PASPARDO
PASPARDO (in dial. Paspàrd, in lat. Paspardi)
Centro agricolo silvestre della Media Valcamonica. Si stende a 978 m. s.l.m. abbarbicato ad un breve ripiano di una ripida montagna, sulla sinistra dell'Oglio. Dista da Brescia Km. 81,4. Gli fanno corona il Tredenus, il Pizzo Badile, cima Barbignaga (2568 m.); lo sovrastano a oriente pascoli e boschi mentre a occidente scoscesi roccioni scendono su Capodiponte. Ha una superficie comunale di 10,32 Kmq. Nel sec. XI Pasquartum, nel sec. XII Pascardi, nel sec. XV Pasquardum, nel 1639 Paspardo. Da Cedegolo a Paspardo si stendeva un immenso castagneto che terminava a Paspardo per far posto ai larici. Pinete si trovano ancora al Dosso di Pozzolo, alla Plana, al Barbés. Sono considerate frazioni il Monte Colombè e Quarena. Numerose le baite come Flesso, Pusolo, Saline, Codinodo, Nusa, Colon Logneto, Rovinata, i Baitoni; attive fino a qualche tempo fa le Malghe Belvedere e Foppe. Altre località sono il Monfrino, il Buco delle Grole, i Molini.
ABITANTI (PASPARDESI): 600 nel 1567, 560 nel 1573, 513 nel 1842, 534 nel 1846, 615 nel 1861, 696 nel 1871, 742 nel 1881, 890 nel 1901, 936 nel 1911, 1018 nel 1921, 1028 nel 1931, 1094 nel 1936, 1205 nel 1951, 1266 nel 1961, 964 nel 1971, 827 nel 1981, 800 nel 1985. L'Olivieri, Maria Gallotti e lo Gnaga sono concordi nel far derivare il nome da "Pasculum aridum" giustificato dall'aridità del suolo, rubato alle pietre con enormi fatiche nel corso dei secoli. Tra le mete che sono raggiungibili dal paese vanno segnalati il Lago d'Arno, le cime Tredenus, il Re di Castello, il Monte Colombé (dove sorge, a 1700 m di quota, in una zona di particolare bellezza, un rifugio di proprietà municipale), il suggestivo laghetto Dernal (m. 2570), le cime Barbignaga e Dernal, dalle quali è possibile godere un'eccezionale vista. Paspardo assieme a Cimbergo nel giro di pochi decenni si è sempre più rivelato come una riserva di incisioni rupestri di grande importanza. Numerose le località dove sono venuti alla luce massi istoriati: Dos Lüera, Plas, Dos Custapeta, Dos Sulif, Castello, Dos Sottolaiolo, Valle, Valbascone, Bosca, Vite, fra i quali si intersecano e si sviluppano in diverse direzioni sentieri preistorici. Alla "Roccia degli Spiriti" per alcune figure che secondo E. Anati li richiamano, si incontrano un sentiero che sale da Capodiponte attraverso le cosiddette "Scale di Paspardo", e un altro più a N che tocca il Dos de la Lüera", il "Dos Baitì". Dalla Roccia degli Spiriti un sentiero sale verso la montagna e, passando dalla località "Plas" o "Capitello dei due Pini" e presso il "Dos de Costa Peta" e il "Dos Sulif", si inerpica verso il Lago d'Arno. Come ha scritto Ausilio Priuli la storia delle scoperte preistoriche è abbastanza recente, ma ha segnato tappe di notevole portata. La prima area di ricerca si prospettò nel 1857 al Capitello dei due Pini, ma diede frutti solo nel 1970 mettendo in rilievo sei massi incisi e databili dal Neolitico, alla prima e seconda età del Ferro, per salire fino all'alto medioevo. Nel frattempo, nel 1964 e poi nel 1971 e 1976, in località Custapesa o Custapeta emergevano reperti delle più varie epoche. Nel 1970 emergevano nelle località Rocca e Altar ben diciotto massi incisi databili fra l'età del Bronzo e l'età del Ferro oltre a tre massi incisi databili fra la prima e la seconda età del ferro. Nello stesso 1970 lungo il sentiero denominato le "Scale di Paspardo" emersero ben 39 massi incisi, databili al Neolitico tardo e dal bronzo antico all'alto medioevo. Sei massi incisi fra la prima e seconda età del ferro emergevano nel 1971 al Dos Baitì. Interessanti reperti preistorici venivano scoperti nel 1972 al "Dos Sulif". Nel 1973 in scavi susseguitisi per anni presso il Dos Baitì in località Deria o Deria Piana si presentavano