PALAZZOLO (7)

PALAZZOLO (in dial. Palashöl, in lat. Palatiolum)

Centro industriale e commerciale a NO di Brescia, a cavaliere dell'Oglio, a m. 157 s.l.m. e dove il fiume, superate ripide rive, si apre alla pianura più disteso e lento. Dista da Brescia km. 27,5, da Rovato 11 km., da Chiari 9 km. Ha una superficie comunale di 17,46 kmq. I comuni limitrofi sono: Grumello del Monte (BG), Castelli Calepio (BG), Capriolo, Adro, Erbusco, Cologne, Chiari, Pontoglio, Palosco (BG), Telgate (BG). Dapprima arroccato intorno al rione Mura sulla sponda orientale del fiume e al rione Piazza a occidente con al centro una rocca (o castello) ed una rocchetta e contenuto in fortificazioni di rilievo, la città è andata poi sviluppandosi soprattutto verso E e NE intorno ai complessi industriali sorti dalla metà del sec. XIX. Le frazioni principali furono un tempo S. Pancrazio (2 km.), Calcine (1 km.), Vallena (2,5 km.) ormai urbanisticamente conglobate in un unico centro urbano. Tra le località segnate nelle carte I.G.M. si rilevano: Madonna di S. Pietro, Ca del Lupo, Boschetto, Prato, Ventighe, Sgraffigna, Boscolevato, Mura, S. Paolo, Lancini, Villaggio Marzoli. Fra le cascine o case sparse: Borghi, Sotto Riva, Sopra Riva, S. Maria, Lucertina, Pentegana, S. Pietro della Noce, Campetto, Olmo, Zeila, Novello, Roccolo, Piccinetto, Castelletto, Gonzere, Santella, Lucerta, Gardellotto Nuovo, Gardellotto, Costa, Rossina, Costa di sopra e di sotto, Caraglia, Alberello, S. Giuseppe, Liborio, Fosso, Breda, Bandiera, Carmela, Uccellanda, Foppella, Cereto, Boscolevadello, Mirabello, Gazzolino, Porta rossa e verde, Mirasole, Gardoletta, Fenilnuovo, Raspina, Valena, Ceresa, Valenetta, Gazzolo, Roccolo, Gavazzino, Abbazia, Gazzoletto, Piantade, Mirandoletta, Gardale. A partire dal 1862 Palazzolo aggiunse al proprio nome la specificazione "sull'Oglio" sia per differenziarsi dagli altri centri omonimi sia per dare giusto risalto al fiume, ragione non secondaria della sua esistenza e delle sue fortune economico-sociali. Il gonfalone venne così fissato: «Drappo interzato in palo di rosso, di bianco e di giallo riccamente ornato di ricami d'argento e caricato dello stemma comunale con l'iscrizione centrata in argento: "Comune di Palazzolo sull'Oglio". Le parti di metallo e i cordoni saranno argentati. L'asta verticale sarà ricoperta di velluto rosso con bullette argentate poste a spirale. Nella freccia sarà rappresentato lo stemma del Comune e sul gambo inciso il nome. Cravatta e nastri tricolorati dai colori nazionali fregiati di argento».


ABITANTI (palazzolesi): 1.400/1.500 c. agli inizi del sec. XV, 1.920 nel 1493, 2.105 nel 1505, 2.000 c. nel 1565, 1.781 nel 1576, 2.000 c. nel 1599, 3.000 nel 1609, 2.500 nel 1658, 2.750 nel 1699, 2.716 nel 1770, 2.759 nel 1792, 3.240 nel 1820, 3.670 nel 1849, 3.892 nel 1861, 4.394 nel 1871, 5.085 nel 1881, 7.204 nel 1901, 8.076 nel 1911, 8.691 nel 1921, 10.838 nel 1931, 10.667 nel 1936, 10.698 nel 1951, 13.897 nel 1961, 16.512 nel 1971, 16.767 nel 1981, 16.491 nel 1984, 16.213 nel 1987.


Nell'894 Palatiolo; nel sec. XII Palazolum; nel 1390 Palazolo, nel 1453 Palazollo o Pallazolo, secondo il Sanudo, Palazuol. Nel 1500 Palatiolum, secondo Leonardo (1507) Palazolo. L'origine del nome viene collegata con un "palatiolum", cioè piccolo palazzo, fortezza, rocca o anche piccola città. Altri lo hanno riferito a piccola "palata" ossia struttura di pali (palizzata) e materiale vario per regolare le correnti del fiume e facilitare la pesca. P. Guerrini ha anche pensato a "palus" palude, come confermerebbe il fatto che il ponte tra Mura e Piazza si prolungava verso quest'ultima con altre arcate, e che la Pieve venne eretta su un promontorio.


Il territorio palazzolese è andato prendendo consistenza dall'età quaternaria, con il ritiro del ghiacciaio camuno che raggiungeva una linea tracciabile fra Grumello del Monte e il Montorfano. Gettate alluvionali formarono via via la pianura colmando il "golfo" padano con sassi, ghiaia e sabbia, appoggiati a sedimenti terziari, per circa 230 metri. Proprio nel territorio di Palazzolo nella perforazione di pozzi, anche a centinaia di metri di profondità, si trovarono sassi arrotondati, lisciati dalle acque, limati dai venti, provenienti da rocce sedimentarie alle quali abbiamo accennato; sassi di tutte le qualità di pietre e marmi che stanno a dimostrare la provenienza da rocce dalle origini più disparate. Poi l'Oglio scavò il suo alveo prima con una fiumana che, come ha scritto G.U. Lanfranchi, «con riguardo ad attuali punti di riferimento, sulla sponda sinistra aveva per limite costiero il tracciato della Fusia fino alla località "Maglio" e poi seguiva una linea, ove ora sorge la chiesa e verso sud il primo tratto della via Valena. La sponda destra, partendo dal grande viadotto ferroviario, seguiva l'odierna strada "Rive del Cividino", la Rettoria di S. Giovanni Ev., le alte coste della "Cesarina", la villa Arera e continuava per la strada alta per Palosco. Insomma una fiumana, con letto instabile, larga». Infine il fiume, approfondendo il suo alveo, lasciò all'asciutto sempre più ampie gradinate e terrazzi sui quali sorsero poi Mura e Riva. Rimaneva ancora la parte bassa che verrà chiamata "Piazza" ancora paludosa ai tempi di Roma, e poi nei secoli bonificata, ma sempre preda, fino a tempi vicini, di alluvioni. Tettonicamente, come ha scritto G.U. Lanfranchi, Palazzolo è situata sulla linea che divide le "Alpi calcaree meridionali" a nord e la "Retrozona Alpina" a sud; inoltre Palazzolo è sulla linea di demarcazione tra una zona cosiddetta "carsica", cioè con sottosuolo a grotte, a nord, ed una zona priva di questa caratteristica, a sud; infine è situato nella zona italiana più ricca di sorgenti minerali, come quelle di Trescore, Gaverina, S. Omobono, Bracca, S. Pellegrino, Boario, ecc.


Inutile finora la ricerca di tracce preistoriche mai esistite o cancellate dalla trasformazione del terreno. Una sola supposizione ha resistito ed è che l'Oglio abbia segnato il confine fra i Cenomani e gli Insubri. Incontrovertibile sembra il fatto che Palazzolo non sia mai stato pago romano anche se non sono mancate tracce evidenti di una presenza di Roma. Infatti sebbene sembri ormai accertata ad epoca medievale (longobarda o meglio carolingia) la nascita del primo nucleo di Palazzolo, non mancano ritrovamenti che indicano sparsi insediamenti come quelli in località Torretta, contrada Noce presso il torrente Miola, dove in lavori agricoli sono state trovate nel 1961 strutture murarie, con materiali ceramici e tessere di mosaico relative ad un edificio romano, forse una villa. Cinque epigrafi funerarie di Lucius Statius Fronto, seviro e quattuorviro del municipio di Bergamo, su stele in calcare con animali alati; priva del nome del dedicante, per la madre, la moglie Atecia Severa ed il figlio Severus; su cippo decorato da nastri e ghirlande, con menzione di un personaggio della tribù Fabia; le ultime due prive del nome del dedicante, sono state trovate nel 1977-1978 durante i lavori nella vecchia pieve. In più anche sembra incontrovertibile che in epoca romana l'attuale Palazzolo non fosse toccato dalle strade Brescia-Milano e Brescia-Bergamo che passavano più a nord da Cividino. Almeno in epoca tardo-romana anche a Palazzolo dovrebbe esser esistito un ponte come starebbero a dimostrare le pile stesse dell'attuale ponte di Palazzolo che poggiano su piattaforme appartenenti a pile più antiche, a forma semicircolare (tipiche dell'epoca romana) che si possono agevolmente scorgere, allorchè l'acqua dell'Oglio è bassa e limpida. Senza dire che negli scavi dei piloni del ponte ferroviario vennero individuate secondo qualcuno le fondamenta di un acquedotto romano. Mentre invece gli studiosi sono concordi nel ritenere che i due cippi esistenti a Palazzolo e di cui uno solo è rimasto presso la vecchia pieve dovrebbero essere stati trasportati da Telgate o Cividino, o Alino. Anche se può sembrare strano che uno di essi sia stato ritrovato in località cimitero sulla strada che passa il fiume a Mura-Palazzolo.


Franco Chiappa ha affermato che «i frammenti lapidari romani trovati negli scavi sono da attribuire alla chiesa carolingia e poiché, dalle iscrizioni, questi marmi (databili dal II al IV secolo dopo Cristo) sono di provenienze diverse (bresciane e bergamasche), si può ragionevolmente escludere siano stati a suo tempo reperiti in sito e penserei possano provenire dai cimiteri romani di Telgate o di Alino (Tellus?). I tegoloni funerari romani (le cosiddette tegole alla cappuccina), disponibili evidentemente in gran numero a quei tempi, furono impiegati sia per motivi di stabilità sia come motivi decorativi». Andando per supposizioni, ma convalidate da molti indizi, si potrebbe anche pensare che uno dei perni sul quale può aver gravitato anche gran parte del territorio palazzolese almeno quello nord-orientale sia stato Alino, che può quasi essere considerato come l'ultimo cuneo della pianura verso occidente tra colline e fiume, formato da materiale alluvionale ed argilloso e la cui terra venne coltivata ed abitata fin da tempi remotissimi come confermano reperti del V sec. a.C., tombe galliche, testimonianze di epoca romana tanto da far pensare a ville, a centuriazioni o addirittura a presenze di personaggi di grande importanza della tribù Fabia, qui a protezione del Municipio romano di Brescia. Sebbene sia accertato che nessuna delle grandi strade romane abbia toccato Palazzolo, non mancano studiosi che ritengono che in tempo longobardo un ponte sostituì a Palazzolo quello romano del Cividino e che al ponte venne affiancato sulla sponda bresciana un posto di guardia o una piccola rocca che fu, assieme a povere abitazioni di pescatori, il primo nucleo di Palazzolo. Altrettanto dovette succedere sulla sponda bergamasca dando origine a Mura che per secoli rimase bergamasca. Paolo Guerrini pensa che l'origine di Palazzolo si dovrebbe collocare intorno al secolo VI, alle origini della dominazione longobarda, e precisamente dopo la prima metà di questo secolo. Il sorgere della località sarebbe stato determinato da esigenze militari sul confine fra il ducato di Brescia ed il ducato di Bergamo che, nell'ordinamento politico dei Longobardi, costituivano quasi due piccoli stati autonomi, facilmente trascinati in competizioni territoriali fra il duca di Brescia Alachi o Alichi e quello di Bergamo Vallari. Anche gli studiosi più esperti di castellologia come il Perogalli, la Farisè ecc. sono del parere che la prima rocca di Palazzolo sia stata eretta per esigenze militari durante la dominazione longobarda. Forse Palazzolo fu coinvolta nei contrasti fra il re longobardo Agilulfo (591) e il duca di Bergamo Guidolfo o Gandolfo a lui ribelle. Quanto alle anomalie territoriali esistenti sulle due sponde da Sarnico a Orzinuovi (Mura, Palosco, Paratico, ecc.) il Guerrini crede che non basti fermarsi alle lotte fra i due potenti comuni di Brescia e di Bergamo nel secolo XII o alla conversione della podestà signorile dei Conti franchi in quella dei vescovi, avvenuta nel secolo X: bisogna risalire forse a ordinamenti precedenti, longobardi o franchi, che a noi restano e resteranno ignoti, forse per sempre, come molte altre notizie di quell'epoca oscura. Non esistono particolari memorie riguardanti secoli interi. La tradizione vuole che nell'873 la salma dell'imperatore Lodovico, nel trasporto abbia toccato il territorio di Palazzolo e più particolarmente Mura, per dirigersi poi verso Bergamo e Milano. Probabilmente il decollo vero di Palazzolo avvenne dopo che con suo diploma dell'862 l'imperatore Lodovico II ebbe a riconoscere al vescovo di Brescia le due sponde dell'Oglio; più regalie e privilegi più volte confermati e specialmente da Corrado II al vescovo di Brescia Olderico con diploma il 15 luglio 1037, con divieto ad altri di stabilire, senza autorizzazione del vescovo stesso, porti per il commercio, tasse sui ponti, pedaggi ecc. Concessioni riconfermate più volte (1123, 1192, 1311, 1427 ecc.) e verificabili anche a Palazzolo. Giulio Ghidotti ritiene riferito a Palazzolo un documento del "Codex Diplomaticus Longobardiae" del 13 agosto 830 con il quale Aucunda, figlia di Stabile, promette al vescovo di Bergamo Grasemondo di non venir meno al testamento del padre riguardo ai beni da lui donati a varie chiese del territorio bergamasco.


Il nome Palatiolo compare più esplicitamente in un documento privato dell'894. Nell'accenno si è voluto vedere l'esistenza di una "curtis" in posizione parallela a quella di Mura sulla sponda opposta del fiume. La sua conformazione urbanistica si configura in due zone: una alta (detta poi Riva) ed una bassa (detta Piazza) vicina al fiume e al ponte. La curtis doveva avere le assi portanti nelle attuali vie Matteotti e Bissolotti intorno alla rocca o castello, sviluppandosi poi prevalentemente attorno alla Pieve. Le invasioni degli Unni e degli Ungari furono determinanti per erigere o rafforzare le fortificazioni di Mura e di Palazzolo. Come ha scritto G.U. Lanfranchi «le mure di... Mura, e le contrapposte di Palazzolo, a difesa dell'Oglio, o ebbero inizio in questi tormentati anni, oppure vennero certamente rafforzate se di origine longobarda; cioè le difese sulla sponda destra, a picco sul fiume e quelle sulla sponda sinistra (la bresciana) più arretrate, ove ora sorge il castello, per il terreno paludoso sottostante».


Finite le invasioni barbariche il vescovo consolidò il suo potere costituendo attraverso frammenti di territori delle pievi di Erbusco, Coccaglio e Telgate una Pieve, che oltre che ecclesiasticamente costituì anche civilmente una nuova enclave sui confini del Bresciano. L'importanza di Palazzolo doveva essere poco rilevante se nei diplomi e nei privilegi del sec. X il nome non compare, mentre sono presenti quelli di Cologne, Capriolo, Pontoglio, Telgate, Caleppio, Palosco ecc. Nonostante ciò hanno convinto alcuni studiosi che ritengono verosimile, come scrive l'arch. Paolo Favole, in occasione della stesura del piano regolatore, «che Palazzolo non sia centro di fondazione romana, alle considerazioni che in proposito fanno gli storici, credo di poter aggiungere la mia ipotesi di fondazione altomedievale. Diverse e convergenti considerazioni mi hanno convinto che il primo insediamento di Palazzolo sia da individuare nel nucleo a pianta ellissoidale, situato sul ciglio del terrazzo est (Riva), databile al IX secolo (seconda metà)... Siamo in presenza infatti di un gruppo di case disposte senza soluzione di continuità, secondo una pianta a ellisse. Questa disposizione mi sembra caratteristica dei centri di nuova fondazione post-carolingia. Si tratta di insediamenti di contadini che per motivi di sicurezza abitano insieme, non disponendo di mura, per motivi economici. L'aggregazione delle abitazioni ha la formazione più logica; un insieme di costruzioni contigue, disposte in cerchio, con due sole porte di accesso e tutti gli ingressi aperti verso l'interno. Una sola strada attraversa il nucleo». Alla stessa epoca il Favole farebbe risalire il primo ponte sull'Oglio a Palazzolo, confermando, per altra via, che il ponte romano tra Bergamo e Brescia era più a nord.


È sotto la protezione del vescovo di Brescia cui gli imperatori affidano sempre più ampi poteri contro le grandi famiglie feudali che Palazzolo ha il suo più deciso sviluppo. A salvaguardia religiosa ed anche civile della zona di confine dell'episcopato bresciano il vescovo crea a Palazzolo una nuova Pieve eretta probabilmente con frammenti territoriali di Coccaglio ed Erbusco, pievi queste più estese, più importanti e più antiche. Lo stesso dicasi per quella di Mura, certamente eretta con ritagli tolti alla pieve di Palosco e probabilmente di Telgate, pure antichissime; del resto Telgate ha origini romane. Per queste ragioni la campagna di Palazzolo è limitatissima: le recenti costruzioni di Mura toccano ormai il confine bergamasco. Palazzolo, con Mura, rimase però a lungo un forte presidio della giurisdizione del vescovo di Brescia al di là dell'Oglio poichè la chiesa matrice della pieve di Palazzolo teneva soggette a sè tutte le chiese e cappelle dei confinanti territori di Mura, Palosco e Pontoglio; Palosco, anzi, appartiene ancora oggi alla diocesi di Brescia. Sono del resto dei secoli VIII-IX le strutture absidali della prima chiesa, emersa negli scavi operati nel 1977-1978 nella chiesa vecchia nei quali emersero sotto la porta centrale anche due tombe in senso EO, una delle quali è interamente visibile, rivestita in intonaco, in cotto e con la testata in pietra di Sarnico, complete di scheletri in perfetto stato di conservazione e attribuiti, da analisi compiute sul cranio intatto di uno di essi, a persone vissute più di un millennio orsono. Il vero lancio di Palazzolo si ebbe invece nei sec. XI e XII quando esauritesi le invasioni barbariche fiorì l'economia, la vita civile e religiosa e si svilupparono centri abitati nuovi, e si formò, di contrapposto a quella feudale, una classe imprenditrice nuova. Come ha riferito Francesco Ghidotti, protagonista della vera nascita di Palazzolo fu l'Oglio «il protagonista indiscusso dell'economia locale: assicura energia ai molini, sorti sulle isole appena fuori del borgo murato, distribuisce acqua alla campagna tramite numerose seriole, consente lo sviluppo di commerci e trasporti, fornisce pesce (soprattutto anguille). Tutti i diritti connessi con l'uso delle acque, compreso il pedaggio del ponte, sono di pertinenza del vescovado di Brescia; passati a famiglie di vassalli, vengono gradatamente acquisiti dal neonato comune, all'interno del quale si vanno organizzando le tre quadre di Mura, di Mercato e di Riva».


In epoca comunale Palazzolo consolidò definitivamente la sua importanza strategica specie quando Brescia e Bergamo con gli altri comuni lombardi diventarono nemici per cui gli avvenimenti che successero in seguito in questa plaga fra Brescia e Bergamo modificarono completamente i confini, la viabilità e la stessa compagine territoriale di Palazzolo, dando a questa primitiva rocca bresciana di difesa dell'Oglio un'importanza eccezionale di confine, e creando la necessità per Brescia di costituire a Mura e nel suo territorio quasi una testa di ponte per difesa contro i bergamaschi.


Dopo la battaglia delle Grumore del 10 marzo 1156 la pace venne firmata non molto lontano da Palazzolo tra Mura (allora bergamasca) e Telgate, presso la chiesa di S. Michele. E certo le difese di Palazzolo vennero rafforzate così che servirono poi nel nuovo scontro del 1192 sempre fra Brescia e Bergamo (e alleati) che prese il nome di battaglia di Rudiano in seguito alla quale i placiti imperiali del 27-28 luglio 1192, registrati dal consiglio di credenza del Comune di Brescia del 23 giugno 1193, fissando la giurisdizione territoriale del Comune di Brescia, compresero la regalìa del fiume Oglio da Mosio "usque Palazolum, et a Palazolo in susum usque ad lacum Isex", con la specificazione anche della proprietà "in curte et territorio Mure, et in curte et territorio Palazoli" .


Da allora le difese di Mura e Palazzolo vennero unite formando un unico borgo fortificato con mura e quattro porte con una rocca grande (detta anche castello) e una rocchetta e quattro porte. Il nuovo borgo col suo castello, tre settori di mura, che fanno capo alle porte di Riva, di Carvaglio e dei Molini, sulla sponda sinistra, e colla rocchetta e tre tratti di mura intersecati da torri, con una sola porta, quella di Mura, sulla sponda destra, diviene una piazzaforte importante nell'organizzazione difensiva dei confini bresciani verso ovest. Per render ancora più sicura la parte di Mura si realizza un'opera difensiva con fossato e terrapieno, che corre a circa un miglio dalle fortificazioni dell'abitato, a forma semicircolare, con inizio e termine in Oglio. Solo intorno al 1218, sui primordi del secolo XIII, fu aperta la strada Cologne-Palazzolo-Mura-Grumello, che negli statuti del comune di Brescia viene chiamata strada nuova: le due strade più antiche da Bergamo all'Oglio puntavano direttamente a Caleppio per Capriolo, e a Pontoglio passando per Palosco; ma l'esito della battaglia delle Grumore di Palosco e la susseguita pace di S. Michele determinò questi nuovi orientamenti territoriali intorno al castello di Palazzolo. Così il ponte di Palazzolo ebbe la sua testa di difesa a Mura, come quello di Pontoglio l'aveva già a Palosco, e la strada antica di Coccaglio fu biforcata a Cologne per giungere più speditamente ai due ponti di confine, mentre veniva abbandonata l'antica via romana di Erbusco-Cividino. Da allora il castello di Palazzolo ebbe tutte le cure e la difesa dal comune di Brescia, come appare dalle frequenti disposizioni degli Statuti bresciani. Le alterne vicende delle torbide lotte delle due fazioni, guelfa e ghibellina, durante il secolo XIII ebbero frequenti ripercussioni anche nella rocca di Palazzolo che fu uno dei più importanti gangli del fronte della guerra tra Brescia e Bergamo dal 1288 al 1294. È opinione di P. Guerrini che il comune non sia nato prima del sec. XIII con l'unione delle due corti di Mura e Palazzolo, un mercato proprio, probabilmente per con cessione vescovile, beni patrimoniali comuni divisi in tre quadre o quartieri o contrade, che si chiamano le quadre di Riva, Mura, Mercato cui si aggiungerà poi quella di Calci.


Nonostante che anche Palazzolo fosse coinvolta in continue lotte fra fazioni e fra Comuni nei primi decenni del sec. XIII si poteva dare i propri statuti. Dentro il borgo murato aprirono le loro officine i primi artigiani e sostarono i commercianti. Fuori, nella campagna, incominciarono a fiorire sempre più ubertosi i campi con la costruzione di rogge per l'irrigazione e con il formarsi di aziende contadine di tipo familiare. Come ha rilevato il Lanfranchi «fra queste guerre intestine, Palazzolo (e per riflesso Mura) ebbe un certo sviluppo specialmente economico. Malgrado la sua posizione strategica che la esponeva a tutti i pericoli e danni delle guerriglie, si può affermare che in questi tristi tempi sia incominciata la sua storia; anche qui col vasto rinnovamento religioso, culturale ed economico che portò alla decadenza del feudalesimo, andò formandosi l'artigianato, favorito dallo sfruttamento delle acque impetuose dell'Oglio. Sono certamente di quell'epoca le prime macine, i primi magli azionati con ruote idrauliche a pale. Certamente in quella stessa epoca ha inizio l'incremento della produzione agricola, con lo scavo dei primi dugali per l'irrigazione; la seriola Vetra dovrebbe essere di quei tempi e non è escluso che anche la Fusia (sebbene di portata limitata), sia nata allora. Anche il commercio, favorito dalla navigabilità sul fiume, ricevette certamente un impulso». Sembra (gli studiosi sono discordi) che prima di trapiantarsi a Brescia presso quello che sarà il santuario delle Grazie, la comunità degli Umiliati sia nata e sviluppata a Palazzolo; si avrebbe una nuova prova della vocazione di centro economico di rilievo fin da tempi lontani, date le caratteristiche dell'Ordine dedito al lavoro e alle attività economiche.


Nelle lotte fra fazioni, rincrudite agli inizi del sec. XIII, Palazzolo ospitò dapprima i guelfi Palazzi, orientandosi poi verso i ghibellini. In un controllo da parte ghibellina forse su ispirazione dei bergamaschi è da vedersi nel 1232 il sopralluogo a Palazzolo del conte Boneta di S. Martino, per la verifica di confini tra Brescia e Bergamo. Nel 1232 l'imperatore Federico II oltre che su Brescia si vendicò su Palazzolo come su altri comuni bresciani; e ripassò ancora sempre minaccioso nel 1237 diretto alla volta di Brescia, tenendo sotto il suo controllo Palazzolo. Solo la morte dell'imperatore (1250) permise nel 1251 un accordo fra bresciani e bergamaschi col quale vennero stabiliti assieme a scambi commerciali anche la riattivazione e la manutenzione della strada Bergamo-Palazzolo-Brescia. Tregue molto brevi, tanto che l'anno seguente 1252 i consoli di Brescia decidevano di fortificare di nuovo le porte di Palazzolo, assieme a quelle di Quinzano e Canneto. Tuttavia più che atti ostili, sono precauzioni, giacchè il Comune di Brescia non solo strinse rapporti anche con Bergamo, ma fece eseguire opere idrauliche, sistemò canali e navigli, rese definitivamente navigabile l'Oglio, sistemò strade, approvò statuti, riempiendo alcuni anni di opere. È in questo tempo che le "isole" vengono occupate da attività artigianali e dai molini, mentre si sviluppa una rete viaria sempre più ramificata e all'esterno delle mura si scavano la Fusia nei suoi tre rami, la Vetra e sorgono le palizzate per deviare il fiume, i caselli per la calzina ed abitazioni per i barcaioli. Anni di pace interrotti dal violento se pur breve dominio di Ezzelino da Romano che il 17 settembre 1259 sfilò sul ponte di Palazzolo con circa 8 mila cavalli, andando incontro alla sconfitta di Cassano d'Adda e alla morte avvenuta a Soncino il 27 settembre.


Passarono pochi anni e Palazzolo con molte altre terre fu travolto dall'armata angioina comandata da Roberto, conte di Fiandra che con 50 mila uomini, risalendo l'Oglio con l'aiuto dei bergamaschi dilagò nella pianura. Alcuni cronisti e Dante stesso ritengono che il castello sia stato consegnato agli angioini, per tradimento e per denaro da Buoso da Dovara posto dai ghibellini a difesa dell'Oglio; altri, che si fosse appropriato del denaro ricevuto da re Manfredi perchè assoldasse soldati per la difesa lasciando invece Palazzolo alla mercè dei nemici. Comunque, tutti i ghibellini d'allora gridarono contro Buoso al tradimento ed è tradizione che, bandito da Cremona, morisse disprezzato da tutti e miserabile, vittima della sua propria avarizia. Dante, che non per nulla era ghibellino e che non la perdonava ai nemici di sua parte, mette, nel canto XXXII dell'Inferno, Buoso da Dovara nel girone ghiacciato dei traditori e lo consacra ad imperitura infamia coi versi: «Ei piange qui l'argento de' Franceschi; / I' vidi, potrai dir, quel da Duera / là dove i peccatori stanno freschi».


Una cronaca parmense sostiene invece che Palazzolo venne presa con la forza, specie dai bergamaschi che dopo aver prelevato 400 militi cremonesi che presidiavano il castello, vi custodirono il loro carroccio. Anzi quando alla fine del 1265 o agli inizi del 1266 l'esercito angioino abbandonò la terra bresciana, un Giovanni Bonamensura che aveva l'incarico della custodia del castello di Palazzolo, lo cedeva ai bergamaschi e milanesi sempre uniti nella fazione ghibellina, salvo ritornare a Brescia sulla fine dello stesso anno mentre il capitano del popolo Francesco Torriani ordinava nel 1267 che le mura venissero atterrate e le fosse riempite.


Passaggi di armate, scontri di fazioni videro Palazzolo passare sotto Bergamo e Milano pochi mesi dopo e, di nuovo sotto Brescia nel 1268, subendo nel 1269 azioni di rappresaglia dei milanesi, la distruzione completa del castello, in seguito alla pace di Cologne dell'ottobre 1272 fra ghibellini e guelfi.


Seguirono anni fecondi di ripresa civile ed economica. Sono, infatti, già del 1272 gli statuti emessi da Carlo d'Angiò tendenti a regolare i castelli di Palazzolo, Iseo, Pontevico, ecc. gli statuti sulle acque, strade, sull'artigianato, sulla caccia, sulla moneta, comprendenti leggi le più disparate, tali da formare un codice voluminoso. Forse è di quei tempi la legge con la quale si riconoscevano certi diritti agli anziani della parte del popolo cioè ai cosiddetti originari.


Anche la pieve riprendeva vigore: l'arciprete il 27 settembre 1275 era tra gli elettori del vescovo Berardo Maggi, mentre veniva avviata la costruzione della chiesa plebanale.


Non mancarono nuovi contrasti fra Brescia e Bergamo sotto la quale di nuovo passarono Palazzolo e Mura ed alla quale vennero ritolte dai bresciani in una battaglia, che il Malvezzi dice combattuta nei pressi di Palosco durante la quale i palazzolesi si impossessarono dello stendardo (di zendado vermiglio con orli di zendado giallo, i colori di Bergamo) della vicina S. Pancrazio di Bergamo subito riscattato dai bergamaschi da certo Teutaldo de Bonadei di Zogno al quale i palazzolesi l'avevano venduto per trentun soldi. Una nuova pace subito rinnegata fra Brescia e Bergamo sarebbe stata firmata a Palazzolo il 9 marzo 1304, mentre secondo P. Guerrini sarebbe stato Enrico VII di Lussemburgo intorno al 1311, quando tentò invano di strozzare il comune guelfo di Brescia dominato da Tebaldo Brusato, e cercò di muovere contro Brescia i principali castelli del contado alimentando con nuove concessioni le loro tendenze separatiste di autonomia e di indipendenza. Promise inoltre l'esenzione dalla diretta giurisdizione del comune di Brescia pur conservandosi unito al contado bresciano, gli Statuti comunali particolari, il privilegio di tenere un fiorentissimo mercato due volte la settimana, e di riscuotere direttamente, per infeudazione vescovile, il pedaggio, tenuto già "antiquitus" nella misura di "gravinelli 15 pontatici".


Nel 1312 infierì la peste e al contempo si riaccesero le lotte fra guelfi e ghibellini e Palazzolo fu rifugio degli uni e degli altri e specialmente dei ghibellini che nel 1316, cacciati da Brescia, dopo la sconfitta dei Maggi si ritirarono nei castelli dell'Oglio. Altre volte, come nell'aprile 1322 e nel 1324, fu luogo di convegno per accordi tra fazioni e per l'appoggio dato ai ghibellini; l'imperatore Ludovico il Bavaro, di passaggio nel 1329, nel confermare gli antichi statuti del comune, concede ai palazzolesi, desiderosi di sottrarsi al dominio di Brescia, un'ampia autonomia economico-giuridica, durata tuttavia breve tempo.


Nelle lotte fra i vari signori (Scaligeri, Visconti, ecc.) Palazzolo fu di nuovo alla ribalta. Nel 1331 i ghibellini vi si incontrarono per decidere l'appoggio agli Estensi ai quali dal legato pontificio era stata tolta Ferrara. Nell'alleanza che si formò nel 1337 contro Mastino della Scala, diventato padrone di Brescia, Palazzolo venne occupata da Azzone Visconti e servì come una delle basi per la riconquista della città. Rimasta dal 1337 sotto i Visconti, Palazzolo conobbe un nuovo periodo di intensa attività.


Nonostante le guerre e le pestilenze il sec. XIV segna il rilancio dell'attività agricola cui fanno da supporto nuove seriole o rogge. Alla seriola Vetra o Vecchia già esistente agli inizi del secolo si aggiunge la Fusia, costruita dagli Oldofredi di Iseo che il 9 novembre 1347 comperarono in località Fosio di Sarnico gli immobili necessari alla costruzione della seriola che verrà poi utilizzata per il trasporto mediante barconi di merci varie da Sarnico a Palazzolo. Ad esse si aggiungerà più tardi la seriola Nuova ed, infine, nel 1507 la Castrina che prende il nome di Castrino Castrini e con presa d'acqua poco a valle del ponte dell'Oglio a Palazzolo. Sotto i Visconti si registra uno sviluppo civile e sociale notevole. Accanto agli "homines" prendono sempre più importanza i "cives" che ricchi e più colti acquisiscono aver titoli di entrare nei gangli della vita amministrativa e condizionano sempre più pesantemente la vita pubblica ed economica. I documenti reperiti da Franco Chiappa risalgono al 1347 per terminare nel 1602. Fra i cives assumono particolare rilievo le famiglie dei Dolzani di Palazzolo che fondarono in Brescia il convento di S. Maria di Palazzolo dal quale sorse il santuario delle Grazie, dei Malvezzi, degli Zamara, degli Scanamoyeri, degli Schilina, degli Oldofredi o De Iseo, dei Duranti. Altri come i Foresti e i Bazzini verranno da fuori.




