PIALORSI (2)

PIALORSI (Boscaì)

Famiglia di artisti del legno, di Levrange, chiamata dei "Boscaì", cioè "boscaioli" per il legname usato nel loro lavoro artistico, per distinguerla da altre famiglie Pialorsi dette dei Vigo e dei Molinari. Come ha rilevato Luigi Bresciani, in Valle Sabbia il soprannome «boscaino» era molto conosciuto e serviva ad indicare i marengoni di Levrange, e talvolta venne adoperato per indicare, per antonomasia, anche qualche altro marengone locale. Altri si dedicarono oltre che alla vita contadina alla lavorazione del ferro, tanto che già nel sec. XV è ricordato un Pietro Pialorsi come maestro fabbro; forse l'attività di marengoni della famiglia può essere fatta risalire ad un tale, non meglio precisato, Terciberio che compare in un documento dell' 11 giugno 1527, rogato dal notaio Angelo Ugolino nel castello dei conti di Lodrone, personaggio di rilievo come testimone di fiducia di questi circa il loro possesso delle acque del lago d'Idro. Un altro documento del 1555 riferisce della compera da parte di Betino qd. Joannini de Levrangis, di un appezzamento di terra che nel 1687 comparirà come parte dell'eredità divisa dei fratelli Giovanni Battista e Andrea. Ancora più rilevante è l'atto di acquisto nel 1562 da parte di messer Giovanni Antonio da Levrange della bottega del celebre intagliatore Maffeo Olivieri in contrada di Porta S. Stefano. Tuttavia, come ha rilevato Luigi Bresciani, «passarono parecchi anni ed un atto notarile fa entrare in scena un altro Antonio, stavolta espressamente chiamato "Pialorso", figlio di Fadino, che nell'anno 1650 diventa nientemeno "Sindaco del Paratico dei marengoni di Brescia". Questo fatto avvalora la tesi che la stirpe dei Pialorsi rimasta a condurre la bottega di Levrange sia stata avvantaggiata dalla presenza dei Pialorsi di città dove potevano mandare i figli a studiare il disegno, la figura e la composizione architettonica. Di conseguenza l'arte boscaina ha sempre potuto stare all'avanguardia riuscendo a competere con i più qualificati artisti che operavano nel territorio bresciano.


L'esistenza di una bottega in Levrange, forse già appartenente ai Boscaì, è documentata da alcune opere di rilievo quali la porta della sagrestia della primitiva chiesa di S. Martino di Levrange e la calicera in noce, databili tra il 1567 e il 1572 eseguite da marengoni locali che conoscevano ogni sfumatura dello stile classico dell'epoca. La discendenza documentata dei Pialorsi "Boscaì", a parte il già citato Terciberio, e di Betino - che secondo Luigi Bresciani potrebbe essere il padre di un non identificato marengone (forse, dato il ripetersi del nome, Giovanni Battista) che nella, prima metà del Seicento eresse l'ancona dell'altare laterale nella medesima chiesa di S. Martino che incorniciava il quadro della Madonna tra i santi Faustino e Antonio, dipinto in Venezia da Pietro Mera nel 1632 - inizia secondo i documenti finora ritrovati con Francesco (m. prima del 1694) che fu il primo ad essere chiamato "boscaino" e che tenne bottega con il fratello Giovanni Antonio (nato nel 1634 e morto prima del 1711). Da tale bottega può essere uscita secondo il Bresciani la statua della Madonna di Lavenone datata 10 luglio 1660 con le iniziali di G.P. nelle quali si è voluto leggere le iniziali di un Giampietro qd. Giovanni Pialorsi. Francesco ebbe due figli maschi: Giov. Battista e Antonio. Costoro, documenta il Bresciani, di comune accordo, il 4 luglio 1689 divisero tra loro le sostanze del padre. Oltre alla spartizione di boschi, prati e cascinali, fecero pure la spartizione della bella casa paterna. A Giov. Battista toccò, da cima a fondo, la metà della casa che stava a mattina, partendo dalla colonna grossa del portico. Della bottega egli si tenne tutti i ferri del mestiere, il banco di «marengone», i torni e la piccola incudine. Il fratello Antonio (m. prima del 1711) ebbe l'altra metà della casa, il mantice e l'incudine grossa. Di Antonio, in seguito, si perdono le tracce. Probabilmente iniziò l'attività di chiodaiolo. Giov. Battista si dedicò a tempo pieno e con buon successo all'attività di intagliatore. Nella sola parrocchiale di S. Rocco di Levrange lasciò il coro, un bancone intarsiato nella sagrestia, confessionali, la soasa dell'organo.


