NIARDO

NIARDO (in dial. Niard, in lat. Niardi)

Comune della media Valcamonica alla sinistra dell'Oglio, tra gli sbocchi delle valli di Cobello e del Re, a m 443 s.l.m. ai piedi dei contrafforti del monte Alta Guardia (m 2226). Dista 74 km da Brescia e 4,5 km da Breno. Ha una superficie di kmq 22,31. Confina a N con Braone, a S con Breno e Prestine, a O con Braone, Breno e Losine. Nei sec. XI e XIII, Niardo, Guiardo; nel 1693, Gnardo. Lo Gnaga è ricorso per spiegarlo al nome personale longobardo Niward. L'orografia è particolarmente accentuata per valli profonde e picchi rocciosi. Il territorio è percorso da tre torrenti: Re (che nasce in località Inferni sopra Ferone), Cobello (che nasce dal Corno Biacco) e Fa (che nasce in località Sambuco). Il terreno vede alternarsi le morene che poi diventarono calcare nero, marmo intercalato da striature di silicato e infine marmo granitico colorato, con vaste estensioni di tonaliti, scisti colorati e di vesuviana di cui sono stati trovati pezzi bellissimi tra Niardo e Braone ecc. Due grotte quella dei Pagani o di Fa sopra Salimmo e quella di Fop del Cochet sono state esplorate dai Gruppi Grotte di Brescia e di Cremona nel 1929. Vengono ritenute gallerie nelle quali trovavano sfogo le acque nell'epoca glaciale. Nella Guida del Biazzi si legge: «Sono tutte ingombre di sassi, di terra, ossa da morto: sono in forte pendenza e dalla volta ineguale scendono stalattiti. Lungo le pareti umide vi sono strati di alabastro. Da Niardo si sale al M. Zincone (m 2275) e M. Alta Guardia (m 2226) in ore 5 circa per mulattiera per la valle Re e sentieri per la valle Campadelli. Al monte Ferone (m 2440) e M. Stabio (m 2471) in ore 6 circa passando per valle Re e cascina Ferone (m 1820), donde alla cresta rocciosa tra i due monti». Abitanti (Niardesi, nomignolo: «salsìse» o «salsicì» per una speciale lavorazione del salame misto): 720 nel 1567, 752 nel 1824, 832 nel 1843, 838 nel 1845, 980 nel 1871, 1150 nel 1911, 1285 nel 1951, 1273 nel 1961 (attivi: 407 di cui 50 in agricoltura e 265 nell'industria), 1297 nel 1971 (attivi: 405 di cui 36 in agricoltura, 355 nell'industria), 834 nel 1988. Centri abitati: Niardo, Brendibusio, Crist, Gera Bassa. Ha stazione ferroviaria in comune con Losine a un km.


Una scheggia vulcanica preistorica ritoccata venne trovata nel centro storico nel 1977. Nello stesso anno vennero rinvenuti in una località imprecisata, sul conoide a nord del centro abitato, un frammento di ascia-scalpello levigata e materiali ceramici della seconda età del ferro e in località Gera Bassa materiali ceramici probabilmente pertinenti all'età del bronzo. I ritrovamenti indicano che la vita degli abitanti si svolse nell'ambito di una civiltà «retico-camuna» della quale Niardo sarebbe stato centro importante. I grossi macigni del muraglione occidentale, che racchiude lo spiazzo sul quale sorge il santuario di S. Giorgio, danno l'idea di una preistorica costruzione pre-romana, ossia di un castelliere posto poi da Roma sotto la protezione della Vittoria, come testimonia una lapide oggi conservata nel museo di Bergamo Alta. Richiamano la presenza di Roma i toponimi di Sommavilla (la villa più alta), e Codrobe (Quadrivio). Si riferisce forse alla dominazione longobarda la dedicazione a S. Giorgio del venerando santuario. Sembra ancor più provata l'importanza di Niardo in epoca franca alla quale risalirebbe una cassetta di piombo contenente ossa, ampolle con una scritta semionciale che elenca le reliquie ivi raccolte fra le quali quelle di S. Sigismondo, re dei Burgundi, e di S. Maurizio particolarmente venerato nel ciclo liturgico franco. Qualora il prezioso cimelio, dopo attento studio, si rivelasse veramente del sec. VIII- si confermerebbe la tradizione del possesso in luogo di beni da parte del monastero di Tours dal quale i beni passarono poi al monastero di S. Giulia di Brescia. Ed è in documento riguardante questo monastero del 970 che compare il nome di Gnardo, versione nella quale il nome di Niardo rimane inalterata fino al sec. XIX. Più aleatoria la presenza di un dominio di Matilde di Canossa della quale qualcuno vuole che fosse parente la famiglia Rodondesco che poi avrebbe dato S. Costanzo. Sicuro il dominio del vescovo di Brescia che già nel sec. XI infeudò di beni i Martinengo, cui succedettero come feudatari di Niardo come di Losine, di Lozio ecc., i Griffi loro collaterali, e presenti a lungo in Valcamonica ebbero un loro Lanfranco da Niardo, assieme a Ribaldo da Breno ed altri, testimone ad una dichiarazione fatta da Giovanni Brusati nel 1116 assieme a Custancius de Siano nel quale c'è chi ha voluto individuare molto ipoteticamente S. Costanzo, che poi edificò il santuario e il monastero sul monte Conche sopra Nave. È probabilmente un Griffi quell'Alberto q. Filippo di Niardo che stipulò con Fulchesoni, i Federici, i Brusati ed altri, la prima convenzione con i comuni camuni. Ai Griffi appartennero probabilmente rilevanti costruzioni nei cui ruderi esistenti non lontano da S. Giorgio uno scrittore del sec. XIV, Agesilao Snoppedo, vide «vestigi di Torri e Palagi antichissimi et vestigi di Castelli». Accanto ai feudatari, ebbe sempre più rilievo la vicinia formata dai capifamiglia del paese. L'intraprendenza di Niardo è significata anche dall'elezione a console della Valcamonica nel 1168 di Graziadio di Niardo. Si ritiene suo figlio quell'Obizio che nel 1191 partecipò alla battaglia di Malamorte combattuta a Rudiano il 7 luglio fra bresciani e bergamaschi. Abbandonata la famiglia per dedicarsi tutto al servizio di Dio, si ritirò presso il monastero di S. Giulia di Brescia dove morì in fama di santità nel 1204 (v. Obizio da Niardo, s.).