strutture murarie con materiali in ceramica, resti di muri megalitici relativi a insediamento dell'età del Ferro; circa quaranta massi incisi ed un menhir databili fra il Neolitico tardo e la prima età del Ferro. Quattro massi incisi venivano scoperti, nel 1974, in località Castello, tre databili fra la prima e la seconda età del Ferro in località 'La Madonna" e altri ancora nel 1976 in località Codinocolo. Reperti litici di età preistorica venivano rinvenuti nella "Grotta di Paspardo" sul monte Colombé. Ancora sette massi preistorici altomedievali emergevano al "Dos Sottolaiolo" nel 1984 - 1985. Qui nel 1985 vennero scoperte anche due raffigurazioni di rosa camuna, presa a simbolo della Regione Lombardia. Una roccia con enormi guerrieri venne scoperta nel 1986 dagli americani Mila Abram e Ludwig Jaffe in località Valle. Ascrivibili al primo millennio a C. sono le incisioni trovate nel gennaio 1993 da Angelo Fossati della Cooperativa "Le orme dell'uomo" di Cerveno, giudicate di grande importanza, raffiguranti un uomo a cavallo, un pesce e forse un cervo. Dovunque apparvero simboli solari, guerrieri, cervidi, pugnali, asce ecc. In uno dei Massi dei Due Pini si trova il disco solare che indica che la litolatria era presente fra le antiche genti camune. Un così alto numero di incisioni indica l'esistenza di un centro attivo economicamente ed anche amministrativamente tanto che ha fatto pensare a qualcuno che il nome derivi dal latino "pagus" villaggio, e dal germanico "bart" (protetto, difeso militarmente, fortificazione).
Mentre sovrabbondano le incisioni rupestri, mancano invece iscrizioni o resti romani anche se ciò non vuol dire che fossero scomparsi abitati e popolazioni ma che forse erano in insignificanti poverissime condizioni di vita, tali da non ospitare persone e istituzioni di un qualche rilievo. Molti invece sono i segni nelle rocce che testimoniano la presenza del Cristianesimo fin dall'alto medioevo. Croci, simboli cristiani e perfino la figura di un personaggio con tre chiavi in mano nel quale si è voluto identificare l'immagine di S. Pietro. Il nome, per quanto si conosca, compare per la prima volta in un atto del 10 febbraio 1123 con il quale papa Callisto riconosce a Pietro abate di S. Eufemia, privilegi e proprietà in numerose località fra cui Pascardo. Analoga è la riconferma di una "sorte" allo stesso monastero in una bolla da Piacenza di Papa Innocenzo H. Dato che il monastero di S. Eufemia fu di fondazione vescovile tali notizie possono confermare la presenza del vescovo come feudatario di Paspardo già da lungo tempo. La dedicazione della chiesa a S. Gaudenzio, conferma la presenza vescovile nel territorio. Non così per quella di Cimbergo probabilmente di origine monastica, essendo stata dedicata a S. Martino e anche perché più recente. Non conosciamo il nome dei vassalli che esercitarono il loro potere a nome del vescovo. Le insegne dei Federici che il delegato di S. Carlo comandò nel 1576 di cancellare, potrebbero offrire alcune indicazioni significative. Si sa che nel frattempo l'antica vicinia si organizzava emancipandosi in parte dai vassalli o signorotti locali, costituendosi in un comune sempre più indipendente e distinto dal vicino Cimbergo. Nei registri delle decime e degli affitti del vicario vescovile in Cemmo, Cazoino, dal 1295 al 1320 il Comune e gli homines di Paspardo ricorrono di frequente. Ciò risulta anche in un elenco dell'8 aprile 1299. Pochi giorni dopo il 12 aprile 1299 in Cemmo il vicario vescovile Cazoino dava in affitto al Comune, retto dal sindaco Bonafede fu Lanfranco, e agli uomini di Paspardo, unitamente a quelli di Cimbergo, alcuni possedimenti della Curia in quel di Zero, i cui abitanti vi avevano rinunciato non essendo essi in condizione di pagare i canoni convenuti.
