VESTONE (2)

VESTONE (in dial. Vistù o Vestù; in lat. Vestoni)

Centro industriale e mercantile dell'alta Val Sabbia sulla destra del fiume Chiese ove confluiscono le valli del Savallese e delle Pertiche, allo sbocco della valle del torrente Degnone nella valle principale, mentre al lato opposto scende nel Chiese, dai monti di Treviso Bresciano, il Gorgone. Sorge a 318 m. s.l.m. a 37 km a NE di Brescia, ha una superficie comunale di 12,93 kmq. Confina con i comuni di Lavenone, Treviso Bresciano, Provaglio Valsabbia, Barghe, Preseglie, Bione, Casto, Mura, Pertica Alta e Pertica Bassa. Frazioni e loro distanza dal centro: Nozza (in dialetto La Nòsa o Nòsa), km. 1,500; Promo (Pròm), km. 0,500; Mocenigo, km. 0,600; Sardello, km. 1,350; Tesolo, km. 1,650; Case sparse; Capparola. Ecclesiasticamente la parrocchia di S. Maria della Visitazione fa parte della Zona XVIII Alta Valsabbia.




ABITANTI (Vestonesi, nomignolo "Trumbù o trumbèc de Vestù"): 560 nel 1493; 1106 nel 1566; 926 nel 1580; 1000 nel 1610; 667 nel 1631; 800 nel 1658; 960 nel 1727; 820 nel 1734; 808 nel 1775; 850 nel 1791; 850 nel 1805; 868 nel 1819; 1123 nel 1835; 1160 nel 1848; 1348 nel 1858; 1844 nel 1861; 1922 nel1871; 1990 nel 1881; 2018 nel 1901; 2634 nel 1911; 2839 nel 1921; 2911 nel 1931; 2776 nel 1936; 3193 nel 1952; 3338 nel 1961; 3572 nel 1981; 4131 nel 1991; 4343 nel 2004.




Antiche denominazioni: Vestone (sec. XII); Veston (sec. XV); Vestone e Promo (sec. XVIII); Vestone (sec. XIX). Il territorio è andato formandosi nel periodo del Trias medio o del Raibli, occupato da terrazzamenti alluvionali con i centri di Promo, Mocenigo, Capparola sulla sponda destra del Chiese e di Santa Lucia sulla sinistra e che hanno il loro centro alla confluenza del Degnone e del Gorgone con il Chiese proprio nell'abitato di Vestone. Si tratta di terrazzamenti fluvio-glaciali e cioè di materiale portato fino al termine del lago d'Idro dai ghiacciai, e dal Chiese trasportato a valle, specialmente durante la permanenza nella conca dell'Idro dei ghiacciai stessi, e dopo la loro ritirata, per lo sfondamento delle morene frontali dell'anfiteatro che li delimitava a sud. Vestone è tra i 32 comuni bresciani con il grado 2 di sismicità (cioè elevato). Quanto al nome viene rifiutata l'opinione di chi lo fa derivare da "Vesta", la dea del focolare, o che sia una contaminazione del toponimo "Vestina", località di pascoli montani o "bestin", che indica semplicemente in Tacito, Erodoto ecc. una località genericamente a E di un'altra località. Viene inoltre respinto un collegamento con il popolo degli Stoni o Stoeni, di cui scrive Strabone, che abitarono, in verità, l'alta val Giudicarie. Tale idea fu fatta propria nel 1616 da Ottavio Rossi ("Memorie", p. 193), assieme a Scipione Maffei e ad altri, il quale sostiene che la valle «fu danneggiata molto dagli Stoni che vi fabbricarono anco Vestone il quale suona Vetus-Stonum come volle Giovita Rapitio», e come ancora affermò il Comparoni nel 1805 nella sua storia di valle Sabbia. Si sa invece che la val Sabbia fu occupata da un popolo ben individuato: quello dei Sabini. Con più originalità Natale Bottazzi si è riferito alla voce latina "vastum" = luogo guasto, rovina; latino "vastus" = vuoto, vasto, deserto a cui corrisponde la voce tedesca "der wust" = devastazione, rottami, antico tedesco "wosti" e anglo sassone "weste" = vuoto, non fabbricato, riferendosi agli allagamenti che il Chiese, il Degnone e il Gorgone causavano nella zona, assieme alle piene del lago d'Idro, prima che l'andamento delle acque fosse regolato artificialmente. Il nome sarebbe passato anche all'abitato. Secondo il Bottazzi la "v" si sarebbe modificata in una "b" o in una "gu" come avvenne in tutta Italia, e ne sarebbe derivato un "Bestu" o "Guastu".


Arnaldo Gnaga, che pur si riallaccia alla derivazione da un "Bestone", lo interpreta come "vasto pascolo". Più perentorio Gualtiero Laeng che assieme ad altri, accetta la derivazione dall'antico "fastagium" (donde il "vestagg" della Valtellina) per canale ripido usato per la discesa della legna dal monte. Qualcun altro si è rifatto all'esistenza antica di un mercato di bestiame, da cui "Bestonius": "luogo delle bestie". Carla Marcato ("Dizionario di Toponomastica", UTET, p. 698) accetta invece la versione dell'Olivieri di un riflesso, cioè, del latino "vicia" = veccia (in dial. vesa).




STORIA ANTICA. Circa la prima presenza dell'uomo, Felice Mazzi ("Cento anni a Vestone e a Nozza", p. 147) ha scritto di «alcune testimonianze preistoriche uscite allo scoperto a Mocenigo, nell'orto della famiglia Prezioso e Angela Bontempi. Sono tre manufatti di selce (silice) grigia: un raschiatoio ricurvo lungo 11 cm., spezzato a metà al momento del ritrovamento; un secondo raschiatoio leggermente ricurvo lungo 9 cm.; una lama lineare di 9 cm. Come tentativo di datazione, anche se molto approssimativa, si può parlare di un tardo neolitico o forse di una fase iniziale della civiltà del bronzo, considerata la tipologia dei tre manufatti che denuncia una lavorazione propria di quell'epoca».


È caduta l'opinione del Bravo ("Delle storie bresciane") e del Gnesotti ("Memorie per servir alla storia delle Giudicarie"), ma anche dello stesso Odorici, che Vestone cioè sarebbe stata la capitale degli Stoni o Stoeni. Epicentro perciò storico della Valsabbia munito, in periodi pre-romani, di tre castellieri dei quali rimane solo il ricordo e l'incerta ubicazione alla SS. Trinità, a Pietra di Castello e sulla vecchia strada Promo-Mocenigo in località Garde; quanto alle origini del paese si naviga nell'incertezza. Salvo una monetina romana, un dupondio di Settimio Severo (146-197 d.C.) probabilmente perduta da un qualche viandante o legionario, bisogna ricorrere, per rintracciare segni della presenza di Roma, ai reperti e a sepolture emerse nel 1875 e nel 1962 a Nozza (v. Nozza) mentre al periodo della decadenza di Roma e ai tempi barbarici sono riferiti i reperti emersi nel 1964 a Piana del Tone del Ceret.


Esiste una sepoltura ad inumazione a cassetta monolitica di arenaria contenente una doppia deposizione e due monete, una delle quali di Costantino (306-337 d.C.). Probabilmente la tomba venne riusata in età altomedievale per una sepoltura più tarda, pure ad inumazione, con corredo costituito da una brocchetta con decorazione di losanghe a stralucido che Giuseppe Bonafini assegnò «con discreta sicurezza ... probabilmente al tempo del dominio longobardo», mentre Pietro Simone propende ad attribuirla ad epoca gota. Qualcuno poi ha voluto vedere un'usanza pagana in quella invalsa a Vestone fino al sec. XIX, di tenere cioè da parte le viscere dei quadrupedi uccisi per poi bruciarle e trarne vaticini.


Nomi di località come Le Garde, Gandina ecc. rafforzano la convinzione che i centri di Vestone e di Nozza si siano sviluppati particolarmente in epoca longobarda, attraverso organizzazioni militari, economiche, giuridiche delle decanie e dei borghi, forse come demanio pubblico di un qualche esponente della nobiltà longobarda, passato poi al vescovado di Brescia. Si ritiene dai più che il primo centro sia stato Promo, situato in posizione più elevata, in un anfiteatro soleggiato e che solo in seguito si sarebbe allargato al fondo valle percorso dal fiume Chiese e dai torrenti Degnone e Gorgone, mentre in precedenza la località che oggi è Vestone ospitava, fino al sec. XV, solo poche fucine, qualche casupola e una piccola chiesa dedicata alla SS. Maria della Visitazione. A Promo si formò la prima comunità civile ed ecclesiale intorno ad una chiesa diaconale, piccolo centro di carità, ospizio per pellegrini e viaggiatori. Di mano in mano che agglomerati abitativi si andavano sviluppando, si resero necessarie anche opere di difesa. Nel 1805 il Comparoni ("Storia delle Valli Trompia e Sabbia", p. 10) registrava l'esistenza di resti di tre forti o castelli dei quali rileva i nomi generici e afferma l'esistenza di «grosse muraglie» individuando la prima in contrada Castello nella zona alta del paese; la seconda sullo scoglio di S. Lucia a sinistra del fiume Chiese su un terreno ancora chiamato "Campo Castello"; la terza sulla rupe alla svolta della strada per Treviso Bresciano, su terreno della prebenda parrocchiale e «ab immemorabile» nelle assegnazioni del beneficio, ancora una volta detto "Castello".


Singolare, per la nascita delle prime comunità o vicinie, un lascito che, secondo un documento tramandato in copia molto tardiva, le Bonefemine de Fusio nel 1002 lasciarono alla Comunità di Vestone il luogo di Brasses, con l'obbligo annuo di dare due tordi (o merli) al parroco di Toscolano, in perpetuo. Oltre al vescovo, proprietà vi ebbe anche il monastero di Leno mentre incerta è invece la supposizione che corrisponda a quello di Vestone il nome di una località "Bistrone" che si trova in un documento del monastero di S. Eufemia di Brescia, che reca la data 1123. Per molto tempo decisa fu l'influenza esercitata dal vescovo di Brescia, tanto che il comune fu considerato a lungo come dipendente dalla sua autorità o comunque ad essa rapportato. Schierato nel 1135-1139 dalla parte del vescovo Manfredo e con i milites catholici contro il comune di Brescia e i milites non infeudati dal vescovo, a Vestone si concentrarono le forze valligiane (comprese quelle della Valtrompia) decise a sostenere in ogni modo la parte del vescovo. Per questo motivo a Vestone venne mandata una solenne ambasciata, incaricata dal cardinale di S. Maria di via Lata, messo del Papa, per riconciliare le parti avverse e riportare la pace. In seguito il territorio gravita sulla rocca di Nozza (v.) nella quale, nel 1196, Oberto di Savallo a capo dei Valsabbini imprigiona i nobili bresciani da lui catturati, coinvolti prima nelle lotte tra guelfi e ghibellini e poi tra Milano e Venezia.