La bottega di Levrange raggiunse il suo periodo aureo con Francesco figlio di Giovanni Battista di cui è nota (1 luglio 1695) la data di matrimonio con Paola Filippini e che in diversi documenti è chiamato "boscaì". Egli dominò con la sua abbondante produzione lignea i primi decenni del Settecento dando alle ancone da lui prodotte un'impostazione tutta personale e articolata in modo da soddisfare una vasta clientela e da far fronte ad una crescente concorrenza già presente dalla metà del '600 con Antonio Montanino, Baldassare Vecchi di Ala di Trento, Giovanni Pietro e Faustino Bonomi di Avenone, Morchion Bonomino di Bione, il cugino Bortolo Zambelli ecc. Questi fu stretto collaboratore di Francesco assieme ad altri marengoni di un certo valore quali i Bertoli di Prato.


Le opere dei Boscaì si andarono diffondendo in Valtrompia, Valcamonica, Riviera del Garda e persino a Venezia. Come ha sottolineato Alfredo Bonomi non è possibile e nemmeno serve citare tutte le opere presenti nelle diverse Chiese. Basti dire che non c'è tempio della Valle Sabbia e per buona parte anche della Valle Trompia che non contenga una testimonianza artistica uscita direttamente dalla bottega di Levrange o da intagliatori che hanno comunque guardato ai "Boscaì". Ci sono però delle opere che risultano fondamentali per comprendere l'essenza di quest'arte. È il caso di quelle raccolte nelle Chiese di Levrange, Lavenone, Auro, Idro, Lumezzane Pieve, Bovegno, Barghe, Belprato, Presegno. A Luigi Bresciani è parso individuare la chiave di riconoscimento della produzione boscaina in un fiore caratteristico, non ben definibile per quanto riguarda la specie, talvolta isolato ma che torna a emergere in continuazione tra gli ornati; altre volte è unito in un mazzetto di tre fiori portato in mano da putti al centro dell'apparato, oppure sporge con evidenza nelle ali laterali dell'ancona all'altezza del dipinto. Un altro contrassegno dei "boscaì" sempre secondo il Bresciani sarebbe la forma delle colonne, sia quelle voluminose delle ancone quanto quelle in miniatura dei cibori. Esse sono sempre tortili, arricchite dell'intreccio di rami e con la presenza del caratteristico fiore. Le colonne non sono tortili solo quando sono spezzate e servono da piedistallo ad una statua.


Famiglia di rilievo quella dei Pialorsi ebbe anche uno stemma raffigurante due orsi ritti nell'atto di mordersi. «Mordersi» in dialetto si traduce «pià». Da qui l'origine del cognome Pià-orsi (Pialorsi). Tale stemma, posto, all'ingresso della loro abitazione salvata nel crollo di Levrange nel dicembre 1959, viene ora custodito nella nuova casa canonica. Altro stemma: un albero su di un colle movente dalla punta dello scudo con le lettere A.P. I Pialorsi ebbero due case, una delle quali, cinquecentesca, particolarmente bella, vasta in luogo solatio, nella parte alta del paese, in via Castello. Al piano terra vi era un portico spazioso, pavimentato con lastre di pietra e aperto da due arcate in pietra nera locale che poggiavano su una grossa colonna centrale. Da quel portico uscirono tutti i capolavori dei Boscaì. Il portico comunicava con due fondachi che servivano come luogo di lavoro nel periodo invernale. Una insidiosa feritoia sorvegliava a distanza ravvicinata il portone d'ingresso contro il possibile assalto dei banditi. Compromessa dallo smottamento del dicembre 1959 la cascina fu demolita. Una leggenda vuole che i Boscaì vi tornassero ogni sera dal bosco con un angelo in braccio. Luigi Bresciani ha rilevato come i Boscaì non andavano mai ad eseguire sul posto i lavoro commissionati dai clienti ma li componevano sempre nella loro casa di Levrange. Le sculture venivano trasportate a dorso di mulo anche in luoghi assai lontani dove gli artisti le installavano con, un supplemento di ricompensa, apportandovi, se necessario, leggere modifiche per meglio adattarle al luogo destinato. Sovente erano le stesse comunità interessate che si premuravano di condurre nel laboratorio di Levrange il legname necessario alla costruzione delle ancone. Quando la retribuzione, per sopraggiunte difficoltà, si faceva attendere troppo, essi accettavano anche generi alimentari come frumento e pane.