I Niardesi parteciparono ad altre azioni ghibelline contro i guelfi della bassa Valcamonica e specialmente nel 1288 contro il castello di Iseo. Impresa che richiamò la scomunica, tra gli altri, sul capo del feudatario Romelio da Niardo. Qualcuno ha attribuito a uno zio di S. Obizio, Ansuino, la fondazione di una o due case di Umiliati. Il Guadagnini testimoniava addirittura che ai suoi tempi si vedevano «in alcuni campi poco discosti dalla terra (di Niardo) verso l'Oglio, vestigi di due monasteri chiamati tutt'ora uno Bregno dei frati e l'altro Bregno delle monache». Il Guadagnini deduceva l'esistenza della casa di Niardo anche dai documenti raccolti dal Tiraboschi, ma questi non parla affatto di una casa di Umiliati a Niardo; reca soltanto un documento del 9 aprile 1349 attestante che nel monastero di quell'ordine a Leno vi era Frà Giovannino di Niardo. Comunque fino a qualche decennio fa venivano mostrate ancora le rovine dette il «Bregno dei frati» e il «Bregno delle monache». Nel 1293 il vescovo Berardo Maggi imponeva al console Tancredo de Adamis e al comune di Niardo di non molestare «sotto pena di scomunica» Pietro Giacomo sacerdote della chiesa di S. Brigida in Brescia, circa i beni, le terre e possedimenti che aveva in Niardo. Il Sina suppone che il nominato console fosse quel Tancredi q. Giacomo de Adamis di Gorzone detto il Negro che verso la metà del 1300 possedeva il castello di Niardo. I de Adamis poi si trasferirono a Edolo ed a Monno, investiti di beni del vescovo di Brescia. Sotto i Visconti Niardo si spostò in campo guelfo e nel 1403 il fortilizio al «Dos del Castel» divenne rifugio dei guelfi, alleati a Baroncino di Lozio, diventando un punto di appoggio a scorrere nel territorio. Una alluvione seminò gravi danni nel 1475.


Notevole sviluppo economico e sociale ebbe Niardo sotto il dominio di Venezia. Nel 1478 diede alla Valcamonica il sindaco Jacobus de Gnardo, mentre Orazio Recaldini o fu nel 1596, 1603 e 1609. Non mancarono momenti di tensione specialmente con Breno. Nel 1502 Niardo contestò al castellano esorbitante del capoluogo camuno il tributo di legna richiesto. Venezia obbligò il castellano a pagare il legname a beneficio di tutta la comunità di Niardo. Nel 1530 il passaggio di lanzichenecchi seminò a Niardo un contagio che durò due anni, causando molte vittime. A tale epidemia viene riferita la santella di Val di Fa. Pochi anni dopo, il 27-29 novembre 1536, una nuova alluvione causò danni. Nel 1557 i consoli e gli uomini di Niardo si incontrarono con quelli di Breno e Pescarzo per stabilire i confini della proprietà degli antichi originari di Niardo. Nel 1583 il parroco don Bernardino Ronchi fondava la cappellania dei SS. Fabiano e Sebastiano, con l'obbligo al cappellano dell'istruzione gratuita per i poveri. Nel 1630 la peste, durata sette mesi, mieté molte vite. Nel 1629, 1634, 1644, 1671, 1681 provocarono gravi danni i torrenti Cobello, Re e Fa distruggendo ponti, mulini e contrade, richiamando sussidi governativi e la sospensione dei tributi di dieci anni in dieci anni. Nel 1674 «lo schianto di infinite piante di castagne che servivano di sostentamento di gran parte» della popolazione e «la ristrettezza di biade minute» costringevano famiglie intere ad abbandonare il paese, richiamando sussidi e prestiti del governo veneto con ducale di Nicolò Sagredo e nuove esenzioni di dazi prorogate con altre ducale del 1682. Una nuova inondazione nel 1774 provocava gravi rovine. La soppressione del monastero di S. Giulia, decisa dal governo giacobino, instauratosi a Brescia nel marzo 1797, portò a Niardo il 24 dicembre 1797 i resti mortali di S. Obizio. Nel 1806 la vicinia cedeva il passo al comune, con la partecipazione alla amministrazione pubblica anche dei forestieri fino ad allora esclusi. La grave carestia degli anni 1815-16 seguita da una epidemia di tifo petecchiale colpì duramente anche Niardo, assieme a tutta la Valcamonica. La crisi economica concomitante portò allo sfacelo della famiglia Recaldini, particolarmente attiva nella produzione e nel commercio del ferro e alla chiusura di fucine. Nel 1830 Niardo concorse alla costruzione della strada del lago d'Iseo. Pochi ma attivi i patrioti niardesi fra i quali il bottaio Surpi. Grave fu tra le altre l'inondazione del 1882. Nei primi decenni del secolo ebbe una certa notorietà un Nava o «erburàr» di Niardo che girava per i paesi della Valcamonica.


Fu difficile nel dicembre 1907 ottenere di avere una stazione della ferrovia camuna a Brendibusio della quale si interessò l'avv. Livio Tovini. Nel luglio 1908 un comitato composto dal maestro G.B. Guadagnini, Giuseppe Bondioni, Giovanni Bianchetti, Faustino e Pietro Farisè, Giov. Maria Poli, Baldassare Pandocchi, Bortolo e Francesco Sacristani, Giuseppe Surpi, lanciava la proposta di erigere un asilo. Undici niardesi parteciparono alla guerra italo-turca del 1911; tredici morirono in combattimento e in prigionia ed altri undici per cause di servizio, durante la 1a guerra mondiale. Tra le medaglie d'argento al v.m. il gen. Martino Poli, Antonio Fedriga, Simone Sacristani. Nel dopoguerra si affrontarono popolari e combattenti e socialisti ghislandiani. Nel 1924 le squadre fasciste si accanirono contro il circolo socialista e i suoi dirigenti nelle persone di Giovanni Gelmini, Francesco Ducoli, Bettino Calzoni e Giacomo Ducoli. Particolarmente pesante da parte della squadraccia di Breno il pestaggio di Bettino Calzoni che lo porterà alla morte. Violenze fasciste vennero compiute in piazza la domenica mattina su Francesco Ducoli. Giovanni Gelmini invece, aggredito in un'osteria, si difese a colpi di falcetto e riuscì a dileguarsi nei campi. Espatrierà alla fine del 1923 in Australia per ritornare a Niardo solo nel 1945. Intanto il 4 marzo 1921 era stato fondato il gruppo Alpini sempre molto attivo.


