MONTEROTONDO

MONTEROTONDO (in dial. Mont rotond o Morimond)

Altura e piccola borgata a SO di Fantecolo, frazione di Camignone (Passirano), e a NO di Passirano, a m 217 s.l.m. La forma rotonda dell'altura giustifica il nome. Come "Mont Rotund" è indicato nella carta del Coronelli. L'antico stemma del Comune, raccolto con molti altri dal Gelmini nella sua collezione della Biblioteca Queriniana, rappresenta appunto le cime rotonde di tre monti sormontati da un tralcio di vite, ad indicare la fertilità vinifera di quelle colline. Ma, come sottolinea Paolo Guerrini, "il nome popolare è semplicemente Morimond', e tale nome mi farebbe sospettare, per una strana analogia alla celebre abbazia francese di Morimond, una fondazione monastica dipendente dal celebre monastero cluniacense di Rodengo, quali furono nei dintorni Cazzago, Colombaro, Clusane, S. Paolo de lacu ecc.". Abitanti 400 (50 famiglie) nel 1610; 240 nel 1658; 500 circa nel 1908; 719 nel 1971; 800 circa nel 1991. Si trova su una delle cerchie moreniche dovute alla glaciazione Wurmiana che corrono a sud del lago d'Iseo. Sulla collina di San Giorgio esistette forse fin dalla preistoria un castelliere, che poi sarebbe stato fortificato nel secolo X a protezione contro le orde ungare e di nuovo ricostruito da una potente famiglia feudataria bresciana, forse, come pensa il Guerrini, quella dei Brusati, che avevano giurisdizione sul vicino Monticelli, o, come suggerisce Fausto Lechi, quella degli Isei (poi Oldofredi), i quali dovevano avere tutta una catena di torri e di rocche per segnalazioni. È fama che nel castello di Monterotondo si rinchiudessero a difesa, nel 1145, i partigiani religiosi e politici dell'eretico Arnaldo da Brescia, dal suo nome chiamati Arnaldisti, vinti ormai e dispersi dal forte partito che sosteneva i diritti feudali del vescovo. L'antichissimo "Cronicon bresciano", edito dal Doneda, narra che nel 1153, l'anno cioè della morte del vescovo Manfredo, "castrum montis rotondi destructum, ubi Arnoldus fuit suspensus". Il Caprioli aggiunge che il forte castello fu smantellato dai bresciani, capitanati dai consoli Alberto Gambara e Girardo della Porta con il consenso di tutti i cittadini, perchè i fuoriusciti arnaldisti, che vi si erano rinchiusi, saccheggiavano e depredavano il circostante territorio. Capo di questi ladroni, oppure un custode traditore di quella rocca postovi dai bresciani (come pensa l'Odorici), fu quell'Arnoldo o Arnaldo appiccato per la gola. Il Maggi narra che a capo della spedizione cittadina contro la rocca di Monterotondo fosse scelto un Alberto Gambara. È certo però che il castello venne riedificato e continuò ad essere ricetto di fuoriusciti bresciani. Non del tutto dovette essere distrutto, poich nel 1211 ancora i ghibellini di Brescia, dovendo fuggire dopo la sollevazione operata da Antonio da Casaloldo, si rifugiarono ancora qui. Monterotondo non riuscì ad ottenere una sua indipendenza o autonomia da Brescia, dato che il suo castello venne infeudato a un tale Inverardo da Bornato che sarà capostipite di una nuova famiglia, gli Inverardi, strettamente legata da vincoli di parentela con i Bornati. Già nel 1610 del castello non esisteva, presso la chiesa di S. Giorgio, che "qualche pezzo di muraglia". Nei sotterranei della chiesa Fausto Lechi ha voluto individuare, in locali bassi a volta, le casematte del castello. Come ha sottolineato Paolo Guerrini, "da quel poggio, di proprietà (nei primi decenni del secolo XX) del notaio dott. Guarneri di Passirano si gode un panorama magnifico: da una parte si stendono floridissimi i vigneti e le ricche praterie di Passirano, Paderno, Castegnato, Rodengo con la silente abbazia, Saiano, Monticelli, Camignone, Provezze, ai piedi di Fantecolo con le ville gioconde del nob. Alessandro Fenaroli, del nob. dott. Silvio Ghidini-Ottonelli e quella recentissima della nob. Carlotta Trezza-Ferrante: dall'altro versante Torbiato, Borgonato, Provaglio, le torbiere e la corona azzurra del Sebino". Nel 1698 Monterotondo si separò da Bornato, diventando comune autonomo. Nei sec. XVI-XVII vi ebbero prevalenza i Fenaroli e gli Averoldi, mentre fra i contadini si distinguevano gli Inverardi. In base alla legge del 5 giugno 1805 venne formato il Comune di Monterotondo-Borgonato. Una richiesta di separazione di Monterotondo da Borgonato, con l'intenzione di costituire comune autonomo, fu respinta dal Consiglio provinciale nel 1860 e di nuovo nel 1867, per venire poi aggregato a Passirano più tardi. Il 21 giugno 1885 veniva aperta la ferrovia Brescia-Paderno-Monterotondo-Iseo. Il tronco Paderno-Monterotondo, sostituito dal 1911 con il tronco Paderno-Bornato-Iseo, venne completamente smantellato dopo il 1945. Nel 1909 a Monterotondo atterrò un aerostato con due aeronauti (Sioli e Biraghi) che batterono il record mondiale di durata di volo con 27 ore. Nella cascina Breda ha sede dal 1981 una Società ippica che ha raggruppato più di 300 appassionati.


