FAUSTINO e GIOVITA, santi

FAUSTINO e GIOVITA, santi

Santi patroni di Brescia, sui quali è andata accumulandosi una ricca leggenda che fa nascere Faustino nel 90 d.C., Giovita nel 96 d.C., indicando come loro patria Sarezzo. Divenuti Faustino sacerdote e Giovita diacono, sempre secondo le leggende operarono numerosi miracoli in mezzo ai primi cristiani, convertendoli alla fede e abbattendo gli idoli. Insorta la persecuzione per opera di Traiano e di Adriano le prigioni di Brescia erano stipate di confessori ed i Santi fratelli, correvano ovunque raccomandando preghiera, fermezza e prudenza. Esortando gli altri al martirio, furono scoperti come cristiani. Accusati dal prefetto, battuti a sangue, sottoposti alle più atroci e fantasiose torture e sopravvissero a tutte. Usciti indenni di tra le fiamme del rogo, furono portati a Milano, di qui a Roma e poi a Napoli, infine abbandonati in mare su una barchetta: le onde li ricondussero a riva, e appena sbarcati i due santi cominciarono a fare altre conversioni. Il 15 febbraio del 146 vennero però riportati a Brescia e decapitati nella località oggi chiamata Forca di Cane. Questa è la fantasiosa "passio" composta, molto probabilmente all'inizio del sec. VIII-IX, da un certo Giovanni presbitero milanese, ad istanza del duca longobardo di Brescia o forse dello stesso re Desiderio. Secondo A. Amore, il loro culto può essere seguito a partire forse dal sec. VI, ma la loro figura rimane incerta e discussa. Fino all'inizio del sec. V erano assolutamente sconosciuti nella Chiesa bresciana: il vescovo Gaudenzio (m. 406), infatti, che raccolse reliquie di martiri da altre città e persino dall'Oriente, per consacrare la sua basilica detta Concilium Sanctorum, non li nomina affatto nei suoi sermoni. Il più antico documento che li ricorda è il Martirologio Geronimiano al 16 febb.; ma ciò non induca in errore perché, se la prima redazione di quest'opera risale all'inizio del sec. VI, i codd. più antichi oggi esistenti, risalgono al sec. VIII. La lettura dei latercoli del Geronimiano presenta, osserva A. Amore, però delle serie difficoltà: a prescindere dall'indicazione topografica in Brittania (Bern.) o in Brittaniis (Eptern. e Wiss.) che può ritenersi un falso completamento della sigla originale Bri (= Brixiae), i codd. non sono concordi nella grafia dei nomi e per conseguenza sulla figura dei santi. Mentre il Bern e l'Eptern, hanno rispettivamente: Faustiniani et Ioventiae, e Faustiniani et Iuventiae, il Wiss: ha Faustini er Ioventiae. A risolvere la questione del primo nome ci aiuta un testo di s. Gregorio Magno, il quale scrive: "beatus Faustinus martyr in cuius ecclesia corpus (Valeriani) fuerat humatum". Il secondo nome però è evidentemente quello di una donna e così lo interpretò anche Usuardo che, inserendo i due santi nel suo Martirologio, scrisse: "Faustini et Ioviae virginis". Soltanto il codice Rich. ha l'attuale grafia Iovittae, ma esso è molto più recente degli altri e dipende certamente dalla passio, come si deduce dal fatto che pone il dies natalis al 15 febb. come questa, e non al 16 come gli altri codd. Una traslazione delle reliquie da S. Faustino ad Sanguinem a S. Faustino Maggiore sarebbe avvenuta tra il 720 e il 730. Il loro culto è provato dal dono fatto nell'806 da parte dell'abate di Montecassino, Petronace, di preziose reliquie al posto di altre di S. Benedetto. A. Amore fa risalire all'806 in occasione di una traslazione dei corpi dei santi il fatto che le reliquie vennero distribuite ad altre città. Il Ritmo Pipiniano di Verona, composto all'inizio del sec. IX, attesta che reliquie di F. e G. esistevano nella chiesa di S. Stefano; il patriarca di Aquileia, nell'828, pose reliquie dei due santi nella chiesa di S. Giorgio, e il vescovo di questa città, Bilongo, nell'850 lasciava