Con R. Decreto del 17 novembre 1927 (n. 2254) , con Braone e Losine, veniva aggregato al comune di Breno. Nel 1928 veniva costruito il ponte sul torrente Re e nello stesso anno Niardo veniva dai giornali propagandato come località turistica. Verso il 1930 si sparse a Niardo e nei dintorni una vera psicosi di liti e anche di incendi dolosi, attribuiti a vendette, rancori e faide locali. Nell'aprile 1930 una partita di morra in un'osteria di Braone, provocò da Niardo una spedizione armata, per vendicare presunti torti ricevuti, finita con due feriti leggeri e l'arresto di una quindicina di niardesi. Il tribunale comminò leggere condanne. Poco dopo si ripeterono nel settembre e ottobre a Niardo incendi ritenuti dolosi, uno dei quali nell'ottobre 1930 ridusse sul lastrico nove famiglie. Di essi vennero incolpati alcuni poi arrestati. L'antifascismo venne intanto tenuto vivo dal parroco don Betta e da altri. Nel 1942 Niardo subì una nuova alluvione. La seconda guerra mondiale registra cinque caduti sul campo, nove deceduti in campo di prigionia, nove dispersi in Russia. Attiva fu la partecipazione di Niardo alla Resistenza. Parecchi giovani si arruolano nel gruppo delle Fiamme Verdi comandato da Giacomo Cappellini e alcuni di essi parteciparono ad azioni di guerriglia, quali il tentativo di liberare all'ospedale di Breno il cappellano, e alla battaglia del Mortirolo. Numerosi i rastrellamenti sulle montagne di Niardo e gli arresti da parte dei nazifascisti. Si ricordano tra i partigiani combattenti Stefano Rizza, Giovanni Calzoni, Giovanni Pandocchi, Cristoforo Tagliaferri, Giovanni Bondioni, Giovanni Giarelli, Martino Poli. Conobbero il carcere nel castello di Brescia e la crudeltà degli interrogatori il maestro Maurizio Calzoni e Giovan Battista Farisè. Fermo l'atteggiamento di don Franco Betta, che insorse contro chi infieriva sul giovane Nino Calzoni ferito in un rastrellamento fascista. Tra i caduti della Resistenza sono il ventunenne Luigi Farisè finito a colpi di pistola nell'ospedale di Breno e Giacomo Farisè morto di stenti nel campo di sterminio di Dachau.


Nel 1949 per interessamento del parroco don Franco Betta e di persone influenti Niardo riacquistò la sua autonomia amministrativa. Intensa l'attività delle amministrazioni pubbliche dopo la riacquistata autonomia. Nel 1950 vennero costruite le fognature, mentre si allargarono (1951) e si asfaltarono strade (1953), si ricostruì il ponte sul Re (1955). Venne inoltre ampliato l'acquedotto (1951), migliorate malghe e pascoli, migliorate le scuole elementari (1961, 1966, 1975), l'asilo (1970), realizzata una nuova illuminazione pubblica (1973), ampliato il cimitero (1974). La borgata ebbe particolare sviluppo in frazione Crist lungo la statale 42. In un decennio, dal 1964 al 1974, vennero costruite e ristrutturate circa 120 abitazioni. Inoltre venne aperta la scuola media costruita nel 1971 e sistemata la strada Niardo-Braone. Seguiva, il 1° maggio l'inaugurazione della nuova sede comunale, nel 1975 veniva costituito il gruppo Avis, nel 1976 aperta la Biblioteca civica e nel 1979 veniva approvata la costruzione di una nuova scuola materna realizzata nel 1981, su progetto del geom. Francesco Landriani e inaugurata il 25 aprile dello stesso anno. Nel maggio 1985 veniva inaugurata la palestra comunale. Una immane distruzione portò il 25 agosto 1987 un'alluvione causata dai torrenti Cobello e Re. Oltre che travolgere cinque ponti, case e strade mieté due vittime, i coniugi Giovanni Pandocchi e Antonietta Sacristani, rimasti sepolti nella loro casa. Ma il paese si riprese nel giro di pochi anni. Già nel luglio 1988 era stato ricostruito il ponte alle porte del paese, cui seguiva quello sul canale e al tempo stesso allargata la strada. Nell'ottobre 1988 veniva inaugurato il monumento agli invalidi sul lavoro, raffigurante una madre che sorregge il corpo del figlio, opera di Mario Prandini di Braone e ricavato in roccia di Niardo. Nel frattempo si sviluppava l'associazionismo. Nel 1975 nasceva l'Avis, mentre nel 1989 il gruppo escursionisti ricostruiva e trasformava in rifugio la baita Sambuco con l'aggiunta della «Capanna 5 amici», mentre veniva avviata grazie anche al gruppo Alpini la sistemazione delle malghe Campedelli. Notevole l'attività culturale che vide ricerche locali più intense da parte di don Battista Barbieri, della maestra Gisella Rinchetti e del maestro Antonio Rinchetti. Oltre al volume e a parecchi articoli sul paese pubblicati nel bollettino parrocchiale, le ricerche hanno ricostruito tutti i rami familiari fissati in una mostra ed in un volume. Interessanti anche le mostre storiche. Di grande prestigio, dal 1979, voluto dal sindaco Ugo Calzoni, il premio S. Obizio (v. Premi, Premio S. Obizio) che ha indicato alla riconoscenza pubblica molte personalità camune. Sempre più intensa l'attività sportiva che ha trovato il suo perno nell'Unione Sportiva che dal 1986 allinea tre squadre di calcio (dilettanti, cadetti, giovanissimi), due formazioni di pallavolo (cadette e assoluto maschile) e buona partecipazione a campionati di sci e podistici. Molto diffusi i nomi Bonfadini, Calzoni, Do, Ducoli, Giacomelli, Pezzucchi, Poi, Sacristani, Surpi, Taboni, dei quali recentemente sono stati ricostruiti dal maestro Antonio Rinchetti i rami, presentati nel maggio 1991 in una mostra e raccolti in un volume.