I "Boscaì" lavorarono molto anche per famiglie private e in varie località fra cui la Riviera e quanto fossero apprezzati i loro lavori lo si apprende dai versi del Tomacelli ("Fortunopoli", 1745, canto XV, strofa 5) che suona «Era la scranna, ov'ei sedea, di noce. D'intagli sì, che non pur Boscaino. Ma la natura non gli avrebbe voce. Sì d'arte era il lavoro...» Il Tomacelli in una nota in calce annota: «Boscaino o Boscaglino, famoso intagliatore di legno ai nostri giorni, che vive in Salò, e Riviera ha fatto opere di molto pregio». E sembra certo che abbia accennato a Giovanni Battista. Altro ammiratore dell'arte dei Boscaì fu Gabriele D'Annunzio che chiese di comperare le cariatidi dell'altare di Avenone, raffiguranti i mori detti in paese gli "impostori", creduti a quel tempo opera dei Boscaì ed ora documentati di Baldassar Vecchi, ma che i capifamiglia del paese riuniti sul sagrato dopo la messa, decisero di non cedere per tutto l'oro del mondo.


Ancora da studiare la loro tecnica lavorativa, avvalorata dalla leggenda che possedessero nervi di piombo tanto che per trovare la sicurezza delle loro mani si tagliavano spesso l'epidermide con rapidi colpi d'ascia senza che ne uscisse il sangue. I grandi impianti scenici dei "Boscaì" dimostrano che essi hanno partecipato in qualche modo ai grandi dibattiti culturali che hanno animato lo scenario bresciano a veneto in quegli anni. Nelle loro opere si fondono elementi profani, fantastici, simbolismo, allegorie e precise nozioni teologiche. Il percorso dei sentimenti e delle idee, sintetizzato nelle movenze lignee, risulta assai interessante. Si assiste ad una visione della vita, permeata da forte religiosità. Il risultato è lontanissimo dalle rigidezze nordiche. C'è nelle opere dei "Boscaì" un senso gioioso del vivere. Gli angeli risultano essere veri fanciulli o putti con le ali; le Madonne sono intensamente umane. L'espressione delle figure in generale è naturale, mai accademica o legata a stereotipi: attraverso il legno rivivono le fisionomie dei contadini della Valle Sabbia, anche se i corpi sono paludati da vesti sfarzose secondo richiami classici. Le statue che rappresentano la Madonna, nel loro continuo richiamo alla dolcezza della maternità acquistano una naturalezza confidente, quasi a voler avvicinare ancor più il fedele che si rivolge con fiducia alla Madre di Gesù. I motivi floreali ed in particolar modo i fiori a grappolo, come ha notato anche Don Bresciani, sono una costante assai originale nelle ancone dei Boscaì. Questi aspetti sono racchiusi in un involucro di fondo, che ha il gusto per le scenografie "trionfanti", degno sfondo per le liturgie della Chiesa. Lapidariamente Gaetano Panazza ha visto in quella dei Boscaì "arte colta e arte popolaresca insieme, dotata di una vena dialettale genuina e ricca di umori simili a quelli che troveranno nella pittura ben altro sbocco, con l'arte mirabile di un Ceruti, di un Cifrondi, di un Todeschini; arte nella quale architettura, scultura e, in tono più sommesso, anche la pittura si uniscono strettamente per dare origine ad una produzione di buon livello artistico e di grande abilità artigianale".


