ZURLENGO (2)
ZURLENGO (in dial. Sorleng, in lat. Zurlengi)
Frazione del Comune di Pompiano e parrocchia autonoma della Bassa pianura occidentale, a km. 26,8 da Brescia, e km. 3 dal capoluogo. È a 100 m. s.l.m. La parrocchia fa parte della Zona IX Bassa Occidentale.
ABITANTI (zurlenghesi, nomignolo "gàcc"): 150 nel 1493; 300 nel 1572; 140 nel 1610; 200 nel 1648; 230 nel 1658; 216 nel 1678; 200 nel 1703; 275 nel 1727; 319 nel 1748; 239 nel 1764; 330 nel 1783; 306 nel 1791; 306 nel 1805; 305 nel 1819; 297 nel 1841; 310 nel 1848; 288 nel 1858; 270 nel 1898; 315 nel 1908; 375 nel 1914; 1050 nel 1913; 1135 nel 1926; 503 nel 1937; 550 nel 1949; 600 nel 1958; 300 nel 1963; 240 nel 1971; 160 nel 1978; 175 nel 1985; 176 nel 1990; 170 nel 1997.
Il nome è Zorlinga nel 1087, Zurlengi nel 1135 ("Liber Potheris"), "terre de Zurlengo" nel 1400, Zurlingum e Zurlingi nel sec. XVI, Zurlengo dal sec. XVII. L'Olivieri ha pensato ad una derivazione da un nome personale, nel quale si è voluto vedere il cognome dei marchesi Zurla, signori di Zorlesco (Sorlascum, Surlasco), nei pressi di Lodi, che potevano essere i proprietari della prima colonizzazione. Altri lo fanno dipendere da "zurla", nome che in Val Camonica si attribuisce ad una specie di sorbo, pianta delle rosacee (questo nome designa la zona appena sopra la SS 42 fra Capo di Ponte e Nadro). Altri ancora lo mettono in connessione con "chiurlo", un uccello di rapina notturno.
Il toponimo con terminazione in "-engo", "-ingo" è concordemente ritenuto derivante da una presenza di longobardi e, come ha sottolineato L. Leo ("Tra campi, acque, castelli e cascinali", p. 107), «la vicinanza di Zurlengo all'altra attuale frazione di Pompiano, Gerola, ci fa supporre che i Longobardi stessi si insediarono ai margini di quei terreni paludosi che costituivano la parte meridionale del territorio di Pompiano» (come sarebbe avvenuto a Gerola, nome che richiama un terreno ghiaioso ai margini dell'acqua) distinguendosi, come era loro consuetudine e pur trovandosi in posizione di predominio sociale, da insediamenti preesistenti, ma creando stanziamenti in località diverse. C. Delpero soggiunge: «Checché ne sia del significato della radice, la desinenza longobarda fa pensare a una colonizzazione della zona avvenuta verso i sec. VII-VIII e ottenuta mediante un canale artificiale fatto a Est di Gerola, che prosciugò la palude che si estendeva nel settore Sud-Est del comune: una bonifica che avrà richiesto più di un secolo, dati i mezzi di cui allora si disponeva». C.A. Mor ("Le origini e le tradizioni storiche di Orzinuovi", I, p. 35) sostiene che Zurlengo, come Ovanengo e Farfengo, «dovettero la loro origine ad un'unica "fara", ossia ad un unico ceppo, ad un'unica casata, come si direbbe oggi».
In seguito di tempo Zurlengo e Gerolanuova (Glariola) sono ricordati per la prima volta (per quanto si conosca) in un documento del 1087 come facenti parte del grosso latifondo (feudi) di un ricco chierico Odone, di Sale di Gussago, della diocesi di Brescia. Egli mette sotto l'alta protezione del priore di Pontida tutta una serie di terre o domìni, che un intendente, designato dal donatore, dovrà amministrare secondo gli ordini del priore. Come osserva C. Delpero, «questo documento è della massima importanza, perché da esso risulta che nel 1087 Zurlengo e Gerola sono già due feudi produttivi che in quell'anno assumono la configurazione di priorati cluniacensi e che vanno amministrati secondo le norme del piccolo monastero, mentre Pompiano è quasi sicuramente amministrato con economia curtense, quale feudo dei Maggi».
Chi fossero gli altri proprietari di terre non è dato sapere. Oltre ai Maggi, potrebbe darsi che ci fossero i Lana e poi i Brembati e i Ponsoni i cui beni verranno incorporati più tardi nelle proprietà dei Martinengo. Sandro Guerrini, anzi, arriva ad ipotizzare intorno al paese un'originaria cinta che si evidenzia nettamente nel reticolo viario e che corrisponde ad un probabile accampamento barbarico o ad una curtis (cioè una grande fattoria recintata) monastica e racchiusa tra le vie S. Giovanni Battista e Moretto.
Religiosamente Zurlengo si appoggia sulla cappella di S. Biagio di Gerola che esisterà a lungo nel tempo e ora ricordata dalla santella "Morti di S. Biagio". In seguito il beneficio di S. Biagio viene assegnato a diversi. La documentazione oggi conosciuta si arresta al 1662.
Nel sec. XIV Zurlengo entra nell'ambito della rapida espansione delle proprietà dei Martinengo. Il 22 gennaio 1352 la maggior parte delle proprietà di Zurlengo, passate nelle mani di un certo Raimirolo, abitante in Brescia in contrada di S. Maria della Pace, vengono acquistate da Pietro Martinengo e, nella divisione dei beni tra i suoi figli, assegnate (assieme a Orzivecchi, Pompiano, Corzano e Oriano) al figlio Gerardo. Questi abita quasi sempre a Orzivecchi da dove allarga sempre più i possedimenti che poi i figli Marco e Cesare si divideranno nel 1433 fondando i due rami dei Martinengo: Cesare i Cesaresco e Marco i Palatini. Morto Marco, verso il 1450, fu soprattutto il figlio Giovanni, giurista, giudice, abbate di Brescia a sviluppare la potenza economica dei Palatini amministrando i beni che lo zio Cesare aveva in Zurlengo, Oriano, Orzivecchi e Roccafranca e acquistando nuovi fondi in Orzivecchi e in Zurlengo dai nob. Brembati, Lana, ecc.