QUADRA PODESTERILE. Nel secolo XIII Palazzolo fu quadra o squadra o "facta" di una rilevante zona con Paratico, Capriolo, Cologne, Adro, Torbiato, Nigoline, Timoline, Colombaro, Borgonato. Sono di questi anni le leggi punitive di omicidi, di ladrocini, di disordini e quelle relative al rapporto fra diritto pubblico e diritto privato; quelle riguardanti le acque e le derivazioni delle stesse; dal fiume alle fontane, dal ponte dell'Oglio ai canali di irrigazione, dalla manutenzione delle palate alla regolamentazione della navigazione sia sul fiume come sulle seriole e della pesca specialmente nel fiume. Allora strade nuove furono aperte ed altre migliorate e siccome vennero disciplinati i mercati, vennero di conseguenza introdotti i calmieri dei prezzi. Nel 1364 la peste seminò nuove stragi e nel 1368 Palazzolo ed altri centri del Bresciano vennero devastati dalle truppe imperiali chiamate in Italia dalla Lega fra Estensi, Carraresi, Gonzaga ecc. nemici dei Visconti che misero a fil di spada uomini e donne. Nei rinnovati contrasti di fazioni i ghibellini palazzolesi riuscirono a sconfiggere Giacomo Avogadro che aveva al comando 450 bresciani. Nonostante i contrasti, gli interventi di imperatori e di eserciti, Palazzolo rimase viscontea passando in seguito a quello che fu detto il trattato di Soncino (6 settembre 1405), a Pandolfo Malatesta, barattata da questi con Giovanni Visconti in cambio della liberazione dello zio suo Estore Visconti da lui fatto prigioniero il 30 luglio, e, invece, secondo altri venduta al Malatesta per 10 mila fiorini d'oro (somma che invece l'Odorici dice pagata per ottenere la liberazione del Visconti) facendo scrivere a P. Guerrini che «la terra doveva essere molto redditiva di imposte e agrarie di altre specie... e i poveri contadini pagavano profumatamente a questi capitani di ventura il prezzo del servaggio».


Nel sec. XV Palazzolo era centro del commercio del legname sorvegliato da un particolare funzionario del Comune di Brescia e in più veniva gratificato da privilegi particolari.


Ritornato sotto i Visconti e di nuovo loro tolto nel 1419 e ritornato poco dopo ebbe con ducale del 25 aprile 1425 la conferma di concessione degli Statuti e dei privilegi. Con il trattato di Ferrara del 30 dicembre 1426 Palazzolo passò sotto Venezia che stabilì tra l'altro che i castelli fortificati e ancora in possesso dei milanesi come Palazzolo e Pontoglio venissero ceduti entro 25 giorni dalla firma del trattato a Brescia. Ma allo scadere degli accordi Palazzolo con altre fortezze scacciarono i delegati veneziani perchè non propensi a concedere più ampia autonomia amministrativa. Per riconquistare Palazzolo si mosse il Carmagnola che spintosi sotto le mura il 7 giugno 1427, in un tentativo d'assalto, rimase ferito. Rimasto nel novembre di nuovo in mano ai Visconti vi si rinchiusero il Piccinino ed il Pergola con tremila fanti e quattromila cavalli, con l'ordine di difendere l'Oglio contro l'esercito veneziano. Ad un primo assalto, sferrato dal capitano Vitaliano del Friuli, che fu ferito in combattimento, resistette, poi intervenne lo stesso Carmagnola con duemila fanti e quattromila cavalli e lo obbligò alla resa. Ma presto i Visconti tornarono e vi si rinchiusero per tutto l'inverno, reinsediando, a quanto sembra nel febbraio 1428, il podestà visconte Franceschino dei Ghisulfi, mentre Filippo Maria Visconti assicurava Venezia di lasciar sospesa la concessione dell'autonomia comunale. Fu ripreso nell'aprile 1428. La dedizione di Palazzolo a Venezia avvenne per un accordo del 7 maggio 1428, e Marin Sanudo afferma che già l'11 maggio Venezia aveva preso possesso della rocca con grande soddisfazione tanto da gratificare di doni chi aveva portato la notizia anche se non propensa ad aderire alle richieste dei palazzolesi. Chi ne scapitò di più fu Giacomino Oldofredi che considerato ribelle dalla Repubblica venne spogliato di tutti i diritti sulla Fusia e di quello del "pontatico" che venne attribuito al Comune e alla pieve di Palazzolo. Comunque con ducale del 29 giugno 1428 il doge Francesco Foscari assumeva «a proprie spese la riedificazione della rocca e delle mura del castello, molto danneggiate, vecchie e cadenti, non riconosceva la esenzione e l'indipendenza da Brescia perchè non l'aveva riconosciuta nemmeno il precedente governo visconteo, confermava gli Statuti comunali, le esenzioni dalle imposte, ecc., il mercato bisettimanale, purchè uno dei due giorni non fosse il sabato per non danneggiare il mercato di Brescia, riconosceva l'investitura recente del feudo vescovile del pontatico per la parte di 15 gravinelli fatta dal vescovo Francesco Marerio, purché il comune prestasse, anche per questa investitura, il debito giuramento di fedeltà al governo di Venezia».


Venezia poi non quieta nei riguardi di Milano procedette nel 1430 alla fortificazione dei castelli sull'Oglio fra i quali Palazzolo e per le spese di fortificazione del ca stello e della rocca di Mura nel 1432, in seguito a ducale della Repubblica, fu costretto a contribuire anche il clero. Nel 1433 addirittura il Senato ritenendo Palazzolo "la chiave del Bresciano e del Bergamasco", vennero riedificate le mura già provate da tanti scontri; anche il castello e la rocca di Mura, uno dei caposaldi del ponte, vennero restaurati e rinforzati. Inoltre una ordinanza del Senato, prescriveva che il ponte sull'Oglio fosse segato a metà e fosse sostituito da un ponte levatoio da alzarsi verso Brescia. Quel segato, molto probabilmente, sta a significare che, in quegli anni, dopo tante avanzate e ritirate sia dei milanesi, sia dei veneziani, gli archi del ponte vennero demoliti e, forse, sostituiti con una sovrastruttura in legno a travi. Nella nuova offensiva scatenata nel 1437 da Milano contro Venezia, Palazzolo vide la ritirata dell'esercito veneto e a distanza di mesi quella del Piccinino, del Gattamelata, capitano generale di Venezia, che si era spinto oltre Bergamo e poi del Colleoni: un susseguirsi di devastazioni di campagne, sequestri di derrate ecc. e poi la carestia e infine la peste. Nel 1440 Nicolò Piccinino, condottiero dell'esercito visconteo, che tentava di riprendere a Venezia i territori di Bergamo e Brescia per il Duca di Milano, si presentò dinnanzi al castello di Palazzolo e lo bombardò ripetutamente. Il 18 febbraio 1441 Palazzolo cedeva al lungo assedio e ritornava sotto i Visconti, che riprendevano il posto dell'alato leone di S. Marco nei castelli dell'Oglio. Per poco tempo però, poichè la pace di Lodi assegnava definitivamente a Venezia i territori di Bergamo, Brescia e Crema, e il castello di Palazzolo, non più castello di confine e di importanza strategica militare, declinava da allora verso la sua rovina.


Riaccesasi la guerra nel 1446 fra contrastanti pronunciamenti, Palazzolo fu nel 1448 di nuovo sotto Milano, poi sotto Venezia separato da Mura, rimasta sotto Milano con l'Oglio come confine. Nell'ottobre Palazzolo si arrendeva allo Sforza fino a quando con la pace di Lodi del 9 aprile 1454 l'Adda divenne nuovamente confine e Palazzolo con Mura passò definitivamente sotto Venezia.


La pace di Lodi segnò finalmente un nuovo assetto urbanistico e di opere pubbliche. Già cadente il castello tanto da diventare poi una cava di pietre di diverse fabbriche, vennero costruiti i portici del mercato, portici che, dal ponte, si spingevano quasi fino all'Oglio. Seguirono tempi "prosperi et boni" interrotti da pestilenze fra le quali grave quella del 1467-1468 e da carestie, inondazioni e infestazioni di locuste, arruolamenti contro i turchi ecc. e poi di nuovo l'epidemia nel 1477-1478. Con il passaggio alla Repubblica veneta data l'importanza del castello e della borgata, Palazzolo venne designato ancora a sede di un Podestà che, dal 1428 al 1440, fu sempre un nobiluomo veneto e dal 1440 quando le Podesterie minori, fra le quali era annoverato Palazzolo, vennero cedute da Venezia alla città di Brescia il Podestà, fino al 1797, fu sempre un nobile bresciano scelto dal Consiglio generale del Comune di Brescia. Il Podestà aveva piena giurisdizione civile e criminale, eccetto la pena di morte, su Palazzolo e sui paesi della sua Quadra, godeva di tutti gli onori, anche liturgici, nelle funzioni sacre alle quali era sempre invitato. Era il primo magistrato del suo territorio, una specie di Sottoprefetto di circondario, con ampie facoltà giudiziarie in più; durava in carica ordinariamente un anno, dall'ottobre al settembre, rare volte due anni, con uno stipendio fisso e con una percentuale sulle multe e condanne pecuniarie e conduceva con sè, se non era egli stesso dottore in legge, un vicario o assistente che lo suppliva in tribunale. Il Podestà, generalmente non del luogo, era affiancato dai consoli eletti nelle vicinie degli anziani o originari, ed era sorretto da una guardia armata comandata da un capitano il cui principale incarico era quello della custodia e difesa del castello e delle costruzioni murate come le porte poste alle entrate delle città e dei borghi. A Palazzolo risiedeva anche il castellano di nomina veneta, responsabile della sicurezza e quindi della protezione e custodia dei castelli e fortificazioni della Quadra; egli comandava la guardia armata.


Vennero anni di crescita economica e sociale della quale fu segno l'impianto nel 1461 da parte di Leone e Abramo Mathasie o de Mathasia q. Bonaventura, provenienti da Iseo, di un banco di pegni con accanto una bottega di cenciaioli. Pur godendo di piena libertà di compera e di vendita la loro attività era disciplinata da regole precise. Sollecitati dai predicatori francescani in lotta continua contro l'usura scaduto il contratto decennale i Mathasie dovettero il 9 gennaio 1471 allontanarsi. Ma sono ancora i predicatori francescani a fondare per combattere l'usura specie dei cristiani il Monte Granario o Monte di pietà (o delle biade, o di soccorso) che si svilupperà poi in ognuna delle Quadre. Un segno dello sviluppo civile della borgata è l'apertura fin dal 1 gennaio 1465 di una scuola comunale di "grammatica" retta da un "gramaticae professor" (Aregino de Bonardis); vi è un medico residente (nell'ultimo quarto del sec. XV Arcangelo Duranti), un cerusico (Giovanni Foresti fino al 1469 poi Giovanni Pavernalo di Crema), vi sono molti notai, molte botteghe (artigianali o meno), molte osterie. Lo sviluppo economico portava intanto alla ribalta accanto a "cives" di Brescia che avevano in Palazzolo proprietà e terre dei "novi cives", cioè una classe di borghesi, che affrancandosi sempre più dalla mediazione comunitaria esercitata dalle corporazioni accumulano sempre maggiori capitali creando una nuova borghesia agricola commerciale ed avvierà presto attività imprenditoriali mentre gli "homines" in gran parte contadini, sempre più poveri si trasformeranno poi in operai. Via via che tale processo si sviluppa cambia anche la distribuzione della proprietà. Alla fine del sec. XV metà del territorio palazzolese apparterrà a cives vecchi e nuovi e nel 1610 solo un quarto del territorio rimarrà in mano di piccoli contadini e di artigiani. Sui quali grava anche il mantenimento dell'alloggio alle truppe stanziali che il comune deve stipendiare e alloggiare con il loro cavallo. Senza dire poi che la comunità degli "homines" palazzolesi, ogni tre/quattro mesi, deve versare alla camera fiscale di Brescia la "taglia ducale ordinaria" (tasse governative) che Venezia e di conseguenza Brescia impone ai paesi del suo territorio oltre alle altre tasse e contribuzioni straordinarie a carico frequentemente della povera popolazione. Tra i cives primeggiarono gli Urgnani, i Morandi, i Palazzoli, i Rondi e, provenienti dal Bergamasco, i Bazzini e i Foresti poi nobili.


Anni di tranquillo sviluppo vennero spesso interrotti da gravi pestilenze quali quelle del 1462 e del 1467-1468, poi ancora del 1470 e del 1503 durante le quali sorsero fuori le mura i primi lazzaretti con santella ed edicole che poi, come nel caso di S. Sebastiano a Mura e S. Rocco a Riva, vennero trasformati in chiese. Tremenda fu nel 1478 l'epidemia detta del mal del "mazuch" che spinse i palazzolesi ad erigere accanto a S. Giovanni di Mura un'altra cappella dedicata a S. Rocco, ricca di begli affreschi. Nelle ultime fiammate di quella che fu chiamata la Guerra d'Italia (1479-1484) Palazzolo fu ancora in balìa di eserciti in guerra. Occupata prima dai napoletani e milanesi, contesa loro dall'esercito veneziano venne poi ricuperata a Venezia dopo la pace di Bagnolo del 4 agosto 1484. Nonostante ciò l'espansione economica si fece sempre più decisa, tanto che alla fine del '400 si contavano a Palazzolo otto mulini allineati sul ramo orientale dell'Oglio alimentati dall'acqua del fiume ivi convogliata da una grande "palata" o meglio diga di sassi; ramo che era con la Fusia e la Vetra navigabile non solo con barche ma anche con bine o zattere. In più Palazzolo è diventato uno dei centri più importanti del commercio del legname specie da costruzione. E assieme si espandono le Seriole. Alla Vetra e alla Fusia si aggiunge la Seriola Nuova e la Castrina tracciata nel 1507. Anche i primi anni del '500 non furono quieti. Nel 1505 Palazzolo fu invasa da un'epidemia di tifo scambiato per peste; il 18 maggio 1509 fu una delle prime località del Bresciano raggiunta da un corpo di cavalleria francese ma poi non soffrì di altre particolari difficoltà per passaggio di truppe o occupazioni. Il 20 ottobre salutò re Luigi XII in viaggio da Brescia a Bergamo. Il 12 febbraio 1512 registrò soltanto il passaggio di stradiotti e di valligiani valtrumplini al servizio di Venezia, nel giugno seguente quello degli spagnoli che non trovando più nulla da asportare si contentarono di imporre taglie a non finire.


Subì nel 1513 un nuovo attacco di peste. Fatto di rilievo fu l'assegnazione di Palazzolo con Chiari, Iseo, Castrezzato ecc. da parte dell'imperatore Massimiliano alla signoria di Gerolamo e Giacomo Emili. Poi vennero nuovi passaggi di truppe finché tutto finì nell'aprile 1516 con le ultime scaramucce fra truppe venete, tedesche e svizzere in ritirata che lasciarono la borgata spoglia di tutto. Poche volte Palazzolo fu in seguito toccata da passaggi di truppe. Solo nel giugno 1527 non sfuggì al passaggio di Lanzichenecchi al comando del duca di Brunswick. Il 3 giugno 1528 passarono truppe tedesche per raggiungere il Bergamasco e il Lodigiano. Anche il geografo Leon Battista Alberti nel 1540 scriveva che Palazzolo «è civile castello e pieno di popolo, ove è un ponte di pietra». Certamente i 1.920 abitanti, assegnati nel 1493 a Palazzolo, dovevano abitare in gran parte nei casolari di campagna e fuori del castello, che secondo il disegno dato dal Sanudo e le memorie delle sue mura, doveva essere non molto ampio, nè capace di contenerne nemmeno la terza parte. Eppure Palazzolo è già un centro importante oltre che attivo tanto da avere fin dal 1572 una stazione di posta del servizio fra Venezia, Bergamo e Milano.


Più travagliati furono gli ultimi decenni. La peste, dopo anni di tregua, si ripresentò nel 1524 e poi di nuovo, più terribile, nel 1576-1577. Dopo alcuni anni di tregua, durante i quali rimase memorabile la visita apostolica di S. Carlo, dal 1589 venne coinvolta per tre anni in una terribile carestia. A soccorso dei poveri già da gran tempo esiste una congregazione (o Pio Luogo) di carità costituita da varie persone laiche ("frates consortii seu charitatis") che si riuniscono periodicamente in un locale del palazzo comunale ("domus ciltri seu charitatis"), deputata anche al mantenimento di tradizioni e funzioni sacre. Ma è fra pestilenze e carestie del sec. XVI che si manifesta lo slancio caritativo di non pochi palazzolesi che con lasciti e legati andarono incontro alle persone più indifese e bisognose. Cinque vengono elencati dagli storici palazzolesi come quelli di particolare rilievo. Il primo lascito venne fondato nel 1575 da Pietro Colleoni detto Quaresima, in favore delle spose orfane e povere del paese; il secondo venne fondato nel 1589 da Serafino Marieni della Costa, riservato alle spose originarie della quadra di Mura; il terzo venne fondato nel 1595 da Giacomo Marieni della Costa e destinato alle spose domiciliate da oltre dieci anni nella quadra stessa; il quarto venne fondato nel 1604 da Bernardo Benzoli in favore di tutte le spose povere del Comune ed il quinto venne fondato nel 1698 dal Rettore di S. Giovanni, D. Curtelli a favore delle spose povere nate e domiciliate nella quadra di Mura. Inoltre si svilupparono modeste ma utili istituzioni scolastiche tanto che, al tempo della visita di S. Carlo Borromeo, aveva due dei set te sacerdoti della Parrocchia e precisamente don Giuliano Giuliani della Congregazione dei Canonici secolari di S. Giorgio di Algà di Venezia e don Agostino Cerutti di Adro, che erano anche "ludi magister" e insegnavano la grammatica ai fanciulli. L'impegno dell'istruzione dei fanciulli completava quello che già aveva l'arciprete di insegnare, nei giorni festivi, la dottrina cristiana e rappresentava l'unica forma di istruzione dei piccoli in paesi come questo dove i pochi frequentanti imparavano l'alfabeto e i rudimenti dell'aritmetica.


Negli anni che seguirono l'istruzione popolare cadde in abbandono ed i figli del popolo, poiché quelli dei cittadini e dei mercanti potevano ricevere l'istruzione in qualche scuola da maestri privati, crescevano in gran parte ignoranti. Nel 1625 il Consiglio Comunale deliberava di assegnare a un prete, don Francesco Torre dieci ducati perché continuasse a tenere scuola e ad insegnare ai figlioli che gli erano mandati a lezione.


Anche Venezia sebbene già in difficoltà venne incontro alle gravi necessità e nel 1599 la Repubblica veneta confermò a Palazzolo tutti i precedenti privilegi.


Come è stato rilevato dagli storici locali Palazzolo non compare quasi mai nelle cronache di questi decenni specie quelle di brigantaggio e di rivalità feroci, salvo l'atto di pirateria compiuto nel 1618 dal conte G.A. Martinengo che con un suo piccolo esercito personale diede l'assalto alla Rocca. Il Da Lezze nel suo Catastico del 1609 si abbandona ad apprezzamenti di rilievo pur fornendo molti elementi sulla vita amministrativa ed economica della borgata. Registra che "sopra l'Oglio vi sono dieci ruode de Molini di raggione del Comun, dai quali si cava 400 scudi d'entrata all'anno. Non si affittano, ma macinano a benefficio del Comune. Vi è una Masenadora de oglio da brusare, di rason della Comunità, si affitta ducati 50 all'anno, ma sottolinea anche, non vi sono altri edificii, nè filatorii, nè traffichi, nè mercantìa, et la maggior parte delle persone sono lavorenti di terre".




LA PESTE DEL 1630. Duri anni di continue e gravi prove Palazzolo dovette affrontare dal 1628 al 1631. Dapprima la carestia, che dovuta all'inclemenza delle stagioni, andò aggravandosi nei primi mesi del 1629 con un rincaro di prezzi da spingere, a quanto sembra, certo Francesco Piccinelli a scrivere sullo stipite dalla porta di Riva sotto il portichetto la seguente scritta: «1629 / valeva il forment / scudi 22. F.F.F.P.», sigla letta appunto «fece fare Francesco Piccinelli». Soppravvenne poi il timore di guerre e di passaggi di eserciti per la tensione fra nazioni in ragione della contesa successione al Ducato di Mantova che spinsero ad apprestamenti militari per fortuna resi inutili dal mancato passaggio delle truppe lanzichenecche in movimento dai Grigioni e dalla Valtellina verso Mantova.


Fenomeni celesti (in pratica una cometa), inondazioni (15 ottobre) aumentarono le apprensioni che diventarono terrore quando proprio a Palazzolo il 30 gennaio 1630, portata da cavallanti che a Caravaggio avevano comperato "robe" infette, si manifestò in casa di Lorenzo Cudolo, abitante a la Riva, la peste. Dapprima rifiutata come tale da una commissione sanitaria mandata da Brescia il 14 febbraio, ed accertata da una seconda commissione inviata il 19 marzo dopo che i morti erano andati aumentando, portò l'allarme a Brescia e a Bergamo, provocò un fuggi fuggi verso la città o nella campagna, dove vennero eretti casotti e capanne, e l'isolamento dell'abitato. I malati e i sospettati come tali vennero rinchiusi in castello, mentre la pestilenza in aprile, maggio, giugno raggiungeva il culmine della mortalità scemando nella seconda metà di agosto e ai primi di settembre mietendo su 3 mila abitanti mille vittime, in gran parte sepolte in fosse comuni in località Russ dove su una colonnetta venne scolpita, sormontata da una croce, l'iscrizione «Pestis cimiterium / anni MDCXXX. I.P.S.P.D.» e dove verrà eretta poi una cappella detta appunto dei "Morti del Russ". Segnalata la generosità del barbiere Comini che sacrificò la vita nell'assistenza agli appestati. Tolto il bando, il 3 febbraio 1631, la vita della borgata riprese intensa. Rivisse la vita religiosa che si espresse in un potenziamento delle Confraternite, nella sistemazione ed ampliamento delle chiese, nell'erezione di nuovi altari con cappellanie e messe perpetue. Ma si sviluppò subito anche la vita economica avvalorata da un trend demografico in rapido sviluppo. Si diffondono la coltivazione del granoturco e quella del gelso, si estende l'allevamento del baco da seta e si aprono i primi filatoi, mossi dall'acqua delle seriole derivate dall'Oglio. Nel 1724 se ne contano sei, che saliranno a nove alla metà del '700 (il 33% del Bresciano), consentendo l'occupazione di manodopera, soprattutto femminile e stagionale, in alternativa al lavoro agricolo. Privilegi del governo veneto del 1641 allargano i poteri del podestà rendendolo meno dipendente da Brescia.




LA GUERRA DI SUCCESSIONE. Anni travagliati Palazzolo visse dal 1701 al 1706 durante la guerra di successione spagnola. Già dalla fine di maggio 1701 ben 8 mila uomini della fanteria spagnola erano attendati tra Palazzolo e Telgate a 5. Vitale, "la Foresta" e S. Pietro. A loro il 22 giugno seguente si aggiunsero circa 400 soldati francesi posti a far guardia in contrada Riva seguiti a metà luglio da altre migliaia di francesi inviati a rinsaldare le postazioni lungo l'alto corso dell'Oglio da Palazzolo a Pontoglio. Chi poteva, abbandonava la borgata per rifugiarsi a Brescia o nei paesi più a nord. A sfida di ogni accordo fra Repubblica Veneta e le potenze in guerra veniva occupata anche la rocca magna ossia il castello di Palazzolo. Abbandonato il 27 luglio 1701 dalla fanteria francese, Palazzolo venne riattraversato da truppe spagnole e francesi. Il 9 agosto colonne tedesche, occupato il paese e il castello, vi si fortificavano, mentre l'armata si accampava nelle campagne tra Palazzolo, Chiari e Pontoglio dove rimarrà per oltre tre mesi fino al 22 novembre. In tal modo Palazzolo divenne un punto d'appoggio importante per la battaglia di Chiari del 1 settembre 1701 vinta da Eugenio di Savoia, comandante dell'armata imperiale. Ciò che costò l'occupazione è documentato dalle denunce dei danni pubblicate nel 1991 da Franco Chiappa dalle quali risulta come le truppe tedesche soprattutto (quelle spagnole e piemontesi furono molto più disciplinate) compirono ogni sorta di vandalismo, ladrocinio e violenza non risparmiando nulla e nessuno. I francesi si distinsero nelle violenze alle donne.


Come ha sottolineato Franco Chiappa le otto denunce per i danni provocati dai franco-spagnoli e le ben 205 per quelli provocati dalle truppe tedesche non danno in pieno la misura dell'entità dei danni subiti, per i quali vennero richieste esenzioni di tasse, risarcimenti, riparazioni. Anche se la popolazione riuscì a salvare nascondendolo o portandolo altrove il 2 per 7 del prodotto agricolo totale e il vino e il frumento raccolto nel giugno 1701, vennero dei tedeschi consumati 781 carri di fieno, 671 di stopia, 10.744 di uva, 363 some di granoturco ecc. vennero devastati 1.087 piò di pascoli ecc. senza contare i danni alle abitazioni. In più si contarono 5 omicidi. Col ritorno della guerra poi, con nuove ripetute occupazioni, delle armate franco-spagnole specialmente dal 28 dicembre 1704 al 1 luglio 1705, di quella tedesca dal 2 luglio 1705 al 9 novembre 1905, e di una nuova invasione franco-spagnola del 12 novembre 1705 che portò all'occupazione fino al marzo 1706, Palazzolo subì nuovi e forse ancora più gravi danni. All'occupazione del 28 dicembre 1704, i palazzolesi tentarono di resistere con fucili, pistolotti, schioppette e forche e badili assieme alla guarnigione veneta di 30 elementi. Ma arresisi poi davanti alla preponderanza francese, Palazzolo subì una violenta rappresaglia di rapine e incendi essendo stato ucciso da uno sconosciuto con un colpo di fucile un ufficiale francese. Da Palazzolo i francesi tentarono colpi di sorpresa contro i tedeschi accampati a sud di Brescia e poi contro le truppe stanziate da Brescia al Garda. Una specie di ospedale venne eretto in Palazzolo per i soldati ammalati provenienti da un po' dovunque. Abbandonata dai francesi, quasi circondati dalle truppe imperiali, passata il 2 luglio 1705 ai tedeschi e liberata l'8 luglio dopo breve assedio anche la rocca dove si era asserragliata la guarnigione spagnola, Palazzolo divenne di nuovo per l'armata imperiale una base logistica di primo piano per il proseguimento della guerra. Naturalmente la soldataglia si abbandonò nuovamente a violenze e ladrocini ai quali fanno da contrappeso le numerose nascite di bambini tedeschi, dato che molte mogli avevano accompagnato con le famiglie i loro mariti impegnati nella guerra. La battaglia di Cassano (15 agosto 1705) della quale tutti i contendenti cantarono vittoria, segnò nuove rapine, ladrocini e violenze e riportò i tedeschi ad una occupazione di Palazzolo fino al 15 novembre 1705 quando furono scacciati dai franco-spagnoli, dopo tre giorni di battaglia a colpi di cannone che costarono morti anche fra la popolazione civile e nuovi gravi danni alle abitazioni. Mentre il grosso dell'armata franco-spagnola seguiva quella tedesca verso il Garda attendandosi attorno a Brescia e lungo il Chiese e il Mincio, Palazzolo fu presidiato da soldati francesi e poi da truppe dello Stato di Milano al comando del capitano Carlo Peretti che riportarono, disciplinate com'erano, più tranquillità e ordine fino a quando a fine marzo 1706 abbandonarono definitivamente la borgata.


Ritornata nei suoi pieni poteri la Serenissima, mentre la guerra si allontanava, fin dal 3 marzo 1706 aveva accordato a Palazzolo l'esenzione in considerazione degli enormi danni subiti da tutti i carichi fiscali e il 27 marzo 1706 il Senato veneto sospendeva la esazione del dazio di macina e di altri balzelli minori. Ritornato il podestà, ristabilita l'autorità comunale, Palazzolo trovò forze sufficienti non solo per riprendersi ma per sviluppare sempre più intensamente la propria economia e la vita religiosa e civile. Finita la guerra si moltiplicano durante il sec. XVIII le opere di pace.


Grazie al testamento del 12 gennaio 1705 di don Luigi Tamanza viene istituita una scuola pubblica affidata alla Confraternita del SS. Sacramento erede universale del sacerdote e con una propria sede acquistata nel 1715. Non vi furono per lunghi decenni voci di guerre se non nel novembre 1733 quando a causa della rivalità francoaustriaca per la guerra di successione polacca Palazzolo fu presidiata per alcuni giorni da truppe savoiarde che la fecero da padrone «servendosi di tutte le provigioni che trovavano presso gli abitanti...».


Peste di bovini (nel 1713), grande abbondanza di raccolti (dal 1719 al 1729), sviluppo rapido di filande e filatoi, paure per l'aurora boreale (1738), inondazioni (16 luglio 1766), crisi della bachicoltura (1771-1772) si alternarono per tutto il secolo. Mentre la produzione economica si espandeva fiorivano opere grandiose come dal 1750 la nuova maestosa chiesa parrocchiale.


Anche Palazzolo registrò tutte le contraddizioni del '700. Nella villa Duranti infatti si tenevano accademie e riunioni culturali di livello, alle quali fu presente il Barretti ed altri letterati del tempo. Vi convenivano particolarmente i giovani, alcuni dei quali divennero poi famosi come il matematico Giovanni Gorini, professore all'Università di Pavia, il naturalista ab. Vincenzo Rosa, pure docente a Pavia, il giornalista Galignani che fondò a Parigi un celebre circolo letterario di fama europea. Ma lo stesso secolo registrò fatti di segno opposto e non certo illuminati come la fortuna che fece certo Rosa, cappellaio in luogo, che si dichiarò custode di un portentoso segreto per guarire la lue, e veniva consultato da malati illustri e chiamato perfino a Venezia e all'estero. L'espansione economica ed urbanistica, crescenti interessi sulle acque e sul suolo, rinfocolarono durante il sec. XVIII e specialmente nel 1726 e 1729, le liti fra originari e forestieri per le quali nel 1734 si arrivò ad una transazione che però rimase sulla carta. Per ovviare all'incongruenza del dovere pagare tasse e contribuzioni da parte dei sempre più numerosi immigrati attirati dall'espansione economica e manifatturiera e l'esclusione, invece, da ogni decisione pubblica, finalmente con una terminazione di Pietro Vittor Pisani V. Podestà e Capitanio di Brescia del 5 marzo 1765, venivano creati nuovi originari, si disponeva che tutte le rendite comunali fossero impiegate in pagamento delle "pubbliche gravezze" ed in opere ordinarie e straordinarie del comune. Ne nacquero tuttavia nuovi dissidi che terminarono con una pace completa nel 1772 quando i contribuenti ed i nuovi originari da una parte, ed i vecchi originari dall'altra, a mezzo dei rispettivi deputati eletti a trattare le differenze e pretese sorte con la terminazione Pisani del 1765, si rimettevano alle decisioni arbitrali del contribuente conte Durante Duranti il quale, allo scopo di giudicare "de aequo et bono" indette le vicinie dei vecchi (26 dicembre) e dei nuovi originari (27 dicembre) presentò una propria proposta approvata a grandissima maggioranza. La transazione Duranti veniva convalidata, dal Senato Veneto nell'agosto 1773. Altri contrasti nacquero circa l'amministrazione dei legati per ragazze da, marito e per quella dei Monti del Grano tenute saldamente nelle mani dei vecchi originari.


Visse invece stentatamente l'ospedale ricovero aperto nel 1770 con approvazione del Senato Veneto e collocato in cosiddetto casolare, in ambienti quasi del tutto inadeguati e dotato di lasciti testamentari di don Giuseppe Galignani e di Giovannina Rondi. Tuttavia il 3 aprile 1796 il popolo intero in processione partecipò alla benedizione delle fondamenta di una nuova struttura che il 12 novembre era già al tetto. Ma l'impulso determinante verrà nel 1805 grazie alle offerte raccolte dopo i fatti miracolosi della Madonna di S. Pietro al quale si accenna altrove. L'ospedale di una dozzina di letti e amministrato da una commissione, nel 1862 passerà alla. Congregazione di Carità. Gli ultimi decenni della Repubblica veneta sebbene percorsi da gravi crisi economiche, videro nuove opere come la costruzione dello stradone provinciale 1788-1789, rifacimenti e riselciatura di strade ecc. che non mancarono di suscitare furiosi interventi specie da parte dei nob. Duranti e Foresti. A movimentare la vita della borgata, assorbita da indefesso lavoro, furono passaggi di personaggi come: Maria Cristina di Savoia il 3 ottobre 1781, l'imperatore d'Austria Giuseppe II il 6 marzo 1784, il re di Svezia Giustino il 19 maggio 1784, il passaggio il 10 maggio 1796 dell'Arciduca di Milano in fuga verso Vienna seguito secondo il cronista Pezzoni da "molte carrozze cariche di oro e di argento", e subito dopo quello dell'armata francese forte di 30 mila uomini, seguita il 27 maggio 1796 da Napoleone Bonaparte. A distanza di meno di un anno nel marzo 1797 i giacobini palazzolesi saranno tra i primi ad innalzare l'albero della libertà mentre il 19 marzo, all'annuncio della rivoluzione bresciana, non pochi palazzolesi fra i quali due sacerdoti fraternizzarono con i rivoltosi cittadini. Poco più di una decina di persone il 19 marzo inviavano ai Cittadini rappresentanti del Sovrano Popolare Bresciano una mozione di adesione alla Rivoluzione. Nei giorni seguenti venne innalzato l'albero della libertà. Non mancarono fin dal 3 aprile movimenti controrivoluzionari anche da paesi vicini, mentre il 21 giugno vennero requisiti "tutti gli oggetti d'oro e argenteria delle Chiese per 17 pesi, per essere spediti a Milano per essere fusi" . Al contempo vennero soppresse Discipline e Confraternite. Per qualche mese dal 1797 Mura fu assegnata a Bergamo e Palazzolo a Brescia. L'incongrua situazione venne superata il 18 ottobre con l'unificazione della grossa borgata. Davanti all'avanzata degli austro-russi nel 1799 più di tremila soldati francesi si acquartierarono in tutte le chiese del paese, nei palazzi Duranti e Zamara e nell'Ospedale. Ma il 26 aprile i francesi lasciarono Palazzolo facendo saltare il ponte per arrestare la marcia dei nemici e distruggendo i depositi di grano ammassati nella parrocchia. Il giorno dopo, ripulita la chiesa parrocchiale, si fanno una solenne processione ed un ufficiatura all'altare del Crocefisso «per gli scampati pericoli della guerra e per la liberazione dai francesi». Questi ritornarono nell'ottobre 1800 e le chiese sono di nuovo ridotte a spelonche e tali rimarranno fino all'aprile del 1801: il 3 maggio con grande solennità avrà luogo la riconsacrazione della Parrocchiale nuova. Purtroppo i danni dell'occupazione francese della chiesa furono gravi; fra l'altro si rese necessaria nel 1802 la rifinitura di tutto l'interno. Il pittore locale Giacomo Colombo venne incaricato per il restauro e la pulitura delle pale degli altari. La prima, certamente desiderata da tempo, da quando almeno era stato abbattuto l'antico campanile fu la costruzione dal 1813 della Torre del Popolo, l'erezione della facciata della chiesa parrocchiale. In più si sviluppano le scuole e viene fondata la casa di educazione Albertini. Nel 1846 nasce la Filarmonica che poi nel 1863 diventerà la banda musicale.


