LINO e Linifici

LINO e Linifici

Pianta oriunda, secondo alcuni, dalle zone comprese fra il mar Caspio e il mar Nero, secondo altri, dall'Asia sud-occidentale o dal nord Africa. Si tratta comunque di coltura molto antica, già presente in Egitto, 4 mila a.C. e nota ai Babilonesi, ai Greci, ai Romani, ai Germani. Nel medioevo essa assume importanza nel centro Europa e Russia. Nel sec. XIII si diffuse ancor più anche in Italia sostituendosi al cotone anche nella produzione della carta. La coltura si diffuse talmente nel 1400 da richiedere un mercato apposito al centro della città dove la chiesa ivi esistente venne chiamata della "Madonna del lino". In effetti nei secoli XV e XVI la produzione ed il commercio del lino andò occupando sempre più artigiani e mercanti. Alla diffusione di tale coltura contribuirono gli impresari agricoli, nobili e no, che vi videro fonti garantite di denaro. È il caso ad esempio, dei Gambara. Sappiamo che Dorotea e Alda Gambara la diffusero a Farfengo, Oriano e Verolanuova. Le zone di peculiare diffusione di tale coltura furono sempre quelle vicine all'Oglio anche se non mancarono coltivazioni nelle stesse valli. Un mercato molto attivo del lino si sviluppò a Bagnolo. Se la produzione di tele di lino fu sempre minacciata dalla concorrenza fiamminga e francese, floridissima fu quella di filati ed «azze» di refe, inviate di solito a Venezia senza obbligo di dazio di entrata per un privilegio concesso nel 1520, tenacemente fatto valere nel maggio 1546 da Agostino Gallo. Il dazio di uscita dal Bresciano era di 20 «bagatini» al peso, per un valore complessivo di circa 1000-2000 ducati, motivo per il quale i dazieri si opposero alla proposta di soppressione. Più tardi neppure il lino bresciano sfuggì alle pesanti tassazioni venete e nel 1560, certo Luigi Pandini, propose alla Repubblico, affamata di denaro, l'aumento del dazio di esportazione delle «azze» e delle tele di lino da Brescia, assicurando un maggior introito di ben 25.000 ducati. Il refe bresciano, veniva utilizzato tra l'altro nell'arte del ricamo i cui modelli vennero messi a stampa in Toscolano dal tipografo Alessandro Paganini: "Il libro del Borato, libro de recami per elqualo se impara in diversi modi lordine e il modo per recamare". Nonostante i dazi alla fine del secolo XVI e agli inizi del secolo XVII lavoravano il lino molte botteghe in città, e in altri centri della provincia. In città esistevano 14 filatoi mentre l'imbiancatura veniva fatta a Salò in 80 filatoi. Nel 1572, secondo una relazione del capitano Piruli, venivano prodotte 225 mila pezze di lino delle quali solo 25-30 mila erano consumate nel Bresciano ed il resto esportate. Agli inizi del '600 secondo il Rossi si esportavano all'estero 200 mila pesi di lino (valutati dallo Zanardelli ad un milione e mezzo di chilogrammi). I maggiori produttori erano Travagliato, Pompiano, Quinzano, Mairano, Bagnolo M., Manerbio e Pontevico. Una valutazione dello stesso Rossi dava più di 10 mila persone mantenute da tale coltivazione. Tuttavia la produzione andava incontrando difficoltà specie per i trasporti attraverso il fiume Oglio. La coltivazione e la lavorazione continuò comunque attiva per tutto il seicento. Una guida d'Italia del 1659 ricordava come specie in piazza Loggia si vedessero esposte "sottilissime tele di lino". Continuava sul Garda e specialmente in Salò la produzione e l'imbiancatura del refe che declinerà solo agli inizi dell'800 (v. Refe, refi). Si trattava di lino greggio proveniente dalle provincie di Crema, Cremona e Bergamo candeggiato nelle "cure" che si trovavano sui rivi d'acqua da Salò a Fasano e che dava refe ricercatissimo in Italia e fuori. La crisi economica della Serenissima compromise anche la produzione del lino per il quale le autorità (come il 7 aprile 1698) obbligavano a denunciare e sulla quale mettevano sempre più gravose tasse. Ma la lavorazione come la produzione continuarono e accanto ai moltissimi telai domestici, nella città si contano 118 tessitori del lino e del "bombace". Nel 1779, a parte la