MANERBIO

MANERBIO (in dial. Manèrbe, in lat. Manerbii)

Centro industriale ed agricolo a SO di Brescia lungo la strada nazionale per Cremona e sulla riva destra del fiume Mella a m. 64 s.l.m.; a 22,5 Km. da Brescia ed ha una sup. com. di 27,14 Kmq. Raccolto dapprima intorno alla imponente mole della parrocchiale più recentemente è andato sviluppandosi a NO intorno al Villaggio Marzotto. Più recentemente ancora l'abitato è andato sviluppandosi oltre che ad E anche a SO. Assolutamente inattendibile la derivazione da "mano d'erba" assunta nello stemma municipale. Il nome deriva probabilmente dall'aggettivo Minervius, dall'esistenza in luogo di un tempio dedicato a Minerva, o dal culto per la stessa divinità. Nel sec. XI era Minervis, nel sec. XII, Manervii, nel sec. XV, Manervium, nella carta del Pallavicini, Manerbe. Popolazione (manerbiesi), nomignolo geròs: 2500 nel 1493; 3000 nel 1565; 3389 nel 1572; 3000 c. nel 1620; 2742 nel 1727; 3000 c. nel 1779; 3108 nel 1799; 3444 nel 1826; 3731 nel 1850; 4600 nel 1874; 4297 nel 1861; 4887 nel 1871; 4866 nel 1881; 5436 nel 1901; 6080 nel 1911; 6607 nel 1921; 7976 nel 1931; 8449 nel 1936; 10502 nel 1951; 10565 nel 1961; 10975 nel 1971; 11599 nel 1977.


Il primo centro abitato sembra sia sorto su una terrazza alluvionale intorno alla quale si infranse e si aggirò il fiume Mella e sulla quale sembra si siano installate genti preistoriche. Giulio Schinetti pensa che i Liguri abbiamo avuto un loro centro a Roncagnano e a SE della borgata attuale. Comunque i più antichi reperti preistorici vennero trovati in località Monastero. Si tratta di numerosi strumenti litici del Neolitico Inferiore (4500 - 3500 a.C.) fra cui un'ascia in selce scheggiata, finemente lavorata, e una punta di freccia in selce con peduncolo, di grande interesse. A questi ritrovamenti corrisposero quelli scoperti nel 1985 al Vallone di Offlaga, ai confini di Manerbio. Un villaggio dell'Antica e Media età del Bronzo (1800 - 1400 a.C.) venne scoperto nel marzo 1988 presso la cascina Remondina. Si tratta di suppellettili di rilievo quali un boccale con decorazione incisa e ansa a gomito della fase del Bronzo Antico (1800 - 1600 a.C.) Più numerosi ancora sono i reperti della Media Età del Bronzo (1600 - 1400 a.C.) che segnalano, nella zona un intenso sviluppo abitativo e la presenza dell'attività di filatura. Non vi sono prove invece della presenza etrusca, alla quale potrebbe far pensare il toponimo di "vicus Minervius" se messo in relazione alla dea etrusca Manèruva o Menrva. Certa la presenza a Manerbio di Cenomani, Celti o Galli (sec. III - I a.C.) documentata soprattutto dalle "Phalere" rinvenute nel 1928 (e ora presso i Musei di Brescia) ancora in località Vigna Vecchia, consistenti in dischi in argento sbalzato, probabili decorazioni di bardature equestri con al centro la tris kelè, emblema classico del mondo classico, con attorno teste richiamanti il taglio del capo a nemici appartenenti ad un personaggio di alto grado del sec. II a.C. Ritenute dapprima come produzioni Longobarde vennero dall'Albizzati riconosciute di epoca Gallica. Un vero e proprio tesoretto di monete in argento (36 Kg. circa di dracme padane, tipo "massalista" per un totale di 4500 - 5000 pezzi) scoperte nel 1955 in località Gavrine alcune con iscrizioni ai caratteri gallo-leponzi e la maggior parte depositata al Castello Sforzesco di Milano ed alcune esposte nel Museo di Manerbio. Lamine d'argento e uno spadone celtico sono stati rinvenuti a Roncagnana. Ancor più documentata la presenza romana sotto la quale Manerbio divenne (o continuò a essere come in precedenza) centro di un pago cioè di una organizzazione amministrativa e religiosa che allargò l'influenza su una vasta zona della pianura centrale fra cui Cigole, Bassano, Cignano e Offlaga. Come rilevava Paolo Guerrini il nome generico di vicus o pagus Minervae, che comprendeva una vasta circoscrizione territoriale, indica che dovevano esistere altre località con nomi romani, o personali o di altra origine, più speciali, indicanti i fundus o le villae dei signori locali. Ma questi nomi, se c'erano, sono ora completamente scomparsi. Il solo nome romano, prettamente romano, che resta ancora nella toponomastica manerbiese è quello di Sciàno o Insciàno, che è stato eliminato dalla nomenclatura ufficiale delle vie del paese, ma rimane nell'uso popolare, tenacemente conservato e tramandato come una inderogabile tradizione locale per indicare, con le due forme di Scià bassa e Scià olt (Sciàno basso e Sciàno alto), un'unica primitiva località romana, delimitata, a mattina, dalla strada cremonese e a sera, dalla piazzetta chiamata il piazzòlo, e che venne divisa dalle fosse e dalle mura del castello medioevale, nucleo centrale del paese attuale. Sciàno, ribadisce il Guerrini, è invece il filone, l'unico filone che ci permette di risalire ben oltre l'alto Medioevo, al fundus Attianus, che è sinonimo di Azzano, e che forse costituiva col paese bresciano di questo nome il latifondo di un'unica famiglia romana del nostro patriziato, quella degli Azzi. A Sciàno erano rimasti difatti i segni e i ricordi più numerosi e importanti dell'antica grandezza romana, segnalati dal benemerito prete Tenchini, che se fosse stato adulto nel 1715 avrebbe saputo contenderli anche alla fornace e conservarli. Qui la organizzazione religiosa e amministrativa del pago romano e pre-romano di Manerbio, con mercato, con il concilium o conventus ante ecclesiam, col collegio dei sacerdoti e degli ufficiali pagensi, si trasformò nell'alto Medioevo nell'organizzazione cristiana della pieve e del comune, che comprendeva i territori attuali delle parrocchie e dei comuni di Cigole, Bassano, Cignano e Offlaga, i quali costituivano con quello di Manerbio una unità religiosa, amministrativa e geografica, di cui Sciàno era il naturale epicentro. Quivi era il vicus vetus, cioè il nucleo più antico delle abitazioni, in luogo più lontano dalla insidie delle acque torrentizie del Mella, quindi in luogo più sicuro e più sano; mentre il vicus novus si protenderà più tardi sulla sponda del fiume, bonificata dai monaci o dalle monache che possedevano i fondi circostanti all'antichissima e ora distrutta chiesa di S. Martino. La contrada detta del No, che è sorta sull'antica strada romana che sorpassava il Mella fra S. Martino e il fienile dell'arciprete, ha conservato nel suo nome popolare (No da novus) la memoria della sua remotissima origine storica nell'alto Medioevo, e le Poffe de Vigonovo, ricordate in documenti manerbiesi del secolo XV, non sono che l'eco tardiva di questi lontani ricordi dell'oscura epoca romana. Il vicus Minervae sarebbe dovuto, secondo qualcuno, alla venerazione religiosa che i Romani avevano per i ponti, presso i quali sorgevano santuari e ospizi; intorno si sviluppò un vero e proprio centro abitato. Purtroppo la distruzione del ricchissimo materiale archeologico trovato nel 1715 e ricordato in un memoriale di don Giovanni Tenchini non permette di individuare il ruolo avuto da Manerbio in epoca romana. Il più importante insediamento romano è stato individuato nella zona sopraelevata, delimitata come da un anello irregolare ma riconoscibile, formata dalle attuali vie XX Settembre e S. Martino (rispettivamente dal popolo chiamate Scià - olt (Insciano o Insiano o Fusiano alto) e Scià - bass (Insciano o Insiano o Fusiano basso). Il Legnazzi, il primo a studiare la centuriazione romana, individuava nel tempio di Minerva nei pressi della via Cremonese "Pumbilicus" del cardo maximus. Del gran numero di lapidi sacrificate nel 1715 sette erano già state trascritte nel '500 e tre vennero salvate dalla distruzione. Secondo l'elencazione del Mommsen e sotto il numero da lui assegnato esse sono: (N. 852) Ara votiva a Ercole eretta da un Caio Vossio della tribù Fabia de suo parcimonio, cioè coi suoi risparmi. (N. 858). È un titolo sacro e votivo, trovato - come è detto sopra - nel 1715 e finito poi «in casa di un marengon che se ne serviva per pulire i suoi ferri» dove lo scoprì il Brognoli; ricorda il voto di una Cornelia Catulla fatto a Minerva, la divinità principale del luogo. (N. 853). È pure un titolo votivo alle Giunoni, fatto da Caio Nevio Proculo; ritrovato nel 1715 e depositato presso i Luzzago, fu da questi donato al Museo di Brescia. (N. 855 e N. 856). Ricordano due are votive erette alle Matrone, le quali - come le Giunoni - erano le divinità femminili che propiziavano il parto felice; ambedue i marmi, scoperti nel 1715 e raccolti dai Luzzago, sono ora nel Museo. (N. 861). È la lapide che si vede ancora murata nella parete meridionale della sacrestia parrocchiale; è il monumento funebre di Publio Atilio Fabrio Secondo, seviro augustale, e quindi magistrato altissimo, a lui eretto dai figli Severino, Severo ed Ermione, "filii karissimi patri pientissimo". Della stessa famiglia di questo seviro era certamente la Atilia ricordata nel n. 863, un marmo ora perduto che esisteva nell'angolo meridionale della cappella di S. Maria (forse nella vecchia pieve), dove lo copiarono nel cinquecento il p. Totti e Sebastiano Aragonese. Più notevole per la forma arcaica del suo latino è la lapide dedicata a Clodia Leta (n. 866) che esisteva nella facciata della chiesa campestre della Remondina, ora donata al Museo dalla generosa munificenza dei nob. Gorno. (N. 869). Era un cippo esistente nella distinta chiesa di S. Martino, e ricordava che «Lucio Juvenzio Primizio pose un'ara votiva a sè ed ai suoi parenti per testamento». Un'altra lapide (n. 877) esisteva pure nella chiesa di S. Martino e ricordava laconicamente un certo Silio C. Ismeno. (N. 875). Lapide funeraria posta sul sepolcro gentilizio di L. Ovidio e C. Ovidio. Il Guerrini, dal fatto che questa lapide si trovasse un tempo nella parete settentrionale della pieve di S. Lorenzo, ha pensato che tutto il materiale trovato e distrutto nel 1715 appartenesse ad un cimitero pagano sul quale sorse poi la pieve cristiana. Forse ad un tempio a Minerva appartenne la piccola lapide murata nel vicolo del coro e dedicata: "Dei et avis rubre grazia" (Per grazia del dio e dell'uccello rosso) essendo l'uccello un segno di augurio. Delle tre lapidi con dediche dei vicari vici Minervi, cioè degli abitanti del vico di Minerva, sembra riferirsi a Manerbio quella donata al Museo civico dal nob. Filippo di Rosa che dice dedicata a Sesto Dominione Antonio. Con parecchi dubbi circa la localizzazione sono state trovate iscrizioni che si riferiscono ad un vicus Minervius e in particolare. 4421. SEX - DONNIO / ANTONIO / VICANI / VICI - MINER: A Sesto Donnio Antonio i compaesani del vicus Minervi (o Minervius) - 4450. P - PAPIRIO / ONÈSIPHORO / VIKANI - VICI / MINERVI: A Publio Papirio Onesiforo (?) i compaesani del vicus Minervi (o come sopra) - 4451. PAPIRIAE - PATROBI / LIB - TROPIME / VIKANI / VICI - MINERVI A Papiria - ? -di buon grado - ? - i compaesani del vicus Minervi (o c.s.). La presenza romana è inoltre documentata da numerosi reperti archeologici che vanno dai materiali da costruzione (elementi di pavimentazione, di impianti di riscaldamento, di embrici), ceramica comune, anfore, recipienti in genere, oggetti in vetro, oggetti di uso quotidiano ecc. metallo e monete, raccolti in gran parte nel Museo archeologico di Manerbio.