Non mancarono anche occasioni di festa. Il 15 marzo 1816 Palazzolo, parata a festa salutava l'imperatore Francesco I di passaggio da Bergamo a Brescia. In verità più che di moti patriottici, come altrove, la borgata non registrò nei decenni del Risorgimento che passaggi imperiali o arciducali ed in particolare: il 5 luglio 1825 l'imperatore con la consorte Carolina ed un interminabile seguito; nel settembre 1838 l'imperatore Ferdinando, senza dire dei ripetuti passaggi dell'arciduca nel 1841, quello della regina reggente di Spagna Cristina Ranieri; passaggi che esigevano grandi parature e particolari solennità.


Anche Palazzolo subì i contraccolpi della crisi economica che accompagnò la caduta di Napoleone tanto che nel 1819 si verificò fra i filaturieri dell'Opificio Omboni uno sciopero per l'aumento del salario. Ma fu una crisi passeggera come dimostrano la rapida ripresa industriale e le opere compiute nella prima metà dell'800, sostenute con entusiasmo dalla popolazione e soprattutto la costruzione della Torre del Popolo e la facciata della chiesa "nuova". Del resto il dominio austriaco non pesò più di tanto su Palazzolo. Alle tassazioni faceva infatti di contrappeso il buon andamento dell'economia grazie all'allevamento dei bachi e alla piena attività dei numerosi filatoi. Differentemente poi con il dominio napoleonico Palazzolo non conosceva o quasi la leva militare ridotta a tre soldati ogni due anni anche se poi la ferma durava otto anni. Nè molto lavoro aveva la Imperial Regia Lombardia che aveva sede in casa Sufflico, l'attuale via Matteotti. Molto vivace era stata dapprima l'attività risorgimentale. A differenza di centri vicini (Cologne, Coccaglio) non aveva inciso nel 1821 e nel 1831. Solo nel 1833 la polizia austriaca poteva sequestrare alcuni esemplari della mazziniana "La Giovane Italia".




IL COLERA. Pesante invece l'imperversare nel 1836 del colera che manifestatosi in aprile scoppiò il 5 maggio con la morte di Domenico Camorelli cui seguono 123 altri palazzolesi con il 3,7 per cento di morti su una popolazione di 3.300 abitanti in confronto al 2,96 per cento di tutto il Bresciano. L'epidemia si manifesterà ancora nell'agosto-settembre-ottobre del 1849 con 12 vittime, nel 1855 e nel 1867 dal I maggio al 27 agosto con 141 colpiti e 52 vittime.


Sulla fine del marzo 1848 a salutare la rivoluzione scoppiata a Brescia il 18 dello stesso, anche a Palazzolo venne di nuovo innalzato in piazza del Mercato l'albero della libertà, mentre i pochi soldati reclutati nell'esercito austriaco potevano raggiungere le loro case e gli austriacanti si davano alla fuga e la sedia sulla quale si sedeva il segretario comunale veniva bruciata ai piedi dell'albero. Il popolo da parte sua accoglieva con simpatia un drappello di ussari ungheresi che avevano disertato. Incitati dal pulpito dal sacerdote Giovanni Meloni, 18 palazzolesi partirono il 25 marzo per Brescia in aiuto alla Rivoluzione. Dopo la sconfitta di Custoza (25 luglio) non pochi, compresi i quattro disertori dell'esercito austriaco, dovettero fuggire in Svizzera per entrare in Piemonte ad Intra, aiutati dal palazzolese Achille Martinelli, volontario dal 1846 nell'esercito piemontese. A Palazzolo venne aperto anche un ospedale militare. Il 25 marzo 1849 don Giovanni Meloni salutò dal pulpito le Dieci Giornate di Brescia chiedendo preghiere perchè Dio concedesse all'Italia "pace e libertà".


Non si conosce se qualcuno dei palazzolesi abbia partecipato alle Dieci Giornate di Brescia del 1849 e del resto il decennio che seguì passò, salvo lo spavento di qualcuno, senza avvenimenti di rilievo. L'anno appresso un'inondazione portò gravi danni. Alla metà dell'800 s'accese quasi d'improvviso la scintilla dell'industrializzazione che doveva far diventare Palazzolo uno dei poli industriali più importanti del Bresciano. L'occasione fu la ferrovia Venezia-Milano, per realizzare la quale, nel 1854 su progetto dell'ing. Silvestri, veniva avviata la costruzione del ponte sull'Oglio, del quale veniva posta il 15 giugno 1854 con solennità la pietra dell'ultima arcata. Un ponte lungo 269,50 m., largo 9 ed alto 40 m. sul quale previo un deragliamento e conseguenti notevoli ritardi il 10 ottobre seguente passò il primo treno. La ferrovia fu l'occasione di avviare nel 1856 l'impianto di uno stabilimento di calce e cementi che diventerà l'Italcementi, offrirà l'occasione di sviluppare ancor più l'industria della seta, di dar vita a quella del bottone (che avrà enorme sviluppo), a quella del cotone e a quella delle macchine utensili. Capitale forestiero specialmente svizzero, ingegnosità di imprenditori e di maestranze locali, energia elettrica fornita dalle rapide del fiume ed altri fattori faranno di Palazzolo, nel giro di pochi decenni una cittadina industriale che Gabriele Rosa chiamerà la "Manchester italiana". A tale slancio darà impulso la costruzione di un mercato nazionale, reso possibile dal processo unitario dello Stato italiano che Palazzolo visse in prima fila.


Nel giugno 1859 Palazzolo fu, infatti, uno dei nodi dell'avanzata garibaldina verso Brescia. Già l'8 maggio nella stazione di Palazzolo l'ing. Giovanni Sala era riuscito a rallentare i rincalzi di 1500 austriaci mandati a Bergamo per contrastare l'entrata di Garibaldi nella città, sganciando la locomotiva dal convoglio fermo in stazione e allontanandola con l'aiuto del capostazione e del macchinista verso Gorlago. Ciò aveva permesso a Garibaldi di organizzarsi e di preparare a Seriate un'imboscata agli austriaci quando fossero sopraggiunti. Il 9 giugno la cittadina accoglieva al suono delle campane 40 garibaldini al comando del ten. Pisani, mentre molti palazzolesi si armavano di roncole e di fucili da caccia, obbligando gli austriaci provenienti da Pontoglio a puntare su Coccaglio, mentre l'11 il ten. Pisani poteva entrare, dopo uno scontro a Coccaglio con gli austriaci, in Brescia abbandonata dal nemico. Lo stesso giorno don Luigi Consoli, Angelo Gervasoni e Cristoforo Mazzoli inalberavano sull'asta della statua di S. Fedele sulla Torre del popolo il tricolore, mentre venivano date alle fiamme le insegne austriache ed esposta sul municipio una grande bandiera. Anche don Luigi Schivardi, condiscepolo di Tito Speri, messosi sulla talare la coccarda tricolore, si recava con i confratelli a salutare Garibaldi che il 12 giugno entrava in Palazzolo, scendendo all'Aquila Nera. Sulla facciata dell'albergo, poi casa Masserini ed infine sede della Banca Popolare di Bergamo, venne posta una lapide con la scritta «GIUSEPPE GARIBALDI / FUGANDO LE COORTI AUSTRIACHE / FECE SOSTA IN QUESTA CASA / IL 12 GIUGNO 1859».


Mentre le truppe garibaldine si acquartieravano al Casermone, appena abbandonato dai croati, il generale volle dormire per terra. Lo stesso giorno alcuni palazzolesi seguirono Garibaldi; fra essi si ricordano un Gandini (detto Solfero), un Morandi (Umì), uno Zendrini (Quaranta), un Pagani (Cürat), Gerolamo Cicogna e Giovanni Maggi. Dopo Garibaldi, ininterrottamente per giorni e notti, passò l'esercito piemontese accolto con entusiasmo unanime dal popolo con: "Viva il Re, Viva Garibaldi".


Nel frattempo le avanguardie della 3a divisione sarda attraversavano l'Oglio a Palazzolo dove il 14 giugno giunse, da Bergamo, il re Vittorio Emanuele II che pernottò in casa Cicogna, come ricorda una lapide oggi visibile sulla villetta annessa al Setificio Guzzi al "Maglio", che dice: «IN QUESTA CASA / NEL GIORNO 14 GIUGNO 1859 / OSPITO' / VITTORIO EMANUELE II». In verità l'accoglienza alle truppe dell'esercito sardo non fu per nulla calorosa tanto da far esclamare ad un alto ufficiale "che bei patrioti veniamo a liberare". Tale atteggiamento fu probabilmente giustificato dalla presenza di truppe ingenti che in parte si stanziarono e rimasero dal 12 giugno 1859 fino alla fine del 1860. Fra esse alcuni reparti addetti ad opere di fortificazione assieme (dal 10 settembre 1859) ad almeno due batterie di artiglieria e ad altre ancora che comportarono ingenti spese al comune. Non mancarono vendette nei riguardi di elementi ritenuti austriacanti, ma furono sporadiche e limitate anche perchè la borgata dal 28 giugno 1859 venne impegnata nell'assistenza ai feriti della battaglia di Solferino e S. Martino che trasportati su carri trainati da buoi e per ferrovie e ospitati nell'ospedale, nella rettoria di S. Giovanni a Mura e in case private raggiunsero il numero di 150 francesi, 28 italiani e 4 austriaci. Il 13 agosto 1859 autorità, banda e molta popolazione salutavano alla stazione il re che tornava a Torino dopo le vittorie sugli austriaci.


NEL 1860 si riavviò la vita amministrativa. Il 25 gennaio aveva luogo la elezione (con il voto di soli 84 elettori su 134) del primo consiglio comunale, al quale per nomina reale veniva preposto il primo sindaco nella persona dell'ing. Antonio Locatelli. Di un qualche rilievo fu la partecipazione alla campagna meridionale del 1860. Dei cinque giovani che chiesero di partire è da rilevare la partecipazione di palazzolesi di adozione quali Paolo Passani (nativo di Milano) alla battaglia di Castelfidardo e Luigi Vecchiati (proveniente da Iseo) a quella. di Ancona, ambedue decorati di medaglia d'argento. Alla presa di Capua e di Gaeta partecipò come bersagliere Giovanni Rampana che rimase poi in continuo contatto con Garibaldi. A loro si aggiunsero poi Gaetano Rossetti, Luigi Albricci, Carlo Lamera, Battista Colla, G.B. Gasparini, Ferdinando Zago, Clemente Martelli, Andrea Rossi. Ma non vi furono entusiasmi eccezionali, anche perché fu caratteristica della politica palazzolese quella per cui gli slanci nazionali si andarono contemperando con le tradizioni civiche più salde, per cui vivo rimase a lungo, nonostante gli "ardori" rinascimentali, il sentimento municipalista, che trovava le sue roccaforti nelle Quadre. Di esso, si ebbe una manifestazione di sopravvivenza nel 1861 quando a Palazzolo si aprì un acceso dibattito fra il citato don Giovanni Meloni, favorevole all'elezione dei consiglieri comunali per Quadre, e don Luigi Schivardi, favorevole alla votazione a scheda unica e unitaria. Ma ancor più singolare fu l'abbinamento del sentimento nazionale e civico con quello religioso. Il 2 giugno 1861, quando altrove le divisioni e le polemiche erano vive, celebrandosi la proclamazione del Regno d'Italia, tutte le cerimonie programmate furono accompagnate da Messe in canto. Grandi feste vennero organizzate in ottobre: a) per la fine del colera e per sciogliere il voto formulato nel 1855; b) per la cacciata dell'austriaco avvenuta nel 1859; c) per scongiurare la siccità di quella estate.


Sembra addirittura incredibile, rispetto al clima generale del tempo, il manifesto esposto dal Municipio il 2 agosto 1862 col quale si invitavano tutti i cittadini per il successivo «sabato 15 febbraio a recarsi a votare la seguente scheda: W Pio IX, Supremo Capo visibile della Chiesa - W Vittorio Emanuele Re e Roma capitale - l'Italia è degli italiani». Il tentativo del resto di fondare nel 1861 una società del tiro a segno, caldeggiata da Garibaldi, non ebbe esito. E ancora fu casuale il fatto che nell'intervallo tra la seconda e la terza guerra del Risorgimento Palazzolo salì agli onori della cronaca per i fatti di Sarnico del 14 maggio 1862, quando compagnie di fanteria e carabinieri, vi arrestarono il colonnello Francesco Nullo, il capitano Giuseppe Ambiveri ed un altro ufficiale, sotto l'imputazione di organizzare, in collegamento con Garibaldi in quei giorni in cura a Trescore Balneario una spedizione per l'insurrezione del Tirolo contro l'Austria. Contemporaneamente venivano arrestati a Sarnico 55 volontari garibaldini, trascinati il giorno dopo a Palazzolo e da qui trasferiti in ferrovia parte a Brescia e parte a Bergamo.


Frutto di concordia fu l'asilo infantile, fondato nel 1860 da don Giovanni Meloni prete patriota e anche consigliere comunale, che trovò la sua sede in via Torre del Popolo, nel 1908 venne istituito in Ente Morale. Dal 1925 venne assunto dalle Ancelle della Carità. Le scuole vennero collocate nel palazzo Muzio acquistato dal comune. Anche la fondazione nel 1862 della Società, Operaia di M.S. vide accomunati tutti, sacerdoti compresi, al di là di ogni scelta politica. Nella campagna del 1870 si distinsero fra i palazzolesi un Pagani (detto Cana) del Cavalleria Guide, un Albricci (Righèt) del Savoia, un Belotti (Barbisù) che si meritò anche una promozione sul campo. Accentuazioni particolari di entusiasmo garibaldino non si ebbero nemmeno nel 1866. Gli stessi tentativi di un'accentuazione partitica, o più genericamente di distinzioni e divisioni politiche evidenziatesi dopo il 1870 soprattutto sul piano amministrativo, non ebbero eco se non a distanza di anni. Filantropiche e per niente, o nemmeno lontanamente, operaistiche o di sinistra, rimasero anche le iniziative della Società Operaia quali la fondazione, nel 1870, della Scuola Professionale e serale e festiva per preparare i giovani alle "arti e mestieri" con il titolo di "Scuola di disegno, di fisica e di meccanica elementare", la Banca Popolare Mutua nel 1872 e altre ancora come la Società Cooperativa di mutuo soccorso fondata nell'aprile 1891 con lo scopo di procurare «alla numerosa classe operaia, che qui esiste, oltre il ribasso nei prezzi di consumazione, il miglioramento anche possibile dei generi po sti in vendita». Di indole moderata, anzi borghese, fu la Società femminile di Mutuo Soccorso fondata il 17 aprile 1876.


Il clima moderato, sostanzialmente senza scosse per almeno un ventennio ebbe la sua espressione anche nella tranquilla routine amministrativa incentrata nelle figure dei sindaci che si susseguirono e cioè Antonio Locatelli (1860-1870), Adriano Ricci (1886-1894), e singolare fra tutte le figura di Giovanni Battista Sufflico, per tutti "Battista". Notaio, egli fu "di professione sindaco" per molti anni (dal 1895 al 1905, dal 1908 al 1910, dal 1911 al 1914), salvo brevi pause e nonostante l'alternarsi dei partiti. Di uguale intonazione furono le manifestazioni di vita associativa come la Società degli Esercenti, il Club ciclistico. Analoga impronta ebbe l'attività filantropica quale la Croce Rossa che, nata da un comitato formatosi nel 1896 in seno al Circolo Concordia, prenderà ampio sviluppo nell'imminenza della prima guerra mondiale. La banda stessa fondata nel 1863 e poi ristabilita nel 1872 cercò in ogni modo per anni di non compromettersi politicamente partecipando indifferentemente a manifestazioni patriottiche e religiose. Solamente negli anni '80 si avviò una sempre più aperta polemica politica alimentata, soprattutto, da Giovanni Rampana, fedelissimo a Garibaldi che tuttavia riuscì solo nel 1884 a promuovere la Società del Tiro a Segno. Del resto solo nel 1885 viene avvertita una crescente influenza di Zanardelli e del suo partito. In tale anno il deputato bresciano venne acclamato presidente della Società Operaia, mentre si incomincia a festeggiare con maggiore calore il XX Settembre e si fecero sempre più frequenti manifestazioni di intonazione anticlericale. Salvo trovare nei momenti di emergenza come in occasione della memorabile inondazione del 10-11-12 ottobre 1888, e in occasione dell'incendio che consumò la notte del febbraio 1893 la statua di S. Fedele, trovare tutta la popolazione concorde a riparare i danni e a innalzare una nuova statua.


A contrastare fin dal suo nascere il radicalismo anticlericale zanardelliano, don Schivardi, con l'avv. Giuseppe Tovini, promosse fra diffidenze e difficoltà nel 1884 la Società Operaia Cattolica che si allargò presto a S. Pancrazio ma non ebbe alcun valido sostegno nel clero come non lo ebbe il Comitato parrocchiale fondato nel 1885 fino al 1893 quando il nuovo arciprete don Cremona non li prese sotto la sua protezione. Sotto il suo parrocchiato il movimento cattolico prese fiato con l'appoggio del Circolo S. Fedele della Gioventù Cattolica fondato nel 1890 da don Luigi Schivardi e l'Unione Leone XIII. L'intensa attività sfociò nel luglio 1893 nella vittoria, sia pure di misura, della lista cattolica nelle elezioni amministrative. Sempre in ambito cattolico nel 1895 nasceva la Cassa rurale ed artigiana di Palazzolo.


La rottura politica si accentuò nell'ultimo decennio dell'800. Privilegiato strumento dell'egemonia liberale zanardelliana fu il Circolo Concordia, fondato nel 1894, che ebbe sede presso l'Albergo del Sole e che svolse anche un'azione culturale e filantropica ed ebbe come presidente per parecchi anni il cav. Guglielmo Maffi, presidente anche di una banca locale. La presenza zanardelliana sempre più diramata finì con il condizionare anche la vita amministrativa e il sindaco Sufflico dovette sempre più barcamenarsi, mentre il moderato on. Morando, deputato del collegio di Chiari, che a Palazzolo aveva avuto sempre maggioranza di consensi, vide sempre più affievolirsi il sostegno fino allora goduto. Uno dei segnali più appariscenti, anche se certo non fra i più importanti, della rottura degli equilibri in parola fu dato dai nuovi orientamenti impressi alla banda musicale che venne sempre più decisamente estromessa dalle cerimonie religiose.


Nel 1883 a Palazzolo la ditta Schmid e Niggeler, utilizzando un salto d'acqua sul fiume Oglio, metteva in movimento, prima nel Bresciano, una dinamo del Tecnomasio di Milano a corrente continua (A. 80, V. 110) che fece ardere le prime lampadine elettriche per l'illuminazione del suo opificio. Dal 1895 l'elettricità si diffonde a tutta la borgata. Nel 1883 viene fondato, fra i primi in provincia, il Corpo Pompieri Volontari. Intanto pari passo con lo sviluppo industriale, grazie alla concretezza degli amministratori locali e agli interventi dello stato nascevano nuove strutture necessarie allo sviluppo delle aziende e dell'economia. Veniva infatti raddoppiato il binario della ferrovia Milano-Venezia; il 30 agosto 1876 veniva inaugurato il tronco ferroviari() Palazzolo-Sarnico (9,648 km.) poi ridotto al solo trasporto merci; nel 1881 veniva progettato il tram ChiariOrzinuovi-Palazzolo. Già dal 1866 invece la strada principale considerata un tempo regia e poi nazionale era stata ridotta a provinciale. Accentuazione di rilievo ebbe la vita sociale sia sul piano culturale che del tempo libero. Già fin dal 1863 nasceva in seno alla Società Operaia una biblioteca popolare che nel 1876 diventerà biblioteca circolante e a distanza di qualche anno verrà affiancata da una nuova biblioteca popolare.


Nel 1870 veniva aperto nell'ex caserma già chiesa di S. Francesco o del Gonfalone un teatro sociale che ospitò anche opere liriche e commedie. Attiva nel 1896 una Filodrammatica diretta dal maestro Terzi, e una Società dei Filodrammatici oltre che un'orchestrina del maestro Vecchiati. Più estemporanei ma di grande successo i veglioni e il Carnevale che nel 1899 vede addirittura organizzata sull'Oglio una "regata veneziana" oltre a carri folcloristici, balli ecc. Di grande successo le ascensioni in mongolfiera del palazzolese Baronio e di sua figlia, che richiamavano grandi folle. Anche lo sport trovò nell'ultimo decennio dell'800 sempre più spazio. Il 30 giugno 1889 venivano inaugurati il campo di tiro e la bandiera della Società; a pochi anni di distanza nasceva la Società Ginnastica Victoria, nel 1903 per iniziativa di Paolo Gentile Lanfranchi veniva fondata la prima squadra di calcio (maglia bianca colletto azzurro) che giocò le sue prime partite nello spiazzo del mercato. Ma si trattava di iniziative ed associazioni che riguardavano la classe media o borghese. La rapida industrializzazione che andava trasformando sempre più un centro agricolo e commerciale in uno dei più importanti centri industriali del Bresciano aveva creato una sempre più vasta classe operaia che si dibatteva in condizioni difficili di vita. I fanciulli dai 10 ai 14 anni impiegati nelle officine costituivano agli inizi del '900 l'uno su cinque degli operai; nella filanda Cramer su 590 femmine, 155 erano bambine. Quanto a salari, si andava da una media di 2-2,50 lire al giorno (3-10 lire per gli impiegati) per lo stabilimento di calce, alle 1,50 lire per gli altri stabilimenti per gli operai maschi e L. 1-1,20 per le donne; ma le fanciulle scendevano a 30-70 centesimi e i fanciulli a 50 centesimi nelle fabbriche di bottoni. Nel 1890 vi era stata addirittura una riduzione di salario tanto che il sindaco Ricci, pur solitamente ottimista, era costretto a scrivere: «La paga è molto al di sotto di quella che si poteva accordare e si accordava alcuni anni fa». Senza dire dell'urbanesimo e dell'emigrazione organizzata da due agenzie locali.


Al problema abitativo vennero incontro iniziative illuminate. Il 13 ottobre 1902 vennero infatti inaugurate alla presenza dell'on. Luzzatti, dietro ispirazione del cooperativista Luigi Buffoli, le prime tredici case operaie, costruite da una Società Anonima Cooperativa costituitasi il 5 novembre 1901 in seno alla Società Operaia il cui statuto venne approvato il 16 dicembre 1901. Fu, il risveglio e l'organizzazione della classe operaia che portò a migliori condizioni di vita. Agitazioni e proteste da quelle prima ricordate del 1819 non erano mancate, ma il primo sciopero (uno dei primi in Italia) fu quello del 23 giugno 1879 di 120 operai, cui altri seguirono. Ma fu solo nel 1897 che si registrarono le prime organizzazioni con la nascita della Lega pellettieri che organizzò uno sciopero di 55 giorni. Subito nacque una Sezione metallurgica della Camera del lavoro. Nel settembre 1901 gli scioperi dilagarono in molte fabbriche e anche nelle campagne richiamando la mediazione più che altro dell'arciprete. Ricordiamo l'organizzazione sindacale creata soprattutto da don Tommaso Bissolotti con l'Unione Cattolica del Lavoro fondata 1'8 gennaio 1902, che subito si articolò in sezioni o Leghe bianche di categoria e promosse graduali ma decise rivendicazioni e agitazioni alla quale risposero con rinnovato slancio i socialisti che tuttavia non riuscirono mai a raggiungere la forza del Movimento cattolico. Le due organizzazioni chiamate per semplificazione il circolo "di ferro" quello socialista e il circolo "di legno" quello cattolico, animarono comunque i primi decenni del secolo fino alla prevaricazione fascista.


L'imponente e significativa vittoria dei bottonai nel luglio-agosto 1906 diede le ali all'organizzazione sindacale cattolica che coinvolse anche altre categorie mentre si sviluppava, sia pure in forma minore anche l'organizzazione socialista e laica, fra cui l'Umanitaria, un'associazione democratica liberale. Nè mancò una attiva propaganda anticlericale segnata dalla presenza di Guido Pedrocca, direttore dell' "Asino", e del prof. Ettore Molinari. L'organizzazione cattolica stessa si rafforzò ed arricchì di nuove iniziative quali il Circolo cooperativo di ritrovo, la Cassa Popolare (1904) (per il risparmio), l'Ufficio di consulenza legale (per gli infortuni sul lavoro), l'Unione Cattolica Giovanile (1907), una Scuola privata gratuita di educazione morale e di lavoro femminile (1907), il Circolo della Gioventù Cattolica S. Fedele (1908), il Circolo cooperativo figli del lavoro, fondato da don Alberto Morandi (1909). Straordinaria la VIII festa federale delle organizzazioni cattoliche bresciane che ebbe luogo il 10 ottobre 1909. Nel 1913 nasceva il Sindacato metallurgico.


Il rafforzarsi del movimento cattolico portò nel 1913 alla vittoria del moderato Morando sul socialista Ranieri, oltre che a successi nelle elezioni amministrative. Il movimento sindacale ed il risveglio politico e civile portato da cattolici e socialisti svegliarono anche la classe imprenditoriale e liberale in un impegno economico e sociale segnato il 20 dicembre 1906 dalla fondazione dell'Associazione Commerciale e Industriale (ACI) delle plaghe bresciane e bergamasche dell'Oglio, che si prefiggeva come scopo «di giovare all'incremento ed alla tutela dell'agricoltura, del commercio e dell'industria attraverso migliorie ai pubblici servizi», offrire «ai soci un luogo di ritrovo e di riunione e promuovere la loro partecipazione alla vita economica e offrir loro una difesa dei loro interessi». Nel settembre 1912 l'Associazione pubblicava un proprio settimanale dal titolo "L'Oglio" . Ad essa seguì nel 1914 la formazione di una Commissione per lo studio di migliorie alla viabilità che realizzò tra l'altro quasi subito la strada per Pontoglio, l'impostazione del problema di una tramvia sulla sponda destra dell'Oglio.


La linea di fondo di rispetto reciproco e anche di collaborazione sul piano sociale non manca di dare frutti di progresso. Nel novembre 1907 viene realizzata l'illuminazione a gas e viene progettato un nuovo ponte sull'Oglio; nel 1911 viene costruito sul luogo, su progetto dell'ing. Tombola, il grandioso edificio scolastico capace di centinaia di alunni. Nell'ottobre 1914 la Provincia di Brescia approva la strada Palazzolo-Pontoglio. Assieme vengono avviati l'acquedotto, l'illuminazione elettrica, la rete telegrafica. Anche durante la guerra, nel luglio 1916 verrà dibattuto il problema di una tramvia elettrica sulla sponda destra dell'Oglio. Lo sviluppo civile e sociale vede nel 1907 Rosina Maza fondare una scuola operaia femminile comprendente: sartoria, rammendo, ricamo, stiratura, pittura ecc. Seguiva la fondazione di una scuola complementare pareggiata che nel 1929 verrà trasformata in scuola secondaria pareggiata di avviamento al lavoro con le specializzazioni: industriale, commerciale e femminile. Nel 1908 erano le Ancelle della Carità ad aprire al Conventino una scuola elementare per le convittrici interne e poi per le esterne, cui seguirà nel 1912 un asilo infantile.


Ma anche lo sport era in continuo rilancio. Nel 1913, infatti, le società sportive "Sport Club Palazzolo" e la "Victoria Unione Foot-ball" si fondevano per creare la "Pro Palazzolo" che già nel 1914 sotto la guida di Giacinto Lanfranchi inaugurava il campo della Gabbiana e dove già esisteva il tiro al piattello, e nel 1920 il campo sportivo "al Maglio" avviando inoltre un'attività ricca di iniziative come il campionato motociclistico palazzolese e sociale; il campionato di tiro al piattello; l'accademia di ginnastica; il campionato ciclistico; di nuoto; podistico; bocciofilo; ottobrata alpina ai colli di S. Fermo; il campionato di sketing; la partecipazione ai campionati italiani di football. Il 31 gennaio 1913 nasce una sezione del Club Alpino Italiano. Già nell'agosto 1906 in una baracca di via Calci, con sotto la scritta "Cinema Zamperla", viene proiettato il primo film.




I GUERRA MONDIALE. Grazie anche a questo fervido clima sociale la I guerra mondiale registrò una esemplare organizzazione assistenziale che ebbe pochi riscontri altrove. Nel 1914 veniva fondata la sezione Media Valle dell'Oglio della Croce Rossa che, assieme a molti interventi ed iniziative, organizzò un Ospedale territoriale in grado di ospitare dai 150 letti nel 1915 fino a 236 e 250 per essere chiuso il 27 dicembre 1918 dopo aver ospitato 3.077 soldati infermi o feriti. La cittadina ospitò inoltre l'ospedale di guerra 0-24. Attivi il Comitato di preparazione civile, l'Ufficio Notizie, il Comitato pro lana, la Casa del soldato e molte altre iniziative ancora come il Fascio Nazionale femminile di Resistenza. Come organo di tali associazioni dal novembre 1915 all'ottobre 1916 uscì un bollettino dal titolo "Mobilitazione Civile" diretto da Colombo Svanetti. A tali associazioni si aggiunsero, via via, un Comitato Ospitaliero, il Comitato profughi e, ancora, iniziative come la sottoscrizione per incoraggiare la resistenza al Piave, la sottoscrizione ai prestiti di guerra, ecc. Ancora durante la guerra nasceva i1 13 giugno 1918 l'Associazione Mutilati e Invalidi di guerra.


Il 17 febbraio 1917 poi in locali dell'oratorio S. Sebastiano vengono accolti i primi 12 orfani di guerra dell'Orfanotrofio Galignani, il primo orfanotrofio di guerra in Italia. Quando la guerra finisce Palazzolo registra su 600 combattenti, 138 caduti, 63 mutilati ed invalidi, 23 decorati. Ai caduti già il 23 giugno 1918 veniva dedicato nel Cimitero un cippo monumento opera dello scultore torinese Giovanni Merlo, uno dei primi in Italia, al quale si accompagnerà nel 1927 l'altro dello scultore Bazzaro.


Per merito, soprattutto, di Gian Marco Vezzoli, il 22 giugno 1919 veniva fondata l'Associazione Combattenti e reduci, cui seguiva il I giugno 1925 il gruppo Alpini che, dopo anni di attività, riprese nel 1955 con l'inaugurazione del monumento. Segue nel 1926 la fondazione dell'Associazione Granatiere, tra le prime in Italia, mentre l'anno appresso si forma il primo gruppo Bersaglieri e nel 1935 l'Associazione Artiglieri. Nel 1937 è il turno dell'Associazione Carabinieri in congedo. Chiuso l'ospedale militare nel gennaio 1919 la Croce Rossa inaugurava una casa di salute. Dalla guerra Palazzolo uscì, a differenza della gran parte dei centri della provincia, con un'industria con potenzialità intatte e con un rapido aumento di popolazione che dagli 8.877 abitanti del 1919 in sei anni salì a 10.447 e con una popolazione operaia di 3 mila unità di cui 1800 femmine. Ma i problemi sociali si erano moltiplicati ed aggravati. Alla penuria di abitazioni non annullate dalla costruzione di case operaie si aggiungeva il problema sanitario e specialmente quello della tubercolosi. Nel giro di cinque anni, dal 1922 al 1927, furono accertati ben 261 casi di tisi (di cui 23 letali), che colpirono 115 uomini e 146 donne, il cui 59% era costituito da giovani di età inferiore ai 30 anni. La maggioranza tra questi era costituito da giovani operaie. Ciò era dovuto soprattutto alla nutrizione insufficiente, alle disgraziate condizioni igieniche delle fabbriche e delle case operaie, nelle quali erano predominanti l'umidità e scarsa luce, alla poca pulizia, all'alcoolismo. Palazzolo rispose a questi gravi problemi ancora una volta coralmente ed efficacemente. Singole persone (e soprattutto lo Svanetti), l'amministrazione comunale, associazioni, imprese promossero in breve tempo, nel 1922, un Dispensario di igiene sociale, per la Media Valle dell'Oglio diretto, soprattutto, alla lotta contro la tubercolosi, cui seguirà poi il Dispensario antitubercolare. Nello stesso 1922 venne aperta una delle prime colonie elioterapiche in riva all'Oglio. In questa situazione in rapido sviluppo cattolici e socialisti rafforzarono le loro organizzazioni sindacali. Si videro assemblee (come quella dei bottonai del 13 gennaio 1919) di migliaia di operai, mentre continuo fu il miglioramento dei contratti anche attraverso decise agitazioni e scioperi. Il I maggio 1919 il movimento cattolico aveva la sua Casa del Popolo. Si sviluppava inoltre l'attività cooperativa attraverso la Cooperativa di Consumo "La Famiglia", un ritrovo operaio, una Cooperativa metallurgici, una Cooperativa muratori, una Cooperativa falegnami, un Panificio e un Pastificio sociali.


Sul piano amministrativo fu subito vincente il Partito Popolare Italiano che, preparato da un'intensa e lunga attività del movimento cattolico e dall'azione diretta di don Bissolotti, venne fondato il I aprile 1919. Nelle elezioni amministrative del 17 ottobre 1920 i popolari ebbero 1.072 voti contro i 565 dei socialisti e i 254 dei democratici liberali. Per breve tempo fu sindaco un giovane cattolico Angelo Corna, morto dopo pochi mesi e sostituito nel novembre 1921 dal liberale democratico Antonio Guzzi. Non mancarono nel movimento cattolico polemiche e contrasti specie fra la posizione di don Bissolotti e quella della sinistra migliolina che tuttavia non ne scalfirono la forza. Fallirono infatti gli scioperi generali "politici" del 1919 e 1920, come fallì l'occupazione delle fabbriche, nel settembre 1920 e, in più, si seppe far fronte nel 1921-1922 alla crisi dell'industria bottonieri.


Intensa invece fu la vita amministrativa che vide soprattutto espandersi l'attività edilizia (come le case operaie costruite a Riva nel 1921-1922), l'ampliarsi delle attività assistenziali, la sistemazione dell'orfanotrofio e l'apertura, nel 1921, della scuola media.