ECCLESIASTICAMENTE Niardo appartenne da sempre alla pieve di Cividate. A parte la scoperta delle reliquie attribuite, a prima vista al sec. VIII, e alle quali si è accennato, contò certamente una delle prime chiese della valle dedicata alla Madonna accanto alla quale venne poi eretto il santuario di S. Giorgio. Da un lodo emesso a Verona nel 1186 dai cardinali Abelardo di Verona e Pietro di Vicenza, verso la metà del sec. XII, Niardo, con Bienno ed Esine si era staccato dalla pieve di Cividate, ottenendo l'uso del fonte battesimale eretto nella propria chiesa. Segno di notevole antichità è anche la dedicazione a S. Maurizio, santo del ciclo franco di Tours, della chiesa poi parrocchiale, intorno alla quale si formò il centro abitato attuale. Ad un «hospitale vel monasterium» accennano gli Atti della visita a Niardo del vescovo vicario Vanzio sottolineante che aveva «più possedimenti» ma senza che se ne conoscessero i redditi affidati ad un Giovanni Lorenzo q. Bartolomeo de Bondiano de Niardo. La chiesa di S. Maurizio era già consacrata assieme all'altare maggiore nel 1567 e veniva mantenuta a spese del comune. Nello stesso anno esisteva già un legato di certo Graziolo con obbligo della dispensa del pane. Nel 1580 veniva eretta canonicamente la compagnia del SS. Sacramento. Di sostegno alla chiesa venne poi costituita la cappellania dei SS. Fabiano e Sebastiano, eretta dal rettore don Bernardino Ronchi il 12 novembre 1585 e confermata con decreto vescovile del 22 gennaio 1564. Aveva un proprio altare nella chiesa poi demolita e il cappellano aveva il compito di far scuola ai fanciulli poveri. Grande importanza nella vita religiosa niardese assunse soprattutto il culto a santi locali quali Obizio, Costanzo, Innocenzo da Berzo. Di S. Obizio Niardo ottenne le spoglie nel novembre 1798, quando l'urna dello stesso venne portata a piedi da Brescia ad Iseo da otto persone a ciò deputate; da qui trasportate via acqua a Pisogne e poi di nuovo a piedi a Niardo, evitando, con una corsa, che i Brenesi riuscissero a farsele proprie. Per lo scampato pericolo vennero edificate, secondo la tradizione, tre santelle (a Gèra, a Campo e all'imbocco della strada per Fondrissa) quante dovevano essere le soste che erano stati tenuti a fare e che invece vennero omesse. Niardo ottenne anche reliquie di S. Costanzo, mentre vivo è il culto del beato Innocenzo da Berzo. Nel 1798 in occasione del trasporto delle reliquie di S. Obizio venne creato un corpo armato di volontari che accompagnò il corteo. Da allora le annuali processioni della festa del Santo vennero scortate da due armati fino a quando nel 1925 l'arciprete don Betta creò una Compagnia di S. Obizio e di S. Costanzo, perché facesse, in marziali divise, da picchetto d'onore alle reliquie dei santi, composto da un comandante, da un vice comandante e da undici guardie. Nel settembre 1909 contemporaneamente alla chiesa veniva costruito un nuovo asilo, affidato alle Suore da Cemmo. Nel 1963 veniva fondata «La Voce di Niardo» completamente rigenerata poi nel 1970 dal parroco don Battista Barbieri, che la arricchì oltre che di cronache religiose e civili anche di notizie storiche e folcloristiche. Il 15 settembre 1991 il vescovo ausiliare mons. Olmi inaugurava il nuovo oratorio e la canonica ricostruita, voluta dal parroco don Fausto Murachelli.