La storia di Manerbio si fa oscura nei secoli della decadenza di Roma o delle invasioni barbariche, almeno dal sec. V al sec. X d.C. Nè fanno certo luce le leggende o le invenzioni registrate dal Biemmi circa la predicazione apocalittica dello scelleratissimo monaco Odosino e circa le gesta di un Luzzago conte di Roncagnana che sarebbe morto in Puglia nel 982 al seguito dell'imperatore Ottone. Tuttavia anche se manca una documentazione precisa Manerbio conobbe di certo la presenza di popolazioni barbariche. Sicura quella dei Longobardi, come hanno confermato i reperti altomedievali provenienti dallo scavo di piazza Bianchi a Manerbio, dal novembre 1985 al marzo 1986 e che ha riportato alla luce interessanti manufatti (ceramica, utensili, vetri, laterizi) fra i quali i frammenti di spalla e collo di fiaschette in ceramica decorata a traslucido e incisione di età Longobarda (sec. VII). Continuazione del pago fu la pieve cristiana, il cui primo nucleo Paolo Guerrini l'ha voluto identificare all'estremità occidentale di Sciàno Basso dove sorge, dopo il Guado del fiume, il "Fienile dell'Arciprete" e la località Madonnina del Duomo nel primitivo vicus Attianus sorto su insediamenti preistorici. Il fatto che la parola Domus (casa duomo) venne spesso utilizzata in provincia per indicare canonica o casa della Pieve, ha fatto pensare al Guerrini che ivi doveva sorgere la pieve manerbiese dedicata alla Madonna Assunta in Cielo e presso la pieve come dovunque, la domus parrocchialis, cioè la casa canonica del capitolo plebanale, la residenza dell'Arciprete e dei suoi canonici che ufficiavano la plebe e vi esercitavano l'ospitalità verso i poveri viandanti e pellegrini che transitavano per quella strada. Questa prima pieve dovette essere dedicata, come la generalità delle Pievi bresciane, alla Madonna Assunta. Il titolo di S. Lorenzo martire sarebbe stato dato alla pieve manerbiese quando questa venne a stabilire la sua sede ufficiale nella Diaconia Plebanale creando in essa il nuovo centro della vita religiosa e civile della borgata che veniva formandosi sul terrazzo fluviale della sponda destra del Mella, in luogo più aprico e più sicuro. La Pieve fu con ciò trasferita (non sappiamo nè quando nè dove) tra le mura del castello medioevale di Sciano Alto (Scià olt) e il titolo dell'arcidiacono romano prevalse su quello Mariano. Diffusa fu la presenza di proprietà di grandi monasteri benedettini, indicati, da Paolo Guerrini, nei titoli di alcuni santi S. Martino, che comprendeva tutta la regione ora occupata dall'Oratorio maschile, dallo stabilimento del Lanificio, dal campo sportivo e dai fondi che si trovano sui due fianchi della linea ferroviaria dal ponte del Mella alla stazione, era probabilmente un latifondo del monastero di S. Giulia e una delle cinquanta possessioni di quel celebre e ricchissimo monastero imperiale poste sotto il titolo e la protezione del grande vescovo di Tours, ed elencate nel famoso politico del secolo X. La badia di Leno, che possedeva i fondi di Offlaga "La Badia" e di Milzanello "Cereto e Breda d'Alè", doveva avere molti beni anche a Manerbio, e si sospetta che siano quelli che hanno poi costituito la dote fondiaria dell'accennato monastero cistercense della Colomba, restituiti sotto altra fondazione monastica dalla famiglia di chi li aveva usurpati alla badia lenese in torbidi tempi di decadenza della vita monastica e di soprusi del feudalesimo prepotente. S. Faustino, che comprende la parte orientale del paese chiamata la Breda di S. Faustino, richiama proprietà fondiarie del monastero di S. Faustino Maggiore di Brescia, eretto sul principio del secolo IX con le reliquie dotali di antichissimi ospedali e ospizi rurali. S. Pietro, i Sanpèder, indica fondi del monastero di S. Pietro in monte Orsino di Serle, dotato di tutto il suo ricchissimo patrimonio da Orderico arciprete di Manerbio nel 1038; questi fondi, ancora tardi, appartenevano in parte al beneficio plebanale e a quello di S. Martino. S. Silvestro era il gran patrono della Badia di Nonantola, la quale aveva vastissimi possedimenti, disseminati in tutta l'Italia superiore; fra questi alcuni anche a Manerbio, sul confine di Bassano, i Sansilvester, dove esisteva pure un oratorio dedicato al grande papa che aveva visto l'alba della libertà della chiesa. Alla presenza di questi monasteri si aggiunse nella prima metà, nel sec. XII l'insediamento in direzione di Porzano di un monastero locale, S. Maria della Colomba, dell'Ordine cistercense. Fondato intorno all'anno 1140, forse dal vescovo di Brescia Maifredo o dietro sua ispirazione, ebbe vita fino al 1294, nel quale anno il vescovo Berardo Maggi lo trasferì in Brescia presso la chiesa dei Santi Felice e Fortunato, perché nell'aperta campagna, durante il fervore delle lotte politiche fra Guelfi e Ghibellini, le monache non erano troppo sicure dalle frequenti scorrerie militari. Berardo Maggi vi sostituì i monaci con un Abate, ma vi rimase per poco tempo, e verso la metà del secolo XIV il monastero era abbandonato: in tempi normali di pace serviva per villa alle monache, ma poi fu completamente abbandonato, distrutta la chiesa, abbattuto il chiostro; disperse le memorie venerande di tanti secoli di storia e di arte, fu convertito, com'è ora, in fattoria campestre.


Al sec. X risalirebbero fortificazioni create a difesa del victis novus dalle invasioni ungare che secondo Francesco Facchini e Valentino Volta si sarebbero appoggiate a E su quello che è ancora detto Castelletto e, a O, ad un gruppo di abitazioni in doppia fila, prospicienti sulla strada cremonese. Altri luoghi fortificati erano a Roncagnano e a SE, all'attuale cascina Castelle. Intorno al Castello principale in periodi di pace, seguiti alle ultime invasioni, sorsero caseggiati e piccoli borghi. Secondo Fausto Lechi il vero, più grande castello a chi proveniva da Brescia o da Cremona, si presentava non di fronte, ma di fianco, sorgeva cioè lungo il lato occidentale della strada consolare, tanto è vero che, forse avendo altre porte, le più importanti erano l'orientale e l'occidentale. La prima si apriva di fronte all'attuale strada della Breda e molto probabilmente la sua torre con ponte levatoio, oggi scomparsa, sarà sorta dove poi nel 1603 venne innalzato l'attuale campanile; la seconda invece si apriva all'incirca a metà dell'odierna via XX settembre presso la casa Volpi e Pansera. Il castello aveva, come al solito, la forma di un rettangolo, coi lati più corti a nord e a sud, quest'ultimo in forma leggermente di semicerchio: non è sicuro ma possibile che su questi lati minori si aprissero delle porte minori o pusterle. Secondo lo Schinetti «la zona odierna che era inclusa nel castello sarebbe quella che comprende la piazza Italia, la chiesa parrocchiale, la piazzetta Garibaldi, l'edificio scolastico ed i caseggiati delimitati da via S. Martino, via Volta, via Cadorna, via Diaz». Intorno al castello sorsero poi alcuni borghi che formano il paese di oggi. Nel risveglio economico-sociale dei sec. XI-XII si va registrando una sempre più decisa presenza di classi sociali nuove. Si forma un gruppo sempre più attivo di nobili specie agrari, per lo più valvassori cioè fondatori di secondo grado dei grandi vassalli che, per un certo tempo, furono forse gli Attoni di Canossa. La famiglia più in vista per possedimenti ed importanza fu, specie nel sec. XII, quella dei Boccacci derivata forse dai Confalonieri vescovili, cui a distanza di tempo, si accompagnarono verso la fine del sec. XIV, i Luzzago e via via gli Oldofredi, i Federici nobili, i Brunelli, i Bargnani, i Fisogni, i Gorno ecc. che si insediarono prima nel castello e poi nella zona a SE delle mura. I Luzzago da parte loro innalzarono nell'ambito del castello un palazzo fortificato con una grossa torre (oggi ricordata nel nome di Torassa dato al luogo dove oggi sorge la canonica). Assieme a quello si formavano i ceti mercantili ed artigiani dai quali provenne quella borghesia nuova che, oltrepassate le mura, andò popolando con botteghe e case le zone circostanti le mura. Da questa borghesia nacque il comune che, a quanto pare, pose la sua sede a sud dell'antico centro religioso. Nel frattempo il castello sarebbe stato assediato e distrutto nel 1091 dall'imperatore Enrico IV di Franconia. Leggendario, fantastico è l'assedio del 1109 da parte del Mazzucco, uno dei luogotenenti di Leutelmonte da Esine vinto da Oldofredo da Iseo. Da segnalare invece la partecipazione di un Boccaccio da Manerbio, in nome di Brescia, al giuramento della Lega Lombarda a Lodi nel 1167; e quella di un Oprando di Manerbio alla seconda Lega Lombarda nel 1226. Nel 1238 Manerbio passava sotto il controllo di Federico II e dei suoi sostenitori. Tra la primavera del 1270 e l'autunno del 1272 fu, come altri centri della bassa, ancora nell'occhio del ciclone, subendo con Carlo d'Angiò episodi di sangue. Nel 1268, il manerbiese Taione Boccacci monaco benedettino, dopo aver guidato i ghibellini bresciani contro Umberto Pallavicino che era diventato signore di Brescia, fortificò Manerbio ed altre terre bresciane raccogliendo a Manerbio molti ghibellini. Cinta d'assedio dai guelfi, Manerbio dovette soccombere il 6 ottobre. Ne seguì la "pace di Manerbio" pesantissima per la borgata che venne però presto violata da ambo le parti. Quando l'arcivescovo di S. Severina liberò i ghibellini prigionieri nelle carceri di Brescia e nel castello di Gambara, ordinando che fossero assegnati e condotti al confine in Alba, la colonna dei trasferiti fu attaccata dai manerbiesi in un primo scontro sanguinoso a Leno e per la maggior parte liberata; in un secondo scontro presso il monastero di Verziano venne liberato il resto; alle ritorsioni guelfe, i manerbiesi, con l'aiuto di bande milanesi, risposero devastando campi fino a Coccaglio. Tali azioni impressionarono molto i guelfi, che fecero deliberare dal Comune di Brescia (il 22-5-1270) la distruzione del castello di Manerbio. Il che avvenne nel 1271 ad opera di Carlo d'Angiò e dei suoi luogotenenti, che riuscirono ad aver ragione della strenua difesa dei Manerbiesi dopo 40 giorni con la distruzione del castello e l'esilio di molti abitanti. Nel 1308 Manerbio veniva occupato da Gerardo Gambara. Nella primavera del 1427, con altri comuni, Manerbio giurava fedeltà alla Repubblica Veneta, godendo nel 1428 esenzioni e concessioni particolari. Passato di nuovo sotto i Visconti nel 1439, il 10 giugno venne liberato dall'esercito veneto guidato dallo Sforza. Occupato di nuovo dal visconteo Nicolò Piccinino nel 1441, Manerbio venne liberato, di nuovo, dallo Sforza, rimanendo poi sotto il dominio veneto. Nel 1446, da Manerbio le truppe venete marciarono sul ducato di Milano occupato dallo Sforza, divenuto marito della duchessa di Milano, Bianca Maria Visconti nel 1448; ripassò sotto la Repubblica veneta nel 1450. Senonchè riaccesesi nel 1452 le ostilità fra Milano e Venezia, per conto di questa Gentile di Leonessa pose il campo a Manerbio raccogliendone tutte le sue truppe da dove partì poi per il Bergamasco. Saldamente ritornato in mano ai ghibellini, durante l'inverno tra il 1452 e il 1453 venne assediato dalle truppe venete. Accorse in suo aiuto lo Sforza da Cremona e in un breve scontro Gentile di Leonessa il 10 gennaio 1453 veniva ferito gravemente. Trasferito a Brescia, vi morì il I aprile. Manerbio si arrese poi il 18 marzo 1453, ospitando il comandante veneto lacopo Piccinino. Devastato da questi, veniva conquistato dallo Sforza; con la pace di Lodi del 9 aprile 1454 passava di nuovo sotto Venezia. Alla vigilia della Guerra di Ferrara (1482-1484) nel giugno 1481 a Manerbio si svolse una rivista militare: la borgata visse giorni interi tra i due fuochi dei milanesi (guidati da Gian Giacomo Trivulzio e Ludovico Sforza) e dei loro alleati napoletani (guidati da Alfonso d'Aragona). Forse per resipiscenze ghibelline, Manerbio con Cignano, Offlaga e Bassano aprì, il 13 agosto 1483, le porte del castello a Francesco e Antonio Sanseverino passati al servizio degli Sforza per offrirsi poi ad Alfonso duca di Calabria, che tuttavia non dimostrò di aver fiducia in loro, per cui, all'avvicinarsi, nel novembre, dei veneti guidati dal provveditore Francesco Barbaro, si affrettarono a cancellare la biscia stemma del ducato di Milano, a suonare d'allegrezza le campane e a dipingere il leone di S. Marco. Occupato dai veneti, nel giugno 1484, all'avvicinarsi di Alfonso di Calabria, con l'esercito milanese, alcuni ne favorirono l'assalto che venne però respinto dai veneti che saccheggiarono il paese e diedero il via alla demolizione del castello sospesa però per l'intervento di nobili manerbiesi presso Venezia. Questa tuttavia, attraverso Anton Maria Sanseverino, impose oltre al giuramento di fedeltà anche una taglia che però non fu riscossa. Fu rioccupato il 19 luglio da truppe milanesi al comando di Alfonso di Calabria che, oltre a pesanti tributi, requisì le campane. Il Melga nella sua cronaca racconta un fatto avvenuto in questa occasione e cioè come, mentre il popolo pregava davanti all'altare della Madonna, l'incaricato di distaccare le campane nel solo toccarle sia rimasto paralizzato fino al momento in cui decise di abbandonare l'impresa. Dopo il suo ritorno, in seguito alla pace di Bagnolo, Venezia punì Manerbio con la riduzione e giurisdizione della quadra a soli quattro comuni: Manerbio, che rimase capoquadra, Cignano, Offlaga e Porzano, mentre il vicariato da maggiore venne ridotto a vicariato minore. Su Manerbio, poi come su Quinzano, Gambara, Gottolengo accamparono una loro supremazia i Gambara, che venne poi smentita dal re di Francia. Seguirono tempi di pace ininterrotti. Momenti di viva apprensione visse Manerbio negli anni 1509-1513. La tradizione vuole che nel maggio 1510 una statua della Madonna abbia versato rivoli di lacrime per il popolo manerbiese in continui pericoli. Questi si ripresentarono più gravi, quando nel 1513 venne occupata dagli spagnoli e poi dai veneti, poi ancora dagli spagnoli e, infine, nel settembre 1515 di nuovo dai veneti. Nella primavera del 1516 se ne impadronirono gli imperiali che subito, in maggio, la cedettero ai veneti che vi rimasero poi fino al 1797. Truppe straniere e specialmente Lanzichenecchi svizzeri e tedeschi cui si unirono gli spagnoli e i pontifici tornarono sul Bresciano nell'ottobre 1521. Da Manerbio verso novembre passò lo stesso imperatore Carlo V diretto nel Milanese. Alla fine di gennaio del 1527 erano le truppe venete a stazionare a Manerbio cui seguirono di nuovo quelle imperiali. Ma la tragedia più grave fu costituita dalla peste che colpì Manerbio fino dagli inizi del 1529 e lungo il 1530. Distruzioni vennero provocate nell'estate da truppe imperiali fra le quali quelle borgognone.