Promo è citato come Preomo nel 1251 nel Liber Potheris per un certo Enrico che sottoscrive un solenne atto di pace fra Brescia e Bergamo firmato il 3 maggio di quell'anno.


Nel sec. XIII emerge la famiglia Graziotti di Promo, schierata dalla parte guelfa. A Tebaldo Graziotti viene affidato il compito di rovesciare il governo della città di Brescia tenuto dai ghibellini. A capo dei suoi valligiani il Graziotti marcia su Brescia e con Tebaldo Brusato il 14 febbraio 1311 li scaccia dalla città. Occupata quest'ultima nel maggio 1311 dall'imperatore Arrigo VII e riconsegnata ai ghibellini, Tebaldo Graziotti ritorna alla carica, raccoglie nuovamente gli armati e nel 1312 riconquista la città. Discende di nuovo in campo quando nel 1330 Mastino della Scala riesce ad occupare Gavardo, la Riviera del Garda e parte della Valsabbia, e si schiera contro Giovanni di Boemia subentrato agli Scaligeri.


Impostasi nel 1337 la signoria dei Visconti, Vestone emerge sempre più chiaramente come comunità, sia pure unita a Promo. Entrato a far parte della Quadra della Valsabbia troviamo Vestone elencato con Promo nell'Estimo visconteo del 1385 nel quale figurano come "Prumo et Vestono" anche se appare come uno dei più poveri comuni della Valsabbia, obbligato come è a pagare 6 lire e 14 soldi ogni mese, in confronto a Bagolino che ne paga 102, alle Pertiche che sono impegnate per 84, a Preseglie che ne versa 44, ecc. Con un'imposta di 4 lire per proprietà comunali Vestone compare nell'Estimo dei Comuni Bresciani del 1389. In verità Vestone è tra i centri della Valsabbia che sente di più il rigido peso del dominio visconteo, tanto che un anonimo autore nel sec. XVI, in una memoria "Dei meriti delle Valli Trompia e Sabbia", si dichiara cittadino di Vestone e constata amaramente che «per i nostri peccati abbiamo perso la cara libertà». Nonostante ciò è già avvertibile un notevole progresso edilizio ed economico sottolineato da Felice Mazzi ("Cento anni a Vestone e Nozza", p. 147) con il fatto che, mentre sono rari più antichi reperti, «in compenso sono numerosi i frammenti di terracotta, alcuni decorati con gusto e abilità, e le monetine uscite allo scoperto e databili a dopo il XIV secolo». Tale progresso, dal sec. XIV, si sviluppa intorno alle fucine che sorgono lungo il Degnone, per la lavorazione del ferro, e all'affermarsi del mercato che gode di particolari privilegi. Ma la situazione è in continuo movimento per cui Vestone deve più che altro subire le continue contese che si svolgono soprattutto intorno alla rocca di Nozza disputata in continuità da Visconti, Scaligeri, da interventi dei conti di Ladrone, affidandosi poi all'energica azione di Galvano de la Noza, che agli inizi del sec. XV si schiera decisamente con Pandolfo Malatesta e poi con Venezia contro i Visconti.




SOTTO VENEZIA. A Venezia, fra i primi paesi, nel 1426 fa atto di fedeltà, rinsaldando poi sempre più strettamente la propria dedizione che durerà per secoli. Tale fedeltà viene messa a dura prova nel blocco di Brescia creato dall'esercito visconteo dopo l'assedio del 1438, nel gennaio 1439, quando il passo di Nozza e quelli di S. Eusebio e Caino vengono bloccati mentre il Piccinino (che il 12 gennaio aveva trovata una forte resistenza a Castel Romano, nelle Giudicarie, da parte di Tebaldo Graziotti) si avventa, oltre che sulle Pertiche, anche su Vestone e, come narrano le cronache, «dopo aver fatto molti prigionieri e razzia di donne, prelevato il bestiame e asportati i mobili e gli oggetti più preziosi, in una orrenda notte del 1439 (non si sa quale) diede, tra pianti e strida, tutto alle fiamme che sinistramente illuminarono a giorno i dintorni. Si vuole che in quel rogo andassero distrutti molti documenti d'importanza storica». In ragione di ciò la Serenissima concede in compenso a Vestone e alla Valsabbia nuovi privilegi fra i quali l'uso dei pascoli e l'esenzione dal dazio del sale. E Vestone risponde con nuove prove di fedeltà specialmente nella difesa della Rocca d'Anfo nella quale sono particolarmente impegnati i capitani Giovanni Sarasini e Giacomo Graziotti, entrambi nativi di Promo di Vestone. In considerazione di ciò il 31 marzo 1452 vengono confermati al Comune di Vestone, assieme ad altri i privilegi concessi in precedenza, di non essere tenuto ad alloggiare genti d'arme, di essere obbligato alla sola manutenzione delle strade per Trento e non di quelle bresciane. Detti privilegi si vanno moltiplicando tanto che un anonimo, che si dichiara di Vestone, si sente in dovere di dedicare alla «sua dilettissima Patria» una interessante "raccolta delle benemerenze delle Valli Trompia e Sabbia verso la Serenissima Repubblica di Venezia e città di Brescia con un Compendio delle medesime per ordine dei Tempi".


Grazie alla protezione della Serenissima, durante il sec. XV, si vanno sempre più diffondendo le fucine, alimentate da minerale trasportato dalla Valtrompia mentre sorgono fonderie, tra le quali quelle di palle per artiglieria. Molto conosciuta è quella di Anton Maria Bissoni il quale, nel 1553, assume una fornitura di 1.000 palle per il duca di Ferrara. Sono i tempi nei quali prendono rilievo i mercati di Vestone e di Nozza, fra i principali della media Valsabbia, ma sono anche anni nei quali Vestone offre addirittura esempi di alto progresso culturale. Vestone, alla fine del sec. XV, è già in grado di esprimere, a quanto sembra, figure di grande rilievo come quella del poeta e letterato Pietro Facchi da Valsabbia detto il Carmeliano (v. Carmelitano Pietro) ricordato nelle provvisioni del Comune di Brescia nel 1499 come segretario del re d'Inghilterra. Pochi decenni dopo godono fama fra gli studiosi Antonio Glisenti (m. nel 1576, v.), medico e filosofo, e il medico letterato Fabio Glisenti (v.). Probabilmente a Vestone nacque anche un altro celebrato umanista, cioè Giovanni Planza (v.) o Perlanza dei Ruffinoni detto il Calfurnio. Significativo il fatto che, già nel 1510, sia in voga il carnevale. La "compagnia" che lo anima a Vestone è in trasferta a Condino.


Il grande sviluppo non solo economico, ma anche civile, che contraddistingue Vestone come tutto il Bresciano nei decenni a cavallo dei sec. XV-XVI, è di nuovo messo alla prova da anni di guerra. Ma ancora una volta nella guerra fra Spagna, Francia e Impero (1509-1516) Vestone si schiera decisamente dalla parte di Venezia. Nel 1509 Promo e Vestone si impegnano particolarmente ad inviare soldati e guastatori, viveri ed armi in soccorso della Serenissima. Eletti di nuovo capitani, Giovanni Sarasini e Giacomo Graziotti presidiano con 300 uomini la Rocca di Anfo e si adoperano a mantenere tranquilla la situazione. Ciò, tuttavia, non risparmia Vestone dell'occupazione francese che è scelta, anziché Nozza, a sede di un commissario o podestà per la Valsabbia. A sfida dell'occupante, nel maggio 1511 Giovanni Sarasini raccoglie 300 giovani valsabbini i quali sfilano sotto le finestre del podestà francese gridando «Marci, Marci», provocando severe proibizioni e minacce. Queste ultime, però, non impediscono a Giovanni Sarasini, a Giacomo Graziotti e a Giovanni del Calice di Vestone di aderire fra i primi alla congiura antifrancese capeggiata dall'Avogadro. Non solo, ma l'anno dopo, nel gennaio 1512, i tumulti sono così intensi che il podestà è costretto a darsi alla fuga mentre il Graziotti, sceso a Brescia con 600 uomini, collabora a cacciare in castello il presidio francese, salvo poi venir uccisi. In pochi soltanto, vengono ricacciati dalla città dalla reazione francese guidata da Gastone de Foix.


Nella reazione che vede il ritorno a Vestone del podestà francese, Giovanni Sarasini e trecento fanti della Valsabbia vengono proscritti; pochi giorni dopo, però, da Vestone parte la rivolta che, nel maggio, riesce a cacciare dalla valle i francesi, collaborando poi a liberare da quelli anche la città. Gli spagnoli poi sostituiscono le truppe di Francia. Vestone continua a registrare passaggi di truppe interessate soprattutto a difendere la Rocca di Anfo riconquistata nell'ottobre 1515 anche con la partecipazione di Giovanni Sarasini. Di nuovo perduta, la Rocca viene ripresa nel gennaio 1516 ancora da Sarasini, Graziotti e Glisente di Vestone e da altri e in seguito presidiata da Giannantonio Negroboni e dal Sarasini. Pochi anni dopo, al servizio di Venezia gli dà il cambio Giacomo Graziotti che, nell'agosto 1521, viene mandato con mille uomini a presidiare la Rocca d'Anfo e a difesa della valle nella guerra tra francesi e tedeschi (1521-1525). Mentre il forte è presidiato ai ponti di Vestone, nel novembre 1526 i difensori convincono il terribile Frundsberg e i suoi altrettanto terribili lanzichenecchi ad evitare i centri della Valle e a deviare sulle montagne da Treviso Bresciano a Vobarno.


In seguito diradano sempre più episodi di guerra e Vestone ha il suo decisivo rilancio economico e civile grazie sempre alle sue officine, ai suoi forni e ai suoi mercati e fiere.


L'autore anonimo de "I splendori di virtù fiammeggianti", riferendosi al sec. XVI vanta Vestone come il luogo singolarmente cospicuo e principale per «il passo, la comodità delli pubblici et honorati alloggiamenti; il sito, il concorso delle genti per il mercato, e i soliti contratti di biade, di ferro et altre mercantie» e come «la terra più ben fabbricata con comodi alloggiamenti e osterie comunali». Nel 1530 viene anche ampliato S. Lorenzo di Promo e arricchito di splendide opere d'arte. Nel 1576 il Comune costruisce un nuovo mulino che si aggiunge ad un altro antichissimo a quattro ruote, mentre, a ricordo della peste, edifica il santuario ai SS. Sebastiano e Rocco. Già nel 1580 esiste il Monte di pietà (di cui, però, non si conosce la data di erezione) con un capitale di 233 lire planet, diretto da un massaro nominato dal Comune con intervento del parroco.