Il 2 marzo 1451 Giovanni e i fratelli Gerardo, Giacomo e Pietro si divisero dallo zio Cesare, optando per i fondi di Gerola e di Zurlengo («villa seu locus de Zorlengo»). L'anno seguente, 1452, Giovanni acquistava dall'Ospedale o Consorzio di S. Spirito de Dom un altro latifondo di 200 piò, che anticamente del priorato cluniacense di Verziano era unito al detto Ospedale. «In questo modo», come rileva Paolo Guerrini, «tutta la possessione del territorio di Zurlengo restò assorbita dai Martinengo, i quali usando della dichiarazione dell'Ospedale di S. Spirito, fatta il 13 settembre 1452, intorno alle esenzioni dei beni di Zurlengo come beni ecclesiastici, formarono in quella piccola villa quasi un feudo o almeno una giurisdizione esente».
Ma ancora nella seconda metà del '400 Zurlengo era considerato fra le terre della pianura che, situata sulle vie di transito, pagavano un canone daziario bassissimo o solo dopo un subappalto. Sono i figli di Giovanni: Carlo, Annibale, Ercole e Marco che nel 1492 ottengono, forse su indicazioni precise del padre, in nome di servizi prestati al vescovo dalla loro famiglia, l'assegnazione del giuspatronato del chiericato di Zurlengo. Assumono, da una parte, l'onere di erigere la chiesa e la canonica e di stipendiare il parroco "mercenario"; dall'altra ricevono in proprietà 50 piò di due chiericati di Gerolanuova e si attribuiscono il controllo assoluto della parrocchia mediante la nomina del parroco, che è più un loro cappellano che il pastore del paese.
Nel 1493, dietro licenza del vescovo Paolo Zane, iniziano ad edificare la nuova chiesa del paese la cui prima pietra viene posta il 30 aprile in località "El ciosèt". Assieme alla chiesa, alla fine del Quattrocento, i Martinengo erigono un palazzo identificabile oggi nella parte a forma di torre del palazzo Giudici che poi ampliano, per cui nel 1610 il Da Lezze nel suo Catastico lo dirà «comodo» con un brolo e in grado di ospitare in estate i conti. Nel 1512 Battista Martinengo delle Palle fa scavare la roggia d'irrigazione chiamata con il suo nome, "Battista".
A Zurlengo dei quattro fratelli rimane Carlo, il quale, da una certa Catterina q. Giacomo Beninzoni, di umile condizione, ha alcuni figli naturali, legittimati dal fratello Annibale con decreto 5 settembre 1507.
Ai conti Martinengo Palatini la località apparterrà fino al '700. Perentoriamente il Da Lezze afferma che il territorio di Zurlengo «è tutto delli signori conti Teofilo Martinengo e della signora contessa Barbara Avogadro». Da registri del catastico del 1641, infatti, risulta che a Zurlengo 44,25 piò appartengono ai contadini (pari al 4,85 per cento), 867,97 piò ai «cittadini», di cui 834,52 (pari al 90,1 per cento) a Bianco q. Teofilo e a Gerardo Martinengo e 132,7 alla famiglia Fenaroli.
Solo nel '700 si verificheranno movimenti di proprietà con il matrimonio di Venceslao Martinengo Palatini con la contessa Marianna figlia di Giovanni Martinengo di Villachiara e Villagana il 13 gennaio 1763: siccome questo ramo dei Martinengo era estinto, passarono ai Palatini i possedimenti e i titoli di tale ramo. Alla morte di Venceslao (1780) i suoi figli Carlo e Leonardo divennero caporami delle famiglie Martinengo Villagana che si stabilirono rispettivamente a Zurlengo e a Villachiara e i cui discendenti sono giunti sino ai nostri giorni.
Accanto ai conti Martinengo compare anche il Comune, il quale nel 1493 è ascritto al vicariato "minore" di Pompiano ed è indicato come «terra esente». Il Comune contribuisce a mantenere il parroco e alle spese di culto, organizza inoltre un Monte di Pietà per l'assistenza ai poveri. Già fin dai primi decenni del '500 i Martinengo intervengono con ampie opere di bonifica e costruiscono tre rogge: Giulio Cesare Martinengo promuove lo scavo della "Cesaresca", Scipione Martinengo della Pallata continua quello della "Sangiovanna" e Battista delle Cossere quello della citata "Battista".
In questo secolo prende forma nuova il centro di Zurlengo e sorgono le prime vere cascine delle quali vi è il ricordo nella parte più antica della cascina Bianca. Il Da Lezze, nel Catastico (1609-1610) valuta a circa 1200 i piò «buoni di biave et de lini», «et li migliori vagliono 150 ducati l'uno». Ma soggiunge anche che «gli altri (valgono) molto meno per esservi detti terreni sterili». I Martinengo sono proprietari dell'unico mulino. Quanto al bestiame, vi sono 24 buoi per arare, 20 cavalli e 12 carri. Con preferenza vengono avvicendati trifoglio, lino e frumento, quindi coltivazioni foraggiere in associazione a colture cerealicole con l'obbligo di somministrazione al proprietario di prodotti destinati all'autoconsumo: cereali, legumi, vino, fieno, legna da ardere, lino greggio, ma anche animali da cortile, carne di maiale salata, frutta e prodotti dell'orto. Tra i terreni sterili sono compresi anche il bosco e l'incolto che pure non ricoprivano un ruolo secondario perché davano legname, materiale da costruzione, pascoli per gli animali allo stato semibrado, possibilità di caccia e, negli stagni, di pesca.