Gli anni del dopoguerra sono carichi di iniziative anche culturali, sportive ecc. Nell'aprile 1921 viene aperto il "Teatro Nuovo" che ospita opere liriche, prosa, varietà. La Pro Palazzolo pubblicò dal 1921 al 1927 senza periodicità un suo giornale dal titolo "Il Bianco Celeste". Nel 1923 nasce il Circolo di cultura, con biblioteca, orchestra, filodrammatica ecc. Il 23 novembre 1924 Nino Maffi pubblica "La Gazzetta dell'Oglio. Periodico quindicinale della Media Valle dell'Oglio".




IL FASCISMO. Di fronte alla compattezza del movimento cattolico e nonostante il cedimento di quello socialista il fascismo arrivò tardi in confronto ad altri centri del Bresciano. Infatti soltanto il 27 maggio 1922 si era costituito il fascio locale con l'intervento di Carlo Roberto Gloria, Alessandro Rangoni, Antonio Barone, Ernesto Mombelli, Cesare Tofanetti, Cirillo Oprandi. Soltanto il Gloria e pochissimi altri si erano interessati del movimento fascista. Toccò perciò al Gloria assumere l'incarico di segretario politico. Il passaggio per Palazzolo nel settembre 1922 di Mussolini, poi enfatizzato, rimase quasi del tutto inosservato. Una squadra fascista si vantò immeritatamente di aver partecipato alla marcia su Roma, mentre è invece accertata la partecipazione di fascisti palazzolesi alla spedizione punitiva contro il parroco e il curato di Capriolo la notte del 4 dicembre. Nell'elenco dei primi fascisti mancano completamente i nomi di industriali. Anche a Palazzolo il fascismo fu in effetti promosso e sostenuto da esponenti della piccola borghesia, di impiegati, artigiani e commercianti, che impressero al movimento un'impronta di violenta polemica e di duro fanatismo comune al fascismo della Franciacorta, dilaniata per due anni tra correnti contrapposte e in dura lotta fra loro assieme alla particolare situazione locale. Ciò contribuì a tenere il fascismo ai margini della vita politico-sociale per alcuni mesi. In pratica la massiccia presenza di cattolici organizzati e la matura preparazione e autonomia della classe industriale ancorata a salde convinzioni liberali democratiche non concedevano al nuovo movimento politico spazio e agibilità. Per rompere l'isolamento dei primi mesi dovettero impegnarsi a fondo i più importanti dirigenti provinciali e in particolare Augusto Turati e Luigi Begnotti i quali attaccarono a fondo le organizzazioni cattoliche e particolarmente don Bissolotti. Usando la polemica e le pressioni più spregiudicate della prefettura, nel marzo 1923, il fascismo palazzolese con accuse non provate ma insistenti costringeva l'amministrazione comunale alle dimissioni, pur cercando di salvare il sindaco. Nonostante ciò per mesi gli industriali continuarono a stare alla finestra; si andarono invece radicalizzando le posizioni dei socialisti attratti dalla Terza Internazionale mentre il Partito Comunista fondato nel 1921 riusciva a piantare a Palazzolo uno dei suoi nuclei più agguerriti. Vennero prese iniziative come l'erezione del monumento ai caduti, l'attività intensa della Associazione Commerciale e Industriale, la "Gazzetta dell'Oglio", e ciò nonostate che il fascismo cercasse di contrapporre a quelle dei cattolici e dei socialisti nuove associazioni (come la Sezione femminile di ginnastica, la Sezione premilitare) o fagocitasse quelle esistenti come il Circolo di cultura e la "Pro Palazzolo", potenziata con nuove sezioni atletiche. Nel novembre 1923 vennero inaugurati i gagliardetti. In questo clima nessuno si meravigliò che le elezioni del 1924 vedessero i popolari al primo posto seguiti a distanza dai socialisti, mentre la lista nazionale (fascisti e liberali) dovette accontentarsi di 400 voti, un quinto solo dei votanti. In effetti il 24 maggio 1924 il Commissario prefettizio doveva ammettere sul "Popolo di Brescia" le difficoltà che il fascio locale incontrava "in un ambiente refrattario ad ogni entusiasmo ed ostile a tutto ciò che sa di fascismo".


Ma la situazione politica era ormai tale e le pressioni politiche specie esterne talmente pressanti e determinanti che nell'autunno 1924 il fascismo ebbe il sopravvento avvantaggiato dal sempre più deciso sostegno degli industriali e del ceto medio, da una sindacalizzazione delle masse operaie, imposta o sollecitata con accordi sindacali di vertice, con la chiusura dei circoli cattolico e socialista, la soppressione dell'Unione del lavoro, con accanite campagne di stampa, minacce di processi e scandali. A distornare l'attenzione sui problemi nel 1925 veniva lanciata l'idea della "Grande Palazzolo" e si accendeva la polemica di un ventilato passaggio di Palazzolo da Brescia a Bergamo. Sempre più determinatamente il fascismo soppresse il 25 aprile 1925 la "Gazzetta dell'Oglio" diretta da un giovane di grandi promesse, che si ripresentò poi, fascistizzata, il 25 ottobre sotto la guida di Andrea Micheli con il titolo "La Nuova Gazzetta". Inoltre fece subito abortire il tentativo di Nino Maffi di far uscire una rivista dal titolo "Notizie dell'Oglio". Tuttavia quali difficoltà il nuovo regime incontrasse è ancora indicato dal fatto che la vita amministrativa continuò a lungo nelle mani del commissario prefettizio Bignotti, uno dei dirigenti più alti del fascismo bresciano e solo nel giugno 1926 si potranno tenere nuove elezioni, sicuramente favorevoli al blocco fascista dopo le quali verrà nominato sindaco l'ex liberale Antonio Guzzi che nel 1927 viene proclamato podestà. Da quel momento la gestione del potere rimarrà in mano agli elementi più moderati del fascismo, quali gli industriali Angelo Lanfranchi, Martino Marzoli e periti tecnici, commercianti, maestri.


Tra le prime manifestazioni è del giugno 1927 l'inaugurazione del monumento ai caduti (opera dello scultore Bazzaro), del Parco della Rimembranza e della casa del fascio e nell'aprile 1929 la costituzione della Cassa Mutua Malattie. Nuovo impulso allo sviluppo di Palazzolo e al territorio venne dalla costruzione dal 1928 dell'autostrada Milano-Venezia inaugurata nell'agosto 1931 con la costruzione di un viadotto lungo 61 m. Importanza assumerà poi il tratto stradale Capriolo-PalazzoloParatico e il tratto Palazzolo-Urago d'Oglio (sulla SS 14) della Palazzolo-Orzinuovi. Specie sotto l'amministrazione Marzoli si moltiplicarono opere pubbliche di rilievo, come la costruzione nel 1931 del lungo Oglio, l'allargamento su progetto dell'ing. Berlucchi della fognatura sulla sinistra dell'Oglio (1935), la pavimentazione della piazza principale e delle principali vie (1935-1936), la costruzione della nuova sede del Dispensario antitubercolare, l'ampliamento del cimitero (1928), il nuovo campo sportivo (1935) su progetto del geom. Mario Vecchiati, la nuova sede del fascio (gennaio 1937), la nuova sede della Cassa di risparmio, un nuovo lungo Oglio intitolato a Cesare Battisti (1937-1938), il nuovo padiglione della Colonia fluviale (1937). Assieme nascono scuole rurali, l'Ente comunale Assistenza. Contemporaneamente veniva costruito a Riva il villaggio Marzoli. Nel 1938 dopo alcuni anni di stasi riprendeva vita anche lo sport palazzolese e specialmente il calcio e nel 1940 venivano inaugurati un nuovo campo sportivo. Contemporanea l'inaugurazione di un nuovo gruppo di case per gli operai ed una centrale di energia elettrica. Dal maggio al novembre 1941 il Fascio di Palmolo pubblicò un suo bollettino quindicinale dal titolo "Vittoria e sacrificio". Lo sviluppo economico sociale urbanistico sollecitava i pala7zolesi a chiedere il 7 luglio 1942 l'erezione a città, che verrà solo nel 1954.




LA II GUERRA MONDIALE se non fu particolarmente dura sotto il profilo economico lo fu quanto ai sacrifici di vittime umane, ai disagi enormi e ai bombardamenti specie sul ponte ferroviario sull'Oglio che si ripeterono per trentadue volte con 1.096 bombe, seguiti da rapide ricostruzioni o aggiustamenti provvisori, fino all'ultimo delle ore 16 del 27 aprile che ebbe luogo mentre i carri armati alleati della V a armata penetravano nell'abitato. Distrutto, dopo sette bombardamenti, il 24 febbraio 1945 veniva distrutto anche il viadotto dell'autostrada. I bombardamenti e i mitragliamenti costarono 21 vittime civili mentre la guerra ebbe a mietere 31 militari e 55 dispersi.


Attiva anche la Resistenza che vide operanti tre diversi gruppi, uno della Brigata Garibaldi 122 bis, al comando di Antonio Fratus, un gruppo delle Fiamme Verdi Tarzan di Pontoglio e un gruppo guidato dal farmacista dott. Guido Mori. Non mancarono azioni di boicottaggio, di propaganda antinazista. Circa venti palazzolesi combatterono in formazioni partigiane all'estero, otto morirono in campo di concentramento.




Caldi per forte passione politica e per l'acceso scontro tra socialcomunisti e democristiani furono i primi mesi dopo la Liberazione, tanto che si dovettero ripetere le prime elezioni amministrative (24 marzo 1946) perchè un gruppo di facinorosi gettatisi sugli scrutinatori della Vª sezione che stavano portando verbali e schede in Comune per lo spoglio distrussero ed incendiarono il materiale.


Le elezioni vennero ripetute il 27 ottobre con un calo di elettori del 12 per cento. La lista socialcomunista ebbe 2.776 voti sui 2.742 della D.C. ne risultò un'alleanza fra gli opposti schieramenti. Ma alle elezioni seguenti del 27 maggio 1951 la D.C. ottenne più del 57 per cento mentre il P.C.I. ebbe il 12 per cento, il P.S.I. il 13 per cento, il Partito Socialista Democratico il 15 per cento. La preminenza della D.C. durerà per decenni. Stesso risultato abbiamo alle politiche. Dal 39,5 per cento della D.C., dal 19,3 del P.C.I., dal 30,5 del P.S.I., si passò nel 1948 al 61,3 per cento della D.C., al 29,1 del Fronte Popolare, al 7,4 di Unità Socialista. Nel 1953 la D.C. raccoglie il 53 per cento, il P.C.I. il 13,2, il P.S.I. il 16,4, il P.S.D.I. il 10,7; con non rilevanti oscillazioni i seguenti risultati elettorali.


La vivacità della vita politica palazzolese è testimoniata anche da iniziative editoriali come il settimanale dei giovani della D.C. "Contagocce" (novembre 1945) cui seguì "Voce Nostra. Foglio della Sezione del Partito Socialista di Unità Proletaria di Palazzolo" (uscito dal 23 giugno 1946), "Il giornale dell'Oglio. Settimanale della D.C." (dal 26 settembre 1948). Anche se non mancò, specie nel 1948, l'accentuazione di iniziative di estrema destra come quella dell'Armata Italiana di Liberazione che promosse anche azioni antisciopero, in sostanza l'orientamento è moderato e la vita del paese viene dominata per decenni da una Democrazia Cristiana, attiva e concreta, quasi fuori da correnti e di estremizzazione, con l'attenzione posta ai problemi concreti. Del resto i contrasti e le contrapposizioni non andranno mai a scapito della ripresa e della ricostruzione.


Già il 1946 viene segnato da due avvenimenti significativi: il ritorno il 2 marzo sulla Torre del Popolo del concerto di campane rifuso dalla ditta d'Adda di Cremona e l'inaugurazione nel 1946 del nuovo viadotto ferroviario sull'Oglio cui seguiva il 15 dicembre 1946 l'inaugurazione del ponte dell'autostrada, cui seguirà nel 1961 il raddoppio. Nel giro di pochi anni la cittadina è di nuovo sulla via di un rilancio civile, economico, sociale. Fognature, strade, la rete elettrica che si estende nel 1957 a tutta la campagna.


Il 21 agosto 1947 viene costituito l'Ente cooperativo costruzioni abitazioni lavoratori che attraverso cooperative particolari "Edificatrice appartamenti popolari" (1957), "Casa mia" (1961), "San Fedele" (1963), "Comunità Media Valle dell'Oglio" (1968), "Eccal" (1975), "Pontogliese", "San Rocco" (1980), nel 1984 avrà già costruito 2 mila abitazioni. Nel 1952 su progetto dell'ing. Ferruccio Bernori viene eretto il nuovo palazzo scolastico di Riva. Dal 1951 al 1955 vengono costruite nuove scuole nel quartiere; nel 1953 l'asilo di Roncaglie e ultimato l'asilo di Riva. Seguiranno nel 1966 l'asilo di S. Pancrazio e nel 1967 quello di Mura. Per risolvere il problema case vengono realizzati 120 appartamenti, migliorati altri complessi abitativi, ampliate le fognature e la fornitura di acque (con un potenziamento nel 1961 del l'acquedotto). Inoltre vengono ampliate le strade mentre la provincia di Brescia costruisce la nuova traversa esterna. Curato presto anche il look con l'illuminazione dei monumenti.


La ripresa e l'espansione è tale che il 27 agosto 1954 un decreto del Presidente della Repubblica assegna a Palazzolo il titolo di città. Più tardi, con decreto 31 marzo 1962 veniva unita a Palazzolo la frazione di S. Pancrazio (kmq. 4,50 e 2.250 abitanti), già appartenente ai comuni di Adro e di Erbusco. Si può dire adeguata al nuovo ruolo l'attività amministrativa degli anni seguenti segnati dalla cura dei problemi strutturali ordinari ma anche di nuove grandiose iniziative come il Consorzio della media Valle dell'Oglio, la costruzione a sud della chiesa parrocchiale di un vasto centro commerciale; l'avvio nel 1979 della costruzione del Centro scolastico polivalente su una superficie di 80 mila mq. di cui 20 mila coperti; la completa trasformazione, nel 1981, di piazza V. Rosa in un centro per il terziario, di nuovi insediamenti industriali varati nel 1983, di cure particolari per l'arredamento urbano accentuate nel 1989. Dopo decenni di amministrazione sulla fine del 1988 erano completate le reti dell'acquedotto e in via di completamento il gasdotto e l'ampliamento inoltre della rete fognaria. In continua espansione la viabilità e i relativi lavori pubblici.


Nel 1990 veniva risistemata, su progetto dell'arch. Caputo di Milano, la piazza centrale mentre nell'anno seguente l'Amministrazione acquisiva e rendeva pubblico il vasto parco della villa Küpfer, comprendente anche i ruderi della Rocca (o Castello). Tra le ultime realizzazioni sono da sottolineare il potenziamento dell'acquedotto, la costruzione di un depuratore fognario, la creazione di un centro commerciale polifunzionale, la tangenziale est, la ristrutturazione del Teatro Sociale, nuove strutture sportive e altri interventi urbanistici. Nel marzo 1993 il mercato veniva trasferito da piazzale Dante ad una nuova area nei pressi di via Kennedy. Sempre nel 1993 veniva programmata una variante alla Sebina occidentale, per unire Palazzolo a Capriolo. Al contempo facevano la prima comparsa le piste ciclabili. Nel 1993 gli architetti Favole e Martinez venivano incaricati del progetto di un quinto ponte sull'Oglio. Nel dicembre 1993 con l'approvazione della Regione Lombardia veniva dato il via al centro commerciale di viale Europa comprendente un'ipermercato, un motel, 40 negozi, ristoranti e banche, promosso dalla Fin-Eco Engineering S.p.a. e costruito dalla impresa Enrico Ardesi S.p.a. Nel 1994 è stato programmato il Palazzo dello Sport polifunzionale.


Particolare attenzione viene posta al problema scolastico che fin dal dopoguerra vede moltiplicarsi anche alla periferia gli asili e le scuole elementari (di S. Pancrazio, via Levadello ecc.), la scuola media di via Dogane, costruita nel 1972-1974, ma soprattutto il nascere dell'Istituto Tecnico Industriale Statale (I.T.I.S.) nel 1968 come sezione staccata dell'Istituto Castelli di Brescia, con specializzazione in meccanica, e una sezione per disegnatori dell'istituto Professionale per l'industria e l'artigianato di Rovato. Privato e fondato nel 1972 è l'Istituto "Papa Giovanni XXIII", con un liceo linguistico diurno e un Istituto Tecnico Ragionieri diurno e serale. Vengono fondati inoltre il Liceo scientifico di Stato "Galileo Galilei" comprendente anche un Liceo scientifico sperimentale ad indirizzo linguistico, un biennio ministeriale di matematica con informatica e fisica, un Liceo Scientifico sperimentale ad indirizzo fisico, naturalistico, matematico, informatico; l'Istituto professionale di Stato per il commercio (istituito nel 1986).


Un triennio di avviamento commerciale viene istituito dalle suore Ancelle della Carità nel secondo dopoguer ra, al quale vennero affiancati nel 1958 i corsi liberi di stenografia e tecnica aziendale. Nel 1963 venne istituito un biennio di istituto professionale. Nel 1993-1994 le Ancelle della Carità avviano un Istituto tecnico per periti aziendali e corrispondenti in lingue estere, con sperimentazione del progetto Erika.


Le amministrazioni comunali sono all'avanguardia anche nell'assistenza sociale. Palazzolo è infatti tra i primi comuni del Bresciano a promuovere un centro sociale per anziani, acquistando nel 1971 villa Kupfer nella quale vengono sistemati palestra, ambulatorio medico, salone ristorante, campi di bocce ecc. L'iniziativa troverà particolare sostegno dal 3 ottobre 1976 nell'Associazione pensionati promossa da Giuseppe Orsatti che poi prenderà il suo nome. Anche a S. Pancrazio nel 1989 il Comune creava, con l'acquisto del palazzo Gloria, un centro sociale per anziani. Nell'ottobre dello stesso anno viene inaugurata una nuova ala della Casa di riposo "Don Cremona" .


In crescita l'attività assistenziale più in genere con la rinnovata presenza della Società di S. Vincenzo, del Cor Unum raccolto intorno alla parrocchia e promosso dall'arciprete don Faustino Guerrini e da Sara Giusi Noris. Il 7 ottobre 1951 viene fondato l'AVIS animato dal dott. Bruno Parisio che già negli anni '40 aveva raccolto un piccolo gruppo di donatori di sangue. Nel 1993 l'Associazione conterà ben 20 medaglie d'oro. Ad essa si aggiunge, nel 1974, l'A.I.D.O.


Più controversa la vita dell'ospedale che è stato ampliato nei primi anni del dopoguerra e poi ulteriormente potenziato con alcuni reparti di particolare prestigio come quello di radiologia, di un centro rieducativo per gli anziani e nel 1987 di un Day hospital pediatrico. Dichiarato dalla Regione Ente Ospedaliero di Calcinate, Palazzolo è ancora al centro di stabili decisioni.


Nel 1993 faceva la sua comparsa l'associazione "Armonia Uno - Città parco" promossa dai Popolari per la riforma.


Anche riguardo alla stampa locale Palazzolo non fu secondo ad altri centri. Alla "Voce di Palazzolo", fondata nel 1947, Democrazia Proletaria contrappose per qualche tempo "L'Altra Voce". Nel 1977 il P.C.I. iniziava la pubblicazione di "Partecipare" e il P.S.I. di "Palazzolo socialista". L'oratorio di S. Sebastiano nel 1947 pubblicava "La Voce di Palazzolo".


Vivo l'interessamento per la storia e i beni culturali del luogo che si manifestò negli anni '60 ad iniziativa di un Comitato "Palatiolum" per la tutela del patrimonio storico, artistico e naturale promosso da Paolo Gentile Lanfranchi, da Franco Chiappa, Francesco Ghidotti e Pietro Rondi, ma soprattutto, per iniziativa di Francesco Ghidotti e Franco Chiappa con la fondazione della Società Storica Palazzolese che dal giugno 1963 pubblicò le "Memorie Illustri di Palazzolo" fino al 1984.


Nel settembre 1989 gli stessi studiosi e specialmente Francesco Ghidotti, davano vita alla Fondazione Cicogna-Rampana con sede nella casa Damioli-Cicogna che si prefigge, tra gli impegni più importanti, la costituzione di un museo della città.


L'attività musicale ha trovato espressioni nel Circolo Musicale fondato nel 1958 e nel Coro "La Rocchetta" fondato nel 1967 dal M° Renzo Pagani, applaudito dentro e fuori d'Italia. Di grande impegno l'attività del Teatro educativo cattolico che ha avuto come promotore instancabile Carlo Angelo Boselli.


Al ritorno dello sviluppo economico e civile ha corrisposto, già verso la metà degli anni '50, un risveglio di vita associativa. Infatti nel 1954 prende consistenza l'Associazione Bersaglieri che nell'anno seguente si avvantaggia di una fanfara che godrà viva simpatia e otterrà ottimi successi. Segue sempre nel 1955, la nascita del l'Associazione Genieri e dell'Aeronautica alle quali si aggiungono nel 1956 le Associazioni del Fante e della Marina e degli Autieri. Nel 1965 le Associazioni della Cavalleria e dei Ragazzi del '99 completeranno il quadro dell'associazionismo combattentistico. Fra le altre forme associative sono da segnalare nel 1965 il Lions Club e nel 1982 il Circolo Dopolavoro comunale avente come scopo la promozione della cultura, dello sport e del tempo libero. Gestì il Cine Life.


Fra le associazioni culturali sono da segnalare, la Nuova Cooperativa di cultura "La Sociale", fino al gruppo cultura "Parliamone" (1993). Attivo fin dagli anni '60 il Circolo Filatelico che organizza importanti mostre. Affacciatasi nel 1957 la necessità di una biblioteca degna della città, veniva programmata il I luglio 1961, inaugurata l'8 novembre 1964 e presto arricchita di prezioso fondo librario di Giacinto U. Lanfranchi.


Attivo fin dagli anni '60 il circolo culturale Giuseppe Tovini, fondato da don Attilio Chiappa.


Singolarmente rapido anche lo sviluppo sportivo che ha visto nascere accanto alla "Pro Palazzolo" impegnata in campionati importanti, iniziative altrettanto di rilievo quali il Gran Premio di Palazzolo (1951), divenuto poi il "Trofeo di marcia città di Palazzolo" ed altre gare. L'Atletica leggera ottenne particolare successo negli Anni Cinquanta. Sono nati inoltre già negli Anni Cinquanta il "Moto Club", il "Vespa Club", il "Tennis Club", lo "Sci Club" fondato nel 1985 dalla Sezione C.A.I. rinata nel 1947 dopo anni di inattività, la Società pesca sportiva alla Castrina, la Bocciofila e il Gruppo bocciofilo Fratelli Consolati, la Sezione cacciatori e, nel 1993, il Gruppo Sportivo Federcaccia.


Intensa l'attività della Polisportiva Palazzolese che conta tra le sue discipline molte attività quali la pallavolo (enormemente cresciuta dal 1979), la pallacanestro, la ginnastica, il calcio amatoriale, il kajak, il judo e il karate. Più personali ma significative le affermazioni dei fratelli Lanfranchi nel bob a quattro nelle Olimpiadi di Lake Placid in America (nel 1932) e di A. Lanfranchi nello skeleton a S. Moritz.


Tra i locali dedicati al tempo libero hanno avuto rilievo il Teatro Sociale (restaurato nel 1974), il Teatro Nuovo, il Teatro S. Sebastiano, del Conventino (delle Ancelle), il Teatro cinema Aurora delle ACLI.


Tra le varie iniziative sono da segnalare il Premio della bontà (1964) con l'aggiunta nel 1967 di benemerenze civiche per cittadini benemeriti e del premio Durante Duranti (1973). Nel 1965 veniva dato il via al concorso "Cuorino d'oro" , festival della canzone per bambini.




LA ROCHA MAGNA O CASTELLO DI PALAZZOLO. L'attuale castello, denominato "rocha magna" nei secoli passati faceva parte dell'insieme delle fortificazioni che cingevano il "castrum palatioli", coi due nuclei fortificati di Palazzolo e di Mura, dotati l'uno della "rocha magna" e l'altro della "rocheta". Secondo il parere dell'urbanista, intorno all'area del castello si sarebbe sviluppato il primo nucleo abitato della città. Queste fortificazioni facevano parte del sistema difensivo dell'Oglio e sono sorte a difesa del confini e del passaggio sul fiume, nel periodo longobardo-carolingio ed hanno avuto la massima espansione nella seconda metà dell'VIII secolo. Dopo il 1192, epoca dell'unificazione dei due nuclei urbani nel nascente Comune di Palazzolo, diminuisce l'importanza della rocchetti di Mura e cresce quella della rocca di Palazzolo. Dopo il 1517, colla cessione al Comune da parte della Serenissima Repubblica di Venezia, il castello decade, così come va sfaldandosi la cinta muraria palazzolese.


Il castello, a forma trapezoidale, è costituito da tre torri rotonde (due grandi e una piccola) e da una torre quadrata (mastio) chiamate: Mirabella, Ruellina, della Porta di Fuori e della Salvezza. Due sono le porte: del Ponte levatoio della Riva e del Soccorso, coi rispettivi ponti levatoi e postierle. All'interno della rocca esistevano le case di abitazione del castellano e della guarnigione e il pozzo; dal cortile si accedeva, mediante scale, ai camminamenti sotterranei, disposti su due ordini. Dai lati est ed ovest si staccavano le mura, che facevano capo alle porte di Brescia e dei Molini. Era circondato da un fossato (con o senza acqua) sul quale si affacciavano i camminamenti sotterranei ricavati nei terrapieni delle mura stesse, costruite con ciottoli di fiume. Esse terminavano con una merlatura alla ghibellina, sopra la quale c'era una tettoia, che riparava i camminamenti di ronda dalle intemperie. Il complesso, oltre che sede della guarnigione militare, di volta in volta ospitava gli appestati ed i prigionieri. Venne tenuto in efficienza a cura dell'autorità centrale; le spese per i materiali erano assunte dallo stato veneto, quelle per la mano d'opera erano invece a carico dei comuni della provincia bresciana. E fiorita e si tramanda da tempo, ma attende sempre una conferma, l'ipotesi dell'esistenza di un camminamento sotterraneo che avrebbe collegato le due fortezze (rocca grande e rocchetta) passando sotto l'Oglio. Sicuramente sono esistiti passaggi segreti per sfuggire agli assedi e riparare fuori dall'abitato, forse anche in direzione dell'Oglio. Al contrario di altri castelli medievali, andati distrutti, questo resta in piedi ed un sapiente restauro potrebbe renderlo ancora più affascinante.




PIAZZA ROMA. Quella che dal 1881 è stata chiamata piazza Roma, nei secoli passati è stata "platea magna" o piazza del Mercato, cuore di Palazzolo e del suo centro storico, punto nodale della viabilità cittadina. In essa convergeva la grande strada postale Milano-Venezia (direzione EO) ed era lambita dalla via Pontoglio-Capriolo-Adro (direzione NS). Collocata sulla sponda sinistra dell'Oglio, alla sua estremità sud si apre l'imboccatura del ponte carraio, fino a cent'anni fa unico manufatto che scavalcasse l'Oglio. In questo spazio urbano, rimasto fondamentalmente intatto fino all'inizio dell'800, a forma di rettangolo e circondato sui quattro lati dai portici medievali, si svolgeva il mercato settimanale del mercoledì poi trasferito sul Lungo Oglio, nel piazzale D. Alighieri, quindi sull'area di via Vedra.


Era abbellita da una grande fontana in marmo di Botticino, collocata nel 1791 sul lato nord e spostata su quello sud, quando per esigenze di viabilità piazza Roma ha subito un prolungamento fino al sagrato della nuova parrocchiale, ha inglobato la piazzetta Zamara per congiungersi, attraverso via XX Settembre, alla strada che scende da via Torre del Popolo. In piazza si trovavano gli edifici che nel passato hanno avuto funzioni importanti, come ad esempio nella casa d'angolo su via del Ponte, il primo ospizio-ospedale per pellegrini e viandanti, la sede della Società Operaia, poi dei sindacati, la "casa" delle scuole pubbliche, il cinema-teatro e sono concentrate le attività economico-commerciali, le banche, gli uffici, i negozi, i bar. Per la sua quota, rispetto al fiume Oglio, piazza Roma è stata spesso soggetta all'invasione delle sue acque, che hanno reso indispensabile l'uso della barca per trasferirsi da un caseggiato all'altro. Sul lato meridionale sorge uno dei fabbricati più belli dell'intera piazza: il cosiddetto palazzo Rossini. La facciata ha un portico con archi e volte molto ribassati del secolo XVII e un balcone con ringhiera in ferro battuto. Il prospetto interno, che dà sul cortile, è invece del XVIII secolo ed ha al piano terreno ed al primo e secondo piano due ordini di logge ed archi, ribassato quello al centro e a tutto sesto quelli laterali. Al primo piano il balcone, in pietra di Sarnico con ringhiera in ferro, ha una linea mossa sporgente dal filo della facciata, mentre al secondo il balcone, sempre in ferro battuto, è rettilineo. Al primo piano dell'edificio c'è una sala decorata con un medaglione centrale in stucco con un affresco del sec. XVIII raffigurante Minerva. In altre stanze restano alcuni camini di pregevole fattura. Un recente progetto dell'Amministrazione Comunale prevede un nuovo arredo urbano dell'intera piazza, nel tentativo di sottrarla all'intensa circolazione veicolare.




IL PALAZZO COMUNALE. L'edificio in cui ebbe sede l'amministrazione del Comune è quello dove si trova la Banca Popolare di Brescia, nella piazzetta Tamanza, sul lato ovest della Pieve. I molti rifacimenti hanno cancellato le vestigia del primitivo "palatium", forse risalente ad età più antica di quella comunale. Alla fine del secolo XV la costruzione è in condizioni disastrose ed ha urgente bisogno di manutenzione. Viene scelta la strada della edificazione di un nuovo Palazzo del Comune ed è scelta l'area occupata dall'ospitale/ospizio, nella piazza Maggiore (dove ora sta il caffè Centrale) sull'angolo verso il ponte dell'Oglio. Insorgono divergenze col podestà Giovanni di Antegnate, che non vuole aspettare per il tempo necessario alla costruzione del nuovo, abitando nel vecchio edificio. Vengono sospesi i lavori sulla piazza Maggiore e si risistema il vecchio palazzo. Lo si ingrandisce prolungandolo verso piazza Zamara e si costruisce la nuova sala del Consiglio Comunale, inaugurata colla seduta del 29 dicembre 1465 presieduta dal podestà Astolfo Porcellaga. Era una sala con soffitto a cassettoni in legno, tutta affrescata con stemmi podestarili e poi della repubblica veneta. Tracce di tali pitture sono visibili ancora oggi all'interno della Banca.


Nel 1618 c'è un altro ingrandimento; questa volta verso la piazza Tamanza, si costruisce il loggiato che va ad occupare l'area del demolito Battistero di S. Giovanni Battista. Va anche ricordato che la strada che congiungeva la Porta dei Molini a quella di Carvasaglio passava un tempo davanti al Palazzo. Quando esso venne ingrandito, un grande volto permetteva il congiungimento dei due tronchi del Palazzo scavalcando la pubblica via. Questo sottopassaggio venne man mano ristretto finchè scomparve del tutto, dopo che la strada passò davanti alla nuova chiesa parrocchiale e raggiunse la porta dei Molini per l'attuale via XX Settembre. Durante i lavori compiuti nell'edificio nel 1965 sono tornate alla luce le strutture antiche del Palazzo Comunale, che nel 1912 venne ceduto alla Banca e il Comune passò nell'edificio attuale, sistemato in quegli anni.




PALAZZI E CASE. In piazza Vincenzo Rosa (già Liretta) sorge l'imponente palazzo Zamara (poi Grange) costruito (o rifatto) nel '500 da Giov. Battista Zamara, nato nel 1530. Nel 1676 venne costruito a ridosso del palazzo un filatoio. Ceduto ad una società nel 1991 venne affidato alla Edil Program S.r.l. di Bergamo per una ristrutturazione. Fra le case più antiche forse risalente al 1200 è una casa di via Carvasaglio. Presenta all'esterno muri in pietra di Credaro con conci a vista e come scrive F. Lechi: «nell'interno sotto l'androne, un antico soffitto ligneo e, appena fuori nel cortile, a destra, un porticato basso ad archi a tutto sesto sormontato da una loggetta con colonnine in cotto, cilindriche, a capitelli romanici semplici». La casa fu dei Maggi, forse per lascito di una qualche famiglia distinta di Palazzolo. Passò poi alla Congrega di carità apostolica di Brescia.


Sulla stessa via fa bella mostra di sè il palazzo Muzio (poi Pagani) con ingresso costituito dal solo portale affiancato da mezze colonne quali paraste che sostengono un ricco e prezioso balcone in ferro battuto, ed una bella finestra anch'essa incorniciata da eleganti colonne che sostengono un'architrave ad arco spezzato. Come ha sostenuto F. Lechi: «La severa sobrietà della pietra di Sarnico dona al tutto un senso di quella sponta nea signorilità tanto facile ad incontrarsi in provincia». Lo stesso Lechi ha rilevato la ricchezza di archi di cui è adorno il lato nord dell'ampio cortile e il portico maggiore a sei campate ad arco ribassato con colonne toscane, sul quale si svolge la loggia di dodici arcatelle bellissime a tutto sesto con agili colonne. Nell'angolo ovest si apre lo scalone a due rampe.


Cinquecentesca è anche la casa al n. 7 di via Bissolotti, dalla mole piuttosto robusta ma distesa, e organizzata eccezionalmente su quattro piani oltre al piano terra. Così l'ha descritta F. Lechi: «Le finestre del primo piano, due a due, si affacciano sopra un lungo balcone in ferro battuto, poi, salendo, vengono altre simili con stipiti in pietre, senza balcone, poi quattro finestrelle quadrate con cornice in pietra e infine, sotto la gronda, una loggetta aerea di nove arcatelle con colonnine in pietra verso la strada principale e con pilastrini sulla strada secondaria. In questo caso la loggetta, tanto usata fra noi, serve da coronamento, è la "baltresca" più elegante del solito».


