ISEO, lago di

ISEO, lago di

Si stende da N a S tra il 39°.10' e il 39°.35' di latitudine, e tra il 2°.20',34" e 2°.29',50" di longitudine O da Roma; ha una lunghezza di Km. 28 e una larghezza massima di Km. 5. Si trova allo sbocco della Valle Camonica, diviso a metà tra le province di Bergamo e di Brescia, lasciando a quest'ultima le tre isole e l'ampio golfo di Iseo. Nella forma flessuosa, a S maiuscola, si distingue un tratto a monte, fin verso Riva di Solto, con asse diretto da N-NE a S-SO in continuazione della Valle Camonica, un secondo tratto centrale, di circa km.11 , da Riva verso Iseo, allineato da N a S, e infine l'ultimo tratto, fino a Sarnico, svoltato decisamente verso O. La lunghezza del lago dalla foce all'uscita dell'Oglio è di km. 25, la lunghezza in linea d'aria è di km. 20. La larghezza massima tra Portazzolo di Sale e Tavernola è di km. 4,46, la larghezza media km. 2,5. Circa la superficie abbiamo invece quattro dati differenti: Masetti kmq. 59,70, Lombardini kmq. 60, Salmoiraghi kmq. 60,69, Marinelli kmq. 61,36. Questo calcolo del Marinelli è del 1896; nel 1900 egli stesso preferiva a questo risultato quello medio fra questo e quello ricavato dal Salmoiraghi, cioè kmq. 61. Il perimetro lacuale è di km. 60,33 con sviluppo di km. 28,56 sulla sponda destra, e di 31,77 sulla sinistra. Dagli stessi sono pure stati fatti studi sul volume dell'acqua in piena ed in magra. Il volume dell'acqua in magra è stato valutato in kmc. 7,460; il volume dell'acqua in piena in kmc. 7,600; con una differenza di kmc. 0,140. L'elevazione sulla magra in stato ordinario è di m. 0,85, in piena ordinaria m. 1,90, in piena massima m. 2,80. Livello medio del lago sul mare è di m. 185,65. La profondità massima, tra il porto di Siviano e Portirone sulla riva bergamasca, è stata valutata nel 1898 dal Salmoiraghi di m. 250,75, dal Lombardini di m. 300. I periodi di magra si manifestano di solito a fine marzo-aprile - prima metà di maggio ed anche in luglio-agosto; i periodi di piena in fine maggio - giugno ed in ottobre-novembre. Il lago è alimentato dal fiume Oglio e da un discreto numero di torrenti. Il bacino imbrifero è abbastanza ampio, ma non è tale da determinare forti oscillazioni del livello; nel complesso l'Oglio prelacuale e il lago hanno un bacino di 1757 kmq.; escluso l'Oglio, la parte che tributa direttamente nel lago ha un'area di 351 kmq. (202 in sponda bresciana, 87 in sponda bergamasca). Fra i tributari del lago della Riviera orientale meritano citazione, per la violenza delle piene, il T. Trobiolo di Pisogne (kmq. 20,4) il Bagnadore a Marone, ed il fascio di torrenti Opol, V. di Gasso, Vandul (kmq. 18,4). L'isola maggiore, Montisola, che emerge al centro (superficie di kmq. 4,28, perimetro di km. 8,63 e punto culminante a 599 m.s.l.m., cioè a ben 414 m. sopra il pelo delle acque del lago ed è la più vasta isola dei laghi italiani), e le due altre piccole (l'isola piana di S. Paolo, a S, e lo scoglio di Loreto, a N), separano dal navicello principale del lago, quello cioè verso Tavernola, il cosiddetto canale di Sale, verso la sponda bresciana, profondo solo fino a 95 m. Geologicamente la regione lacuale si è formata in tempi diversi. Il primo è dovuto ad una grande frattura che avrebbe dato origine ad una primordiale conca lacustre e a Valle Camonica. L'Amighetti, sostanzialmente seguito dal Cozzaglio, affermava essere isole di questa grande frattura da sud a nord il colle di Adro, Montecolo di Pilzone, le tre isole attuali del lago, S. Paolo, Montisola, Loreto, il colle di Montecchio presso Casino Boario ed il colle su cui sorge il castello di Breno (questa origine è rifiutata dal Cozzaglio). Nel periodo pliocenico, nell'epoca terziaria (50-60 milioni circa di anni fa) il mare sarebbe penetrato nella valle del Po e le Valli figurarono come tanti fiordi. Alcuni di essi rimasero anche dopo che il mare si fu ritirato e questi relitti sarebbero appunto i laghi subalpini. Un sollevamento nell'interno della terra (detto epirico) provocando l'innalzamento della crosta terrestre avrebbe poi, in un secondo tempo, portato i monti alle attuali posizioni. Alluvioni susseguenti avrebbero invaso, colmato e livellato. Essi si trovano sotto le morene e sarebbero la deiezione di un fiume che scorreva ove oggi è il lago. Il Cozzaglio trovò che questi materiali sono costituiti dai conglomerati che "da Sarnico per Cremignane ed Iseo circondano lo sbocco del lago e della torbiera e formano la base delle morene da Marone a Sulzano". Infine in un terzo tempo, durante quattro grandi glaciazioni, un immenso ghiacciaio, secondo la teoria del De Mortillet, avrebbe coperto e sarebbe scorso sopra le valli già formate, riempiendole e riscavando un nuovo letto. Il Cozzaglio, continuando la teoria del De Mortillet, mette in rilievo la grande potenza abrasiva delle acque sabbiose deducendone che la causa principale della escavazione delle valli e delle conche lacustri è dovuta ad un sistema di correnti idroglaciali considerato come un complesso di condutture in parte libere ed in parte forzate. L'acqua scorreva sotto il ghiacciaio impedita ad uscire allo sbocco rialzato; doveva così formarsi una corrente sotterranea capace di escavare in profondità. Tale corrente avrebbe cercato una via di uscita nella parte più debole tra il ghiacciaio ed il terreno sottostante e, sempre secondo il Cozzaglio, avrebbe avuto il suo scarico principale attraverso la torbiera e l'avvallamento esistente tra Bornato e Borgonato, cioè lungo il percorso odierno della ferrovia Brescia - Iseo. Inoltre il ghiacciaio, da molti ritenuto l'unica causa del lago, avrebbe eroso le montagne dando loro la forma attuale. La piccolezza del Sebino rispetto agli altri laghi sarebbe dovuto al fatto che nel suo spostamento ebbe come tributario soltanto il ghiaccio dell'Adda, ed anche perchè ebbe varie diramazioni: un ramo nella Val Borlezza, un ramo nella Val Cavallina, un ramo nell'avvallamento di Sarnico. Il materiale sospinto dal ghiacciaio, nelle di verse grandi glaciazioni lasciò nella prima (detta Günziana) pochi resti di morene, mentre la seconda (detta Mindeliana) la maggiore grazie la trasfusione del ghiacciaio dell'Adda in quello dell'Oglio attraverso il passo dell'Aprica, formò gran parte dell'anfiteatro morenico; le altre due furono sul Sebino meno importanti per l'esaurirsi del travaso del ghiacciaio dell'Adda in quello dell'Oglio. L'altezza a cui giunse il ghiacciaio è data dai massi erratici che si trovano sui rilievi rocciosi, uno dei quali a Montisola raggiunge 73 mc. L'anfiteatro di morene chiuse poi il lago d'Iseo. Le morene si presentano con un complesso di cordoni alti e ben conservati; costituiscono la parte più elevata dell'anfiteatro, a forma di arco quasi perfetto, il quale chiude il bacino del lago dalla sporgenza di Zurane di Provaglio fino al Monte Alto di Adro. Nell'interno di questo arco se ne trova un altro formato di cordoni morenici più bassi, ma meglio conservati, che si riferiscono alla quarta glaciazione la Würmiana. Sono questi i cordoni di Timoline, di Cremignane e di Clusane - Iseo, che chiudono a sud il Sebino e che originarono, per sbarramento morenico, quella che oggi è la torbiera, ma che un tempo faceva parte del lago. Dal lato sud-ovest il ghiacciaio Sebino penetrava con un ramo minore per l'avvallamento di Sarnico e quivi si ebbe una formazione di marne argillose lacustri, escavate oggi per laterizi. Circa la massa glaciale nella conca Sebina, il Sacco dice che nella prima metà dell'epoca pleistocenica si innalzò fino a 700-800 s.l.m. raggiungendo uno spessore di oltre 800 m. con una lunghezza trasversale di 6-7 km. "Ciò si spiega, egli scrive, sia perchè il rilievo di Monte Isola rimase per qualche tempo completamente coperto dal ghiacciaio, sia perchè si verificarono grandiose terrazzature moreniche, come quelle ad est di Iseo (sin oltre 500 m.), di Sulzano, di Sale Marasino ecc...; specialmente tipici e profondi sono i depositi morenici insinuati, come quelli di Zone, di Toline, di Pisogne - Pontasio e di Vissone a sinistra; di Predore, di Tavernola - Vigolo, ecc. a destra". Quindi le morene del bacino si possono raggruppare così: un grande arco a sud, uno dei meglio conservati e regolari anfiteatri morenici subalpini; una serie di morene laterali sulla sponda sinistra su cui sorgono le frazioni montane di Sulzano (Tassano, Martignago), di Sale Marasino (Maspiano, Riva Marasino, Conche), di Marone (Vesto e Pregasso), la conca di Zone e Pontasio di Pisogne. In sostanza la regione lacuale si è formata nell'era secondaria o mesozoica (circa 150 milioni di anni fa), mentre dell'era quaternaria (o era dell'uomo) sono le più numerose morene frontali e laterali. Nell'era secondaria si sono formate sostanzialmente le due catene che fiancheggiano la conca del lago, nella quaternaria l'anfiteatro morenico. Solo levigata dal ghiacciaio fu Montisola. La catena di montagne che accompagna il lago sulla sponda occidentale, mantenendosi in media sui 1000-1200 m. di altezza, è costituita dal complesso che culmina nelle cime del M. Torrezzo (m. 1378) e del M. Bronzone (m. 1334); oltre la sella di Solto, si distingue isolato il M. Clemo (m. 800). L'ultimo tratto a N, dopo il solco del Borlezza, fino a M. Vàltero (m. 1459) e al M. Alto (m. 1723) è da considerare come parte già del versante camuno. Sulla sponda orientale la catena si mantiene su una media leggermente più elevata (m. 1200-1400) e si innalza fino ai 1951 m. del M. Pedalta-Guglielmo; continua poi fino alla Colma di S. Zeno (m. 1688) e alla Colma di Marùcolo (m. 1866), anche qui già in versante camuno, per la parte del comune di Pisogne. Un'attrattiva della catena di sinistra è la Buca del Quai presso Covelo; secondo il Cacciamali, è dovuta ad una frattura che si prolunga fin sulla dorsale di S. Maria del Giogo, chiusa poi da una falda di copertura; si presenta come una caverna ossifera che si inoltra nella montagna per circa 200 metri. Altre 18 grotte oltrepassano nella regione sebina i 20 m. di sviluppo e di profondità, di cui 9 sulla sponda orientale. Sei sono sulle alture di Zone e di Polaveno. Più vicine al lago sono la Tufera principale di Govine di Pisogne (24 m. con diverticoli laterali), l'Oricina del Bosch Brüch di Nestesino di Sulzano (m. 19), l'Oregia de Parlo di Pilzone (m. 28 di profondità). La terza catena di monti è costituita dal Montecolo di Pilzone, isoletta di S. Paolo, Monte Isola e isoletta di Loreto. Nei periodi di magra scrutando le acque, si può osservare, come in ispecie le ultime tre isole formino una catena, in quanto si vede una frammentaria linea di vetta subacquea che le congiunge. All'estremità meridionale, dopo il grande squarcio della Franciacorta, si erge isolato il M. Alto di Adro (m. 651), che contribuisce a formare i due golfi di Iseo e di Sarnico. Partecipa talora dell'intenso freddo della zona prealpina e talora, ma eccezionalmente, dell'umido della pianura padana. Il primo oscilla tra gennaio e la prima metà di febbraio, il secondo ha una breve punta a dicembre e un periodo più lungo tra febbraio e marzo; sebbene la nebbia non invada quasi mai completamente tutta la conca, pure, specie nella parte meridionale, non è infrequente. Le piogge raggiungono la massima intensità nel periodo primaverile e in quello autunnale, non scarseggiando, qualche volta, nemmeno durante la seconda metà della stagione invernale. Più che abbondanti, le nevicate sono numerose da metà dicembre a tutto febbraio, raramente in marzo; il più delle volte la neve si ferma a mezzo monte, mescolandosi con acqua nelle parti adiacenti il lago. I venti normalmente assumono due direzioni costanti: dal cuor della notte alle 10 antimeridiane spira il «vento» «vét» (nome locale) da nord-ovest a sud-est, e viceversa l'«óra» dalle undici antimeridiane fin verso il tramonto. «Sono correnti per le quali si pone equilibrio tra la rarefazione dell'Adriatico ed il fresco delle valli alpine». Il traffico lacustre dipende in gran parte dalla normalità di dette correnti. La prima assume il nome di «Vét scalvì o bèrgamasch» (vento scalvino o bergamasco) quando spira dalla valle di Scalve (nord-ovest) o di «vét alcamonèch o bresà» (vento vallecamonico o bresciano) se spira dalla Valle Camonica (nord). L'«ora» è bergamasca se esce da Sarnico (sud-ovest), bresciana se esce da Iseo (sud-est); prende il nome di «ora dè mut» (ora di monte) se scende dall'una o dall'altra delle catene montuose fiancheggianti il lago (da ovest o da est), ed infine assume il nome di «sarnéghéra» se esce in forma violenta da Sarnico; è quest'ultima la corrente più pericolosa per i naviganti ed anche per le barche nei porti. Vento cattivo è il Maröss, spira di traverso da Riva di Solto verso la sponda bresciana; Retùren viene chiamato il vento che si sviluppa sulle rive in senso contrario al vento principale che soffia dalla valle. Le brezze leggere assumono il nome delle vallette locali da cui spirano (aër dè et, aër dè ora, aër dè S. Maria (del Giogo), aër dè Peschéra, vét dè Pèzol (Croce di Pezzolo sopra Sale Marasino), ora dè Lambrösa (versante nord del Montecolo di Pilzone), ecc. Una brezza leggera è il mantulì, che esce dalle valli. Le burrasche imperversano maggiormente quando si accompagnano alla «sarnéghera», vento impetuoso del periodo estivo; in primavera si hanno forti temporali che s'accompagnano a varie direzioni del vento, in autunno le piogge assumono qualche volta la continuità e l'intensità delle torrenziali, causando straripamenti di torrenti e rovine di strade, mentre d'inverso la neve è sempre preannunziata dalla gelida ora di sud-ovest.