Nel frattempo prendeva forma una struttura sempre più organica, il comune, nel quale sedevano i rappresentanti di ogni singola famiglia: riunito in vicinia al suono della campana, eleggeva un andadore (messo), un massaro, tre sindaci. Con scrutinio segreto venivano eletti dodici consoli che governavano il comune uno per mese, formando con i sindaci, il massaro e l'andadore il consiglio speciale. Ad esso partecipavano anche altri 12 consoli "di rango". Venivano inoltre nominati due "campari". Assieme si sviluppava la vita religiosa ed ecclesiale attraverso la costituzione di cappellanie, l'edificazione di chiese (come quella di S. Rocco nel 1513), del convento dei Cappuccini nel 1572 e chiesa di Gesù nel 1578 e la ristrutturazione della Disciplina, la fondazione della Confraternita del S. Rosario. Rilevante la vita artistica. Il Moretto esegue la pala della parrocchiale, mentre si segnalano il pittore Andrea da Manerbio, il tipografo Nicola e uno scultore Vincenzo. Atterrato nel 1599 il vecchio campanile, ne venne eretto nel 1603 - 1606 un nuovo. Sviluppo andava prendendo il Monte di Pietà, affiancato dal Consorzio del Suffragio e la "Cassella dei poveri". Si registrò inoltre un sempre più deciso decollo economico contrassegnato da sempre più numerosi mulini, fornaci e magli. Sempre nel '500 salivano in potenza i Luzzago, sia economicamente, sia anche sul piano ecclesiastico occupando in più occasioni la carica di arcipreti. Accanto a loro mantenevano posizione di prestigio i Marenzi, gli Oldofredi, i Tarello, i Barbisoni, i Mercandoni, gli Aquani. I Luzzago si distinsero per soperchierie, sopraffazioni, violenze e per i contrasti con lo stesso Comune. Di un certo rilievo erano i contadini benestanti, una vera e propria media e piccola borghesia agraria costituita nel 1610 dai Viscardi, Bozzoni, Boninsegna, Battaglioli, Ballino. Numerosissimi i coloni e i braccianti. Ripetuti i reclutamenti fra le truppe venete, fra i quali quelli indetti in occasione della guerra contro il Turco culminata con la battaglia di Lepanto (7 ottobre 1571), quando vennero coinvolti, probabilmente solo a livello indiretto, ben 23 manerbiesi e cioè Gratiolo di Premoli, Battista di Lodi, Andrea di Martelli, Piero di Lodi, Hieronimo Totto, Zoan Malagnino, Andrea Frizzo, Joseph Balino, Francesco Belando (che disertò), Bartolomeo Thebaldo, Zo(an) Maria Senighino, Vincenzo Thebaldo, Antonio di Gafurri, Achille Luzzago, Aiace Luzzago, Carlo Luzzago, Giulio Bargnani, Bartolomeo Bargnani, Camillo Brunelli, Ercole Brunelli, Francesco Brunelli, Gaspare Brunelli e Orazio Brunelli. Il ricordo dell'avvenimento venne poi fissato nella sagra della "seconda di Ottobre" con una processione solennissima. La peste tornò nel 1630, mietendo 250 vittime fra cui lo stesso arciprete nob. Tebaldo Foresti (morto il 21 marzo) e parecchi sacerdoti e impegnando eroicamente i cappuccini del luogo. Superata la peste, Manerbio visse decenni pacifici, la borgata si andò sviluppando economicamente e socialmente con nuove attività artigiane di mulini, fornaci e magli, e con un incremento della popolazione che da 2500 unità nel 1493 salì a 3000 nel 1565 e a 3389 nel 1572. Particolarmente intraprendenti i Mercanda, i nobili Luzzago e i nobili Fiamenghi. Fra gli avvenimenti sono da segnalare numerose le epidemie di bestiame e perfino stragi di lupi (due vittime nel solo maggio 1638). Unica parentesi di guerra nel giro di tre secoli fu nel 1701 la presenza sul territorio, in occasione delle ostilità per la successione spagnola, di truppe imperiali e, nel giugno 1705, di quelle francesi che requisirono foraggi e cariaggi, seguita di nuovo da quelle imperiali guidate dal principe Eugenio di Savoia.


Dopo di che riprese un'intensa attività edilizia che registrò la ricostruzione del convento dei Cappuccini (1713-1715), della chiesetta delle Colombaie e soprattutto, dal 1715 al 1741, della grandiosa parrocchiale, il restauro e l'ampliamento del palazzo tardo-rinascimentale dei Luzzago (ora Municipio). Tra i segni dello sviluppo urbanistico, furono i borghesi che si formarono in più direzioni mentre il borgo principale era ancora chiuso nel '700 a Sud da un arco trionfale, per ricordare l'erezione in luogo di una caserma di soldati che prima occupava parte della piazza prospiciente il palazzo Luzzago ora sede del Comune. Si trattava di un arco in cotto sormontato da frontone triangolare, con due passaggi minori ai lati. Sul passaggio che si trovava a destra di chi usciva dal paese verso Cremona, nella facciata interna, era murata una lapide con questa iscrizione: GALEATIUS LUCIAGUS - CESENAE COMES COMMUNI MANERBII PACISCENTE - STATIVA PROSPECTUM AEDIS SUAE IMPEDIENTIA - HUC TRANSTULIT ET FORNICEM HUNC M. P. - ANNO SAL. MDCCLXXXII - (Galeazzo Luzzago, conte di Cesena, d'accordo col comune di Manerbio, qui trasportò le opere militari, che erano di impedimento alla facciata della sua casa, e pose questo arco in memoria nell'anno di nostra salute 1782). Con la rivoluzione giacobina del 1797, accompagnata dall'abbattimento degli stemmi della Repubblica e degli stemmi di famiglie nobiliari, vennero abolite tutte le distinzioni fra originari e forestieri e messo in liquidazione il patrimonio comunale. Abolito anche il vicariato, Manerbio venne assegnato al mandamento di Leno. Si schierarono con la Rivoluzione i preti Milani e Giovanni Regosa ex cappuccino eletto arciprete direttamente dal popolo di Manerbio (11 gennaio 1798), incarcerato dagli austro-russi nel 1799 e sostituito nel 1808. Il prete Milani venne arrestato dagli austriaci nell'ottobre 1799, deportato a Venezia e nelle isole dalmate e poi riaccolto con grande festa il 7 aprile 1800. Contro la Rivoluzione si schierarono i Luzzago, specie il conte Galeazzo che durante l'occupazione austro-russa (1799-1800) fece parte della municipalità cittadina assieme a Ottavio Luzzago e Camillo Uggeri ma che, al ritorno dei Francesi, si risolvette ad accettare di rappresentare la categoria degli "ex nobili" ai Comizi di Lione. Il braccio di ferro fra il Governo, che sostiene il parroco Regosa, e il vescovo, che nomina arciprete don Nicolini, continua per anni fino a quando nel luglio 1808 viene nominato arciprete don Lorenzo Ghirardi. Nel 1801 si estingueva a Offlaga l'ultimo dei Boccacci, mentre andavano scomparendo nella linea femminile anche i Luzzago. Sotto l'Austria si sviluppava dal 1821 l'assistenza ospitaliera con la costituzione dell'ospedale. Nell'800 si affermò una nuova borghesia, rappresentata dai filandieri Ghirardi che acquistarono uno dei palazzi dei Luzzago.


Culturalmente l'800 manerbiese espresse lo scultore Michele Boninsegna (1821-1896). Nel 1844 attorno al farmacista Giacomo Bontardelli e a don Giovanni Battista Mor si formò un gruppo patriottico, mentre la polizia nutriva sospetti anche su don Angelo Gatta, don Giuseppe Alberti e altre persone, compiendo numerose perquisizioni. Allo scoppio della rivoluzione del 1848 si formò la Guardia Nazionale che, al comando di Stefano Martinelli, disarmò il nucleo della gendarmeria austriaca accasermata presso il Portù. Quivi barricatasi la Guardia si apprestò ad affrontare le truppe austriache in ritirata. Solo una delegazione composta dall'arciprete Moreschi, un Battagliola ed un Ruggeri riuscì ad evitare la rappresaglia austriaca. Mentre alcuni giovani tra cui lo studente nob. Luigi Brunelli (che dopo l'armistizio di Salasco riparerà in Piemonte) si arruolavano tra i volontari, don Mor entrava a far parte del comitato Bresciano di Insurrezione, forse per iniziativa di Tito Speri che a Manerbio frequentava la fidanzata Fortunata Gallina, abitante accanto alla farmacia Bontardelli. Nel giugno 1848, dopo la battaglia di Curtatone e Montanara, l'Ospedale ospitava numerosi feriti. L'anno seguente don Mor partecipava all'insurrezione delle Dieci Giornate e, a capo di un centinaio di giovani di Manerbio e Bassano, combatteva sulle barricate di S. Barnaba e di Porta Bruciata. Don Mor preferì poi l'esilio all'amnistia dell'agosto 1849, riparando in Piemonte ed emigrando alla fine in America. Una decina di manerbiesi seguirono il suo esempio preferendo l'esilio. Negli anni che seguirono molti manerbiesi tentarono in ogni modo di sottrarsi alla leva nell'esercito austriaco, mentre altri venivano sospettati e fermati per i loro viaggi in Piemonte. Nel giugno 1859 il continuo passaggio di truppe austriache in ritirata portarono requisizioni di ogni genere, dai cavalli ai viveri. Parte della popolazione temette anche l'arrivo delle truppe franco-piemontesi fra le quali erano presenti contingenti zuavi. Comunque le campane salutarono il 21 giugno alle ore 11,30 l'arrivo dei primi contingenti. Dopo la battaglia di Solferino e S. Martino tuttavia, dal 28 giugno al 22 luglio, si verificò una vera gara nell'assistenza ai feriti ed ammalati. Vennero messe a disposizione la Disciplina "il Gesù" e, per qualche giorno, la stessa chiesa parrocchiale. E, ancora l'Ospedale, il Ricovero vecchi inabili e parecchie case private, fra le quali quelle di Boninsegna, Battagliola, Ruggeri, Gorno, Brusinelli, Piazzoni, Colturi ecc. All'assistenza si dedicarono con generosità il dott. Giuseppe Molteni, Francesco Bazzoni, il nob. Antonio Gorno, Francesco Provaglio. Sotto la guida della nob. Marianna Piazzoni molte donne si dedicarono a preparare lenzuola, filacce, bende ecc. All'assistenza spirituale ma anche materiale si dedicarono l'arciprete e i sacerdoti manerbiesi fra i quali si distinsero don Vincenzo e don Costanzo Ruggeri. Fecero tappa a Manerbio 800 feriti, 144 vennero ospitati nell'ospedale e nel ricovero vecchi, 327 nelle chiese e nelle case. Vi morirono 34 fra francesi, austriaci ed anche un polacco ed un 'africano'. Nel 1861 nasce la banda musicale chiamata S. Cecilia che continua tutt'ora a riscuotere successi. Il 1866 vide l'arruolamento, fra i cacciatori delle Alpi, di Battista Regosa e Francesco Zenucchi, che fu ferito ad un braccio a Bezzecca.