Riviera del Garda che rimaneva il centro principale, esistevano in provincia 733 telai di lino e cotone. Sebbene agli inizi dell'800, secondo le valutazioni del Sabatti, la produzione di lino sia diminuita di circa la metà, tuttavia due quinti del lino prodotto nel dipartimento (pesi 40 mila) coprono il fabbisogno di materia prima dei linaiuoli bresciani. dati forniti da E.V. Tarle ma che il De Maddalena ritiene esagerati danno nel dipartimento del Mella una produzione di circa 25 mila quintali di lino all'anno (cioè oltre 300 mila pesi: nel 1803, 100 mila di fibra e 24 mila di seme) per un valore di circa 900 mila lire... Il lino era parte esportato, in parte lavorato in loco, ove veniva mescolato sia con i migliori lini importati dagli altri dipartimenti, sia con il cotone. Il valore di questi tessuti misti si aggirava intorno a 1 milione e 700 mila lire l'anno. Di contro 8 mila pesi di lino pregiato per produzioni di alta qualità vengono importati dal Cremonese e dal Cremasco, mentre i 19 filatoi di refe di Salò continuano a dar lavoro ad un terzo della popolazione locale e ad alimentare l'esportazione straniera specie in Tirolo (8 mila pesi su 8.600) che dà una cospicua entrata valutaria su un milione 280 mila lire bresciane. La lavorazione del Lino ristretta all'ambito dell'uso domestico nelle campagne, dove viene prodotto, ha luogo soprattutto per la disponibilità di manodopera nelle valli e sulle montagne, e si valutano a quasi 2.200 i telai domestici per la fabbricazione di tela grezza sia di lino che di cotone. Di questi solo 58 producono biancheria intima e 53 tovaglie di lino. Gli altri lavorano fustagni dobbetti ecc. Ogni anno si producono 35 mila braccia di tovaglie di lino, mentre tutti gli altri manufatti di lino e cotone raggiungono le 40 mila braccia. Centro di lavorazione era diventata a Pralboino la tessitura Bellandi che ritirava il filato di lino assieme a quello di lana dalla Valtrompia e dalla Valsabbia. Nella tessitura erano impiegate dalle 1500 alle 2000 persone per 9 mesi l'anno. Seicento ragazze degli orfanotrofi bresciani fabbricano oltre a calze, 3600 berrette di lino e di cotone assorbite dal mercato interno. Ma la produzione complessiva di manufatti di lino e di cotone rimane insufficiente, per cui si importano tele da Venezia e da altri luoghi per 600 mila lire bresciane. Nei primi decenni del secolo XIX la crisi di produzione del lino si accentua per la concorrenza dei tessuti di cotone che incontrano sempre maggiore favore. Solo a Pralboino continuano a lavorare lino 300 telai con un centinaio di addetti. Nel 1842-1851 la produzione era di un milione circa di kg. di cui quattro quinti venivano prodotti nei distretti di Verolanuova, Orzinuovi e Leno. Il Cocchetti sostenne che il lino bresciano poteva competere "per la robustezza col lodigiano e col cremonese, al quale è inferiore per il colore e la finezza". Nello stesso periodo è già in decadenza la stessa produzione di refe che nel 1835 non supera i 3-4 mila pesi l'anno, non giungendo alla metà del livello di trent'anni prima. Lamentando la concorrenza del cotone il Cocchetti indicava alcuni rimedi alla linicoltura. "Primi, scriveva, devono essere quelli che si riferiscono alla scelta di un terreno adatto, alla qualità de' semi, alla maniera di coltivarlo, di macerarlo, di maciullarlo, pettinarlo e ammannirlo. I contadini sono restii ai nuovi metodi; e quindi, mentre nelle Fiandre, in Irlanda ed in Piemonte si macera il lino ad acqua calda, da noi si continua ancora nell'antico metodo insalubre, nè furono adottate le macchine di Konte e di Garnier per maciullarlo e pettinarlo. Il nobile signor Filippo Ugoni, promettendo un premio a chi troverà un mezzo meccanico per l'estirpazione del lino, per sollevare gli uomini da quel penoso lavoro, che rammenta la sorte dei Negri in America, continua degnamente l'opera dell'illustre fratello Camillo, di cui nel 1812 una memoria era premiata dall'Ateneo, diretta a introdurre fra noi i metodi di coltivare e tessere le tele usati nelle Fiandre. Lo Zanardelli