dei beni alla chiesa dei santi F. e G. di Brescia. Dal sec. IX la personalità dei due martiri, grazie alla passio, è definitivamente fissata e il loro culto acquistò sempre più incremento. Il culto già molto esteso nel sec. VIII, per iniziativa particolarmente dei Longobardi, ed in seguito per merito di monasteri, si andò ulteriormente sviluppando. Brescia ebbe i suoi epicentri nelle chiese o titoli dedicati al culto dei martiri. Fra questi il più antico è quello di S. Faustino ad sanguinem (v.). Altri due titoli faustiniani pure antichissimi furono le due cappelle di S. Faustino in castro e di S. Faustino super portam, ambedue ricordati in documenti anteriori al secolo XI. Il primo, erroneamente chiamato anche S. Faustino in carceribus, è l'attuale oratorio di S. Maria delle Consolazioni ceduto da Eugenio III alla giurisdizione del Capitolo del Duomo con molte altre cappelle della città e del contado; il secondo è chiamato attualmente S. Faustino in riposo, il piccolo ma antichissimo oratorio di Porta Bruciata. Ad essi alcuni studiosi aggiungono quello di un santuario fondato da S. Onorio (sec. VI) in luogo del quale vennero eretti poi la basilica e il monastero di S. Faustino maggiore. Questo monastero e gli altri oltre al comune di Brescia, diffusero ampiamente il culto dei santi in parecchie località della diocesi. Nella Valle Camonica tre chiese parrocchiali hanno il titolo dei SS. Faustino e Giovita, quelle di Darfo, Bienno e Malonno, e tutte tre hanno avuto origine dai monaci di S. Faustino Maggiore; dagli stessi monaci furono fondate le cappelle di S. Faustino che si trovavano a Corticelle, a Comezzano, a Ville di Marmentino, ed a Memmo di Collio in Val Trompia, a Fasano ed a Montemaderno sulla Riviera benacense, a Ponte S. Marco presso Calcinato, nella località suburbana di Codignole, dove i Santi Faustino e Giovita - eccetto che a Corticelle - restano ancora i titolari delle rispettive chiese e parrocchie. Alla diffusione del culto dei santi martiri nella nostra diocesi cooperò efficacemente anche l'opera del Capitolo della Cattedrale. Caionvico, Chiari, Sarezzo, la pieve di Casalmoro presso Asola, Torbiato Camignone e Colombaro in Franciacorta, Siviano sull'isola del lago d'Iseo, Botticino e Caionvico, ebbero ed hanno ancora il titolo dei Santi Faustino e Giovita, perché chiese e cappelle soggette alla giurisdizione del Capitolo in forza dei privilegi papali. A queste si devono aggiungere la cappella di S. Faustino in Bareliaca o Bordiaca a Bione, quella di S. Faustino nella pieve di Quinzano, divenuta poi la parrocchiale, gli oratori di S. Faustino alle Gerole di Borgosatollo, di Vobarno, di Ceto, di Camignone, di Offlaga, di Manerbio, dei quali si hanno memorie e documenti fino dal secolo XIV o XV. Inoltre chiese sono loro dedicate a Padernello, Soprazzocco Inf. ecc. E da questo prospetto riassuntivo possiamo facilmente conoscere quanto esteso fosse nella nostra diocesi il culto dei due martiri, che insieme coi due vescovi Apollonio e Filastrio erano invocati e onorati quali protettori o patroni della Chiesa bresciana. Fiere si tengono a Sarezzo, Chiari ecc. e sagre in più luoghi. Grazie al vescovo bresciano Onorio e al monaco Petronace, abate di Montecassino e all'influsso dei monasteri, specie benedettini, il culto dei santi si diffuse nel sec. IX a Milano ed a Como, dove troviamo memorie del culto dei Ss. Faustino e Giovita promosso dalla pietà dei monaci longobardi e dalle generose oblazioni dei loro principi. Nella famosa Isola Comacina di fronte a Lenno, sul lago di Como, rimangono i ruderi di una basilica longobarda intitolata ai nostri santi martiri. Lo scambio di forme liturgiche e di devozioni fra diocesi contermini portarono come ricorda P. Guerrini tale culto nel Veronese e nel Trentino. A Cremona la chiesa dei