmolo e Castelcovati. Segno della devozione popolare sono la venti e più santelle sparse nel territorio, alcune delle quali restaurate, per interessamento del parroco don Gregorio Salvadori, nel 1983 con intervento dei pittori don Salvetti, Caffi, Albini, Olini, ecc.


MORTI di S. OBIZIO. Cappelletta o santella esistente lungo le rive dell'Oglio, tra Pontoglio e Cividate al Piano nel luogo dove la tradizione vuole sia avvenuta la battaglia della Malamorte. Piccola, elegante, porta sulla fronte un'iscrizione che ne spiega l'origine: "Ai morti della battaglia / 7 luglio 1791 (sic per 1191) / vinta dai bresciani / contro i bergamaschi e cremonesi / 1871". La costruzione è semplicissima e non è possibile sapere se costruita nel 1871, abbia sostituito una cappella precedente. Sull'altare sta un affresco con una Madonna col Bambino che tengono in mano l'olivo di pace. È firmata "Francesco Ferrari 1920, restaurata nel 1974" da Dino (Alessandro) Albini di Pontoglio. In tale anno tutta la santella venne riparata. A sinistra sta una scena della battaglia della Malamorte e più precisamente il passaggio dell'Oglio delle vittoriose truppe bresciane con a capo S. Obizio, mentre sulla destra campeggia la figura di S. Obizio in veste di guerriero con ai piedi l'elmo. Il 7 luglio di ogni anno, anniversario della battaglia, i sacerdoti del paese si portano con la popolazione a ricordare, con suffragi devoti i morti di secoli fa. In località Ria Larga esiste una cappella a ricordo dei morti della peste del 1630. Il nuovo cimitero venne eretto in seguito a decreti napoleonici. Nel 1810 venne realizzato presso la chiesetta di S. Martino. La prima inumazione ebbe luogo il 23 aprile 1811. Il pronao della chiesa venne adibito a sepoltura di sacerdoti fino a quando nel 1925 la chiesa venne sacrificata all'ampliamento del cimitero.




RETTORI e ARCIPRETI: D. Omobono di..... (+ marzo 1380), Giovanni Sala di Pontoglio (n. 12 marzo 1380 ancora suddiacono - m. febbraio 1386), Ruderto di Bigolio (dioc. di Acqui - n. 1 marzo 1386), Gianpietro de Lurano (1532), Bernardino nob. Duranti di Palazzolo (1553 - rin. 1592), Lelio Fogliata di..... (n. 22 luglio 1592 - privato nel marzo 1606), Giulio Bertoli di Pavone (n. 12 luglio 1606 - m. 29 marzo 1631), Antonino Canevari o Canipari di Gabbiano (n. 28 aprile 1631 - rin. 1632), Bartolomeo Panizza di Brescia (n. 25.1.1633 - m. 13 ottobre 1635), Giampietro Testini di Palosco (n. 29 ottobre 1636 - m. 13 febbraio 1659), Lorenzo Testini di Palosco (n. 9 aprile 1669 - m. 17 maggio 1700), Francesco Donati di Pontoglio, Dott. in T. (n. 6 ottobre 1700 - m. 23.1.1740), Leandro nob. Pulusella di Brescia, Dott. in L.L. (n. 21 luglio 1740 - promosso), Andrea Bonicelli di Artogne (n. 7 febbraio 1753 - prom. a Berzo Inferiore), Gian Domenico Calufetti di Capodiponte (n. 13.1.1773 - m. 26 novembre 1788), Cristoforo nob. Marchesi di Villa Serio (n. 13 gennaio 1789 - m. 19 dicembre 1807), Giuseppe Zanola di Nigoline (n. 2 maggio 1808 - prom. a Edolo), Pietro Narcisi di Palosco (n. 20 settembre 1819 - m. 1842), Antonio Calotti di Paisco (n. 17 maggio 1842 - m.), Giov. Maria Valdini di Vobarno (n. 20 febbraio 1864 - m..... ), Paolo Manenti di Chiari (n. 4 maggio 1874 - rin. 12 gennaio 1891), Stefano Codenotti di Gussago (n. 23 marzo 1891 - rin. 30 aprile 1891, prom. Arciprete di Brandico), Paolo Manenti di nuovo (n. 12 luglio 1891 da Bagolino - m. nell'agosto 1919), Giovan Battista Orizio di Cazzago (marzo 1920 - settembre 1958), Giovanni Pini di Chiari (14 marzo 1959 - 6 luglio 1975), Gregorio Salvadori (1 settembre 1975 - 1984), Paolo Taglietti (dal 1985).




SINDACI, PODESTÁ, COMMISSARI PREFETTIZI: 1863/1866 Giovanni Corti; 1866/186- Pietro Contini; 1868/1871 Vittore Uberti; 1872/18Th Lodovico Banzolini; 1874/1881 Michele Vezzoli; 1882/1884 Basilio Loda; 1885/1886 Lodovico Banzolini; 1887/1898 Basilio Loda; 1899/1914 Michele Vezzoli (si dimette il 17.2.1914); 1914/1920 Alberto Cavadini (si dimette il 18.1.1920); 1.2.1920 assume la presidenza Lorenzo Calabria, già assessore. Elezioni del 10.10.1920; 1920/1921 Luigi Vezzoli di Michele; 1921/1923 Battista Festa (eletto il 13.8.1921); 21.5.1923/ 8.11.1923 assume la carica il commissario prefettizio Santo Rocco; 8.11.1923/11.6.1924 commissario prefettizio Giovanni Campiotti; 1.7.1924/15.2.1925 assume la carica di Sindaco Giovanni Bonandrini già assessore; 16.2.1925/17.1.1926 assume la carica di sindaco Eugenio Peci; 1926/1936 Cesare Tofanetti, podestà dal 17.1.1926 al 5.2.1936; 8.2.1936/1.3.1936 commissario prefettizio Leone Bonandrini; 21.3.1936/11.6.1936 commissario prefettizio Angelo Anselmi fu Antonio; 11.6.1936/9.1.1937 Angelo Anselmi assume la carica di podestà per Regio Decreto; 13.1.1937/18.2.1937 commissario prefettizio Alfredo Austria; 18.2.1937/31.7. 1937; commissario prefettizio Ezechiele Bracchi; 31.7. 1937/3.3.1938 Andrea Bonandrini: commissario per Decreto prefettizio n. 880, poi per Regio Decreto 3 marzo n. 360 assume la carica di podestà restando in carica fino ai 6 settembre 1938 anno XVI; 6.9.1938/29.7.1939 commissario prefettizio Leonardo Spadazza; 29.7.1939/ 7.3.1940 Leone Bonandrini commissario per D.P. n. 1037 e podestà dal 7.3.1940 al 5.2.1944; 8.7.1944/25.1. 1945 commissario prefettizio Lorenzo Calabria; 1945/ 1946 Giacomo Peci sindaco della liberazione; 1946/1951 Battista Brescianini, sindaco; 1951/1956 Fausto Remondini, sindaco; 1956/1960 Fausto Remondini, sindaco; 1960/1964 Fausto Remondini, sindaco; 1964/1970 Battista Schivardi, sindaco; 1970/1975 Battista Schivardi, sindaco; 1975/1980 Battista Schivardi, sindaco - A. Belotti, sindaco; 1980/1985 Francesco Cavalieri, sindaco; 1985/1990 Alessandro Belotti, sindaco; 1991/1996 Augusto Picenni, sindaco.