La visita di S. Carlo Borromeo del 1580, della quale si accenna altrove, diventa la spinta decisiva al lancio del centro di Vestone in confronto a Promo. Infatti la chiesa della Visitazione diventa definitivamente parrocchiale e viene poi, in pochi anni, ricostruita. Un'iscrizione (N.VE. MDXCI-F.F. AUG.G.C.P.), scoperta di recente e di difficile decifrazione, indica probabilmente il 1591 come anno di costruzione del palazzo comunale dove trovano sede uffici importanti (e le prigioni stesse), che indicano un'attività amministrativa e civile parallela a quella della casa del governo della Valle, che sorge a Nozza. In pieno sviluppo trova Vestone nel 1609 Giovanni Da Lezze che nel suo Catastico sottolinea: «ha un forno da ferro, nel quale s'abbruggiano 25 in 30 bisache de carbone al giorno, doi fucine grosse, nelle quali si deve consummar sei bisache di carbone per una al giorno. Di raggione de particolari: due bonissime hosterie affittate dal commun, doi molini posti sopra l'acqua del Degnone, che ha principio nella Pertica al forno di Hon, scorre per la terra et va a metter capo nel Chies, una rassega di raggion del commù sopra detta acqua. Vi sono molti boschi di raggione del commun et de altri particolari da carbonar». Fra le famiglie più attive nel settore delle ferrarezze agli inizi del '600 furono i Glisenti, i Dusenti e i Paiardi.


Non è ancora del tutto finita la chiesa quando, nel 1603-1615, viene fondato il convento dei Cappuccini (chiesa di S. Francesco). Una spinta decisiva all'istruzione pubblica viene da Fabio Glisenti, medico a Venezia, il quale il 15 luglio 1615 chiama a Vestone i religiosi Gerolamini odi S. Sebastiano con l'obbligo di far scuola ai ragazzi e ai giovani del comune, nel Conventino dei SS. Pietro, Paolo e Marco. A tale scuola vengono destinati, grazie anche ad un nuovo legato di don Guglielmo Ferrettini, del 10 marzo 1623, tre dei suddetti sacerdoti. A soccorso dei più poveri il Ferrettini lascia al Comune cento some di miglio per il Monte di pietà, beneficato poi con un lascito di 100 scudi da parte di Giacomo Petronio con testamento del 27 novembre 1663, che dispone anche una periodica dispensa di sale. Di solidarietà, in effetti, non manca certo il bisogno. Ad una dura carestia, il 29 agosto 1629 si aggiunge una disastrosa alluvione che travolge ponti, strade e case.


Il paese non si è ancora ripreso dalle gravi calamità, che nel 1630 si diffonde la peste che dimezza il paese mietendo in pochi mesi nientemeno che 667 vittime. Furiosa è l'epidemia alla quale fa fronte la carità eroica di p. Angelo Tavoldino e di tutti i frati del Convento Cappuccino. La vita riprende poi sempre più intensa nelle attività economiche delle officine e del mercato e senza avvenimenti di particolare rilievo, salvo la chiusura del mercato con ordinanza del 13 agosto 1677 da parte del Capitano di Brescia Giacomo Gabriel. L'accusa è di contrabbando di merci verso le Giudicarie ai danni del mercato di Nozza. Una tenace azione dei consoli del Comune di Vestone riesce a far riaprire il mercato, che tuttavia non riuscirà più a riprendere il ritmo precedente la chiusura.


Momenti difficili vive Vestone nel giugno-luglio del 1701 quando, sotto la minaccia di una discesa per la Valsabbia dell'esercito imperiale al comando del principe Eugenio di Savoia, vengono mandati a Vestone quattrocento fanti. Ma più pesante di questi sporadici avvenimenti è la crisi economica di Venezia che incombe già nel sec. XVII ma che si accentua nel sec. XVIII e che comporta tassazioni in aumento, contingentamenti di risorse di beni e di uomini al servizio della Repubblica e nel 1784 la chiusura del convento dei Cappuccini. Tuttavia, nel 1756, l'estimo mercantile registra ancora a Vestone 4 trafficanti di ferro lavorato, 3 speziali, 2 bottegai, 3 medici, 4 notai, 4 artigiani. Nel 1789 sono attivi 4 molini, 6 ruote di maglio, oltre al forno fusorio.


Né si scalfisce, nonostante tutto, la ormai secolare fedeltà a Venezia la quale viene messa a dura prova a partire dal 1796. Infatti, quando nel luglio di quell'anno, per rintuzzare l'invasione delle armate napoleoniche che dal maggio erano entrate nel territorio bresciano con l'acquiescenza della Serenissima, il 28 del mese, precedute da due ussari ungheresi, Vestone vede sfilare le truppe del gen. Quosdanovich. Come racconta P. Riccobelli nelle sue "Memorie... dal 1796 al 1814", «tutte le finestre delle case di Vestone poste sulla strada maestra furono, durante la notte, illuminate onde far onore alle transitanti schiere e insieme godere di quello straordinario marziale spettacolo». Nemmeno la disordinata ritirata austriaca in seguito agli scontri di Salò e di Brescia, il 6 agosto, la comparsa il 16 agosto del gen. Bonaparte, piegarono i vestonesi e i valsabbini che fino al dicembre 1796 successivo salutarono con favore gli sconfinamenti degli austriaci fino a Vestone.




SOTTO NAPOLEONE. Decisa fu la resistenza di Vestone assieme a quella della Valsabbia al governo provvisorio bresciano instaurato il 18 marzo 1797. Anzi, con Nozza, Barghe e Lavenone, Vestone diviene uno dei centri della rivolta e della resistenza. In Vestone viene fissato il quartier generale della resistenza valsabbina. Il dott. Pietro Riccobelli, medico del luogo, affinché le polveri da sparo non rimangano nell'abitato, sceglie per deposito la chiesetta dei Santi Sebastiano e Rocco. Le pallottole a loro volta vengono preparate dai fabbri del paese e non trovandosi più piombo vengono requisiti i piatti di peltro per convertirli in munizioni. Nonostante tutte le minacce provenienti da Brescia il 25 aprile, festa di S. Marco, dopo la messa si svolge una processione con più di 500 armati, preceduti dai capi e dal Sindaco e, durante la funzione, al parroco don Gerolamo Orsini viene ordinato di benedire le bandiere e la truppa. A ricordo del fatto, sulla facciata della casa Zuaboni in Promo c'è ancora dipinto, sebbene deteriorata dal tempo, l'immagine di S. Marco e di altri santi. Per questa sua resistenza Vestone, con Nozza, Barghe e Lavenone, pagherà più di altri centri della valle la repressione francese e giacobina. Nonostante che, di fronte alle più gravi minacce, il Consiglio di Valle abbia mandato al Governo provvisorio un messaggio di pace, ai primi di maggio 5 mila francesi sotto il comando del gen. Chevalier si avventano sui paesi della valle e il 5 maggio su Vestone. Trovatala deserta si scagliano sulla chiesa parrocchiale, incendiano altari e suppellettili distruggendo del tutto il presbiterio con i quadri e l'organo mentre la pisside del SS. Sacramento, usciti i soldati, può essere messa in salvo dal sacerdote don Carlo Calcari che riesce a scampare per un miracolo alle fucilate. Dopo l'invasione alla chiesa parrocchiale i francesi «si diedero - come ha scritto il dott. Pietro Riccobelli - colle candele incendiarie ad appiccare il fuoco ai tetti delle case, per cui ne rimasero distrutte settantaquattro» sottoponendo tutto l'abitato «alla furia del più orrendo saccheggio, non lasciando illesa alcuna abitazione».


Entrato a far parte del Distretto delle Fucine, Vestone impiega anni a riparare i danni subiti. Nell'aprile 1799 la popolazione saluta con favore l'armata austro-russa guidata dal generale Wukassovich e, non molto tempo dopo, la riapertura del convento dei Cappuccini. Ma nel giugno 1800 deve registrare il ritorno delle truppe francesi, ritorno tuttavia avvenuto nel modo più pacifico dato, come ha raccontato il Riccobelli, che all'entrata in paese i francesi si salutarono con gli austriaci «a vicenda cortesemente».




DOMINIO AUSTRIACO. Seguono anni contrappuntati da crescenti difficoltà per la crisi sempre più grave della lavorazione del ferro che porta nel 1815 alla chiusura del forno fusorio. Ad essa si aggiungono carestie, arruolamenti obbligatori ed epidemie fra le quali il tifo petecchiale. Nel febbraio 1814 Vestone rivede di nuovo l'esercito austriaco in marcia verso la pianura e registra mesi di gravi difficoltà. Instaurato il governo austriaco, Vestone diviene sede del commissario distrettuale del XVII distretto comprendente Anfo, Hano (Capovalle), Bagolino, Casto, Idro, Lavenone, Mura, Nozza, i comuni della Pertica, Vestone; residenza di un commissario distrettuale e sede di una pretura di III classe alla quale, con notificazione del 16 ottobre 1827, viene aggiunto anche Treviso Bresciano.


Se sotto l'Austria migliora l'istruzione, Vestone registra invece sempre più evidenti difficoltà economiche. Aumentano, infatti, tasse e dazi e assieme entrano in crisi le attività artigiane. Tuttavia non mancano opere pubbliche di rilievo che favoriscono sviluppi commerciali: nel 1818 1820 viene ricostruito il tratto di strada Valeriana (o Valligiana) che attraversa il territorio; il 24 giugno 1822 viene allargato il ponte sul Degnone; nel 1842 viene rinnovato il ponte sul Gorgone, mentre dal 1824 si sviluppano e si allargano strade di grande comunicazione e nel 1829 viene posto il primo acquedotto con relative fontane. Nel 1838 viene inaugurata, nell'ex Conventino, una scuola elementare di tre classi dedicata all'imperatore d'Austria Ferdinando, in occasione della sua incoronazione.


Anche a Vestone si rafforza intanto una corrente antiaustriaca che trova i suoi sostenitori nei Riccobelli, nei Fiorentini ecc. i cui pronunciamenti liberali e patriottici trovano aperta manifestazione nel 1848. Quando nel marzo 1848 giunge l'esercito piemontese in Brescia, Vestone vede sfilare in ritirata verso il confine la guarnigione austriaca e Domenico Riccobelli organizza subito la guardia civica con la quale occupa la rocca di Anfo che tiene fino al sopraggiungere delle truppe piemontesi. Il paese dà poi assistenza ai volontari della colonna Durando diretti verso il Caffaro e li riaccoglie dopo gli scontri avvenuti il 27 maggio a Monte Suello. Un piccolo ospedale ricavato nel Conventino accoglie anche feriti, assistiti dal dott. Lucio Riccobelli e dal dott. Venturelli di Ono. Un altro piccolo ospedale viene aperto nella chiesa parrocchiale e ospita 53 feriti, visitato da Garibaldi il 3 agosto. Il 23 giugno vede arrivare il 2° Battaglione bersaglieri ed il 2° Reggimento garibaldino. La permanenza a Vestone dei volontari costa Lire 988,32 di vettovaglie, ma riscalda l'animo di una trentina di giovani che si arruolano fra di essi.