Santi Faustino e Giovita fu eretta nel 1126 da un certo Agostino da Bordolano, col consenso del vescovo Uberto. Fu dapprima un titolo con beneficio per un sacerdote, poi divenne parrocchia, e come tale rimase fino al 1788. Era situata nell'antica Contrada dei Coltellai, e gli orefici cremonesi vi tenevano la loro Disciplina o Confraternita, sotto la protezione di S. Eligio. Dopo la soppressione, fu indemaniata, venduta e ridotta dai proprietari a botteghe di mercerie. Nell'agro pavese si ha memoria di una cappella o chiesa intitolata ai martiri fin dal secolo XI, e precisamente in una carta del 1170 conservata nell'Archivio di Stato di Milano. Era situata fra Albairate e Cislano, e la località era chiamata con l'antico nome di Verdesiacum, oggi Verdezago. Carte dell'Archivio di Milano, fanno risalire a più di un secolo prima l'esistenza di quella cappella, la quale nell'anno 1054 era donata al monastero di S. Vittore al Corpo in Milano da un certo Gotofredo di Aicardo da Barate. Questa cappella era stata eretta presso un antico casale romano, e rimane ancora, trasformata e parecchie volte riedificata, alla cascina denominata la Faustina nel territorio di Albairate, dove alcuni anni fa il prof. Alberto Pisani Dossi scopriva una vasta necropoli con molti oggetti, medaglie, rottami e ruderi di antiche costruzioni romane e preromane. Nella diocesi di Parma prendeva il nome dai martiri l'antichissima pieve di Sorbolo, chiamata nei documenti del secolo XI, pieve di S. Faustino. Per il fatto che il territorio di questa pieve si stende ai piedi della storica rocca di Canossa, nei confini attuali delle tre diocesi di Parma, Reggio e Guastalla, ha fatto pensare al Guerrini che l'introduzione del culto dei nostri martiri ai piedi dell'Appennino emiliano sia dovuto al vescovo di Brescia Goffredo di Canossa, prozio della contessa Matilde, che nella rocca famosa della sua famiglia erigeva una chiesa capitolare in onore del nostro S. Apollonio, fondandovi anche un collegio di canonici per l'officiatura quotidiana; è pieve dedicata ai santi quella di Ruberia (Reggio Emilia). Anche nella città di Piacenza vi era un'antichissima parrocchia dedicata ai Santi bresciani Faustino e Giovita. Si trova già accennata in un documento dell'anno 1123, riportato dallo storico Campi, e stava presso la grandiosa e bellissima chiesa di S. Francesco. La parrocchia fu soppressa nel 1818, e la chiesa poco dopo distrutta. Essa entra nella lunga serie di relazioni ecclesiastiche e civili che Piacenza ebbe con Brescia nei secoli XII e XIII, specialmente per la giurisdizione del monastero di S. Giulia sul monastero di S. Sisto, per le questioni sul porto piacentino, per la breve signoria dei marchesi Pelavicino a Brescia e la permanenza a Brescia di due Vescovi piacentini, Uberto Fontana ed Enrico Sessa, e del relativo seguito di clero e di nobili. Tra i luoghi emiliani dove il culto dei santi fu vivo fin dal medioevo vi è Modena dove esiste una chiesa suburbana loro dedicata e davanti alla quale era eretta la colonna e la croce di S. Faustino. Una chiesa loro dedicata esisteva nella canonica di Reggio fin dal sec. IX. Chiese sono loro dedicate a Rieti, Viterbo e Roma (dove era dedicata oltre la chiesa anche la Compagnia dei Bresciani), nel Veronese, nel Vicentino ecc. I santi erano venerati assieme a S. Marziale uno dei sette fratelli (nella Badia di Leno), anche a Colle Val D'Elsa (Siena) dove una leggenda voleva fossero stati ospitati i santi. Quella arcipretura di grande importanza intitolata ai nostri patroni, era una dioecesis nullius, indipendente perciò dall'episcopato di Volterra dalla quale avrebbe dovuto dipendere territorialmente; soggetta invece direttamente alla Santa Sede, rivestendo con ciò autorità e giurisdizione quasi episcopale. Vivo il culto anche nel