Della casa che sorge in piazza Roma il Lechi attribuisce probabilmente al '600 il portico con archi a volte molto ribassate mentre il prospetto interno che dà sul cortile è del '700. Ha tre ordini di logge ad archi: al piano terreno e ai due piani sovrastanti; vi è al centro un arco ribassato ed ai lati due archi, più piccoli, a tutto sesto. Al primo piano il balcone, in pietra di Sarnico con ringhiera in ferro, ha una linea mossa sporgente dal filo della facciata, mentre al secondo piano il balcone, sempre in ferro battuto, è rettilineo. All'interno è degna di nota una sala al primo piano: ha un medaglione centrale in stucco con un affresco del secolo XVIII raffigurante Minerva.


Secentesca è anche casa Foresti (poi Ricovero dei vecchi) in via Britannici, 12. Sulla strada si presenta solenne, racchiuso fra due alti muri, un grande portale a larghi bugni accoppiati e spaziati sorretto da mensole ed un altro pedonale più basso per i pedoni. Segue il palazzo, anch'esso una chiara e pulita facciata, con un portale a bugne piatte e finestre con cornice in pietra e quelle al primo piano con alto frontone. Nel cortile un muro portava strane decorazioni barocche di animali ora scomparse. Su un altro muro busti di Cesari e un'aquila. Un portico ad archi ribassati corre lungo i lati a nord e a ovest. Il cornicione è adorno di mensole a fiori di acanto e testine di personaggi romani.


Oltre al palazzo non finito che si incontra venendo da Brescia, i Marzoli eressero su case più antiche, su un'altura dominante il fiume, un palazzotto che secondo F. Lechi per la posizione e per la struttura «pensate alla grande ha una sua bella caratteristica fra le costruzioni bresciane del sec. XVII». Di grande signorilità sono l'altissimo portale a fasce e bugne di pietra di Sarnico e sopra di esso, leggero, non incombente, un balcone in ferro battuto assai ben lavorato. Le finestre hanno tutte una fastosa decorazione a fresco per cornice, e a piano terra inferriate di ferro quadro, intercalate da grandi stemmi. Un balcone ed un balconcino movimentano la facciata. Decorazioni barocche di buona imitazione degli anni 1920-1930 ornano il sottogronda e le sale di tutto il palazzo, e accompagnano la ricchissima collezione di quadri ed un tempo di armi. All'interno, nelle strutture più antiche preesistenti sono stati trovati affreschi che vengono fatti risalire al sec. XIV. Il palazzo passò dai Duranti, ai Lantieri di Paratico e, infine, ai Marzoli. Tra le curiosità è lo stemma degli Scaligeri che ancora si vede su una casa di vicolo Consonni.




TORRE DEL POPOLO. Caratteristica anche per la sua altezza, venne eretta sulla torre Mirabella. Il progetto è da qualcuno attribuito al Massari. L'erezione venne approvata con delibera comunale del 1803, iniziata dopo con trasti e difficoltà nel 1813 e terminata nel 1819 circa, ma completata nel 1830. Venne subito considerata come una delle più belle torri campanarie della Lombardia. Il 21 gennaio 1831 venivano benedette le campane (per fondere le quali erano stati utilizzati vecchi cannoni). Nel luglio entrava in funzione l'orologio. La Torre dell'altezza di circa 85 m. venne inaugurata nel 1838 con la cella campanaria completa della cupola e la statua di S. Fedele. Intorno alla base sono state poste dodici statue di santi di artisti del tempo. Le statue del cupolino sorretto da colonne sono dello scultore Marchesi. In piazza Tamanza esistono pezzi di capitelli di otto colonne che fanno da panchine, opera del celebre architetto bergamasco Cesare Quarenghi (1744-1817), che acquistati per la costruzione della cella campanaria della Torre del Popolo non vennero mai utilizzati se non per sedili. Bruciata la statua di legno, rivestita di rame, il 19 febbraio 1893, venne sostituita, nel 1896, su iniziativa dell'arciprete don Cremona, con un'altra dello scultore clarense Antonio Ricci, la prima di tali dimensioni, del peso di soli 900 kg., realizzata in galvano plastica nello stabilimento Vittorio Turati di Milano.




TEATRO SOCIALE. Eretto nel 1869 con la trasformazione di una caserma, a sua volta trasformazione della chiesa di S. Francesco della Confraternita del Gonfalone, della quale nel seminterrato è ancora visibile l'impianto della chiesa e di affreschi del sec. XV. Vennero realizzati tre ordini di palchi. Il velario venne dipinto dal pittore Campini che vi raffigurò tre signore palazzolesi: Lucia Camorelli, Francesca Cicogna e Giulia Cicogna, rispettivamente nelle vesti dell'Industria, del Commercio e dell'Agricoltura.


Nei restauri operati nel 1974 comparvero affreschi del '500.


Diventato inadeguato il Teatro Sociale, nel 1921 venne aperto il Teatro Varietà o Nuovo, decorato con nove grandi pannelli fissati alla balconata della loggia, dipinti dal giovanissimo Giuseppe Rubagotti e dai pittori palazzolesi Rondi e Mascherti.




MONUMENTI. Oltre al cippo ai caduti eretto nel 1919 nel Cimitero, ai caduti venne dedicato nel 1927 un monumento sulla piazza principale, opera dello scultore Bazzaro. Vennero eretti in seguito il 17 marzo 1955 il monumento all'Alpino di Domenico Lusetti, nel settembre 1956 il monumento ai caduti del Mare, opera di Pietro Murator, nel 1972 il monumento al Bersagliere, opera dello scultore Luigi Ghidotti, il 23 giugno 1985 un monumento alla Resistenza.


Il Museo dei ricordi di guerra trovò sede, nel novembre 1991, nei locali dell'ex asilo in via Torre del Popolo. Belle EDICOLE E DIPINTI si trovano in via Matteotti n. 17 (Madonna), su casa Omboni all'incrocio di via Matteotti con via Palazzoli (Madonna con Bambino e due santi e la scritta f.f. Petrus de Zulianis die 3 octobris 1503), su palazzo Duranti.


Fra le cascine più antiche sono da ricordare le Ventighe (da "Antiquae" antiche) e Caraglio già nominate in documenti del 1300.




CIMITERO. Costruito nel 1810 fuori la quadra di Mura, venne ampliato nel 1928. Ha alcuni notevoli monumenti fra i quali la "Pietà" di Giuseppe Siccardi di Bergamo posta nel 1836 sulla tomba Lanfranchi, ed un'altra su quella di don Luigi Udeschini (1940) ed altre ancora.




ECCLESIASTICAMENTE Palazzolo appartenne nella più antica età alla Pieve di Coccaglio. Non esistono infatti, nel territorio nomi di santi che facciano pensare a "loca sanctorum" antichissimi, salvo S. Pancrazio e non è forse un caso che si trovi nella zona dell'antichissima Alino. La Pieve, come opina P. Guerrini, venne probabilmente eretta nell'XI-XII secolo per istituzione vescovile conglobando parte dei territori più marginali delle pie vi di Coccaglio, Erbusco e Telgate e particolarmente le parrocchie di Palosco e Pontoglio. Costituita la Pieve, venne eretta nel sec. XI-XII la nuova chiesa plebanale oggi chiamata chiesa vecchia e di recente restaurata. Ebbe uno xenodochio del quale rimane traccia a secoli di distanza. Del capitolo plebanale rimasero poi l'arciprete e due canonici, la cui giurisdizione dovette essere molto antica e veramente collegiale dato che a distanza di secoli continuarono ad amministrare l'unico beneficio capitolare e intorno ad esso accendevano frequenti controversie, causa di discordie poco edificanti. Si venne finalmente nell'anno 1390 alla divisione dei beni patrimoniali e alla costituzione di tre benefici distinti, quali sussistono ancora.


Il 6 dicembre 1390 l'arciprete della Cattedrale di Brescia dott. Giovanni Zendobbio, eletto arbitro della vertenza dall'arciprete di Palazzolo Giacomo de Colognolis e dai due canonici Giovanni Zamara e Giovanni fu Stefanino de Gisolfis de Alino, divideva in quattro parti tutti i beni patrimoniali, i censi, i mobili, ecc., della massa capitolare e ne assegnava due parti all'arciprete e le altre due ai due canonici, imponendo a questi di non poter amministrare i sacramenti senza licenza dell'arciprete, al quale era riservata la preminenza e la direzione delle funzioni sacre e della cura d'anime. Una certa autonomia con un rettore godette Mura che probabilmente appartenne agli inizi alla Pieve bergamasca di Telgate, unendosi solo alla fine del sec. XII, conservando un suo beneficio (incamerato per legge nel 1866) e continuando ad essere eletto dalla Vicinia. A Riva ebbero casa e chiesa monastica i "fratres S. Antonii" o monaci di S. Antonio di Vienna che avevano un priorato in Brescia.


Le visite pastorali dal sec. XVI danno l'idea di una comunità ecclesiale viva, ben retta da sacerdoti pur quasi sempre litigiosi per questioni di precedenza. Una riprova della religiosità è la presenza attiva dalla fine del sec. XV o dagli inizi del sec. XVI della Disciplina che, come ha scritto Francesco Ghidotti, consolidatasi come istituzione, fissò la sua sede nella chiesa adiacente al cimitero della Comunità; chiesa che, dedicata a San Francesco, divene il fulcro di tutta l'attività della Compagnia dei "Disciplinanti" detta appunto di San Francesco, compagnia che segui antiche regole, comuni a tutte le istituzioni di questo tipo, che andavano diffondendosi nelle nostre parrocchie. Il 9 settembre 1636 essa ottenne, con un indulto pontificio, l'aggregazione all'Arciconfraternita romana del Gonfalone, aggregazione che portava, come conseguenza, la possibilità di lucrare tutte le indulgenze e ottenere i privilegi di cui godeva quella di Roma. La regola venne data alle stampe nel 1758. Si avvantaggiò di legati e visse per secoli. Animarono inoltre la vita religiosa le Confraternite del SS. Sacramento e più tardi del S. Rosario.


La vita religiosa si sviluppò, nonostante le tensioni fra il clero locale che si accentuarono nel 1685, sotto il parrocchiato dell'arciprete Agostino Fenaroli, quando il vescovo Gradenigo si trovò costretto a minacciare la sospensione a divinis ai due canonici se non fossero stati sottomessi in tutto all'arciprete. Tensioni che non ostacolarono per nulla l'erezione, dal 1750, di una nuova bella chiesa parrocchiale per la quale furono proprio i sacerdoti a far pressioni sull'arciprete don Giovanni Suardi. Tempio completato con fervorosa ed intensa opera dal successore don Angelo Muzio nonostante il perdurare dei contrasti coni canonici. Echi di vita religiosa rinnovata lasciò dal 6 dicembre 1772 al I gennaio 1773 la Missione presieduta dal ven. Bartolomeo dal Monte; fra i frutti di essa furono la dottrina domenicale dei fanciulli e la pace fra le classi sociali del luogo e cioè fra originari, forestieri e contribuenti. Nè la bufera giacobina che vide soppresse le confraternite, dilapidata la chiesa di ori e argenti per 7 pesi, imposte insopportabili tassazioni, non rallentarono le manifestazioni di religiosità rinfocolate da nuove pie associazioni come quelle di S. Giuseppe, di S. Luigi Gonzaga ecc., che ebbero una vera esplosione nel 1805 con i miracoli attribuiti alla Madonna di S. Pietro che richiamarono immense folle e che vennero troncati solo dall'abbattimento dell'affresco e della chiesetta. Basta scorrere il "Calendario delle feste della Chiesa di Palazzolo" prima del 1774 di Vincenzo Rosa pubblicato nel 1967 da Francesco Ghidotti in facsimile per aver un'idea della devozione dei palazzolesi.


Negli anni '30 dell'800 nasce la Pia Opera di S. Dorotea per la formazione delle fanciulle, da considerare il primo oratorio femminile di Palazzolo. Il 19 gennaio 1868 per iniziativa di p. Pompeo Maza nasceva la Compagnia di S. Angela di cui furono guide la nob. Teresa Baioni e la maestra Caterina Gorini che fu la prima superiora mentre direttore fu don Lanfranco Bonari. Alle necessità di tempi difficili, di epidemie, di agitazioni sociali ed economiche andarono incontro particolarmente l'arciprete don Giuseppe Bettinelli che nel 1856 promosse un orfanotrofio femminile. Intenso l'apostolato di don Ferdinando Cremona, la cui devozione mariana diede vita al Santuario lourdiano. Sotto il suo parrocchiato nacque e si solidificò un movimento cattolico che condizionerà per decenni la vita palazzolese soprattutto grazie all'attività di mons. Tommaso Bissolotti.


All'assistenza alla fanciullezza abbandonata fece eco subito quella agli anziani ed agli inabili al lavoro, attraverso l'ospizio di carità fondato nel 1896 dall'arciprete don Ferdinando Cremona accanto al Santuario della Madonna di Lourdes da lui stesso eretto. Su un piano caritativo più generale don Luigi Schivardi aveva fondato il 9 gennaio 1870 la Conferenza di S. Vincenzo, di cui fu primo presidente il cav. Agostino Lagorio. Intensa anche l'opera educativa per la gioventù. Per iniziativa di don Luigi Schivardi, coadiuvato dall'ing. Pietro Gasparini, nasceva nel 1894, presso la chiesa di S. Sebastiano, l'Oratorio Maschile, al quale, dopo don Schivardi, diedero opera generosa don Celestino Facchini (1901-1906), don Alberto Morandi (1906-1925) ecc.


Ma la vita parrocchiale fu intessuta di molte altre forme associative, alcune particolarmente vitali. Nel 1892 esistevano, infatti, a Palazzolo, la Confraternita del SS. Sacramento, il Terz'Ordine di S. Francesco d'Assisi, le Figlie di S. Angela Merici, le Figlie di Maria (eretta nel 1889 con 300 iscritte), la Congregazione della B.V. di Lourdes (eretta nel 1888 con 1800 iscritti), la Confraternita della Madonna del Carmine, l'Associazione di S. Francesco di Sales, l'Obolo di S. Pietro, la società delle Madri Cattoliche. Don Cremona si riprometteva di fondare anche un gruppo per la Conservazione della fede nelle scuole. Attiva era la Compagnia di S. Luigi che nel 1903 raccoglieva 300 giovani. Opere di carità si alternavano a manifestazioni solenni di religiosità, come l'erezione, nel maggio 1896, sul campanile della nuova grandiosa statua (m. 6,80 di altezza) di S. Fedele. Viva la presenza di congregazioni religiose. Di rilievo fu per la gioventù femminile l'apertura nel 1886 della Casa delle Ancelle della Carità che, oltre alla formazione religiosa e l'educazione di ragazze e giovani, aprirono un orfanotrofio femminile, una scuola di lavoro, una scuola elementare cui seguirono altri tipi di scuola, oltre agli asili d'infanzia e l'ospedale abbandonato nel 1991. Altre congregazioni religiose che si segnalarono furono i Concezionisti addetti per anni all'orfanotrofio femminile, le Suore della Sacra Famiglia addette dal 1908 alla Casa di riposo "Don Cremona" oltre che al setificio Guzzi (dal 1902).


Sotto il parrocchiato di mons. Zeno Piccinelli nel 1930 vengono erette numerose aule di catechismo, cresce sempre più l'attività filodrammatica che ottiene premi di prestigio e che avrà grande sviluppo. Nell'ambito dell'oratorio nel 1935 nasce il Patronato per il sostegno delle attività. Sviluppo ha nel frattempo l'Azione Cattolica grazie all'impulso dato da don Luigi Udeschini. Dal 1945 si sviluppano, sotto la guida di don Carsana, gli oratori di periferia, alle Calci, a S. Rocco, a Mirasole. Grandiosa la Casa del giovane promossa nel 1954 per iniziativa di don Attilio Chiappa, cui segue l'attivissimo Circolo Tovini. Nel maggio 1970 veniva avviata la costruzione di un nuovo oratorio. La parrocchia pubblicò dal 1934 al 1947 un Bollettino della Parrocchia di Palazzolo sull'Oglio diventato poi dal 1978 "Dalla Comunità parrocchiale di S. Maria Assunta Palazzolo sull'Oglio. Lettera aperta del parroco alla sua comunità parrocchiale" e poi, ancora, "Bollettino Parrocchia S. Maria Assunta. Palazzolo s.0.".


Dal 1955 veniva pubblicato "L'angelo in Famiglia. La Voce dell'Oratorio Città di Palazzolo sull'Oglio", con articoli formativi, notizie varie dell'oratorio e notizie storiche sulla vita religiosa di Palazzolo. Nel 1958 viene fondato la "Voce di Palazzolo" legata alla "Voce del Popolo". La comunità parrocchiale non trascurò nuove opere di carità e di assistenza con la Conferenza femminile di S. Vincenzo fondata da Ambrogio Signorelli nel 1921. Nell'ambito della parrocchia e per merito dell'arciprete don Fausto Guerrini nel 1972 nacque, fra i primi in diocesi, il gruppo di volontariato "Cor unum" avente lo scopo di sollecitare l'organizzazione di servizi sociali a livello comunale, con particolare attenzione agli anziani ed ai minori disadattati. Grazie anche all'impulso della presidente Sara Giusi Noris, da 20 iscritti iniziali, nel 1987 raggiungeva i 158 che andarono poi aumentando.


Di rilievo l'attività musicale nell'ambito parrocchiale, nella quale si distinse la Scuola di canto del maestro Guido Filippini, cui seguì il già citato Coro "La Rocchetta" Nel 1962-1963 venne affrontata dall'arciprete don Piccinelli, con coraggio, la creazione di nuove parrocchie. Oltre S. Pancrazio, già autonoma da lungo tempo, vennero istituite le parrocchie di S. Paolo in S. Rocco, del S. Cuore, di S. Giuseppe Artigiano. Nel gennaio 1977 il vescovo mons. Morstabilini, a conclusione della visita pastorale, poteva constatare il permanere a S. Maria Assunta di una "bella tradizione religiosa" e come rimanesse il centro religioso più importante di Palazzolo nel quale continuavano "a confluire molti anche dalle altre parrocchie da non molto costituite". Ultimi notevoli avvenimenti della parrocchia di S. Maria Assunta sono stati: l'inaugurazione il 12 maggio 1979 nella Pieve vecchia restaurata dell'Auditorium S. Fedele e il 1 ottobre 1989 la grande missione cittadina; nel 1991 il restauro dell'Oratorio di S. Sebastiano; nel 1993 la visita pastorale del vescovo mons. Foresti.




PIEVE. È opinione di Franco Chiappa che la pieve di Palazzolo intesa come "plebatus", ossia come giurisdizione ecclesiastica, sia sorta probabilmente pochi secoli dopo l'erezione della rocca palazzolese e la formazione della cinta muraria che dalla "rocha magna" si dipartiva a circondare e proteggere il primitivo borgo longobardo o carolingio. E ancora che la chiesa vicinale di Palazzolo, prima di divenire sede di plebania, dipese probabilmente dalla pieve di Coccaglio che aveva una estensione giurisdizionale che, pare, si estendeva da Gussago fino all'Oglio. La pieve fu eretta probabilmente nel sec. XXI, nel periodo della prima espansione economica sociale dal vescovo di Brescia specialmente dopo le già accennate concessioni di privilegi sull'Oglio di Lodovico II nell'862 e particolarmente quello di Corrado II al vescovo Olderico del 1037. La pieve si estese così, togliendoli a più antiche pievi come quella di Erbusco, di Coccaglio, ai territori di Pontoglio, Alino (fino alla chiesa di S. Giacomo alla Spina). Quando poi nel 1192 Mura venne definitivamente incorporata nel "districtus Brixie" anche la sua chiesa di Mura venne unita alla chiesa di S. Maria, pieve di Palazzolo, e la vicaria della pieve palazzolese si estese a Palosco "districtus Pergami et diocesis Brixie" ed a Cividino che ancora nel XV secolo era esso pure "districtus Pergami et diocesis Brixie", come è rilevabile da un documento di investitura feudale vescovile del 1423. Alla fine del XII secolo la pieve di Palazzolo comprendeva quindi territori di amministrazione civile bresciana (Palazzolo, Mura, Pontoglio, Alino) e territori di amministrazione civile bergamasca (Palosco, Cividino). Questa fu la massima estensione della pieve palazzolese e tale si conservò per secoli, tanto che, seguendo il percorso delle "rogazioni" palazzolesi descritte da Vincenzo Rosa nel 1794 si ha, sul finire del XVIII secolo, la perfetta coincidenza con l'estensione pievana palazzolese come era sul finire del XII secolo.


Come ha sottolineato Franco Chiappa: «I beni ecclesiastici ("beneficium sacerdotale") della pieve di Palazzolo erano un feudo vescovile e pertanto la pieve, tramite le persone dei suoi sacerdoti, doveva versare al vescovo, quale riconoscimento di vassallaggio, un simbolico contributo. A sua volta l'arciprete di Palazzolo infeudava il comune e gli "homines" del paese per l'uso profano della chiesa, del "toracium horarum" e di altri luoghi sacri (la cappella di S. Fedele era la sede del tribunale pretorio, la cappella di S. Giovanni Battista la sede del "consortium charitatis", la chiesetta della "Maddalena" era il deposito comunale per legname, ferramenta e fieno) e perciò la comunità doveva versare, ogni anno, all'arciprete un quid come "fictum plebis"».


Secondo il Guerrini, nei tempi più antichi, il governo della pieve era affidato ad un "capitolo" di sacerdoti presieduti dall'arciprete, il qual capitolo provvedeva ad officiare nella chiesa pievana e nel pievato sotto la diretta amministrazione dell'arciprete stesso. Arciprete e coadiutori facevano vita in comune ed in comune ed indiviso possedevano il beneficio sacerdotale o "massa capitolare". In questa "massa capitolare" devono essere confluiti (dopo il 1192) anche i beni patrimoniali della chiesa vicinale di S. Giovanni Evangelista di Mura, chiesa quest'ultima che, pare, possedeva ancora nel 1296 alcuni possedimenti terrieri sul territorio di Soncino e più tardi (1333) il mulino e l'isoletta del Mugazone, e nel 1379 i beni dotali della antichissima chiesetta della Maddalena.


La decadenza della vita comunitaria portò a contrasti fra l'arciprete e i suoi coadiutori, che sfociarono nella già citata sentenza arbitrale del 6 dicembre 1390. Solo nel 1420 viene nominato il primo cappellano o canonico della pieve con prebende proprie, sacerdote che è così il primo titolare della cappellania prima o canonicato primo della pieve di Palazzolo mentre la questione della seconda coadiutoria o cappellania o canonicato venne risolta, dopo contrasti, solo a metà del sec. XV, sanzionata dal consiglio comunale il 23 febbraio 1462, dato che, a quanto pare, questo vantava diritti nella nomina dei canonici e anche dell'arciprete.




LA PRIMA CHIESA. Il Chiappa suppone l'esistenza di una chiesa primitiva anteriore alla costituzione della pieve e perciò eretta prima del Mille e che avrebbe occupato uno spazio molto piccolo, corrispondente a parte dell'attuale navata settentrionale della "chiesa vecchia", o meglio corrispondente in larghezza alla misura della parete est dell'antico "palacium comunis"; il lato ovest della antichissima primitiva chiesetta ed il lato est del "palacium" coincidevano. La chiesetta, secondo il Chiappa, sarebbe divenuta poi plebanale fino a quando dopo la fusione di Mura con Palazzolo, divenne troppo inadeguata alla popolazione. «L'ingrandimento, scrive il Chiappa, che si può definire duecentesco, consistette nell'allargare la primitiva aula fino a raggiungere una cubatura corrispondente a quella delle navate settentrionale e centrale dell'attuale "chiesa vecchia". Contemporaneamente fu costruito il "toracium horarum" ed il battistero esterno o "cappella S.ti Johannis Baptistae" con una scala a chiocciola ancora esistente. Ne sortì una modesta aula rettangolare, priva di navate e coperta da un tetto a capanna». Nulla si può saper d'altro della chiesa se non che vi aveva un altare la famiglia Palazzoli e che la cappella, ricavata nell'abside della precedente chiesa, era ornata da un affresco del tardo Duecento o della prima metà del '300 raffigurante un grande Cristo Crocifisso con Angeli ai lati, e, ancora, che quasi certamente tutte le pareti perimetrali della chiesa pievana vennero coperte, tra il XIII ed il XV secolo, da moltissimi affreschi votivi, resti dei quali qua e là affiorano, mentre altri sono probabilmente ancora nascosti sotto intonaci più recenti. Inoltre sappiamo che era usata per le riunioni delle vicinie di contrattazioni concernenti la comunità civile ed addirittura come arsenale o deposito delle armi del comune.


Gli scavi operati nella "vecchia" pieve negli anni 1977-1978 portarono alla luce i resti di due chiese precedenti: la prima della fine del sec. VIII-IX, la seconda sovrapposta del sec. XIII che con la pieve edificata nel sec. XV manifestarono di aver avuto un identico epicentro: la prima chiesa si estendeva in corrispondenza dell'attuale navata centrale della "chiesa vecchia", con l'abside posizionata appena prima della gradinata dell'attuale presbiterio. La seconda chiesa, romanica, seguì lo stesso andamento con due absidi poste a metà circa dell'attuale presbiterio. La terza chiesa continuò ad avere lo stesso orientamento, pur con un'abside presbiteriale ancor più arretrata in direzione orientale. In più si verificò che tutte e tre le chiese ebbero l'impianto absidale sito in posizione orientale e, tranne possibili ma non dimostrabili finestre aprentisi su detto lato, nessuna delle due chiese precedenti alla attuale ebbero porte d'ingresso site sul lato orientale delle stesse.


«La tecnica costruttiva di questa più antica chiesa, scrive F. Chiappa, è la stessa usata per la costruzione della rocca e cioè ciottoli fluviali cementati con calce, con esclusione (almeno nei pochi resti pervenuti fino a noi) di pietre squadrate o di materiale laterizio: le poche pietre lavorate ed i laterizi usati nelle muraglie di questa prima chiesa sono di provenienza romana. Gli scavi hanno permesso di mettere in luce tutto l'impianto absidale completo della chiesa carolingia: l'abside era costituita da due muraglie concentriche a semicerchio distanziate tra loro di circa due metri; nella concavità dell'arco più interno era probabilmente l'altare unico della chiesa; tra la concavità della parete absidale più esterna e la convessità della parete più interna correva un corridoio semicircolare utilizzato probabilmente come "coro" della chiesa. Il catino concavo della muraglia più esterna era forse tutto affrescato: certamente recava una fascia decorativa ad affresco che correva tutto intorno alla base del muro; abbiamo trovato resti di questa decorazione. L'affresco purtroppo è andato distrutto poche settimane dopo il rinvenimento, per la caduta accidentale degli intonaci; era però stato fotografato a colori appena venuto in luce così che di esso abbiamo almeno una documentazione fotografica. E ancora conservato in sito il pavimento originale del corridoio semicircolare interabsidale».


«La chiesa, scrive ancora il Chiappa, essendo stata costruita come chiesa vicinale e non battesimale, non doveva avere battistero esterno, ma probabilmente aveva un suo campanile e forse, come fondazione dello stesso, è interpretabile il grande ammasso di grossissime pietre cementate con calce sito nell'angolo di nord-ovest della prima chiesa palazzolese: il reperto è tuttora visibile attraverso la finestrella di mezzo che è stata lasciata sul pavimento della navata settentrionale della "chiesa vecchia". Tutto intorno alla chiesa carolingia, così che quasi ne delimitano il perimetro, sono state trovate le più antiche tombe individuali che, per la tecnica di costruzione, si possono far risalire a periodi varianti tra il IX e il XII secolo. Numerosissimi sigilli tombali in pietra circolare con foro centrale sono stati trovati e sono da attribuire alle più antiche tombe palazzolesi. Sul lato settentrionale della chiesa ed esternamente ad essa doveva esservi un ambulacro foggiato a portico di chiostro, sito ad un livello maggiore del piano della chiesa; dovrebbe corrispondere all'attuale navata settentrionale della chiesa. Attraverso questo ambulacro era possibile recarsi dalla porta della chiesa carolingia al cimitero, contornando dall'esterno il fianco settentrionale della chiesa. La grande aula della chiesa romanica, coperta probabilmente da un tetto a capanna, era segmentata, a metà, da un grandissimo arco a sesto acuto (o a tutto sesto): nel grande sotterraneo, a metà circa della parete settentrionale della chiesa romanica, si vedono sporgere, in direzione meridionale, le fondazioni del supporto murario del montante settentrionale del grande arco; il supporto del montante meridionale è meno evidente essendo stato parzialmente demolito da tempo per lo scavo di una tomba. Il pavimento della seconda chiesa doveva essere costellato di lapidi tombali andate distrutte durante la costruzione della terza chiesa: abbiamo però potuto recuperare due sigilli tombali decorati e scritti appartenenti alla chiesa romanica che sono stati murati "a parete" nel grande sotterraneo; una è la lapide tombale del notaio Bartolomeo Duranti capostipite di tutti i Duranti palazzolesi, morto nel 1501; l'altra, più antica, è la lapide dell'arciprete palazzolese Giovanni di S. Pellegrino, morto nel 1452».


Incorporata nelle fondazioni dell'abside e facente con esse corpo venne costruita una forte torre quadrata (toracium horarum) valutata di un'altezza di oltre 15 m. nella quale era un grande orologio pubblico in legno, ancora perfettamente funzionante nella prima metà del sec. XV.




LA CHIESA "VECCHIA". Verso la fine del sec. XV l'antica chiesa plebanale venne modificata e ristrutturata nelle forme che oggi ha ancora la chiesa vecchia diventata recentemente l' "Auditorium S. Fedele". Come ha scritto il Chiappa la trasformazione avvenne costruendo, all'interno dell'aula, le navate settentrionali e centrali, mentre la navata meridionale fu costruita utilizzando l'area dell'ex cappella di S. Fedele, l'area del basamento del "toracium horarum" e coprendo con la nuova costruzione gran parte dell'antica "platea superior". La nuova abside si estese in direzione est occupando probabilmente il cortile preesistente. Secondo le poche notizie raccolte dal Chiappa nei documenti rimasti, i primi ricordi di lavori si possono datare dal settembre del 1475; pare che in quell'anno si stesse costruendo la volta a crociera ("crosera") di una cappella, anzi nell'ottobre del 1475 la "crosera" doveva essere terminata, dato che viene indicato il prezzo speso per la costruzione. I lavori, proseguiti fino al 1477, dovettero essere interrotti per essere ripresi nel 1481 con la decapitazione del torrazzo delle ore e il basamento trasformato in cappella, l'orologio smontato e rimontato altrove, forse sulla torre della rocchetta. Il 30 aprile 1481, per la prima volta, si trova una annotazione che precisa che i "rationatores" del comune si sono riuniti per controllare le "rationes fabrice ecclesie et ad rationes Johannis fornarii". Intorno a questa data deve quindi essere stata abbattuta la cappella di San Fedele, nonché il forno da pane e le casupole adiacenti alla cappella stessa. L'anno dopo deve essere stato completato il campanile nuovo (per la prima volta si parla di un "campanile" e non di un "toracium") e su di esso sono issate le nuove campane, fuse da un non meglio precisato "magister Jacopus de Groppo". Dopo una probabile altra sosta i lavori vennero ripresi nel 1491 e continuarono, con varie interruzioni, per altri anni: nel 1509, da grossi barconi che avevano risalito l'Oglio da Covo, migliaia di mattoni furono scaricati sul ponte dell'Oglio e da qui portati alla chiesa mediante otto grossi carri; nel 1525 il Civerchio dipinse la pala per l'altar maggiore della terza chiesa pievana palazzolese. Nonostante la scarsità delle notizie reperite, si può affermare, scrive il Chiappa, con discreta sicurezza, che la costruzione della terza chiesa si sia compiuta in un arco di tempo che, a voler essere larghi, coprì lo spazio di mezzo secolo: dal 1475 al 1525. A lavori finiti, la nuova chiesa era costituita da tre navate; aveva una grande abside presbiteriale per il coro e l'altare maggiore; aveva una nuova porta principale d'ingresso che venne inserita nella muraglia romanica occidentale. Due entrate aveva sul lato meridionale, mentre sul lato settentrionale nella prima metà del sec. XVI venne costruita la grande sagrestia. In obbedienza agli ordini di S. Carlo (1580) venne chiusa una porta sul lato meridionale ed aperta una su quello settentrionale. I decreti di S. Carlo ordinavano che si chiudesse anche l'altra apertura a sud e che al suo posto fosse aperta un'altra porta sulla facciata principale ad ovest; fortunatamente questa parte dei decreti del santo non venne eseguita. Secondo la ricostruzione del Chiappa, a lavori finiti la Scuola del Corpo di Cristo (o del SS. Sacramento) ebbe il suo altare nella prima cappella in alto della navata settentrionale e poco dopo il 1599 i Campi di Cremona vi dipinsero il grande affresco dell'Ultima Cena (ora l'affresco è stato ripulito e si spera di poterlo restaurare); contemporaneamente l'altare ebbe buone sculture in legno rappresentanti in grandezza naturale la Resurrezione di Gesù dal sepolcro con ai lati S. Biagio e S. Nicola da Tolentino, mentre la cappella fu tutta lastricata di mattonelle marmoree bianche e nere e più tardi fu chiusa da una cancellata di ferro e ottone (la cancellata è scomparsa da tempo e così dicasi dell'altare originale ligneo che non si trovava più in sito già alla fine del secolo scorso). Appena al di sotto dei gradini antistanti la detta cappella furono a suo tempo predisposti due sepolcreti: uno per i confratelli ed uno per le consorelle della scuola del SS. Sacramento; i sepolcreti ora sono scomparsi e sono presentemente occupati dall'impianto di riscaldamento mentre, la grande lastra marmorea del sigillo tombale, che era stata levata diversi anni fa, è stata ora murata nel pavimento della sala più interna del piccolo sotterraneo. Dal lato opposto, ricavato all'interno dell'ex "toracium horarum", ebbe sede la scuola del SS. Rosario con il suo altare; anche qui, sempre poco dopo il 1599, i Campi (o la loro scuola) dipinsero un grande affresco allegorico di ottima fattura e che ora è stato ripulito in attesa di un restauro; il dipinto raffigura S. Domenico che, alla presenza di gran folla vestita in foggia cinquecentesca, offre il rosario al Pontefice Innocenzo XII. L'altare in origine aveva una sua pala raffigurante la Madonna contornata dai quindici misteri del rosario; a metà del '600 fu fatto un altare marmoreo e sul principio del '700 la pala fu sostituita da una mediocre statua della Vergine. La cappella del SS. Rosario però non esiste più. L'altare seicentesco è stato ora trasferito nella ex cappella di S. Fedele. Nel 1602 Pietro da Marone affrescò il presbiterio e la sua grande cupola e parimenti affrescò la cupola della ex cappella del SS. Sacramento. Presentemente la grande cupola affrescata è stata restaurata mentre tutto il restante ciclo pittorico del da Marone è stato solamente ripulito e attende un adeguato restauro.