LA CHIESA PARROCCHIALE. La tradizione vuole che prima chiesa parrocchiale sia stato l'attuale santuario di S. Giorgio, mentre è da ritenersi che da secoli sia esistita una chiesa dedicata a S. Maurizio. Era già consacrata nel 1567 assieme all'altare maggiore e nel 1602 il vescovo Morosini ordinava che venisse ampliato l'altare e riparato il pavimento. Venne rifabbricata grazie ai lasciti disposti da don Pietro Castelli, con testamento del 9 gennaio 1629, nel giro di qualche decennio e consacrata il 3 luglio 1696, come ricorda una lapide conservata nella sagrestia dell'attuale chiesa e che suona «Templum / D.O.M.B.V.M. / S. Mauritio et Socc.is / Pietro Castelli Rectoribus / communi et exent / mandantibus / extructum. / Quod sacravit / Ill.us et R.us D. D. / M. Maurocenus /epus. Brixie / Dominica I.I.I. julii/1696». Piccola, ad una navata, di architettura molto semplice vi vennero realizzati tre altari. Sul maggiore venne posta la pala della chiesa primitiva raffigurante la Madonna col Bambino, S. Maurizio e due santi della Legione Tebea del fiammingo Jean De Herdt, eseguita fra il 1658 e il 1661. E' stata restaurata da Tino Bellotti nel 1977. Sull'altare della Madonna del Rosario venne poi posta una statua della B.V. opera dei Fantoni e scolpita nel 1727. Nel 1833 veniva eretto il campanile, arricchito subito di 5 nuove campane e nel 1838 di un orologio. Il campanile veniva poi rialzato nel 1860. Risultata la chiesa troppo piccola, l'arciprete Milani lanciò l'idea di costruirne una nuova in località Moie, a capo della piazza attuale. Caduto il progetto alla morte di don Milani, venne ripreso nel 1860-1861 come voto a S. Obizio espresso in occasione della «polmonera» che colpì il bestiame, di erigere un nuovo altare al santo, per ospitare il quale venne costruita nel 1861 la nuova navata di sinistra verso il campanile, così nel 1862 se ne aggiunse subito un'altra a destra o a settentrione, creando, per mancanza di spazio una nuova facciata a sghimbescio che risultò una mostruosità. Nello stesso 1862 veniva decisa la costruzione di un nuovo organo. La chiesa ospitò cinque altari: il maggiore e quelli di S. Giuseppe, di S. Carlo, della Madonna e di S. Obizio. Nella medaglia del presbiterio venne raffigurata l'Assunzione e in quelle delle navate episodi della vita di S. Maurizio. Le incongruenze architettoniche e soprattutto l'insufficiente capienza riproposero agli inizi del sec. XX il problema di una nuova chiesa. Ne avviò la realizzazione la somma di diecimila lire lasciate da don Antonio Negri, curato di Cerveno ma nativo di Niardo, che spinse a creare subito una commissione per realizzare il progetto. Lo stesso don Negri lasciava alla parrocchia la casa paterna da adibire a canonica, permettendo così l'acquisizione di un'area sufficiente alla nuova costruzione. Questa venne avviata su progetto del loverese Giuseppe Pellini, con le demolizioni necessarie, il 2 maggio 1906 e con la benedizione della prima pietra il 13 agosto 1906. Un crollo avvenuto il 6 luglio 1907, a lavori iniziati, rallentò ma non arrestò l'impresa, che, nel 1909, veniva compiuta grazie alle cure del parroco don Gerolamo Lanzetti e con il contributo entusiasta della popolazione. Il 6 dicembre 1907 venne aperta al culto, nel dicembre 1908 veniva ultimata e il 29 aprile 1910 benedetta, con solennità, dal vescovo mons. Corna Pellegrini. È considerata una delle più grandi della Valcamonica. A croce greca di 46 m di lunghezza, m 12 di larghezza, m 23,50 di altezza, ha una sola navata a tre campate con lesene che vanno fino a terra e terminano con i capitelli corinzi che sostengono il cornicione su cui poggia la grande volta. Al centro della navata quattro grandi archi sostengono la grandiosa cupola e nelle due grandi cappelle che concorrono a dare la forma di croce al fabbricato sono collocati due grandi altari in onore l'uno di S. Obizio e del Beato Innocenzo e l'altro di S. Costanzo. Entrando a destra si incontra l'altare di S. Antonio, in legno. Nella cappella che segue, su un altare in legno è posta una pala raffigurante S. Costanzo e il B. Innocenzo da Berzo opera del pittore Giacomo Trombini. Segue l'altare del S. Cuore, in marmo occhialino, la cui soasa venne nel 1955 ricuperata dall'altare maggiore. Scendendo lungo la navata sul lato sinistro si incontra l'altare della Madonna, in marmo con nella nicchia una statua della Madonna e tutt'attorno affreschi del pittore Peci. Vi esisteva una statua della Madonna del Rosario di scuola fantoniana. Segue nella cappella laterale il grandioso altare dedicato a S. Obizio con mensa in marmo e soasa in gesso dipinto, completato dall'arciprete Taddei nel 1924. La pala dell'altare venne eseguita nel 1925 dal pittore esinese Giovanni Battista Nodari e ne ha sostituito un'altra eseguita da Angelo Ceroni di Albino di Bergamo (restaurata dal Bellotti nel 1977). Nella mensa è collocata una bella urna con le reliquie del santo. Segue l'altare dedicato a S. Giuseppe (l'antico altare di S. Obizio della chiesa vecchia). Il presbiterio ha un'abside a cupola. L'altare maggiore antico è stato sostituito nel 1973 su progetto del geom. Francesco Landrini. Contemporaneamente venne posto un nuovo pavimento. La pala e la soasa dell'abside erano state sostituite da un grande affresco, dipinto nel 1955 da Gianni Trainini e illustrante la Crocifissione, nel lunotto la Resurrezione, al centro l'Agnello pasquale con ai lati i quattro evangelisti. Nella chiesa parrocchiale erano esposti 12 quadri raffiguranti i dodici Apostoli, provenienti dalla chiesa di S. Giorgio e attribuiti a Pietro da Marone trafugati nella notte tra il 21 e il 22 dicembre 1974. La chiesa veniva consacrata, in occasione della visita pastorale, dal vescovo mons. Gaggia, il 24 aprile 1915. Nel luglio 1969 vennero avviati i restauri al tetto e alla facciata, affidati all'impresa Domenico Bondioni. I restauri vennero ripresi nel 1978 su progetto dell'ing. Augusto Ippoliti e dal geom. Francesco Landriani. Le tappe della costruzione della nuova chiesa e delle opere ivi compiute sono ricordate in una iscrizione posta nel 1973: «Da questa pietra sapranno i posteri / tre fatti memorandi: / Dal MDCCCCVI al MDCCCCIX / la costruzione del tempio / per l'opera dell'arciprete / mons. Girolamo Lanzetti / mecenate il concittadino d. Antonio Negri; / il XXVIII aprile MDCCCCLXXIII / l'inaugurazione del pavimento in preziosi marmi / della navata e del coro; / la consacrazione dell'altare del Vaticano II / per le mani di S.E. mons. Pietro Gazzoli / vescovo ausiliare di Brescia / auspice il popolo di Niardo / animatore l'arciprete G.B. Barbieri». Sul campanile stanno tre campane, una fusa nel 1833, una nel 1838, la più grossa nel 1861 dalla ditta Pruneri. La nuova incastellatura venne realizzata nel 1980. In sagrestia esiste una Natività di Maria SS. attribuita a Domenico Caresiana di Valtellina. In canonica vi è una Madonna con i SS. Francesco e Carlo (cm 100x60) attribuita a G. Giacomo Gaioni detto Bate. Sono di Niardo il gen. Martino Poli e alcuni valorosi missionari quali il salesiano Francesco Bondioni, don Giuseppe Bassi, don Baldassare Baretta.