Trentino. Tra le altre chiese ai santi è dedicata una chiesa a Ragoli, dipinta da Cristoforo Baschenis. Il miracolo della difesa di Brescia da parte dei santi è dipinto in affresco murale a Bondone di Trento. Circa il culto dei santi come ricorda Masetti Zannini la prima testimonianza è quella che si legge nei Dialoghi di S. Gregorio Magno, che ricordano un Vescovo di Brescia (forse Berticano, eretico) che concedette ad un personaggio chiamato Valeriano simoniaca sepoltura presso la tomba dei S.S. Martiri Faustino e Giovita, che suscitò l'intervento miracoloso del Santo a togliere lo scandalo. Più tardi, cioè nel secolo IX, troviamo che tre Vescovi furono sepolti nella Basilica di S. Faustino, Anfridio, Pietro e Ramperto. Anfridio, anzi, morì improvvisamente mentre stava pregando davanti all'urna dei S.S. Martiri Faustino e Giovita, come ci viene ricordato dalla seguente iscrizione: "HIC IACET BEATUS AMPHRIGYUS EPUS QVI IN ORANDO CORAM .S. FAVST. ET IOVITA ANIMAM DEO REDDIDIT" Tra il 720 ed il 730 avvenne la traslazione dei corpi dei S.S. Martiri Faustino e Giovita dal Cimitero di S. Latino sulla via Cremonese fuori porta Matolfa, alla chiesa di S. Maria in Silva fuori dalla porta milanese, che già nell'VIII secolo era chiamata porta di San Faustino e Giovita. Un episodio di particolare interesse storico e religioso è lo scambio delle Reliquie dei bracci di S. Benedetto e di S. Faustino, tra il Vescovo di Brescia Apollinare e l'Abate di Montecassino Petronace da Brescia, avvenuto verso l'anno 730. La preziosa reliquia di San Benedetto venne conservata nella Cattedrale di Brescia. Da Montecassino, dove era stato portato il braccio di S. Faustino, si diffuse subito il culto di questo Martire Bresciano nei vari monasteri benedettini sparsi in tutta l'Europa; infatti in un Ordine monastico di Montecassino, che si trova in un Codice di S. Uldarico di Augusta scritto verso il sec. IX si pone tra le feste più solenni di Montecassino quella di S. Faustino e Giovita. Il 9 maggio 843 lo stesso Ramperto trasportò con grande solennità le reliquie dei S.S. Faustino e Giovita dalla chiesa di S. Maria in Silva a S. Faustino Maggiore, come ci viene ricordato dal Codice Tolonese-Vaticano 540 del sec. XII. Quanto alle "invezioni" delle reliquie dei martiri il Martirologio bresciano ricordava all'11 dicembre l'"invezione dei santi martiri Faustino e Giovita nella propria chiesa, col plauso di tutta la città, poiché fino allora erano rimaste nascoste e senza venerazione le loro sacre ossa in luogo a tutti ignoto". Si tratta dell'invenzione avvenuta l'11 dicembre 1455 a cura dell'Abate Don Bernardo Marcello, patrizio veneto, il quale facendo rimuovere l'altare nell'antica cripta della sua basilica trovò un'arca marmorea con molte casse di piombo ripiene di reliquie, e fra queste i due corpi dei santi martiri indicati da una tabella di piombo. Nella vita di San Carlo Borromeo, scritta dal dott. Giampietro Giussano e stampata a Brescia nel 1709, si legge che San Carlo nella visita apostolica fatta alla Diocesi di Brescia nel 1580, "tentò di riconoscere le reliquie dei Santi Martiri Faustino e Giovita, protettori di quella città, per estinguere un'antica controversia tra le due Religioni (Canonici Lateranensi e Monaci Cassinesi) ciascuna delle quali pretende di averli nella sua Chiesa; ne fece far processo, ma per essere causa gravissima che ricercava lungo tempo, la lasciò indecisa, ancorché comunemente si tenga che si conservino nella chiesa dei Santi Faustino e Giovita dell'Ordine Cassinese dove è l'arca marmorea assai decente a loro dedicata". Nel 1623 avvenne una nuova solenne ricognizione dei corpi dei santi che vennero ricomposti nell'arca monumentale che ancora si ammira. Una ricognizione sommaria e informale venne compiuta nel 1949 dal francescano