La vita del borgo viene scandita da un duro lavoro, da una povertà invincibile, da pratiche religiose, rotte soltanto da improvvisi irrompere di eserciti di passaggio e da un ripetersi di terribili epidemie. Nel 1427 dilagano le sconfitte truppe dell'esercito visconteo inseguite da quelle veneziane, che poi ritornano alternativamente nel 1452 e 1453. Nel 1483 e 1484 il paese deve subire, con tutta la Bassa, ogni sorta di vessazioni da parte di eserciti tra loro in guerra. Di nuovo il territorio è percorso da eserciti di Francia, Spagna e Impero dal 1509 al 1517, nel 1521 dal passaggio di truppe ispano-pontificie, nel 1527 da quelle lanzichenecche.
Ancor più devastanti sono le epidemie, specie quelle della peste nel 1575-1576 e del 1630, durante le quali non basta il ricorso a S. Rocco. Zurlengo ricorre anche a S. Nicola da Tolentino. Uno sguardo ai dati statistici riportati e ai loro sbalzi di centinaia di unità basta a dare un'idea della devastazione che soprattutto le epidemie e le malattie endemiche prodotte dalla insalubrità dell'aria e delle case e dalla povertà del vitto possono segnare la vita di un borgo perso nella campagna. Alla povertà si accompagna l'analfabetismo, per misurare il quale basta leggere quanto il parroco scrive nel 1713: «quanto ai rudimenti dell'istruzione, su 277 abitanti, per li figli vi sono uomini bastanti perché sei o sette sanno leggere, ma pocco bene, fanno però ciò che ponno per insegnare al meglio che sanno. Per le figlie non vi è donna che sappia leggere, onde face vale recitare il signor don Perpetuo Ferrari capellano da poco defonto benchè fatta la 4 classe (= adolescenti) io usi ogni diligenza nell'instruir figli e figlie». D'altra parte il Comune (che nel 1733 era compreso forse nella quadra di Orzinuovi) conta ben poco. Tutto, quasi, è a vantaggio dei signori. Nel 1764, infatti, Zurlengo è ancora elencata nella "Descrizione generale del territorio" tra le comunità feudali e privilegiate e nel 1766 nelle terre esenti del territorio.
Con la rivoluzione giacobina del 1797 il comune, inserito nel cantone delle Pianure con la legge del 1° maggio 1797, passa nel distretto delle Pianure per effetto della legge del 2 maggio 1798 e rimane incluso nello stesso distretto anche ai sensi della legge del 12 ottobre dello stesso anno. Con la legge del 13 maggio 1801 viene in fine incorporato nel distretto III, di Verola Alghisi. Con la legge dell'8 giugno 1805 perde qualsiasi autonomia e viene unito a quello di Gerolanuova. A sua volta, nel 1928, il Comune di Gerolanuova verrà unito con Zurlengo al comune di Pompiano.
La situazione economico-sociale cambia, sia pur lentamente, nell'800. Tra le novità c'è la costruzione, nel 1810, del nuovo cimitero fuori paese (con il sacrificio, purtroppo, della medievale cappella di S. Biagio), e soprattutto, nel 1836, sia pure in grave ritardo in confronto ad altri paesi vicini, l'erezione di una scuola elementare di cui il responsabile è il parroco. Purtroppo a qualche segno di progresso si accompagnano nuove epidemie come il colera (1836, 1855 ecc.) e malattie come la pellagra. Con il 1900 cambia faccia la proprietà dei Martinengo Villagana che è rimasta unita per tutto l'800. Tra il 1916 e il 1922 i conti vendono 690 piò a vari acquirenti quali i Tenchini, i Giudici, gli Scola, i Ferrari, i Toninelli. Inabilitato il conte Ferdinando Martinengo Villagana a qualsiasi compravendita, i restanti 250 piò restano di proprietà dei Martinengo; ma al sopraggiungere della maggiore età dei suoi tre figli (Carlo, Mario e Chiara), essi vengono alienati, dal 1941 al 1958, a vari acquirenti quali gli Agnesi, i Perotti, i Silini, i Tomasini in date diverse. Sotto l'impulso di costoro l'agricoltura rifiorisce per cui, dal 1935 al 1955, anche in forza del superimponibile della manodopera del secondo dopoguerra, la popolazione raggiunge il suo massimo (500-600 abitanti). Alcune novità si contano nella prima metà del '900 con miglioramenti stradali e la fondazione, nel 1925, dell'asilo infantile. Anche il fascismo lascia il segno con la trasformazione, nel 1932, della cappella di S. Vitale nella Casa del fascio.
Nel II dopoguerra il paese trova nuovo impulso: nuove case e abbellimenti di altre, strade, restauri alla chiesa parrocchiale, un nuovo cimitero cambiano aspetto anche al paese. Nel nuovo cimitero viene collocato, nel maggio 1987, un monumento (sarcofago e Croce) ideato dallo scultore Maffeo Ferrari che raccoglie i resti esumati dal vecchio cimitero. Il boom economico della fine degli anni Cinquanta influisce così sul paese, ma lo svuotano ancora una volta, come un tempo, le epidemie e la miseria. Nel 1961 gli abitanti scendono al di sotto dei 300, nel 1972 al di sotto dei 200 per stabilizzarsi sui 170-180. Scompaiono l'asilo infantile e la scuola elementare, mentre il Comune di Pompiano avvia negli ultimi anni una campagna di conservazione del centro storico del paese. Negli anni Ottanta, come ha sottolineato Claudio Delpero ("Pompiano ...", p. 234), «i quasi mille piò di terreno coltivabile sono lavorati da una dozzina di aziende agricole, cui si aggiungono due aziende commerciali e un'azienda artigianale». Nel 2001 presso Zurlengo viene individuata l'area per il Piano insediamenti produttivi (PIP).