ECCLESIASTICAMENTE il territorio viene di solito attribuito alla pieve di Bornato, anche se la dedicazione della chiesa parrocchiale a S. Vigilio, potrebbe rafforzare l'ipotesi di una appartenenza a quella di Iseo. Nel 1274 la chiesa di S. Vigilio pagava decime di novali al vescovo. Quando S. Carlo la visitò nel 1580, era investito del beneficio parrocchiale Ugone degli Ugoni, che però non vi risiedeva, facendosi sostituire da un sacerdote di cui non si fa il nome. Gli abitanti, benchè avessero battistero e cimitero nella chiesa di S. Vigilio, preferivano farsi battezzare e seppellire in parrocchie vicine, richiamando contro di sé i severi decreti del santo. Nel 1610 il Parroco percepiva 200 ducati. La vita religiosa era anche qui incanalata nella struttura delle varie confraternite e qui operava dal tempo di S. Carlo quella del Santissimo. Nel 1914 ebbe pieno sviluppo la Congregazione del Terz'ordine francescano, fondato da padre Ilario Manenti, residente al convento di Saiano. Fra le solennità di spicco vi sono le feste quinquennali di S. Luigi.


L'antica parrocchiale di S. Vigilio. È nominata nel 1410 come San Vigilio al cimitero; risulta consacrata nel 1546 ed altri documenti la connotano sede parrocchiale già nel sec. XV. Era lontana dall'abitato, piccola e con anteposto il cimitero; aveva due altari, ma era priva di sacrestia e di campanile e vi si celebrava solo a Pasqua e Natale e la prima domenica del mese. Alla visita del Pandolfi (2 settembre 1562) si decretava la costruzione del campanile e nel 1572 Bollani decretava di riordinarla essendo indecente. Anche la visita di S. Carlo (8 luglio 1580) trovava quasi immutata la situazione e ordinava profondi interventi. Il 30 agosto 1693 se ne decretò la demolizione perchè "tutta profanata et indecente all'officiatura" (AVBS VP vol. 65).


La nuova parrocchiale. Anche dalla visita di S. Carlo una chiesetta senza titolo risultava però più comoda per il popolo e per il sacerdote essendovi una piccola abitazione. S. Carlo suggeriva di stabilirvi la residenza del parroco e attraverso varie vicende il 18 settembre 1678 questa Chiesa fu consacrata come nuova chiesa di San Vigilio. Fu abbellita da vari interventi artistici come (28 giugno 1682) il "compimento delli angelini fatti al altare del Rosario di Carlo Ramus che nel 1685 riceveva altri pagamenti per il compimento dell'ornato della B.V. Maria, per la lampada et piombo posto in detto angelo, et una cirella". Nel 1765 lo scultore Carlo Pezzoli di Rovato costruiva l'altare del Santissimo Sacramento; contemporaneamente Bernardino Bono dipingeva i misteri del Rosario all'altare cui avevano lavorato i Carboni e indorature di Telaroli; nel 1792 era ultimato l'altare maggiore marmoreo poi (1890-94) sostituito con l'attuale proveniente da S. Domenico in Brescia. L'organo era stato aggiustato nel 1755 ed altro intervento fu di Antonio Cadei nel 1772; Pietro Perolini di Villa d'Ogna lo costruiva ex novo nel 1813 ma subiva altri interventi dei Cadei nel 1822 e nel 1867 era rifatto da Giovanni Tonoli. Nel 1825 l'intagliatore di Brescia Dionisio Emanueli realizzava l'imponente apparato del triduo di cui s'è persa traccia. Nel 1837 i capifamiglia si impegnavano a erigere l'altare di S. Antonio che nel tempo subirà altre trasformazioni e dedicazioni (ora è del S. Cuore). Nel 1867 si acquistò il Crocefisso posto all'altare del Redentore e nello stesso anno si riattava l'Altare dell'Immacolata. Nel 1867 il pittore Giovanni Cafetti ornava il coro e si pose una meridiana all'esterno. Nel 1891 si procedette a un ampio restauro con la trasformazione delle ali laterali, rifacimento di tetti, intonaci, facciata e posizioni dello zoccolo di arenaria intorno alla chiesa. Per la viva devozione alla Madonna, nel 1954 con generoso concorso di popolazione la chiesa è stata restaurata. Nel giugno del 1991 venne avviato nuovo e più generale restauro della chiesa ed adiacenze su progetto dell'architetto Giorgio Goffi e per iniziativa del parroco don Igino Delaidelli. La pala dell'altare maggiore raffigura la Vergine attorniata da angeli e S. Giorgio in lotta col drago. Vi sono due stemmi quello a sinistra rappresenta una pianta in campo azzurro, quello a destra lo stemma del comune di Monterotondo con queste parole: P.L.Q. Aurelio. Le rovine rappresentate sullo sfondo della pala sarebbero quelle del vicino castello nel secolo XVII. L'altare laterale di destra è dedicato alla Madonna Addolorata che vi è raffigurata in una bella statua di legno e vi ricorrono specialmente le mamme in attesa di un figlio. È festeggiata la terza domenica di settembre. L'altare marmoreo di sinistra è quello della Scuola del Santissimo ed è adornato da una tela con un" `Ultima cena". Vi è copia di un'opera del Moretto, una "Madonna col Bambino".