Nel 1308 Paspardo compare nelle comunità camune soggette al pagamento delle decime al vescovo di Brescia. Riconferme dei diritti di decima, con l'obbligo per la popolazione di prestare il solito giuramento, sono contenute in una serie di atti della mensa episcopale compresi tra il 1336 ed il 1421. Altri documenti sono ricordati da Enrico Tarsia come nel protocollo del notaio della curia vescovile Giacomo della Torre nel quale in data 9 gennaio 1350 il vescovo conferma i diritti di decime e relativi proventi, nel territorio di Paspardo, al comune e agli uomini dello stesso borgo dietro pagamento di un canone annuo ed il giuramento di fedeltà. Pari registrazione troviamo in data 29 marzo 1357. Paspardo è ricordato anche nel protocollo del notaio della curia episcopale Bartolomeo Castaldi: il 9 dicembre 1374 il vescovo di Brescia conferma i diritti di decime al comune e agli uomini di Paspardo i quali prestano giuramento di fedeltà. Il 6 giugno 1388, come risulta dal protocollo del notaio Pacino Serpetri, il vescovo investe «iure feudi» di diritti di decime e relativi proventi, sul territorio di Paspardo, il Comune e gli uomini del borgo, dietro il pagamento di un canone annuo ed il giuramento di fedeltà. Un atto più dettagliato appare dal registro dei beni feudali del vescovo di Brescia rogato da più notai nel periodo 1371-1449. In data 5 maggio 1399 Petercino di Adamo, Giovannino del fu Betino, Asandrino del fu Bonafede ed Antonio del fu Pietro, quali sindaci, rappresentanti e procuratori del Comune e degli uomini di Paspardo vengono investiti di tre delle quattro parti di tutta la decima del territorio di Paspardo. Nel 1421, il 27 aprile, come risulta dal protocollo del notaio Antonio Cattanei, il vescovo di Brescia conferma i diritti di decime, nel territorio di Paspardo, al Comune e agli uomini di Paspardo dietro il pagamento di un canone e il giuramento di fedeltà. Singolare il fatto che la sudditanza feudale dal vescovo comportava da parte degli abitanti di Paspardo e Cimbergo la cattura nei dirupi della montagna di nidi (aree) di falchi e sparvieri (falconum et accipitrum) per la caccia del vescovo di Brescia. All'avvocato risiedente "in curia Cemmi" gli abitanti erano obbligati a portare ogni anno un fascio di assicelle o scandole di legno (unum fassum scandularum) per coprire i tetti. Tale sudditanza vescovile permise a Paspardo, come risulta dalle Provvisioni del 1477, di respingere i tentativi di usurpazione dei diritti feudali di Lodrone. Paese molto povero ed appartato, Paspardo visse ai margini degli avvenimenti che si svolsero in Valcamonica sia sotto i Visconti che sotto Venezia e per tale povertà diventò quasi solo un serbatoio di braccia per il lavoro nelle miniere camune e fuori, e di uomini di fatica per Brescia, Venezia e altre città. Il Da Lezze nel 1610 registra per Cimbergo una situazione che è analoga a quella di Paspardo scrivendo: «Gli habitanti sono tutti contadini, che parte attendono all'agricoltura, et parte vanno a Venezia, dove servono per facchini, et altri essercizi manoali, et parte alle pecore, ma pochi». Alla grande povertà che non permetteva nemmeno di mantenere l'olio alla lampada al SS. Sacramento si tentò di venire incontro con il monte di pietà fondato grazie al testamento di don Gaudenzio Ruggeri del 1594. Era ancora in funzione nel 1870 e il Rizzi scriveva: «Sotto la gran sala del Consiglio comunale, esiste un vasto locale cui chiamano Monte di Pietà, nel quale, in ciascun anno, ripongono più d'un