ECCLESIASTICAMENTE Zurlengo gravitò sulla pieve di Bigolio per raccogliersi intorno alla cappella di S. Biagio. Collocata tra Gerola e Zurlengo, una chiesetta in luogo esisteva ancora nel 1810, quando venne distrutta per utilizzare il materiale a costruire il nuovo cimitero. In luogo è rimasta una santella che è chiamata i "Morti di S. Biagio", forse a ricordo di un campo di sepoltura creato in seguito ad un'epidemia. La chiesa di S. Biagio (di Gerola) è elencata, nel Catalogo capitolare dei benefici del 1410, con un beneficio che costituiva un tutt'uno con quello di S. Raffaele, forse perché amministrato dalla stessa persona o da un prete dipendente da Gerola. Nel Catalogo Queriniano dei benefici del 1532 la chiesa di S. Biagio (per evidente sbaglio verrà citata come S. Basilio) è dotata di un chiericato goduto da un certo Giovanni Battista Giusti. Eretta la parrocchia di Gerolanuova, il chiericato di S. Biagio entra nell'ambito della nuova parrocchia fino alla sua emancipazione nel 1492.
A S. Giovanni Battista doveva essere dedicata una chiesetta dato che nello strumento riguardante la posa della prima pietra della nuova chiesa nel 1493 si legge chiaramente che viene edificata «noviter». Più tardi, sviluppandosi l'abitato, venne fondato per l'assistenza religiosa il chiericato con relativo beneficio intitolato a S. Giovanni Battista che venne concesso in patronato alla casa dei conti Martinengo, perché fosse costituito in parrocchia gentilizia con cura d'anime. I Martinengo si impossessarono del beneficio, incorporandone i fondi insieme coi propri, e si obbligarono a pagare un curato mercenario, mentre con decreto vescovile del 27 luglio 1492 il vescovo Paolo Zane concedeva ai Martinengo il giuspatronato, confermato poi da papa Alessandro VI nel 1494.
Si deve al conte Carlo Martinengo, a nome dei fratelli Annibale, Marco, Ercole e del conte Alessandro Martinengo Colleoni, la fondazione della chiesa parrocchiale la cui prima pietra viene posta il 30 aprile 1493 in località "El ciosèt" alla confluenza delle due strade «da monte e da mattina» su licenza del vescovo Paolo Zane e col consenso commendatario della chiesa parrocchiale di Gerola. Viene intitolata in onore del conte Giovanni, fondatore del feudo di Zurlengo, ai SS. Giovanni Battista e Giovanni Evangelista. Non rimangono altre notizie per poco più di cinquant'anni. Sappiamo solo che la chiesa viene consacrata il 24 luglio 1524.
A distanza di mezzo secolo, il 14 ottobre 1540, mons. Annibale Grisonio, che la visita a nome del vescovo Corner, trova «abbastanza in ordine sia la chiesa che la sagrestia e il cimitero». Il parroco don Lodovico Ceratelli riceve 18 ducati di salario dal conte Teofilo Martinengo. Vi esiste già la Scuola del Corpo di Cristo, ma la povertà della chiesa è tale che non si può mantenere il Santissimo perché mancano i soldi per l'olio della lampada. Il visitatore ordina che si faccia l'inventario dei beni mobili e che si esibisca il documento per il quale il conte Martinengo pretende di fare la nomina del parroco. «Tutto abbastanza in ordine», compreso il cimitero, trova anche il vescovo Bollani nella visita del 13 settembre 1565 salvo ordinare che venga riparato il pavimento, migliorato l'altare del Corpo di Cristo, e venga conservato il Santissimo in un tabernacolo all'altare maggiore con una lampada sempre accesa.
Mons. Pilati visitando la parrocchia il 9 settembre 1572, in nome del vescovo Bollani, trova ancor più povera la chiesa, mentre dell'antico beneficio clericale di S. Giovanni Battista, dotato di circa 40 piò, chiamato il clericato, si erano impadroniti i conti Martinengo. Vi si conserva il Santissimo solo durante la Settimana Santa e durante l'ottava di Pasqua, non vengono mai distribuite candele e il cero viene offerto dal Comune. Il parroco viene mantenuto con 100 lire annue, di cui 30 versate dal Conte e il resto dalla popolazione. In compenso, pur non possedendo nulla, funziona la Scuola del Corpo di Cristo la quale conta 60 membri che contribuiscono con 6 soldi a testa l'anno per acquistare candele per i viatici dei confratelli e per la celebrazione di S. Messe ogni prima domenica e lunedì del mese e per due settimane in febbraio e in settembre. Nel frattempo, probabilmente nella peste del 1575-1577, la chiesa di S. Biagio diviene chiesa cimiteriale, oggi ricordata con la santella dei Morti di S. Biagio.
In pochi anni non mancano nella vita parrocchiale significativi progressi. Il visitatore mandato il 14 marzo 1580 da S. Carlo Borromeo trova infatti che il Santissimo, collocato in un tabernacolo sull'altare maggiore, viene conservato in continuità. Che vi si tiene, sia pure negligentemente, la Dottrina Cristiana e che vi sono oltre l'altare maggiore altri due altari laterali. Ordina che venga ben, recintato il cimitero, riparata la canonica e messa in regola la Confraternita del SS. Sacramento (già del Corpo di Cristo). Ciò, in sostanza, conferma che nonostante la povertà della parrocchia e l'alternarsi in continuo dei parroci mercenari la vita religiosa si mantiene discreta. Gli atti della visita soggiungono che il Visitatore richiama i patroni della chiesa, i Martinengo, ad averne maggior cura e sospende dal ministero il parroco Altobelli Barbati per incapacità, affidando ad interim la parrocchia al parroco di Pompiano.
La vita religiosa si arricchisce, fin dalla fine del '500, della devozione alla Beata Vergine del Rosario, il cui altare esiste già all'epoca della visita del vescovo Marino Giorgi del 3 dicembre 1600. Tale altare verrà custodito da un'apposita Confraternita di cui, assieme a quella del SS. Sacramento, il vescovo V. Giustiniani il 28 maggio 1612 raccomanda il regolare funzionamento delle cariche. Probabilmente per la peste del 1630 compare la devozione e un altare dedicato a S. Nicola di Tolentino il quale, tuttavia, lascia presto il posto a S. Rocco.