Il lago subì diverse piene. Nel 1746 salì di m. 1,90. Nel sec. XIX furono particolarmente rilevanti quelle del 31 ottobre 1823 (m. 2,20 sopra lo zero dell'igrometro di Sarnico), del 1829, del 25 maggio 1839 (m. 2,04), del 1844, del 1850, del 5 ott. 1868 (m. 1,68), del 10 maggio 1872 (m. 1,46), del 1878, del 1879 (m. 1,75), del 1882 (m. 1,90), del 1885 m. 1,25. La più grave fu quella del 12 settembre 1888 con m. 2,37. Seguirono altre piene nel 1889 (m. 1,99). Altre si verificarono il 6 agosto 1913, il 17 maggio 1926, il 1 novembre 1928. Ad aggravare la situazione delle improvvise piene e inondazioni fin da tempi lontani si susseguirono forti contese fra gli abitanti delle sponde fluviali dell'Oglio e quelli delle sponde lacuali. I primi facevano quanto era loro possibile per ingombrare l'uscita delle acque onde s'alzasse il livello del lago ed essi potessero mettere «pescaie, rivedi, nasse» (ordigni in muratura ed in legno per le anguille migranti) nel primo tratto del fiume; ma ciò provocava le piene dannose all'agricoltura, all'igiene e all'edilizia. Le Ducali del Governo Veneto si sforzarono di risolvere la contesa, ma passato il primo clamore venivano dimenticate. Per una regolamentazione delle acque del lago e per una loro migliore e razionale utilizzazione ai fini anche dell'irrigazione della pianura bresciana e cremonese, fin dal 2 febbraio 1680 venne emanato dal capitano di Brescia, Leonardo Donado un regolamento che dal suo nome venne chiamata Terminazione Donada. Egli ordinò che venisse allargata la bocca del lago di braccia 19,7 tra la nassa di Paratico ed il canale Alessandri. La vigilanza dell'esecuzione venne affidata a tre custodi. Ciò durò fino al 1712, anno in cui i custodi non vennero più rinnovati, gravi danni si accumularono, così da spingere i tecnici a proporre ripetuti progetti di regolamentazione. Fin dal 1806 dall'ing. Coccoli vennero poi avanzati numerosi progetti per la riduzione del lago in serbatoio artificiale, come quelli del Gonzales (1817), del Romani (1834) e ancora del Romani (1857). Nel 1857 si tentò inutilmente di ripristinare la Terminazione Donada, ma l'operazione non diede risultati. Anzi, nel 1859 la diga Nassa già abbandonata venne completamente distrutta. Si moltiplicarono i progetti che assommarono a tredici e i tentativi e le controversie fino a quando, secondo un progetto Ganassini, ad opera dell'impresa Damioli di Milano, venne ricostruita ad un Km. da Sarnico nella frazione Fosio una diga lunga m. 70, composta di una traversa formata da 4 luci di m. 16 ciascuna, separata da piloni alti m. 13 e larghi m. 2,50, e di uno scaricatore con m. 9 di luce. L'opera costata 5 milioni, venne inaugurata il 6 novembre 1933. Con tale diga il lago venne trasformato in serbatoio artificiale regolando le piene e le magre in modo da poter raccogliere acque per irrigare circa 80.000 ettari delle pianure di Brescia, Cremona e Mantova. (v. Oglio, v. Serbatoio artificiale del Lago d'Iseo). Fauna. Decantato fin da tempi antichi fu il patrimonio ittico del Lago, fra cui temoli squisiti che popolarono il lago fino al sec. XVI, per poi scomparire. Scomparsi anche i "Marzoni" di cui scrive p. Gregorio, ma che per il Rosa altro non sono che i carpioni. Lo stesso p. Gregorio ricorda che vi si pigliavano cavedani, scardole, e pepie, catturati con le reti regagna; trote catturate con l'introia; lucci e anguille presi con pala, palette e saccole; sardelle con pendenti e regagne.


Pesca. G. Rosa testimoniava nel 1877 che nel lago sovrabbondavano sardelle o sardine. La situazione si andò deteriorando durante l'800 e a metà secolo veniva già denunciata la scomparsa dei gamberi e del barbio, (bbler) che nelle paludi cresceva, un tempo, fino ad otto chili, e di altre specie. Fonte economica primordiale e di primaria importanza, fino a secoli recenti, fu sul Sebino la pesca, già esercitata dagli uomini delle palafitte. I primi accenni alla pesca risalgono al sec. IX. Nel 862 Lotario concedeva al monastero di S. Giulia "piscariam de Sarnega" consistente in una serie di infissi artificiali all'uscita delle acque del Lago nell'Oglio. Analoghe concessioni di pesca ricordate nel 1192 e 1298 ottennero i Lantieri de Paratico, i Gosi di Capriolo, i Conti di Calepio. A Pisogne riscuoteva la decima della pesca il vescovo di Brescia. "Rivedi" per la pesca delle anguille esistevano a Sarnico. Nel 1550 Leandro Alberti descrive cassette di vimini dette "decipule" usate a Palazzolo per catturare anguille, quali si usavano a Co macchio . Il continuo depauperamento del patrimonio ittico convinse i responsabili della cosa pubblica ad intervenire con severi ordini; il Rosa ebbe a scrivere che la pesca trovò sul Sebino maggiori restrizioni che sugli altri laghi. Una ducale del 1581 proibiva l'esca velenosa e la calce; il 23 ottobre 1601 il Consiglio dei Quaranta vietava di porre reti al fregolo delle sardelle dal 10 giugno al 25 luglio, di pescare avole ("lasce") in giugno e in luglio; di pescare nelle paludi (torbiere) tranne che in Quaresima, di levare alghe dal lago tranne che in novembre e in dicembre; di pescare faloppini (cioè sardelle giovani) con rini e pendenti in settembre, ottobre e novembre, usare bozzette e brazzoli (reti di sacco) salvo che da dicembre a Pasqua. Tali divieti vennero richiamati con Proclami del 1604 e 1637. I buoni effetti che ebbe sul lago di Como un decreto ministeriale del 25 agosto 1861 per la regolazione della pesca, sollecitarono i responsabili della cosa pubblica ad emanare un decreto del Ministero in data 7 aprile 1868 che il Rosa definì eccellente. Esso determinava la forma delle reti e la grandezza delle maglie, proibiva la distruzione delle uova e del pesce giovane ecc. Tuttavia il Regolamento, non essendo stato sanzionato dal Parlamento, venne impugnato da alcuni pretori per cui cadde si può dire nel nulla, tanto che nel 1870 il Consiglio Provinciale si sentiva in dovere di nominare una Commissione per studiare nuove norme valevoli per tutte le acque bresciane. Nel frattempo la distruzione del pesce aumentava essendosi introdotti nuovi mezzi di preda quali la durlindana e le torpedini. Finalmente venne la legge del 4 marzo 1877 che accolse molte norme del decreto del 1868. Cospiravano contro il mantenimento del capitale ittico la miseria delle popolazioni e quella in particolare dei pescatori che sul lago, nel 1888, fra stabili (come quelli di Carzano con 45 barchette) e quelli che alternavano la pesca con l'agricoltura, assommavano a 300. I naecc o battelli da pesca a due remi erano 300. Il valore medio di ogni battello era di L. 120. Si contavano anche 17 reti chiare per trote, per un valore ciascuna di 350 lire. Complessivamente il capitale peschereccio di tutto il lago non raggiungeva nemmeno le 50 mila lire, per cui correva un proverbio che diceva «En del mister del pescadur öna alegresa e set dulur». Un risvegli dell'interesse per la pesca si ebbe nel 1906 con la fondazione a Sarnico dell'Unione della pesca che provvide a ripopolamenti e ad altri interventi, e a convegni e riunioni, delle quali fu importante quella dell' ottobre 1908. In esso si constatò come il numero dei pescatori fosse di molto diminuito, essendo stati parecchi costretti ad emigrare, ma come esistessero però ben 44 reti a strascico (in dialetto birbe - cosere e sacatoe), e 65 gli strosighì o stroseghe strumenti tutti micidiali per le uova e per il pesce in genere. Contro tale depauperamento si adottarono misure di ripopolamento e nel solo 1908 l'Ufficio della pesca seminò 95.000 trote, 20.000 coregoni e 200.000 anguille. Intanto il ministero predisponeva una commissione d'inchiesta per la pesca nel lago, mentre uno studio biologico veniva affidato al prof. Mazzarelli dell'Università di Pavia. Un nuovo convegno tenutosi alla fine di gennaio 1914 chiedeva una disciplina più severa sulla pesca nel lago. Nel 1924-1925 l'Unione della pesca riusciva a strappare al prefetto di Brescia, d'accordo con quello di Bergamo, un decreto che fissava in modo preciso gli attrezzi da pesca permessi sul Sebino, stabilendo in tal modo un unico trattamento per i pescatori bresciani e bergamaschi. Aumentarono intanto le semine e al contempo la sorveglianza da parte di guardia-pesca muniti di motoscafo. Nuovo sforzo di tutela e di sviluppo fu il Consorzio, mentre continuava sempre pi benefica l'attività dello Stabilimento ittiogenico. Nel 1938, tra l'altro, nelle torbiere veniva sistemato un allevamento capace di 4.400 mc. d'acqua alimentato dal ruscelletto Fontanino di Provaglio d'Iseo. La pesca dava ancora nel 1935 un reddito annuo di quasi un milione di lire; manteneva circa 300 famiglie ed alimentava l'industria delle reti, fiorente a Peschiera ed a Sulzano; è andato poi sempre più decadendo, al contrario dell'industria per la produzione delle reti che si è sempre più sviluppata raggiungendo, con i propri prodotti, paesi lontani e lontanissimi come il Giappone. Le reti usate, indicate da Mauro Morganti, sono l'altana e l'altanina (per il pesce persico), la gerola (rete a maglie piccolissime per le alborelle), n' pel (reti poste a fior d'acqua, munite di galleggianti), pendenze (senza galleggianti ma con sugheri), remàtt (identica alla regagna ma più lunga), scaröl (di 12-14 mm. alta circa un m. per i vaironi) socolòt (a catino), tramàcc a triplice armatura, una centrale a maglie più fini e le altre due con maglie più grosse a forma di rombi, tencaro (simile al tremaglio, con però armatura centrale a maglie un po' più grandi, per le tinche). Abbandonate o proibite la bastarda (rete a catino per ogni genere di pesce), la bidina (rete a catino alta anche 2030 m. dalle maglie finissime, micidiale per le alborelle), ciapatt (per ogni genere di pesce), introia (usatissima nel 1600, per le trote), pedoch (alta sui 5 m. diffusa soprattutto nel sec. XIX), regagna (a catino come la bastarda, detta anche ciara), spesseta (di 20 mm. lunga 150-160 mt.), strossega (a strascico, usata per le rive). Tra i pesci ancora presenti vengono elencati da Pierandrea Brichetti l'agone, presente nel medio e, ancor più, nell'alto lago; il coregone, non originario ma introdotto che vive in acque profonde nell'alto e, di preferenza, nel medio lago; il salmerino introdotto nel 1932 nell'alto e nel medio lago, dove è più frequente; la carpa, presente nel basso lago; la tinca, il pesce originario più noto del lago, che vive in acque profonde, fangose e ricche di vegetazione, specie del basso lago; il cavedano, originario del Sebino presente in tutto, ma soprattutto nell'alto lago; il triotto, che vive in branchi preferisce tutto il lago ma in particolare il basso lago; il vairone, che si trova nel basso lago; la scardola mediamente diffusa, che predilige i fondi fangosi ricchi di vegetazione dell'alto e basso lago; l'alborella, originaria del lago molto diffusa e che vive in tutto il lago; l'anguilla, mediamente diffusa che vive in luoghi fangosi in tutto, ma specie, nel basso lago; il luccio, mediamente diffuso, in fondali con molta vegetazione; il pesce persico, originario del lago e molto diffuso in tutto il lago; il persico sole, introdotto dall'America settentrionale, mediamente diffuso, specie nel basso lago; il persico trota, importato dall'America, poco diffuso e preda soprattutto degli sportivi; lo scazzone, originario del lago e mediamente diffuso nella zona centrale Vello e Pilzone; lo spinarello, poco diffuso fra la vegetazione del basso lago; la bottatrice molto diffusa in tutto il lago ma specialmente nel centro e ricercato dai pescatori; la gambusia, poco diffusa e presente nelle zone ricche di vegetazione del basso lago. Tra i ciclostomi originari al lago, ma piuttosto rara, è la lampreda. Tra i rettili e gli anfibi sono diffusi in un habitat ideale la natrice del collare, la raganella, il rospo comune. Sul fondo si trovano tritoni. Ai margini delle torbiere vivono la lucertola, l'orbettino e il ramarro. Tra gli ofidi sono presenti il biacco, il colubro di Esculapio, e la velenosa vipera comune. Nei boschi sono presenti, degli anfibi, la salamandra pezzata, la rana agile, il rospo smeraldino. Sulle alture più rilevate si annida la lucertola vivipara, il marasso palustre, il colubro liscio. Nei pascoli di alta montagna è presente la salamandra alpina. 


