SUARDI o Soardi

SUARDI o Soardi

Famiglia nobile bergamasca, fra le più illustri, qualificata quale "magna Suardorum domus". Ritenuta di origine longobarda si ritiene che abbia avuto il suo capostipite in certo Pietro detto Suardo (1031-1078), figlio di Lazzaro, giudice del Sacro Palazzo (976-1011), e abbiatico di Lanfranco, pure giudice, il quale professava "natione mea lege vivere longobardorum". Da questo Pietro ebbe dunque origine la famiglia Suardi; ma la nobiltà era anteriore all'origine del cognome, perché nobile era l'ufficio di giudice del Sacro Palazzo. I discendenti di Pietro detto Suardo, si moltiplicarono in modo sorprendente e diedero origine a varie diramazioni e a nuove denominazioni quali i Martinoni, i Ruggeri, e particolarmente riguardanti Brescia: i Secco-Suardo (v.) discendenti di Marco, detto Lurano, figlio di Lodovico del ramo dei Ruggeri e di Maria Secco. Ghibellini, non è stata mai messa in dubbio la loro fedeltà imperiale: Teutaldo con diploma del 20 gennaio 1330 fu creato cavaliere e conte palatino dall'imperatore Lodovico il Bavaro, privilegio che l'imperatore Rodolfo II nel 1584 confermò in perpetuo alla famiglia Secco Suardo. Nel medioevo i Suardi tentarono più volte di impadronirsi di Bergamo, del popolo della quale furono più volte capitani, mentre altri furono podestà in varie città. Importante è ciò che scrive Paolo Guerrini cioè che i Suardi abbiano avuto origini comuni con gli Oldofredi e i Della Corte di Iseo, lasciando le loro propaggini in famiglie minori gravitanti tutte attorno al lago Sebino, centro storico importante poiché era uno degli sbocchi della strada di Alemagna. Nel 1407 Franceschino qd. Baldino Soardi sposava Giacoma Isei.


Nobili rurali, secondo il Monti, erano già compresi nella Matricola Malatestiana del 1406-1409, ed appartennero al patriziato bresciano prima della "serrata" del Nobile Consiglio del 1488. Alessandro Pontoglio Bina ha però precisato quanto segue: «le notizie del Monti sui Suardi contengono alcuni errori che credo dipendere dalla trasposizione della parentesi; quest'ultima dovrebbe essere posposta dopo "... del Nobile consiglio del 1488". Infatti i Suardi non figurano nella cosiddetta "Matricola Malatestiana dei Nobili Rurali" o "Codice 42 di Fano", dove figurano dei "de Suare"ma è assai dubbio si possa parlare dei Suardo. Infatti il "Petrus Suardini (Pietro figlio di Suardino) in Yseo" della riga 1438 del registro, di cui alla partita fiscale 257 ("fo. CCLVII"), sembra corrispondere col "A Petro quondam Soardini de Yseo nobile in Pischeriis ab eodem Petro Soardini" delle righe 747 e 748 del registro, di cui alla partita fiscale 252 ("fo.CCLII"); la differenza di cinque numeri nella partita, sembrerebbe solo un errore di scrittura del funzionario, o della trascrizione del Manaresi, o più probabilmente una continuazione su altro foglio della partita, perchè quel foglio su cui erano inizialmente annotati era finito. Così non risulta che i Suardi fossero Patrizi Bresciani prima della "Serrata" del 1488: nell'elenco dato dal Monti stesso (alle pagg. 90-91-92) e che risale circa al 1538, essi non figurano inseriti». Nel 1408 Pandolfo Malatesta acquistò dai Suardi e dai Colleoni per 30 mila scudi la città di Bergamo.