centinaio di sacchi di segale. Ogni proprietario, quando sia costretto dalla necessità, ha diritto di prendersi ad imprestito quella quantità di grano, che basti a soddisfare al bisogno; l'anno appresso ne paga l'affitto in grano, e restituisce pure il prestito, che viene riposto nei granai, per altre successive occorrenze». L'affitto dei campi comunali permetteva a Natale e a Pasqua la distribuzione di due chili di sale e dodici di frumento agli abitanti originali e la metà ai forestieri. La povertà della popolazione non impedì anche se con gravi sacrifici che venisse edificata nel sec. XVII una nuova parrocchiale, un santuarietto alla Madonna in località Deria, un altro a S. Rocco, e la costruzione di alcune belle case. Del resto i pochi avvenimenti registrati riguardano sciagure e distruzioni come quella provocata dal torrente sulla fine del XIII secolo del villaggio Serio o Zero, la grave inondazione del 25 ottobre 1614, quelle ripetute nella seconda metà dell'ottobre 1738, gli straripamenti del Re nell'agosto 1757, che travolse mulini e strade, i gravi danni provocati nel 1779 da un incendio, che si ripetè ancor più distruttore nel 1833. Nel 1805 il comune veniva soppresso e conglobato in quello di Cimbergo, ma con decreto del 12 febbraio 1816 veniva di nuovo ricostituito.
Nessun segno di rilievo lasciarono gli avvenimenti risorgimentali mentre l'unità d'Italia aggravò la situazione economica di Paspardo rendendo impossibile dapprima e poi difficile l'accesso alle malghe che il Comune aveva nel Trentino. Tale accesso venne riconosciuto dall'Austria: nel 1870 i mandriani paspardesi potevano raggiungere le malghe pagando alla dogana austriaca venti centesimi per capo. Le gravi crisi agricole degli anni '80 aggravarono ancor più la povertà della popolazione che dovette far ricorso più frequentemente che per il passato alla emigrazione. Per far fronte alle gravi difficoltà e per proteggere i propri interessi i proprietari di campi e di bestiame si unirono per iniziativa del parroco don Gaudenzio Ruggeri in una Unione cui si aggiunse, nel maggio 1905, la Società di assicurazione del bestiame. Un certo qual respiro economico venne dal trattato fra Austria e Italia dell' 11 febbraio 1906 che riconobbe i diritti e gli interessi dei comuni di Cimbergo, Paspardo e Saviore circa gli alpeggi in Trentino di proprietà fin da tempi remotissimi di tali comuni. Degli alpeggi dovette, tuttavia, di nuovo interessarsi, il vice presidente della Camera on. Carlo Gorio che nel 1908 riuscì ad ottenere via libera alla transumanza. I caduti nella I guerra mondiale furono 23. A loro ricordo veniva dedicato il 27 maggio 1924 il Parco della Rimembranza.
Con R.D. 11 novembre 1927 (n. 2196) il comune di Paspardo veniva unito a quello di Cimbergo con la denominazione Cimbergo-Paspardo. Finalmente per togliere il paese dall'isolamento, agli inizi degli Anni Trenta, venne avviata la costruzione su progetto dell'ing. Angelo Tosana, della strada, della quale venne inaugurato un primo tratto nel giugno 1935. Ma la costruzione durò a lungo e per mancanza di mezzi finanziari e per le difficoltà frapposte dal terreno. Per una definitiva soluzione nel 1938 il Ministero dei Lavori Pubblici metteva a disposizione 600 mila lire, alle quali lo stesso Mussolini aggiunse le altre 300 mila necessarie. Interventi finanziari sulla strada vennero compiuti nel 1941 e 1942 dal Rettorato della Provincia. La seconda guerra mondiale mietè altre 16 giovani vite, anche se non toccò per nulla il paese.