Nei primi anni dopo l'unificazione nazionale si registrano pochi avvenimenti significativi come gli allagamenti del fiume Mella nel 1882 e la costruzione nel 1894 di un nuovo ponte sul Mella a tre campate lungo 34 metri. La borgata ancora eminentemente agricola, visse anni di povertà specie fra le masse contadine. Nel 1882, contemporaneamente ai primi scioperi agrari del cremonese e del parmigiano, riunioni di contadini richiamarono addirittura un plotone di fanteria e molti carabinieri che operarono diversi arresti. Alla povertà si tentò di far fronte con una Società Operaia di Mutuo Soccorso di indirizzo liberale fondata nel 1878, alla quale si contrapponeva la Società Operaia Cattolica fondata il I maggio 1883. Come risposta nell'ottobre dello stesso anno l'on. Zanardelli inaugurava la bandiera della Società Liberale. Negli anni seguenti vi veniva fondata una cucina economica e nel 1895, per far fronte alla pellagra, veniva aperta una Locanda sanitaria. Di grande importanza la fondazione nel 1896 della Cassa Rurale. Lo stesso anno veniva organizzata l'Assicurazione mutua del bestiame bovino. Nel 1900 veniva costituita una Cooperativa di costruzioni fra lavoranti muratori che, tuttavia, non ebbe significante sviluppo. Le condizioni delle masse contadine sfociarono in scioperi, mentre l'Unione Cattolica del Lavoro fondata nel 1901 otteneva il primo contratto di lavoro. Nel 1901 scendevano in sciopero anche i muratori. Nel maggio 1905 scendevano in sciopero a Manerbio e nella zona, specie a Cigole, tremila contadini. Mentre andavano migliorando i contratti agricoli, nel 1907 - 1908 prendeva piede, con il Lanificio di Manerbio, l'industria, che si espanderà poi sempre più dal 1928 con il sopraggiungere dell'industria laniera dei Marzotto. Si sviluppavano nel contempo anche le opere assistenziali, come l'asilo infantile e del tempo libero, come il teatro sociale inaugurato nel dicembre 1910. Lo sviluppo della borgata è indicato anche dall'istituzione nel 1910 del corpo dei vigili urbani. Nel contempo si sviluppava anche l'attività sociale e politica. Il predominio del partito zanardelliano (rappresentato dall'ing. Paolo Piazzoni, dal dott. Costanzo Ruggeri, dai Barbi, ecc.) veniva sempre più ostacolato da un movimento cattolico sempre più attivo e dal socialismo che ebbe i suoi portabandiera nel prof. Molinari, in Giuseppe Mosca, in Fausto Cominelli ecc. Durante la I guerra mondiale, oltre ad un alto contributo di sangue in duecento caduti e molti mutilati, Manerbio ospitò due ospedali militari (099 e 088), mentre attiva fu l'organizzazione assistenziale. A ricordo dei caduti verrà eretto in piazza Battisti un monumento, opera di Attilio Strada. Propagandato a Manerbio nel dicembre 1920 da Ferdinando Tognelli e da Giovanni Marinelli, il fascio veniva fondato il 13 febbraio 1921. Scontri tra fascisti e socialisti nel maggio 1922 provocarono la morte di un socialista. Interruzione di comizi, spedizioni punitive, distruzione di circoli si susseguirono specie da parte di fascisti di Leno nel giugno 1922 con riflessi anche su Faverzano e Offlaga e con un nuovo caduto nella persona del socialista Sanzeni. Un socialista veniva ferito il 31 luglio 1922. Scontri, bastonature seguirono anche nei mesi seguenti. In settembre si formava il primo gruppo di balilla. Il fascismo andò sempre più rafforzandosi, conquistando la maggioranza nell'aprile 1924. Man mano che decollava l'industrializzazione della borgata, si moltiplicavano le opere pubbliche. Nel 1924 venivano aperti docce e bagni, nel 1927-1929 veniva ampliato il cimitero, sistemate vie e piazze, aperta una colonia estiva a Treviso Bresciano, compiute opere di arginatura del Mella. Negli anni seguenti vennero costruiti l'acquedotto, la fognatura, la stazione ippica, la latteria comunale, ecc. Nel gennaio 1927 veniva costituita la Sezione bersaglieri in congedo presieduta da Guido Torri. Nell'ottobre 1929 il Consorzio provinciale per l'istruzione tecnica decideva di trasformare la classe sesta integrativa in corso secondario annuale di avviamento al lavoro agricolo e femminile. Il 22 dicembre 1930 veniva inaugurato un nuovo asilo cui si aggiungerà anni dopo un giardino d'infanzia ed un asilo intitolato a Margherita Marzotto realizzato dalla Soc. Anonima Manifattura Lane e inaugurato il 18 novembre 1942. Il 3 luglio 1931 veniva inaugurato un nuovo edificio scolastico. Nell'ottobre 1934 veniva inaugurata una scuola d'Avviamento intitolata a "Emilio Antonioli". Nel 1935-1936 l'Amministrazione Provinciale costruiva la strada consorziale Lonato-Manerbio-Orzinuovi. Nel 1937-1938 venivano realizzati il nuovo ospedale capace di 100 posti letto e tre edifici, alcune villette (dette le "Vile") il Villaggio Marzotto, capace di ospitare cento famiglie di operai, inaugurati il 21 aprile 1938. Nell'ottobre dello stesso anno il Provveditore agli studi dava vita ad un corso secondario di avviamento professionale a tipo industriale biennale. E ciò a trasformazione del corso biennale già esistente. Il 22 luglio 1939 accanto al Lanificio Marzotto veniva inaugurata la "Casa dell'Operaio", attrezzata di due dormitori, cinematografo, biblioteca, un Nido infantile e appartamenti delle suore. Nello stesso anno con un film di Amedeo Nazzari ("Luciano Serra pilota") veniva inaugurato il cinema Impero, poi Astra di 900 posti, fra le migliori sale della provincia, chiuso nel 1985.


La II guerra mondiale costò a Manerbio un altro contributo di sangue in 47 caduti e 37 dispersi. La borgata subì inoltre due bombardamenti: il primo (7 febbraio 1945) provocò sei vittime, il secondo (31 marzo 1945) tre. Non mancarono anche a Manerbio le vittime della violenza nazifascista. Arrestati per aver fischiato un documentario sul Duce al Cinema Impero e accusati di diserzione quattro giovani manerbiesi, due dei quali Ruggero e Libero Saldi, vennero fucilati a Bergamo, dopo sommario processo. Giuseppe Bassani moriva il 29 aprile 1945 nel campo di sterminio di Mauthausen, mentre Palamede Morandi, Enrico Tedoldi e Pietro Leoncini caddero in conflitto a fuoco con le truppe tedesche in ritirata. Per ricordare la Resistenza verrà inaugurata il 25 aprile 1973 la Sezione dell'ANPI dedicata a Giuseppe Bassani, morto a Mauthausen; il 23 aprile 1981 veniva inaugurato il monumento alla Resistenza. L'amministrazione comunale uscita dalle elezioni amministrative del 1946 potenziò l'acquedotto, la fognatura e la rete stradale, riattivando servizi ed edifici, istitui nel 1950 la scuola media, migliorò l'assistenza. Attenzione particolare venne posta al problema abitativo e urbanistico fin dal 1946. Via via vennero costruiti dall'Ente INA-Casa, dall'Ente Autonomo Case Popolari e dall' Istituto Autonomo Case Popolari più dì 150 appartamenti. Più tardi vennero costruiti interi villaggi: nel 1972 il villaggio La Famiglia, in località Quintana per 350 persone; il 21 maggio 1977 veniva inaugurato un villaggio costruito dalla Cooperativa "Manerbio 75". Un nuovo quartiere veniva realizzato dalla Cooperativa "Manerbio uno" in via Carlo Marx; nello stesso anno la Cooperativa edilizia I Maggio realizzava nuovi alloggi. Nel luglio 1973 l'Amministrazione Provinciale dava il via alla costruzione della strada Manerbio-S. Paolo. Tra le opere pubbliche da rilevare il restauro della Torre Civica, promosso nel 1988 dall'Amministrazione Comunale. Tra i gravi problemi imposti all'amministrazione pubblica vi sono stati la ricostruzione del municipio e del palazzo Luzzago, semidistrutto da un incendio avvenuto il 5 novembre 1979. Nel contempo venivano realizzate opere e servizi sociali. Nel 1952 veniva costruito dalla Marzotto un albergo diretto per oltre trent'anni da Lino e Rosa Prandi unico di tutta la Bassa bresciana chiuso poi nel 1983; nel 1962 veniva inaugurata una moderna sede dell'I.N.A.M. Nel marzo 1981 veniva inaugurato un nuovo ufficio postale. L'istruzione pubblica è andata ampliandosi fino a comprendere due scuole materne ("Ferrari" e "Marzotto"), le scuole elementari, statale e privata parificata delle Orsoline, la Scuola media Statale, l' ITIS Castelli, il Liceo Scientifico, l'Istituto femminile professionale delle Orsoline. Vivaci polemiche nel 1977 sulla scuola a tempo pieno. Non poche oltre al Museo le attività culturali quali il Fotoclub, il gruppo "Amici della Musica", il Centro di educazione musicale, la Schola cantorum ecc. Attiva anche la filodrammatica dialettale "Cheì de Manerbe". Nel 1981 nasceva la Cooperativa Quarto Stato che nel 1982 si impegnava al recupero dell'antico immobile il "Purtù". Nel 1983 si formava un attivo gruppo storico archeologico. Con delibera del 19 marzo 1985 il Consiglio Comunale istituiva il Museo Civico, che assorbì la collezione donata dal dott. Sergio Boccaletti e il materiale reperito dal locale Gruppo Storico Manerbiese.


Sempre vivo a Manerbio il problema sanitario-assistenziale. La prima casa ospedaliera, oltre all'ospizio o agli ospizi antichissimi della Pieve venne aperta grazie al lascito con testamento del 1821 di Gabriele Bargnani che lasciò all'uopo una vasta casa, locali e campi. L'iniziativa si sviluppò ulteriormente grazie al lascito da parte di don Battista Barbi nel 1835 di cento piò di terra e nel 1837 di altri beni da parte di Giovanni Travaglia. Nel 1844 l'assistenza venne assunta dalle Ancelle di carità. Una nuova spinta venne poi nel 1859 dall'assistenza ai feriti della battaglia di S. Martino e Solferino. Un nuovo complesso, costruito su progetto dell'ing. Gerardo Malagutti e per iniziativa principale del comm. Emilio Antonioli e del dott. Mario Tranchina, venne aperto l'1 gennaio 1940. Venne a costare 2 milioni. Nel 1944 ospitò il reparto chirurgico dell'Ospedale di Brescia, sfollato a causa dei bombardamenti. Per parecchi mesi accolse 400 letti. Nel dopoguerra l'ospedale venne continuamente attrezzato di nuove apparecchiature e ambienti, fino a quando nel 1954 venne arricchito di un'ampia cappella, nel 1955 di una nuova ala con nuovi reparti di pediatria, oculistica, otorinolaringoiatria. Un nuovo grandioso complesso di sei piani con nuovi reparti, laboratori, prontosoccorso, sale operatorie ecc., costruito su progetto dell'ing. Luigi Pansera, venne inaugurato l'8 febbraio 1975, portando i posti letto da 70 nel 1954 a 400. Accanto all'Ospedale, il 29 ottobre 1956 venne aperta una nuova Casa di Riposo sostenuta dai coniugi Valsecchi e costruita su progetto dell'ing. Antonio Lechi. La Casa, capace di cento ospiti, venne considerata fra le più moderne. L'attività assistenziale si è andata espandendo negli ultimi venti anni. Nel 1978 nasceva l'A.V.I.S., nel giugno 1983 veniva inaugurata la sezione dell'Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi del lavoro, presieduta da Aldo Alghisi e comprendente una vasta plaga della bassa. Nel 1974 Manerbio si apriva anche all'assistenza ai disabili, agli handicappati e ai tossicodipendenti. Nel 1974 per iniziativa della Regione Lombardia veniva aperto un centro disabili interessante i comitati sanitari di Manerbio, Orzinuovi, Leno e Ghedi. Nel 1983 nell'ex convitto Marzotto di piazza Aldo Moro il Comune sistemò tutte le opere sociali della borgata ed un centro di assistenza agli anziani. Il 13 novembre 1983 per iniziativa di don Angelo Zanetti e del prof. Antonangelo Zuddas, veniva trapiantata nella cascina Chizzoletta una comunità terapeutica di tossico dipendenti affidata a don Redento Tignonsini. Nel Natale 1984 volontari singoli e istituzioni, guidati da Tiberio Brusinelli, Mirella Prestini e Ivo Farina, con il sostegno del Comune fondavano una cooperativa di solidarietà per emarginati (disoccupati, tossicodipendenti, alcolisti ecc.). Nel 1986 il Club Campostrini si apriva alla fisioterapia ippica per i disabili della Fondazione don Gnocchi e per altri.