I Suardi approdarono a Brescia nella grande emigrazione bergamasca dei sec. XIV-XV. Sono due particolarmente i rami che si stanziarono nel bresciano e che assursero a nobiltà: quello cittadino e quello di Iseo. Il ramo principale discende da Teobaldo o Teutaldo (sec. XIV) attraverso Romelio, Giacomo, Giovanni Fabrizio. Questi aveva sposato Maria Lupatini, di una famiglia bresciana particolarmente potente specie nella Bassa (Ludriano, Rudiano, Castrezzato e dintorni), dalla quale ebbe Nestore che ebbe due figli: Fabrizio (n.1481) e Giacomo (n.1484) che nel 1517 presentavano polizze d'estimo separate e allargarono le loro proprietà in provincia, a Ludriano, dove divennero proprietari di case e terreni. Fabrizio non ebbe discendenza. Continuò invece il ramo di Giacomo con Giovanni Battista (n. 1508), Fabrizio (n. 1539), Gio.Battista (n. 1561) marito di Veronica Maggi, dalla quale avrà due figli: Fabrizio (n. 1598) che fu Soprintendente del regno di Candia, nominato governatore di Corfù che raggiunse il 2 febbraio 1628, e Francesco (n.1601). Questi due fratelli nel 1641 oltre al castello ed a 366 piò di terra a Ludriano, già da parecchi anni avevano comperato una casa presso S.M. Calchera e possedevano inoltre a Comezzano la breda Maggi con circa 200 piò e la Gavazza a Orzinuovi con 15 piò circa. Nel sec. XVII i Suardi avevano proprietà, oltre che a Brescia e Ludriano, a Comezzano, Adro, Orzinuovi, Torbiato (con la chiesa di S. Antonio) (v. Torbiato), Roccafranca, Cologne ed Erbusco avute per eredità specialmente dai Rovati. La villa di Ludriano passò poi ai Folonari ed ai Bertolotti di Bergamo. Da Bartolomea Marenzi qd. Bernardo e qd. Giulia Fenaroli, Francesco ebbe vari figli dei quali soltanto Giacomo (n. 1636) da Maria Rovati ebbe discendenza: Francesco (n. 1678) e Fabrizio (n. 1681). Questi due fratelli costruirono due belle dimore: il Labirinto e il palazzo ora Bruni Conter e trasformarono nel 1723 il castello di Ludriano in una bella villa. Soprattutto grandi possibilità aveva Francesco che aveva ereditato dall'avo materno Luigi Rovati il palazzo in Brescia, che è l'attuale canonica di S. Alessandro, la rocca di Roccafranca con 318 piò e la casa Mandola (o Mirandola?) con 141 piò a Cologne. Si aggiungano a questi beni i 630 piò di Ludriano e i 470 di Orzinuovi. Francesco dalla moglie Livia Duranti non ebbe che un figlio, Giacomo, morto a nove anni e Fabrizio ebbe soltanto un figlio Gio.Battista (1711-1767) (v.) poeta e scienziato, il quale dalla N.D. Cecilia Curti, ebbe un figlio, Pietro (1757-1836) e due figlie: Giulia sposa di Alessandro Ugoni qd. Ottavio ed Elisabetta sposa di Antonio Soncini. Pietro sposò Lelia, figlia del conte Leopardo Martinengo da Barco, ma non ebbero figli e finirono con l'adottare certo Antonio De Gasperi da loro allevato fino dall'infanzia. A lui cedettero la sostanza riservandosi l'usufrutto. Morirono poi ambedue nel 1836. Il De Gasperi vendette poi il palazzo di via Trieste 39 che, di mano in mano passò ai nob. Bruni-Conter. I Suardi acquistarono nel sec. XVIII dai Maggi la casa di via Trieste 37, con affreschi del 1556 di L. Gambara, rivenduta poi nel 1830 a Tommaso Fenaroli. Gli affreschi andarono distrutti verso la fine dell'Ottocento. I Suardi ebbero la tomba di famiglia in S. Francesco.