p. Timoteo. Anche l'iconografia dei santi patroni presenta elementi di vivo interesse. Una delle prime immagini è quella a sbalzo della croce di campo, innalzata sul Carroccio, dove le teste dei due fratelli, avulse dal corpo, non presentano altro attributo che la giovane età ed occupano il braccio corto dell'argentea croce (princ. sec. XII; Duomo Vecchio). Tale presenza spiega poi come siano rappresentati spesso in veste di guerrieri. Ma parallela a tale raffigurazione è quella che li vede in veste di sacerdote (Faustino) e di diacono (Giovita). Non è vero che la prima sia preferita dall'autorità civile la seconda dal popolo. In effetti alcuni artisti, come il Foppa, il Moretto, il Romanino ed il Gandino, li rappresentano seguendo ora l'uno ora l'altro modulo, oppure altri artisti seguendo entrambi i moduli in una stessa opera, come lo scultore del monumento di S. Apollonio. Come sacerdote e diacono (tipologia questa derivante dalla "passio"), sono raffigurati nelle monete cittadine del sec. XIII, nel sarcofago del vescovo Berardo Maggi (1308), nel trittico che li accomuna a S. Onorio in una scultura della fine del sec. XV o principio del sec. XVI, nelle sculture della porta Matolfa (inizio del sec. XVI, oggi al museo cristiano), nella pala di Vincenzo Foppa per S. Faustino in riposo, nello stendardo delle S.S. Croci del Moretto (1520), nella tela del Romanino di S. Maria Calchera, in affreschi di S. Faustino Maggiore di Fasano ecc. Sono sia in vesti liturgiche che in quelle militari nell'arca del vescovo S. Apollonio del 1510 (nel fastigio sono raffigurati in armatura, nell'alto rilievo in ampie toghe), una xilografia dell'edizione del 1534 della "passio", ecc. Coperti di armature compaiono in rozzo bassorilievo del 1254, di Porta Pile (ora al Museo Cristiano) nel sarcofago del vescovo Lambertini del 1349. Tale raffigurazione viene rinvigorita dalla "apparizione" del 1438. Come guerrieri li raffigura il Foppa nel quadro della collezione Contini Bonacossi di Firenze, in una xilografia della prima edizione della leggenda del 1490. Poi le raffigurazioni diventano meno marziali e più che guerrieri i santi sembrano paggi di corte. Cosi è in una tela del Romanino, in S. Valentino di Breno, nelle ante d'organo dipinte dal Moretto nel 1518 per il Duomo Vecchio di Brescia e oggi in S. Maria Valvendra di Lovere, sulla tela del Carpaccio per S. Giovanni di Brescia (1519) perduta ma di cui resta un disegno nel Gabinetto delle stampe di Dresda, in una tela del Romanino nella Pinacoteca Tosio Martinengo, in tele di A. Gandino (nella parrocchiale di Ospitaletto) di P. Marone, del Cossali, in statue ecc. Alla metà del 1200 vennero raffiguranti in monete un "grosso" bresciane in veste rispettivamente di sacerdote e diacono. I santi ricompaiono in una medaglia del secolo XIX probabilmente legata alla grave epidemia di colera del 1855 in cui vennero celebrati riti di propiziazione ai santi patroni e alle SS. Croci, notiamo San Faustino che getta a terra l'elmo e la spada mentre trattiene la palma del martirio, anche perché in quel frangente cittadino, solo la santità dei patroni poteva avere un significato. Anche più recentemente quando a Chiari, pur essa legata al culto bresciano, venne eseguita una medaglia commemorativa coi Santi Faustino e Giovita. Lo scultore Repossi opportunamente li restituì, rivestendoli coi sacri paramenti, alla loro originaria visione di santità. Il culto dei santi ebbe un nuovo rilancio da un fatto straordinario che sarebbe avvenuto nel dicembre 1438, durante l'assedio stretto dalle truppe viscontee guidate da Nicolò Piccinino, intorno a Brescia e che avrebbe costretto il generale a togliere l'assedio. Poche settimane dopo, il 10 gennaio 1439, il dott. Nicola Colzà, vicentino, vicario del Podestà di Brescia, scriveva all'amico