Verso la metà del '700 con l'imporsi dell'arte dei marmorini, e la moda di installare altari, ancone e balaustre in marmo policromo, in scagliola ecc. l'arte lignea, entrò in crisi. Alla morte di Giovanni Battista, i suoi figli Francesco e Giovanni Maria si dedicarono alla lavorazione del ferro, Paolo fece il contadino, mentre solo Antonio (sposato il 20 marzo 1780 con Margherita Filippini) tenne aperta la bottega senza notevole successo. Tra le opere da essa uscite nel periodo della sua decadenza il Bresciani elenca la soasa dell'altar maggiore di Livemmo (1751); il deposito della settimana santa a Lavenone (1753); l'ancona dell'altar maggiore di Navono (1756); tutti gli ornati del ciborio dell'altar maggiore di Forno d'Ono (1764); l'ancona della chiesa di S. Rocco di Idro (1771); l'ancona dell'oratorio di S. Martino presso il cimitero di Levrange (1771). Ultimo lavoretto è stato il deposito destinato alla chiesa di Bisenzio (1772).




ELENCO, non completo, delle loro opere:


AGNOSINE - Chiesa di Campello: soasa-cornice con statua della Madonna con Bambino.


ALONE- Chiesa parrocchiale: anconetta attorno alla statua della Madonna. Bancone e calicera in sagrestia.


ANFO- Chiesa parrocchiale: ancona dell'altar maggiore. Ancona dell'altare della Madonna seduta con Bambino. AVENONE- Chiesa parrocchiale: ancone degli altari del S. Rosario e di S. Pietro Martire. Due angioli portanti lampada. Chiesa di Spezio: ancona dell'altare di S. Antonio (smontata). (Vi lavorarono Giov. Battista e Francesco Pialorsi 1640-1643).


BAGOLINO- Chiesa parrocchiale: soasa dell'altare del Rosario (attribuita).


BARGHE- Chiesa parrocchiale: ancona dell'altare del Crocifisso con ciborio. Soasa cornice con statua della Madonna. Organo.


BELPRATO- Chiesa parrocchiale: ancona dell'altare maggiore e dei due altari laterali (attribuita).


BINZAGO- Chiesa parrocchiale: ancona dell'altare del S. Rosario. Chiesa di S. Lino: Soasa-cornice all'unico altare.


BIONE- Chiesa parrocchiale: soasa-cornice alla statua della Madonna.


BOVEGNO- chiesa parrocchiale: soasa dell'altare di S. Giovanni Battista, Chiesa di Piano: organo e cantoria Santuario della Madonna. Bancone maggiore della sagrestia 1687 e forse altre opere.


BRESCIA- S. Maria delle Grazie: inginocchiatoi (attribuito).


LUDIZZO- chiesa: soasa (attribuito).


CIMMO- Chiesa parrocchiale: ancona dell'altare maggiore. (Commessa nel 1774 ad A.B. probabilmente Antonio Boscaì).


COMERO- Chiesa di Auro: ancona dell'altar maggiore. Organo.


FORNO D'ONO- Chiesa parrocchiale: ancona del S. Rosario e di S. Filippo, tabernacolo.


GAVARDO- Chiesa parrocchiale: ancone degli altari della Sacra Famiglia e della Deposizione.


IDRO- chiesa parrocchiale: altare, ciborio, cassa dell'organo (opera di Giovanni Battista e di Antonio Pialorsi 1730 c.).


LAVENONE- Chiesa parrocchiale: quattro ancone degli altari laterali. Madonna delle More: ancona dell'unico altare (trafugata).


LAVINO- Chiesa parrocchiale: ancone degli altari della Beata Vergine del Rosario e di S. Lorenzo.


LEVRANGE- Chiesa parrocchiale: ancone dell'altare maggiore, della Madonna di Fatima, della Beata Vergine del Rosario, di San Giovannino e dell'Annunciazione. Due cibori.


LIVEMMO- Chiesa parrocchiale: ancona dell'altare della Madonna del Carmelo. Organo.


BARBAINE- Soasa alla pala del presbiterio (trafugata).


LUDIZZO- Chiesa parrocchiale: ancona dell'altare maggiore.