Paspardo riebbe la sua autonomia amministrativa con decreto del Capo provvisorio dello Stato del 4 novembre 1947 (n. 1415). Difficile la vita del giovane comune data la grave situazione economica e sociale, tanto da essere fra i primi comuni ad essere dichiarato area depressa. Nel 1949 una popolazione di 1250 abitanti poteva disporre di un complesso di soli 600 vani dei quali poco più di un centinaio risultavano igienicamente abitabili. Alto il tasso della t.b.c. e della mortalità infantile; ai limiti estremi la disoccupazione per cui, appena possibile, si riaprì la valvola di sicurezza della emigrazione che nel giro di poco più di un decennio provocò una emorragia demografica del 25 per cento. Da 1218 nel 1961, gli abitanti erano scesi a 1100 nel 1970 a 890 nel 1975 mentre cresceva il numero dei silicotici. L'avvio della costruzione della centrale di S. Fiorano a Cedegolo, portò posti di lavoro e indennizzi per il comune. Da parte sua l'Amministrazione comunale si doveva impegnare all'ampliamento e potenziamento della rete di illuminazione pubblica, al collegamento telefonico con il fondo valle e le frazioni, all'istituzione di un nuovo servizio automobilistico, a cantieri di rimboschimento per alleviare la disoccupazione. Altri problemi, come il potenziamento della rete idrica e l'ampliamento del cimitero, accompagnarono gli anni '60. Fu eretto un nuovo edificio scolastico, fu compiuta la ristrutturazione della sede comunale, della posta e dell'ambulatorio, si provvide al miglioramento delle strade e delle fognature e più tardi, nel 1983 venne realizzato il campo di calcio dotato di pista per atletica leggera. Negli anni '70 si verificò un risveglio edilizio sempre più intenso che portò alla costruzione di sempre nuove case e alla ristrutturazione delle esistenti, perdendo purtroppo per inopportune e a volte dissennate demolizioni e trasformazioni, quella straordinaria patina di architettura montanara che era stata gelosamente conservata per secoli.
Negli anni '80 si incominciò ad affrontare il problema del turismo con la creazione nel 1983 della Pro-Loco, ma soprattutto con la costruzione di una strada per la Zumella, del rifugio Colombè edificato nel 1991 a m. 1710, che venne affidato ai volontari dell'Operazione Mato Grosso. La scoperta di sempre nuove incisioni rupestri, anche in zone più facilmente agibili, convinse nell'ottobre 1985 la Regione Lombardia ad istituire una riserva naturale delle incisioni rupestri della zona e al lancio nel 1986 dell'idea di un consorzio del Parco. Una nuova strada di collegamento venne progettata nel 1986 con l'intenzione di valorizzare la zona di Castagneto e rendere più agevole l'accesso alle cascine della Deria onde incrementare il turismo. Nel contempo veniva curata la strada di accesso al monte Colombè e alla cascina della Zumella. Nel 1987, rasa purtroppo al suolo la villa che fu del pittore Bertolotti poi di proprietà dal 1982 degli Orionini, venne costruita la nuova scuola materna e il centro diurno. Nel 1989 veniva allargato il ponte sul torrente Figna della provinciale 88 che porta a Cimbergo e Paspardo. Nel 1991 per intervento della Provincia di Brescia venne sistemata una strada che percorre e attraversa da Ceto, Cimbergo e Paspardo il Parco delle Incisioni Rupestri istituito dalla Regione Lombardia nel 1983. Restano da riscoprire le tradizioni e i costumi locali. Ancora fino a pochi anni fa si udivano sulla bocca del popolo antichi stornelli dimenticati altrove e chiamati "Polesane". Paspardo, oltre che ottimi sacerdoti, ha dato i natali al pedagogista e pubblicista Antonio Martinazzoli. Agli inizi del secolo fu il ritiro prediletto del pittore Cesare Bertolotti che fissò in numerosi quadri paesaggi di sogno.