suo dott. Nicola Chieregato di Vicenza la narrazione del tremendo assedio: "Molti poi, anche reputatissimi riferirono di aver udito dai nemici che nel mezzo del conflitto furono veduti due personaggi coperti d'armi d'oro, ma con aspetto minaccioso e quasi divino spargere il terrore tra i nemici e rovesciarli dalle barriere per cui taluni pensano che venendo meno le forze umane i chiarissimi Martiri e Patroni di questa città, vale a dire Faustino e Giovita abbiano voluto essi medesimi prendere il luogo ed il popolo sotto alla loro tutela". L'originale della lettera pubblicata più tardi a varie riprese, si trova nella Biblioteca di S. Marco a Venezia. Tale racconto fu poi esposto anche da altri autori contemporanei all'avvenimento e taluni di essi testimoni dell'assedio. (V. Brixia Sacra del prof. D.P. Guerrini, 1923). Quattordici anni dopo il fatto (1452) Lodovico Fuscarini, allora Governatore della terra bresciana in nome del Senato di Venezia, scrisse una lettera a S. Lorenzo Giustiniani - Patriarca di Venezia - in cui descrive il pio furore del popolo bresciano contro certi religiosi - detti i canonici di S. Giorgio in Alga (Venezia) e residenti a Brescia nel Convento di S. Pietro in Castello, perché sospettati di voler compiere il trasporto a Venezia dei Sacri corpi dei Martiri: e il Fuscarini dà la ragione di tale sommossa del popolo "memore appunto della liberazione del terribile assedio, quando furono visti dai nemici i Santi Patroni a proteggere la città, per cui il comandante Nicolò Piccinino perdette ogni speranza di impadronirsene e levò gli accampamenti. Tali lettere furono scoperte dal Card. Angelo Maria Querino, Vescovo di Brescia (sec. XVIII) in un codicetto manoscritto di casa Fuscarini a Venezia, di cui ebbe lode del Pontefice Benedetto XIV nell'opera sulla «beatificazione e Canonizzazione dei Santi" (Tomo III, Cap. X): furono poi stampate e se ne legge il sunto nella parte bresciana del Breviario in una delle cosiddette "Lezioni" il 15 febbraio, festa dei Santi Patroni. Sul viale del Castello a Porta Venezia al Roverotto, s'innalza un piccolo monumento dove sono effigiati i Santi Patroni in aspetto di guerrieri: tale bassorilievo si fa salire al principio del secolo XVI e porta un'iscrizione che tradotta dal latino dice: "... Presso questo luogo del Roverotto gli incliti Martiri di Cristo Faustino e Giovita furono visti dai nemici a combattere per i concittadini e per le patrie mura: tutti (i cittadini) di Brescia per tanto prodigio e per pubblica attestazione di pietà, vollero fatto (questo monumento). Ciò apparve l'anno 1438 nel mese di dicembre". Dell'avvenimento vi è un'eco letteraria in un curioso libretto di 24 pp. non numerate, intitolato: IL Fioretto (delle antiche) et moderne Croniche) della Magnifica Città di Brescia (Tradotto in ottava (rima) Per Stefano Mantovano et il (Fortunato) Aggiontovi alcune belle memorie di cose successe in (diversi tempi) Cosa dilettevole da in (tendere) Ne più stampata, scritto - come dice l'autore nella breve prefazione - per le genti idiote et vulgare come un compendio delle storie più ampie del Capriolo, del Corio, del Merula e di altri (egli ignorava il Malvezzi e il Soldo), gli sono dedicate quattro ottave di intonazione molto popolare, ma notevoli per l'accenno al monumento dello spalto del Roverotto, accenno fatto da nota marginale dall'autore medesimo. Il libro stampato in Brescia appresso Vincenzo Sabbio, non porta indicazione dell'anno di pubblicazione, il quale però non può essere anteriore al 1553 perché la breve cronaca bresciana, che accompagna in fine le strofe del Fioretto arriva fino al 1553. Ai santi si ricorse in tempi calamitosi, come il 15 maggio 1721, alla notizia di un contagio diffusosi in Tolone. Solenni festeggiamenti ebbero luogo dal 6 al 13 maggio 1920.