La Flora. Dato il clima sub-mediterraneo, il Sebino conta specie dette xerofile (perchè amanti il calore e la luce del sole su suolo da moderatamente arido ad arido) e cioè l'olivo, l'oleandro, la ginestra. Più specificatamente la torbiera allinea la canna di palude, la tifa, e nelle acque, la ninfea e il nannufaro. Nei prati e nei boschi da marzo in poi, spuntano il croco, l'erba trinità, la soldanella, il dente di cane, il narciso e il botton d'oro. Sui monti contermini al lago, specie a S. Maria del Giogo o sul monte Bronzone da primavera, fioriscono l'aquilegia, la genziana, l'anterico, il giglio rosso, la peonia. In estate prosperano le globularie, i gerani selvatici, gli aconiti, il ciclamino. In seguito spuntano la genziana e il colchico. Non rare del tutto sono le orchidee spontanee di vari tipi. Sulle rocce calcaree di Marone ecc, si trova la Moeringia bavarica, la campanula di Lombardia, il fiordaliso, l'euforbia, il lattice, la valeriana rossa, la saxifraga, la campanula, le piccole felci e il capelvenere. A parte la classica flora della montagna più alta, nei boschi si trovano l'agrifoglio, il pungitopo, il ginepro, e presso lo specchio d'acqua, il cipresso calvo, il carpino, il frassino, il bagolaro e le querce. Denunciata invece vigorosamente la penuria di uccelli. "In effetti, come ha scritto Pierandrea Brichetti, all'infuori di qualche gruppo di germani reali, di qualche folaga, di isolati gabbiani non ancora atti alla riproduzione e di coppie di cornacchie grigie alla costante ricerca di cibo, [il visitatore] non riuscirà a scorgerne altri. Non mancano, però, qua e là come ha osservato lo stesso Brichetti, "gradite sorprese" offerte da nibbi bruni e da rondini montane. Ricche di uccelli nidificanti sono le torbiere, quali il tuffetto, la gallinella d'acqua, il tarabusino, il cuculo, l'usignolo del fiume, il cannareccione, e, vere rarità, la salciaiola, il martin pescatore, il pendolino, e le marzaiole.


Ecologia. Allarmi per l'inquinamento del lago sono abbastanza recenti e datano da un primo studio organico condotto dall'Istituto italiano di idrobiologia nel 1967 che giunse alla conclusione che era ragionevole attendersi per il lago, in un futuro relativamente prossimo, le ormai classiche modificazioni chimiche e biologiche che si erano riscontrate in altri laghi soggetti a fenomeni di inquinamento. Tali previsioni furono confermate successivamente dalle indagini condotte negli anni 1973-1977 che dimostrarono chiaramente l'evoluzione eutrofica del lago; si riscontrò infatti una sensibile diminuzione dell'ossigeno disciolto negli strati profondi, passato da valori del 70-80% rispetto alla saturazione nel 1967 al 50% nel 1973 e al 30-35% nel 1977; si rivelò inoltre un notevole incremento dei fosfati, sempre nelle acque profonde, che sono raddoppiati passando dal 1973-74 al 1976-77. L'aumento pauroso della quantità di fosforo ha provocato il diffondersi di eutrofizzazione che significa eccesso di nutrimento. Crescono le alghe, che mangiano ossigeno. fanno diminuire le trasparenze e tolgono plancton ai pesci. Problemi di salvaguardia ecologica e di depurazione vennero affrontati dal Consorzio sanitario di Zona nel marzo 1977. Dopo l'allarme suonato nel 1972, si è intensificata la salvaguardia ecologica del lago per la quale nel 1977 il Centro studi progetti di Verona, su richiesta della Comunità del Sebino, preparò un piano di difesa ecologica. Seguì nel 1978 la proposta di un parco non solo limitato alle torbiere (comprendente un'area di 200 ettari) ma tutto il territorio tra Iseo, Clusane e Montisola. All'ordine del giorno fu posta anche la valorizzazione del "Büs del Quai". Nell'aprile 1980 i comuni di Iseo, Provaglio e Cortefranca, la provincia di Brescia e la comunità montana del Sebino davano vita ad un Consorzio per la rivalutazione dell'ambiente e per la creazione di un parco naturale delle Torbiere. Nel novembre 1981 la Regione Lombardia approvava il Piano Generale della depurazione e della rete fognante principale del bacino idrografico del fiume Oglio in Valle Camonica, i cui studi erano stati avviati dal BIM (Bacino Imbrifero Montano) di Valle Camonica, nel 1980. Il Piano Generale, redatto dalla società Dagh-Watson di Milano, costituì, in tal modo, un esempio di pianificazione delle opere ecologiche su un territorio difficile, con una superficie di 1.300 Kmq., suddiviso in 41 Comuni e 140 frazioni. Per la salvaguardia ecologica del lago nel 1981 entrarono in funzione i depuratori di Castro, di Costa Volpino e di Paratico e nel 1982 venne messo in acqua un battello-spazzino, dal nome Pelican, acquistato dall'Amministrazione provinciale. Veloce e dotato di meccanismi automatici. Per la pulizia delle acque nel 1983 venne approntato un impianto depuratore a Sarnico costato parecchi miliardi. Nello stesso anno, per salvaguardare le torbiere venne creato un "Consorzio per la gestione della riserva naturale".