S. GIORGIO. Secondo tradizioni locali il santuario avrebbe sostituito, forse nel secolo XV, una chiesa dedicata alla Madonna, che fin dal sec. XII era diventata parrocchia staccandosi dalla pieve di Cividate, dedicata poi a S. Giorgio. Dalla visita di mons. Celeri del 1578 sappiamo tuttavia che S. Giorgio era già una chiesa «vecchia e piccola», limitata al presbiterio attuale. Sappiamo anche che la chiesa di S. Giorgio si trovava nel centro del cimitero e fu parrocchiale fino al sec. XV. Il trasporto della parrocchiale dal colle di S. Giorgio a dove si trova oggi, al centro del paese, sarebbe avvenuto probabilmente ancora nel sec. XV quando un'alluvione e successive frane avrebbero addirittura spazzato via il vecchio paese e costretto gli abitanti a costruirlo dove è oggi e ad erigere una nuova parrocchiale dedicata a S. Maurizio. La chiesa di S. Giorgio divenne in tal modo santuario e come tale fu abbellita con ex-voto affrescati. «È ben retta e si tiene chiusa», si legge negli Atti della visita del vescovo Bollani (11 settembre 1567). Quelli della visita del Pilati (3 settembre 1573), attestano che «la chiesa aveva solo un altare, sul quale si celebrava nella festa del santo ed altre volte per devozione». La chiesa dipendeva da quella parrocchiale e possedeva solo un campicello che rendeva ogni anno due «quarte» di cereali. Sulla stessa altura sulla quale sorge S. Giorgio, era stata costruita, per iniziativa di singoli devoti, anche una cappella dedicata a S. Rocco. Di questa cappella vi è ricordo negli Atti della visita di S. Carlo e non potrebbe essere che quella che Barbieri e Rinchetti identificano nell'attuale presbiterio di S. Giorgio, posta al centro del vecchio cimitero. Ad essa accennano esplicitamente gli Atti della visita del vescovo Morosini del 1593, ma come dedicata a S. Rocco. Il vecchio santuario rimase inalterato sino verso il 1729. Quando nel 1732 lo visitò il card. Querini, questi annotò che era stato fabbricato di nuovo. Non vennero cancellati gli affreschi esistenti, che vennero poi ritrovati nel 1935-1936 e nel 1967. In pratica, vennero aggiunti la navata e l'elegante pronao che ancor oggi fanno bella mostra di sé. La santella, o oratorio, che esisteva accanto al santuario è ora dedicata alla Madonna e non più a S. Rocco. Nel 1807 vi risiedeva un eremita. Nel 1867 venne aggiunto il portico antistante. Nel 1837 gli atti visitali segnalano l'esistenza di due altari: uno dedicato a S. Giorgio, l'altro ai Santi Fermo e Rocco. Il vescovo Gaggia il 23 aprile 1915 segnalava che da molti anni mancava l'eremita. Oggi il santuario si presenta, pur segnato dal tempo, ricco di suggestione. Le linee architettoniche sono semplici. Severa la facciata, con porta e finestra. La navata, a tre campate, con lesene che da terra raggiungono capitelli compositi che sostengono il cornicione su cui poggia la volta a botte, chiaramente settecentesca, è divisa dal più piccolo presbiterio da un arco a sesto acuto. Il presbiterio ha volta a crociera senza costoloni. Le vele sono dipinte d'azzurro, con stelle. Al centro domina, aureolato, il monogramma di S. Bernardino. Sono gli affreschi che impreziosiscono oggi questo bel santuario. Quelli alle pareti laterali riemersero durante i restauri compiuti negli anni 1935-36 e dalle date 1500, 1518 don Romolo Putelli «importantissimi» e assegnati al ciclo della scuola di Gianpietro da Cemmo o di Vincenzo Foppa. Altri, più genericamente, attribuiscono ai Cemmaschi gli affreschi raffiguranti S. Giorgio e la Madonna della Misericordia, della parete sinistra del presbiterio e quelli votivi con S. Rocco e S. Francesco, della parete di sinistra della navata. Più tardi, nel 1957, quando venne tolta l'icona posta nel '700, raffigurante S. Giorgio, opera del pittore bresciano Angelo Vielmi, altri ne apparvero, purtroppo decapitati dagli infissi dell'icona stessa. Oggi, dopo i restauri compiuti nel giugno 1967 da Costante Belotti, gli affreschi si presentano così: sulla parete di sinistra sta un grande S. Giorgio a cavallo, di molto buona fattura, specie per la bella impostazione e proporzione del cavallo. Di gusto quattrocentesco è la Madonna della Misericordia, che accoglie sotto il manto una moltitudine di devoti. Nella fascia inferiore, sempre della parete sinistra, si vedono immagini di S. Antonio, della Madonna col Bambino e, oltre la porta che divide la parete e che porta la data del 1670, un altro S. Giorgio a cavallo. Un'altra iscrizione suggerisce la data 1560 dic. 7-8 marci. La parete centrale del presbiterio è dominata da una crocifissione con la Madonna e la Maddalena, a sinistra, S. Giovanni e S. Rocco, a destra. Ai lati, ancora due Madonne col Bambino. Sotto quella di destra si legge «Haec virgo est decora». Nella fascia inferiore si vedono una Santa, una Madonna col Bambino ed altri Santi, fra cui S. Rocco. Nella crocifissione il Panazza vede particolari influenze dell'arte mantegnesca. Riccamente illustrata è anche la parete di destra: nella fascia superiore si notano due gruppi di Santi e un S. Simonino isolato. Nel primo gruppo sono raffigurati S. Rocco, S. Mauro e S. Fabiano. Nel secondo gruppo sono S. Sebastiano, S. Antonio e Beato Simonino. Nella fascia inferiore della parete di destra si notano due santi affiancati (fra cui S. Sebastiano) altri due santi (S. Francesco, S. Antonio) e via via i SS. Francesco e Rocco (con l'iscrizione: «1518 F.F. Antonius de Mausolechis. Juli») ancora un altro S. Rocco (con la iscrizione «F.F. Bartolomeus de Fariseis 1518») ed infine S. Lucia e S. Apollonia. Come ha fatto notare Tiziana Bertolini la data e la firma: «1560 - Dies S. Marci» sotto una Madonna e i SS. Antonio ab. e Giovanni evangelista che si trovano nel comparto inferiore della parete di sinistra, fanno pensare che i cicli pittorici maggiori vadano dal 1486 al 1560. Al di là del valore di questi affreschi, non si può tacere l'amore che popolazione e parroci hanno dedicato a S. Giorgio. Altri segni, come la casetta che affianca la chiesa, riservata all'eremita custode, dicono altre cure come la recinzione e l'alberatura del sagrato, il rifacimento del tetto (1975) e la posa di un nuovo altare. Altri ampi restauri furono intrapresi con alacrità nel 1980, quando venne ristrutturato anche il parco.