Contemporaneamente a questa famiglia, esistette nel Bresciano un altro ramo dei conti Suardi, che mons. Fè d'Ostiani afferma essere stato del tutto distinto dall'altro, non avendo le famiglie in comune altro che il cognome e l'origine bergamasca. È il ramo discendente da Suardino "de Suardis de Iseo" e da suo figlio Pietro che, assieme al fratello Giorgio, viveva in Adro "viri nobiles" o "more nobilium". Qui trascorse la famiglia alcuni secoli, conducendo vita modesta, fino alla metà del '600, quando si trasferì a Brescia, ma conservò la proprietà di Adro anche nel '700. Il Lechi ha tracciato un'accurata genealogia della loro discendenza. Marco, figlio di Pietro, era notaio in Adro almeno dal 1463. Nel "Registro Veneto dei nobili detti rurali o agresti del 1426-1498" è citato vivente in Adro "Bernardus qd. Marci de Suardis". Si tratta di Bernardino, figlio di Marco, anch'egli notaio, mentre un altro figlio, Gio.Angelo ebbe, dalla moglie Antonia, Marco e Pietro, e quest'ultimo fu padre di Prudenzio (n. 1544). Da Prudenzio non nacque che Medea che andò in sposa ad Adriano Girelli della famiglia abitante nel vicino Erbusco; da Marco nacque Pietro (1570) che da Vittoria Besteca ebbe Antonio e Suardo (n. 1606). La famiglia è nominata in quest'epoca anche dal catastico di Giovanni da Lezze (1609-1610) tra quelle nobili residenti ad Adro. La famiglia continuò con Francesco Bernardino (1641- viv. 1721) che ebbe quattro figli: Giovanni Battista (n. 1671), Lauro Antonio, Pietro Ferrante e Carlo. Continuò la discendenza il figlio di Pietro Ferrante, Marco, giureconsulto del Collegio. Costui da Daria Franchi ebbe Pietro (v.) (n. nel 1746) che fu persona di spicco, presidente della Repubblica bresciana nel 1797. Sposò Marianna Fenaroli ed ebbe due figlie: Camilla (1777-1836) e Daria (1773-1835) sposa a Luigi Dattier. Con loro si estinse questo ramo. Questi Suardi abitarono dapprima in casa d'affitto, trasferendosi poi a S. Benedetto, al Cavalletto e, infine, in contrada delle Muse (oggi Via Grazie, 21).


Un altro ramo dei Suardi o Soardi si ritiene immigrato nel sec. XVIII dalla riva bresciana o bergamasca del Sebino, prendendo dimora a Nozza e a Sabbio Chiese. Lo stemma da essi usato è comunque diverso da quello antico e tipico col leone rampante dei Suardi o Soardi di Bergamo e di Brescia: "Fasciato di quattro pezzi d'oro e di rosso, con il capo d'argento alla S maiuscola di nero sostenuta da due cervi al naturale, nascenti dalla partitura" (alias: troncato, con i cervi d'oro). Stemma dei Suardi bresciani: "di rosso, al leone rampante fasciato d'oro e d'argento; col capo d'oro all'aquila di nero coronata". Nel 1520 un Suardi veniva ucciso assieme ad un Lovatini e ad un Provaglio. Un F. Suardi ha pubblicato: "Cenni storici intorno all'insigne santuario della B.V. delle Grazie in Brescia" (Brescia, Pavoni, 1877, 48 p.).