nel 1857 giudicava ancora rimarchevole la produzione del lino anche se era declinata "da quella che era un tempo, in cui aveva grandissima importanza" lo stesso Zanardelli sosteneva che esistevano "usi speciali, in cui il lino, allorchè raggiunga un certo grado di perfezione potrà sempre sostenere la lotta. E il nostro lino, ove anche non potesse reggere al paragone di quello che forma le classiche tele d'Olanda, Irlanda e della Russia pure è suscettibile di esenzialissimi miglioramenti...". Ma la crisi era ben visibile nell'Esposizione Bresciana di tale anno dove la produzione liniera era alla meglio e soltanto rappresentata «mercé le cure del signor Filippo Ugoni, il quale presentò una compiuta collezione di esemplari che mostrano la serie delle trasformazioni di questa materia, cominciando ad offrirci il lino appena estirpato e seguendolo, mediante la produzione di trentatre saggi diversi, fino alla sua riduzione in tele. Tale crisi si andò ancor più accentuando negli anni seguenti da un canto per la sempre più sensibile concorrenza di quella cotoniera e dall'altro, danneggiata dal disinteresse degli agricoltori, portati piuttosto ad investire capitali e lavoro nella più redditizia sericoltura. Nel 1869 i telai impiegati nella tessitura del lino si aggirano sulle metà di quelli battenti nel 1857: circa 200, di cui 33 concentrati nel già ricordato stabilimento di Pralboino (nel 1857 ve ne erano in funzione 75) e produceva tra l'altro con 7 telai a Jacquard tappeti, allora assai apprezzati, con ordito di lino e trama di lana, tanto che lo Zanardelli scriveva che era il solo stabilimento in Lombardia che potesse fabbricare tessuti di lino. La coltivazione andò restringendosi sempre più negli anni seguenti. Non mancarono tentativi di ripresa e nel 1875 il Comizio Agrario di Brescia incaricava Filippo Ugoni, Nember e Gorno di studiare la lavorazione industriale del lino separata dalla produzione. Tuttavia l'inchiesta Facini del 1882 non poteva non constatare come trascurabile nei circondari di Breno e di Salò, manteneva soltanto un certo rilievo in quelli di Brescia, di Chiari e di Verolanuova. In quest'ultimo era il centro della coltivazione del lino. Il territorio della quale, misurato in 38 mila ettari, sconfinava dal circondario entrando nel mandamento di Orzinuovi da una parte e in quello di Bagnolo dall'altra. La qualità detta marzuolo o nostrano, a rotazione quadriennale era coltivata sopra un'area di 21500 ettari, e la qualità chiamata ravagno o invernengo, a rotazione biennale, estendevasi sui restanti ett. 16500. L'area effettivamente coltivata a lino ogni anno nel circondario di Verolanuova era di ettari 4536; e per entrambe le qualità il prodotto medio calcolavasi in 15 quintali all'ettaro di filaccia. Parte di questa veniva esportata fuori provincia e nel finitimo circondario di Chiari; il quale oltre consumare la produzione importavano anche dal cremasco. Delle due qualità di lino l'invernenga era assai meno coltivata della nostrana perchè, sebbene desse prodotto più abbondante in filaccia ed in seme, quest'ultima in compenso lo offre migliore e più apprezzato. «Ma ormai, sottolineava Arnaldo Gnaga, la zona di coltivazione del lino va restringendosi sempre più, incalzata dalla foraggera, e abbandonando i confini estremi da noi segnati nel 1880, si raccoglie nell'area dei comuni, prossimi all'Oglio, tra il fiume e la retta che unisce Roccafranca a Gottolengo, nella qual regione stanno i centri di Orzinuovi, di Verolanuova e di Quinzano, ove si accentra il mercato del lino». In tale anno la ditta Bellandi è scomparsa a Pralboino ma in luogo suo, emerge la Tenchini mentre nel 1859 viene fondata a Concesio la ditta Brusaferri. Per il resto la tessitura del lino è di tipo eminentemente casalingo e conta circa mille telai in tutta la provincia. Ridottasi sempre più la produzione il filato di lino per la lavorazione viene ritirato quasi solo dal milanese e dal bergamasco. Già auspicato nel 1857 dallo Zanardelli nasceva nel frattempo lo stabilimento di Pontevico. Il