ANGELO CUSTODE. Forse cinquecentesca è stata poi ristrutturata nel 1640, su iniziativa di Zaccaria Recaldini, abitante in un bel palazzo attiguo, che istituì anche un legato per la celebrazione della messa. Nel 1732 la proprietà e lo juspatronato erano già passati dai Recaldini al nob. Antonio Duranti. Nel 1808 la chiesa è della «famiglia benestante» di Luca Negri. Nella relazione parrocchiale del 1861 si affermava che vi si celebrava la messa quotidiana, ma nel 1915 era a uso di teatro. Per molti anni la chiesetta venne lasciata in abbandono ed adibita a deposito del fieno in favore della parrocchia. La chiesa venne riscattata dall'abbandono dal 1964 e venne inaugurata il 14 agosto di tale anno. Ha un'architettura semplice e sobria. L'altare unico è realizzato in marmo con soasa in gesso. Con i restauri del 1964 venne messo in opera un bel pavimento e venne dotata di banchi nuovi. La vecchia pala, ora in parrocchiale, venne sostituita con un nuovo dipinto del pittore Gatti di Brescia; raffigura l'Angelo Custode in atto di proteggere un bambino che si trova in pericolo; è di buona fattura. La chiesetta degli Angeli Custodi funge da chiesa sussidiaria e vi si celebra la S. Messa periodicamente, specie durante l'estate. La chiesetta venne restaurata e ristrutturata su progetto dell'arch. Gianni Prandini nel 1985. TRANSITO DI S. GIUSEPPE. Segno di una devozione che si rinnova è la chiesetta edificata nella frazione Crist-Brandibusio e dedicata al Transito di S. Giuseppe. Costruita sul territorio del comune di Braone, è affidata alla parrocchia di Niardo. La chiesa venne eretta sulla fine del '600 e la tradizione la vuole voluta da un sacerdote della famiglia Guzzetti. La costruzione è di buona fattura; due lesene con capitello composito sostengono il piccolo cornicione, su cui poggia la volta. Il piccolo presbiterio è separato dalla navata da un gradino, sul quale poggiano due lesene, che fanno da sostegno a un arco a tutto sesto. La navata è molto piccola; misura m 7x5 ed ha una modesta capienza. L'altare, rivolto al popolo, è in marmo con un bel paliotto in rame riproducente l'Ultima Cena, mentre la soasa è in legno ed ospita una piccola tela di buona fattura, raffigurante il Transito di S. Giuseppe. Anche questa chiesa, abbandonata e ridotta in condizioni pietose, nel 1956, venne fatta riparare e affrescare. Nel 1969 si provvide al rifacimento completo del tetto ed alla tinteggiatura della facciata. La chiesa venne riaperta al pubblico l'11 dicembre 1956 e serve come chiesa sussidiaria per la frazione. Rivelatasi ormai inadeguata allo sviluppo urbanistico della zona, il parroco e la popolazione di Niardo, hanno deciso, nel 1980, di edificare una nuova chiesa affidandone il progetto all'arch. Augusto Ippoliti, coadiuvato dal geom. Francesco Landriani. Venne invece nel 1986 completamente ristrutturata la precedente.


DISCIPLINA DI S.FRANCESCO. Antica era la chiesetta di S. Francesco che divenne disciplina. I visitatori di S. Carlo nel 1580 e il vescovo Morosini nel 1593 ordinavano che venissero restaurate o distrutte, imbiancando poi le pareti, le pitture corrose dall'antichità e si provvedesse la chiesa di una icona decente.


Tra le santelle da segnalare quella «de la rasega» in via Motta, dove è raffigurata l'apparizione a Rezzato della Madonna; quella della Croce in località Crus, sulla cui fronte spicca una bella Annunciazione, mentre all'interno domina una Deposizione con ai lati i SS. Obizio e Costanzo, Lucia e Apollonia, restaurata nel 1979 da Costante Bellotti. La santella del Lazzaretto a Fa fu restaurata nel 1984.


ECONOMIA. Eminentemente agricola fino a pochi decenni fa, vide sviluppato da sempre l'allevamento ovino e bovino specie nei pascoli a Nese, Foppe, Bisone, Casigola e nelle malghe comunali di Ferone e Campadelli (nell'alta valle del Re), Sambuco e Stabio (la più vasta). Le malghe comunali vennero sempre più regolate dal sec. XVII, attraverso rigorosi ballottaggi ed incanti. Ancora nel 1870 Bortolo Rizzi scriveva che Niardo «possiede anche montagne pei pascoli; due delle quali ad uso dei terrazzani, ed una si affitta; un'altra, di proprietà degli Antichi Originari del paese, vien data anch'essa in affittanza ai mandriani». Nel 1905 vennero raccolti capitali per la costituzione di un Consorzio agrario. Più genericamente pochi decenni fa venivano segnalate un'intensa coltivazione di cereali, patate, e la coltura di vite. Diffuso l'allevamento di animali da cortile (oca, tacchino, coniglio). Nel 1609 (la notizia è registrata dal Da Lezze nel suo Catastico), Niardo era conosciuta assieme a Braone, perché si raccoglievano «più buoni et in maggior quantità li peri garavelli che in qualunque altro luogo» della Valcamonica. Le pere garavelle erano ancora note e rinomate agli inizi del sec. XX anche se la coltivazione andava scomparendo. Dall'estimo mercantile del 1753 fra piccoli rivenditori, l'unica attività di un certo rilievo è quella dei trafficanti di legname fra i quali sono: Santino Fariseo, Valentino Ravizza, gli eredi di Giorgio Betta e Bartolone Castelli. Nel 1850 venivano segnalati «biade, gelsi, viti, castagne, pascoli e boschi». Più circostanziato il Rizzi nel 1870 che sottolinea come «la metà del terreno è coltivata a granoturco, frumento, segale, grano saraceno, patate e canape; vi esistono viti ed anche gelsi, che alimentano una discreta quantità di bigatti: nell'altra parte abbondano i prati, nei quali il fieno si taglia tre volte, i pascoli, i castagneti, i noci, le frutta d'ogni qualità ed i boschi. Oltre le 700 giovenche, che ivi si nutrono, e buon numero di pecore, si allevano pure molte capre, le quali nella primavera vengono condotte nella pianura bresciana, per ismerciarvi il latte». Nel 1877 Gabriele Rosa metteva a confronto le vacche da 36 marenghi di un Lorenzetti di Niardo, con le vacche allevate a Edolo, vendute da 12 a 17 marenghi. Cure particolarissime, quasi un vero culto, vennero riservate dai niardesi ai boschi e agli alberi in genere. Agli inizi del secolo veniva ancora mostrato con orgoglio il più vecchio abete della Valcamonica alto 32 metri e con m 5,50 di circonferenza. Era chiamato dalla popolazione l'«ass del Clev». Nel 1855 circa la popolazione era insorta davanti alla minaccia del suo taglio. Appelli ad opporsi a tale prospettiva venivano ripetuti dal giornale «La Valcamonica» nel giugno 1905. In effetti oltre che boschi di noci e di castagne, Niardo possedette vere foreste di piante resinose, dalle quali si ricavarono legnami d'opera e assi, venduti sui mercati di Pisogne e Lovere. Fornivano inoltre carboni ai forni di Castro e Malegno. Sforzi per un rimboschimento si verificarono agli inizi del secolo anche attraverso conferenze pubbliche. Il taglio e il commercio di legnami ebbe rilevante diffusione: due segherie funzionarono fino a qualche decennio fa assieme a ben quattro molini. Nel 1910 L'ELVA, utilizzando le acque del torrente Re, costruiva una centrale elettrica che fino al 1960 aveva una potenza di Kw 1.100 e una producibilità annua di 6 milioni di Kwh. La centrale passò poi alla S.E.B. e via via alla Edison e all'Enel.