LUMEZZANE PIEVE - Chiesa parrocchiale: soasa cornice alla pala dietro l'altare maggiore. Ancone degli altari laterali della Madonna del S. Rosario e della Deposizione.


LUMEZZANE S. APOLLONIO - Chiesa parrocchiale: ancona del S. Rosario. Stalli e tronetti del coro.


LUMEZZANE S. SEBASTIANO - Chiesa parrocchiale: ancona dell'altare.


MARCHENO- Santuario: pulpito (1733).


MARMENTINO- (Dosso) Chiesa parrocchiale: organo e cantoria. (Ordinato ad Antonio, 1741).


MONNO- Chiesa di S. Brizio: ancona.


MURA- Chiesa parrocchiale: altare della Madonna del Rosario e altare di S. Gaetano.


MUSLONE- Chiesa parrocchiale: ciborio.


ONO DEGNO- Chiesa parrocchiale: ornati ai misteri del Rosario. Organo. Un ciborio. Santuario: quattro angeli portanti lampada. Organo. Un ciborio.


NAVONO- Chiesa del Nome di Dio: le due soase degli altari laterali (in parte trafugate).


ODENO: ancone degli altari della Madonna del Rosario e di San Giuseppe (eseguita da Francesco, 1705 c.). PEZZAZE- Chiesa di S. Giuseppe (Pezzazole): ciborio.


PIOVERE- chiesa parrocchiale: ciborio (opera di Giovanni Battista, 1770 c.).


POLAVENO- Chiesa parrocchiale: ancone degli altari della Madonna con statua della Vergine con Bambino e dell'altare della Deposizione.


PRESEGLIE- Chiesa di S. Rocco: soasa (1712).


PRESEGNO- Chiesa parrocchiale: forse tre altari.


PUEGNAGO- Chiesa parrocchiale: coro. Confessionale e cassa dell'organo (da Francesco Pialorsi, 1722).


SABBIO CHIESE - Chiesa parrocchiale: soasa-cornice al polittico; Chiesa di S. Giovanni: soasa-cornice alla pala centrale; Chiesa della Rocca: paliotto.


SALE MARASINO - Chiesa parrocchiale: grande soasa-cornice nel coro.


SAN COLOMBANO: opere.


SOPRAPONTE- Chiesa parrocchiale: ancona dell'altare maggiore; Chiesa di S. Lucia: ancona altare laterale.


TIGNALE- Santuario di Montecastello: tabernacolo.


TREVISO BRESCIANO - Chiesa parrocchiale: ancone dell'altare delle Madonna e dell'altare dedicato al S. Cuore di Gesù.


VESTONE- Chiesa parrocchiale: soasa-cornice all'altare maggiore (modificata).




Chiusa con Antonio la bottega, i Pialorsi, secondo le ricerche esperite da Alfredo Bonomi, compaiono sulla fine del sec. XVIII e agli inizi del sec. XIX nel libro della Vicinia e nell'elenco della dispensa del pane e del sale ancora con il soprannome di "Boscaì". Un figlio di Antonio fu medico e morì per una ferita «inflittagli da un figlio ingrato». I Pialorsi erano nel 1805 anche compartecipi della Compagnia del ferro con Giovanni Antonio. Nel 1852 Giovanni Maria Pialorsi era amministratore del forno fusorio che sorgeva presso il Degnone sulla strada che da Vestone giunge a Forno d'Ono. A Levrange ultimo ad esercitare l'arte del ferro battuto ed ornato fu negli Anni Trenta di questo secolo un Francesco Pialorsi. Una famiglia Pialorsi nel sec. XVIII si affermava a Vestone dove nel 1764 un Antonio è notaio. La famiglia di Vestone alla fine del'800 espresse alcuni coraggiosi imprenditori come il cav. Federico Pialorsi che nella seconda metà dell'800 diede vita ad una ditta di vini, vermouth, liquori e che poi si trasferì a Brescia. Con i Rizzardi i Pialorsi impiantarono a Vestone anche una fabbrica di turaccioli. Prolifica la stirpe dei Pialorsi di Mezzane di Calvisano che, discendenti da Gianni Pialorsi e da Eugenia Zorzetti, si sparsero un po' ovunque: a Padova, Milano, Intra, in Sardegna ed in Svizzera.