Il decennio che segue registra segni sempre più accentuati di resistenza fin dal dicembre 1848; l'arresto di un contrabbandiere, Bortolo Freddi, e la sua traduzione al commissariato di Vestone suscita vive apprensioni che vengono fugate dal suo silenzio. Sono undici i vestonesi dichiarati illegalmente assenti dall'Alta Polizia austriaca, mentre Davide Barucco è elencato fra i profughi politici ai quali sono state sequestrate le «sostanze». Nelle Dieci Giornate sono attivi i vestonesi Lucio Fiorentini (v.), tra l'altro cronista dell'avvenimento, e Giacomo Nicolini, ambedue amici di Tito Speri. Quello che viene chiamato il decennio di attesa (1849-1859) è contraddistinto anche da alcuni segni di progresso: il 7 luglio 1850 appaiono per le vie di Vestone i primi otto fanali di illuminazione pubblica e nel 1857 fa la sua comparsa la Filarmonica o Banda vestonese.




NELL'UNITÀ NAZIONALE. E finalmente arriva la liberazione dal dominio austriaco. Il 20 giugno 1859, a mezzogiorno, fanno il loro ingresso, accompagnati dalla banda, i volontari piemontesi (guidata dal gen. Cialdini) che si fermano fino al 26 luglio, rimpiazzati dai garibaldini o Cacciatori delle Alpi. A Vestone viene allestito un ospedale di circa 40 letti usando degli effettivi della XI gendarmeria di Preseglie soppressa fin dal 1857. Anche il dottor Luci Riccobelli allestisce nella propria casa un ospedaletto da campo dal 20 luglio, assistendo i feriti senza alcun compenso, meritandosi così, nel settembre, affettuose testimonianze di riconoscenza e di lode da parte del comandante interinale del 1° reggimento dei cacciatori, maggiore Lipari, e del medico chirurgo del 1° reggimento dr. Antonio Faccio. Inoltre il comune provvede agli alloggiamenti destinando a tale scopo le case di «Glisenti Giacomo, Comparoni Alessandro, Graziotti Mattia, Manni Pietro, Granelli Antonio, Guerra Giacomo Antonio e Guerra Bortolo».


In seguito all'unione temporanea delle province lombarde al regno di Sardegna, in base al compartimento territoriale stabilito con la legge 23 ottobre 1859, il comune di Vestone con 1.263 abitanti, retto da un consiglio di quindici membri e da una giunta di due membri, viene incluso nel mandamento III di Vestone, circondario IV di Salò, provincia di Brescia, comprendente 17 comuni.


In base alla legge sull'ordinamento comunale del 1865 il comune viene amministrato da un sindaco, da una giunta e da un consiglio. A Vestone, nel 1859, viene aperto l'Ufficio del registro dipendente dall'Intendenza di finanza. Ad esso si aggiungerà nel 1866, con R.D. del 29 agosto un'Agenzia delle tasse e imposte dirette che in base al decreto del 24 agosto 1877 (n. 4021) diventerà l'Ufficio distrettuale delle imposte dirette. Verrà visto invece come un grave affronto ai vestonesi il trasferimento, nel 1865, dell'Ufficio del Catasto da Vestone a Preseglie. In ragione della crescente importanza nel settore amministrativo, il 9 giugno 1860 Vestone vede l'installazione del telegrafo.


Per impulso dell'ing. Domenico Riccobelli, nel 1861 viene fondata la Società del Bersaglio, o del Tiro a segno, alla quale egli, il 14 aprile 1862, dà il pieno consenso alla sua nomina a presidente onorario. Vestone diventa uno dei punti di riferimento e di raccolta di informazione da oltre confine, grazie particolarmente al notaio Giuseppe Guarnieri (v.) e ad alcuni immigrati quali Luigi Prandini, Angelo Bicita, Antonio Modena ecc., dei tentativi di insurrezione nel Trentino. Avvicinandosi, nel 1866, la guerra contro l'Austria, Vestone è fra i primi ad offrire come appoggio alla stessa qualche cavallo, carriaggio e alloggiamento. Ma poi, quando scoppia, la guerra si prende tutto quanto può. All'impresa garibaldina partecipano 28 vestonesi; tra essi Giuseppe Pialorsi è tra i feriti della battaglia di Montesuello.


Calde giornate vive Vestone dal 20 giugno 1866. Alle ore 6,30 del mattino, fra gli evviva, compare il gen. Garibaldi che riparte per Anfo mentre il paese viene pavesato a festa aspettandone il ritorno. Poi fin dal 22 giugno viene allestito un ospedaletto di 13 letti nelle scuole comunali nel Conventino mentre otto letti vengono allestiti nella casa del dott. Lucio Riccobelli. Pochi giorni dopo, il 26, la popolazione vede arrivare in paese i primi feriti. La stessa chiesa parrocchiale viene trasformata in ospedale, tanto che, per il suo ingresso, il nuovo arciprete don Guccini deve celebrare la messa in una chiesina. La parrocchiale viene sgomberata per la festa dei SS. Pietro e Paolo. Nei giorni che seguono è un continuo flusso di truppe garibaldine. Il 2 luglio, 500 garibaldini alloggiano di nuovo nella chiesa parrocchiale e nell'ex convento. L'assistenza ai feriti assorbe gran parte del lavoro della popolazione e nel luglio-agosto l'ospedale può ricoverare 243 feriti e ammalati dei quali 11 moriranno. Il 6 agosto Garibaldi visita i feriti nella chiesa parrocchiale ed esprime i più ampi apprezzamenti. Il 14 agosto il paese è quasi del tutto libero ma, come scrive don Calcari nel suo Diario: «è ammorbato dal fetore lasciato dalla immensa quantità di bestie ricoverate lungo le contrade e massime in piazza, non che per quelle ammazzate pei viveri di circa 13 mila garibaldini in questi 4 giorni ivi stanziati. Si desidera una immensa quantità di acqua per nettare il paese affinchè non abbia ad infettarsi».


La vita riprende tra grosse difficoltà, tasse che aumentano, e anche nuove epidemie. Infatti nel 1867 ricompare il colera che non manca di fare vittime; dal dicembre 1868, per alcuni mesi imperversa il vaiolo "nero"; dal 18 agosto al 2 settembre 1872 ecco di nuovo il colera, che mette in lutto nove famiglie. A cavallo del 1881-1882 in due mesi si contano 15 vittime di "febbri maligne", chiamate tifoidi; nel marzo 1891 la difterite uccide 12 fanciulli in 20 giorni.


Nel 1872 viene stabilita a Vestone, trasferita da Salò, la dispensa di sale e tabacchi per tutte le privative della valle. Nel 1874 viene costruita la strada per Forno d'Ono; dal 1878 viene avviata una vera rivoluzione edilizia ed urbanistica, attraverso abbattimento di case vecchie e costruzione di nuove, allargamento di strade fra le quali quella per le Pertiche, la via dal centro a Promo; nel 1880 viene ampliato il cimitero.


Dominano la vita politica ed amministrativa, anche per la presenza di funzionari pubblici e di professionisti cresciuti nel clima risorgimentale, elementi liberali e repubblicani che promuovono le prime forme associative quali il Club Vestonese in casa Rusconi che nel solo 1876 ospita Garibaldi, il ministro della Marina Benedetto Brin oltre che Zanardelli e parecchi altri esponenti politici. Radici solide pone la Società operaia di Mutuo Soccorso che, nata il 3 giugno 1884, per mettere in rilievo l'ispirazione mazziniana si intitola: "Libertà, Eguaglianza, Umanità".


A questa crescente affermazione di liberalismo misto a mazzinianesimo rispondono prontamente i cattolici che si stanno organizzando nei Comitati cattolici e che nel 1884 fondano, fra le contestazioni del dott. Riccobelli, una loro Società operaia di Mutuo Soccorso che avrà pure notevole successo catalizzando anche altri paesi valsabbini. A questo lancio di associazioni si accompagnano feste patriottiche, inaugurazioni di lapidi, fra le quali l'1 ottobre 1885 quella a Garibaldi posta dalle «donne di Vestone auspicanti per i loro figli» e l'inaugurazione, lo stesso giorno, della bandiera della Società operaia, padrino Gabriele Rosa, ricamata dalle sorelle Renoldi, con il tricolore sul quale è raffigurata l'aquila romana con il fascio.


Segno dello sviluppo che va prendendo il paese, ma sempre nel solco del liberalismo, ancora nel 1885, viene aperto uno sportello del Credito Agrario Bresciano. Già conclamato da petizione e perfino da scritte murali di "W gli alpini", da missioni a Roma, sempre nel 1887 viene sistemato l'ex convento dei cappuccini nel quale, trasformato in Caserma Chiassi, nel 1890 prende stanza un contingente del battaglione degli alpini "Vestone". Sempre nel 1887, promosso dall'avv. Paolo Gnaga, Santo Moneta, Mario Pagnoni, Federico Pialorsi e dall'avv. Pietro Riccobelli, viene aperto l'asilo infantile il quale nel 1889 verrà sistemato, su progetto dell'ing. Angelo Restelli, in un ambiente del Convento.


Un momento di grande rilancio è la comparsa in Vestone, alle ore 15 del 13 agosto 1887, del tram Brescia-Vobarno-Vestone, che verrà collaudato il 25 agosto e che costituisce una spinta a nuove opere e soprattutto al commercio e al turismo. Prende sempre più importanza l'albergo Flocchini, risalente alla prima metà dell'800, si aprono nuove trattorie e osterie. Ma, soprattutto, viene compiuto uno sforzo di modernizzazione: nel 1894 viene impiantata nella Fusina Maglina una piccola centrale elettrica per l'illuminazione del paese. Il 17 luglio 1897, con rogito del notaio Stefano Zanetti, viene fondata la Società Elettrica di Vestone, che nel 1898 accende le prime lampadine e che, l'1 gennaio 1899, viene assorbita dalla Società Elettrica Bresciana. Sempre nel 1897 apre a Vestone la sua prima agenzia la Piccola Banca Valsabbina di S. Pietro, di impronta cattolica, alla quale rispondono, il 5 gennaio 1888, i liberali vestonesi con la fondazione della Cassa Cooperativa di credito valsabbino che si estenderà poi assumendo nel 1941 la denominazione di "Banca Cooperativa Valsabbina".


Lo sviluppo economico-sociale porta a Vestone una ventata di novità su altri piani. Non mancano villeggianti importanti. Così nella villa al Mattarello, ad esempio, il senatore, scrittore Pompeo Molmenti ospita numerosi amici fra i quali i pittori Ettore Tito, Vittorio Bressanini, lo scrittore Dino Mantovani, l'on. Romanin Jacur, Cesare Laurenti. Vi convengono esponenti della vita amministrativa e politica della Valsabbia quali l'avv. Bonetti di Vestone, il cav. Angelo Piccini di Livemmo, il cav. Pietro Zanelli di Mura, il cav. Giovanni Zeni di Casto, il cav. Bernardo Prandini di Nozza, il cap. Pietro Vallini di Preseglie.


