GAIFAMI, de Gayfamis

GAIFAMI, de Gayfamis

Famiglia molto nota e potente a Brescia fin dal sec. XIII. Le più antiche notizie che la riguardano sono della fine del Duecento. Nel 1292 un "lacobinus Gayfamus" era tra i sapienti del Consiglio della città ed abitava nel quartiere di S. Alessandro. Lo stesso fece una cessione nel 1293, una quietanza nel 1297 e un'altra quietanza nel 1301; diede denari a credito nel 1298 e nel 1301. La famiglia era a quel tempo assai numerosa, poichè si ha ricordo di un Bosio nel 1296, di un Aielmondo nel 1300, di un Bassano e fratelli del fu Martino e di una loro sorella vedova di Graziolo Feraboni nel 1302 e di un Pasino nel 1308. Essa partecipava molto vivacemente alle lotte cittadine, parteggiando per i Guelfi contro i Ghibellini. Difatti l'Odorici riferisce che "il giorno 28 ottobre 1313, a conferma della pace giurata in Brescia fra Guelfi e Ghibellini, furono registrate le nozze tra Corradino Bocca e Gentilina di Bonfante dei Gaifami". Un ramo di essa, che la tradizione vuole scacciato da Brescia nel 1318, si rifugiò prima ad Acquanegra poi a Pontevico e, infine, nel 1441 ad Asola, con Cristoforo, dove entrò nella nobiltà locale e fiorì in numerosi rami. A Brescia, Antonio e Bonifacio col figlio Bertolino, sono iscritti nell'estimo visconteo del 1388. Bertolino abitante presso S. Faustino è presente nell'estimo malatestiano del 1416 e col fratello o figlio di Giacomo è tra i firmatari del patto di unione a Venezia. Figlio di Giacomo fu Baldassarre e questi fu padre di Luigi dal quale nacque l'ultimo della famiglia: Ottaviano (n. 1472). Ottaviano aveva casa in contrada S. Giovanni e un centinaio di piò a Ghedi con casa in piazza "ruinada e brusata". Egli era "strupiato da una gamba" ma si era sposato due volte; dapprima con Florida e poi con Giacomina ma non ebbe figli. Per questo decise di adottare un ragazzo di 14 anni, Luigi, figlio di Gio. Battista Meloni (n. 1507) figlio del pittore Galeazzo Meloni (n. 1477) e di Isabetta. Lo nominò erede dei suoi pochi beni tanto che Luigi (n. 1530) nell'estimo del 1568 si dice erede di Ottaviano Gaifami "con conditione che mi dovessi far chiamare de Gaifami, altrimenti non potessi essere suo herede". Luigi Meloni, ora Gaifami, da Derusilla ebbe vari figli dei quali solo Gio. Battista (n. 1559) ebbe Luigi (n. 1589) che è quell'Aloisio Gaifami "spetiale in Ghedi" del 1627. Un Baldassare Gaifami fu abate della città. I Gaifami lasciarono il nome ad una cascina di Ghedi ed ebbero proprietà a Pontevico. Continuò invece il ramo di Asola. Al principio del secolo XVI si trova un Gio. Cristoforo ragioniere del Comune con due fratelli che furono i capostipiti l'uno, Gio. Francesco, del ramo che si trasferì più tardi a Brescia e costruì un palazzo e l'altro, Gerolamo, del diffusissimo ramo che ancora vive in provincia di Mantova ed in altri luoghi. Sulla scorta dell'albero genealogico, costruito dal Manaresi, si può seguire la linea genealogica sino a quell'Antonio che si qualifica nobile di Asola, e viene a stabilirsi, almeno per una parte dell'anno, in Brescia. Nel 1663 è presente nell'estimo come abitante nel palazzo nella V quadra di S. Faustino. Venticinque anni dopo, suo figlio Francesco (n. 1652) coi fratelli Baldassare, Giovanni e Lodovico, dichiararono di possedere una casa già di Luigi Martinengo q. Leandro sotto il "terraglio", avente la strada a mattina e mezzodì e una casa del conte Tito Luzzago verso sera (caserma di cavalleria). Non denunciano altre proprietà, che dovevano avere, e larghe, nel mantovano. Dei fratelli si sposò Giovanni con la nob. Olimpia Pellizzari, bresciana e ne ebbe Antonio (n. 1692). Gio. Paolo (n. 1696) e Vincenzo (n. 1706) che, in età matura, furono i costruttori di un palazzo. Da notare che Vincenzo ebbe al battesimo come "compare" Gio. Antonio Girelli. Le vaste relazioni coi nobili bresciani, il nuovo vincolo di parentela, le conoscenze ed anche, crediamo, una buona e solida posizione economica, spinsero i Gaifami a chiedere d'essere ammessi al Consiglio Generale, ma poichè era impossibile dimostrare l'ascendenza bresciana oltre i due secoli, essi presentarono, allegati alla domanda, due documenti, abilmente alterati, come dimostra il Manaresi, sostituendo al nome di Antonio quello di Ottaviano mentre noi sappiamo che Ottaviano, l'ultimo del ramo bresciano nel Cinquecento non ebbe discendenza tanto che adottò il Meloni. L'inganno non ven ne scoperto e i tre fratelli vennero ammessi al Consiglio Generale nel 1742. Essi però non ebbero discendenti e il ramo non appena trapiantato a Brescia, si esaurì. L'ultimo fu l'architetto Vincenzo che mori alla fine del Settecento e che aveva edificato il palazzo che ora è sede della Croce Bianca. Morto Vincenzo, gli eredi vendettero il palazzo che passò in molte mani. Figura nell'elenco dei nobili della provincia di Mantova, con il titolo dei "don" e "donna". Questi nobili hanno come stemma: «D'argento alla croce patente di nero»; come cimiero un serpente al naturale e come motto «Prudenter». Nel 1700 possedettero la villa di Bovezzo che per perdite di gioco in una sola notte fu ceduta a Gabrieli, dai quali passò poi ai Passerini. Ebbero come stemma: «Grembiato di nero e di argento di otto pezzi». Continuò invece un ramo ora abitante a Milano ma proveniente da Asola.