ECCLESIASTICAMENTE Paspardo pur essendo filiazione della Pieve di Cemmo, come ha supposto E. Tarsia deve essere stato legato in un primo tempo a Cimbergo. Infatti nel 1459 in un elenco delle chiese e cappelle soggette alla pieve di Cemmo, compare un Jacobinus de Braono rettore contemporaneamente della chiesa di S. Martino di Cimbergo e di S. GAUDENZIO di Paspardo. Ciò non si verifica più in seguito. Infatti dal 1459 incomincia la serie dei rettori parroci. Poverissima la parrocchia con un'entrata nel 1567 di 14 ducati e non in grado di mantenere accesa la lampada al SS. Sacramento, tanto da spingere il vescovo Bollani a decretare che ogni anno, al tempo del raccolto, venissero incaricate delle persone che, di porta in porta, raccogliessero offerte all'uopo, ed elargendo altresì, agli oblatori, 40 giorni di indulgenza. La chiesa stessa era in grave disordine per cui il vescovo concedeva che alla riparazione del tetto si lavorasse la domenica, dopo i vespri. Pochi anni dopo la lampada al SS. Sacramento non ardeva di continuo "per la povertà della popolazione", sottolineava il visitatore mons. Pilati nel settembre 1573. Per povertà non si distribuivano le candele la festa della Purificazione, mentre ai rami d'olivo per la festa delle Palme provvedeva il Comune, che pensava anche alle campane e alle funi delle stesse. Ma vi esisteva già la Confraternita del SS. Sacramento che, pur vivendo di elemosine, contava 80 confratelli che si sforzavano di aiutare i più poveri ed infermi. A questa nel 1578 si era aggiunta anche la Scuola o Confraternita della B. Concezione di istituzione certamente francescana. Il visitatore, salito a nome di S. Carlo nel 1575 trovava la chiesa inadeguata ad accogliere i fedeli per cui decretava che venisse allungata, disponendo precise istruzioni. Doveva inoltre essere realizzato il battistero e cinto il cimitero. La Confraternita del SS. Sacramento veniva da S. Carlo eretta canonicamente, mentre quella della B. Concezione doveva essere rimessa al vescovo ordinario. Esisteva già un Pio Luogo della Carità sul quale il visitatore poneva regole severe affinché ogni sussidio fosse in favore dei poveri e non usurpato da altri, pena scomuniche e interdetti. L'allungamento della chiesa veniva ribadito nei decreti della visita pastorale del vescovo M. Giorgi nel 1603, nonostante la cronica povertà della parrocchia che per questo era esentata da ogni contribuzione alla pieve di Cemmo. Il vescovo interveniva addirittura ad ordinare la demolizione di un "palco" all'interno della Chiesa, perché ne venisse recuperato il legname che avrebbe dovuto servire per i lavori di ampliamento. Durante il '600 finalmente la chiesa venne ampliata, anzi rifatta, con grande generosità tanto che p. Gregorio, nei suoi "Curiosi Trattenimenti" si sentirà in dovere di rilevare quanto fossero "generosi" gli abitanti tanto da far "risplendere la loro pietà con tenere la loro parrocchiale di S. Gaudenzio (...) così ben fornita, che fa stupire". Nel '700 la chiesa venne ancora abbellita con una pala per l'altare maggiore raffigurante la "Madonna con Bambino e i SS. Gaudenzio, Rocco e Lorenzo". Dalla bottega dei Fantoni uscì, per contratto stipulato il 26 luglio, l'altar maggiore in legno marmorizzato con bassorilievo sul parapetto raffigurante S. Gaudenzio portato in gloria dagli angeli. Dalla stessa per contratto del 17 luglio 1772 uscì un'ancona in legno che viene da qualcuno identificata forse in quella che oggi orna il secondo altare a sinistra. E ancora dei Fantoni era la statua della Madonna del Rosario (commissione del 6 giugno 1775) cui si aggiunse il 7 dicembre del medesimo anno un trono per la stessa statua oltre ad un "paradisino per gli infermi". La chiesa venne nuovamente ampliata e abbellita nel 1950 e affrescata nel 1953 da Oscar Di Prata. La affrescò completamente con figure di Angeli e santi lungo le pareti e nella cappella sul lato destro del presbiterio e con medaglioni tra cui l'Ultima Cena e una Vergine Immacolata nell'abside.