lino che copriva il 10 per cento del seminativo nel 1860 quando veniva alternato con altre semine al quarto anno era ridotto a 0,8 nel 1909. Nella esposizione bresciana del 1904 non era nemmeno rappresentato ed era sempre confinato nei comuni prossimi all'Oglio da Roccafranca a Gottolengo e specialmente a Orzinuovi, Quinzano e Verolanuova. Nel 1904 le stesse filacce di lino che erano di 10 mila quintali nel 1882 scendevano a circa 8500 quintali, mentre l'olio tratto dal lino era valutato a 34129 ettolitri. Esistevano isole attive di produzione. A Cologne nel 1889 esistevano 15 telai di lino per giorni di lavoro medio 250. Si producevano 15 mila metri di lino imbiancati nelle lavanderie locali. Due frantoi (Sbardolini e Torchiani) producevano 50 ettolitri di olio di linosa. Due i principali centri della lavorazione del lino. la filatura del lino aveva luogo nello stabilimento di Pontevico della società anonima Linificio e Canapificio Nazionale (v.), mentre la tessitura avveniva nello stabilimento di Concesio della Società Anonima Manifatture Tessili Luigi Rossi (v. Rossi Luigi) succeduta alla ditta Brusaferri. Una ripresa nella lavorazione ebbe luogo nel primo dopoguerra, specialmente per iniziativa dell'ing. Maurizio Brunelli e del dott. Giacinto Turlini , che crearono in Bassano Bresciano il primo impianto industriale per la macerazione macrobiologica e la strigliatura meccanica del lino da fibra. Continuava intanto, la sua attività lo stabilimento linificio e canapificio di Pontevico che nel 1927 impiegava 600 operai, i quali però lavoravano quasi solo canapa. Un rilancio vero e proprio della produzione si ebbe negli anni trenta, specie in tempi di autarchia moltiplicò la sua attività. Il maggior organismo del ramo in Italia è il "linificio e canapificio nazionale" che dopo essersi interessato dello stabilimento di Bassano, costituì verso il 1931-1932 la "Soc. An. agricola industriale del lino" della quale il dott. Turlini venne nominato direttore generale e consigliere delegato, fino alla liquidazione, avvenuta nel 1944. Nel 1932 il "linificio più canapificio" nazionale si installava anche nell'ex calzificio Ambrosi di Chiari. Nel 1935 la produzione raggiungeva gli 80-90 quintali per ettaro mentre il Rettorato Provinciale lanciava nel dicembre un premio per l'incremento della produzione. Nel 1934 la produzione fornita da 268 aziende su una superficie di 290 ettari fu di q.li 15383, pari a una capacità produttiva unitaria di quintali 53,25. L'anno 1935 le aziende coltivatrici di lino salirono a 588. La superficie di terreno però non s'accrebbe proporzionalmente; infatti gli ettari coltivati furono 413 di lino. Riprendeva nel 1934 dopo un periodo di stasi il linificio Turlini di Bassano B., mentre nel 1936 veniva ampliato lo stabilimento della Società Anonima Agricola Industriale del lino di Chiari. Si aggiungeva poi il Pelucchi di Verolanuova distrutto da un incendio il 18 settembre 1942. La produzione nel 1936 per le avversità stagionali la produzione si aggirò intorno a quintali 13,64 per piò in confronto a quintali 21,80 dell'anno precedente. Nel '36 si è ottenuta una produzione totale consegnata agli stabilimenti della Società agricola industriale del lino, di q.li 46.327; produzione questa che ha per quasi cinque mesi permesso di tenere occupati, nelle varie lavorazioni della fibra, circa 1500 operai ripartiti nei tre stabilimenti della provincia e precisamente 350 a Bassano Bresciano, 450 a Pontevico e quasi 700 a Chiari. Nel 1938 la superficie minima in provincia di Brescia era di ettari 1200 (3600 piò bresciani). Condizioni di mercato e la concorrenza delle industrie più largamente protette di altri Paesi, portarono negli ultimi decenni alla scomparsa di tale coltura che tuttavia sul Lys e altrove seguiva procedimenti in atto un tempo a Bassano. Il 18 settembre 1942 veniva completamente distrutto dal fuoco il linificio di Pelucchi di Verolanuova con un danno di due milioni di lire. Il secondo dopo guerra vide il rapido declino della coltivazione e lavorazione del lino.