PALLAVICINO (4)

PALLAVICINO (Pelavicino) Oberto o Alberto detto anche "Il Grande"

(Polesine,Parma, 1200 c. - 1269 c.). Celebre capitano ghibellino della famiglia feudataria di Polesine. Seguì nel parmigiano la politica di Federico II, e per due volte cercò di conquistare Genova, ma ne fu respinto nel 1240 e nel 1241. Ripiegò su Pontremoli che sottomise. Nel 1250 sconfisse i Parmensi ad Agrola sottraendo loro il carroccio, e si impadronì di S. Donnino e di Brescello e, in seguito di Piacenza. Con abilità politica oltre che militare andò conquistando, con un'attività alternata tra predomini di fatto e di diritto, in varie città un ruolo sempre più importante al centro della Valle Padana. Attraverso azioni militari e l'assunzione di funzioni di rappresentanza imperiale egli fu, per conto dell'Imperatore podestà di Piacenza (1234-1236), di Pavia, di Como, di Reggio Emilia (1246), ricoprì cariche vicariali e militari (capitaneati) e personali; ebbe in godimento privilegi di carattere feudale. Nel 1250, dopo la morte di Federico II ebbe dal successore, Corrado IV, il consenso di agire apertamente e personalmente per il proprio esclusivo interesse e per le proprie ambizioni. Nello stesso anno vinse ad Agrola i Parmigiani. Già vicario generale imperiale della Versilia, Lunigiana e Garfagnana per conto di Federico II, il 22 settembre 1251 all'inizio del tramonto svevo l'imperatore Corrado gli concedeva il Vicariato generale imperiale della Lombardia compreso il mero e misto impero e la "potestas gladi..." cioè le facoltà giuridiche più estese anche alquanto generiche. Podestà di Cremona dal 1250 compartecipò il suo potere personale con Buoso di Dovara, capitano perpetuo dei mercanti o del "popolo" di Cittanova al quale concesse l'acquisto di beni nelle campagne tra Brescia, Bergamo e Milano. Nel 1254 si qualificava oltre che vicario imperiale signore "perpetuo", titolo equivalente ad una vera e propria signoria o secondo altri una presignoria, sia pure personale e non ereditaria. Documenti contemporanei (1264) riguardanti la alleanza (o "Societas") ghibellina di puro carattere politico e di parte politica fra il Pallavicino ed Ezzelino da Romano, ci dicono che il primo fu sempre qualificato come vicario generale dell'Impero e perpetuo Signore di Cremona. Tali documenti lo rivelano progressivamente signore anche di Pavia, Piacenza, Vercelli, Tortona, Alessandria e Brescia. Di rilievo nello stesso 1254, in maggio, l'accordo firmato a Piacenza sull'unificazione delle monete fra le città dell'orbita pallaviciniana, Brescia compresa. Arrivato a Brescia nel 1258 quale successore di Milano per la durata di un quinquennio e, poco dopo, nel 1259, ebbe anche la signoria di Brescia che egli esercitò anche attraverso un congiunto: Obertino di Pellegrino, in veste di Vicario. Appoggiandosi ai produttori e ai mercanti e con il sostegno incondizionato del partito ghibellino e di Martino della Torre, Oberto condusse una politica avversa alla parte guelfa, che rimaneva a Brescia molto forte, e al papato. Intrattenne contatti politici con gli eretici e osteggiò il movimento dei flagellati alle cui peregrinazioni devozionali dall'Emilia alla Lombardia chiuse le porte di Milano, Cremona e Brescia, innalzando lungo le rive del Po minacciose forche per impedire che le loro pratiche penitenziali si spargessero anche fra le popolazioni lombarde. Alla morte nel 1263 del vescovo Cavalcano Sala, da lui fatto fuggire e morto in esilio a Lovere, impose a Vescovo di Brescia un suo nipote, il piacentino Oberto Fontana al quale il clero e il popolo contrapposero un tale Martino che venne consacrato vescovo da Papa Urbano IV. Quest'ultimo scomunicò il Fontana che si rifiutava di rinunciare alla cattedra bresciana e che si allontanò probabilmente da Brescia solo nel 1263 quando il Pallavicino perse il dominio della città. La fortuna del Pallavicino andò declinando verso il 1264, dopo che, morto Martino della Torre, i della Torre con l'appoggio dell'esercito angioino lo cacciarono da Milano penetrando nel Bergamasco e nel Cremonese, dirigendosi verso il Bresciano ostacolati specie a Soncino da Oberto e da Buoso di Dovara e dagli alleati francesi. Dante bollò un non provato tradimento di Buoso da Dovara, corrotto da "l'arguto dei Franceschi" ma, a parte ciò gli Angioini e i loro alleati riuscirono ad avere il sopravvento anche se Brescia si liberò dalla signoria di Oberto solo dopo che i francesi si furono allontanati, con un'azione capeggiata da Lanfranco di Lavellongo e Taglione dei Boccacci e sostenuta da Milano (il 30 gennaio del 1266). Pochi giorni dopo la popolazione accoglieva, agitando fronde d'olivo, i Torriani, Napo e Francesco, suo fratello, e Raimondo vescovo di Como, come salvatori; sulla rocca, con una pomposa cerimonia, fu celebrata la pace tra quelli che erano rimasti in città e i fuorusciti che vi rientravano dopo sette anni il 22 febbraio del 1266; Francesco della Torre fu acclamato podestà. Nel 1266 dopo la sconfitta dei Ghibellini nella battaglia di Benevento Oberto Pallavicino perse ogni potere. Ridottosi nel castello di Gusaliggio in Val Mazzolo il 29 aprile 1269 dettava il suo testamento. C'è chi l'ha ritenuto tra i capi di parte del medioevo dei più rinomati, e, per crudeltà, non inferiore ad Ezzelino da Romano suo contemporaneo. Ma bisogna riconoscere che dimostrò anche innegabili doti di politica e di capo militare.