Sport. Fino ai primi anni del '900 Manerbio si divertì con il gioco della palla nel quale, nel 1901 eccellevano i due fratelli Facchinetti, Giosuè Volpi e Giuseppe Bambini, Francesco e Faustino Motto, Vigilante Regosa ecc. Nacque poi la Manerbio Federazione Calcio che dal 18 maggio 1924 per iniziativa di Emilio Antonioli potè usufruire di spazioso campo sportivo. Scioltasi nel novembre 1930, cedette subito il posto ad una nuova Società sportiva che oltre il football comprese il ciclismo e il podismo. Dal 1945 si è fatta intensa la vita sportiva che ha visto nascere via via nel 1945 la Polisportiva UISP Manerbio, con squadre di calcio e di pallacanestro; nel 1949 la Virtus Manerbio (rifondata nel 1982) con sede all'oratorio maschile con squadre di calcio, pallavolo, pallacanestro e rugby; nel 1964 la Pallavolo Manerbio, con sede al Centro Giovanile; nel 1975 la Bocciofila Manerbiese con sede al Bar Impero, nel 1975 il Tennis Club Manerbio con sede in via XX Settembre n. 33, nel 1979 il Manerbio Basket - Saldini Grundig con sede in via Ruggeri, 32; nel 1980 il Rugby Manerbio Virtus con sede in via Martiri della Libertà; nello stesso anno la Polisportiva Avis Manerbio podisti con sede al bar Mantovani di via Mazzini, nel 1981 l'Associazione Calcio Manerbio. Nel gennaio 1981 veniva creato a "La macchia" Manerbio e Offlaga un Ippoclub con scuola di equitazione che ha organizzato anche corsi regionali. Nello stesso anno veniva aperto in via Porzano l'Ippoclub 'La Favorita" mentre l'anno appresso in via Remondina nasceva l'Ippoclub Sturla e C. La pesca sportiva è rappresentata da quattro gruppi: la Jolly Manerbio società pescatori del 1967 con sede al bar Casetta in via Cremona n.4; la Lindor pesca sportiva del 1975, con sede al circolo Arci, la Pescatori sportivi manerbiesi del 1981, con sede al bar Cacciatori, in via S. Di Rosa, La Laghet de Meghet società pescatori del 1979, con sede presso Scaramuzza. Esiste un circolo cacciatori fondato nel 1909 poi federcaccia. Arci caccia. Attivo il Circolo scacchistico - Petrosjan fondato nel 1981 presso il bar Impero in via S. Martino. Nel settembre 1983 nasceva una sottosezione del CAI comprendente anche Leno, Bagnolo e Pontevico. Nel 1985 Manerbio allineava i seguenti impianti sportivi. 1) Campo sportivo comunale ex Marzotto, in via Verdi, affidato all'Ac Manerbio e gestito insieme all'Us Virtus Manerbio. 2) Centro polisportio comunale ex Marzotto in piazza Moro: palestra, piscina scoperta, 4 campi da tennis e quattro campi da bocce privati, gestiti dalla Bocciofila Manerbiese. 3) Complesso della scuola media statale, in via Donatori del Sangue: palestra e campo sportivo, a disposizione del pubblico in orari extrascolastici. 4) Palestre (due) della scuola elementare statale, in via Galliano: l'utilizzo non scolastico è per il momento saltuario. 5) Centro scolastico Polivalente, in via Solferino: palestra, campo sportivo, campi da tennis e di pallacanestro, pista per il salto in lungo, tutti gestiti per l'impiego extrascolastico dalla commissione comunale allo Sport. 6) Campo da tennis, in via Teresio Olivelli, gestito dalla commissione Sport e aperto a tutti i cittadini. 7) Pista di pattinaggio, in via Boccaccio, impianto libero, gestito dagli abitanti del Villaggio Marcolini. 8) Centro sportivo dell'Oratorio, in via Dante, di proprietà della parrocchia: palazzetto-palestra, campi di pallacanestro, pallavolo e calcio. 9) Campo sportivo Comunità Paolo VI, in via Giovanni XXIII, di proprietà parrocchiale, per il calcio, dove è previsto un intervento per un suo adeguamento. A questi son da aggiungere alcuni impianti privati: il Laghet de Meghet per la pesca sportiva, il tiro al piattello del club «La Macchia» in via Offlaga e quattro maneggi per equitazione dei club «La Favorita», «Sturla e C.», «Arredamenti Leone», ancora «La Macchia» e, naturalmente, i giochi bocce annessi ad alcuni bar. Di grande richiamo il dancing Cupole con l'Acquasplash.


ECCLESIASTICAMENTE la prima organizzazione ecclesiastica potrebbe risalire ai sec. VII-VIII come diaconia della Pieve di Bagnolo Mella dalla quale si staccò poi per diventare una pieve comprendente un rilevante territorio della pianura centrale con le chiese di Bassano, Cignano, Offlaga, Faverzano, Cigole, S. Gervasio e Milzanello. Per niente provata è l'esistenza dei Martiri di Roncagnano le cui reliquie sarebbero poi state ritrovate nella chiesa di S. Faustino ad Sanguinem (poi S. Afra) a Brescia. Risale al sec. IX la documentazione storica della esistenza della pieve mentre il primo arciprete citato è Arderico (980-1045c.). Dal 1339 l'elenco degli Arcipreti diventa regolare. Gravò sulla pieve la presenza di arcipreti cadetti di famiglie nobili specie i Luzzago l'ultimo dei quali, Giulio Luzzago, venne deposto da S. Carlo Borromeo nel 1580. Dopo di lui l'elenco degli arcipreti registra sacerdoti zelanti fra i quali don Bartolomeo Capitanio (1700-1743) cui si deve l'erezione della monumentale chiesa attuale; don Francesco Stella (1694-95), don Lorenzo Brusinelli (1744-68), ambedue manerbiesi, teologi e letterati; don Pietro Antonio Nicolini che dovette sopportare la lotta mossagli da fra' Giovanni Regosa, eletto arbitrariamente dall'autorità giacobiana locale, e interdetto dall'Ordinario diocesano. Della primitiva chiesa arcipretale di S. Lorenzo sono venuti alla luce un frammento di sottarco, un frammento di pluteo, ora murato nella parete sinistra dell'atrio della sagrestia, nella parrocchiale che Gaetano Panazza data intorno ai secc. VIII e IX. Il documento che per primo nomina la chiesa è del 1041. Naturalmente la chiesa viene poi ricordata in tutti gli elementi di benefici dal 1410 in poi. Doveva essere una chiesa vasta se nel 1565 vi esistevano, oltre l'altare maggiore, ben sedici altari di cui dieci dotati di beneficio e cioè: di S. Vincenzo martire, del cappellano curato; di S. Caterina v. e m., del cappellano curato; della SS. Trinità, di patronato nob. Luzzago; di Ognissanti, di patronato nob. Luzzago; di S. Michele arc., di patronato Oldofredi, detti Micheli; di S. Giov. Battista, di patronato Loda; di S. Martino, di patronato Negri, arciprete e comune; di S. Girolamo, di patronato nob. Uggeri; di S. Alberto carmelitano, di patronato Pagani; di S. Giorgio m., di patronato nob. Luzzago. Vi era inoltre l'altare della Scuola del SS. Sacramento, l'altare della Madonna della neve, veneratissima, l'altare di S. Stefano, e sotto il porticato o pronao antistante alla facciata, i due altari votivi di S. Antonio abate e di S. Sebastiano m. eretti certamente sulla fine del secolo XV per devozione popolare a questi due santi invocati contro la peste. Nel cimitero accanto alla chiesa esisteva una cappella dedicata alle Anime Purganti. Nel 1531 per voto pubblico veniva proclamato patrono S. Costanzo m.


La parrocchia è andata ravvivandosi nella seconda metà dell'800. Attorno al 1880 don Giovanni Ravera di Carpenedolo dava vita all'oratorio passato nelle mani di don Eugenio Cassaghi che lo sviluppò aggiungendo la banda, la scuola di canto, la filodrammatica il circolo di cultura e aprendo nel 1895 in via Dogana una casa della gioventù. Passato don Cassaghi a Travagliato, l'oratorio decadde fino a quando nel 1900 l'arciprete don Bondioni e i sacerdoti don Pietro Piazza, don Giacomo Panizza e Francesco Danesi comprarono in via S. Martino il primo appezzamento di terra sul quale sorsero via via il Teatro, le scuole di catechismo, le sale per le associazioni e una cappella dedicata a S. Filippo Neri. Nel settembre 1905 si formò una Schola cantorum, diretta da Giovanni Bonetti. Nel 1925 l'oratorio venne affidato all'Istituto Artigianelli che lo governò dal 1926 al 1938 e dal 1947 al 1956. Nel 1948 p. Silvio Buffoli costruiva nuovi ambienti nei quali oltre alle scuole di catechismo ospitò anche la prima scuola media di Manerbio. Nel 1958 l'oratorio passò di nuovo alla parrocchia. L'arciprete don Casnici si affrettava a comperare il contiguo palazzo Bersani e nel 1960 ad erigere un grandioso Centro Giovanile la cui prima pietra venne benedetta da Giovanni XXIII. Nel 1961 la parrocchia acquisiva Casa Sorriso a Por per le vacanze. L'anno dopo veniva fondata la Domus Nostra per i bambini rimasti senza assistenza familiare. Nel 1962 veniva costruito il cinema parrocchiale Central Cinema con 1276 posti; nel 1964 veniva dato il via al Palazzetto dello sport e nel 1989 il centro dell'Oratorio tornava al centro dell'attenzione della comunità parrocchiale. Nel frattempo nel 1961 don Graziano Montani aveva introdotto a Manerbio lo Scoutismo. Tra le altre attività parrocchiali sono da registrare il circolo ACLI fondato nel 1946 per impulso di don Giuseppe Fiorini, la fondazione del 1958 del bollettino parrocchiale "Il Ponte". Indimenticabili le manifestazioni del Congresso Eucaristico della Bassa Bresciana (8-12- sett. 1926) presieduto dall'arcivescovo di Milano card. Tosi e il I Congresso Mariano della diocesi di Brescia dal 18 al 25 settembre 1949, che raccolse un'immensa folla. Nel 1972 la parrocchia venne divisa in otto diaconie o zone pastorali. Tradizionali nella vita religiosa la processione del Venerdì Santo, durante la quale viene portata in processione la statua di Cristo morto scolpita dal Laboratorio Poisa di Brescia negli anni Cinquanta, e la grandiosa processione della seconda domenica di Ottobre in onore della Madonna del Rosario.