S. ROCCO. Si tratta di un santuarietto che ha avuto probabilmente origine in quell'altare anonimo, esistente fuori la chiesa, nel cimitero, che il vescovo Bollani nel 1567 ordinò che venisse tolto o chiuso da cancello. S. Carlo, nel 1580, ordinò che venisse chiuso con muri da ogni lato, coni soli occhio e porta sulla facciata. La cappella ebbe vita relativamente breve: infatti, nella relazione parrocchiale per la visita pastorale del 1675, il parroco scrive che "è quasi ruinato, né vi si celebra già da secoli (sic!)". Per questo prega il vescovo che conceda che venga trasformato in una casa per il curato. Ed in effetti mons. M.G. Giorgi in data 23 settembre 1675, avendolo trovato egli stesso "squallido, pressoché diroccato e deturpato e che presenta gravi indecenze", lo "profana e lo dichiara profanato". Ma S. Rocco doveva avere la sua rivincita. Non contentandosi di essere venerato nella chiesa parrocchiale, rivolle una sua cappella. Nella relazione del parroco per la visita pastorale del 1837, si legge che esso esiste di nuovo, contiguo alla parrocchiale "fabbricato di recente dai Confratelli del SS. Sacramento dove i detti confratelli si radunano a fare i loro uffici. Vi si celebra messa ma senza alcun dovere". Lo stesso annota la relazione parrocchiale per la visita pastorale del 1861.
MADONNA DI DERIA. Santuarietto dedicato alla Maternità della B.V. costruito nel sec. XVIII per dare la comodità di ascoltare la messa festiva, durante il mese di ottobre, impiegato da tutta la comunità paspardese nella raccolta delle castagne, con accanto una casetta per il parroco. In pericolo di essere sacrificato ai lavori di costruzione degli impianti dell'ENEL venne risparmiato il santuarietto che venne restaurato nella facciata e nella torre campanaria, dotata di due campane.
MADONNA DELLE NEVI ALLA ZUMELLA. Costruita dagli alpini a 1700 m. a ricordo dei caduti di tutte le guerre. A fine d'anno è meta di un pellegrinaggio alpino al quale partecipano gli alpini della valle.
Nonostante le demolizioni operate negli ultimi decenni che hanno stravolto l'architettura del paese si possono ancora vedere in via Recaldini interessanti portali con data 1576 e 1671. Altri si riscontrano in via Croce, via Martinazzoli, mentre Casa Bonafini, nell'omonima piazza, conserva il frammento di un affresco del XVI secolo; affreschi settecenteschi nella cappelletta di piazza Fontana. Interessanti pure alcuni loggiati. Interessante è casa Salari, di marcata impronta medioevale con grandioso portale di ingresso ad arco acuto in bugnato di granito finemente scalpellato e portante la data 1567 e bei pilastri dell'androne. Affreschi devozionali e votivi si osservano nella zona di Deria e in genere in tutto il territorio.
L'ECONOMIA fu sempre e solamente agricola e silvestre basata su boschi, pascoli, pochi campi rubati alla montagna per produrre segale, grano saraceno, castagne e poco fieno; sviluppati fino a pochi decenni fra l'allevamento del bestiame e la pastorizia. Nel sec. XIX vi erano anche miniere di ferro e di rame "cadmio" delle quali tuttavia non c'è più ricordo nei secoli seguenti. Non, sfruttati furono pure resti di giacimenti, accertati, di ferro sedimentale e giacimenti di ossido di ferro. P. Gregorio nei "Curiosi intrattenimenti" del 1698 sottolineava che benché il "luogo" fosse "di grandezza mediocre" e "il sito" avesse del "silvestre" "a forza d'arte si rende fertile". L'estimo della II metà del '700 registrava che «Nella comunità di Paspardo non è alcun traffico, negozi, o arte di sorte, ma solo gente rozza, che attende al lavoriero della campagna e di boschi». Gli scarsi redditi tuttavia obbligarono la popolazione verso un intenso flusso migratorio. Nel 1770 vi esistevano due mulini ad una ruota ed una razzica. Vi erano un solo sarto e due falegnami.