Nel coro sono raffigurati: S. Pietro e S. Sebastiano, S. Rocco, S. Maria Maddalena e le Sibille e sono firmati «Petrus Maro Brix. F. - MCII». Nelle cappelle laterali due grandi affreschi rappresentano: l'Ultima Cena, l'uno e Innocenzo III e S. Domenico, l'altro.


Poco dopo il 1653, la scuola del SS. Crocifisso ebbe un suo altare particolare ed una sua cappella, mentre prima il grande Crocifisso stava appeso al centro dell'abside presbiteriale tra la Madonna e l'Angelo dell'Annunciazione dipinti dal da Marone. Come sede della scuola del SS. Crocifisso fu utilizzata la seconda cappella della navata meridionale della "chiesa vecchia" , cappella che fu tutta ornata di barocche stuccature, dorature e pitture e che ebbe anch'essa una sua cancellata ferrea tuttora esistente. Il grande Crocifisso seicentesco è ora situato nella stupenda cappella marmorea della nuova parrocchiale settecentesca. Poco prima del 1653, a spese del comune, venne eretto, dirimpetto all'altare del SS. Crocifisso, ma nella navata settentrionale, l'altare dedicato a S. Carlo che fu ornato da una pala di discreta fattura (tuttora esistente) e che meriterebbe di essere restaurata. Ora, al posto dell'altare originale, che è andato in disfacimento, è stato posto il pregevole altare seicentesco che già fu altar maggiore della "chiesa vecchia".


Appena al di sotto dell'altare di S. Carlo, nel 1709, fu ricavato un altare con una sua piccola cupola; lo spazio occupato dalla nuova cappelletta era prima del 1709 occupato da una stanzetta che conteneva una scala che, già sul finire del '500, permetteva l'accesso diretto alla chiesa dall'attigua arciprebenda. L'altare appena costruito fu dedicato a S. Antonio di Padova e fu trasferito al completo nel 1773 nella nuova parrocchiale settecentesca. Ora sull'altare (non originale) della cappella è stata posta una tela, ricuperata, raffigurante S. Luigi re. La cappella di fronte al suddetto altare di S. Antonio (la ex cappella di S. Fedele) fino al 1580 racchiuse il secondo ingresso meridionale della terza chiesa. Il pavimento della "chiesa vecchia", prima del restauro attuale, era costellato di ben quindici lapidi tombali dei secoli XVI, XVII, XVIII che chiudevano altrettante tombe di famiglia. Per necessità di scavo, le tombe furono demolite e le lapidi furono trasferite sul pavimento del grande sotterraneo; si è conservata in sito solo la lapide tombale settecentesca della famiglia Bazini posta davanti all'altare del SS. Crocifisso. Costruita tra il 1751 e il 1774 la chiesa nuova, altari, quadri, statue vennero trasferiti nella nuova, mentre la vecchia continuò ad essere officiata per oltre 150 anni come chiesa sussidiaria, subendo però le ingiurie del tempo e degli uomini (fu utilizzata come bivacco per i soldati durante la Repubblica Cisalpina e pure durante la grande guerra 1915-18). Opere di restauro vennero effettuate sia sul finire del secolo scorso, sia negli anni 1946-47, quando la chiesa venne completamente restaurata da Rubagotti di Coccaglio e riaperta (l'8 dicembre 1947) al culto. L'edificio restò sempre più abbandonato e fu recuperato solo con la trasformazione della chiesa, ormai sconsacrata, nell'attuale "Auditorium di S. Fedele", avvenuta negli anni 1977-1979. L'auditorium venne inaugurato il 12 maggio 1979.




LA CHIESA "NUOVA". Voluta solo da "alcuni" fin dal 1742, quando l'arciprete don Suardi già divisava, raccogliendo offerte, il restauro e la decorazione della vecchia Pieve (da parte dei Castellini di Milano che avevano appena restaurato la chiesa dell'abbazia di Rodengo). Venne decisa nel 1742 con l'incarico a don Angelo Muzio per avvicinare l'arch. Marchetti che stava costruendo il Duomo di Brescia ed ottenere un suo sopralluogo in Palazzolo per la scelta dell'area della nuova chiesa che cadde sul terreno delle "Maddalene", appezzamento con un casamento annesso alla piccola chiesa di S. Maria Maddalena che nel 1743 venne messa a disposizione dalle sorelle Eleonora e Francesca Zamara. Solo il 10 novembre 1748 tuttavia la vicinia generale deliberava con 91 voti favorevoli e nessuno contrario di edificare un "nuovo Tempio parrocchiale" essendo la chiesa vecchia "non solo angusta, ed incapace del numero delle Anime" e "di struttura non troppo decente" . Per ottenere i necessari permessi e raccogliere le somme il conte Giorgio Duranti, rappresentante della Quadra Riva, si interessava presso l'arch. veneto Giorgio Massari (autore della chiesa di S. Maria della Pace), il quale nel 1750 inviava diversi disegni, fra i quali ne venne prescelto uno. Ottenuto il 21 giugno 1750 il permesso dal Governo di Venezia ed acquistata la proprietà Zamara per far spazio alla costruzione, il 10 febbraio 1751 il suono delle campane annuncia il via all'opera.


Il Maza Brescianelli racconta che gli eletti alla fabbrica ottennero licenza di far filare la seta, lavorare e condurre materiale anche nei giorni festivi, mentre il 24 febbraio 1751 si procedeva alla nomina della commissione per la questua, per i lavori, ecc. Il vescovo, con decreto 12 marzo 1751, autorizzava la costruzione della nuova chiesa; l'architetto Girelli col tecnico G.B. Soldati (preferito all'arch. Corbellini, impegnato nella costruzione della chiesa di Pontoglio) il 27 marzo dello stesso anno, prendeva le misure dove doveva erigersi il coro e il 18 aprile 1751 veniva posta dall'arciprete Suardi la prima pietra. Alla realizzazione dedicarono particolare generosità Martino Folsadri che pagò il secondo lotto della proprietà Zamara, l'abate conte Giorgio Durante, acclamato in morte (1755) "pietra fondamentale" della chiesa, e "colonna" della fabbrica e che, pittore, oltre che musico, vendette quadri a favore della costruzione. Un legato di tale Lucia Romana, morta nel 1724, servì all'erezione degli altari del S. Crocifisso e del SS. Sacramento. Ancora nel 1751 si passò alle fondamenta della Cappella del SS.mo Sacramento, mentre nel 1752, dopo la costruzione del coro, si procedette alla costruzione delle due piccole cappelle laterali ora dedicate a S. Luigi Gonzaga ed ai "Santi". Nel 1775 era a buon punto l'altare del SS.mo Sacramento e i reggenti, pensavano già, alla pala passando commissione al pittore Giuseppe Bottani buon pennello cremonese, allora residente a Roma. Poi, dopo la morte del prevosto Suardi, nel 1755, vi fu una sosta. Infatti la grandiosa cupola veniva completata solamente nel luglio 1762 e, nello stesso mese, in soli dodici giorni, il pittore Pietro Scalvini affrescò nei pennacchi, sotto la cupola, i quattro Evangelisti. Tre anni dopo, cioè nel 1765, l'interno della chiesa poteva considerarsi ultimato fatta eccezione delle finiture. Tuttavia il desiderio di vederla funzionante fu frustrato per anni per la sopravvenuta questione dei banchi da riservare o meno alle famiglie che già ne godevano i privilegi nella pieve vecchia, questione che divenne lite e che costò la prigione a due dei più accesi sostenitori. Solo alla fine del 1772 vennero celebrate le prime messe, mentre nel 1773 anche l'abside aveva la maestosa pala dell'Assunta opera del pittore veneziano Michelangelo Morlaiter, raccolta in una monumentale soasa. Nei primi giorni del 1774 giungeva da Venezia su carri il grande organo, opera di Gaetano Callido. Il 24 settembre 1774 venivano benedetti i cinque altari completati nel 1775. Ricomposta nel 1779 la annosa e assurda lite dei banchi per la quale erano stati imprigionati due canonici, nel 1780 venne trasferito dalla vecchia alla nuova chiesa il Fonte battesimale e la chiesa incominciò ad ospitare le sacre funzioni.


La consacrazione ebbe luogo solo il 6 maggio 1782 per le mani del vescovo Nani che fissò la data della dedicazione alla prima domenica di maggio. A ricordo venne posta la seguente epigrafe: «TEMPLUM HOC / CUM OMNI CULTU ORNATUQUE SUO / PIAE MENTIS INSTINCTU / AB OPPIDANIS AERE CONLATO EXTRUCTUM / AC DEIPARAE VIRGINI IN COELUM ELATAE / SOSPITAE SUAE PRAESENTISSIMAE / DEDICATUM / JOHANNES NANIUS EPISCOP BRIXIENS DUX MARCHIO COMES / STATIS RITIBUS / MORE MAJORUM CONSECRAVIT / PRIDIE NONAS MAJI A.D. MDCCLXXXII».


Continui avvenimenti politici ed altre difficoltà di diverso genere permisero solo nel 1838, in occasione del prossimo passaggio dell'Imperatore d'Austria, ricorrendo ai progetti dell'arch. Luigi Donegani, di avviare la costruzione della facciata che, tuttavia, per difficoltà finanziaria, venne terminata solo verso il 1848 mentre l'imperatore passava da Palazzolo senza veder compiuta l'opera. Ancora più tardi vennero collocate sulla facciata le statue e precisamente: al centro l'Assunta, ai lati S. Fedele e S. Maria Maddalena. Più in basso, sugli attici, S. Giovanni Battista e S. Paolo e nelle nicchie i due Profeti Isaia e Geremia. Il bassorilievo sulla porta centrale rappresentante la "Disputa fra i dottori" venne eseguito dall'Emanueli.


Circa il complesso architettonico Antonio Massari ha scritto: «È questa l'unica chiesa, fra quelle rimaste, ideata e costruita dal Massari a tre navate e crociera. Pare che a questo schema, per lui inconsueto, si sia deciso anche per ragioni di spazio; infatti l'area edificabile era costretta fra la strada per Bergamo e il fiume Oglio; occorreva dunque dare alla costruzione la maggior larghezza possibile. La pianta, se si tiene conto anche delle due sagrestie che affiancano la cappella maggiore, è inscritta in un rettangolo; ha forma basilicale absidata a croce latina, con le cappelle laterali che di poco eccedono il perimetro delle navate minori. All'incrocio dei due assi, una cupola senza tamburo riceve luce per gli otto fori di una lanterna. Esternamente la decorazione è ridotta a semplici riquadri in risalto di muratura; la cupola è chiusa in un tiburio, secondo l'usanza lombarda. Alle due estremità del transetto sorgono due campanili gemelli, che ebbero recentemente modificata la parte terminale, essendosi sostituito all'originario cupolino a pianta ottagonale, uno sgraziato tetto a quattro spioventi, che li ha ridotti in stile neoclassico. Vista dalla sponda destra dell'Oglio, la mole imponente presenta un perfetto equilibrio di volumi».


L'interno particolarmente maestoso ed elegante venne rifinito con lunghe scansioni di tempo. L'organo, opera di Gaetano Callido, danneggiato da un fulmine 1'8 settembre 1778, restaurato dallo stesso Callido nel novembre seguente venne nel 1786-1787 sostituito con altro costruito da Luigi Lingiardi di Pavia e restaurato nel 1977 dai fratelli Piccinelli di Ponteranica. Nel 1792 vennero eseguiti i bellissimi confessionali ornati di fiori e putti; nel 1794 il pulpito; nel 1797 il coro e il banco reggimessali; nel 1882 venne posto il pavimento in marmo del presbiterio e poco dopo eseguite le balaustre, dorate le cantorie e i capitelli delle colonne del presbiterio stesso. All'iniziativa dell'arciprete don Cremona si devono nel 1893 le tre grandi bussole in legno delle porte, il rifacimento di tutto il pavimento e un nuovo pulpito. La costruzione delle bussole, in legno di noce, venne affidata ai seguenti artigiani locali: Eugenio Magri, Francesco Savoldelli, Luigi Schivardi, Pietro Foresti, Luigi Masneri, Antonio Galignani con a capo Battista Tito Tironi. Seguirono nel 1910 la pavimentazione "alla veneziana" di tutta la chiesa da parte della ditta dell'ing. V. Gelmi di Verona, il nuovo pulpito opera della Scuola intagliatori Cesare Zonca di Bergamo, offerto dalla signora Maria Porta Brentana. Nuovi restauri ai tetti vennero eseguiti nel 1935, mentre nel 1938 vennero affidati al pittore G.B. Galizzi di Bergamo, gli affreschi della cupola, nella quale vennero dipinte le otto Beatitudini, nel 1939 si procedette al restauro di tutte le decorazioni in stucco e dei chiaroscuri dello Scalvini da parte dei Rubagotti di Coccaglio.


Dal novembre 1939 al marzo 1940 con marmi forniti soprattutto da Severo Trotta di Virle Treponti e da Giuseppe Remuzzi di Bergamo i fratelli Giovanni e Battista Sala rivestirono di marmi tutto l'interno della chiesa. Opere di restauro e decorazioni in stucco compirono i fratelli Rubagotti di Coccaglio, mentre Angelo con alcuni ritocchi di Giovanni Bevilacqua restaurò gli affreschi dello Scalvini. Venne restaurato su disegno dell'ing. Alessandro Mazzola di Brescia il campanile di destra, mentre lo scultore Tuvani di Bergamo scolpì in marmo di Botticino i due angeli del timpano della chiesa. Vennero inoltre istoriate dal pittore Tuvarotta e dallo scultore Saponaro le tre finestre dell'abside, mentre la Vetreria Fontana di Milano decorò con vetri policromi tutte le finestre delle navate. L'8 settembre 1943 venne salvato il concerto di campane tolto appena da pochi giorni per requisizione bellica. Ricuperato alla stazione di Chiari, venne nascosto in una cascina di Val Vallena. Rifuso poi nel 1946, venne benedetto 1'8 aprile. Nuovi interventi vennero compiuti nel 1951 quando venne affrescata l'abside, affidandone l'esecuzione al pittore milanese Vanni Rossi. Gli affreschi del Rossi (1951) suscitarono perplessità ed anche contrasti perchè ritenuti stonati all'architettura settecentesca e perchè ad essi venne sacrificata la grande soasa con la tela dell'Assunta del Morlaiter, due statue dei S.S. Pietro e Paolo dell'Emanueli, e il cancello di ferro battuto di un artigiano palazzolese, il Morandi.


Nel 1987 vennero restaurati dalla Cooperativa del Laboratorio di Botticino, sotto la guida dell'arch. Mario Serino, gli altari della Madonna del Rosario e di S. Giuseppe. Dal 1980 al 1982 in occasione del bicentenario della consacrazione di questo luogo di culto, si procedette al rifacimento completo del tetto, ormai in pessime condizioni, e alla successiva tinteggiatura delle pareti esterne. Alcuni anni dopo venivano restaurati gli altari di San Giuseppe e della Madonna, con la sistemazione dell'intonaco e la tinteggiatura del soffitto rovinato in più punti a causa dell'umidità e delle infiltrazioni di acqua. Nel 1992, i lavori di restauro vennero ripresi, con il rifacimento dell'intonaco, la lucidatura dei marmi e la tinteggiatura delle pareti. Questo intervento, deciso dal parroco don Giuseppe Bregoli, di concerto con il consiglio parrocchiale per gli affari economici, venne così a completare l'opera di restauro complessiva della chiesa parrocchiale. Nel 1993, infine, venne restaurato il sagrato.




GLI ALTARI. Entrando, a destra, si incontra il Fonte battesimale, qui trasportato dalla chiesa vecchia il 2 marzo 1780. La cappella liscia venne ornata sul muro di fondo da un grande affresco di fattura mediocre, rappresentante S. Giovanni Battista che amministra il Battesimo a Gesù, sostituito da una copia di un capolavoro dell'arte italiana, incorniciato dalla bordura di marmo già appartenente alla pala dell'Altar Maggiore. Segue l'altare di S. Fermo già di S. Antonio di P. Già nella chiesa vecchia (costruito nel 1705), venne trasferito nella nuova nel 1780 e qui ingrandito come si rileva dalla differenza fra la mensa ad intarsio e le colonne con relati va parte superiore, per notare che queste sono di diversa fattura. È stato poi dedicato a S. Fermo raffigurato in una statua in legno di buona fattura. Nella cappella laterale o cappellone è l'altare del veneratissimo Crocifisso, eretto su disegno del Massari, con marmi forniti dal 1767-1769 dalla ditta G.B. Micetti di Varallo. La sommità dell'altare è adorna di due putti di Angelo Calegari (1775) mentre gli altri due Angeli e le statue di Mosè e di Davide sono dello scultore Gelfi (1787). In apposita nicchia quadra è il Crocifisso, un tempo coperto da una tendina dipinta da Antonio Paglia. Il grande e bellissimo Crocifisso sarebbe infatti comparso, secondo una leggenda locale, in un mattino di un anno lontano addossato al pilone mediano del ponte sulla seriola di Chiari che congiungeva la quadra di Riva a quella di Piazza. Lo tratteneva per un braccio la grossa pietra e oscillava sulle onde, nell'imminente pericolo di essere trascinato lontano dalla corrente. Fu facile, comunque, ad alcuni generosi buttarsi in acqua e recuperarlo. Riposto nella pieve, il Crocifisso fu festeggiato e si pensava di collocarlo al centro dell'arco della parete del coro quando si fecero avanti i clarensi accampando precisi diritti in quanto a loro apparteneva la seriola nella quale il Crocifisso era stato trovato. Nacquero discussioni senza fine, condite da cavilli giuridici, picche e ripicche, alle quali con eguali pretese si unirono gli abitanti di Erbusco e di Pontoglio, i cui campi erano lambiti dalla stessa seriola. In seguito a ricorsi e a controricorsi l'autorità veneta decise che il prezioso cimelio venisse abbandonato in acqua e fosse della parrocchia dove si fosse fermato. Si fermò al limite dei confini di Palazzolo impigliato in una radice da dove fu difficile liberarlo e a Palazzolo rimase. Quello che è sicuro è che il bel Crocifisso fu al centro di viva devozione, di solenni funzioni per le più diverse necessità, di legati e di grazie straordinarie, come attestano numerosi ex voto. Posto dapprima nella pieve venne poi su apposito altare trasferito nella nuova, dove su questo altare ha continuato ad essere al centro della più viva devozione. Di rilievo l'incoronazione con corona di spine in oro da parte del vescovo mons. Tredici il 24 settembre 1950.


Segue l'altare dei Santi con una bella tela di Grazio Cossali, un tempo nella chiesa di S. Maria Maddalena, raffigurante l'Incoronazione della B.V. e i S.S. Maria Maddalena, Fedele e S. Carlo e con l'interessante sfondo di Palazzolo con il portone, demolito nel 1788, che difendeva Mura verso il ponte dell'Oglio. Sotto la pala in un'urna sono custodite le antiche reliquie di S. Fedele e quella, pure di questo Santo, ottenuta nel 1780 dal vescovo di Como. I marmi dell'altare, costruito negli anni 1778-79, sono di pregio.


L'altare maggiore venne eretto in ricchi marmi policromi di grande eleganza nel 1774. Su di esso venne posta una pala, (che nella rimozione andò distrutta per far luogo agli affreschi di Vanni Rosso) una grande pala dell'Assunta del veneziano Michelangelo Morlaiter, (1773) tra due statue (anch'esse rimosse) dei S.S. Pietro e Paolo. Scendendo nella navata, sulla destra è l'altare a S. Luigi Gonzaga eretto da una Pia Congregazione di giovani ed inaugurato il 25 giugno 1775. L'altare di marmo ha linee semplici con una nicchia che accoglie la statua del Santo. La cappella o cappello di destra accoglie l'altare del SS. Sacramento. Ricco di marmi tra i quali predomina il verde di Venezia, è ornato da belle sculture del bresciano Angelo Calegari: sono di quest'ultimo i putti e gli angeli della parte superiore e le due statue laterali rappresentanti Melchisedech e Abimelech. Di questo altare prezioso è il tabernacolo con colonnette di lapislazzuli, acquistate col legato del rettore Tamanza, morto nel 1705. La bella pala raffigurante l'Ultima Cena era stata commissionata al celebre pittore romano Pompeo Girolamo Batoni, il 2 febbraio 1753.


Segue l'altare della Madonna del Rosario, in marmo, costruito dal 1768 al 1769 ma finito a distanza di anni. I Quindici Misteri, che incorniciano la nicchia, vennero collocati solamente nel 1773; i capitelli "di gesso" delle colonne, forniti dallo scultore Aglis, vennero collocati nel 1774. La statua ancora pochi anni fa era vestita; ora è di legno dorato, lavoro venuto dalla Val Gardena nel 1937. Ai lati dell'altare vi sono due statue in stucco: quella di sinistra rappresenta S. Domenico e quella di destra S. Rosa da Viterbo, eseguite dallo scultore Antonio Gelfi nel 1781. La festa annuale del Santo Rosario (prima domenica di ottobre) una volta avveniva con sfarzo e grande solennità. Alla festa non mancavano tre trombettieri e due tamburini.


L'ultimo altare di destra, presso la porta laterale, dedicato a S. Giuseppe, proviene dalla Chiesa di S. Domenico in Brescia demolita nel 1867 e acquistato nel 1869 dal canonico Rossini, presidente della Confraternita di S. Giuseppe. È in marmo a più colori; originariamente doveva comprendere una grande pala, certo un dipinto: lo dice il grande riquadro che venne coperto con tavole di marmo, nel mezzo del quale è una nicchia con la statua di S. Giuseppe, statua di nessun pregio.




CHIESE ESISTENTI


S. Alberto v. SS. Trinità o S. Alberto.


S. Anna v. S. Antonio o S. Anna


S. Antonio o S. Anna, nel rione di Riva (oggi via Matteotti). La tradizione, peraltro storicamente attendibile, è che sia stato edificato dai monaci Antoniani di Vienne, che assistevano i pellegrini e viandanti al guado del fiume. Nel 1572 era cadente e il visitatore mons. Pilati proibiva celebrazioni. Venne più volte restaurato. In una bella cornice cinquecentesca si conserva una bella tela raffigurante la Madonna col Bambino, S. Antonio ab., S. Francesco d'A. e S. Firmo rubato poi. Di pregiati marmi l'altare. Viva la devozione, in essa, per S. Anna, in onore della quale si svolgono ogni anno funzioni e una processione. Dal 1985 la chiesa venne, su progetto dell'arch. Felice Labianca, rimessa a nuovo, restituendola alle sue primitive linee. Durante i restauri si rinvennero sotto il pavimento avanzi di murature tardo romane e un'ampia vasca in cocciopesto visibile da un vetro collocato sul pavimento. Di S. Anna esiste una statua.




S. Antonio di Padova. Chiesetta annessa un tempo a palazzo Foresti, venne eretta a Mura su richiesta del conte Francesco Foresti, del 4 marzo 1720, che donava alla chiesa pezzi di terra per il suo finanziamento. Il 18 marzo seguente il vicario generale Leandro Chizzola approvava il progetto. In breve la chiesetta era una realtà. Ad un'unica navata, con sacrestia e piccolo campanile, venne dedicata come suggerisce un'epigrafe «D.O.M. / Divi Antoni de Padua / nomine / dicatum».




S. Carlo alle Gonzere. Costruita probabilmente dopo la metà del sec. XVII da Luca Antonio Bazzini di Lovere, presso la cascina Gonzere, a metà strada fra Palazzolo e Pontoglio, secondo Vincenzo Rosa venne dapprima dedicata a S. Luca, mentre a partire dal 1670 è sempre citata come dedicata a S. Carlo. Nel 1819 passò in proprietà ad Ottavio Neghersoli e nel 1938 a quella della famiglia Cicogna. È stata riaperta al culto negli anni '70.




S. Giovanni Evangelista di Mura. Franco Chiappa ne presume la fondazione tra il sec. IX e il sec. X. Fu diaconia o chiesa vicinale, sempre secondo il Chiappa, della pieve di Telgate o di quella di Caleppio. «Molto presto, come scrive il Chiappa, questa Chiesa vicinale ottenne una sua autonomia dalla pieve madre ed infatti ebbe un suo cimitero annesso alla chiesa, ma ben difficilmente potè essere una chiesa battesimale; le chiese vicinali infatti ottennero il battistero, annesso ma sempre esterno alla chiesa, solo verso la fine del XIII secolo. Dopo la seconda pace di Mura, la chiesa di S. Giovanni Evangelista fu staccata dalla pieve madre cui fino ad allora era appartenuta per aggregarla alla pieve di Palazzolo: da quel momento e fino al 1459 l'importanza della chiesa decadde poiché tutte le funzioni sacramentali della chiesa di Mura furono assorbite dalla chiesa pievana di Palazzolo; solo il cimitero e la chiesa stessa di Mura continuarono ad essere usati per seppellirvi i morti della Quadra. Dal 1192 fino al 1459 la chiesa di S. Giovanni Evangelista perse di importanza, divenne una semplice chiesa dove forse veniva celebrato solo il giorno del Santo titolare; per tutto il suddetto .periodo nessun sacerdote fu ufficialmente titolare di detta chiesa. La chiesa di Mura divenne una chiesetta sul tipo dell' "Oratorio" di S. Antonio sulla Riva o della "Maddalena" nella Quadra di Mercato: una oscura, quasi abbandonata chiesa, forse anche sconsacrata come erano la cappella di S. Fedele e lo stesso "Oratorio" della Maddalena». Nel 1459 riprese vigore per la decisione presa dalla Vicinia, approfittando della presenza in Mantova di papa Pio II, di inviargli una commissione formata da due "cives" per ottenere il diritto di juspatronato sulla chiesa di S. Giovanni, ossia il diritto di presentare, ogniqualvolta si rendesse vacante la sede, il nominativo atto ad essere eletto cappellano della chiesa stessa col titolo di rettore. Da parte loro i petenti si impegnavano a dotare la chiesa stessa di beni immobili tali da dare un reddito annuo di almeno 10 fiorini d'oro e di accrescere col tempo la dotazione di altri beni, così che fosse possibile far ufficiare regolarmente la chiesa «ad consolationem non modicam populi trasfluvialis terrae praedictae». Questo diritto di juspatronato doveva essere accordato in perpetuo ai petenti ed ai loro eredi e successori. I petenti si impegnavano a presentare il nominativo di loro scelta all'Arciprete della pieve di Palazzolo il quale, fatta la presentazione, avrebbe provveduto a decretarlo nominato in sede. Il papa rispose ufficialmente 1'8 novembre 1459 con sua bolla resa pubblica il 15 gennaio 1460. Pochi giorni dopo, il 20 gennaio 1460 venne nominato il rettore, don Tonino Celeri, che oltre a costruire l'annessa cappella a S. Rocco, commissionava ad Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone, il polittico dell'altare raccolto in una bella cornice intagliata. Volatilizzate nel tempo, sembra nella seconda metà dell'800, le tavole del polittico secondo qualcuno una sola, raffigurante S. Caterina da Alessandria, sarebbe ora nel museo Poldi-Pezzoli di Milano.


La chiesa all'epoca della visita di S. Carlo (1580) conservava nelle sue strutture architettoniche la forma della antichissima chiesa altomedioevale, sia all'interno che all'esterno, con la sola aggiunta della cappella di S. Rocco costruita sul lato sud della chiesa a ridosso del campanile. S. Carlo ordinò che venisse aperta una porta che dalla chiesa desse accesso diretto alla cappella di S. Rocco. Accanto alla chiesa di S. Giovanni venne eretta nella prima metà del sec. XVII la cappella del Suffragio. Nei primi decenni del sec. XVIII la chiesa di S. Giovanni venne ampliata e ristrutturata. Completamente vuotata all'interno, fu demolito il tetto a capanna, vennero demoliti gli archi a sesto acuto che poggiavano sulle quattro coppie di lesene, fu aperta la parete nord in corrispondenza della cappella del Suffragio così che detta cappella comunicasse direttamente e per tutta la sua parete sud con la chiesa di S. Giovanni e divenisse quindi un corpo unico con la stessa (prima probabilmente la cappella del Suffragio comunicava con la chiesa mediante una semplice porta aprentesi tra la seconda e la terza lesena del lato nord della chiesa); venne demolita completamente l'antica facciata e la prima coppia di lesene fu abbattuta così da permettere l'avanzamento della nuova facciata in direzione dell'antico campanile sorgente sul lato sud della chiesa, la cella a volta esistente a livello del suolo fu sventrata, il volto distrutto e all'interno del moncone superstite dell'antico campanile fu innalzato lo spigolo sud del nuovo catino dell'abside, la chiesa fu sopraelevata di quasi il doppio della sua primitiva altezza, fu costruito un nuovo più alto, ma più sottile campanile sul lato nord, fu rifatto in sezione poligonale il coro-presbiterio della chiesa e si diede un nuovo assetto architettonico all'interno della stessa, che è poi quello che noi tutti conosciamo. L'avanzamento della facciata della nuova chiesa in direzione ovest fu fatto a scapito dell'antico sagrato che già era stato sacrificato per il passaggio della nuova strada di S. Giovanni verso la via per Grumello. Per sicurezza architettonica furono in quella occasione costruiti i due potenti arconi di controspinta rimessi in evidenza durante i recenti restauri, sia sul lato nord che su quello sud della chiesa. Tutta questa nuova ristrutturazione architettonica è chiaramente visibile e leggibile in ogni parte della chiesa poiché furono usate tecniche e materiali uniformi che danno la certezza della contemporaneità o per lo meno della omogeneità della costruzione.


Il campanile venne provvisto nel 1786 di tre nuove campane. Trasformata in caserma nell'aprile 1799 venne poi riaperta al culto qualche mese dopo. Nel 1933 per intervento di don Alberto Morandi venne rifatto il pavimento, nel 1935 fu fatto eseguire dal ventiduenne pittore palazzolese Matteo Pedrali un grande affresco (mq. 25) suddiviso in sei riquadri dedicato a S. Gerolamo Emiliani, patrono degli orfani. Nel 1943 venne commissionata al pittore bergamasco Romeo Bonomelli la completa decorazione della chiesa con episodi della vita di S. Giovanni Evangelista. Di essa il pittore preparò suggestivi bozzetti, rimasti tali per la morte del pittore avvenuta il 24 settembre 1943. Don Morandi provvide nel 1945 ad una ripulitura della chiesa affidata ai Rubagotti di Coccaglio. Fu abbellita dal 1962 per interessamento di don Benedetto Galignani con il generoso appoggio della popolazione di Mura. Oltre ad opere di radicale ristrutturazione muraria vennero restaurati dai Rubagotti di Coccaglio gli affreschi delle volte. Lavori tutti inaugurati il 26 ottobre 1966.


Particolarmente venerata in S. Giovanni l'Addolorata o la Deposizione, attribuita da qualcuno a scuola bolognese ma che Felice Murachelli attribuisce a Santo Cattaneo. La statua di S. Girolamo Emiliani proviene da una bottega della Val Gardena e venne inaugurata nell'aprile 1935. Furti vandalici di tele del '600-'800 vennero compiuti nel gennaio 1976.




S. Luca. v. S. Carlo alle Gonzere.




Madonna di Caravaggio a Boscolevato. Dedicata alla Madonna di Caravaggio, venne eretta presumibilmente nel sec. XVIII. Di proprietà Pelizzari-Biasca.




Madonna di Lourdes. È situata in via Carvasaglio presso una delle quattro porte della città. Fu voluta dall'arciprete don Cremona che non lesinò spese e cure perché risultasse in piccolo una riproduzione (prima in Italia) della prima basilica di Lourdes. Iniziata la costruzione nel 1882, nel 1886 il santuario era già officiato e fu subito meta della pietà mariana dei palazzolesi e specialmente della gioventù femminile che ebbe accanto il suo oratorio e l'orfanotrofio femminile aperto nell'ottobre 1885. Don Cremona volle che accanto al santuario sorgesse anche il ricovero dei vecchi iniziato nel 1895. Soltanto a decenni di distanza esso verrà trasferito in locali più ampi ed adatti nella Quadra di Mura. Nel 1889 venne ultimato il campanile con campane della ditta Pruneri; nel 1902 la chiesa veniva completata con le due navate laterali, il coro e la grotta. Allo scopo di creare anche un discreto sagrato don Cremona comperò, anche per abbatterlo, il palazzetto Muzio, ma lo rivendette poi, per sopravvenute difficoltà finanziarie, utilizzando il ricavato per erigere un nuovo altare maggiore in marmo. Il santuario entrò nel cuore dei palazzolesi che, guidati dal loro prevosto, provvidero nel 1955 ad opportuni restauri ad opera di Giuseppe Rubagotti che disegnò anche la grande vetrata centrale inaugurata il 19 settembre 1955. I mosaici furono incentrati sul tema dell'ammirazione del cielo e della terra verso il mistero della Madre di Dio. Il mosaico della lunetta sovrastante la porta principale raffigura la basilica di S. Pietro e vuol significare la consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria fatta da papa Pio XII. Sovrasta la scena in un ornamento a sesto acuto la figura dell'Immacolata. Nel santuario ritornano frequenti i motivi di angeli e fanciulli uniti nel canto di lode alla Vergine. Gli angeli in mosaico occupano le pareti della navata. Simboli di fiori, iscrizioni tolte dal profeta Isaia, da Dante e dai canti del popolo indicano tutto il mondo che si muove verso la Vergine. Le figure dei fanciulli in affresco occupano il perimetro dell'abside e finiscono nelle canne d'organo che sembrano raccogliere il concerto di tutti. Il soffitto è invece coperto di stelle e il catino dell'abside di note musicali. Il santuario non è certo un capolavoro d'arte, ma non manca di una sua suggestività. Nell'ottobre 1978 la chiesa venne radicalmente restaurata.