Storia. Gli studiosi di paletnologia hanno appurato che gli insediamenti più antichi specie sul basso lago e sulla riviera orientale, vanno fatti risalire all'inizio del Olocene (5000 a.C.), ai primi momenti del periodo climatico Atlantico, ad uno stadio culturale mesolitico basato sulla caccia, pesca, raccolta, uccellagione. La prima stazione mesolitica è stata segnalata nei pressi da Provaglio verso Timoline. Reperti della età del bronzo sono stati ritrovati in gran numero e fin dal 1887 nella torbiera di Iseo. Dell'età del Bronzo medio è il materiale ritrovato nel 1980 all'imbocco del Büs del Quai presso Covelo. Altri reperti sono stati trovati alla Rocca Oldofredi e alla Lametta, tra Iseo e Clusane. Armi, utensili, attrezzi rivelano l'esistenza di un popolo che viveva sulle palafitte o in caverne, e poi dedicatosi sempre più alla navigazione e anche all'agricoltura. Difficile è precisare quali fossero i primi umani: forse una miscela di Liguri, Umbri, Etruschi e Celti formanti il gran popolo «retico» venne a propagarsi in Valle Camonica. Essi scesero a razziare nella pianura bresciana ove dominavano i Cenomani (teutono-celti) e le loro pugne ebbero luogo frequentemente in Franciacorta ed in Riviera Sebina. I Romani presero a combattere i Reti 164 anni a.C. con Tiberio e con Mario che nel 128 a.C. vinse gli Stoni. Poi Giunio Bruto tolse ai «bellicosissimi» Reti molte castella e finalmente nel 15 a.C. Silvio, Tiberio e Bruto con forti schiere vinsero la Valle Camonica e le vicine regioni nostre. Allora Sarnico e Lovere, nota il Rosa, erano povere stazioni di pescatori predominate dai centri di Rogno e Predore. Iseo, Rogno e Pisogne avevano mercati, culti, tribunali. La pastorizia era coltivata a Sale ed a Zone. Una via mulattiera univa Pisogne a Bovegno e Bagolino. Certo i ricchi Romani, «turisti di razza», dalle colonie e dai municipi vennero a villeggiare nella Riviera. Un'Ara votiva, una stele onoraria, oggetti, tombe, lapidi, pavimenti sono stati trovati a Iseo. A Có de Ela, nei pressi di Marone, sono emersi i resti di una grande villa, con acquedotto e locali termali. Un cippo votivo, resti di costruzioni romane, tombe sono stati rinvenuti a Sale M. Brescia romana si estendeva anche oltre gli attuali confini della provincia. M. Nonius Arrius, console nel 200 d.C. aveva una bella villa a Predore, i cui frammenti erano stati raccolti dal parroco don Leopoldo Gentili nella canonica, e un'ara dedicata a Diana, ora nel museo di Bergamo. Secondo il Guerrini il lago era collegato con Brescia da una strada che saliva da Zanano lungo la valle di Gombio, raggiungendo il Giogo, detto poi di S. Maria, per scendere a Martignago di Sulzano e risalire poi verso la Forcella di Sale M. La tradizione vuole che che il primo annunciatore del Vangelo sia stato S. Vigilio, riparato ad Iseo per sfuggire alle orde barbariche. Il paganesimo resistette più a lungo fra i montanari. A Zone, a Parzanica, a Fraine di Pisogne ed altrove vi sono luoghi detti «pagà» per certi ultimi rifugi dell'idolatria che appunto dai villaggi («pagi») ebbe il nome tardivo di pagana. I sopravvenuti Longobardi, mezzo politeisti anch'essi, non potevano distruggerla, anche se poi, convertiti, svilupparono presenze di monasteri e di cappelle anche in zone remote. La conversione venne completata sotto il dominio franco, che assicurò alle spalle della Riviera una Valcamonica cristiana e donata al monastero di S. Martino da Tours. Pievi e monasteri estesero anche sul lago una rete di ospizi, rifugi per i pellegrini ecc. creati a protezione, assieme ai fortilizi, delle popolazioni e dei pellegrini che fin dalla Svezia scendevano dal Tonale toccando sul lago Pisogne, Pregazio sopra Marone, Marasino, Martignago sopra Sulzano, Iseo. Oltre ad assistere i contadini e i pescatori dispersi, essi li difesero dagli Ungheri, dai Saraceni e dai predoni che sembra sul lago si appostassero per svaligiare i viandanti. Contro Ungheri e predoni si fortificarono castelli fra cui si distinsero quelli di Calepio e Paratico, Iseo e Predore, Lovere e Volpino. I monasteri di Leno, di S. Giulia, di S. Faustino. di S. Cosma ecc. concorsero anche al risveglio economico, agricolo e artigianale, attraverso le numerose corti sparse un po' ovunque, mentre il vescovo, per investitura dell'imperatore, faceva lo stesso da Iseo a Pisogne che fu una delle più forti corti vescovili. La riforma di Cluny sviluppatasi sul basso lago con centro a Provaglio e nell'Isola di S. Paolo ecc. continuò l'opera dei grandi monasteri. Particolare ruolo assunsero, nelle lotte dei liberi comuni contro l'Impero e dei Comuni fra loro, i castelli di Iseo e di Volpino saccheggiati dalle truppe del Barbarossa nel 1158 e nel 1161 e i castelli al confine tra i territori di Brescia e di Bergamo (Volpino, Val Calepio) contesi dalle due città con aspre lotte specie dal 1156 al 1191, fino a quando Enrico IV pose fine al conflitto ordinando che i castelli passassero alle sue dipendenze e fossero custoditi, a spese di Bergamo e Brescia, da suoi messi. Per mantenere tranquilla la Riviera come le altre terre bresciane, specie le più lontane, Brescia e il vescovo cercarono di garantirsi tale sicurezza attraverso infeudazioni, corti, gastaldi risiedenti nelle "curie" delle pievi di Iseo e di Pisogne, l'invio di "ministeriales" del comune di Brescia. Sul lago avrebbe soggiornato, secondo una tradizione, ospite dei Lantieri de Paratico, il sommo Dante Alighieri. Più tardi le contese fra Guelfi e Ghibellini divamparono anche sul lago con alterne fortune. Talvolta vi prevalsero i ghibellini, come nel 1258, quando Ezzelino da Romano scacciò il vescovo Sala, il quale andò a rifugiarsi in Lovere ove morì nel 1263. Ma per lo più vi dominarono i guelfi che avevano buon seguito anche in Riviera; anche preponderanti erano i ghibellini capeggiati dagli Oldofredi d'Iseo, dai Celeri di Lovere, dai Federici di Valcamonica. Da qui la Brescia guelfa che nel 1239 espugna Iseo e Pregazio (Marone), nel 1252 proibisce ad Iseo di levar torri e nel 1287, stringendo patti commerciali con Venezia, stabilisce non possa questa inviare sale marino verso Valcamonica «nemica». La vendetta dei ghibellini camuni si abbattè proprio sulla Riviera e nel 1258 i castelli di Pisogne e di Iseo vengono espugnati e i guelfi massacrati. Alberto della Scala di Verona nel 1279 e Maffeo Visconti di Milano nel 1292 fanno da arbitri nel conflitto dopo di che Brescia manda uno speciale governatore che prende stanza a Montecchio presso Darfo. Per portare pace si sviluppano, nel sec, XII e XIII nuovi ordini religiosi quali gli Umiliati e i Francescani. Questi contarono il celebre fra Bonaventura da Iseo oltre fra Giacomo, pure d'Iseo, che fu tra i fondatori dell'ordine e nel 1230 era in Assisi al capitolo generale. I Francescani ebbero convento ad Iseo (1360), a Lovere ed altrove. La Valcamonica e la Riviera sono le vie di passaggio per le truppe imperiali. Per difendersi dai Guelfi i ghibellini sebini, specie gli Oldofredi di Iseo, e i camuni si posero sotto la protezione di Cangrande della Scala, che vi mandò suoi rappresentanti. Valcamonica, Rogno, Lovere e Castro nel 1327 videro passare l'imperatore Lodovico il Bavaro diretto a Milano e lo videro tre anni dopo rifar la via salendo. Dal 1331 al 1337 Mastino della Scala veronese divenuto signore di Brescia restaurava il castello d'Iseo facendovi scolpire il suo stemma. Bovegno nel 1342 dava un contributo a Brescia per i restauri del castello iseano. Nel 1331 Oldofredo da Iseo fu podestà e vicario del re Giovanni di Lussemburgo in Pavia riuscendo a tranquillizzare gli animi eccitati per il malgoverno dell'antecessore. Egli fu anche, al dire di P. Rinaldi, podestà di Vicenza nel 1335 e morendo nel 1348 fu sepolto a Brescia in S. Francesco. Agli Scaligeri successero i Visconti sempre sostenuti in Riviera dagli Oldofredi, che ebbero ampli privilegi. Da parte loro gli Oldofredi più volte operarono contro i guelfi incendiando Castro nel 1379, e case e campi presso Sarnico il 9 settembre 1393. Nel 1408 estendeva sulla Riviera il suo dominio Pandolfo III Malatesta aiutato da Giacomino di Iseo. Per difendersi dai Visconti egli varò sul lago una flottiglia di navi armate e si procurò aiuti dai guelfi, divenendo con operazioni contro Lovere padrone di quasi tutto il lago e riscuotendo i dazi da tutta la quadra di Iseo. Sotto i Visconti la Riviera dovette mantenere una certa unità amministrativa come darebbe a sospettare una convenzione tra la Riviera stessa e la Valtrompia del 31 luglio 1439. I Visconti da parte loro cercarono di rivalersi sottoponendo nel 1413 la riviera bergamasca e la stessa Pisogne alla podesteria Lovere, mentre il Malatesta, che già dal 1411 riscuoteva dazi da Iseo, Pilzone, Marasino, Pregazio, Zone, Vello, Peschiera, Montisola, Iseo e Clusane, riusciva ancora a prevalere su tutto il lago e sulla Valcamonica. Nel 1421 venne cacciato dal Carmagnola, al servizio dei Visconti. Passato il Carmagnola sotto Venezia, tra il 1426 e il 1427 scacciò da Iseo gli Oldofredi e occupò Pisogne, Lovere ecc, fissando la sua sede nel castello di Clusane e facendo vigilare le acque da una flottiglia, per contrastare Nicolò Piccinino, condottiero dell'esercito visconteo che dominava sul basso lago. Nel 1428 Venezia concedeva privilegi a terre e famiglie, confiscava i beni di Giacomo Oldofredi, assegnando quelli di Clusane al Carmagnola. Scomparso nel 1432 il Carmagnola dopo la mortale condanna, il marchese Gonzaga di Mantova, che lo aveva sostituito a capo dell'esercito veneto, occupava Iseo, che però nel 1439 veniva saccheggiato dal Piccinino, che occupava con Predore anche Clusane. La lotta tra Milano e Venezia continuò anche sul lago per anni fino a quando la pace del 9 aprile 1454 assicurò a Venezia il dominio fino all'Adda. La pace favorì la ripresa economica, edilizia e urbanistica. Il lago d'Iseo è rappresentato in una carta da tarocco del sec. XV, che sembra sia la più antica veduta. La guerra tra Milano e Venezia era ormai continua. Nel 1437 armeggi avvengono ad Iseo e Lovere ed il Piccinino, condottiero milanese, guadagna Predore e Clusane. L'anno seguente Pietro Visconti dall'Aprica di Valtellina invade con forti schiere la sguarnita Valle Camonica tutta e giunto a Lovere pubblica un proclama ai Comuni. Solo in fine al 1440 il dominio veneto fu restituito definitivamente come provano le concessioni sue a Lovere, Pisogne, Sale, Solto, Tavernola. Ma nel 1448 di nuovo prevalgono poi i milanesi che danno privilegi a Pisogne ed alla Valle Camonica. Verso il 1449 le guerre potevano quetare ed ecco rinnovarsi diplomi veneti a borgate ed a persone della Riviera. Quetava un po' a tratti, ma non finiva la lotta di Milano con Venezia per i possedimenti bresciani. Stavolta la pace era definitiva e le popolazioni stanche potevano riprendere i traffici, i lavori ed anche le fabbriche pubbliche e private. Basta ricordare, i pannilana lavorati a Lovere e quel magnifico tempio di S. Maria. Antonio Mattia d'Iseo, segretario del Re di Napoli, è bandito nel 1471 dal territorio veneto: poco di poi si ordinano armamenti in Riviera e Marin Sanuto viene a visitare i castelli d'Iseo e di Breno. Ma sono fievoli echeggi di un temporale lontano. Sullo scorcio del Quattrocento il podestà loverese e nel luglio 1500 un tal Bortolo di Lovere potevano dare informazioni preziose sui movimenti guerreschi d'oltre confine. Ben altro riverbero ebbe fra noi la lega di Cambrai e le conseguenti perdite di Venezia: a Iseo, occupata Brescia dagli spagnoli, venne posto il Governo Provv.: dal 1509 al 1516 fu un continuo lampeggiare di armi ai confini e nella nostra Riviera con molte scorrerie di soldataglie francesi, tedesche, svizzere, spagnole che taglieggiavano e rovinavano ovunque. L'imperatore Massimiliano nel 1516 scendendo per la Valcamonica sostò a Lovere festeggiato, come ad Edolo e a Breno, ricevendo ricchi doni; così che Venezia, indignata, riprendendo subito dopo il perduto dominio, impose forti balzelli a quell'industre borgata. Dal 1521 al 1527 avvengono altri passaggi, più o meno permessi da Venezia, di soldati alemanni e svizzeri da Lovere verso la pianura milanese. Il 4 ottobre 1497 fu sul lago d'Iseo Caterina Cornaro regina di Cipro, ospite dei Martinengo. Fu poi a Montisola. I fanatismi forse interessati, forse incoscienti di alcuni diedero però luogo ai dolorosissimi episodi dei processi e dei roghi per le «streghe del Tonale». Delle quali misere vittime alcune furono bruciate a Pisogne nel 1518. Devastazioni compirono alcuni soldati svizzeri al soldo dell'Austria nel basso lago nel 1521.