Nei primi anni del secolo si intensificano i passi verso la modernizzazione. Nel 1901, su progetto dell'ing. Restelli, viene costruito il ponte in legno sul Chiese (che verrà demolito nel 1943). Nel 1902 viene posta in opera la pesa pubblica, l'8 luglio 1903 viene inaugurato l'acquedotto con nove vasche o fontane; nel 1905 viene rinnovata l'illuminazione elettrica; la Società cremonese contro la tubercolosi realizza l'imponente Colonia Alpina Cremonese. Negli stessi anni ha notevole successo la banda musicale, che all'Esposizione Bresciana del 1904 ottiene la medaglia di bronzo, mentre si registra in paese l'attività delle tipografia di Giuseppe Scalmana. Sorprendente l'uso del tempo libero a cavallo del nuovo secolo. In due teatri si esibiscono compagnie teatrali di rilievo (come la Carlotta Galli-Guarino); vi vengono rappresentate opere liriche. A quanto si legge sui giornali del tempo, musica, balli, fuochi pirotecnici salutano il nuovo secolo e rimangono all'ordine del giorno nel primo decennio del '900. Pure presente è l'attività sportiva.


Nei primi anni del sec. XX si esaurisce la spinta mazziniano-repubblicana che ha il suo sigillo nell'ottobre del 1903 con la dedicazione, sulla facciata del Municipio, presenti numerose associazioni, di una lapide a Gabriele Rosa la cui iscrizione, dettata da Giuseppe Cesare Abba, dice: «Dolce nella memoria / Gabriele Rosa / Pensatore scrittore avanzo dello Spielberg / Alla Società Operaia di Vestone / Libertà, uguaglianza, umanità / Tenne settuagenario il vessillo / Popolano, educatore di se stesso / Insegna sicura di tempi felici / Società Operaia di M. S. nel XX anniversario / di sua fondazione». Ma, mentre si esaurisce con esso l'afflato repubblicano-mazziniano, si verifica un ultimo decisivo colpo di coda del liberalismo zanardelliano. È del 1907 la nascita in Vestone di un "Circolo Democratico Valsabbino" o "del libero pensiero" che nel giro di un anno dichiara di aver raggiunto 150 soci e che il 20 settembre 1908 inaugura alla presenza del ministro Cocco Ortu il proprio vessillo, mentre «nel dì sacro alla Patria» nel nome della «libertà, uguaglianza, umanità», ricordando l'«antica fede» la Società Operaia dedica una lapide sulla facciata del Teatro Comunale a Giuseppe Zanardelli suo presidente onorario. Il tentativo di espansione liberale zanardelliana ha il suo apice nel convegno a Vestone del 9 ottobre 1910 dal quale esce la proposta di una Federazione Provinciale Democratica che vede presenti l'on. Lena Wollenborg, l'on. Carlo Gorio, l'on. Scamoggia, l'avv. Luigi Gasparotto, ecc. Dopo questa manifestazione non si verificano altre significative affermazioni se non l'inaugurazione, nel settembre 1912, del Poligono del Tiro a segno che tre anni dopo conta ben 285 iscritti, in tutta la Valle.


Ma il clima politico sta cambiando e, mentre perde vigore i liberalismo zanardelliano, si va rassodando il movimento cattolico, come dimostra l'imponente manifestazione del 18 ottobre 1911 in onore del sen. Angelo Passerini dalla quale è ostentatamente assente l'autorità civile locale. Al di là delle feste e delle lapidi il progresso di Vestone cammina su piste ben più concrete. Nel 1909 la SEB rileva la centrale sul Degnone, installata dalla società Franceschini e Porta; il 5 luglio dello stesso anno viene costituito, per impulso del prof. Antonio Bianchi, il Consorzio Agrario Cooperativo della Valsabbia, il cui statuto viene pubblicato nel 1910; nel 1911 viene aperta in Vestone un'agenzia della Banca S. Paolo. Sempre nel 1911, su progetto dell'ing. Quarena di Gavardo, viene costruito il nuovo edificio scolastico dedicato a G.C. Abba.


Ma ormai incombe la guerra di Libia (1911-1912) alla quale partecipano gli alpini del Battaglione Vestone e nella quale vengono reclutati dieci vestonesi. Si segnala il soldato Ettore Perotti che riporta un encomio solenne. Il capitano Giuseppe Treboldi viene festeggiato con grandi onori nel maggio 1912 e al battaglione Vestone, per la sua partecipazione alla guerra libica, nel raggruppamento del gen. Cantore, vengono tributati onori. Non sono ancora tornati i reduci che si parla già della guerra contro l'impero Austro-Ungarico. Avvisaglie sono l'armamento del forte di Valledrane, la costruzione della strada che lo raggiunge attraverso la valle del Gorgone, apprestamenti militari sul Monte Colmo e la costruzione di altre strade militari. Nel 1914 viene costruito il secondo ponte sul Degnone e il 28 marzo 1915 viene inaugurato il servizio automobilistico Brescia-Caino-Vestone-Caffaro-Bagolino segnando un nuovo passo verso il progresso. Neanche due mesi dopo è la guerra. Vestone diventa centro importante di smistamento e di appoggio alle truppe operanti ai confini delle Giudicarie. Nel febbraio 1915 a Vestone viene costituito il battaglione d'alpini di arresto che verrà sciolto nel 1919. La linea stradale che da Bovegno per Brozzo, Lodrino e Casto porta a Vestone e quella che da Vestone per Vobarno e Tormini mette a Salò si incrociano a Vestone sono considerate i limiti di separazione fra il territorio delle operazioni e quello delle retrovie.


Fin dal marzo 1915 l'Ufficio del genio civile chiede il Teatro e la scuola comunale per uso magazzino mentre, nell'aprile, prende stanza il 30 battaglione bersaglieri del magg. Corridoni. Il 15 maggio è requisita per alloggio dì truppe la chiesa di S. Lorenzo. Via via si stanziano nelle scuole il Comando di tappa, il Comando della VI Divisione fanteria, il 5° distaccamento del Reggimento Alpini. Alla vigilia della guerra (il 23 maggio 1915) la tipografia Giuseppe Scalmana è impegnata a stampare manifesti per annunciare lo «stato di resistenza» e la collaborazione con i comandi militari. Il paese viene inondato di truppe dirette al fronte delle Giudicarie. A mano a mano che la guerra si prolunga vi funzionano una Sezione Automobilisti, una Sezione Telegrafisti, un Magazzino di sussistenza. Il Tribunale Militare viene collocato prima in Municipio, poi al Mattarello, mentre funzionano come carceri militari la chiesa di S. Lorenzo e l'ex chiesa dei SS. Sebastiano e Rocco. La Caserma Chiassi e la Colonia Cremonese sono attrezzate ad ospedali da campo: 062 e 089. Sorgono numerose baracche non sapendo più dove ricoverare i feriti e gli ammalati e, per i frequenti casi di malattie infettive, si rende necessario l'approntamento di un lazzaretto. Giostrarono a Vestone e a Nozza diversi altri comandi militari quali il Comando della 20ª Divisione di fanteria, del XIV Corpo d'armata, il 2° battaglione della Milizia Territoriale, il Quartiere generale della 20ª Divisione 66ª Compagnia di sussistenza, la 94ª Compagnia Mitraglieri. Il 12 novembre 1917 giunge pure un reggimento francese.


Partecipano alla guerra circa 200 soldati vestonesi e 17 ufficiali. Sei sono gli invalidi e sei le decorazioni fra le quali la medaglia d'argento al valore militare al generale di C.A. Guido Pialorsi, e al soldato di cavalleria Pietro Mabellini. Il paese offre un contributo di 23 vittime al conflitto. In memoria dei caduti, nei pressi del Conventino verrà eretto un monumento, opera dello scultore Nino Cloza, inaugurato il 21 settembre 1921, con l'intervento dell'on. Carlo Bonardi. Negli ospedali di Vestone muoiono 317 soldati: 14 per ferite, 100 per malattie varie, 203 per la "spagnola". Sepolti nel cimitero di Vestone, settanta salme verranno ritirate dalle famiglie, 247 esumate, traslate il 2 giugno 1929 in un ossario nel cimitero di Salò, come ricorda un'iscrizione posta sul monumento di Vestone. Nel 1924, presenti i ministri Balbino Giuliano e Gasparotto, assieme al Parco della rimembranza, sul viale di accesso al cimitero, si inaugurerà un monumento di marmo, a forma di piramide con scolpiti i loro nomi. Non mancano anche durante il conflitto nuovi progressi. Le necessità belliche, il continuo movimento di truppe spingono infatti le autorità provinciali a prolungare la linea tranviaria fino ad Idro. Questo tratto viene inaugurato il 18 agosto 1917. Assieme vengono migliorate le strade, mentre la Società Elettrica Bresciana realizza l'impianto idroelettrico del Degnone.


La guerra cancella quasi del tutto la vecchia classe dirigente liberale e porta alla ribalta i cattolici che si raggruppano nel Partito Popolare Italiano, sotto la guida del geom. Marsilio Vaglia, e il partito socialista che riesce a organizzare una propria sezione. Attivi sono anche gli ex combattenti, mentre si rafforza il movimento cattolico con la fondazione, nel 1920, del Circolo Cattolico S. Lorenzo, con la costruzione nel 1922 del ricreatorio giovanile od oratorio, con l'inaugurazione il 16 luglio 1923 del Circolo Cattolico che vede una vera invasione, a Vestone, di giovani cattolici della valle. Si costituisce anche una Società anonima cooperativa di consumo, che verrà sciolta poi d'autorità nel 1933. Resiste nel 1924 anche la sezione comunista composta da 13 soci. Ma intanto compare il fascismo che inizia la sua marcia con la fondazione, l'11 marzo 1923, della sezione del Partito Nazionale Fascista della quale i principali esponenti sono Eugenio Valloggia e il geom. Pietro Crescini. Ma salvo qualche bastonata il 16 ottobre 1923 di un drappello di fascisti ad un oste e ad un socialista non si verificano gravi atti di violenza. Ancora nel marzo 1923 la sezione fascista protesta per non essere stata coinvolta nella consegna della bandiera alle scuole elementari. Una penetrazione vera e propria del fascismo supportata da elementi un tempo zanardelliani si verifica nel marzo 1924 in comizi dell'avv. Orefici e del sen. Bonardi. Tuttavia a nemmeno un mese di distanza, il 2 aprile 1924, il giornale fascista denunciava il tentativo "social-popolare" cioè di socialisti e popolari, di sostituire due fascisti, nel consiglio della Cassa cooperativa, con propri elementi sottolineando come il tentativo costituisse «la nuova prova di alleanza dei social-popolari che qui nella nostra Valle sono troppo baldanzosi». L'ultima resistenza al fascismo si manifesta subito dopo il delitto Matteotti, con un fermo appello del P.P.I. che costa pesanti minacce al geom. Marsilio Vaglia, che si accolla l'iniziativa, e la chiusura della tipografia che l'ha stampato.