Madonna di Caravaggio alla Sgraffigna. Chiesetta in via Molinara dedicata alla B.V. di Caravaggio eretta verso la prima metà dell'800 presso la cascina della Sgraffigna (forse correzione di sopraligna o sopralinea) dai coniugi clarensi G.B. Brescianino (m. nel 1879) e Maria Schivardi (m. nel 1855). Passò poi in proprietà delle famiglie Biacca, Bani e Piva-Cavalleri. È sempre stata al centro di viva devozione. Sull'altare è rappresentata la Madonna di Caravaggio mentre la sagra della chiesetta ha luogo il 15 settembre, festa dell'Addolorata.




S. Maria in campagna o "in Campis". In territorio del comune di Cologne, sull'antico tracciato stradale e appartenente alla parrocchia di Palazzolo e di giuspatronato della Confraternita del SS. Sacramento. Considerata antichissima, sarebbe stata ricostruita nel 1434-1444 come indicherebbe un'iscrizione su un mattone in caratteri gotici: «Y.H. S. MCCCCXXXXIIII». Ha un solo altare con pregevole pittura del '600 rappresentante la Natività di Maria Vergine; al fianco destro del quadro era un affresco raffigurante S. Antonio di Padova che tiene tra le braccia Gesù Bambino; a sinistra, un altro raffigurante S. Fermo con la data 1693. Altro affresco esisteva all'esterno sulla porta d'ingresso, raffigurante l'Annunciazione. Vincenzo Rosa attesta che anche nella cucina della casetta del romito esistevano pitture antichissime. Una data, 1711, indica probabilmente un restauro. Aveva un piccolo beneficio soppresso il 22 gennaio 1777 in seguito ad una lite insorta fra Erbusco e Palazzolo. Nel 1930 era in parte in rovina e venne sommariamente restaurata. Conserva affreschi del sec. XVII.




Morti del Russ. Eretta nel 1794 su iniziativa di Giovanni B. Bonari con le offerte degli abitanti della zona, su quello che era il cimitero delle vittime della peste del 1630 come ricorda l'iscrizione incisa su una colonnetta che suona: «Pestis cemeterium / anni MDCXXX / I.B.S.P.D.». Si tratta di un sacello elegante con protiro ad eleganti colonne sul cui frontale vi erano figure di santi. La chiesa aveva un solo altare con una pala raffigurante la Madonna col Bambino, i S.S. Carlo B. e Rocco e le anime del purgatorio. La pala, restaurata nel 1969, è stata rubata nel gennaio 1974. Nel portichetto erano raffigurati scheletri con le iscrizioni: «Io fui quel che tu sei / Tu sarai quel che sono io / soccorso o passeggero / e pensa al fatto tuo». Il nome "russ" viene, per qualcuno, da un vicino ruscello al quale venivano portati gli appestati per la loro guarigione e, secondo altri, da un'erba usata in tintoria e per la concia di pelli.




Madonna di S. Pietro. Vicino all'attuale cimitero sulla strada provinciale per Telgate. È stata scambiata per la località (S. Pietro in Valico) che sorgeva un chilometro più avanti, nella quale nel 1198 venne firmata la pace fra bresciani e bergamaschi. Si tratta di una chiesetta antichissima più volte restaurata.


Un momento di particolare fervore devozionale per il santuarietto si ebbe nei sec. XV-XVI come attestano gli affreschi, di cui quello centrale raffigurante la Madonna seduta, con il Bambino che le sta ritto sul ginocchio destro e con i S.S. Pietro e Paolo ai lati e due angeli sopra che reggono la corona, e, ancora, con i quattro evangelisti ai lati, porta la data "1544 die III iunii". Ad essa fanno corona altre date come 1540, 1544, 1546 ed iscrizioni fra cui la seguente: «hoc opus f.f. Filipo feraro abitator in Palazolo addi ... marzo 1546». Dopo un ultimo rifacimento, nel 1546, la chiesetta rimase inalterata. L'arciprete di Palazzolo Agostino Fenaroli descrive il santuarietto nel 1693 come un «oratorio campestre governato dalla Quadra di Mura, non ha cespiti di entrata, ha solo alcuni paramenti per la messa ed ornamenti per l'altare al quale si va nella sua festa a cantarvi la messa». In quel tempo aveva un'unica bassa navata con un solo altare attaccato al muro di fondo "convesso come una nicchia" e rotto da due piccole finestre laterali. Esternamente vi era un porticato d'ingresso. Fino alla metà del '700 la chiesa fu ben custodita. Il culto era andato poi quasi del tutto spegnendosi, assieme alla crescente rovina del santuario. Nel 1770 era in rovina, così che furono sospese le officiature, per cui nel 1804 i proprietari decisero di venderlo per farvi un magazzino o ripostiglio agrario. Ma a ravvivarne la devozione si sparsero voci di fatti miracolosi. Alla fine del 1804 infatti al massaro Giovanni Guarienti, detto Trentino e ad Antonio Schivardi sembrò che l'immagine della Vergine, scialba ed in rovina, si trasfigurasse tutta, diventando più volte, come si legge in una relazione del tempo, «vivace, rubiconda, scintillante negli occhi e fresca nel colorito». I due avventurati palazzolesi tennero per sè il prodigio fino al 15 febbraio 1805 quando, continuando esso a ripetersi, risolsero di darne notizia all'arciprete don Cristoforo Chiodi, alle autorità e al popolo stesso. Subito fu un accorrere di gente anche da Bergamo e da tutta la Lombardia, mentre nei dintorni furono innalzate baracche per vivande e fu necessario un imponente servizio d'ordine. Per dar modo all'immensa moltitudine di assistere al miracolo fu anzi abbattuta la facciata e sostituita con uno steccato in legno. Moltissimi furono coloro che asserirono di aver visto l'immagine trasfigurarsi nelle più diverse ore del giorno e della notte, assieme a quella di S. Pietro che le stava accanto. A molti sembrò anche che la Madonna "gettasse lagrime". Il continuo accorrere di folle allarmò le autorità governative che provvidero ad abbattere l'immagine. In alcune sue note manoscritte Jacopo Gussago scrive: «Per estinguere il fanatismo, ch'erasi fatto ovunque, spedì la notte del martedì santo, cioè a 9 d'aprile appositamente il governo un piccol corpo di francesi ad atterrare la detta immagine. Una sì fatta determinazione recò non poco stupore e meraviglia nel popolo. Tutte le grandiose limosine, che eranvi raccolte in denaro e in mobili d'orologi, anelli, orecchini d'oro, vennero destinati per l'ospitale di Palazzolo».


Alla distruzione concorsero anche alcuni muratori venuti da Chiari e tutto fu ridotto in minuti frammenti. Nonostante ciò il popolo continuò per più giorni ad accorrere sul luogo nonostante che venisse respinto dai soldati, asportando i frammenti del tempio come reliquie e tale Giovanni Guarienti che fu tra i primi ad accorrere gridò ad un nuovo miracolo per aver ritrovato intatta la testa della Vergine. La somma delle offerte raccolte da febbraio ad aprile ammontante a circa centomila lire fu destinata, come si è detto, all'Ospedale civile di Palazzolo che fu costruito ex novo «in salubre sito, solidissimo e di un ben inteso compartimento». Il governo napoleonico intanto aveva adibito il fabbricato ad abitazione civile che rimase però sempre sfitta fino a quando nel maggio 1814, ritornato il governo austriaco, la Congregazione della Carità di Palazzolo ristabiliva il culto affidando al pittore Giacomo Colombo di ridipingere un'altra immagine, ricopiando alla perfezione la prima con le figure circostanti. Per ricordare la ricostruzione, il celebre epigrafista ab. Antonio Morcelli dettò una sua bella iscrizione. Dopo nuovi restauri la chiesetta veniva il 29 ottobre 1854 riaperta al culto. Nel 1892 il rettore don Luigi Schivardi aveva lanciato l'idea di costruire una nuova chiesa pur mantenendo in vita il piccolo santuario, ma la caduta, avvenuta la notte del 15 febbraio 1853, dalla Torre del Popolo della statua di S. Fedele e le spese che si dovettero fare per rimetterne una nuova, costrinsero i palazzolesi ad accantonare il progetto.


Restauri vennero condotti nel 1929. Spogliata poi degli ex voto, semi rovinata da un nubifragio, venne radicalmente ripristinata per sollecitazione di don Benedetto Galignani nel 1977.




S. Rocco di Mura. Annessa alla chiesa di S. Giovanni Evangelista di Mura, venne costruita secondo Franco Chiappa dopo la peste del 1485 nel cimitero di Mura, sul lato meridionale, addossata a levante all'antico campanile. Ebbe forma di un oratorio rettangolare chiuso da tre lati ed aperto verso ovest mediante un grande unico arco a sesto acuto, poggiante su due mensole di pietra fungenti da capitelli. La cappella cominciò ad essere affrescata qualche anno dopo la sua costruzione; probabilmente prima venne eseguito il grande affresco della parete est, in un secondo tempo (tra il marzo e l'aprile del 1495) fu affrescato il polittico della parete sud, forse ancora più tardi fu eseguito il polittico della parete nord. Durante il primo secolo di vita la cappella fu mantenuta nelle sue strutture originali, ma già nel 1580 S. Carlo, contemporaneamente all'ordine relativo alla apertura della porta chiamata "Porta di S. Carlo", ordinava che la cappella venisse chiusa con un muro: l'ordine non fu accolto e la cappella, sempre aperta verso il lato ovest, assistette alle varie trasformazioni architettoniche della chiesa di S. Giovanni, subendo progressivi deterioramenti fino all'anno 1782, anno in cui la cappella venne chiusa con un muro che obliterò il primitivo arco a sesto acuto. Dopo un infelice tentativo del 1782, grazie ad un comitato formatosi con l'appoggio dell'arciprete mons. Faustino Guerrini nel 1966-1967 vennero restaurati gli affreschi, risanate pareti e tetto, rinnovato il pavimento. Riemersero così i molti dipinti nei quali vennero riscontrate derivazioni od influssi bembeschi o di scuola ferrarese, commisti a spunti e riminiscenze che si ricollegano all'arte camuna di Pietro da Cemmo. Se sconosciuti sono gli autori degli affreschi, noti ed ancora chiaramente leggibili sono i nomi di cinque contadini di Mura che commissionarono alcuni scomparti dei due polittici laterali: essi sono Pietro Morandi, Venturino Galignani, Giovanni Savarisio, Pasino Marella e Giovanni Morandi. Il grande affresco della parete est raffigura, su uno sfondo irreale di montagne, di foreste, di castelli e di fiumi, al centro una grande Madonna in trono con in braccio il Bimbo Gesù, inginocchiato ed orante alla sinistra del trono sta S. Sebastiano tra fitto da molte punte di freccia, di lato e sempre più a sinistra sta in piedi S. Girolamo con abito e cappello rosso, che tiene nella mano destra la raffigurazione (forse solo simbolica) della chiesa di S. Giovanni, mentre nella sinistra tiene un libro. Alla destra del trono della Vergine sta inginocchiato ed orante S. Rocco che ha alle spalle un S. Cristoforo. I due Santi inginocchiati sono sormontati ognuno da un cartiglio che reca il testo, per altro non completamente leggibile, di una preghiera quasi simile e che S. Sebastiano rivolge al Bimbo Gesù, mentre S. Rocco si rivolge alla Vergine affinchè la Madre ed il Figlio Celesti tengano lontano dalla Quadra di Mura il flagello della peste. Il polittico della parete nord è composto da cinque scomparti raffiguranti (procedendo da sinistra a destra per chi guarda): S. Bernardino, una Vergine col Bimbo in braccio, S. Apollonia, un'altra Vergine col Bimbo benedicente, S. Gottardo vescovo di Hildescheim. Il polittico della parete sud è composto da quattro scomparti raffiguranti (sempre da sinistra a destra per chi guarda): S. Antonio abbate, S. Rocco, una Vergine in trono, un Santo che potrebbe essere S. Domenico e che tiene in mano un libro aperto dove sta scritto: «Timete Deum et date illi onorem quia venit ora judicij eius». Cenno a parte merita il soffitto della cappella dove, sulle vele della volta, sopra un tappeto di fiammelle, spiccano grandi ghirlande d'alloro recanti al centro il monogramma "JHS", mentre gli spigoli delle vele sono ravvivati da un fregio cromatico in cui i colori prevalenti sono il rosso ed il verde.




S. Rocco in Riva. Eretta sul finire del 1479 o ai primi del 1480. Si trovava in aperta campagna, sulla strada Palazzolo-Chiari e sorse su un cimitero di appestati. Ossa umane vi vennero rinvenute nel 1872. S. Carlo la trovava "abbastanza" ampia, ad una sola navata con tetto a pietra e laterizi. Era custodito da un eremita e aveva un piccolissimo beneficio. Ordinava che venisse fatto l'altare in pietra, che si chiudessero le finestrelle con le quali si guardava in chiesa e che ne venisse aperta una rotonda sulla porta. Era dipinta di ex voto dei quali uno solo è rimasto sulla porta d'ingresso raffigurante la B.V., S. Rocco e S. Sebastiano. Di grande interesse il polittico raffigurante: S. Antonio ab., S. Rocco, la Vergine sul trono e S. Vincenzo Ferreri. Con l'espansione urbanistica degli inizi del secolo la chiesa venne poi usata dalle famiglie del villaggio Marzoli. A sua volta la famiglia del comm. Carlo Marzoli nel 1956 la allargò e rinnovò. Venne poi di nuovo restaurata nel 1981 e 1985.




S. Sebastiano a Mura. L'oratorio campestre cominciò ad essere progettato e costruito intorno al 1501 per assolvere un voto degli "homines" di Mura; la chiesetta fu voluta per devozione ai Santi Sebastiano e Rocco onde allontanare la minaccia sul territorio di una grave pestilenza che nel milanese si stava diffondendo in maniera devastante e che Venezia riuscì, provvisoriamente, a fermare sui confini dell'Adda, promulgando rigorosissime norme di cintura sanitaria. La pestilenza però nel 1503 cominciò a colpire Bergamo città e il lago d'Iseo. La costruzione proseguì lentamente e solo dopo la grande pestilenza del 1505, che desolò in forma gravissima Palazzolo, la chiesetta fu completata e, con Breve pontificio di Papa Giulio II (a firma del cancelliere Paulus de Aretio), fu eretta in Cappellania quotidiana, essendo Rettore di S. Giovanni a Mura don Alessandro Donesani. É presumibilmente databile intorno al 1506 l'affresco di ignoto autore che fu dipinto come pala d'altare della nuova chiesetta. L'affresco che raffigura la Madonna col Bambino attorniata da S. Sebastiano e da S. Rocco (inginocchiati) e da S. Vincenzo Ferreri e da una Santa incoronata e recante la palma del martirio (in piedi) non è attualmente visibile poiché nascostro dietro ad altra tela che funge da pala e che non raffigura più gli stessi Santi del primitivo affresco.


All'epoca della visita apostolica di S. Carlo nel 1580 il santuario era abbastanza ampio e decente e coperto di tegole. Il presbiterio era a volta, orientato a mezzogiorno, con altare non consacrato. Vi si celebrava spesso durante l'anno per devozione dei Vicini e specialmente nel giorno della festa di S. Sebastiano. Aveva la rendita di una moneta d'oro, ricavata dall'affitto di tre pertiche di terra, che si spendeva a beneficio della chiesa. L'altare aveva un legato di due Messe alla settimana lasciato da don Pietro Galignani con testamento rogato da G.B. Zamara il 28 gennaio 1522. S. Carlo ordinava che venisse chiuso, entro tre mesi, l'altare maggiore, si inserisse la pietra sacra nella mensa, venissero otturate, entro otto giorni, le finestre dalle quali si guardava la chiesa. Se l'arciprete, entro lo spazio di due mesi, non avesse dimostrato che le messe del legato Galignani si potevano celebrare di diritto anche nella chiesa parrocchiale, si doveva continuare a celebrarle nell'oratorio. Dopo la grande pestilenza del 1630, la chiesetta fu munita di un campanile e nel 1640 fu rifatta e restaurata l'abside. In quella occasione fu fatta la nuova pala (che nasconde il precedente affresco) che raffigura la Madonna coi Santi Rocco, Sebastiano, Fermo e Carlo. Verso la metà del '700 la chiesa subì un ulteriore restauro e nel 1754 fu abbellita con il portale della ex chiesetta della "Maddalena" che in quell'anno era stata abbattuta. Ulteriori restauri ed abbellimenti la chiesa di S. Sebastiano (divenuta nel frattempo la chiesa dell'oratorio maschile) ebbe tra il 1946 ed il 1961.




Cappella del Suffragio in Mura unita alla Chiesa di S. Giovanni. Costruita a ridosso del lato nord della primitiva chiesa di S. Giovanni Evangelista di Mura, agli inizi del sec. XVII dalla Confraternita del Suffragio dei morti, venne, verso il 1673 ingrandita e sopraelevata sulla fine dello stesso secolo, di quasi il doppio della primitiva altezza, furono murate le 4 finestre più basse e ne furono aperte altre 5 molto più in alto (una finestra, quella aprentesi sul lato nord della Cappella fu quasi subito murata), si principiò a dare un nuovo assetto architettonico anche all'interno della Cappella del Suffragio, fu aperta una porta (tutt'ora esistente) per dare accesso alla Cappella del Suffragio anche dal lato ovest. Tutti questi lavori furono portati a termine entro l'anno 1689: tale è infatti la data che si legge in un cartiglio sul lato nord della Cappella appena al di sotto del trave principale del tetto. La parete nord della Cappella, all'esterno della muraglia stessa, venne affrescata con due identiche e simmetriche allegorie della morte, dipinte ai lati della finestra, ora murata, sita al centro della parete sotto il colmo del tetto; al di sotto della finestra fu affrescato un dipinto che probabilmente doveva raffigurare Cristo giudicante i vivi ed i morti. Gli affreschi purtroppo sono ora talmente sbiaditi che non è possibile leggervi che qualche tratto di disegno e, qua e là, di colore. Anche all'interno della Cappella del Suffragio avvengono migliorie; l'altare della Cappella viene munito di una grande pala che il Curtelli commissionò al celebre pittore Andrea Celesti. Dimenticata dai grandi repertori d'arte la grande pala (m. 4 x 6) raffigura la Vergine che intercede presso Dio la liberazione delle anime purganti. Da notare che lo stesso motivo è ripetuto in un bassorilievo marmoreo del paliotto dell'altare pure costruito con marmi policromi e probabilmente contemporaneo all'ingrandimento della Cappella del Suffragio avvenuta durante il rettorato di don Curtelli. Forse contemporanei, forse di poco posteriori alla pala del Celesti, sono altri due grandi dipinti (che in origine erano forse tre) siti presentemente a sinistra e a destra dell'altare della Cappella del Suffragio, appesi rispettivamente alle pareti ovest ed est della Cappella stessa. La Cappella ebbe un solo altare che da Papa Paolo V (1605-1621) venne dichiarato privilegiato. Venne dotata di legati per la celebrazione dì messe. Durante il rettorato di don Luigi Schivardi (1860-1904) la cappella venne restaurata e decorata dal pittore palazzolese Giovanni Rampana. La cappella venne completamente restaurata nel 1964 ad opera di Angelo Rubagotti che dipinse anche motivi decorativi.




SS. Trinità o S. Alberto. Esisteva già al tempo della visita del Bollani (1565) a circa 500 passi fuori Palazzolo sulla strada per Pontoglio. Era molto piccola, con un unico altare, con tetto in pietra e mattoni. Un altro altare sorgeva sotto il portico a volta davanti la facciata, che il visitatore ordinò venisse tolto. Possedeva due pertiche di terra godute da un eremita che aveva una casetta accanto alla chiesa ed altre due pertiche a vigna godute dall'arciprete. Sorgeva su un poggio, presso la seriola di Chiari. Verso la fine del 1737 i deputati della quadra Piazza inoltravano al governo veneto la richiesta di concessione di una ricostruzione documentando il patrimonio indispensabile con beni preesistenti e lasciti. Alla richiesta si univa il 17 marzo 1738 l'arciprete di Palazzolo per cui il 20 marzo 1738 il vicario generale rilasciava il nulla osta. Incorporando la piccola chiesetta, ne venne costruita una nuova con una lunga scalinata, grazie soprattutto ad alcuni maggiorenti, come Gasparo Guerriero, Giov. Marco Zamara e Francesco Duranti e, in seguito, Giov. B. Nassino.


Nel 1783 gli abitanti della quadra di Piazza decidevano «a maggioranza di rifare lo altare maggiore in marmo». Una certa minoranza, invece, avrebbe optato per l'organo. Fu deciso quindi per l'altare, mentre l'organo rimase soltanto "in votis" . Nel 1795 viene fusa la vecchia campana e l'anno seguente, ne viene aggiunta una seconda. Nel 1799, dopo la bufera della Rivoluzione Francese, la "masseria" della chiesa della SS. Trinità venne unita a quella della chiesa parrocchiale. Successivamente la gestione ritornò autonoma, finché il beneficio non fu assorbito dall'erario nel 1867. Nel 1914 era di proprietà dei Sufflico. Chiusa perché cadente, venne restaurata e riaperta il 7 agosto 1924. Di notevole restano alcuni affreschi interni, ancora in buono stato di conservazione. La pala dell'altare maggiore è di Giacomo Colombo e gli affreschi laterali del comasco Carlo Carloni. Le pitture degli altari dei S.S. Gaetano ed Alberto e dei S.S. Erasmo e Pantaleone sono di F. Colombo.




CHIESE SCOMPARSE


S. Alessandro. Ricordata da Vincenzo Rosa, si trovava sui confini di Mura verso Palosco. Nel 1780 era già ridotta a pochi sassi.




S. Fedele. Secondo una supposizione fatta da F. Chiappa preesisteva, alla chiesa che fu poi plebanale, una cappella (o uno dei loca sanctorum) dedicata a S. Fedele che a metà del '400 era ridotta ad un piccolo oratorio sconsacrato ed utilizzato dai podestà di Palazzolo quale luogo ove amministrare giustizia. Vi si accedeva dalla "platea superior" che era pure chiamata piazzetta di S. Fedele; aderiva col lato nord alla chiesa pievana, il lato sud aderiva ad alcune casupole usate come forno per il pane e come abitazione del panettiere. L'entrata era dal lato est, mentre il lato ovest, munito di una finestra gotica, prospiceva la "platea inferior".




S. Francesco o della Confraternita del Gonfalone.


Era appoggiata al coro della Pieve vecchia. Resti ed affreschi emersi in recenti lavori di restauro del teatro sociale (che della chiesa è una trasformazione) portano la data dell'agosto 1451. In effetti potrebbe essere stata costruita verso la metà del sec. XV accanto al cimitero della pieve. Motivi floreali rimasti richiamano la passiflora, e cioè il culto dei morti. Sorgeva accanto all'abside della prima chiesa plebanale. Nel secolo XVI ospitò i Disciplini di S. Francesco, poi del Gonfalone, che sistemarono sopra la chiesa il grande stanzone della preghiera e dei pasti comuni affrescati con i Quattro evangelisti ed altre pitture che, a quanto attesta Franco Chiappa, dovevano costituire "un complesso pittorico di rilevante valore". Nel '600 vennero apportate nuove trasformazioni con nuove decorazioni pittoriche, come testimoniano gli avanzi di una fuga in Egitto, racchiusi entro un arco ricavato nella parete sud. Ci fu anche un elevamento del tetto e una definitiva sistemazione esterna con decorazioni e riquadri delle finestre. Anche sulla parete ovest, dove sparirono lo stanzone con camino e i vani sovrastanti l'ingresso della chiesa, vennero eseguiti altri affreschi databili alla fine del secolo XVII. All'unico altare esistente, dedicato alla Madonna e ai santi Francesco e Bernardo, se ne aggiunsero altri due dedicati a San Francesco Saverio e a San Giuseppe. Sul pavimento della navata si sono rinvenute due lastre in pietra di Sarnico con grandi sigilli circolari con incisa la scritta "Arciconfraternitas Confalonis"; essi chiudevano vaste camere tombali in cui erano sepolti sia i Disciplini, sia altri defunti. Soppressa nel 1797 la Disciplina e le Confraternite la chiesa passò nel 1806 al patrimonio comunale, continuò ad essere adibita come luogo di culto ma nel 1813 venne trasformata per intervento del capomastro Antonio Manna che la ridusse in caserma nel giro di pochi giorni, smantellando il campanile ed utilizzando il materiale per portare il livello della navata a quello del coro. Nel 1869 la chiesa venne ridotta in Teatro Sociale.




S. Giacomo. Già esistente all'epoca della visita del vescovo Bollani (1565), pur appartenendo alla parrocchia di Palazzolo è nel territorio del comune di Cologne. Era di juspatronato dei Rodenghi e poi degli Zamara. Fu poi donata ai frati cappuccini.




Madonna di Loreto o del Carmine o delle Calcine. Sorgeva in contrada Calcine, presso il ponte Fusia. Nei suoi pressi vi era lo "sguass" con uno dei porti del canale Fusia che collegava Palazzolo con il lago d'Iseo, per cui la chiesetta era luogo di passaggio obbligatorio e approdo dei barcaioli. Si trattò in origine di una santella dedicata alla Madonna di Loreto o del Carmine con un affresco che, salvato da demolizione, venne poi murato sulla "Casa della Fusia". Sulla fine del '700 oltre il primitivo sacello, dotato di un altare in muratura, si pensò di aggiungere una vera cappella prolungando il primitivo edificio, una piccola navata con elegante frontale. Sulla facciata venne collocato un bassorilievo raffigurante il trasporto della S. Casa di Loreto. Come ha scritto Innocente Mainetti, anche la primitiva costruzione venne arricchita di un altare in muratura mentre l'immagine affrescata sul muro venne raccolta in una soasa in legno con quadro raffigurante la stessa Madonna. A fianco di questa soasa vennero dipinte sul muro le immagini di due popolari santi, S. Lucia a destra, S. Apollonia a sinistra. La parte superiore dell'altare era affrescata da una complessa scena con al centro un gentiluomo in costume del 700 ritto dinanzi ad un quadro della Madonna di Loreto in atto di mostrarla al pubblico; alla sua sinistra due donne inginocchiate che tendono verso la Madonna un bambino, e in atto di preghiera; alla destra due uomini su bianchi cavalli incrociantisi fra di loro; ai piedi della scena scorre un canale, "La Fusia". Forse il pittore aveva voluto fissarvi un fatto, miracoloso, (di cui nè la storia nè la tradizione ci ha tramandato memoria) per il quale quella piccola comunità di barcaioli aveva deciso la costruzione di una loro propria chiesa. Un bel campanile, eretto dietro di essa dal lato verso la seriola, con unica campana, completava degnamente l'assieme.


Costruito vicino alla chiesa del S. Cuore, il santuarietto venne nel giugno 1939 completamente demolito. Della chiesetta non rimane che un frammento di affresco di Madonnina, riportato sulla casa di fianco, ancora esistente. L'affresco però è già ridotto in pessime condizioni.




S. Maria Immacolata. Presso l'Oratorio.




S. Maria Maddalena. Poco lontano dalla chiesa plebanale esisteva l'antichissima chiesetta di S. Maria Maddalena. Nel 1580 il visitatore di S. Carlo la trovava ampia, ma indecente, con un solo altare irregolare e una campana sostenuta da due colonne. Non vi esistevano paramenti e non vi si celebrava. Solo il giorno di Pasqua vi veniva accolta molta gente "per mangiare un po' di pane, agnelli arrostiti e bere vino apprestati dal Pio Luogo della Carità". S. Carlo ordinava che venisse reso regolare l'altare e venisse chiuso con cancelli almeno di legno. Si chiudessero le finestre del presbiterio, le pareti venissero intonacate e imbiancate e rifatto il pavimento con mattoni. Tutto ciò doveva essere eseguito con i proventi da restituire alla fabbrica della chiesa parrocchiale da don Matteo Averoldi. La chiesa doveva essere riservata nei giorni di festa all'insegnamento dei principi della fede ai fanciulli. La chiesa venne ricostruita e abbellita nel 1632 come risulta dalla lapide già esistente in un muro della chiesetta, poi collocata nella cappella di S. Fedele nella nuova parrocchiale, dove è stata pure collocata la pittura o pala della chiesetta stessa. Fu poi distrutta nel 1754 per far posto al complesso della nuova chiesa parrocchiale.




Maternità di M. V. Già dell'Orfanotrofio maschile.




S. Michele. Chiesa probabilmente di origine longobarda che Riccardo Caproni localizza appena a est delle cascine Tolari, lungo la "strada dei Prati" non lontana dal confine con Telgate e Palosco. Presso di essa sarebbe stato sottoscritto il trattato di pace fra bresciani e bergamaschi, il 21 marzo 1156 dopo la battaglia delle Grumore.




S. Pietro in Valico. La chiesa già appartenente a Telgate o a Palosco sarebbe passata con Mura a Brescia e a Palazzolo dopo la II pace firmata a S. Pietro al Valico l' 11 agosto 1198. La dedicazione passò poi alla Madonna di San Pietro, vicina al cimitero, quando vennero disegnati i nuovi confini fra Brescia e Bergamo.




PARROCCHIE NUOVE


Parrocchia S. Cuore. Eretta in delegazione vescovile il 6 gennaio 1963 ebbe il riconoscimento canonico e civile di parrocchia rispettivamente il 27 maggio 1965 e il 22 luglio 1966. Il territorio corrispose approssimativamente a quello della contrada "Calci" compresa tra quelle di Ripa e Mercato il cui primo nucleo abitato sorse intorno ai depositi di "calcina", proveniente da Paratico attraverso la seriola Fusia, utilizzata come via di navigazione commerciale. La prima concreta espansione residenziale si ebbe verso la metà dell' 800, venne costruita la linea ferroviaria Milano-Venezia e, per risolvere il problema dell'approvvigionamento di calce idraulica necessaria per la realizzazione dell'imponente ponte ferroviario, si stabilì di costruire in loco la grande fabbrica della calce e del cemento. La nascita, inoltre, di altre industrie manufatturiere richiamò famiglie di lavoratori che si insediarono definitivamente nella zona, in seguito anche alla costruzione del primo complesso edilizio delle Case operaie, avvenuto agli inizi del secolo scorso, il quale subì in seguito vari ampliamenti.


Dopo la prima guerra mondiale quando il quartiere contava già 2 mila abitanti venne maturata l'idea, di cui fu principalmente sostenitore don Ambrogio Signorelli, di edificare su terreno acquistato dalla Congrega di Carità una chiesa dedicata al S. Cuore di Gesù per il suffragio perpetuo dei caduti in guerra. Posta la I pietra l'11 settembre 1921 la chiesa venne eretta in quattro anni con il contributo di tutti i palazzolesi, non solo con offerte in denaro, ma anche con la prestazione gratuita di manodopera e materiali. In stile neo-gotico, di 30 metri di lunghezza, 14 metri di larghezza e 20 metri di altezza, composta da tre navate, ben si inseriva nel variegato insieme architettonico del quartiere. La chiesa venne dapprima officiata dai frati francescani di Cividino, fino a quando nel 1928 vennero avviate le pratiche di donazione alla parrocchia che si conclusero, tuttavia, solo nel 1930. Nel 1939 la fabbriceria deliberava la sistemazione della sacrestia e del campanile. La chiesa venne restaurata e, diventata chiesa parrocchiale, venne completata nella facciata, nel portale, nel coro, nelle vetrate. Nel 1968 venne arricchita delle litografie delle stazioni della Via Crucis del gesuita p. Giovanni Poggeschi di Bologna. Nel 1971 Angelo Rubagotti di Coccaglio disegnò i cartoni delle quattro grandi vetrate eseguite dalla vetreria Bontempi di Brescia.


Negli anni '60, sviluppandosi ancor più la popolazione soprattutto nella zona tra via Brescia, via Zanardelli, via Roncaglie-Levadello, grazie alle cooperative edilizie e con la costruzione degli edifici delle scuole elementari e di avviamento-commerciale, del nuovo asilo comunale e la sede dell'OMNI (ex consultorio per l'infanzia), venne provveduto all'assistenza religiosa con la costruzione della casa per il sacerdote. Al quartiere diedero la loro opera don Attilio Chiappa e don Davide Carsana, fino a quando il 6 gennaio 1963 fece il suo ingresso il delegato vescovile e poi parroco don Egidio Rubagotti. Nel 1971 il primo parroco don Rubagotti acquistò l'area e gli edifici dell'ex Bottonificio Pelucchi, situati sulla via Attiraglio e prospicienti la chiesa, per la realizzazione del Centro Familiare Parrocchiale. Fu possibile affrontare l'operazione finanziaria in parte con la vendita dell'area avuta in donazione dalla parrocchia di S. Maria Assunta (area dove oggi sorge il cinema Life) e in parte con la sottoscrizione volontaria di tutte le famiglie della nuova parrocchia. Con il secondo parroco, don Giuseppe Piozzi, si procedette ad una prima sistemazione del centro familiare, al livellamento del terreno da adibire a campo sportivo e all'acquisto dei giochi adiacenti il campo stesso e quelli della sala oratoriale; inoltre vennero rifatti il tetto della chiesa, l'impianto di illuminazione e di amplificazione, il tabernacolo e il battistero. Dal 1977 al 1990 venne ristrutturato e completato il centro familiare, così che fosse in grado di ospitare tutte le attività della parrocchia (biblioteca, salone teatro, aule di catechismo, sala giochi ecc.). Il Bollettino parrocchiale si intitola "Famiglia Parrocchiale".


Anime: 3.965 nel 1993.


Parroci: Egidio Rubagotti di Visano (1966-1974); Giuseppe Piozzi di Quinzano d'O. (1974-1984); Giuseppe Pasini di Monte Maderno (1984).