Poi finalmente, anche per spossatezza e dissanguamento, le guerre cessarono in Lombardia e piano piano riprese la vita ed il fiorire delle industrie, delle arti e della coltura, così che dopo il 1550 Iseo e Lovere ebbero anche scuole di grammatica. Delle guerre di Venezia contro i turchi le sebine contrade sentirono conseguenze nei tributi notevoli, spontanei od imposti. Tratto tratto qualche epidemia, qualche carestia, qualche danno per alluvioni od incendi offuscarono l'orizzonte. Tremenda fu la peste del 1575 in Riviera e specialmente ad Iseo. Le idee protestantiche, data la vicinanza della Germania, penetrate per gli scambi commerciali e per le scorrerie soldatesche, furono sempre poco «sentite». Scarse notizie ci dànno gli storici per le epoche seguenti. Ampia descrizione è contenuta nel Catastico che porta il nome del Da Lezze, eseguito nel 1609, che dando ragguaglio sulla popolazione, sui prodotti e sulle industrie paesane d'allora fornisce buon elemento per curiosi confronti con i dati odierni. Memorabile fra tutte fu la peste del 1630-31 perchè falciò un terzo, certo, degli abitanti in ogni centro. La fantasia popolare, amplificatrice sempre, ne parla come di morìa generale quasi in ogni paese fosse rimasto appena qualche «esemplare per la riproduzione della specie». Conseguente gran divozione e molte chiese e cappelle dedicate a S. Rocco. Tanta mortalità era dovuta anche al fatto che fino al 1688 esistettero sulla riviera bresciana solo uno o a volte due medici a Iseo e a Pisogne, uno speziale, mentre la salute era affidata a erboristi e flebotomi. Aiutava queste mortalità l'inerzia somma nell'igiene e nella pulizia. Incendi disastrosi e nubifragi erano assai più frequenti per l'uso grande del legname nelle abitazioni anche di paesi, almeno nei piani superiori e per l'assenza di imbrigliature nei torrenti. Il nubifragio del 14 agosto 1650 portò tale rovina, per il torrente Guerna, all'emissario del nostro lago da minacciare continue alluvioni delle sponde. E nascendo litigi, Venezia fece studiare la questione estendere nel 1680 il Decreto Donato per disciplinare stabilmente l'emissario. Sul canale Fusia Sarnico usava «navetti» che giovarono assai al loro mercato, tanto che per certo tempo anche i mercanti di Iseo lo frequentarono. Padre Fulgenzio Rinaldi nel 1685 pubblicò l'opera sua «Monumenti storici del castello d'Iseo»; nel 1737 il domenicano Zilioli stese gli Annali d'Iseo, nel 1766 la Vicinia iseana incaricò il dotto prete Pietro Voltolini di redigere relazione sull'Amministrazione della Carità di Iseo. Sul lago, a Lovere, soggiornò per 10 anni l'inglese Lady Montagu (1737-1747). A Lovere il Senato veneto nel 1786 concesse il mercato settimanale al sabato che già teneva abusivamente contro i diritti di Pisogne, che vedeva così sfuggirsi ancor più la fama ed i vantaggi di antico «emporio della Valle Camonica». La presenza di un nutrito ceto mercantile favorì il diffondersi delle idee rivoluzionarie francesi. Se ne fecero soprattutto propagandisti Giacomo Bordiga e il dott. Bargnani a Iseo, i Corna, i Rizzi e i Damioli di Pisogne. Giacomo Bordiga il 21 marzo 1797 portava al «popolo sovrano» di Brescia le adesioni delle tredici comunità formanti la quadra d'Iseo. Nel 1798-99 scendevano anche sul lago gli austro-russi presto ricacciati dai francesi. Alla fine del 1800 un corpo di francesi comandati da Mac Donald e da Vandamme, non potendo penetrare nel Trentino dal Tonale, vi entrò, rinforzato da un corpo di italiani, per Pisogne e Grignaghe e la Valsabbia. Lutti gravi portarono anche sul lago le guerre napoleoniche così che la reazione contro quelle carneficine fu facile, favorendo nel 1816 il ritorno dell'Austria. Gravissima fu la carestia del 1816-1817. La reazione politica austriaca provocò ribellione negli animi. Un Bergomi ed un Nulli d'Iseo furono in corrispondeza coi «carbonari» di Brescia assieme al pretore di Lovere, Solera, condannato allo Spielberg nel 1823. Giambattista Cavallini d'Iseo che già, col dott. Carlo Zendrini di Breno, era stato carcerato perchè partecipe del moto insurrezionale piemontese del 1821, negli anni 1831-33 fu attivissimo propagandista per la «Giovine Italia» mazziniana sul lago ed in Valle Camonica. Riuscì, poi, a fuggire in Svizzera col dottor Bonini d'Iseo, col dottor Banzolini di Lovere, mentre venivano arrestati Agostino Cagioli di Pisogne, l'avv. Bargnani a Sarnico, Gabriele Rosa, un Battaglia e un Gioliti ad Iseo, un Foresti di Tavernola. Iseo nel 15 febbraio 1848 alzò, primo sul lago, la bandiera insurrezionale, diede nel 1860 due garibaldini dei Mille di Marsala, Carlo Bonardi e G.M. Archetti, alla cui schiera appartennero pure Isacco Arcangeli di Sarnico e Giuseppe Bresciani di Adrara. Nel 1834 veniva fondata la "Società di Navigazione Sebina", che nel 1846 varò il primo piroscafo a vapore. Tre cittadini di Pisogne, Damioli, Corna, Rizzi, promossero la costruzione della strada rivierasca da Marone a Pisogne, inaugurata nel 1850, favorendo i commerci. Si intensificavano le filande e Giovanni Gregorini di Vezza d'Oglio fondava un grosso stabilimento siderurgico a Castro. Nella «spedizione in Sicilia» (1860), tra i «Mille» figuravano una decina di sebini tra i quali Isacco Arcangeli di Sarnico, Giuseppe Bresciani di Adrara, Carlo Bonardi (caduto a Calatafimi) e Gian Maria Archetti, entrambi d'Iseo. Sei anni dopo, passando Garibaldi da Lovere, Domenico Belleri e Girolamo Spandre (l'uno di Pisogne, l'altro di Pontasio), si arruolarono nelle file garibaldine e combatterono a Vezza d'Oglio nel battaglione del maggiore Castellini. Sempre nel '66 altri sebini raggiunsero le formazioni impegnate nelle valli Giudicarie. Venti iseani parteciparono alle battaglie di Lardaro e Montesuello, durante le quali il loverese G. Volpi venne mortalmente ferito. L'anno successivo, infine, Oreste Fontana ed il giovane Silvio Bonardi (entrambi d'Iseo), si comportarono esemplarmente nel difficile frangente di Mentana. Gli anni che seguirono furono di crescente progresso. Pisogne nel 1868 si abbellì con le fontane, nota il Rosa, e nel 1880 si spese assai per bonificare alcuni pantani vicini al paese e studiò di fare una ferrovia da Pisogne ad Edolo per riguadagnare la Valle Camonica. Già nel 1876 era attivata la ferrovia da Paratico a Palazzolo ed il 21 giugno 1885 s'inaugurava quella da Brescia ad Iseo. Grazie anche alle insistenze di Giuseppe Tovini venne subito ventilata una ferrovia da Iseo a Edolo. Discussioni senza fine fecero sì che se ne approfittasse la provincia di Bergamo per avviare la costruzione di una ferrovia Lovere-Cividate. Ciò spinse i bresciani a rompere gli indugi e a costruire la linea ferroviaria lungo la Riviera Sebina e la Valcamonica: nel 1906 arrivava da Pisogne, nel 1907 funzionava fino a Breno, nel 1909 finalmente giungeva ad Edolo con festeggiamenti memorabili.


Tremenda giornata per il lago fu quella del 5 novembre 1944, quando alle ore 10,15 la motonave "Iseo" proveniente da Tavernola a 300 m. dall'imbarcardero venne ripetutamente mitragliata da 3 apparecchi alleati provocando la morte di ben 41 persone. Non esistette, come invece avvenne nelle valli, una Comunità che raccogliesse i centri sebini se non la Comunità Montana Sebino Bresciano, nata ufficialmente il 14 ottobre 1973; essa ha costituito i propri organi direttivi nell'ottobre del 1974, mentre lo Statuto è stato definitivamente approvato dalla Regione Lombardia l'11 settembre 1974. Nel novembre 1982 entravano totalmente nella Comunità montana del Sebino, Iseo, Monticelli e Ome, prima solo parzialmente presenti. L'esperienza comunitaria servì da spinta a numerosi interventi sul piano economico, turistico, ecologico, assistenziale sportivo e associativo. La Comunità operò soprattutto sul piano assistenziale ed economico, attraverso il coordinamento tra le diverse istituzioni esistenti assistenziali e di vario genere. Il settore sanità è passato poi all'USSL che ad Iseo ha il suo centro, che va puntando la sua attenzione sul potenziamento dell'Ospedale di Iseo. Fallita l'esperienza di un centro assistenza per handicappati promosso tra i comuni della Riviera bresciana nel 1975, si è invece sviluppata la Comunità di Mamrè di Clusane guidata dal parroco di Clusane don Ferrari. Da questa Comunità nell'aprile 1984 è partita l'idea di una cooperativa destinata ad ammalati terminali che ha preso il nome "Raphael". Negli ultimi decenni non sono mancate anche iniziative convergenti sul piano sportivo. Nel 1951, veniva fondata a Sulzano, l'Associazione Nautica Sebina per promuovere lo sport della Vela. Touring, Banche, Aziende ecc. hanno promosso nel 1980 la Vogate Touring, con la partecipazione di ogni tipo di imbarcazione dai rappresentatissimi kajack alle tipiche barche della vogalonga veneta; gondole, gondoloni, caorline, mascarete, con i loro variopinti equipaggi. Nel 1976 si formarono i gruppi di tiro all'arco (roving) che ebbero la loro sede a Pezzuolo di Sale M.


Arte Sebina. L'arte, restando alla Riviera Bresciana sia pure non in forme esaltanti, ha le più varie espressioni. Il romanico e l'arte medioevale in genere hanno avuto espressioni rilevanti nel campanile di S. Andrea di Iseo, in S. Martino in Prada, nella chiesa di S. Eufemia di Vello, nella ex chiesa di S. Silvestro a Iseo, in S. Pietro in Lamosa a Provaglio ecc. Motivi romanici assieme ad altri rinascimentali si trovano nell'antica pieve e in S. Maria della Neve di Pisogne, nella chiesa del Cimitero di Vello, nella ex chiesa S. Pietro e nel santuario della Rota di Marone, in S. Giorgio a Cislano e in S.S. Ippolito e Cassiamo a Zone. Bei motivi architettonici rinascimentali si trovano nelle chiese di S. Pietro e di S. Antonio ab., di Sale Marasino, nel palazzo dei conti Martinengo al Portazzolo, nel palazzo Dossi (poi Giugni) di Sale M., nel palazzo castello di Clusane. Esempi di architettura secentesca si trovano nella chiesa plebanale di Iseo. Più consistente il numero di monumenti settecenteschi quali le chiese parrocchiali di Pisogne, di Sale Marasino, di Marone, di Sulzano, di Siviano, di S. Giovanni Battista in Conche e S. Maria di Gandizzano a Sale M., in S. Gerolamo a Rovina di Pisogne ecc. Più recenti costruzioni sono il palazzo del Mercato Grani di Iseo, la chiesa parrocchiale di Clusane, le ville Carini e Bonardi a Sulzano, Ferrata a Siviano, villa Beretta nell'isola di S. Paolo, villa Richeri nell'isola di Loreto. La scultura in legno vede opere dei Fantoni di Rovetta nella parr. di Sale M. e specialmente a Zone (le ancone dell'altar maggiore, e di un altare laterale e il Sepolcro). Opere di scultura in marmo e pietra di rilievo sono il sarcofago Oldofredi sulla facciata di S. Andrea di Iseo. A Sale, nel giardino del parroco, si vedono alcuni capitelli romanici. Il palazzo Dossi ha un caminetto ed un portale del Rinascimento molto eleganti. Pregevolissimi sono l'altar maggiore della parrocchiale ed un'ancona del sec. XV della chiesa di Gandizzano. A Pisogne sono degni di rilievo i portali della «Madonna della Neve» e dell'antica Pieve. Quest'ultima conserva anche una ricca ancona del sec. XVII. La pittura ha lasciato segni molto belli a Pisogne, a Zone, a Sale e a Iseo. Ammirevoli gli affreschi del Romanino in S. Maria della Neve a Pisogne. Ancora a Pisogne nell'antica Pieve di «Santa Maria in Silvis» sono stati messi in luce alcuni affreschi di Giovanni da Marone. Vi è pure esposta una bella tela di Antonio Gandino (?-1630). La grande parrocchiale è ricca di pitture del Settecento e dell'Ottocento. Zone mostra ai visitatori gli interessanti affreschi lasciati nell'interno e su una parete esterna della chiesetta di S. Giorgio opera di Giovanni da Marone; e quelli, purtroppo rovinati, della chiesetta di S. Cassiano. Sale M. ha buoni dipinti nella sacrestia della parrocchiale, nella chiesina di S. Pietro, in quella di S. Antonio Abate a Marasino, sotto il portico della «Trattoria della Corona» nell'antico palazzo Dossi, ora Giugni, e in una galleria di Casa Antonioli, nella frazione di Conche. Iseo conserva alcuni antichi affreschi nell'interno dell'ospedale, ex convento dei Minori. Nella casa Nulli Depetenti si può vedere un altro notevole affresco del 1420. Nell'ampia parrocchiale si osservano con interessamento un morbido dipinto dell'Hayez (1791-1882); ed affreschi di Giuseppe Teòsa (1760-1848), di Gius. Diotti (1779-1846), del bergamasco Porziano Loverini e del brenese Francesco Domenighini. Molti letterati e artisti si sono interessati al lago. Accenna al lago Laura Cereto, nel 1480, un altro gli dedica un poemetto (Deiopea) G. Antonio Taigeto (Taglietti) detto il Notturno, (1570). Nel 1596 stampati in Bergamo, a due anni dalla morte del suo autore, i distici che in "Theatrum" Achille Mozzi dedica al lago oltre che ad altri luoghi bergamaschi. Contemporanea alla Montagu, esprime in versi il suo entusiasmo per il lago la poetessa Camilla Fenaroli Solar d'Asti, e così pure un suo amico, il conte Durante Duranti. Conosciutissime le lettere scritte da Lovere dalla scrittrice inglese Elisabetta Mary Wortley Montagu (1747-1757). È del 1847 il romanzo "Lucrezia Floriani" che George Sand (pseudonimo di Aurora Dupini Dudevant) ambienta sul lago, e nel quale è protagonista. Scrissero del Sebino, oltre a Gabriele Rosa, Massimo D'Azeglio, Angelo Fava, l'ab. Antonio Stoppani. Altri scrittori che dedicarono pagine e versi al lago sono da citare: Ida von Düring-sfeld (1869), Giovanni Nordmann (1885), George E. Thompson (1892), Paul Cazin, Gabriele Faure, l'inglese Evelyn Carrington Martinengo - Cesaresco, Louis Moreau (1937), l'austriaco Julius Ulman, Yosef Muldner di Praga, Gualtiero Laeng, "Fulvia" il romanziere Enrico Rivalta, Ezio Volture, Antonio Capuani, Giovanni Cenzato, Francesco Scarpelli. Spiccano fra tanti pittori il bresciano Luigi Basiletti, Duranti, Ioli, Ludovico Gallins, Michele Tedeschi, Modesto Faustini, Giovanni Renica, Eugenio Gignous, Silvio Poma, Mosè Bianchi, Filippo Carcano, Umberto Dell'Orto, Angelo Morbelli, Cesare Tallone, Longhi, i bresciani Gaetano Cresseri, Cesare Bertolotti, Arnaldo Soldini, Nino Ramorino, Leidi, Galanti, Giuseppe Ronchi; il milanese Arturo Tosi; il brenese Francesco Domenighini, Giorgio Oprandi e ancora Lombardi, Degli Innocenti, Arturo Secan, Matteo Pedrali, Fiessi, Dolci, Saleri, Fasani.