Fino a metà '800 Niardo possedeva quattro fucine per la lavorazione di armi da taglio e attrezzi agricoli, che tuttavia nel 1865 erano ridotte a tre e nel 1873 ad una sola sul torrente Re con due magli. Proprietà dei Taboni, la fucina venne chiusa verso il 1986, mentre veniva avanzata nel 1991 l'idea di farne un museo. Cave di occhialino e di granito bianco e laboratori privati per la loro lavorazione sono andati moltiplicandosi negli ultimi decenni. Vene di granito fino nei primi decenni del secolo vennero usate in numerose costruzioni a Cremona e altrove. All'Esposizione di Brescia del 1904 i visitatori ebbero modo di ammirare un «superbo campione» di granito, lavorato da Baldassare Pandocchi, che venne anche premiato. Praticata l'emigrazione fino agli anni 70, sia in forma periodica (verso Svizzera, Francia e le grandi città dell'Italia settentrionale come Milano e Genova, La Spezia e Valtellina) sia in forma permanente (Svizzera, Francia e anche Sud America e Usa). Da pochi decenni molti niardesi si sono orientati verso stabilimenti di Breno (Tassara), Cogno (Olcese), Nadro (MB), Braone (L.A.B.I.) ecc. Poche unità vennero occupate in posto nelle centrali idroelettriche. Fin dai primi anni del secolo Niardo andò sollecitando il turismo specie estivo. Tra le consuetudini notevole quella del piatto di arrosto distribuito per la Pasqua, sostituito nel 1718 dal più prezioso sale. Legna da ardere e da opera veniva distribuita alle famiglie più povere.


SINDACI. Pietro Francesco Bondioni (1859), Taddeo Poli (1860-1866), Giovanni Bondioni (1866-1871), Andrea Poli (1871-1874), Giacomo Surpi (1874-1877), Pietro Baratti (1877-1888), Andrea Poli (1888-1891), Cristoforo Poli (1891-1899), Pietro Baratti (1899-1902), Commissario prefettizio (1902), Pietro Baratti (1902-1904), Girolamo Bondioni (1904-1914), Lorenzo Bondioni (1914-1920), Gestione commissariale (1921-1923), Giovanni Maurizio Poli (1924-1927), Stefano Pezzotti (1927), Gaetano Savini, commissario prefettizio (11 settembre 1949-27 maggio 1952), Giacomo Calzoni (27 maggio 1951), Giorgio Calzoni (26 maggio 1956), Francesco Ducoli (5 novembre 1960), Egidio Segnali (21 novembre 1964), Francesco Bondioni (9 giugno 1970), Ugo Calzoni (17 giugno 1975), P. Giuseppe Bondioni (1985), Ugo Calzoni (1990...).


PARROCI. Bernardo da Cremona, rettore (1425), Giovanni Clieb di Tubinga (1443), Giovanni da Cremona (25 gennaio 1445), Bernardo da Cremona (1447), Michele Bergi di Malegno (1454), Lorenzo Ronchi di Breno (1533), Silvestro de Nigris di Niardo (1562), Bernardino Ronchi di Breno (1566, rin.il 26 agosto 1587), Pietro Castelli (19 novembre 1587 - m. il 15 gennaio 1628), Alessandro Mazzoli di Astrio (21 marzo 1628, rin. 1646), Pier Giacomo Vertua di Malegno (1646, m. nel gennaio 1668), Paolo Recaldini di Niardo (26 giugno 1668, m. il 4 novembre 1699), Bortolo Biasini di Esine (12 marzo 1700, m. il 5 dicembre 1721), Lodovico Tosini di Grevo (22 agosto 1722, m. 21 gennaio 1737), Maffeo Toccagni (5 giugno 1737, m. ottobre 1764), Giov. B. Giordani (30 gennaio 1765, m. 25 dicembre 1767), Pietro Martinelli di Volpino (23 febbraio 1768-16 febbraio 1796), Girolamo Taglierini di Breno (31 maggio 1776, rin.il 9 luglio 1807), Taddeo Poli di Niardo (7 febbraio 1808, m. 1 novembre 1829), Giov. B. Bertelli di Capodiponte (12 febbraio 1830, m. 30 marzo 1831), Giuseppe Francesco Milani di Malegno (17 agosto 1831-17 marzo 1839), Francesco Pietroboni di Braone (11 giugno 1839-28 maggio 1856), Fiorino Fiorini di Montecalvo (28 maggio 1856-15 luglio 1884), Filastrio Vitali di Grevo (2 dicembre 1884-18 giugno 1892), Francesco Ballardini di Temù (10 novembre 1892-25 dicembre 1907), Girolamo Lanzetti di Nadro (22 febbraio 1908, rin. 9 novembre 1919), Giovanni Taddei di Corteno (2 marzo 1920, m. 31 gennaio 1945), Franco Betta di Niardo (15 maggio 1945, rin. 31 dicembre 1968), Battista Barbieri di Pralboino (1 gennaio 1969-1984), Faustino Murachelli di Cerveno (dal 1984).