PALAZZO DI VIA TRIESTE, 39, poi BRUNI-CONTER. Ricostruito sopra una precedente abitazione dai conti Fabrizio e Francesco tra il 1730 e il 1740 su progetto e sotto la direzione dell'architetto Antonio Turbini. Secondo la tradizione intervenne anche il conte G.B. Suardi, noto letterato, scienziato e dilettante di architettura civile. Il palazzo presenta, secondo quanto ha scritto Fausto Lechi ("Le dimore bresciane" VI, 27): una facciata chiara, aperta, distesa, con pochi elementi architettonici, ma distribuiti con sobria eleganza. Le finestre dei tre piani sono incorniciate da stipiti a basso rilievo assai eleganti. Così pure il frontone in alto, al centro, cui fu data non la solita forma triangolare, ma curvilinea (al centro in stucco un medaglione di un guerriero con trofei di bandiere). Soprattutto il portale merita una speciale attenzione. L'arco vero e proprio accenna ad un bugnato normale, simile ad altri in Brescia, ma la fantasia dell'architetto ha ideato, con gusto originale, di appoggiarvi due pilastri, triangolari in sezione e leggermente piramidali al rovescio, con piccoli mascheroni e festoncini. Sulla parte superiore le architravi, a fasce, sorreggono, in luogo del fregio, due mensoloni accostati sui quali appoggiano le cornici, anch'esse triangolari e piuttosto robuste per sopportare il peso di due grandi ricci carichi di festoni a grappolo. Sotto l'androne, che ha il volto ad unghie, tipico del secolo XV, si apre a sinistra l'ingresso dell'antica sala, la "caminada" quattrocentesca, della quale rimangono la bellissima cornice di porta, a bastoni dentellati in contrasti che si alternano, e il soffitto, di grande importanza per la ricchezza delle mensole sagomate, delle cornici e delle tre travi, che dividono gli scomparti a travetti, abbellite da tavolette curve con stemmi e ritratti. E questo, sottolinea il Lechi, uno dei più belli e notevoli soffitti, di quella specie che è singolare della nostra città. Seguono locali affrescati nel '700 con belle allegorie". Il portico è a cinque campate, con colonne toscane e con altre tre campate a sera, mentre sono a mattina le arcate segnate da paraste. Le pareti del cortile sono abbellite da fregi dipinti, lesene, ecc. "La pianta del palazzo - continua il Lechi - presenta lo schema, diremmo, di prammatica bresciano, e perciò sul lato a sera del portico ha inizio lo scalone, ampio a due rampe con balaustrata in pietra di sagomatura potente". Ricco di stucchi e di un soffitto affrescato raffigurante Venere scoperta dal Tempo e sulle pareti due grandi tele raffiguranti: Coriolano e la famiglia e un atto di clemenza di un imperatore. Nella galleria il soffitto è pure decorato con un medaglione raffigurante Diana e Endimione e fra le volute stanno piccoli ovali con prospettive. A mattina si apre una grande sala d'onore con il volto riccamente decorato a fresco; una grande cornice a volute, fiori e fregi barocchi occupa gran parte del volto e in essa si aprono quattro squarci dai quali appaiono, a mezza figura, alcune divinità rappresentanti gli elementi. Nel medaglione centrale c'è il trionfo di Apollo scortato dai principali dei dell'Olimpo. Proseguendo verso sera, veniva il grande salone da ballo, suddiviso purtroppo nel 1905, in sei più piccoli ambienti; il soffitto affrescato fu risparmiato e lo si può vedere salendo ad un ampio solaio. L'affresco mostra divinità nella complicatissima cornice ed al centro un'allegoria altrettanto complicata: il Tempo, bendato, che non vede un guerriero che sale all'Empireo accompagnato da una dea. Nelle ultime due sale verso sera vi sono affreschi nei medaglioni dei volti con donne e putti, e prospettive negli ovali della cornice. In questo primo piano vi sono due salotti nell'ala verso mattina con ottime decorazioni del primo Ottocento: in un soffitto vi è Psiche e Amore, nell'altro Enea che fugge con Anchise. Fregi e medaglioncini stanno anche lungo le pareti. Il Lechi fa notare come sia "singolare" ed "eccezionale" in Brescia la prospettiva a colonnato e cancelli che separa il cortile dal giardino. La prospettiva è composta da tre archi maggiori e da due minori, racchiusi, questi, negli intercolumni centrali, mentre il coronamento superiore è composto da una balaustrata in colonnette di pietra. Sempre secondo il Lechi, di grande importanza è pure la piccola prospettiva a mezzodì del palazzo, al di là della strada nel piccolo giardino con una notevole statua in marmo di Nettuno nella nicchia di fondo e con due bei putti che folleggiano sull'arco attribuiti a Santino Calegari. Nel palazzo vi è una fontana disegnata nel 1760 dall'ab. Antonio Marchetti. Il palazzo passò da Pietro Suardi al figlioccio Antonio De Gasperi. Da questi ad un Gaddi di Milano e subito ai Noy fino a quando nel 1885 venne acquistato da Francesco Conter che lo lasciò nel 1903 al nipote Alessandro Bruni che ne assunse il cognome come secondo. Il palazzo subì alcune trasformazioni interne nel 1905 ed esterne nel 1913. Una parte del giardino esterno venne sacrificata per collocarvi il monumento a N. Tartaglia. Dopo l'8 settembre 1943 il palazzo venne occupato dall'Istituto Poligrafico dello Stato e poi dal Comando della polizia politica della RSI. Dal 25 aprile 1945 a tutto il 1951 fu sede dell'UPSEA.