CHIESA PARROCCHIALE. Iniziata nel 1715 e terminata nel 1745 venne variamente attribuita a Antonio Turbini (Orlandi, Cappelletto, Lechi, Boschi, Rapaggi, Facchini, Volta), o a Bernardo Fedreghini (Tassi) fino a quando su testimonianza del contemporaneo don Giacomo Tenchini potè essere assegnata ad Antonio Biasio, pur non escludendo interventi del Turbini e del Fedrighini. Capomastri furono Giuseppe Carrera, Carlo Caprioli, Antonio Pozzi e Battista Barbe. Grandiosa (misura m. 45,60 x 14,70), maestosa è a pianta latina, con transetto poco profondo con ampio presbiterio e abside semicircolare. All'incrocio degli assi sorge un cupolino ellissoide senza tamburi. Le navate hanno volta a botte su cui si incavano le lunette delle ampie finestre. Coppie di arconi in corrispondenza a coppie di lesene incorniciano sei cappelle laterali, tre per lato. Nel 1776, secondo Sandro Guerini, la chiesa venne allungata di una campata e venne costruita una nuova facciata che il Guerrini stesso sostiene presa dal disegno che il Massari aveva ideato per la facciata della parrocchiale di Montichiari. Sandro Guerini propende ad attribuire l'idea della facciata a Carlo Corbellini, perfezionata poi da Bernardino Carboni con la consulenza di Giovanni Donegani. Sono di Luca Callegari tutte le statue della facciata, fatta eccezione della statua di S. Paolo, opera del fratello Santino. Tali opere, compiute tra il 1778 e il 1791, sono di buona ispirazione e di buona modellatura e rendono preziosa e armoniosa tutta la facciata. Maestosa è la torre, costruita tra il 1603 e il 1606. La cupola già di forma rotonda venne danneggiata da un fulmine abbattutosi nel 1843 che distrusse pure la statua del Redentore. I restauri vennero affidati al Vantini che ideò una nuova cupola con balaustra, di rigide forme neoclassiche. Il campanile venne progettato da Giovanni Antonio Avanzi e costruito da Domenico Bondi e Cristoforo Ogna sotto la direzione di Giuseppe Pizzafoco. Il primo concerto di campagne fu requisito nel 1483 dai soldati napoletani del Duca di Calabria. Eretta la nuova torre, venne posto sul campanile un concerto di cinque campane (di 32 quintali). Tale concerto veniva sostituito da un altro di 6 campane in sibemolle (peso 67 quintali) benedetto la prima domenica di maggio del 1873 e reputato fra i migliori della provincia. A questo nel 1880 vennero aggiunte altre due campane più piccole mentre nel 1928 venne rifusa la campana della scuola. Nel 1936 venne posto un modernissimo castello di ferro e vennero rifuse dalla ditta Ottolini di Seregno le campane sesta e settima. L'8 aprile 1943 per ragioni belliche vennero tolte le campane prima e settima e tutte quelle delle chiese sussidiarie. Il 6 ottobre 1947 veniva infine benedetto il nuovo concerto di otto campane fuso dalla ditta Ottolini di Seregno e del peso di 80 quintali. Nel 1987-1988 venne restaurato per intervento dell'Amministrazione comunale il campanile. Entrando nella chiesa, a sinistra si incontra il Battistero affrescato nel 1888 da Antonio Moscheni. La vasca battesimale in pietra di Botticino porta la data 1510; mentre il coperchio in rame sbalzato venne eseguito dalla ditta Politi di Milano, e collocato nel 1960. Elegante la cancellata secentesca ferro e bronzo. Segue l'altare della Madonna della neve che, come scrive Sandro Guerini, con la ricca soasa e la mensa, forma un imponente complesso architettonico scandito dalle nicchie che ospitano i busti di santi, il prezioso reliquiario della S. Croce, l'urna dei resti dei S. Martiri (SS. Lorenzo, Costanzo, Vincenzo e Caterina); e al centro la venerata immagine della Madonna della neve. Un ricco e variegato drappo marmoreo sovrasta i comparti e dà movimento alle limpide ma fisse linee architettoniche. Sono di Alessandro Callegari le tre teste di cherubino che sovrastano il timpano. Sandro Guerini attribuisce il disegno dell'altare ad Antonio Biasio ma vede anche influenze del Massari. L'immagine della Madonna un tempo nell'atrio dell'antica pieve e poi riposta nell'attiguo cimitero, venne nell'agosto 1746, col muro appositamente ritagliato, portata nella nuova chiesa. Nonostante che si sfasciasse quasi tutto il muro, rimase intatta. Il che fu attribuito ad un miracolo. Nell'altare è conservato un prezioso reliquiario della S. Croce settecentesco in oro, argento e gemme che veniva portato in processione la prima domenica di maggio, detta festa della Campagna. Inoltre vi sono riposte le reliquie dei SS. Patroni conservate in una preziosissima urna in palissandro ed argento con agate del sec. XVI. La terza cappella di sinistra rappresenta, secondo Sandro Guerini, nella mensa e nella soasa articolata in due ordini conclusi da timpani ricurvi, 'linee purissime ed eleganti' e viene da lui attribuita al Carboni. La pala raffigurante la Madonna col Bambino e i SS. Vincenzo Ferrari e Caterina, è di Camillo Rama e dovrebbe risalire al 1741. Segue la cappella del SS. Sacramento con un altare grandioso ricco di marmi attribuito ai fratelli Luca e Santino Callegari, salvo la statua della Speranza modellata dallo scultore Righetti negli Anni Trenta. La tela, ampia e viva è di Giambattista Pittoni e raffigura la Deposizione. L'altare maggiore di fino diaspro con il maestoso tabernacolo è, da Sandro Guerini, definito un vero e proprio gioiello architettonico, concepito organicamente e disegnato con equilirio e senso delle proporzioni da Domenico Corbellini. Il Guerini lo giudica quasi un "unicum" nel panorama della produzione bresciana dell'epoca. I due finissimi angeli in bronzo del timpano del tempietto dovrebbero essere usciti dalla bottega Ferrazzoli, come tutte le decorazioni in bronzo dell'altare. L'altare venne inaugurato nel 1760. Sull'altare ricchissimo di statuette e decorazioni stanno un grandioso Crocifisso (di 7 quintali) e sei candelabri (di un quintale ciascuno) opera dello scultore Giuseppe Menozzi di Mantova e donati dai coniugi Valsecchi nel 1962. Nell'abside domina la pala del Moretto raffigurante la Madonna col Bambino in gloria con S. Giovanni e, in basso, i SS. Lorenzo, Caterina, gli apostoli Pietro e Paolo e il comittente (probabilmente il sacerdote don Silvio Luzzago). Il coro settecentesco in noce è particolarmente ammirato. L'organo costruito dagli Antegnati venne poi rifatto nel 1856 dalla ditta Amati di Pavia, rimodernato dalla ditta cremonese Pedrini e inaugurato il 18 settembre 1949. La consolle posta in coro è opera della ditta Mascioni di Bergamo. Le due cantorie sono ornate da dodici quadretti raffiguranti scene bibliche opera di Gaudenzio Botti (1698-1775) paesista bizzarro di maniera fiamminga, con la collaborazione per le figure di Francesco Savani (1723-1772). Vennero rubate nella notte tra il 28-29 maggio 1981. Scendendo per la navata destra, si incontra il maestoso altare della Madonna del Rosario, eretto, per voto solenne emesso nel 1747 in occasione di una pestilenza bovina, su progetto di Domenico Carboni riveduto dal cremonese Zaist ed eseguito da Paolo Bombastoni: hanno realizzato un'opera bellissima. La piccola ancona della Madonna del Brentana, venne sostituita nel 1942 da una statua della Madonna uscita dalla Bottega Poisa di Brescia. Di oro massiccio settecentesche sono le mitrie della Madonna e del Bambino. Ricchissimo il manto secentesco dalla Corte Spagnola passato ai Luzzago e da loro regalato alla chiesa. L'altare di S. Francesco architettonicamente ben calibrato sotto l'ampio arcone, venne forse concepito da Domenico Carboni mentre la mensa è ottocentesca. La pala proveniente dalla chiesa del convento dei cappuccini raffigurava l'Indulgenza della Porziuncola ed è opera del Malosso (G.B. Trotti), datata 1598. Il pulpito con la bussola del 1888 sono opera del prof. Fortunato Canevali di Breno. Segue l'altare dedicato al Transito di S. Giuseppe con mensa e soasa probabilmente recuperati da altra chiesa, mentre la pala è opera del bergamasco Ponziano Loverini del 1890 circa. L'ultimo altare sulla destra verso la porta maggiore, in bei marmi settecenteschi, raccoglie un gruppo ligneo con un crocifisso del 1470 e le statue della Madonna e di S. Giovanni del '600. Si ricollegano, secondo Luciano Anelli, alla pittura di Francesco Monti o anche allo Scalvini le tele della Via Crucis. Altri hanno pensato al Pittoni. La decorazione delle pareti venne affidata nel 1739 al cremonese Giovanni Battista Zaist che eseguì le finte architetture che incorniciavano l'altare maggiore e gli altari del Rosario e del SS. Sacramento e ora difficilmente rilevabili. La decorazione di tutta la chiesa era stata in seguito affidata a Giovanni Francesco Inganni che, preparati i bozzetti, dovette rinunciare all'opera per gli avvenimenti politici del tempo. La chiesa venne invece poi affrescata nel 1888 dal manerbiese Angelo Cominelli che dipinse anche il grandioso medaglione sopra la controfacciata raffigurante S. Lorenzo che distribuisce i beni della Chiesa ai poveri. La chiesa venne restaurata nel 1888 e di nuovo, con due anni di lavori dal 1984 al 1986 per una spesa di un miliardo. Un incendio devastatore colpì la chiesa nella notte 31 maggio - 1 giugno 1989 distruggendo l'organo, decorazioni, soase, tele. Per le Missioni Popolari del marzo 1988 veniva inaugurato il nuovo altare liturgico opera di Federico Severino che ha eseguito una scultura espressa nella barca di Pietro che solca il lago di Tiberiade con a bordo Maria e gli apostoli; l'ambone raffigura il Cristo Seminatore e i quattro evangelisti. Grandiosa e suggestiva è la sagrestia, ricca di bellissimi mobili in noce e con la volta dipinta con un grande affresco raffigurante l'incontro fra Papa Sisto II e S. Lorenzo condotto al martirio, opera del comasco Carlo Carboni (1686-1775). Sulla parte destra sta una bella Pietà di Francesco di Prato da Caravaggio. Sono inoltre esposti altri quadri fra cui i ritratti di arcipreti. La chiesa è ricca di paramenti e suppellettili fra i quali calici, reliquiario, turiboli, preziosi, una croce astile in argento del sec. XIV, un crocifisso in rame sbalzato del sec. XVII, un reliquiario di S. Lorenzo in argento del sec. XVI, un altro di S. Costanzo, coevo uno sfarzoso baldacchino processionale di broccato d'oro e d'argento confezionato nel 1776 da Bartolomeo e Pietro Marini di Brescia, copie di reliquiari e di statue celebri. Battista Reali ha realizzato accanto alla sagrestia un museo parrocchiale dove si conservano sei graduali e corali, tele, sculture, documenti vari oltre ad un tesoretto di monete Galliche. Tra le opere raccolte vi è un bozzetto della tela del Pittoni raffigurante la morte di S. Andrea Avellino ora nella chiesa di S. Gaetano a Brescia.


S. Croce alla Remondina. Già ricordata nel 1569 come dedicata alla Madonna, nel 1647 lo era alla S. Croce: oggi sull'altare vi è una statua della Madonna col Bambino. Venne poi rifabbricata tra il 1730 e il 1740 e restaurata nel 1890. L'edificio è di struttura semplicissima a pianta rettangolare. Originale il frontone che conclude la facciata composta da una parte di base ad andamento curvilineo e da un coronamento a triangolo. Dei primi anni del sec. XVIII è anche il paliotto dell'unico altare che nel campo centrale ha un medaglione con la Croce sul monte Calvario. La chiesa contiene due dipinti uno raffigurante il Transito di S. Giuseppe di anonimo pittore bresciano del sec. XVIII e l'altro l'Immacolata Concezione della stessa epoca e di ignoto.


Disciplina della Concezione di Maria o dell'Annunciata. Sorta nel sec. XIV per iniziativa della Disciplina e costituita probabilmente nel sec. XIII. Un curioso documento dialettale, pubblicato da Paolo Guerrini, racconta che la chiesa venne edificata o riedificata nel 1393, per voto alla Madonna Annunziata, da dodici manerbiesi che rifondarono anche la Confraternita dei disciplini che si dedicò al culto della Madonna e ad opere di carità. Nel 1572 la Disciplina era dedicata alla Concezione della B.V. Maria e aveva alcuni ambienti sopra la chiesa. Varie indulgenze venivano concesse da Papa Urbano VIII il 3 marzo 1626, cui altre se ne aggiunsero, mentre aumentavano anche i legati per numerose messe. Si arricchì inoltre di altari fino a sei pur conservando chiara la sua struttura quattrocentesca. Bella è la pala dell'Annunciazione sull'altare maggiore tutto in marmo. Sul primo altare a destra si venera un affresco cinquecentesco raffigurante la Madonna delle Grazie. Notevole sul terzo altare di sinistra una statua secentesca di S. Bartolomeo ap. che ha fatto pensare a Paolo Guerrini all'esistenza in luogo di un istituto ospedaliero se non all'ospedale della Pieve. Nella chiesa vennero trasferiti nel 1769 tre quadri, del soppresso convento dei Cappuccini, raffiguranti S. Felice da Cantalice, S. Fedele da Sigmaringa e le Stimmate di S. Francesco del Malosso. Questi è dal 1960 nella chiesa parrocchiale. Sulla fine dell"800 fu sede del Terz'ordine Francescano. La Chiesa venne restaurata nel 1978.


S. Rocco. Venne eretta nel 1513 per voto popolare, in "co de tera" cioè ai confini con Offlaga, dove probabilmente esisteva un cimitero per appestati. La chiesa era molto più vasta e più lunga di quella attuale; grande e bella, con tre altari la descrivevano gli atti della visita di S. Carlo. Distrutta, forse da un incendio, venne ricostruita nelle dimensioni attuali e arricchita da una pala del Cossali, raccolta in una bella soasa del primo '600. La pala, di scuola bresciana della seconda metà del settecento, raffigura la Madonna col Bambino e i SS. Sebastiano e Rocco. L'Anelli ha escluso l'attribuzione al Cossali.


S.S. Faustino e Giovita alla Breda omonima. Paolo Guerrini pensa che probabilmente la primitiva chiesa sia sorta accanto all'antico ospedale della pieve di Manerbio entrato sul principio del sec. IX a far parte del monastero di S. Francesco Maggiore in Brescia. La primitiva chiesa sarebbe sorta nel X-XI secolo. Nel 1562 era unita al chiericato di S. Martino di Plemo, ma in completo abbandono. Nel 1565 la chiesetta era però ricostruita a metà e il vescovo Bollani ingiunse di finirla. Ma era ancora in costruzione nel 1580. Nei primi anni del '600 sede di una disciplina composta da 15-18 uomini abitanti alla Breda. Venne ristrutturata tra il 1715 e il 1720 forse su progetto di Giovanni Antonio Biasio con arretramento del coro, l'allugamento della navata e la costruzione di una nuova facciata e forse con l'aggiunta di un altare laterale dedicato a S. Carlo, adornato di una pala raffigurante S. Carlo che adora il Crocifisso, forse opera di Santo Cattaneo. In seguito l'altare maggiore venne arricchito di un bel paliotto in marmo ricco di decorazioni che Sandro Guerini assegna al Biasio e di una bella pala (m. 1,89 x 1,62) di Giuseppe Tortelli raffigurante la Madonna col Bambino e i S.S. Faustino e Giovita. Una tela (cm. 93,4 x 69) appesa alla parete di sinistra raffigura l'Apparizione del 1438 dei S.S. Faustino e Giovita sugli spalti. Sulla porta laterale è appeso un interessante dipinto raffigurante l'Estasi di S. Carlo. Sulla parete di destra un quadretto contiene un frammento del drappo che per tre secoli 1623-1923 ricoperse i corpi dei S.S. Patroni Faustino e Giovita. Una statua della Madonna ricorda, dal 1965, la bambina Bianchina Antonioli morta a 6 anni. Abbandonata dal 1948, nel 1960 crollò il tetto e il 3 novembre 1962 venivano inaugurati i restauri, ripetuti nel 1984.


Chiesa del Gesù e del SS. Nome di Gesù. Edificata tra il 1578 e il 1580 lungo i terragli settentrionali, e dedicata al SS. Nome di Gesù. Fu presto, per interessamento dell'arciprete don Mandola, consegnata ad una Confraternita. Considerata fra le più antiche fra quelle dedicate al Nome SS. di Gesù. In questa chiesa circa l'anno 1603 o 1604 venne tenuto il primo discorso panegirico del Ven. Alessandro Luzzago, morto a Milano il 7 maggio 1602 in concetto di santità, mentre si era recato a visitare il sepolcro di S. Carlo non ancora canonizzato e il suo grande amico l'arcivescovo Card. Federico Borromeo.


S. Spirito - Convento delle Orsoline. Venne aperto il 26 nov. 1846 in una casa presa in affitto da Mostiola Travaglia (1811-1867), che l'anno precedente con una compagna si era dedicata alla Gioventù femminile, cui si aggiunse un orfanatrofio femminile. In seguito la Travaglia, su consiglio del confessore don Giacomo Gatta, vi insediava una congregazione religiosa che si aggregò poi alle Orsoline costituendosi canonicamente il 21 ottobre 1856, ed emettendo i voti nelle mani del vescovo mons. Verzeri. La chiesa e il convento incamerati nel 1887 vennero poi riaperti. Nel 1910 la comunità manerbiese entrava nell'Unione Romana delle Orsoline.