Nel 1648 la Confraternita, e i relativi altari, godono di alcuni redditi per cui sono in grado di far celebrare 4 messe la settimana, due delle quali per i legati predisposti da Stefano Stefani e Antonio Folino e due "pro populo". Molto particolareggiate le disposizioni dei visitatori circa le suppellettili e i paramenti sacri e circa la pulizia degli ambienti. Nel 1657, grazie ad un reddito complessivo di 74 scudi in parte proveniente dall'affitto di appezzamenti di terra (nel 1678 i piò di terra salgono a 44) e parte dalle offerte, la parrocchia è in grado di mantenere anche un cappellano. In generale la dottrina cristiana è sempre seguita, salvo che nei tempi di grande lavoro, e in parrocchia non si contano "inconfessi".
Durante il secolo, probabilmente nel 1625 come si legge su di un mattone, viene costruito il campanile mentre la chiesa nel 1658 conta quattro altari, uno dei quali, quello del SS. Sacramento, è privilegiato. Nella visita pastorale del 1678 il vescovo Giovanni Marino Giorgi comanda che venga ampliata la sagrestia, mentre nel 1684 il vescovo Bartolomeo Gradenigo ordina che si faccia una custodia per gli oli santi e approva le reliquie dei SS. Ippolito, Proba, Geminiano e Fortunato.
Anche il '600, come fa rilevare C. Delpero, nonostante il susseguirsi di 26 parroci e la diminuzione degli abitanti dovuta alla peste e all'aria insalubre, la pratica religiosa si mantiene buona e buono è il clima morale. La povertà della popolazione non impedisce nuove opere per la chiesa. Oltre che del campanile viene prevista la costruzione del Battistero e di un confessionale adeguato alle norme. Viene ampliato il cimitero e costruita, attigua alla chiesa, la cappella di S. Vitale.
La situazione religiosa e morale rimane buona anche nel '700. Nel 1703 la chiesa ha quattro altari (Maggiore, SS. Sacramento, Madonna del Rosario, dei Santi o di S. Nicola). Vi esistono le Scuole del SS. (di cui è ignorata la fondazione) e del S. Rosario (fondata il 19 gennaio 1629). In parrocchia esiste un solo oratorio privato dedicato a S. Carlo, di proprietà dei Martinengo. Il parroco, in una sua relazione del 1713, scrive: «Ogni festa commandata, fatta eccezione delle più premurose urgenze della campagna il parroco tiene la dottrina cristiana». Egli afferma inoltre: «Bestemmiatori, inconfessi, coniugati che non coabitano, sospetti di eresia ecc. non ne so alcuno, essendo per altro popolo ubbidiente alla legge divina». In più «la sacrestia, stando la pietà degli Ill.mi Signori Conti Martinenghi, è munita di quella suppellettile sacra che si ricerca giusto la diversità dei tempi, né mancano di spesso aumentarla ad honore di Sua Divina Maestà». Ma ci pensa il severissimo card. Badoer a fare le pulci alla parrocchia. Egli non manca di ricordare il dovere del parroco di «insistere con ogni zelo perché diminuisca la disordinata frequenza delle osterie, perché nelle stalle e nei luoghi dove si fila il lino venga evitata la promiscuità tra i sessi; i confratelli e le consorelle della Dottrina Cristiana dovrebbero fare la comunione con maggior frequenza, almeno la terza domenica del mese».
Come rileva C. Delpero, «il numero totale dei parroci per tutto l'arco del secolo è più ridotto che nel precedente nove parroci, con una media di parrocchiato che supera di 10 anni. Ciò sta a significare che le condizioni in complesso sono notevolmente migliorate, sia dal punto di vista pastorale, come da quello economico; le Scole, a quanto pare, garantiscono una vita migliore, sia al parroco che al cappellano dei tre altari».
Il '700 porta una grossa novità. Presumibilmente tra il 1727 e il 1734 la chiesa parrocchiale viene radicalmente trasformata anche se si conoscono solo alcuni particolari. Come documenta C. Delpero, «il 22 aprile 1728 si parla per la prima volta di un altare della S. Croce, che probabilmente è identico all'attuale di fattura settecentesca; l'8 aprile 1735 è documentata la collocazione di un nuovo concerto di campane; il 23 agosto 1735 viene collocato in chiesa un organo con relativa cantoria; il 12 aprile 1737 mons. Francesco Martinengo Palatini di Villagana consacra l'altare maggiore della chiesa di Zurlengo». Come rileva Delpero, «tenendo presenti tutti questi dati, possiamo formulare un quadro abbastanza credibile circa gli avvenimenti che hanno accompagnato il rifacimento della chiesa e della struttura parrocchiale nel Settecento». Egli vede in mons. Francesco Martinengo «il personaggio decisivo» dell'operazione e «forse anche il finanziatore della nuova costruzione». Sempre durante il '700 tuttavia il fervore del rinnovamento non si ferma alla chiesa: in questa stessa epoca, sicuramente prima dell'anno 1783, si è ampliata la canonica, estendendola su parte dell'antico cimitero e collegandola direttamente con la chiesa; mentre il cimitero viene spostato al vicino oratorio di S. Vitale, dove forse erano stati sepolti già un secolo prima i morti della peste (1630).
La rivoluzione giacobina del 1797 e la politica napoleonica spoglia di beni confraternite e altari e impone il controllo della fabbriceria. Nonostante le ristrettezze dei tempi e della politica ecclesiastica, nel 1809 si ripetono interventi importanti per il miglioramento della chiesa, con la sistemazione degli altari e dello stesso interno, come indicano lo stile ionico dei capitelli e forse la sistemazione a lunotto delle finestre.