Navigazione. Sviluppata fin dall'antichità la navigazione a carattere commerciale. Nel 1000 viaggiavano sul lago barconi, forniti di grandi vele rettangolari, che rifornivano specialmente il mercato di Iseo e che per secoli intrecciarono una vasta rete di traffico. La navigazione si sviluppò specialmente dopo il Mille, con il risorgere dei mercati nei centri plebani, che già nell'età romana erano stati capoluoghi di distretti pagensi. La maggior parte delle rive del Sebino, con Iseo e l'isoletta di Loreto, appartenne al monastero di S. Giulia, che dal porto d'Iseo ricavava cinque soldi d'argento all'anno. Probabilmente per giovare a quanti percorrevano la via del lago sorse il priorato cluniacense nell'isoletta di S. Paolo («S. Pauli de lacu»), situata proprio sulla linea congiungente Pisogne con Iseo: esso offriva un rifugio ai naviganti nelle frequenti e furiose tempeste lacuali ed un ospizio per i pellegrini: ma non ebbe lunga vita. Presto, tuttavia, durante le lotte comunali sul lago, comparvero, anche,le sagome minacciose delle «Gazarie» o «Sirene», navi da guerra delle città della Lega Lombarda che, nel 1158, ostacolarono la calata del Barbarossa provocando la sua ira che s'abbattè implacabile sul castello d'Iseo e sulla riviera bresciana. In un documento del 1273 si legge che le officine di Sarezzo fornivano materiale bellico alle navi del Sebino. Nel 1407 Pandolfo Malatesta, il ribelle condottiero dei Visconti, con una flottiglia armata si impadronì di Lovere che da terra era difeso fortemente da due mura divergenti giù dall'eremo (rème). Vi tenne navi armate Filippo Maria Visconti. Per ripararle egli inviava abilissimi carpentieri dal Lario, affidando loro anche la costruzione di una grande nave (1427). Con queste navi in quell'anno il Carmagnola sottomise l'alto lago. E poiché anche i Veneziani, che poco tempo prima erano venuti in possesso di Bergamo e Brescia, allestivano navi da inviare a Iseo, il Visconti procurò di mandare forze superiori, e tra l'altro due «corrabiesse», provvedendo ad equipaggiarle con navaroli comaschi. Ma poi le due navi furono invece inviate a Lecco, perchè il conte Carmagnola, capitano dei Veneziani, aveva intanto ripor tato la vittoria di Maclodio e andava occupando terre bresciane, bergamasche e cremonesi. Nel 1447 i Veneziani alla loro volta trasportarono le proprie navi dal Sebino e dal Garda sul Lario, per cooperare con le forze terrestri all'assedio di Lecco. Nel 1473 Bartolomeo Colleoni attuava una difesa navale del Sebino più regolare. Fino al 1834 la navigazione fu esercitata esclusivamente a vela o a remi, specialmente tra Iseo, Castro, Lovere e Pisogne, con barche di modesto tonnellaggio adibite al trasporto di cereali, legname, materiale calcareo e merci varie, mentre barche minori servivano alla pesca. Col 1834 cominciò anche la navigazione a vapore, per opera di una Società costituita a Lovere, parecchi anni dopo che era incominciata sugli altri laghi lombardi. La "Società Anonima di Navigazione a Vapore" acquistò un primo piroscafo chiamato Arciduca Leopoldo, usato soprattutto per merci e bestiame, in ferro, lungo m. 23,67. Venne varato nel novembre 1840 ma non potè essere messo in esercizio e dovette essere sottoposto a radicali mutazioni, causa le forti oscillazioni. Finalmente l'Amministrazione del battello a vapore, con sede a Lovere, proprietaria del «L'Arciduca Leopoldo» annunciava che il 1 aprile 1846 iniziava sul lago d'Iseo un vero servizio. Il battello aveva naturalmente, oltre la gran macchina motrice, anche posti per le persone, divisi in tre classi. Ma il percorso da Lovere a Iseo non sarebbe stato finanziariamente coperto con le tariffe di questi posti per persone. Ecco allora che si pensò di far trainare al battello (che era in gamba sul serio) anche una gran barca, in cui prendevano posto uomini di 4a classe, bestie vive o morte e cose. Il mattino del 19 marzo il battello fece una corsa solenne di prova, partendo da Lovere. Venne ricevuto da una gran folla a Iseo dove fu imbandito un banchetto di 700 coperti. Al ritorno, la sera, all'albergo del Cannon d'oro si tenne una festa da ballo. Nasce intanto una seconda società che nel 1853 commissionava alla ditta Vlissingen un altro scafo, che viene chiamato "Sebino" e varato nel 1854 con nuovi banchetti, balli, discorsi e poesie. Nel 1856 anche il "Sebino" s'inabissa nel lago. Nel 1866 a Lovere viene fondata una terza Società di Navigazione che viene ricostruita sugli avanzi delle due precedenti, le quali avevano gestito l'una l'"Arciduca Leopoldo" e l'altra il "Sebino" e che attraverso proroghe e modificazioni di statuto dura fino al 28 febbraio 1932. La nuova società ordina subito ad una ditta di Zurigo un nuovo piroscafo che vien consegnato nel 1867 e nello stesso anno, d'estate, inaugurato col nome "Commercio" con pomposa solennità fra luminarie, esecuzioni bandistiche, discorsi e banchetti. Intanto un gruppo di palombari genovesi, riesce a trarre dal lago il "Sebino" che viene completamente rinnovato e rimesso in acqua con il nome "Tadini". Nel frattempo Pisogne, escluso dagli scali dei piroscafi, nel 1870 tenta di contrapporre un proprio servizio, fondando nel 1868 una società propria, e costruendo un pontile d'approdo. Il timore della concorrenza convinse la Società loverese a mettere in collegamento anche Pisogne con il resto del lago. Fino al 1881 la Società di Navigazione rimase padrona del lago con tre vapori con ognuno due corse al giorno; incomincia la concorrenza dei privati da parte di un operaio iseano Ercole Felice Reina, che riuscì a costruire nel 1881 un battello consistente in un barcone di legno lungo venti metri e largo tre provvisto di caldaia a vapore, a cui dà il nome di Vega e sul quale accoglie la povera gente a meschinissimi prezzi; a lui fa eco un certo Frosio di Lovere, socio dissidente della società di navigazione, che, acquistato a Genova un picolo natante denominato "Rondinel la", trasporta con esso merci e passeggeri. Nel 1883 veniva sperimentata la "carrozza a vapore" "Le Belé" acquistata dalla Società di navigazione. Aveva la grandezza di un "Omnibus" e poteva portare otto passeggeri ma in casi straordinari anche venti e più. In 50 minuti percorreva i 25 km. tra Lovere e Breno. Nel 1883 viene varato il "Tonale". Nel 1885 termina la sua carriera il "Tadini", ma il motore che ha animato per diciott'anni il vecchio scafo è messo nel ventre del "Lovere" (lungo 30 metri, largo 4,40) che - data degna d'essere rammentata - è posto in attività il 22 giugno 1885, ossia nello stesso giorno in cui viene inaugurata la linea ferroviaria Brescia Iseo. Nel 1888 il Reina costruisce un nuovo vaporetto varato nel settembre 1888, da lui chiamato "Iseo". La Società di navigazione si vedeva così obbligata a correre ai ripari approntando sempre nuovi battelli. Nell'ottobre 1889 veniva varato il nuovo battello "Nettuno" costruito dalla Echer e Wiss di Zurigo di 23 m. circa di lunghezza, 3,20 di larghezza, 2,30 di altezza alla conca di galleggiamento. La macchina a bassa e alta pressione aveva la forza di 24 cavalli nominali. Nel 1889 l'assemblea decide di liquidare la terza società loverese, ma poich non si raggiungono i necessari accordi la società stessa resta ancora in vita: essa acquista tutti i battelli concorrenti e può finalmente affermare di possedere una flotta discreta: "Commercio, Lovere, Tonale, Nettuno, Vega e Iseo". Nel 1890 certi Pegurri e Capitanio entrano in scena con un battellino che ha nome "Ave". L' 11 aprile 1891 si costituiva la "Lovere" una nuova "Società di Navigazione a vapore" mentre nello stesso anno una ditta concorrente della Società di Navigazione si fa avanti con un nuovo "Sebino" che dopo un anno la vecchia società incorpora nel suo naviglio. Nell'aprile 1892 si costituiva a Lovere una nuova Società di Navigazione che mise in acqua un nuovo piroscafo, intendendo competere con la società esistente. Nel 1895 un "Concordia" della casa di spedizioni Discorsi e Bonardi è adibito ad rimorchio dei barconi da carico: il Concordia - vedi ironia dei nomi, sottolinea il Magnolini - causa liti e discordie fra gli spedizionieri e l'antica società; nel 1915 passa al lago d'Idro dove finisce molto onorevolmente la sua carriera «dopo aver rimorchiato da Idro a Ponte Caffaro migliaia di tonnellate di munizioni, di viveri e di materiali destinati alle truppe operanti nel settore della valle Giudicaria». Il primo motoscafo venne varato nel 1897. Tale mezzo si andò poi diffondendo anche per la presenza a Sarnico di un cantiere particolarmente attrezzato. È dell'anno 1905 l'inizio del prolungamento del tronco ferroviario Iseo-Edolo, ma è anche dello stesso anno il varo del piccolo "Nina" che dura fino al 1926. Nel 1908 il nuovo tronco Iseo-Edolo è già in funzione ed è così che appare anche il "Pisogne" che allaccia i treni da e per Brescia con Lovere andando e venendo sull'itinerario Pisogne-Lovere. Intanto è venuto il tempo delle chiatte e dei pontoni ferroviari costruiti sia dalla società anonima Gio. Andrea Gregorini quanto dalla stessa Società di Navigazione. Poi tagliano i flutti del bel lago romantico: il "Città di Bergamo", il "Città di Cremona" e il "Città di Brescia": e un nuovo "Iseo" sostituisce il "Pisogne" che va in disarmo; e un "Gorizia" nel 1916 (omaggio alla città redenta) è adibito al rimorchio delle chiatte. Il 10 ottobre 1909 salpava il lago il piroscafo "Città di Bergamo", il 566° costruito dalla Società Escher Wiss di Zurigo, con una velocità superiore a quella di tutti gli altri piroscafi, anche di altri laghi. "Città di Bergamo" fu il più illustre mezzo della flotta Sebina, caratterizzato da un'elegante ruota laterale, da una sottocoperta con due sale di ritrovo. A poppa l'arredamento era in mogano, sedili in velluto rosso di gran lusso. A prua una saletta era riservata. Era di servizio solo la domenica e i giorni festivi. Il 20 novembre 1910 si tenne a Sarnico un'importante riunione per il rilancio della Navigazione ma ogni progetto si arenò con la I guerra mondiale, durante la quale a Montecolino venne aperta una scuola di idroaviazione che diede molti tra i più capaci piloti di idrovolanti. La scuola chiuse nel 1918 e venne ripresa nel 1930 con i voli del nuovo idrovolante Caproni. Apporti del governo e delle Amministrazioni provinciali vennero nel 1921. Il 10 giugno 1922 rientrava in servizio completamente rinnovato il piroscafo "Città di Brescia". Vicende di nuovi battelli e di nuovi rimorchiatori si susseguono. Sono da ricordare i rimorchiatori "Adamello" e "Trieste"degli anni 1924 e 1925 e l'elegante piroscafo "La Capitanio" che col suo nome celebra la Beata loverese fondatrice delle Suore di carità; e ancora il rimorchiatore "Trento" dell'anno 1927. Nel 1929 i piroscafi erano sei, capaci di trasportare complessivamente 1200 passeggeri. Nel 1932, per scongiurare la minaccia di dissesto, la vecchia Società cede il posto all'«Impresa sebina di navigazione» che acquista in blocco tutti i natanti e gli impianti relativi. Nel 1938 ha luogo la demolizione dei piroscafi "Città di Bergamo" e "Città di Brescia" e del rimorchiatore "Città di Cremona". Recente è la rinnovazione del "Sebino"e l'acquisto del battellino "Montisola" per la congiunzione di Lovere con Pisogne. Nel 1938 si verifica anche forte diminuzione del trasporto di merci, che dalla media di 400 mila tonnellate annue è sceso fino alle 130 mila. Nel 1974 la flotta esistente era composta da tre motoscafi capaci di 115 persone, dalla motonave "Iseo" da 150 passeggeri, che però veniva utilizzata solo durante il mese di agosto per il trasporto di gruppi di gitanti. Gli stessi motoscafi non erano mai in movimento contemporaneamente. Uno rimaneva sempre di riserva. Un potenziamento della flotta venne operato nel 1982 dalla Re gione Lombardia. Il servizio a vapore non eliminò l'antichissimo trasporto per mezzo di barconi e barche. nel 1874 veleggiavano 35 imbarcazioni da 45 tonnellate e 5 fra le 25 e le 30 tonnellate. Dal 1888 per il trasporto della calce idraulica ed in genere di materiale calcareo vennero aggiunte cinque navi da cinquanta tonnellate. Verso il 1890 si contavano altri 5 barconi da 50 tonnellare, 35 da 45, 5 da 28. Una statistica del 1900 ne assegnava 16 a Lovere, 15 a Tavernola, 12 a Sarnico, 10 a Pisogne, 8 a Pilzone, 5 a Castro, 4 a Predore, 3 per cia scuna località a Vello, a Riva, a Montisola, 2 a Marone, 1 a Sulzano, 1 a Clusane. Nel 1906 il totale delle merci trasportate sul Lago Maggiore fu 72.000 tonnellate, sul lago di Como 52.000, sul Lago di Garda 13.000, mentre sul lago d'Iseo si ebbe la cifra rilevantissima di ben 300.000 tonnellate. Nel 1929 si contano 45 barconi di massima e 15 di media portata. Alcuni sono provvisti di motore a scoppio. Numerose erano le barche da pesca, specialmente a Montisola, a Predore, a Clusane e a Sarnico; e quelle da diporto, soprattutto a Sarnico, a Lovere e ad Iseo. A Pisogne ormeggiavano barche di grosso tonnellaggio, come il Duilio. il Dandolo, il Ruggero di Lauria, l'Alpina e l'Italia; alle quali si aggiunse poi la Virginia. Nel 1909 iniziava il servizio di trasporto a mezzo di ferry-boats con quattro chiatte di ferro e 4 di cemento armato, rimorchiate dal piroscafo «Cremona». Attualmente sono in efficienza 8 piroscafi che possono trasportare complessivamente 1500 passeggeri. Nel 1929 percorrevano annualmente Km. 120.000 trasportando in media persone 200.000. Quattro dei cinque rimorchiatori mettevano in moto ogni giorno quasi tutte le 29 chiatte che portano complessivamente un centinaio di carri. Percorrevano annualmente Km. 60.000 trasportando 400.000 tonnellate di materiale vario, tra il quale predominano le materie prime ed i prodotti delle «Acciaierie, fonderie e ferriere Franchi Gregorini» di Lovere, industria poderosa e rigogliosa; i gessi di Lovere, le calci idrauliche ed il cemento della Mineraria Lombarda, di Federico Milesi, del prof. Sina e della Sebina, grandiosi stabilimenti allineati fra Tavernola e Riva di Solto. Nello stesso anno quella del Sebino era considerata la flotta più numerosa di tutti i laghi.