La costruzione della cappella dell'Ospedale venne promossa nel 1954 da don Battista Reali e sostenuta finanziariamente dai coniugi Comm. Francesco Valsecchi e D. Caterina Valsecchi Berenzi. Venne progettata dall'ing. conte Antonio Lechi e costruita dall'impresa Faustino Pugnetti. Gli affreschi sono di Oscar di Prata, le decorazioni di Bonichini, Fontana e Mario Pescatori. Del Di Prata è anche il disegno della Vetrata raffigurante l'Adorazione dei Magi, eseguita dalla ditta Marengoni.


Una cappella ai caduti con decorazione e lapidi con i nomi di 114 caduti venne inaugurata nel maggio 1924. Fraternità Paolo VI, al Villaggio S. Costanzo. A ricordo dell'anno santo e per dare assistenza religiosa e caritativa alla periferia a Sud Est di Manerbio, si costruirono chiesa, appartamento per il sacerdote, sale riunioni, ecc. La prima pietra venne posta il 21 maggio 1977. Il progetto fu dovuto all'arch. Bruno Bocchi. La cappella venne benedetta l'8 ottobre 1978. È decorata di un affresco con la cena di Emmaus opera del manerbiese Mario Tambalotti. Alle spalle di Gesù e dei due discepoli sono stati raffigurati, assieme a uomini e donne di ogni condizione e razza, i Sommi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, e Madre Teresa di Calcutta. Le due campane vennero offerte dai fratelli dott. Luigi, geom. Mario e don Franco Tambalotti a ricordo dei genitori. Un bel quadro raffigurante S. Luigi e S. Filippo Neri di Luigi Campini orna la cappella dell'oratorio Maschile dedicata a S. Filippo Neri.


Tra le altre cappelle sono da segnalare quella del S. Crocifisso al cimitero, del S. Redentore all'Ospedale, di S. Maria Ausiliatrice al convitto Marzotto, dell'Addolorata alle Remondine e l'Immacolata alle Gozzole. Nel 1958 venne restaurato da Oscar di Prata nell'abitazione di Giovanni Redolfi un bell'affresco cinquecentesco raffigurante la Madonna col Bambino poi donato alla chiesa.


Tra le chiese scomparse sono da ricordare quelle di S. Giovanni Battista, di S. Pietro, S. Silvestro. Del battistero di S. Giovanni Battista non resta che il ricordo del nome.


La chiesa di S. Pietro esisteva in mezzo ai fondi che hanno ancora il nome popolare di "San Peder" sulla via per la cascina Remondina e Verolanuova e un tempo di proprietà del monastero di S. Pietro in Monte Orsino. La chiesa, non ricordata nella visita del vescovo Bollani nel 1565, è invece recensita in quella del Pilati del 1572 e anche in quella di S. Carlo del 1580, mentre invece non ne fa cenno l'accuratissimo Faino nel 1658, il che potrebbe lasciare supporre che sia stata distrutta fra il 1580 e il 1650, mentre dal Registro dei morti risulta che era ancora in piedi nel 1680.


S. Silvestro - Sorgeva al confine tra Manerbio e Bassano probabilmente su antichi possedimenti del monastero di Nonantola per cui P. Guerrini ha rilevato il fatto che sia stato un ospizio o rifugio per l'assistenza dei viandanti e pellegrini. Vi è già cenno di essa in un documento del 1192, nella vertenza fra Lanfranco da Manerbio e il monastero di S. Maria della Colomba, al quale era passato il possesso di quella chiesa e della sua circostante dotazione fondiaria, che ancora si denomina i San Silvester. La piccola chiesa campestre, isolata, abbandonata, e quindi rovinosa e indecente, era diventata rifugio di malviventi. Nel 1572 il visitatore Mons. Pilati ordinava che fosse tenuta chiusa e che l'arciprete ne tenesse la chiave. Nelle stesse condizioni era all'epoca della visita di S. Carlo (1580). Nel 1709 era ancora custodita da un eremita. Poi scomparve del tutto. Presso il Niella esisteva una chiesa antichissima dedicata a S. Martino poi distrutta. Ricordata dagli elenchi del 1658 e pure scomparsa è la chiesetta del Suffragio.


S. Maria Maddalena alle Bassanine - Già cadente nel '500. P. Guerrini opina che sia stata dapprima dedicata alla Madonna. La ricorda ancora il Faino nel suo catalogo del 1658.


Oratorio di S. Tomaso al Vallone, costruito sul confine del territorio di Manerbio con quello di Offlaga, al quale appartiene la cascina Vallone. Era già esistente sulla fine del sec. XVII, poiché in esso fu celebrato il 10 ottobre 1699 il matrimonio dell'Eccell.mo dott. Lorenzo Febbrari, medico da Bagnolo, con la Sig. Rosa Spinoni. Un Oratorio esisteva alle Colombaie, sulla sponda orientale del Molone e sulla strada che dalla provinciale Brescia-Cremona mette alla cascina delle Fedrise; venne eretto nel 1714 dai nob. Luzzago per comodo di quelle lontane case coloniche, ma poi, abbandonato, venne sospeso dal vescovo Mons. Nani nella sua visita pastorale del 7 settembre 1790 e riaperto al culto soltanto con Decreto vescovile 5 dicembre 1791. Non si conosce nemmeno il suo titolare e ora è da tempo profanato. Una chiesa dedicata a S. Antonio ab. esisteva nel 1658 "in regione Cusati". Non viene più nominata in seguito. Risaliva al 1466, la chiesa di S. Bernardino da Siena alle Gozzole. Eretta nel 1466 venne nel 1509-1510 incendiata e danneggiata dalle truppe francesi di Luigi XII. Scomparve definitivamente negli anni 1541-1542. Un oratorio a S. Dionigi compare negli elenchi del 1658 del Faino. Due monasteri o conventi con relative chiese sono pure scomparse.


Il monastero di S. Maria della Colomba, o S. Maria della Pace. Risale al 1136 o al 1139 e, come sostiene Paolo Guerrini, è nato sotto l'influsso dell'opera riformatrice di S. Bernardo di Chiaravalle e molto probabilmente, malgrado il silenzio delle fonti primitive, da lui stesso fondato secondo lo spirito della regola cistercense. Il titolo stesso di S. Maria della colomba dato per molto tempo a questo monastero dedicato al mistero dell'Annunciazione della Vergine, con la colomba che rappresenta lo Spirito Santo, ne è argomento sicuro, come è sicura l'influenza di S. Bernardo, che in quell'anno era a Brescia per causa di Arnaldo, sui due fondatori del monastero, il vescovo Manfredo e la sua congiunta Caracosa che ne fu la prima badessa, che il Guerrini sospetta appartenere alla potente famiglia dei Boccacci. La donazione fatta dal vescovo Manfredo venne confermata con bolla di Innocenzo II, del 28 gennaio 1141. Il monastero godette condizioni buone, ottime. Già sotto la badessa Caracosa le monache, attendono, oltre che alle opere spirituali dell'officiatura liturgica, alle varie attività economiche del lavoro e lavorano personalmente nei campi, aiutate da alcuni conversi addetti alla cura del bestiame e agli altri lavori agricoli più gravosi. Avendo ottenuto dai vescovi di Brescia, che possedevano la contea di Bagnolo, concessioni di diritti d'acqua del vaso Molone e altri diritti dai signori di Porzano di acque nascenti e colatizie di quel territorio paludoso, costruirono due molini per la macinazione del grano di loro produzione. Inoltre per sistemare meglio i loro campi circostanti al monastero e per difendersi dagli sguardi indiscreti dei viandanti mentre lavoravano, avevano aperto nuove strade e fabbricato tre nuovi ponti, con grave dispendio. Il monastero era dunque una fattoria modello, un alveare di api industriose e laboriose. Depauperato da continue guerre e sconvolgimenti politici, succedutisi dal 1174 al 1184, il monastero ottenne l'unione con il priorato di S. Maria di Fontana. Nel 1294 le monache di Manerbio vennero trasferite a Brescia presso la chiesa dei SS. Felice e Fortunato, donde, più tardi nel 1447, passarono al nuovo monastero della Natività di Maria, chiamato S. Maria della Pace.


Il convento di Maria SS. e di S. Francesco era stato fondato dopo reiterate richieste e l'acquisto nel 1569 del fondo necessario; nel 1572 venne dato il via alla costruzione di un convento di Cappuccini sulla via di Offlaga intitolato alla Porziuncola. Il sito malsano convinse nel 1592-1602 a costruire un nuovo fabbricato in contrada del Belvedere, ancor oggi detta del Convento, che venne intitolato a S. Francesco e che nel 1610 ospitava quattordici frati. La chiesa venne consacrata il 13 giugno 1629 da mons. Vincenzo Bocca, vescovo di Cattaro. Nel 1713 il convento troppo angusto venne abbattuto e ricostruito nel 1715. Soppresso il 9 settembre 1768 venne riaperto per pochi mesi nel 1769. Messo all'asta, il 4 agosto 1770 ne era stata demolita la chiesa. Sull'altar maggiore v'era una pala che raffigurava il Santo di Assisi, devotamente inginocchiato davanti alla Beata Vergine e a Gesù, al quale offre delle rose: più in basso tre angioletti sostengono un cartiglio con la scritta: "Hic rosae / Hinc gratiae / Haec porta coeli. E a lato lo stemma gentilizio dei conti Gambara che ne furono i committenti. La bella tela è giudicata una delle migliori opere del pittore Malosso, che l'ha cosi firmata: "Jo. Bapta Trottus dictus Malossus Cremon faciebat anno a salute humana 1598". Essa, per dono dei conti Gambara, nel 1960 fu portata nella chiesa Parrocchiale. Insieme con questo quadro del Malosso, erano stati trasportati nella chiesa dei Disciplini anche un intero altare e le due tele raffiguranti S. Felice da Cantalice e S. Fedele da Sigmaringen.


Tra gli EDIFICI CIVILI di rilievo sono da segnare il Palazzo Luzzago, ora sede del Comune. Edificato nel primo '600, ai margini dell'antico castello, in due distinti fabbricati, venne nel Settecento unificato architettonicamente con la costruzione di uno scalane e dalle decorazioni delle sale del primo piano. Perogalli e Sandri hanno rilevato come la parte prospiciente la piazza - che costituiva un intorno più appropriato della villa prima di essere asfaltata -, prima dei rustici, si apre verso il giardino in un porticato continuo a fornici arcuati con pilastri di notevoli dimensioni. Tale portico si conclude nello scalone, diaframmato da una specie di serliana. Le pareti e la volta della scala (probabilmente rinnovata nell'Ottocento) sono completamente affrescate forse dallo Scalvini. La galleria, i saloni e tutte le altre sale, escluse due semplicemente arricchite da mensoloni in legno simili a quelli del sottogronda esterno, sono affrescati o in modo analogo alla volta della scala, con quadrature e soggetti vari, o con semplici riquadri di paesaggi immaginari: cosa che accade del resto in molte ville, anche del territorio bergamasco, che testimoniano l'affermarsi di un gusto contemplativo della natura, affrancato da ogni preoccupazione realistica. Lo scalone che unisce i due edifici antichi e la foresteria, viene dal Lechi attribuito a Gaspare Turbini. Distrutto, in parte, da un incendio il 5 novembre 1979 venne restaurato nel 1984 su progetto degli architetti Volta e Pansera e ospitò il Municipio.


Palazzo della Cesura. Signorile costruzione rurale del sec. XVI è il palazzo Cesura nei pressi della chiesetta di S. Rocco edificato dalla famiglia Gorno. All'interno due stemmi ricordano gli antichi proprietari e presentano in campo grigio e verde, un unicorno. Nel 1988 il palazzo è stato restaurato con cura dalla famiglia Panciera, divenutane proprietaria.


Villa Cantoni già Luzzago. Nel sec. XVIII i Luzzago costruirono come ha scritto Fausto Lechi "con amore e intelligenza" una villa particolarmente elegante passata poi in proprietà alle famiglia Di Rosa e poi Cantoni. Il Lechi ha scritto: "Preceduto da un ingresso con due forti pilastri, l'edificio presenta due corpi pieni ai lati con leggero bugnato che contengono il lungo edificio centrale che ha al piano terreno un bel porticato di cinque arcate a sesto leggermente ribassato, con quattro colonne toscane in marmo e due mezze colonne addossate ai corpi pieni laterali; il portico ha volte a crocera. Le finestre sia qui, sia sugli altri lati, sono anonime; ma l'insieme è di buone proporzioni. Il giardino è chiuso a sud da una cancellata sostenuta da dodici colonne cilindriche. Al centro due piloni quadrati a bugne con due belle pigne terminali.