Per tutto il sec. XIX gli interventi vescovili riguardano soltanto suppellettili e paramenti liturgici. Solo nel 1864 il vescovo richiama il dovere dì restaurare la cappella di S. Vitale. D'altronde la parrocchia è sempre più povera. Fondandosi sul lascito di 1000 scudi alla chiesa di S. Nazzaro, passato poi alla chiesa di Zurlengo, il vescovo Gabrio Maria Nava con due decreti del 24 gennaio 1814 e del 19 marzo 1828 aveva imposto ai Martinengo il versamento di Lire 730 annuali al parroco di Zurlengo, calcolando che a tale cifra corrispondessero gli interessi sulla grossa somma di 1000 scudi lasciata dal co. Ercole Martinengo in data 29 gennaio 1628. Tali decreti erano stati eseguiti, pagando al cappellano Girelli la somma annuale di Lire 732, come attesta la visita pastorale di mons. Ferrari del 1841. Ma dal 1856 pare che la somma non sia stata più versata, costringendo il vescovo mons. Verzeri a chiedere ripetutamente, ma inutilmente, l'adempimento. Egli si vide costretto ad una riduzione di Messe per permettere al parroco di respirare economicamente. Nel 1864 il parroco vive con una «rendita annuale di Lire 630, e inoltre 600 fascine, 2 mede di legna grossa, 18 quarte di frumento, 10 quarte di formentone e la questua del lino. Il parroco deve mantenere accesa la lampada del SS.mo, procurare la cera dell'altar maggiore, pagare un pranzo il Sabato Santo ai cantori e una colazione agli stessi nel giorno dei Morti». Nelle loro visite pastorali i visitatori non fanno rilievi importanti. Tra i sacerdoti originari di Zurlengo distintisi in questi anni, si ricorda don Faustino Melchiotti (1832-1873), vicerettore in Seminario e arciprete di Capriano, stimato come «sacerdote ripieno di spirito del Signore, benemerito e caro a tutti per sue ottime qualità e virtù». «Saggio, zelante buono come (Zurlengo) mai ne ha avuti», parroco per 48 anni, don Teodoro Pagliari (1890-1938) guida il trapasso da una curazia mercenaria a libera parrocchia. Nel 1912 paga di propria tasca l'ampliamento della canonica. Soprattutto anima con costanza la vita religiosa della piccola comunità che egli nel 1914 descrive come «popolazione buona, eminentemente agricola, specie gli Obbligati tra i quali si conta molta gioventù, non ponno frequentare i sacramenti e le altre funzioni come e quanto si desidererebbe»; ci sono due messe la domenica, la seconda con dottrina, e poi una dottrinetta alle 14.00 per la gioventù; feste particolari: la Natività di San Giovanni Battista, l'Esaltazione della S. Croce (patrono), la Benedizione della campagna che in passato era festa dei SS. Martiri Bresciani, la chiusa del mese mariano e il Sacro Triduo. «Attesa la meschinità degli Abitanti non avvi che la Confraternita della Dottrina Cristiana, del SS. Rosario ed un embrione di Oratorio Maschile e Femminile, e Confraternita delle Madri». Il popolo concorre con devozione alle proprie feste di S. Firmo e Rocco, e di S. Biagio, di S. Antonio abate e S. Lucia. E conclude: «È comune alla Domenica o Festa l'idea di non aver fatto festa se non si torna a casa la sera alticci anzi che nò. Ringrazio Iddio, fin'ora non ho avuto a lamentare gravi disordini».
Il vescovo mons. Gaggia nella visita pastorale del 17 agosto 1914 si limita a pochi rilievi. Il 29 gennaio 1922 vi viene istituita la Congregazione del Terz'ordine francescano. Grazie anche allo zelo del curato don Leone Pizzamiglio, la parrocchia si adegua alle necessità dei tempi. Nel 1936 per la gioventù viene fabbricato un salone con giardino intorno, per adunanze ed aule di catechismo, scontrandosi con le autorità fasciste che vorrebbero utilizzarlo per le proprie manifestazioni e per il Dopolavoro. Nella sua relazione don Pizzamiglio, in sostituzione del parroco ormai infermo, ribadisce: «La pratica religiosa è buona. Le feste principali: S. Giov. Batt., patrono; Esaltaz. della S. Croce, S. Luigi e le feste quinquennali della B.V.M. Si pratica anche il 1° venerdì del mese, il mese di maggio e il mese di giugno. Quattro o cinque volte all'anno ci sono i confessori straordinari». Al contempo vengono ceduti alla parrocchia la canonica e il salone parrocchiale. Con la morte, il 4 settembre 1938, di don Pagliari, il vescovo chiede, assieme alla rinuncia del giuspatronato da parte dei 66 proprietari di terra, titolari dei terreni appartenenti ai conti Martinengo, che rinuncino ai loro privilegi e nomina direttamente i successori.
Gli ultimi parroci, ha scritto C. Delpero (p. 234), «hanno fatto del loro meglio per tener su la vita e le strutture parrocchiali, nonostante la crisi dai molti volti che ha interessato il paese. Il parrocchiato di don Erminio Bertuzzi (1946-1959), avviatosi sotto ottimi auspici, ha visto buone realizzazioni, tra cui la collocazione di un nuovo concerto di campane nel 1948 e il restauro, negli anni 1947 e 1957, dell'interno della chiesa, trovata «in condizioni pietose»; ma si è concluso male con la rinuncia, imposta per insolvenza amministrativa, quasi funesto presagio della crisi incombente sul paese. Il parrocchiato di don Aldo Loda (1960-64) ha riportato ottimismo nella vita parrocchiale e nelle opere prudentemente realizzate in chiesa e in canonica, ma poco ha potuto contro l'erosione demografica e istituzionale del paese; il cui nadir è stato attinto sotto il parrocchiato di don Francesco Adragna (1965-1979). Tocca a don Claudio Delpero affrontare con coraggio il restauro più attento della chiesa: in tre anni di lavoro dal 1980 al 1983, grazie alle prestazioni gratuite e alle offerte della popolazione, viene restaurata la chiesa con il campanile. È ancora don Delpero che nel 1987 dà vita al bollettino parrocchiale "El chioseto".