Nel 1925 il prefetto segnala l'attiva resistenza, coperta dalla sezione combattenti, del maestro Onorato Tononi, accusato dal prefetto al Ministero dell'interno «di propaganda astiosa e implacabile [...] contro il fascismo e il Governo». Benché da un'inchiesta a suo carico emerga il profilo di un insegnante «diligente, disciplinato, capace, tranquillo», il Tononi viene sottoposto all'obbligo di residenza nel comune di Vestone e ad una stretta sorveglianza, dopo essere stato costretto a dimettersi da tutte le cariche pubbliche rivestite, in quanto «non compatibili» con il prestigio morale di un educatore. L'autorità, non soddisfatta delle misure assunte nei sui confronti, riscontrando da parte sua la prosecuzione di un opera da «sistematico antifascista», provvede in un secondo tempo a trasferirlo d'ufficio dalla sede d'insegnamento e si ripromette di assumere «sanzioni più gravi dato il suo atteggiamento politico».


Mentre si dipana la difficile situazione politica, non mancano nuovi segni di progresso. Nel 1921 compare il telefono, viene avviato dall'Impresa Angelo Belli e C. un servizio di autocorriere da Brescia alle Giudicarie e viene smantellata la linea del tram. Concentrata la Pretura con decreto del 30 dicembre 1923 in Salò, l'energica protesta dei vestonesi e dei valsabbini ottiene dall'1 marzo 1924 una sede distaccata della stessa in Vestone. Dal 14 dicembre 1925 funziona, ricostituita sotto la presidenza del maestro Angelo Scalmana, la Società Filarmonica o banda musicale, la quale nel 1932, con l'annessione di elementi di Nozza, diventa Corpo Musicale. Avvenimento importante è il conglobamento, nel 1928, del comune di Nozza con quello di Vestone. Nel 1928 vengono realizzati la strada per Forno e il campo sportivo e viene rinnovata l'illuminazione elettrica. Negli anni che seguono vengono continuamente migliorati i pascoli di Quadretti, Sesino, Pirlo, ecc., viene asfaltata la strada Nozza-Vestone, sistemato il campo del tiro a segno e resa agevole la strada ex militare Vestone-Treviso Bresciano.


Una targa all'Asilo ricorda la donazione (1931) dell'area dell'asilo stesso fatta da Giovanni Rizzardi in memoria della madre Adelaide Poli. L'asilo viene costruito, su progetto del geom. Pialorsi, dalla Cooperativa Edile Alta Valtrompia e intitolato a Maria Pia di Savoia, è inaugurato il 19 luglio 1936. Sono del 1932 le prime asfaltature delle strade del paese. Negli stessi anni ha successo una colonia estiva. Assieme all'ampliamento del Cimitero viene costruita, su disegno del geom. Pietro Crescini, e inaugurata nel 1936, la Cappella "Pro Patria". Sul piano associazionistico ha particolare rilievo nel 1933 la fondazione del Gruppo alpini, sempre poi molto attivo. Il 22 novembre 1934 viene inaugurata, per iniziativa di Ugo Vaglia, la fiamma del gruppo dei Dalmati. Nei primi anni '30 si sviluppano le prime attività sportive, ferme fino allora alla palla a mano e al gioco di bocce. Sotto sollecitazione di Giorgio Oliva nasce il "Moto Club Vestone", che ostenta, giustamente, la nuovissima Motoline prodotta e assemblata dalla ditta vestonese Oliva-Guerra e C. Negli stessi anni scende in campo provinciale la squadra di calcio.


Nel 1937-1938, demolita la vecchia stazione del tram, viene costruito il parco ed una fontana a forma di vomero con la data «A. XVI E.F.». Nel 1942 Vestone, durante la soppressione di molte preture, riesce a conservare il ramo civile. Ma presto è di nuovo guerra, che vede il richiamo alle armi di molti giovani, ma che la popolazione avverte anche per la presenza di truppe in addestramento, visitate nell'agosto 1940 dal principe Umberto di Savoia in ispezione alla divisione Lupi di Toscana che ha posto in Vestone il suo quartiere generale. Per nuove manovre militari, il principe torna a Vestone il 30 settembre. Durante la guerra il nome di Vestone risuona sui fronti e specialmente nella tragica campagna di Russia col battaglione che ne porta il nome e che si segnala per grandi atti di eroismo. Inoltre la guerra porta a Vestone il campo di concentramento n. 23 per la raccolta di prigionieri di guerra jugoslavi.




NELL'ITALIA DEMOCRATICA. Firmato, l'8 settembre 1943, l'armistizio, Vestone avverte subito fermenti di resistenza contro l'occupazione tedesca e la Repubblica fascista di Salò. Attiva è l'opera di Giacomo Perlasca e Vestone diviene anzi uno dei punti di appoggio e di aiuto ai partigiani rifugiati nelle Pertiche e sui monti, procurando viveri e nascondigli. Fucilato Perlasca il 24 febbraio 1944, la Resistenza riprende con Ennio Doregatti, Emiliano Rinaldini, i fratelli Giulio e Giuseppe Ebenestelli a altri. A Vestone si fronteggiano, specialmente dall'estate 1944 in poi, i partigiani della brigata Perlasca e i militi fascisti della 2ª e 3ª compagnia del 40° battaglione della Guardia Nazionale Repubblicana e contingenti tedeschi stanziati anche a Vestone. Tra i primi ad offrire rifugio ai partigiani nella sua officina è Giorgio Oliva, poi costretto a nascondersi perché ricercato. Fra i più gravi fatti avvenuti a Vestone è da ricordare la rappresaglia dell'1 luglio 1944 per avere la sera precedente i partigiani del gruppo Toni, catturato tre ostaggi e asportato quattro mitra, durante un'azione contro palazzo Bonomi, presidiato da fascisti. In quella spedizione notturna i fascisti si feriscono tra di loro e ne viene incolpata la popolazione. Alle cinque del mattino del 2 luglio, festa patronale di Vestone, contingenti fascisti invadono il paese, sparano all'impazzata, catturano circa 80 uomini di qualsiasi età, ai quali ne aggiungono altri 18 il 4 luglio dopo una nuova spedizione. Tutti gli ostaggi, rinchiusi nella caserma dei Carabinieri di Salò e poi nelle carceri loca li, vengono tenuti prigionieri sotto minacce e senza cibo e acqua per tre giorni fino a quando, il 5 luglio, vengono restituiti dai partigiani i tre militari catturati. Gli ostaggi vengono rilasciati. Il 14 luglio i partigiani rinnovano, senza colpo ferire, un assalto alla Caserma dei Carabinieri, i quali non oppongono resistenza, lasciando così asportare armi e munizioni. Seguono rastrellamenti, ma il 12 agosto e l'8 ottobre gli assalti alla caserma si ripetono, mentre l'inverno passa tranquillo.


Nei giorni della Liberazione Vestone vive ore di terrore per la presenza di truppe tedesche fermate dalla distruzione del ponte di Nozza e decise a tutto, fino a quando non si arrendono grazie alla mediazione di don Primo Leali, parroco di Nozza, mentre il ponte sul Chiese viene presidiato dai partigiani e nel paese il 29 aprile vengono catturati circa 400 prigionieri. Qui s'insedia il comando della "Brigata Perlasca" (comandante Toni), che, coadiuvata efficacemente dal Comitato di Liberazione, inizia le prime operazioni di assestamento e di pubblica sicurezza. Da parte sua Giorgio Oliva, usando i mezzi di trasporto abbandonati dai tedeschi alla loro resa, fonda una cooperativa per riattivare i trasporti completamente interrotti. A ricordo delle "Fiamme verdi" viene loro intitolata la via già Forno.


Le vittime che la seconda guerra lascia dietro di sé sono 20, come venti sono i dispersi. Nozza conta 6 morti e 5 dispersi. A ricordo della Resistenza, nel 1965 verrà posta sulla casa comunale la lapide con l'iscrizione dettata da Ugo Vaglia che dice: «Eredi / dello spirito patriottico / degli avi / i valsabbini / negli anni tristi 1943-45 / testimoniarono ancora / coi dolori e col sangue / il proprio indomito amore / alla libertà / Vestone, nel ventennale, 1945-1965». Da parte loro i reduci provvedono al restauro della cappella del Battistero della parrocchia. Singolare la vicenda del gruppo scout, nato in casa del rag. Stefano Stagnoli, per iniziativa particolare del figlio Saverio, poi sacerdote salesiano, e del chierico Luigi Bresciani, che partecipa agli ideali della Resistenza continuando poi a vivere fino al 1950. L'esperienza viene fissata in un volume di Gherardo Ugolini dal titolo "Saverio e il Drago", il primo libro sullo scautismo italiano.


Il Dopoguerra è segnato da sforzi di ripresa economica e sociale, in una situazione politica completamente nuova. Sotto la guida della D.C. nel giro di cinque anni si procede alla ricostruzione del ponte sul fiume Chiese (1948) su progetto dell'ing. Traversi e del geom. Crescini; all'asfaltatura delle strade interne; alla nuova pesa pubblica; ai luoghi di decenza e alle docce pubbliche; alla costruzione di un fabbricato di sei alloggi in base alla legge Ina-Casa; al miglioramento dell'edificio scolastico; all'allargamento del cimitero ed al campo sportivo comunale. Già nel 1955 Vestone è sede della Direzione didattica, della prima scuola media della Valsabbia comprendente gli alunni di Vestone, Nozza, Barghe, Provaglio, Mura, Casto, le Pertiche, Lavenone, Treviso Bresciano e la sede staccata di Idro (Idro, Capovalle, Anfo e parte della Valvestino). La ricostruzione vede sorgere accanto all'AVE, che riprende deciso il cammino, un primo laminatoio e sempre più numerose attività artigianali.


Vengono, sempre nei primi anni Cinquanta, progettata la strada di circonvallazione, sistemato il piazzale, inaugurato nel 1952 il nuovo cinema Lux e nel 1956 realizzato l'Albergo Touring che nel 1983 verrà trasformato nella sede della Banca Cooperativa Valsabbina. Con D.P. 59064 del 28 agosto 1956 Vestone diventa sede del Bacino Imbrifero Montano (B.I.M.). L'anno dopo, progettista l'ing. Virgilio Verzotti, viene iniziata la costruzione della strada di circonvallazione; nel 1958 viene inaugurata una nuova illuminazione pubblica con lampade a bulbo.