Palazzo Ghirardi. Del 1871, ricostruito su un antica dimora forse del '500 su disegno del milanese arch. Colla. L'edificio riassume diversi stili per cui lo si classifica «eclettico» per affermare che vi si incontrano il gotico, il lombardo, il settecento. La costruzione è sorta su fondamenta di precedenti edifici (una filanda e una casa del seicento sono quelli di cui si ha notizia) ed è giustificata in questo modo la varietà artistica del complesso così come lo si ammira oggi dagli spazi pubblici (piazza e strade) e dall'interno, sostando nel secolare giardino dove spiccano essenze diventate rare nel panorama botanico della Bassa Bresciana per l'invadenza di agenti della chimica nella coltivazioni rurali e l'azione deleteria di piogge acide che non risparmiano questa parte di territorio lombardo. Palazzo Ghirardi - rimasto per anni disabitato - venne acquisito in proprietà dalla società Smalto, aziende per l'abbigliamento della famiglia Soffiantini affidata a Giordano, uno dei tre figli di Giuseppe, tra i componenti dell'assetto societario delle Confezioni Manerbiesi che ne commissionò il recupero all'ing. Alessandro Guerrini, terminato nel 1989.


ECONOMIA. Fino al primo decennio del sec. XX predominò l'agricoltura e specialmente le colture foraggere, grano e granoturco e dal '500 il lino. Disuguale la fertilità per la presenza di zone semincolte dette geroni e bonificate solo in secoli di lavoro. Elementi dell'economia manerbiese medioevale sono riscontrabili in alcuni toponimi fra i quali Selva e Gazadega (da Gagiaticum) che indicano l'esistenza di boschi e di selve; la prima apparteneva al vescovato di Brescia e serviva ai signori per il divertimento delle cacce grosse ai cinghiali, ai caprioli, ai lupi e all'altra selvaggina che vi si annidava; la seconda era invece il gagium comunale e dava a tutti gli abitanti del comune la legna gratuita da fuoco e da opera; infatti ciascuno poteva liberamente prendere quanto gli era necessario secondo le prescrizioni degli Statuti comunali. Questi boschi vennero distrutti e ridotti a coltura nei secoli XV e XVI. Il Da Lezze nel suo Catastico del 1609-1610 registrerà l'esistenza di alcune "boschette". A vere e proprie bonifiche cioè a terreni sortumosi o sterili ridotti a coltura e specialmente a vigne si riferisce il toponimo Roncagnà (da roncare onde Ronchi). Paolo Guerrini cita la Calcagna, la Bassana, la Luzzaga, la Manerbia e Pola tratte dal Mella nel territorio inferiore; mentre dal Molone nel territorio superiore vennero derivate la Gazadega, la Zumella, la Campostrina. Tipico esempio di bonifica diventato da landa sterile un giardino sono le Gozzole sui confini tra Manerbio e S. Gervasio. I nomi di varie cascine indicano i proprietari che specialmente nei secoli XIV e XV operarono una vasta bonifica, continuando quelle dei monasteri e dei nobili rurali dei sec. XI-XII. Tra questi si possono citare il Gorno dai nob. Gorno, la Remondina dai Remondini che poi la cedettero ai Maggi, ai Palazzi, ai Gorno, il Milano dai Milani, le Fedrise dai nob. Federici, il Mercandone dai Mercanda o Mercandoni, la Stella dai nob. Stella, le Gavrine dai Cabrini, ecc. mentre le Colombaie, il Cereto, i Campostrini, ecc. non hanno bisogno di spiegazione. I segni evidenti della rinascita agraria sono soprattutto nelle rogge e canali derivati dal Mella e dal Molone per irrigazione, per azionare i mulini, il torchio, la segheria, il maglio; da quelle primitive fra cui la Rosa o Ruzza o Roggia di S. Martino o roggia del Comune a quelle costruite nei secoli seguenti. Solo nel 1925 veniva intensificata e completata l'opera di bonifica in una vasta zona comprendente oltre Manerbio, Bagnolo M., Ghedi, Leno, Visano, che vide nascere nuovi vasi come il Molone I e il Molone II. Tra le ultime bonifiche quelle delle cave di Sabbia in frazione Campagnola avviate nel 1987 con intervento della Regione Lombardia. L'agricoltura si avvantaggiò grazie al Mella e a vasi d'acqua fra i quali il Colatore Molone che, formatosi nel territorio di Bagnolo Mella, alimenta alcuni vasi e si getta nel Mella al ponte di Manerbio, la Luzzaga e altri ancora. Sul Molone e sulle rogge furono fin dal medioevo in attività alcuni mulini. Già presente nel sec. XVI la coltivazione dei lino che continuava nel primo decennio del sec. XX. Sviluppata soprattutto dal sec. XVIII quella della seta, ebbe nell'800 un suo caposaldo nella filanda dei Ghirardi. Dal 1898 venne lanciata la coltivazione della barbabietola da zucchero. Un certo sviluppo ebbe anche la pesca. Nel 1935 era presente anche un incubatoio. A sostegno soprattutto dell'agricoltura nel 1896 veniva costituita la Cassa Rurale che dieci anni dopo raggruppava 102 soci. Il 10 aprile 1949, per iniziativa del direttore Pietro Zambelli si trasformava in Banca Popolare di Manerbio, sotto forma di Società Cooperativa a Responsabilità Limitata con capitale sociale di L. 25 milioni. Nel 1957 diede vita ad una filiale in Pedergnaga-Oriano. Molto diffuso specie dopo la metà del sec. XIX l'allevamento del bestiame. Vi aprì fin dalla fine dell'800 un suo stabilimento la Polenghi-Lombardo. Prendeva piede inoltre, soprattutto per iniziativa di Cesare Bersani, un caseificio. Pure funzionante da decenni il Salumificio Ferrari. Il Pastificio Prandini, in parte distrutto nel 1977, occupò circa venti dipendenti. Una stalla sociale modello veniva realizzata dalla Cooperativa Manerbiese alla cascina Silva, e venne inaugurata nel maggio 1975 dal ministro Giovanni Marcora. Negli Anni Settanta si sviluppa l'allevamento di lumache. Alla cascina Remondina il 21 giugno 1978 venne inaugurato il primo impianto di riscaldamento dell'acqua attraverso pannelli solari, prodotti dalla ditta Eliothermic di Ghedi e progettati dall'ing. Vincenzo Troncale. A Manerbio ha posto alla fine del 1985 la sua sede il Consorzio Lombardo En/Ag (Energia Agricoltura) nato con lo scopo di promuovere ricerche, di informare e di formare. Fornaci, mulini e magli particolarmente attivi funzionavano già nel '500, dislocati particolarmente verso il No e il Bel Vidì. Nel sec. XVI Giovanni Santo Pellegrini metteva bottega di boccalaro in via Bellapiana. Morto verso la metà del secolo, l'attività artigianale venne continuata dal figlio Giuseppe e si esaurì poi per mancanza di una discendenza maschile. Tra le attività artigianali di spicco è da segnalare fin dagli inizi del secolo l'officina per biciclette di Giuseppe Capponi che mandava tre esemplari all'Esposizione di Brescia del 1904. Nel settembre 1907 per iniziativa di Emilio Antonioli (Cigole, 1877 - Milano, 1953) nasceva il Lanificio di Manerbio, specializzatosi nella lavorazione di indumenti da donna, sia in tinta unita che in fantasia. Nel primo anno di vita (1908) funzionavano 250 telai, che nel 1912 erano saliti a 350 e pochi anni dopo a 560 con un migliaio di operai. Nel 1928 il Lanificio veniva assorbito dal gruppo Marzotto di Valdagno che portò l'azienda manerbiese a livello europeo, coprendo un'area di 60 mila mq. (con la sola sala di tessitura estendendosi su un ettaro), con 600 telai, a cavallo della II guerra mondiale, e una mano d'opera di 3000 elementi costituente il 90 per cento della forza lavoro manerbiese e che assegnò a Manerbio il titolo di "città laniera". Nel 1986 gli occupanti erano scesi a 500-600. Alla Marzotto e alle altre attività erano collegate nel II Dopoguerra ben novanta sartorie che avevano come maestri i Ferrari, seguiti dai Gignatti, Portesani, Bariselli. La crisi della Marzotto ha incrementato la nascita di molte industrie piccole e medie promosse spesso da imprenditori manerbiesi e fra i quali alcuni, per il settore abbigliamento e macchine tessili, usciti dalla Marzotto. Nel settore tessile accanto alla Marzotto si andarono sviluppando dal 1961 le Confezioni Manerbiesi diventate da fabbrica di abiti una holding di imprese (Lindor, Emme Sette), la "Marika blu" che lavora per boutique di alta moda, la Manerbio Tre del gruppo Gino Santi. Intenso lo sviluppo di altri settori imprenditoriali. Nel 1958 nasceva la EMME ESSE Manerbio per la fabbricazione di antenne Tv, Satelliti rotatori e amplificatori. Nel 1963 era la volta dell'industria dell'ISPAR, promossa da Bernardo Bulgari e che col nuovo stabilimento edificato nel 1977 occupava un'area di 2.500 mq. Nel 1969 veniva fondata ad opera dei fratelli Ziletti la Microgram per la produzione di lastre d'alluminio elettrografite anodizzate, per la stampa offset e che nel 1982 assunse la denominazione "Lastra S.p.a.". In sviluppo anche la chimica con la Finchimica, sorta nel 1975 con un centinaio di dipendenti. Nella meccanica sono andate facendosi luce la IME che dal 1972 fabbrica motori per elettrodomestici, la MAT di Bertoldi dedicatasi all'impiantistica tessile con accessori per macchine, l'Estrai creata dal gruppo Alnor per estrusione di alluminio e rilevata nel 1982 da Castelli Cibaldi. Nel 1973 nei capannoni abbandonati dalla Marzotto nacque la Fabbrica Confezione (FABIT) che tuttavia dieci anni dopo era già in crisi. Nel 1974 veniva avanzato un piano di insediamenti produttivi che accolto in sede regionale nel 1976 venne attuato dal 1981 in poi in due zone a SE e a N della strada provinciale su una superficie di mq. 50.260. In seguito vennero individuate aree produttive per la Cooperativa "Manerbio 80" (30 mila mq.) e Made in Manerbio (18 mila mq.). Nel 1984 decollava una nuova zona industriale di 162 mila mq. Per un rilancio economico venne promossa nel 1958 la fiera "Rinascita Manerbiese". A sostegno dell'economia manerbiese vennero via via aperte tre agenzie del Credito Agrario Bresciano, la Banca Popolare di Bergamo (che nel 1980 costruiva una nuova grandiosa sede) e il Credito Italiano. Nel 1982 venne costituita la Fast Financial Leasing seguita nel 1985 dalla Soges Fin. guidata da Giuseppe Bossoni.


Fra gli uomini illustri: Tajone de Boccacci, monaco benedettino e condottiero di truppe guelfe contro Ezzelino da Romano e Uberto Pallavicino; P. Alessandro Totto o Toti, servita e archeologo; Andrea da Manerbio, pittore; don Giacinto Tenchini, don Lorenzo Brusinelli, Michele Boninsegna, scultore.


PARROCI: Arderico di Brescia (980-1045); Obizone (sec. XII); Maffeo (sec. XIV); Marco De Cumis (sec. XIV); Francesco De Scalve (sec. XIV); Guido Da Pompiano (morto nel 1372); Francesco d'Assisi (1372-74); Giovanni Scaini, di Toscolano (sec. XIV); Benedetto De Grianis, di Orzinuovi (sec. XIV); Stefano da Niguarda, milanese (secc. XIV-XV); Francesco Tavolati, di Orzinuovi (sec. XV); Francesco Capuo, di Mantova (sec. XV); Filippino nob. Emili, di Brescia (sec. XV); Manfredo De Gosi, di Bagnolo (sec. XV); Nob. Don Lodovico Luzzago, di Manerbio (1491-1528); Conte Nicolò Secco D'Aragona, di Brescia ( 1528-37); Luigi Nob. Lippomano, di Venezia (1537-37); Nob. Don Silvio Luzzago, di Manerbio (1538-56); Nob. Giulio Luzzago, di Manerbio (1556-65); Nob. Paolo Oldofredi, di Manerbio (1565-72); Giangiacomo Mandola De' Orisii, di Ostiano (1573-79); Emilio Tengatini, di Capriolo (1579-80); Nob. Giovanni Maria Luzzago, di Manerbio (1580-94); Bartolomeo Bellegrandi (1594-1600); Nob. Don Tebaldo Foresti, di Manerbio (1600-1630); Antonio Di Rada, di Travagliato (1630); Pietro Maria Morbio, Manerbio (1631-31); Giovanni Antonio De' Vecchi, di Pontevico (1631-65); Giovanni Maria Biemmi, di Vobarno (1665-1694); Nob. Francesco Stella, di Manerbio (1694-1695); Carlo Pietroboni, di Monno (1696); Giuseppe Bertella, di Verona (1696-1700); Nob. Bartolomeo Capitanio, di Brescia (1700-43); Lorenzo Brusinelli, di Manerbio (1744-68); Carlo Angelo Carli, di Brescia (1769-97); Pietro Antonio Nicolini, di Provaglio Valsabbia (1799-1803); Lorenzo Ghirardi, di Manerbio (1803-08 vic. econ., 1808-35 parroco); Giovanni Antonio Moreschi, di Malonno (1836-63); Giambattista Greppi, di Breno (1863-76); Antonio Bondioni, di Niardo (1876-1907); Omobono Piotti, di Lavone V.T. (1907-16); Giambattista Lampugnani, di Milzano (1916-26); Domenico Melchiori, di Bedizzole (1927-32); Pietro Bianchi, di Provaglio d'Iseo (1932-57); Virgilio Casnici, di Carpenedolo (1958-73); Angelo Zanetti, di Provaglio d'Iseo (1973-1988); Gennaro Franceschetti (1988).