I principali porti della Riviera bresciana sono quelli di Iseo (v. Porti) e di Pisogne (v. Porti). Ambedue antichissimi, vennero potenziati più volte. Quello di Iseo prese nuovo sviluppo nel 1885 dopo la costruzione della ferrovia Brescia-Iseo. Con D.R. del 1887 venne classificato nella 2a classe, serie II, della II categoria. Nel 1909 veniva programmato un nuovo porto, rifatto poi negli anni di seguito. Quello di Pisogne subì un miglioramento decisivo nel 1817 e nel 1900 e con il R. Decreto del 12 febbraio 1908 venne inscritto nella 3° classe della II categoria. Un porto discreto fu quello di Peschiera M. La regione sebina è servita da diverse vie di comunicazione fra cui la Bergamo-Clusane (Km. 31,429), quella della Val Bondione (alta Val Seriana Km. 22,936), la strada della Val Borlezza (Lovere-Clusane di 17,039 Km.), la Costa Volpino-Pisogne (Km. 2,150), la Clusane - Dezzo (Km. 22,534), la Piangaiano - Riva di Solto (Fonteno) Km. 11,150; la Tavernola-Parzanica (Km. 13,614); la Seriate-Palazzolo (Km. 15,098), la strada del Passo dell'Aprica (Km. 29,080), la strada statale del Tonale e della Mendola-SS. 42 (Km. 147,846), la strada del Sebino ecc. (Km. 47,300), la Mandolossa-Iseo (Km. 50,101), la Iseo-Corna, la Coccaglio-Palazzolo (Km. 7,500), la Iseo-Rovato (Km. 13,484); la Rovato-Capriolo (Km. 11), la Cremignane-Clusane-Paratico (Km. 4,660). la Marone-Zone (Km. 8), la Iseo-Polaveno-Ponte Zanano (Km. 16,300). Per un potenziamento venne deciso l'appoggio al traforo dello Stelvio che avrebbe allacciato il lago, la Valcamonica con Innsbruck e la Baviera.


La «Busti» di Lovere. Il «servizio pubblico di linea di navigazione per il trasporto di persone, bagagli e colli sul lago d'Iseo» venne concesso nel 1957, con decreto statale, alla società privata «Autotrasporti Luigi Busti» di Lovere sui due percorsi: Lovere - Pisogne - Iseo Sarnico e Marone - Siviano - Tavernole - Iseo, per una percorrenza complessiva di 45 chilometri. I mezzi impiegati sono tre motoscafi tipo ACNIL, che portano 115 per sone e la motonave «Iseo», 150 posti, considerata l'ammiraglia della piccola flotta. Il programma d'esercizio minimo che la concessionaria è obbligata adeffettuare prevede una corsa tre volte la settimana fra Lovere, Iseo e Sarnico; una quattro volte la settimana fra Lovere e Iseo; due corse al giorno Marone - Siviano - Taver noie - Iseo e cinque giornaliere da Lovere a Pisogne. Da maggio a settembre viene poi aggiunta una corsa giornaliera sul percorso Lovere - Iseo Sarnico. Di fatto il programma minimo viene integrato con corse, soprattutto festive, nel periodo di alta stagione. Secondo gli ultimi dati disponibili il traffico si aggira intorno agli 86 mila passeggeri l'anno, una cifra decisamente sconfortante, tant'è è vero che il deficit di gestione è stato, nel '69, di oltre 26 milioni. La società ha avuto poi un passivo anche con il servizio automobilistico Castro-Lovere, sostitutivo della linea di navigazione. In totale quindi 29 milioni che sono stati in gran parte coperti dal contributo del Ministero dei trasporti. L'anno successivo (1970) il contributo ministeriale è salito a 27 milioni, segno che il deficit aumenta. Ma aumenta anche il divario con le esigenze della clientela turistica.


Fin dal 1486 venne avanzata il progetto di congiungere Iseo a Brescia attraverso un canale navigabile che, attraversata la Franciacorta, doveva congiungersi con il canale Palazzolo-Brescia già progettato fino dal 1434. Annullato poi dalle vicende della guerra Spagna, Francia Impero, venne ripreso nel 1656 dall'ing. Giacomo Renati di Chiari che pensava di far giungere il canale al Po. Pur riaffacciati altre volte, progetti del genere non vennero mai realizzati.