Un rilancio della vita parrocchiale si verifica sotto il parrocchiato di don Giuseppe Pezzola (dal 1990). Riprende la celebrazione delle Quarantore e delle feste quinquennali in onore della Madonna, feste che richiamano molti zurlenghesi emigrati altrove. Dal 1992 al 1993 viene continuato il restauro della chiesa parrocchiale con il ripristino di parte degli affreschi e degli altari laterali, rifatta la sagrestia, arricchite le suppellettili sacre. Sotto il parrocchiato di don Tiziano Goretti, parroco delle comunità di Verolanuova, Zurlengo e Pudiano, la chiesa di Zurlengo viene progressivamente ristrutturata dal 2004. I lavori terminano nell'ottobre 2006.
LA CHIESA PARROCCHIALE dei SS. Giovanni Battista e Giovanni evangelista. Costruita a partire dal 1493, secondo i rilievi del prof. G.F. Mingardi «includeva il presbiterio e la prima campata della chiesa attuale, su cui poggiavano due vòlte a crociera disposte perpendicolarmente l'una rispetto all'altra; i muri perimetrali esterni attuali sono quelli antichi. L'abside, dove è stato messo in luce il bellissimo affresco quattrocentesco, aveva appoggiato in basso l'altare principale la cui altezza è stata indicata nel corso del restauro eseguito; tale affresco molto probabilmente "girava" dietro la colonna dipinta, recentemente affiorata e veniva avanti perpendicolarmente alla parete per un metro circa ai lati dell'altare; era rinchiuso alla sommità sotto un arco acuto, la cui struttura è appena indicata nell'affresco. Le due pareti del presbiterio sono quattrocentesche; nella parte esterna della parete destra, al secondo ripiano dell'interno del campanile, si trova il fregio esterno dell'antica chiesa, andato distrutto poi nel rifacimento settecentesco; alla parete sinistra si appoggiava una sagrestia più piccola dell'attuale». «Che la cappella primitiva», prosegue il prof. Mingardi, «includesse soltanto la prima delle attuali campate è dimostrato dal fatto che ai lati, in corrispondenza delle due porte laterali della chiesa, si sono trovati i resti ornamentali (pittorici a sinistra, di stucco a destra) dei due altari laterali che, stando alle descrizioni delle visite pastorali, erano dedicati al Santissimo Sacramento e al S. Rosario. La costruzione, nel suo angolo più esterno, gira decisamente verso l'interno. Lo spazio restante dell'attuale chiesa era probabilmente occupato da una piazzetta e per l'ingresso al luogo sacro c'era forse un piccolo atrio esterno».
Quanto all'architetto, C. Delpero ha avanzato la possibilità di riferirsi ad Antonio da Zurlengo (1440 ? -1510 ?) legato ai Martinengo Palatini e a Bernardo Zenale con il quale ebbe a lavorare in più occasioni a Brescia. Come scrive C. Delpero, ciò autorizza «a pensare che i Martinengo abbiano contattato facilmente i menzionati artisti e abbiano dato loro l'incarico di avviare la propria cappella gentilizia di Zurlengo. Se ciò fosse vero, il rifacimento settecentesco della chiesa non è stato un vantaggio: oltre a danneggiare gravemente l'affresco quattrocentesco, avrebbe cancellato l'opera del migliore architetto bresciano del Quattrocento».
Il polittico raffigura nel registro superiore la Crocifissione con la Beata Vergine, S. Giovanni Evangelista e la Maddalena e in quello inferiore la Madonna col Bambino fra i SS. Giovanni Battista e Giovanni Evangelista. Nella parte superiore dei capitelli, nell'arcata centrale, due angeli con trombe, ai lati due angeli musicanti con violetta e liuto. «La costruzione architettonica, sottolinea G.F. Mingardi, di cui rimangono le incisioni sull'intonaco, impostata sulla prospettiva centrale, l'effetto chiaroscurale della luce che proviene da sinistra, la visione di scorcio delle figure e il sapiente uso del colore, accentuano l'effetto di profondità». Su una colonna della composizione si scorge chiara traccia dello stemma dei Martinengo (aquila rossa su fondo d'oro). G. Panazza scrive ("Storia di Brescia", II, p. 987) di una «notevole composizione architettonica di tipo bramantesco come in tre fornici di un porticato» che ha fatto pensare ad influenze di Zenale. «Gli angeli musici, rileva il Panazza, la fastosità architettonica, le figure stesse dei santi fanno pensare al polittico di Treviglio, mentre nella Madonna col Bambino è una vena di dolcezza che si rifà più al Bergognone, come bergognonesca è la Crocifissione. Si è nello stesso clima di un Antonio e Matteo della Chiesa o di un Nicolò Moietta». Lo stesso Panazza, più tardi ed a restauro avvenuto, ha potuto rilevare la «finezza di stesura pittorica, valutare la serena e fresca vivacità della composizione del registro superiore che ricorda assai quella che il Ferramola dipinse nel refettorio dell'Abbazia di Rodengo. Credo poi sia sufficiente il raffronto fra la testa del S. Giovanni Ev. nel registro inferiore con la testa d'un uomo d'armi già in palazzo Calini, oggi strappata e collocata nella Pinacoteca Tosio-Martinengo di Brescia, per capire che siamo davanti allo stesso maestro bresciano, Floriano Ferramola, che da un inizio puramente foppesco si avvicina nel primo decennio del Cinquecento all'esperienza pittorica di Zenale, Bramantino e Boccaccino, per captare infine qualche superficiale elemento romaniniano nelle opere tardive». Giovanni Vezzoli, da parte sua, ha rilevato una vicinanza «agli affreschi venuti alla luce recentemente a Crema nell'ex-convento di sant'Agostino, appartenenti sicuramente all'ultima maniera di Giovan Pietro da Cemmo. Forse il colore potrebbe completare, o sfatare, il suggerimento». In conclusione il Vezzoli propende per un autore più arcaistico di Zenale, più delicato e finitore del Ferramola, che potrebbe essere il Da Cemmo neogotico. Alla fine si potrebbe parlare di un maestro di Zurlengo.