PALAZZO SUARDI poi MERLI AL LABIRINTO, IN VIA LABIRINTO 320. "Complesso - scrive Fausto Lechi ("Dimore" VII, 33) - di primaria importanza sia per l'idea architettonica sia per le adiacenze veramente signorili ed uniche nella nostra provincia. È una delle più alte realizzazioni di quel geniale architetto che fu Antonio Turbini (1676-1756) che proprio in quegli anni (1730-1735) stava completando per i Suardi il palazzo di via Trieste. L'architetto si trovò di fronte a due problemi: quello di costruire una villa vera e propria in mezzo ad una grande tenuta e quello di uniformarsi al rigido schema imposto dai resti di un castello forse cinquecentesco probabilmente dei Martinengo Villagana. "Il risultato - scrive ancora il Lechi - è brillante e unico: la villa sorge come episodio architettonico grandioso e isolato in mezzo ad una distesa di verde rotta soltanto da fabbricati minori; in più è singolarissima per l'aspetto castellano che le è conferito, oltre che dai resti più antichi, anche da una certa rigidezza nei volumi e nei prospetti. Il Turbini ha sentito l'esigenza di correggere questa severità, non più in uso nel Settecento, proponendo una ricca e festosa decorazione alle finestre e sulle torrette ed innalzando quei bellissimi camini prolungati e resi monumentali alla guisa dei castelli francesi". Il fabbricato ha una pianta ad U, aperta a mezzogiorno e dà una sensazione di perfetta armonia sia nel portico di cinque arcate, sia nelle tre semplici facciate con un balcone centrale e piccole aperture sotto il cornicione a gronda. Semplice è anche la facciata a N che dà sul parco con un modesto balconcino in ferro centrale e con due torrette sugli spigoli coronati di obelischi in pietra. L'interno ha, al piano terra, una grande sala con volta affrescata con l'"Olimpo" di mediocre decoratore, del '700. A mattina una saletta con medaglia centrale raffigurante Bacco e Arianna di buona mano e poi la cantina; a sera una bellissima saletta a stucchi della fine del secolo XVIII già di sapore neoclassico. Nel medaglione quadrato della volta un imitatore del Teosa ha raffigurato Ercole accolto nell'Olimpo. Nelle due ali vi sono solamente locali rustici, salvo la piccola Cappella ricavata nell'ala di sera. Da sotto il portico, verso mattina, attraverso una delle due aperture ad arco, sormontata da un fregio barocchetto in stucco con scudo per stemma, si accede allo scalone, di due rampe divise da una balaustrata, con volta affrescata e che conduce al salone che ha volta decorata con prospettive e porte a legno grezzo. Decorate con affreschi settecenteschi sono le due sale a E e le altre due a O del salone. Nell'ala O si svolgono la galleria e due sale con decorazioni settecentesche mentre le sale a N sono vicine al neoclassico.


Il Lechi definisce "nobilissimo" il parco "unico nel suo genere" nel Bresciano "formato da un grande prato, lungo circa 250 metri e largo 60, attorno al quale corre un'antica carpinata doppia formante una verde galleria o bersò; a due terzi del percorso le gallerie parallele divergono e formano un'esedra trilobata la quale circonda un tempietto che sorge, bianchissimo, del verde prato. Il tempietto, invero, non è stato compiuto e oggi sorgono soltanto dodici colonne coi capitelli corinzi in pietra di Botticino, che però formano ugualmente uno sfondo delizioso nel grande prato". A sera sorgeva il "Labirinto", oggi scomparso che diede il nome alla villa. Il Lechi avanza l'ipotesi che dalle rovine del piccolo castello già in rovina nel '600, sia pervenuto il bellissimo stemma oggi murato nella vicinissima villa delle Caselle, che i Martinengo acquistarono nel 1630 dai Rovati.