Nel 1960 viene costruito in via Mocenigo un nuovo campo sportivo. Specie a partire dagli anni '60 si verifica un vero boom edilizio di abitazioni private al quale si accompagna l'erezione, nel 1964, su progetto del geom. Italo Vaglia, dell'edificio della scuola media, intitolata a Fabio Glisenti. Nel 1968 apre i battenti una scuola di Ragioneria, sezione staccata dell'Istituto Tecnico commerciale statale "Cesare Battisti" di Salò e viene realizzata a Nozza la Casa della Valle nella quale prende sede la comunità montana della Valsabbia. Sempre nel 1968 viene lanciato il primo piano regolatore affidato all'ing. Domingo Silos Labini con la collaborazione del geom. Fabio Glisenti e poi continuato dall'arch. Rodolfo Mantovani. Discusso nel 1977, verrà modificato e reso operante nel 1979.


Sempre più intenso dagli anni '70 lo sviluppo edilizio: sistemazioni di strade, illuminazione, asfaltatura, sedi per la scuola media, potenziamento dell'acquedotto di Mocenigo, ampliamento del cimitero. Vestone sente come una punizione il trasferimento dell'Ufficio Registro (8 marzo 1973) e dell'Ufficio Imposte (1 gennaio 1976) a Salò. In compenso vi era stata aperta una sezione staccata della Pretura di Salò in una sede ristrutturata ed inaugurata il 2 dicembre 1962.


Sorgono monumenti. Il 21 aprile 1963 viene inaugurato il monumento ai caduti, opera dello scultore E. Moretti. Nel settembre del 1991 il nucleo valsabbino, sezione dell'Associazione arma aeronautica, inaugura, con un reattore trasportato dal campo di aviazione di Ghedi, il monumento ai caduti dell'aria. Nel settembre 1998 questo verrà sostituito con un vero monumento in bronzo eseguito dallo scultore trentino Silvio Bottes, raffigurante il volo di un aereo intorno al globo terrestre. Un vero monumento agli alpini è la sede che essi realizzano con 6.500 ore di lavoro, inaugurata nel settembre 1999.


Nel 1979 viene iniziata la ristrutturazione del palazzo comunale, è demolito e ricostruito il ponte sul Degnone, è allestita una nuova piazzetta nel centro. Mentre sono in pieno sviluppo opere tanto importanti, una catastrofica alluvione colpisce il paese nella notte tra il 26 e il 27 maggio 1981, ma Vestone si riprende in pochi giorni. Si rimette a posto ogni casa, non solo, ma viene sistemata anche l'area dietro la chiesa parrocchiale.


Dal 1994 al 1999 viene realizzato un nuovo ponte sul Chiese sulla strada per Treviso, una nuova piazza con garages a Promo. Nel 1997 viene creato un depuratore delle acque della media Valsabbia. Nel febbraio 1998 viene approvato il nuovo piano regolatore.


Nel campo assistenziale, fin dal 1964, per iniziativa dell'arciprete don Pozzi, è nata l'AVIS e, dallo stesso anno, ha avuto particolare sviluppo il Gruppo Volontari ambulanze, divenuto poi Gruppo volontari vestonesi, per iniziativa del farmacista dott. Felice Mazzi. Dopo dieci anni di discussioni e di progetti il 18 dicembre 1993 vengono inaugurati il "maxiambulatorio" e il day hospital, ai quali fa capo un'area di dodici comuni. Vitale, dal 1997, la sezione Auser per l'autogestione di servizi per gli anziani. Nel 1999 il Comune dà vita al Cred (Centro ricreativo estivo diurno comunale). Nel 2001-2002 viene completamente ristrutturata la casa di riposo "Angelo Passerini" di Nozza, la quale ospita, dal marzo 2003, anche un asilo nido. Nel 2003 l'Amministrazione provinciale, a continuazione dell'ufficio di collocamento, crea con gli stessi scopi un Centro per l'impiego. La protezione civile muove i primi passi con la fondazione del gruppo dei Vigili del fuoco volontari, per i quali viene apprestata dal 2003 una degna sede in località Brina.


Il secondo dopoguerra ha visto anche un notevole sviluppo culturale. Fin dal 1947 Guido Bollani crea le Edizioni Valsabbine che stampano i primi lavori di storia locale e che chiuderanno nel 1951. Nel 1968 nasce il Gruppo Universitario Valsabbino, fertile iniziativa culturale e sociale, per scomparire nel 1974. Nel 1981 nasce il Gruppo di iniziative socio-culturale (G.I.S.C.). Nel 1986 viene riaperto il Cinema Lux. Il 24 marzo 1994, per iniziativa di Franco Betta, rinasce la banda, scomparsa nel 1951. Un progresso decisivo sul piano culturale viene segnato il 2 ottobre 1977 con l'inaugurazione della Biblioteca Comunale, collocata nell'ex teatro (ex chiesa del Convento) ristrutturata per dono del comm. Luigi Lucchini e dedicata, il 27 settembre 1997, a Ugo Vaglia. Ad essa verrà aggiunto un Auditorium inaugurato il 27 febbraio 1982. Realizzato in tal modo un centro culturale di notevole rilievo, questo va animandosi di continue iniziative quali "Cento giorni di teatro", "Valsabbia a Teatro", "Teatro scuola" per studenti delle scuole medie, l'Associazione Artisti Valsabbia (1991), il Gruppo sperimentale di ricerca artistico-artigianale; incontri di storia locale. Nel 1997 hanno inizio gli incontri "Genti Valsabbine" sulla storia e la cultura valligiana. L'8 dicembre 2001 viene inaugurato il Museo del lavoro. Alla conoscenza della natura viene dedicato, da Arturo Mazzoni (m. nel 1973), un orto botanico di piante montane provenienti da tutti i continenti. Ai fiori in genere vengono dedicate periodicamente mostre piacevoli. Interessante, nel 1975, la creazione della Cooperativa Alimentare Vestonese (C.A.V.).


Nel settore associativo ha avuto particolare sviluppo il gruppo del Club Alpino Italiano costituito nel 1979, che dal 1982 stampa una sua rivista dal titolo "Bivacco" e che ha realizzato nel 1996 una palestra di roccia artificiale, organizza rally di sci alpinismo e gare sciistiche. Di successo dal 1982 quella di Boniprati. Il tennis ha trovato nel 1996 una spinta nell'Associazione Tennis Valsabbina. Notevole sviluppo ha avuto la società Pescasportiva. Le varie associazioni nel 1996 hanno dato vita a "Festinsieme".




ECCLESIASTICAMENTE. È stata avanzata l'ipotesi che il primo centro cristiano abbia fatto riferimento a S. Quirico di Nozza, del quale rimane un ricordo in un cippo o, secondo altri, nella chiesa diaconale di S. Stefano di Nozza già ricordata in documenti del sec. XIV. Sicura è comunque nel sec. XI la dipendenza dalla Pieve di S. Maria ad Undas di Idro, della diaconia di S. Lorenzo in Promo che acquista sempre più importanza a partire dal sec. XIII, durante il quale viene costruito l'attuale edificio romanico. La dedicazione a S. Lorenzo sembra indichi chiaramente la sua origine di diaconia come cappella sussidiaria per la popolazione molto dispersa e come ospizio per i poveri e gli infermi del luogo o come xenodochio di pellegrini. Formatasi nei sec. VIII-IX, o forse ancora prima, come ha sottolineato Alfredo Bonomi, «ben presto la comunità religiosa di Promo-Vestone, per la fortunata posizione geografica del borgo, posto sulla via di grande comunicazione tra la pianura padana ed il "mondo nordico", all'incrocio di altre vie minori ed alla confluenza del Degnone nel Chiese, ha assunto un ruolo religioso importante all'interno della pieve di Idro. È diventata quasi un secondo polo religioso tendente ad assumere una posizione paritaria a quella della pieve stessa».


Gli insediamenti di fucine, forni e abitazioni lungo il Degnone e il Chiese richiesero tuttavia fin dai sec. XIII-XIV la fondazione di una chiesa dedicata alla Visitazione di Maria SS. a S. Elisabetta. Nel sec. XV, seguendo lo sviluppo economico-sociale ed urbanistico del paese, la chiesa va acquistando sempre maggior rilievo, come dimostra il testamento di certo Comino Rambosio detto Marescalco, che il 20 agosto 1472 lascia al Comune di Vestone cinque pezze di terra e una casa, inalienabile perché vi siano celebrati «i divini offici» così da mantenere un cappellano per una messa quotidiana. Comunque, la chiesa di S. Lorenzo rimane come titolare ed è presente nell'Elenco delle Decime del clero bresciano del 1478 con 10 lire. Già al servizio, in tale anno, di 560 anime, rivendica una sua autonomia di cura d'anime che viene sanzionata con rogito notarile del 15 settembre 1480. Il distacco da Idro non è del tutto pacifico. Dopo molte controversie, il 17 febbraio 1482 il vescovo di Corone mons. Giovanni Ducco, prevosto di S. Nazaro in Brescia, stabilisce, come arbitro, che il sac. Andrea Dusina di Vestone, rettore delle due chiese di Vestone, dovrà pagare ogni anno a don Bartolomeo De Carolis di Bagolino, arciprete della pieve di Idro, la somma di 12 fiorini "de camera" per le decime e i fondi ceduti dalla pieve al rettore di Vestone, restando l'arciprete di Idro «excusatus, liberatus et absolutus ab ommi regimine cure animarum existentium sub dicta plebe in dictis locis de Vestono et a celebratione missarum». Ma nel 1492, essendo arciprete di Idro D. Giovanni de Fortis di Bogliaco, il Dusina, che è nello stesso tempo rettore di Vestone e Arciprete di Concesio, tenta di sospendere il pagamento del canone stabilito e di svincolarsi completamente dalla pieve. Dopo altre controversie si viene ad un nuovo patto con le condizioni seguenti: pagamento di un canone perpetuo di £. 30 di moneta bresciana in due rate (25 luglio e 25 dicembre) da parte del rettore di Vestone all'arciprete di Idro, la liberazione completa dell'arciprete di Idro dell'obbligo della cura d'anime ormai passata del tutto da San Lorenzo alla chiesa della Visitazione a Vestone e l'obbligo al rettore di Vestone di andare alla pieve di Idro per la consacrazione degli Oli santi e per ricevere il sacro Crisma dall'Arciprete in segno della preminenza e dell'onore dovuto alla pieve.


La vita parrocchiale si va sempre più assestandosi nel sec. XV. Intorno al 1530 la chiesa di S. Lorenzo viene riedificata o restaurata e abbellita di un bel polittico. Ma è la chiesa della Visitazione che assume un ruolo sempre più importante. In tempo di peste, probabilmente dal 1577 al 1578, viene edificata «dalla devozione del popolo» la chiesa dei SS. Sebastiano e Rocco. Nel frattempo le celebrazioni vengono sempre più trasferite nella chiesa della Visitazione che gli "Statuta et jura" della chiesa bresciana dicono non consacrata, con un solo altare, dove il rettore celebra a giorni alterni «per comodità dei fedeli». Vi esiste anche una Scuola o Confraternita della Beata Vergine; già nel 1574, è in piena funzione la Scuola del Corpo di Cristo che conta 300 confratelli.