Risorsa economica furono per lungo tempo le castagne il cui raccolto costituì a lungo un impegno di tutta la comunità che al momento del raccolto si trasferiva, lasciando in paese solo qualche anziano, in località Deria compreso il parroco che officiava nella chiesa costruita all'uopo. Ciascun gruppo familiare raccoglieva le castagne sulla proprietà, rigorosamente delimitata da muretti a secco, oppure sulla proprietà comunale sulla quale esercitava lo "jus plantandi", uso civico ancora oggi esistente secondo il quale il privato può disporre della proprietà delle piante vegetanti su terreno pubblico. Un'altra singolare risorsa economica fino alla seconda metà dell'800 degli abitanti di Paspardo come di Cimbergo fu la vendita di tordi da nido agli uccellatori, tordi raccolti fra i dirupi della montagna. Frumento, segale, orzo, fieno, frutti, castagneti, boschi, prati, pascoli e molto bestiame registravano a Paspardo Maironi da Ponte nel 1820 ed un dizionario corografico del 1850. Nel 1870 a Paspardo vi erano 500 pecore delle quali 300 suddivise in dieci greggi scendevano a svernare nella pianura bresciana. Vi erano inoltre 200 capre, 270 vacche e 66 asini adibiti ai trasporti per risparmiare la fatica alle vacche. Le difficoltà del pascolo invernale nella pianura consigliavano tuttavia di sostituire vacche stanziali alle pecore e di creare un caseificio comunale nel quale produrre, l'inverno, burro e cacio e nutrire col latticello avanzato i porci per i quali venivano conservati anche rape, patate e zucchine. A Paspardo, come a Cimbergo, nel 1875 si produceva burro da vendere e cacio magro per uso familiare. Da tempo funziona di venerdì il mercato.
PARROCI: Bartolomeo da Bienno (22 aprile 1459); Giovanni Domenico de Gallis (7 dicembre 1537); Giovan Battista "de Picinis o Pizzini" (1545); Battista Raguzzi di Ossimo (1548); Giovanni Battista de Gaudenzi; Giovanni Battista Moretti di Canè (1586 - morì nel 1605); Giovanni da Losine (6 febbraio 1596); Giovanni Battista de Giacomi (3 settembre 1603); Giovanni Battista Raguzzo di Ossimo (1605 - rin. 1615); Alessandro Zendrini qd. Vincenzo di Saviore (con bolla pontif. del dic. 1615 - m. il 22 luglio 1636); Giovanni Battista Moratti di Vione (10 ottobre 1636, promosso a Cimbergo nel 1645); Giuseppe Recaldini di Cimbergo (27 gennaio 1646 - m. maggio 1666); Benedetto Giulia di Cimbergo (9 luglio 1666 - promosso Cimbergo nel settembre 1685); Pietro Mabilini di Anfo (12 dicembre 1685 - m. 5 dicembre 1708); Matteo Scolari di Cevo (6 gennaio 1709 - rin. nel giugno 1717); Carlo Amelio Giacomi di Capodiponte (1 ottobre 1717 - rin. 20 ottobre 1726); Comino Spranzi q. Giovanni di Collio V.T. (9 maggio 1727 - promosso a Cimbergo 6 agosto 1728); Giovanni Nicolini di Provaglio V.S. (20 settembre 1728 - m. 19 luglio 1735); Giovanni Battista Ceresetti di Celedizzo di Val di Sole (19 dicembre 1735 - rin. 12 ottobre 1740); Giovanni Battista Coppetta di Cerveno (1 febbraio 1741 - m. 23 gennaio 1766); Antonio Giacomi di Bossico (17 giugno 1766 - promosso a Corna l'11 maggio 1775); Giovanni Rossi di Ponte Saviore (27 luglio 1775 - m. 7 febbraio 1817); Domenico Merici di Grevo (aprile 1817 - rin. 10 maggio 1817); Santo Squaratti di Paspardo (26 novembre 1818 - m. 10 novembre 1870); Gaudenzio Martinazzoli di Paspardo (9 gennaio 1871 - m. 12 dicembre 1902); Giovanni Tantera di Temù (1909 - ?); Giacomo Gulberti di Rino di Sonico - promosso a Erbanno nel 1919); Pietro Recaldini di Cimbergo (1928 - m. 20 giugno 1946); Innocente Dassa di Capo di Ponte dal 1947.