Economia. L'agricoltura sul lago, ha sempre avuto, dato l'ambiente, limitata fortuna. I terreni sono stati redenti da opere di bonifica specie a Marasino, Marone e Pisogne dove i toponimi "Navali" e "Noase". Ridottissima la produzione cerealicola. Più diffusa la vite che ha sempre dato ottimi vini. Molto diffuse le piane di frutta. I boschi e le selve si sono andati riducendo. Certo erano molto folti a Pisogne dove esiste un santuari chiamato di S. Maria in Silvis. Noci e castagni si arrampicano sulle pendici del Monte Guglielmo; una selva di lauri e pini sopra Carzano è ricordata in un documento del 1399. Gli abeti e i faggi hanno forse originato il nome di Siviano (forse da Silvano). Tipica fin dai tempi antichissimi la coltivazione dell'olivo che trova il suo ambiente ottimale nei classici oliveti di Predore-Borai e Riva di Solto sulla riviera bergamasca e di Sensole (il cui nome è stato interpretato da qualcuno come Sinus olei = l'insenatura degli olivi) e in tutta Montisola nella riviera bresciana da Vello a Iseo. Il prodotto, nelle varietà Frantoio e Pendolino e in misura inferiore Leccino, con il suo tipico colore verde intenso che è dovuto alla giacitura e composizione del terreno e alle caratteristiche climatiche, è ritenuto di prim'ordine quanto a qualità e tale da farsi apprezzare anche dai palati più esigenti. Tuttavia la coltivazione ha avuto alterne vicende. Un freddo disastroso ne distrusse nel 1709 la coltivazione sulla riviera iseana, come in Franciacorta e a Botticino. Solo molto più tardi venne ripresa la coltivazione dell'olivo. Nuovo succedersi di intemperie specie nel 1784 e anche di incurie fecero sì che nella seconda metà del sec. XIX, l'olio fosse ritenuto sul lago, secondo il Rosa, una "reliquia". Nel 1875 su 294 ettari di olivo esistevano 1595 olivi fruttiferi, dai quali si ricavavano, secondo una stima riferita da G. Rosa, poco più di mille quintali. Ma vi fu poi una ripresa. Ma comunque tale cultura è rimasta scarsamente remunerativa sotto il profilo economico. Ciò a causa della vetustà ed inadeguatezza degli impianti, per l'eccessivo frazionamento della proprietà fondiaria e della mancata messa in opera da parte dei coltivatore, degli accorgimenti che la tecnica più moderna consiglia e ciò a motivo anche dell'invecchiamento degli operatori agricoli e, più in generale, del progressivo degrado dell'agricoltura sia della bassa che della media e dell'alta collina. Da tutta questa serie di problemi, che non hanno ancora trovato uno sbocco neppure a livello legislativo (il riferimento corre obbligatoriamente alla regolamentazione del part-time) trae quindi origine uno stato di difficoltà che solo in annate particolarmente favorevoli consente di chiudere i bilanci positivamente. Sul lago esistono ora a Sulzano due frantoi abbastanza moderni: uno di Bortolo Caldinelli e l'altro, a Vertine, dei fratelli Gervasoni è il più recente. Aranci e limoni che crescevano nell'Isola di S. Paolo e a Pisogne sono scomparsi agli inizi del 1800. I resti di limoniere sono ancora visibili dietro la chiesa di S. Maria in Silvis a Pisogne. Tradizionale anche l'allevamento di bestiame bovino e ovino specie sui monti circostanti e sulle pendici del Guglielmo e del Bronzone. Per il potenziamento dell'agricoltura venne fondata la "Cooperativa agricola del Sebino" che raccolse nelle 90 aziende del Sebino e della bassa Valcamonica nel 1981, 24 mila ettolitri di latte per un miliardo di lire. Caccia. Ovviamente antica quanto la pesca fu sul lago la caccia. Fin dall'epoca romana veniva esercitata specialmente nei boschi di Predore (in parte poi sostituiti da vigneti) dalle cui prede di caccia - secondo il Mucius - quella località prese il nome. Si costruirono in seguito qua e là sulle montagne sebine belle uccellande («ròcoi») fra le quali sono notevoli quelle delle montagne d'Iseo, di Sulzano e specie a S. Maria del Giogo e quelle veramente mirabili di «Passabocche» (m. 1280) costruite nel 1700. Negli ultimi decenni del sec. XIX e agli inizi di questo secolo era in pieno vigore, anche la caccia proibita degli archetti tanto da far scrivere ad un giornale bresciano nell'ottobre 1880: "Le creste e le pendici dei monti sono tutte popolate di lacci". Attiva è sempre stata tra agosto e l'aprile la caccia alla selvaggina lacustre. I migliori uccelli cacciati furono sempre: l' «anatra selvatica» o «germano reale» (Anas boschas) chiamata in dialetto «nedròt»; l'«arzàvola comune» (Anas querquedula) o marzaiola, chiamata in dialetto «garganèl»; e la «arzavola minore» (Anas crecca). Ambita la caccia nelle torbiere, poi ristrette a riserva, e sottoposta a limitazioni di legge. Nel 1929 esisteva nella torbiera una riserva di 153 ettari gestita da Nicola Archetti e Francesco Rossi. Molto sviluppata, grazie alla varia e folta vegetazione, la produzione di erbe medicinali affidate ad erboristi dato che fino al 1688 esisteva a Iseo una sola farmacia, che il farmacista Francesco degli Albricci nel 1519 cedette al Comune e che sorgeva nell'attuale piazza Garibaldi. Senza dire che a tale epoca in tutta la riviera v'era un solo medico e perciò tutti ricorrevano a Iseo e spesso agli erboristi ed ai flebotomi che erano veterinari empirici. Durante la carestia prodotta dalla peste del 1630 il popolo preparava polentine con miglio e latte, pane signorile con orzo e uva secca e cuocevasi anche pane di melica. La presenza sulle montagne di numerosi greggi e soprattutto il fatto che la riviera fu per secoli il punto obbligato di passaggio di ogni transumanza dalla e per la Valcamonica favorirono non solo il mercato specialmente degli ovini ma anche la lavorazione della lana. Essa fu favorita dal fatto che Sale M. fu anche il luogo obbligato per la sosta delle greggi che scendevano dalle montagne al piano. A Sale M. si procedeva alla tosatura e alla vendita della lana agli artigiani e agli industriali del luogo. La lavorazione della lana fu viva per alcuni secoli su tutto il lago. Fu in crisi invece nella seconda metà del sec. XVIII. Per una difesa dell'artigianato locale nel 1784 si costituiva una «Università del Lanificio», comprendente Sale, Marone e Zone, ma posta ad Iseo, nel luogo di smercio, per rianimare l'asfittica manifattura dei pannilana. La ripresa fu lenta ma portò produzioni particolari come quella delle coperte che si concentrò soprattutto a Marone e Sale M. A Marone più tardi si sviluppò anche l'industria dei feltri con la ditta Guerrini e poi con la ditta Franchi e a Sale M. La presenza su monti di greggi, il loro obbligato passaggio, l'esistenza di cortecce concianti favorirono la nascita dell'industria della concia che si sviluppò soprattutto a Iseo. La diffusione del gelso apparso sul lago in località Caselle di Iseo nel 1606 diede una spinta alla lavorazione della seta. Dapprima ebbe carattere artigianale. Sorsero quindi le filande come quella Bordiga ad Iseo aperta verso il 1750. Ne seguirono altre. Nel 1846 esistevano sul lago 1350 bacinelle per la lavorazione della seta, di cui 150 installate a Iseo. A Iseo nella seconda metà del secolo XIX nacquero nel giro di circa 12 anni, tre farmacie. La tessitura della seta andò declinando nel 1939. Dal 1460 a Montisola, e poi anche a Marone e Sulzan, si aprirono e si svilupparono fabbriche di reti da pesca, fra le quali si distinsero quelle degli Ziliani, Agnesi, Soardi, Cadei, Mazzucchelli, Tomasi, Turba, Navali, Cittadini ecc. che poi fondarono ditte analoghe e omonime a Milano, Verona, Brescia, Bergamo, Lecco, Vicenza, Como e Cremona. Importanti negli anni 20 i retifici Agnesi e Mazzucchelli di Peschiera M. La costituzione geologica del terreno diede da tempi molto antichi pietra, gesso, calci e ceramica specie sul monte S. Martino, a Pilzone, e su tutta la riviera fino a Vello e Pisogne. Dal 1863 a Pilzone si cavò calce idraulica per le fabbriche di Palazzolo. A Pisogne nel 1890 si cuoceva e macinava "Volpinite" per una produzione annua di 20.000 qli. Cave di tufo, di dolomite erano a Sale M. e Marone. Fra le lavorazioni più antiche fu quella dell'argilla i cui giacimenti da Iseo a Colombaro hanno uno spessore fino a 6 m. In tali località si rinvennero alcune marche di fabbriche romane segnate con le sigle: "F.I.", "F.I.C." "C.o.", "R.O.P.", "E.I.A.". Tale industria era nel XIV secolo già molto sviluppata e perfezionata. Iseo aveva fornaci nel XV secolo in via Fornaci attualmente denominata via Campo, verso la torbiera, dove il terreno ha forte spessore d'argilla. In questa via esistevano anche delle fornaci per vetri. Il Rosa asserisce che fino al secolo XVIII esistette una fabbrica di stoviglie che si producevano con questa argilla col caolino di Pianeio e con quarzo. Per maggiore comodità e per l'allargamento della cinta di Iseo le fornaci vennero portate al disotto della Lama - la torbiera - verso Timoline, Colombaro. Tale industria oggi s'è accentrata nella plaga di Colombaro i cui principali proprietari erano i fratelli Anessi e Biasca. A Iseo, ma anche altrove, si sviluppò l'artigianato dei boccalari. Rame della val di Scalve veniva lavorato a Iseo. Forni fusori sono esistiti a Marone, (spenti nel 1630), Sulzano, Iseo, Pisogne (specie a Govine) dove si fabbricavano vomeri. Intenso sviluppo ebbero le industrie metallurgica e siderurgica durante il Dominio Veneto. Con la caduta del Dominio Veneto alcune attività industriali si arenarono e scomparvero. Altre invece si svilupparono ancor più. Nel 1868 così l'Annati nel suo dizionario corografico riassumeva la vita economica del lago: «Vi prosperano il commercio e l'industria. Il porto è dei più frequentati del lago e serve di scalo per il commercio della Valcamonica e del basso Bresciano: vi si traffica legname d'opera, calce, biade, seta, pietra arenaria di Sarnico, coperte di lana dei due villaggi lacuali di Sale e di Marasino. L'industria locale poi conta varie filande e filatoi per seta, fornaci di calce, manifatture di cappelli, di stoviglie, di cotoni, di concerie di pelli. In ripresa nel 1880 la industria sebina che vedeva attiva a Castro la Ferriera Gregorini, a Marone lo stabilimento tessile Vismara Gavazzi, a Sale M. la lavorazione delle coperte che occupava tutto il paese. Tra le filande esistenti nel 1904 ve ne erano a Iseo (Andrea Formenti, Pietro Guerini, Giuseppe Erba) a Sale M. (Giugni), a Marone (Mapelli e Ghitti), a Vello (Fratelli Zeni), a Pisogne (Corna P. e fratello). Nel I° dopo guerra dopo un breve periodo di crisi, l'economia riprese in pieno. Acquistarono efficienza le fabbriche di calce, di gessi e di cemento, l'estrazione di manganese a Marone e quella di Pisogne. In pieno sviluppo le Industrie Bresciane tessili di Marone. Negli anni '30 il Lago d'Iseo era ancora considerato il lago "più industriale d'Italia". Oltre all'ILVA di Castro (Gregorini), vi fiorivano la Dolomite Società Anonima di Marone. Si erano sempre più sviluppati cantieri per barche, canotti, motoscafi. A Pilzone e Vello continuavano ad esistere fabbriche per la produzione di calce. A Pisogne, Toline e Iseo si producevano gessi e caolini, a Colombaro erano in pieno svilupo le fornaci. Filatoi resistevano a Iseo e Sale M. I retifici prosperavano a Peschiera M., Siviano, Carzano e Sulzano. Attivi ancora molti mulini, concerie, oleifici, pastifici, fabbriche per la confezione delle sardine sott'olio e per la lavorazione del vino. Fra le maggiori imprese sono da elencare le Industrie Tessili Bresciane, la Dolomite Franchi e la Feltri di Marone, il Mollificio Larocchi e la Resinex di Iseo. Fra le ultime iniziative industriali è la Filatura di Pilzone per titoli fini s.p.a. fondata dalla Niggeler e Küpfer nel 1963, e ampliata nel 1969. Un richiamo sul lago è la Fiera del Sebino che si tiene a Sale M. dal 1966 e che è andata sempre più orientandosi, nel 1978, verso i prodotti e le attrezzature sportive.


Turismo. Il turismo sul lago fu fino alla fine del sec. XIX limitato - oppure - ristretto a qualche curioso viaggiatore o ammiratore di bellezze naturali e a qualche persona abbiente che aveva scelto il lago per periodi di riposo. Oltre a letterati, pittori quali si è accennato, visitarono e soggiornarono sul lago altre personalità fra cui la regina di Cipro, Caterina Cornaro, e nel 1890, la principessa Federica con le figlie. Un turismo più allargato fino a diventare fenomeno di massa si andò manifestando negli ultimi decenni del sec. XIX con la costruzione della ferrovia Brescia-Iseo e poi Iseo-Rovato-Soncino e il potenziamento della navigazione lacuale. Oltre ai bresciani, la Riviera Bresciana incominciò ad essere meta preferita dei Cremonesi che con la ferrovia ebbero si può dire il lago a portata di mano. Verso la fine del secolo si incominciarono a scorgere le possibilità che il turismo poteva dare sul piano economico. Dal 1896 l'ing. Zuccoli, il prof. Sina e l'avv. Milesi proponevano la fondazione di una "Pro Sebino", per la propaganda turistica e col fine particolare di «promuovere e favorire il concorso di visitatori e villeggianti influendo sul miglioramento dei mezzi di comunicazione, per la costruzione di alloggi nuovi ed una razionale modificazione di quelli già esistenti - favorire le iniziative individuali - organizzare feste e riunioni amichevoli e col mzzo della maggiore pubblicità, migliorare le condizioni economiche e morali delle popolazioni rivierasche». La società venne costituita a Lovere il 1 dicembre 1901 in un affollato convegno. La Pro Sebino non ebbe un gran successo e andò presto declinando. Venne ripresa in un convegno a Iseo del 28 marzo 1912. Si sviluppavano anche gli alberghi: a Iseo il Leon d'Oro. Nell'agosto 1902 veniva aperto a Sale M. il nuovo Albergo della Posta. Nel febbraio 1904 veniva costituito dalla Pro Sebino, dalla Guidovia Iseo-Rovato-Chiari, dalla Società di Navigazione di Lovere, da Andrea Ventura Gregorini, dalla Tranvia BergamoTrescore Sarnico, dalla Guidovia Camuna Lovere-Cividate, un comitato del lago d'Iseo per lo sviluppo turistico. Nonostante gli sforzi ricordati, il turismo era nel 1908 ancora ridottissimo e sui battelli, scrivevano i giornali del tempo, non si sentivano che muggiti e belati. Una spinta venne con la mostra dei laghi e delle valli organizzata nell'Esposizione Bresciana del 1909. Un nuovo declino si verificò durante la Ia guerra mondiale, cui seguì nell'agosto 1921 una nuova ripresa per iniziativa della Federazione Interessi Economici della provincia di Brescia. Dal 1922 venne intensificata anche la propaganda turistica, con crociere di giornalisti ecc. Fin dal maggio 1922 fu organizzata una gita della stampa bresciana e bergamasca, cui seguirono altre iniziative. Ma si tratta soltanto di un turismo ancora molto limitato. Infatti il persistere di una grave crisi veniva registrato nel maggio 1925. A Lovere non esisteva, dopo la chiusura del Sebino, un albergo moderno; a Iseo era chiuso da mesi anche il Leon d'Oro, altrove esistevano soltanto modeste pensioncine. Negli anni '30 si cercò ovviare alle deficienze delle strutture turistiche con un turismo quasi soltanto domenicale, per il quale nel 1931 venivano proposti treni popolari permanenti e dal 17 luglio 1933 venne organizzato un treno notturno. Nell'agosto 1934 venne impiegato per attirare turisti anche un idrovolante. Solo nel dopoguerra e specie negli anni '60 si incominciò a pensare ad un vero e proprio turismo organizzato. Veniva inoltre fondata l'Azienda Autonoma di Soggiorno di Iseo comprendente anche i territori di Paratico, Sulzano, Montisola e Sale M. Un vero e proprio lancio turistico si ebbe negli anni '60, offrendo occasioni di richiamo, fra le quali nel 1973 il Giro d'Italia. Poi si passò al potenziamento di strutture ricettive, al fiorire di campeggi e all'apertura nel 1977 degli impianti di Sassabanek. Sulla sponda bresciana il numero delle presenze andò rapidamente aumentando: nel 1969, 153.245, nel 1970, 170.568. Nel 1979 Iseo offriva al turismo 542 posti letto in 19 alberghi e locande oltre ad una decina di campeggi. Numerosi i ristoranti anche tipici, oltre che ad Iseo a Clusane. Alla stessa epoca, su Montisola si trovavano sette alberghi-locande e un campeggio in località Paradiso di Carzano; Sale Marasino offriva 157 posti in sei alberghi; Sulzano, 144 posti in tre alberghi ecc. Per uno sviluppo turistico vennero create nel 1979 fra gli operatori turistici la Cooptur e l'O.T.C. (Operatori Turistici Clusane) e nel febbraio 1984 veniva annunciata la realizzazione di un Progetto Iseo per lo sviluppo turistico del Sebino.


Leggende. Tra le leggende vi è quella della strega Maddalena che se ne sta nascosta nel fondo del lago per ghermire i bambini che si avvicinano alle rive. Anche nel lago la notte del 24 giugno, festa di S. Giovanni, gli abitanti erano soliti pernottare all'aperto, nella convinzione che la rugiada di quella notte difendesse dalle malattie e dalla corruzione. Un'altra leggenda (versione probabilmente di un mito pagano) vuole che la madre di S. Pietro per placarsi pretende ogni estate almeno un sacrificio umano; per cui gli abitanti del lago si astenevano dal fare il bagno il 29 giugno - famoso il temporale di S. Pietro, più pericoloso per la sua violenza di tutti gli altri temporali.