La chiesa venne praticamente ricostruita, salvo parte del presbiterio e dell'abside, nel 1717-1735, scrive C. Delpero ("Pompiano", pp. 226-227) in stile «chiaramente settecentesco (facciata a doppio e profondo architrave, prevalenza della dimensione verticale su quella orizzontale, contrafforti slanciati, sobrietà nelle cornici, nelle arcate e nelle vòlte), mentre l'interno porta altrettanto chiaramente l'impronta del restauro ottocentesco del 1809. In poche parole, si è ottenuta una struttura tripla di quella precedente, sebbene la navata centrale della chiesa si sia ristretta di 2 metri rispetto all'anteriore, forse per la presenza della strada. Nel corso dell'ultimo restauro (1980-1984) è emersa la sagoma di due porte ai lati dell'ultima campata, il che fa suppone che uno dei due altari laterali della vecchia chiesa, i cui resti sussistono chiaramente al di sopra delle attuali porte laterali, fosse rimasto al proprio posto (l'altro fu occupato dall'organo), e che solo nel restauro del 1809 si sia proceduto alla sistemazione degli altari e delle porte laterali più o meno come si vedono».
Oggi la chiesa presenta affreschi del pittore Pietro Milzani (1947); l'abside è dominata dal polittico rimasto in parte della chiesa vecchia; altare, tabernacolo, ambone ecc. sono opera dello scultore Maffeo Ferrari (1988). Ha due altari laterali dedicati alla Beata Vergine del Rosario e al S. Cuore.
CAPPELLA DI S. VITALE. Eretta forse in occasione della peste (anche se il titolo è molto più antico), funzionò da cappella cimiteriale. È ancora menzionata nelle visite pastorali della seconda metà dell'Ottocento, quando ormai la sua funzione "cimiteriale" era del tutto assolta. Dalle descrizioni raccolte tra coloro che avevano visto prima della trasformazione in Casa del Fascio (1932) risulta che aveva tre arcate nella parte superiore, cui corrispondevano tre tombe a cisterna sotto il pavimento, probabilmente ancora intatte sotto la costruzione attuale.
CAPPELLA DI S.CARLO. Annessa al palazzo ad uso dei soli conti e della servitù, è nominata raramente.
Nella campagna una stele, opera dello scultore Maffeo Ferrari, è dedicata alla Madonna delle sorgenti. Interessante è il monumento del vecchio cimitero, sistemato recentemente su progetto di Maffeo Ferrari.
MADONNA DELLE SORGENTI. Opera di Maffeo Ferrari posta presso il vaso Fiume l'8 dicembre 1986.
PARROCI: ... (1492-1540); Ludovico Ceratelli (... 1540 ...); Altobello Barbati (... 1572 ...); Pietro V. Milanesi (1584-1585); Angelo Mersoni (1585-1598); Angelo Manenti (1598-1600); Guglielmo De Midio (1601-1604); Giacomo Massoleni (1604-1606); Agostino Conti (1606-1609); Cesare Leonilli (1609-1612); Albertino Conti (1612-1615); Tommaso Pedoni (1615-1617); Francesco Bulmini (1617-1619); Cesare Franchini (1619-1621); Tomaso Pedoni (bis) (1621-1624); Benedetto Caligari (1624-1628); Giacomo Pozzaglio (1628-1639); Lorenzo Nibil (1639-1640); Giacomo Pozzaglio (bis) (1640-1642); Girolamo Sacchetti (1642-1646); Girolamo Valnesor (1646-1647); Camillo P. Conprino (1647-1648); Cristoforo Marcandone (1648-1649); Camillo P. Rapazzoli (1649-1653); Battista Minelli (1653-1657); Andrea Capredone (1657-1658); Bartolomeo Bonardi (1658-1659); Pietro Solerino (1659-1660); Bortolo Albertinelli (1660-1662); Bernardino Pizzoli (1663-1684); Silvestro Bordiga (1684-1686); Donato Salvatino (1686-1701); Francesco Gattino (1701-1710); Gianbattista Rosa (1710-1715); Bernardino Cominardi (1715-1718); Tomaso Romano (1718-1724); Giacinto Zanni (1724-1750); Carlo Perfezione di Bagnolo (1750-1755); Salvatore Paroli di Vestone (1755-1782); Pietro Leali di Odolo (1782); Giacomo Lorandi di Lavenone (1793); Giuliano Martinelli di Chiuduno (1799-1821); Ubaldo Quarta di Idro (1822-1832); Paolo Fraini, economo spirituale (1832-1835); Ippolito Costardi di Palosco (1835-1848); Tomaso Salvetti di Pavone (1850-1853); Bartolomeo Cosi di Bagolino (1853-1856); G. Battista Losa di Orzivecchi (1857-1863); Tomaso Salvetti di Pavone (bis) (1863); Santo Mainetti di Bargnano (1866-1889); Teodoro Pagliari di Verolanuova (1890-1938); Leone Pizzamiglio economo spirituale (1937-1939); Arrigo Bajetti (1939-1946); Erminio Bertuzzi di Gambara (1946-1959); Aldo Loda di Coccaglio (1960-1964); Francesco Adragna di Anfo (1965-1979); Claudio Delpero di Ponte di Legno (1979-1988); Vincenzo Togni di Brescia (1988-1990); Giuseppe Pezzola di Bagnolo Mella (1990-2001); Tiziano Goretti di Milano (dal 2001).