Parrocchia di S. Giuseppe Artigiano. Formata con il territorio ritagliato a nord del centro storico tra la ferrovia e l'autostrada, venne eretta canonicamente il 15 agosto 1964 e riconosciuta civilmente il 27 novembre 1965. In vista di un rapido sviluppo urbanistico e demografico, il 17 giugno 1962 veniva eretta una delegazione vescovile affidata a don Giuseppe Chiodi. Fin dal 10 luglio veniva presentato il progetto di una chiesa sufficiente all'aumento continuo della popolazione e per la quale la parrocchia di S. Maria Assunta offriva un'area di 13 mila mq., in cambio dell'invito dell'arciprete di S. Maria alla celebrazione della Messa il giorno della festa del titolare S. Giuseppe. Il 22 settembre 1962 veniva posta e benedetta la prima pietra della chiesa progettata dall'arch. Guido Isella e affidata all'impresa del geom. Clementi e poi alla ditta Martinelli di Cologne. Di essa il 18 aprile 1963 veniva benedetto il seminterrato che funzionò come prima chiesa, mentre il complesso definitivo veniva finito nel 1969 e consacrato il 31 ottobre 1972. Il tempio ha una capacità nello spazio riservato ai fedeli, di oltre 600 mq. La parte destra del tempio, vista dall'ingresso principale, è occupata dall'altare, dal Santissimo e dal pulpito, quella opposta dal battistero e dai confessionali. Il battistero è di concezione biblica: una grande vasca nella quale viene battezzato il neonato. A lato è stato ricavato un salone dove ogni giorno viene celebrata la Messa per i fedeli mattutini; l'ambiente è riscaldato. Sopra il tempio poi, il progettista ha sistemato un altro salone che consente alle mamme di ascoltare la Messa coi bambini senza disturbare i fedeli. Lo scantinato, che aveva svolto le funzioni di chiesa, è stato trasformato in aule scolastiche con relativi servizi ed in una palestra con docce e servizi vari. La cella campanaria, invece, sovrasta di poco la grande cupola.


La chiesa venne in seguito abbellita nel 1984 con un quadro secentesco dell'Ultima cena, nel 1985 con l'organo., nel 1987 con un bassorilievo del francescano p. Nazareno Panzeri, raffigurante la storia della salvezza, nello stesso anno di un affresco di don Luigi Salvetti raffigurante S. Giuseppe e il Magistero ecclesiale d'oggi. Nel frattempo veniva dal 1963 eretto l'oratorio inaugurato nella prima parte il 14 maggio 1966.


Parroci: Giuseppe Chiodi (1966-1971); Luigi Gandossi (1971-1986); Giulio Maccagnola (1986-1989); Piergiorgio Piozzini (1989).




Palazzolo S. Pancrazio. v. San Pancrazio.




Parrocchia di S. Paolo in S. Rocco. Eretta canonicamente il I marzo 1964 e civilmente il 25 novembre 1964, dedicata a S. Paolo ap. in onore del papa bresciano Paolo VI, abbraccia un territorio di 10 km a 2-4 km. dalla parrocchia madre e con agli inizi 3 mila abitanti. Il territorio (il più esteso a confronto delle altre parrocchie palazzolesi) comprende un'area che va dal Portichetto, incrocio fra le vie Matteotti, Zanardelli e Palazzoli, arriva ai confini con i Comuni di Pontoglio, Chiari e Cologne, ai cosiddetti "quattro chilometri". Il territorio è la parte sud-est del Comune di Palazzolo, e dalla Costa scende fino all'Oglio, segnato dai terrazzamenti, che in epoca antichissima furono costruiti dalle acque del fiume Oglio, non ancora incanalato nel suo letto definitivo, e coperti da fitti boschi, il cui ricordo resta nel nome della cascina "Bosco Levato". Come ha sottolineato Francesco Ghidotti fino al secolo XVI nella zona tra l'Oglio e Chiari cresceva una fitta boscaglia, dove cacciavano i duchi longobardi, come più tardi fecero i signorotti dei vari castelli della zona. La storia ci ricorda una famosa battuta di caccia offerta dalla città di Brescia al duca di Ferrara nel 1465, proprio su queste terre. Il nome di "gazo" era dato alla selva riservata alle cacce dei principi goti e longobardi. Da questo sono derivati alle cascine i nomi di Gazzolo, Gazzoletto, Gazzolino.


In pratica la nuova parrocchia abbraccia l'abitato che era anticamente "fuori dalle mura" di Palazzolo, al di là della porta di Brescia, e che era cresciuto a ridosso delle strade per Brescia, Pontoglio, Cologne e Chiari. I segni devozionali del luogo erano dalla fine del sec. XV una santella dedicata alla Madonna e un santuarietto dedicato a S. Rocco forse del 1468 c. Anche le cascine così lontane dal centro abitato si dotavano, come si usava allora, di piccoli oratori: quello di S. Carlo Borromeo, ora dedicato a S. Luca, costruito alle Gonzere dalla famiglia Bazini, e quello del Boscolevato intitolato alla Madonna di Loreto. Il territorio conobbe dal sec. XVII una decisa espansione di attività manufatturiera oltre che per un maglio, per la filatura della seta grazie allo sfruttamento dell'acqua del canale Gardale e delle Seriole da parte dei Nassini e dei Nazari con insediamenti specie nella zona del Maglio e attorno al Cortevazzo; insediamenti che si moltiplicano specie negli anni Trenta e nel dopoguerra con la costruzione di case per lavoratori, di veri villaggi operai (Lanfranchi sulla via per Pontoglio, Marzoli sulla via per Chiari), assorbendo le cascine un tempo sparse per la campagna. Nascono scuole a Boscolevato, al Mirasole (1935), sorge lo Stadio comunale, mentre nel 1964 la deviante sud e il nuovo ponte sull'Oglio cambiano definitivamente l'assetto territoriale ed urbanistico. Eretta nel 1962 in Delegazione vescovile affidata alle cure di don Evaristo Zubbiani che vi fece l'ingresso il 9 settembre 1962, con larghe deleghe venne eretta in parrocchia il I marzo 1964. Dapprima fu utilizzata la chiesa di S. Rocco, mentre il 15 settembre 1968 venne posta la prima pietra della nuova chiesa eretta su disegno dell'arch. Franco Bignoli di Pontoglio. È di forma esagonale con l'altare in posizione baricentrica all'assemblea, su cui si concentra la luce filtrata da grigliati di betonglas. Sui lati della pianta esagonale sono saldati gli edifici collaterali ed accessori della Chiesa. A destra dell'ingresso trovasi la cappella invernale separata dalla Chiesa mediante pannelli scorrevoli in legno; a sinistra il Battistero e i confessionali accusati nella muratura all'esterno dell'edificio sacro come richiamo per i fedeli e per i ragazzi dell'oratorio contiguo. La cantoria è posta alla destra dell'altare in modo che gli stessi cantori siano parte integrante e completa dell'Assemblea orante. L'ingresso è costituito da porte a battente, fissate su putrelle in ferro. La parte retrostante è occupata dalla sacrestia.


La chiesa, consacrata il 24 ottobre 1970, venne abbellita intorno alle pareti di bassorilievi dello scultore Pietro Grande di Milano, raffiguranti la vita di S. Paolo mentre le vetrate vennero studiate e disegnate dal pittore p. Costantino Ruggeri di Adro, religioso francescano. Nel 1979 vennero poste le stazioni della Via Crucis, opera dell'Artigianato camuno del legno e precisamente di Battista Donati, Aldo Fedriga, Rita Donati, Marilisa Donati. Il 7 dicembre 1988 veniva incoronata la statua della Madonna di Fatima. Già il 30 novembre 1964 era stata benedetta la I pietra del nuovo oratorio di via Gavazzo, inaugurato il 2 gennaio 1966 e poi arricchito di nuove strutture fino al Centro Ricreativo aperto il 31 agosto 1965. Nel febbraio 1965 fece la sua comparsa il bollettino parrocchiale "La Semente" al quale aggiunsero nell'agosto 1982 "Radio La Semente" e nel dicembre "Comunicare con..." pubblicato dall'ANSPI. Nell'ambito della parrocchia alla cascina Mirasole è nato nel 1986 un centro per il recupero dei tossicodipendenti.




Parroci: Evaristo Zubbiani di Gardone V.T. (1964-1974); Giovanni Tossi di Castelcovati (1974-1986); Giov. B. Vignoni di Palazzolo s.0. (1986).




ECONOMIA. Come ha fatto rilevare Francesco Ghidotti i principali fattori che hanno favorito l'economia palazzolese possono essere individuati nelle acque dell'Oglio e delle sue seriole (e specialmente la Fusia e la Vetra); nel ponte collegante la terra bresciana e bergamasca e, in più nel sec. XIX, la ferrovia. Il fiume ha favorito le prime attività produttive come la pesca e l'agricoltura. La prima, esercitata specie con masse o cassette di vimini per catturare anguille particolarmente vendute fuori Palazzolo; l'agricoltura, basata su biade grosse (miglio, legumi, melica, lupini e panico) e minute (frumento, orzo ecc.) cui si aggiunse verso la metà del sec. XVII il granoturco e altre coltivazioni (legumi, legna e lino) assieme al gelso. Il fusto di melica o saggina serviva soprattutto a fabbricare scope e ad impagliare sedie e canestri. Diffusa la coltivazione della vite. Parallele alle attività agricole l'esistenza di mulini dislocati sulle "isole" del fiume che si aggirarono fin dal sec. XV intorno ad una decina.


Un rilancio alla agricoltura e assieme all'attività artigianale prima e all'industria poi, venne dal diffondersi della coltura del gelso che incrementò subito la bachicoltura e la lavorazione della seta. Sviluppato l'allevamento bovino, che ebbe nel mercato di Palazzolo uno dei punti di riferimento della pianura occidentale. Nonostante il rapido sviluppo industriale l'agricoltura resistette per decenni. Nel primo decennio del sec. XX si organizzavano ancora mostre zootecniche fra le quali particolarmente riuscite quella del settembre 1910.


L'agricoltura sopravvisse in qualche maniera fino agli anni Cinquanta, ma mancarono iniziative coraggiose come la costituzione nel novembre 1935, per iniziativa del geom. Aldo Pedrali, di una Società Cooperativa produttori di latte alimentare. Più che l'agricoltura locale, l'acqua del fiume e delle seriole fecero la fortuna dell'attività molitoria molto antica ed esercitata soprattutto nelle isole fra l'Oglio e il suo ramo orientale. Ai mulini di Palazzolo affluivano anche i contadini delle terre vicine alle quali erano state concesse particolari facilitazioni quali l'esenzione dai pedaggi sul ponte sull'Oglio.


Nel 1865 si contavano nove molini (Lancellotti, Corridori, Donati, Marcandelli, Balestre, Suefferheld, Lanzini, Pagani) che nel 1871 passarono quasi tutti a Isidoro Delafosse e alla Niggeler e Küpfer ed infine ai fratelli Gottardi. Delle prime attività artigianali vi sono testimonianze specialmente dal sec. XV. Si tratta di fabbri ferrai, ramai, maniscalchi, conciatori di pelli. Nel 1415 è nominato come conciatore un Giovanni Migliorini mentre Marin Sanudo nel 1485 ricorda un eccellente fabbricante di lana, Martino Cortellarius. L'esistenza di un maglio e di una fucina è testimoniata da Marin Sanudo nel 1483 che nomina lo spadaio Martino da Azano, dal quale discende la famiglia de Curtelli che continuerà l'attività fino alla seconda metà del sec. XVI quando verrà assunta dai Pollini e poi nel 1597 dai Nazari, provenienti da Borgo di Terzo e che per secoli avranno un ruolo di primo piano nell'economia palazzolese.


Il primo accenno alla lavorazione della seta a Palazzolo è stato trovato dal Ghidotti nel testamento di Bartolomeo Galignani fu Giovita, redatto il 6 maggio 1630 nei prati d'Oglio, dove si è rifugiato per l'infuriare della peste, nel quale si dice che egli possedeva "il rame e fornimento di tirar la seta" che lascerà al nipote Antonio. E poi il bergamasco Giacomo Asperti, mercante di seta, apre nel 1664 a Palazzolo, come risulta dalle polizze d'estimo, "una fabbrica per uso filatorio di setta nella Quadra di Mercato" utilizzando l'acqua della seriola Vetra. Nell'Estimo delle "mercantie di città et territorio" del 1678 i filatoi elencati sono: quello dell'Asperti, un secondo di Bonomo Bonomi, lumezzanese, e un terzo di Giovanni Faglia di Chiari, condotti da capimaestri palazzolesi, alcuni dei quali ne diverranno poi proprietari. Ma si deve soprattutto ai Duranti se sul finire degli anni '60 del sec. XVII viene avviato il commercio, la filatura della seta. Indirettamente essi favoriscono e sostengono l'apertura da parte di Lucio Paganini di un filatoio di seta cui ne seguiva a distanza di pochi anni nel 1687 un altro piantato dal dott. Pandolfo Nassini e passato in proprietà dell'Ospedale Maggiore di Brescia e poi dei Duranti. La rivalità, durata a lungo, fra Duranti e Nazari non arresterà lo sviluppo dell'industria serica. Le due famiglie, infatti, costruiranno o amplieranno propri filatoi, mentre altri ne vengono costruiti utilizzando le acque della Fusia e della Vetra. Nel 1723 i filatoi erano sette, nel 1745 nove, nel 1762 dieci, nel 1788 undici. Tra i filatolieri si contano i Cavalieri, i Muzio, i Palazzoli, i Duranti, i Paganini, cui si aggiungono i Picinelli, gli Omboni, i Rossetti, i Fedrigoli e, infine, gli Zamara.


Ma è verso la metà del sec. XVII che l'economia manifatturiera di Palazzolo decolla e si sviluppa con inarrestabile slancio. Come ha scritto Francesco Ghidotti: «lo sviluppo dei setifici progredì tanto da assurgere a fattore primario dell'economia italiana e la produzione di seta greggia e ritorta costituì la prima attività preindustriale della penisola nelle sue fasi di allevamento del bozzolo e in quelle successive della trattura e filatura che nel Bresciano e nel Bergamasco davano le sete più pregiate. Dai primi filatoi comparsi a Palazzolo alla fine del '600, siamo giunti nel 1724 a sei opifici di proprietà rispettivamente di Angelo Cavaleri, Giuseppe Muzio, don Giovanni Palazzolo, Angelo Nazari, Conte Girolamo Duranti (in affitto a Carlo Antonio Fedrigoli) e Giovanni Paganino».


Agli inizi del '700 compare anche la prima fabbrica di cappelli piantata da Filastrio Rosa, continuata dalla famiglia. Ma lo sviluppo industriale di Palazzolo trova riscontri sempre più avanzati nel sec. XIX grazie all'immissione sempre più massiccia di capitale specialmente straniero, allo sviluppo tecnologico e della rete logistica (fiume, ferrovia, strade) e allo sviluppo del credito. La ricchezza delle acque correnti e l'esistenza in luogo di una pianta assai rara, il sommaco o, in dialetto, riiss, utile per tale tipo di lavorazione, diedero maggiore sviluppo alla concia delle pelli, già presente fin dal sec. XV. Fin dal 1820 il milanese Davide Speckel, subentrava ai Pagani che a loro volta avevano comperato una confetteria dell'ab. don Luigi Malvezzi. Lo Speckel la ampliò cedendola poi nel 1862 ai Nulli. Nel 1903 aprivano un'altra conceria gli Schwarze e Grange, acquisita poi dai Nulli, che chiuderà l'attività nel 1922. Ma lo slancio più deciso fin dalla metà del sec. XVII fu la lavorazione della seta.


Nel 1846-1847 le filande importanti erano otto (Antonio Cicogna, Giuseppe Omboni, Canoreli, Giovanni Cicogna, Benedetto Tedoldi, Angelo Muzio, G.M. Omboni e Luigi Consoli) e undici quelle a dimensione familiare: in tutto 203 caldaie e 500 addetti. I filatoi, quasi tutti in mano ai proprietari di filande, erano 12, dotati di 23.000 fusi per il filato e 17.700 per il torto: occupavano 118 uomini, 102 donne e 1000 addetti, fuori dei filatoi, all'incannatura. Dal 1867 prendeva piede nella lavorazione della seta la ditta Enrico Cramer e C. di Milano che nello stabilimento di Riva nel 1903 occupava 654 addetti, mentre la torcitura di Piazza aveva 166 addetti. Alla Cramer nel 1911 si sostituiva la Cugini Guzzi. Nel settore serico operarono dal 1862 G.G. Suefferheld, dal 1876 la ditta Federico Richembach, dal 1880 la Guerin et Fils, dal 1870 la Puech e Vedovelli ecc. Grande sviluppo ebbe anche il pur antico commercio della calce e dei cementi, rilanciato dalla costruzione del ponte ferroviario sull'Oglio dal 1854 in poi che sollecitò la società Lamarque e Lutrek ad aprire uno stabilimento per la produzione della calce. Scoperta la materia prima a Pilzone, risolto il trasporto del materiale via acqua (Lago d'Iseo e seriola Fusa), la produzione ebbe sviluppo, dopo varie vicende, nella "Società Italiana dei Cementi e delle Calci idrauliche" diventata poi l'Italcementi che spegnerà i forni solo nel 1966 mantenendo ancora in funzione il reparto per la macinazione.


Fortunate circostanze procurarono a Palazzolo una delle industrie più fortunate, quella del bottone che tenne il campo per decenni, avendo come solo rivale Piacenza. Alla prima fabbrica della Edoardo Taccini, fondata nel 1867 assunta nel 1888 dalla Società Anonima Manifattura Bottoni, si affiancò nel 1886 la Giovanni Lanfranchi e C., nel 1882 la Cella e Nessi, nel 1889 la Antonio Schivardi seguita da altre come la Colombo Aquilini (1892), la Guarnori Francesco (1892), la Burline e Pedrali. Alla fine dell'800 funzionavano a Palazzolo cinque bottonifici con 500 dipendenti circa.


Altrettanto fortunata fu la filatura e la tessitura del cotone che fu avviata nel 1876 dalla società Schmid e Niggeler, trasformatasi poi nella Società Niggeler e Küpfer ancora oggi sul campo. Sviluppo rapido ma non altrettanto duraturo ebbe dal 1870 la Manifattura Rocco Zanelli. Carattere artigianale e poi sviluppo industriale ebbe la lavorazione dei metalli. Nel 1889 esistevano la fonderia Fratelli Gottardi (dal 1850), fonderia di ghisa di Luigi Consoli e di Giovanni Salari, Mottinelli e Rivetta, l'officina meccanica di Isaia Alberti, la fonderia di ottone di Cristoforo Marzoli, ecc. Nascevano in seguito nel 1893 l'azienda meccanica Pasquale Morandi, per la costruzione di macchine per bottonifici, la Pagani Luigi per la lavorazione dei metalli e delle biciclette e ancora la Fratelli Zanelli e Marzoli Gaetano. Nel 1898 nasce una compagnia organizzata da Leopoldo Arrighini per la costruzione di apparecchi di illuminazione.


Nel 1892 i fratelli Gasparini davano il via alla produzione di concimi chimici e di acido solforico. Nascevano inoltre le tipografie Mayer e Rinaldi, tre piccoli pastifici, ecc. In complesso al chiudersi del sec. XIX, come ha documentato il Ghidotti, esistevano sedici aziende delle quali: due setifici con 980 dipendenti, cinque bottonifici con 598 addetti, un cotonificio con 204 addetti, una conceria con 42 addetti, una fabbrica di cordami con 22 occupati, quattro officine meccaniche e fonderie con 156 operai, un'officina della calce e cementi con 458 addetti e una di concimi chimici con 34. In totale la manodopera occupata era di 2.494 persone. Fra queste ditte non erano comprese le piccole aziende artigianali con meno di 10 dipendenti, fra le quali c'erano bottonifici ed officine meccaniche che avevano già alle spalle anni di operosa attività.




SECOLO XX. L'incremento industriale si fece rapido nei soli tre anni di inizio del secolo. Nel dicembre 1903, le aziende erano cresciute ancora di tre unità: la conceria Schwarze e Grange con 31 occupati, il bottonificio Andreoli con 16 addetti, ed il bottonificio Lozio e Svanetti. Sempre nel settore bottoniero seguirono altre aziende quali la Lozio Giambattista (1905, poi Maifredi e Lozio e Maifredi e Bissolotti), Giovanni Pelucchi (poi Pelucchi e Barone, poi Pelucchi e Diana ed infine Pelucchi e C.), Manifattura Italiana Beretta, la ditta Donati e Cadei ed altri bottonifici minori (Benintendi, Fabbrica Piacentini, Bottonifico Pesenti e C., Bottonificio Palazzolo, Nicola Cadei e C., Arcani Francesco poi coinvolti nella crisi 1929-1933).


Nel 1931 nacquero la società Facchetti, Rossi e Brembilla e la Amilcare Maffi. Dal 1903 al 1911 andarono raddoppiandosi le aziende metallurgiche e meccaniche con la nascita della ditta Arcaini & Donati, la Farinelli & Rossi, la Manenti & Beretta, la Fratelli Rossi e la Fratelli Zappa. Ma l'azienda che aveva raggiunto una crescita eccezionale era stata la ditta Fratelli Marzoli che, da un modesto laboratorio di meccanica di precisione, divenne un'azienda leader, la cui produzione nel 1942 superava le cento tonnellate giornaliere, mentre le maestranze occupate nel 1914 erano 222, salite a 547 nel 1917 e a 1.200 nel 1970-71. Attualmente la Marzoli si estende su oltre 70.000 mq. ed esporta la sua produzione in tutti i paesi del mondo. Del tutto lontane dalla forza industriale della Marzoli, ma efficienti per la loro parte, sono da ricordare la Società Petrò e C. (1917) erede delle ditte Zanelli e Lazzari e le officine meccaniche nate negli anni Venti con vita più o meno lunga e, in genere, gestite da operai usciti da aziende locali. Fra esse segnaliamo le ditte Alberti Francesco, Belotti e Pegorari, BasWeber, Corna e Radici, Donati Giovanni, Gaibotti e Piccinelli, Passi e Consoli, Viganò e Spada. Macchine a mano per bottoni cominciò a produrre nel 1925 la Tullio Giusi, ancora sulla breccia nella produzione di macchine automatiche. La Macpi produce apparecchiature per la stiratura industriale.


Continuarono a funzionare anche fonderie di ghisa come la Ariotti, Bertossi e C. (1919), la Fonderia Ghisa Palazzolese (1928), Lorenzo Pè e C.. L'unica ditta invece nella lavorazione della seta sopravvissuta è la Cugini Guzzi che scomparve nel 1948, sostituita nel 1956 dalla S.I.L.T. di I. Paganini che produce tessuti di nylon e sintetici. Nella filatura del cotone si affermò nel 1920 il Cotonificio di Palazzolo dei soci Ambrosi, Serlini e Ferrari che nel 1942 si trasformò in Calzificio Roberto Ferrari e C. Analoga iniziativa nasceva nel 1958 a S. Pancrazio con la Filatura Artigiana Cotone.


Il censimento industriale del 1925 registrava 7 aziende in più rispetto al 1911 suddivise in: 1 filanda, 7 officine meccaniche, 12 bottonifici, 2 cotonifici, 1 della calce e cementi; scomparse la conceria delle pelle e quelle dei prodotti chimici e dei cordami; aumentate le officine meccaniche (+ 4) raddoppiati i bottonifici (+ 6) ed i cotonifici (+ 1). Fra le industrie minori si notano 5 officine meccaniche, 1 bottonificio, 1 falegnameria ed altre piccole aziende. Gli addetti erano 4.482, di cui 1.949 nei bottonifici, 1.042 nella meccanica, 897 nei cotonifici, 400 nel setificio, 200 nella calce e cementi e 294 in altri settori. La forza motrice impiegata era di 3.386 HP. Gli anni della crisi iniziatasi nel 1929, causata dalla discesa dei prezzi, dalla svalutazione delle scorte, dall'arrestarsi delle vendite, portarono al rovescio di molte aziende. Il punto più basso della depressione fu toccato attorno al 1932, poiché l'anno successivo si ebbe l'inizio della ripresa. Nel 1934 le imprese con più di 25 dipendenti erano scese a 11, e precisamente: 4 officine meccaniche, 4 bottonifici, 2 cotonifici, 1 calce e cementi. Anche la manodopera utilizzata era diminuita a 3.326 occupati, di cui 701 nei bottonifici, 975 nella meccanica, 185 nella calce e cementi, 1.430 nei cotonifici e 35 in altri settori. Fra le poche nuove iniziative vi fu nel 1938 la produzione, della ditta Giovanni Lanfranchi, delle cerniere lampo che soppiantò gradatamente quella del bottone e che ebbe dal 1958 un vero boom internazionale.


Inutile rilevare la crisi imposta dalla seconda guerra mondiale, anche se i bombardamenti non solo non colpirono quasi mai le fabbriche, ma richiamarono a Palazzolo fabbriche come la Pirelli di Milano e la Minganti di Bologna. Come ha sottolineato Francesco Ghidotti la ricostruzione avvenne con un ritmo sostenuto: nuovi prodotti veniva richiesti dal mercato interno ed estero stimolando la ripresa industriale; nuovi metodi di fabbricazione e nuove strutture aziendali operarono un rinnovamento nell'economia locale.Il terzo censimento industriale del 5 novembre 1951 rilevava che a Palazzolo, su 12.698 residenti, 4.945 erano gli addetti fra le 444 ditte delle quali 149 industriali manufatturiere, 16 costruzioni e impianti, 3 energia elettrica, gas e acqua, 12 trasporti e comunicazioni, 232 commercio, 7 credito e assicurazioni, 23 attività e servizi vari e 2 pubblica amministrazione. Fra le industrie manifatturiere, al primo posto stanno quelle meccaniche che sono 54 con 2.623 addetti, a cui seguono i settori del vestiario, abbigliamento e arredamento con 38 ditte e 716 addetti, tessile con 16 ditte e 327 addetti, trasformazione minerali non metallici con 3 ditte e 290 addetti, poi del legno, alimentari e chimiche. La potenza utilizzabile è di 12.218 HP.Dieci anni dopo, il quarto censimento industriale metteva in risalto le variazioni che si erano verificate nei vari settori produttivi. La popolazione residente era di 13.897 unità (+ 1.199), gli addetti alle 582 imprese (+ 138) erano 5.254 (+ 309). Le industrie manifatturiere erano 185 (+ 36) con 4.122 addetti (+ 56); il settore costruzioni e installazione impianti contava 19 unità (+ 3) e 303 addetti (+ 76), quello dell'energia elettrica, gas, acqua era rimasto invariato a 3 unità con 25 addetti (+ 6), quello del commercio era salito a 304 unità (+ 72) con 531 ad detti (+ 48), quello dei trasporti e comunicazioni era a quota 21 unità (+ 9) con 142 addetti (+ 66), quello del credito e assicurazione aveva 8 unità (+ 1) e 55 addetti (+ 17); infine i servizi e attività sociali e varie contavano 42 unità (+ 19) e 76 addetti (+ 45). La potenza utilizzabile era di 20.316 HP (+ 8.098).


Altre fabbriche sono nate negli anni Sessanta come la Impresa MA.R.M I di Giuseppe Bracchi, per la produzione di monorotaie, carri ponte. In crisi la Pagani Boss per la produzione di macchine per pastifici. Nel settore tessile, la Fratelli Pedrali che fabbrica tende e blue jeans, la Filartex dei Bonadei fondata nel 1958. La tradizione del bottone continua oggi attraverso la Technova trasferita da Calino nel 1980 e che produce resine poliestere.




CREDITO. Bisogna ancora rilevare come lo sviluppo economico di Palazzolo sia stato accompagnato e sostenuto da quello creditizio che ha avuto la sua prima presenza nell'apertura il I gennaio 1864 su richiesta avanzata dell'Amministrazione comunale di una filiale o sportello bancario della Cassa di risparmio di Milano. Seguì nel 1867 la Cassa postale. Il I agosto 1872 promossa da un comitato locale e per impulso, soprattutto, di Giov. B. Vezzoli, apriva i suoi sportelli la Banca Mutua Popolare Agricola. Vennero poi fondate la Banca di deposito e sovvenzioni Svanetti e il Banco S. Fedele assorbito poi dall'Unione Bancaria.


Nel 1919 su iniziativa di Giuseppe Corridori e Colombo Svanetti veniva fondato il Banco di deposito e conti correnti Svanetti e C. chiamato anche Banca piccolo credito bresciano, di indirizzo cattolico, che ebbe un certo sviluppo nella zona, assorbito nel 1928 nel Piccolo credito bergamasco.


Espressione degli ultimi decenni di sviluppo dell'economia palazzolese è la Fiera del Progresso della Media Valle dell'Oglio (1966), promossa e gestita in un primo tempo da un gruppo di persone (fra i quali Giuseppe Mascheretti, Gianfranco Mascheretti, Renato Fapanni, Mario Ferrari, Felice Bertazzoli) che faceva capo all'Automoto-club. La Fiera ha avuto poi il sostegno dell'Amministrazione Comunale. 




UOMINI ILLUSTRI. Tra i pittori, più o meno illustri, o distinti si possono elencare i fratelli Giorgio e Faustino Durante, Giacomo e Francesco Colombo, Giovanni Rampana, e, tra gli ultimi, Matteo Pedrali.


Grandi scultori furono gli Zamara. Tra gli ultimi Antonio Rampana (fratello di Giovanni), Edmondo Damioli (nipote suo), Luigi Ghidotti, Pietro Muratori.


Fra i letterati e poeti si possono elencare Giovanni Britannico, Marco Scaramuccio, Durante Duranti, Michele Angelo Mariani, don Giovanni Schivardi.


Tra gli scrittori, poligrafi e giornalisti Vincenzo Rosa, Antonio e Guglielmo Galignani, Nino Maffi. Giacomo Persevali, dotto nelle lettere, fu compositore di musica e suonatore di parecchi strumenti, Andrea Costa, violinista, ebbe grandi successi a Londra, Eliodoro Bianchi fu tenore e maestro di bel canto alla corte di Pietroburgo, Don Pietro Tedoldi fu stimato educatore. Scrisse di cose mediche specie sotto il profilo storico il dott. Antonio Schivardi. Non pochi risultano cronisti gli scrittori di cose locali fra i quali si possono ricordare il Malvezzi, Vincenzo Rosa, Giovanni Pezzani, Giacinto U. Lanfranchi, Paolo Gentile Lanfranchi, Andrea Maza Brescianini, Luigino Bonari, Innocente Mainetti, Gino Giudici, Franco Chiappa, Francesco Ghidotti, Anna Boni Pontoglio, Battista Benedetto.


Si dedicarono alle scienze il matematico prof. Giovanni Gorini, i naturalisti Vincenzo Rosa e Paolo Gorini. Esploratore fu Tito Omboni. Commediografi furono Silvio Zambaldi e C.A. Boselli. Celebri stampatori furono Jacopo e Angelo Britannico.


Fra i religiosi e uomini di chiesa si sono distinti particolarmente il beato Bartolomeo da Palazzolo, Benedetto e Gregorio Britannico, i vescovi Pietro e Vincenzo Duranti, il can. Luigi Zamara, p. Faustino Consonni, p. Pompeo Maza, p. Michele Marella, don Alberto Morandi. Numerosi i benefattori; fra gli ultimi don Luigi Tamanza, don Ferdinando Cremona e il can. Tomaso Bissolotti.




ARCIPRETI. Arnolfo, canonico della Cattedrale (1154), Ardiccio (o Ardizzo) di Scarpizzolo (1235 c.), Bonfato, interviene all'elezione del vescovo Berardo Maggi (1274), Giacomo de Colognolis di S. Stefano (Bergamo), (contemporaneamente parroco di Palosco, 1370), Francesco di Cremona (rin. 1382), Francesco Mutti di Gromo (1382), Giovanni de Prenegaris di S. Pellegrino (1444), Pietro Oldofredi (1451), Giorgio de Donesanis di Caravaggio (1460), Giacomo Fontana (1493), Faustino de Meiorinis di S. Pellegrino (1562), Leonardo de Limesani (rinuncia 1564), nob. Giuseppe Duranti di Palazzolo (1564), nob. Giulio Duranti di Palazzolo (1606), Ventura Acchiappati (1606-1651), Stefano Acchiappati (1651-1657), nob. dott. Agostino Fenaroli (1658-1701), dott. Paolo Urgnani di Palazzolo (1702-1726), nob. don Giovanni Soardi di Brescia (1726-1755), don Angelo Muzio di Palazzolo (1755-1788), don Cristoforo Chiodi di Lovere (1788-1820), don Pietro Pirlo di Ono Degno (1820-1839) promosso canonico della Cattedrale e cancelliere vescovile, don Andrea Derada di Berlingo (1839-1851), don Giuseppe Bettinelli di Pontoglio (1852-1873), dott. don Domenico Ambrosi di Salò (1873-1884) promosso arciprete di Salò indi canonico teologo della Cattedrale, don Ferdinando Cremona di Verolanuova (1884-1917), don Bartolomeo Bozza di Monticelli Brusati (1919-1931), mons. Zeno Piccinelli di Gratacasolo (1932-1966). Nel 1962 la parrocchia viene smembrata in 4 parrocchie e inizia la serie dei singoli parroci.




SINDACI. Antonio Locatelli (1860-1871), Luigi Donati (1872-1885), Adriano Ricci (1886-1894), Antonio Sufflico (15 maggio 1895 - 31 agosto 1905), Bortolo Maurizio (settembre 1905 - luglio 1908), Antonio Sufflico (19 agosto 1908 - 26 luglio 1910), dott. Ettore Longari commissario prefettizio (agosto 1910 - febbraio 1911), dott. Simplicio Bonari (marzo 1911 - luglio 1914), dott. Antonio Sufflico (agosto 1914 - maggio 1920), dott. Antonio Sufflico, commissario prefettizio (giugno 1920 ottobre 1920), Angelo Corna (novembre 1920 - marzo 1921), rag. Antonio Guzzi (aprile 1921 - marzo 1923), avv. Andrea Micheli commissario prefettizio (marzo 1923 - luglio 1923), Luigi Begnotti commissario prefettizio (agosto 1923 - luglio 1924), rag. Ernesto Gulli commissario prefettizio (luglio 1924), Luigi Begnotti (luglio 1924 - aprile 1926), Antonio Guzzi (sindaco 1926-1927, podestà 1927-1943), Martino Marzoli (podestà), Colombo Svanetti commissario prefettizio (1943-1944), Fioravante Arrigoni (1945), Giovanni Alberti (1945), Mario Campana (1945-1946), Ugo Pedrali (10 novembre 1946), Alessandro Ambrosetti (10 giugno 1951), C. Pietro Orsatti (9 giugno 1956), P. Giacomo Scaratti (26 novembre 1960 e ancora 20 dicembre 1964), Francesco Ghidotti (21 giugno 1970), Omobono Carrara (29 luglio 1975), Lino Gervasoni (12 settembre 1980), Giampiero Capoferri (3 febbraio 1984), Mario Bertoli (1985).