La chiesa di S. Giorgio. Ora è detta della Madonna di S. Giorgio e sorge in posizione amena su una collinetta alla quale si sale abbandonando la strada che conduce a Passirano per una strada stretta. Lo spiazzo ad essa antistante è uno stupendo balcone dal quale lo sguardo spazia sulla Franciacorta. La chiesa è probabilmente del '400 o degli inizi del '500. Nel 1567 vi risiedeva il parroco sebbene il fonte battesimale fosse nell'antica parrocchiale di S. Vigilio. Nel sec. XVII fu invece custodita per ben 5 anni dall'eremita Manfredo Paganetti il quale con testamento 4 gennaio 1655, lasciava alla chiesa un capitale per una messa perpetua. Morendo il 20 gennaio 1666 il Paganetti meritò di essere sepolto nella chiesa che con tanto amore aveva custodito, come testimonia una annotazione del Libro dei Morti che dice: "20 gennaio 1666 - Manfredo Paganetti eremita di San Giorgio il quale ha servito a detta chiesa anni 55 passò a miglior vita quasi di morte improvvisa e fu sepolto nella suddetta chiesa di S. Giorgio avendo ottenuto la licenza in vescovado per rompere il pavimento". La pala di S. Giorgio risulta dipinta nel 1819 dal pittore Gian Berneri.


Case e palazzi. Sul crinale del colle di S. Giorgio sorge la villa Tesea, il cui nome più che ai Fenaroli ha fatto pensare che sia stata costruita dai Lana di Borgonato tra i quali appunto ricorre il nome Teseo. Passò poi ai marchesi Fassati, ai quali appartiene. Costruita tra il Cinquecento ed il Settecento, rimaneggiata nell'Ottocento è, a quanto scrive il Lechi, "un bel complesso di casa, senza motivi decorativi, salvo il bel frontone verso mattina, ma che si impone per la massa, ben costruita su tutti i lati. Anche nell'interno gli ampi locali a volta denotano l'origine signorile della villa". Una casa cinquecentesca esiste in frazione "Case nuove". Sulla porta d'ingresso vi è la seguente iscrizione: "Omnia vincit amor; e nel porticato a lato del pozzo profondo circa 25 metri, altra: Fontem acquarum; ed infine sulla porta della cantina si dice con soddisfazione: Parvula sed mea.


CURATI - PARROCI: Ugone degli Ugoni (1567 - m. nel luglio 1580); Comino Zambelli di Adro (21 gennaio 1581); Giov. Maria Agazzi (24 aprile 1586); Giuseppe Rossi (1613 - m. il 7 settembre 1618); Lelio Maffioli di Brescia (ottobre 1618 ); Giovanni Battista Quatti (? - rinuncia nel 1623); Ventura Alseni di Palosco (30 settembre 1623 - rinuncia nel 1628); Bartolomeo Zuccoli (14 febbraio 1628 - febbraio 1649); Giovanni Fontana di Marmentino (23 marzo 1649 - rinuncia nel 1698); Giulio Faustini (24 luglio 1698 - m. il 19 febbraio 1721); Paolo Malzanini di Passirano (30 agosto 1721 - m. il 9 febbraio 1751); Lorenzo Zanetti (17 giugno 1752); Domenico Biondi (30 aprile 1779); Angelo Tabladini (6 maggio 1807); Michele Zani (6 agosto 1841); Giovanni Meloni (26 agosto 1858); Rosildo Bonomelli (27 dicembre 1867); Pietro Carli (30 giugno 1903); Guglielmo Gaioni (12 febbraio 1944); Giulio Riva (16 ottobre 1952); Angelo Battaini (10 giugno 1959); Mario Igino Delaidelli (10 luglio 1985).