Una svolta decisiva nella vita ecclesiale si verifica con la visita apostolica di S. Carlo Borromeo. Sembra che il santo abbia sostato a Vestone il 15 agosto 1580. Intorno alla visita è fiorita la leggenda che spiega il nome del santo dato a due località del paese. Circa il canale di S. Carlo, che si trova in località Fornaci, la leggenda indica una pietra nella quale è rimasta l'impronta di uno zoccolo di cavallo sul quale viaggiava il santo vescovo. Mentre attraversava il luogo sopra indicato, avendo sete, constatando che non esiste alcun corso d'acqua, il Santo sprona il cavallo, ma questo s'impenna e batte più volte lo zoccolo sopra una pietra lasciandovi l'impronta. Ed ecco scaturire dal suolo uno zampillo d'acqua da cui ha origine il canale detto ancor oggi di S. Carlo. Un altro luogo, vòlto verso la valle del Gorgone, è chiamato pure S. Carlo e anche là zampilla una discreta polla d'acqua, che mai inaridisce, anche nei periodi di siccità, quando le altre sorgenti sono completamente asciutte.


S. Carlo trova una comunità parrocchiale in condizioni alquanto discrete. Il rettore è don Giovanni B. Bonis di un «tollerabile» grado d'istruzione. Di fronte alla negligente custodia delle suppellettili, comprese quelle del SS. Sacramento, alle quali continua a provvedere la Scuola del SS. retta da tre massari, senza una regola definita, ma che provvede con 50 libbre di elemosine agli ornamenti dell'altare, S. Carlo dispone che la situazione venga regolarizzata. Manca, invece, la Scuola della Dottrina Cristiana. In considerazione che oramai è molto più comoda alla popolazione la chiesa della Visitazione dove si conserva il SS. Sacramento, davanti al quale arde la lampada «a spese del popolo», deduce che vi è già la volontà (espressa anche dall'esistenza della cassetta delle elemosine per le riparazioni della chiesa) di apportare necessari restauri. S. Carlo ordina che ciò avvenga presto o che la chiesa sia addirittura ricostruita e vi si esercitino tutti gli uffici parrocchiali riservando a S. Lorenzo il solo rito delle sepolture e la celebrazione di una messa festiva. Inoltre ordina che il rettore venda la casa canonica troppo lontana e ne compri o edifichi una nuova. A S. Carlo viene assegnata anche la fondazione della Scuola della Dottrina cristiana.


I vestonesi preferirono riedificare la chiesa della Visitazione dalle fondamenta, conducendola a termine nel 1594. La facciata, sulla riva sinistra del Degnone, viene terminata, come si desume dalla data scolpita sopra l'architrave della porta maggiore, nel 1619, mentre la chiesa viene consacrata il 4 maggio del 1625 dal vescovo Michele Varoglio, ausiliare del vescovo di Brescia. Viene costruito anche il campanile che deve essere stato ultimato prima del 1667, anno in cui venne fusa la campana più grossa che durò fino al 1929.


Il vescovo Marino Giorgi, con decreto del 1624, dispone che il fonte battesimale non si tenga più in S. Lorenzo, ma venga posto nella chiesa "nuova" nella quale si rechino i parroci da Treviso, Vestone, Lavenone, Anfo. Nel sec. XVII il patrimonio ecclesiastico è incrementato. La chiesa viene sussidiata da legati e lasciti. È del 7 marzo 1618 un testamento di don Guadagnino Ferrettini che assegna un capitale per la celebrazione quotidiana di una messa all'altare del Rosario e per aiuto nella cura d'anime.


Attinente al tempo della peste del 1630 è il legato del 7 ottobre, disposto da un maestro trentino (ma abitante in Vestone), di scudi 40 per una messa al mese in perpetuo. Mille lire per la celebrazione di messe e di un ufficio nell'anniversario della morte vengono disposte con testamento del 21 gennaio 1658 da don Giovanni Gastaldi. Aumentano e divengono sempre più consistenti, a volte lasciati al Comune, i legati in favore della chiesa quali quelli di Giacomo Petronio (1602), Fabio Glisenti (1615), G.B. Dusini (1621), don Rocco Paiardi (1626), Giovanni Ferrari (1630), Barbara Albertini (1634), don Badino Antonio Cargnoni (1640), don Crescimbene Dusini (1654), don Giovanni M. Ferrettini (1672), Giovanni Battista Glisenti (1677), Stefano Zani (1681), don Sebastiano Calcari (1684), Andrea Dusini (1695), da don Cornelio Beta (1742), ecc. I legati, oltre che la chiesa parrocchiale rimpinguano anche altari e Confraternite.


Se oscuro è il motivo per il quale nel 1641 viene ucciso il parroco don Gian Paolo Zani, ammirato è il parrocchiato del suo successore, don Benedetto Glisenti (1641-1674). Fervido è il periodo degli inizi del '600 quando Vestone vede sorgere nel 1603 il convento di S. Francesco, dei Cappuccini e nel 1615 quello dei SS. Pietro e Paolo dei Girolamini, soppresso però nel 1652. Il ruolo sempre più importante assunto nel campo ecclesiale è verificabile nella costituzione, con decreto del 23 giugno 1609, della vicaria foranea.


Di singolare rilievo è il testamento di Giacomo Petronio il quale, nel 1663, lascia mille scudi ai sacerdoti del comune di Vestone perché celebrino la mattina delle feste, nel coro della chiesa parrocchiale, la recita corale delle ore canoniche, destinando, sotto il titolo di Residenza, terre prative, arative, boschive in contrada Gandina, i boschi Bissonselli, che però verranno incamerati nella rivoluzione del 1797. Dispone capitali «per la condotta di un Padre predicatore nella Quaresima o in altri tempi». Per lo stesso scopo disporranno pure beni Francesco Alberini nel 1838 e un altro Francesco Alberini detto Menga nel 1883. Vestone ormai ha acquistato tale prestigio che don Andrea Nicolini viene nominato nel 1686 arciprete. Misera fine tocca a don Carlo Zucchini (1694-1710), trovato, si legge nel registro dei morti, «con crudelissima barbarie, trucidato e morto in casa» «con più di trenta ferite nella gola». Tribolato per inimicizie ed odii il parrocchiato di don Giovanni Zani (1723-1730), costretto a rinunciare al suo compito. Misteriosa la rinuncia dell'arciprete don Giuseppe Mombelli che, avendo trovato un bambino esposto sulla porta della canonica, «per godere quiete e a sé solo pensare», rinunciava spontaneamente al beneficio il 23 maggio 1791.


Parroco dal 1795 al 1822 è don Girolamo Orsini. La parrocchia vive dal 3 al 6 maggio 1797 giorni terribili, quando i francesi, al comando del gen. Chevalier, «spogliano la chiesa parrocchiale di tutte le argenterie, lampade, calici, croci, di tutti i preziosi sacri arredi che trovano, di un ricco baldacchino di stoffa in oro; poi col più barbaro vandalismo la incendiano, così dalle fiamme restano consunti sette grandi quadri del Palma che tanto abbellivano la rotonda del coro, tutte le suppellettili ed ornamenti di legno, tre altari, le più alte vetriate, l'organo stesso che tutto va liquefatto. Le pareti e la volta ne restano tanto affumicate e nere, quanto quelle di una fornace». Probabilmente rimane incendiato il solo presbiterio e la sagrestia ed una sola pala del Palma dell'altare maggiore, ma il disastro è grande. Il curato, don Carlo Calcari, riesce a sottrarre le Ostie consacrate e a nasconderle in un fienile della sua famiglia, in località Gorgone. Poco dopo vengono incamerati i beni delle Confraternite e la parrocchia viene espropriata della proprietà Gandina con la soppressione della recita corale delle Ore canoniche. La parrocchia vive anni difficili che consumano il parrocchiato di don Orsini e del suo successore don Giacomo Cosi di Bagolino, parroco per 8 anni (1822-1830). Sono questi parroci che restaurano la chiesa parrocchiale e la dotano di nuove opere d'arte fra le quali la pala dell'altare maggiore del pittore Rottini, arredi, paramenti, ecc.


Tocca all'arciprete don Giulio Decò (1830-1866) e al suo successore affrontare una situazione difficile, costretti come sono a fare i conti con una forte e invadente classe liberale e laica, anzi tendenzialmente anticlericale. Nonostante le riserve, e poi le proibizioni vescovili, don Decò celebra la Messa il giorno dello Statuto. Ciò gli attira la riprovazione del vescovo di Brescia, che lo rimuove dalla carica di vicario foraneo. Gli succede, proprio nei giorni in cui il paese viene invaso dalle truppe garibaldine e le chiese si riempiono di feriti, don Domenico Guccini (1866-1871), che deve affrontare uno dei momenti più difficili di Vestone. Infatti, oltre a dover provvedere all'assistenza dei feriti, egli si scontra con la nuova realtà dell'intensa propaganda protestante ed antipapista dello scomunicato ex barnabita Alessandro Gavazzi e dell'inglese Jessie White Mario, amica di Garibaldi. Anche in reazione al comportamento dei garibaldini, spesso irriverenti e provocatori, oltre che per sue convinzioni personali, don Guccini rifiuta la celebrazione religiosa della festa dello Statuto ed entra in contrasto con i liberali del tempo e una parte, sia pure ridotta, della popolazione. Nonostante i nascenti contrasti, i pochi anni di presenza a Vestone di don Guccini sono fecondi di novità. Il 5 settembre 1868 vengono benedette cinque nuove campane, il paese si arricchisce di nuove devozioni. Il vescovo Verzeri, infatti, dona le immagini del S. Cuore di Gesù e del S. Cuore di Maria che vengono intronizzate sugli altari della chiesa parrocchiale. Il 19 marzo 1871 si celebra «con grandissima solennità» la festa di S. Giuseppe.


Pastoralmente fecondo, anche se combattuto, è il lungo periodo di parrocchiato (1871-1915) di don Domenico Mutti. Lo sviluppo delle devozioni vede il lancio del culto della Madonna di Lourdes, di S. Luigi Gonzaga (la cui prima solennissima festa ha luogo il 22 luglio 1877), l'incremento della Confraternita del SS. Sacramento (che nel 1876 inaugura la propria bandiera). Nasce pure il gruppo delle Consorelle del SS. (il cui stendardo, confezionato dalle suore Canossiane di Brescia, fa la sua comparsa nel 1887); la festa del S. Cuore di Gesù (24 luglio 1884) diventa quasi una sagra con luminarie e grande concorso di popolo. Le missioni al popolo e predicazioni particolari accompagnano l'intensificazione della dottrina cristiana. Amante della sua chiesa, egli provvede fin dal 1876 a restauri, a dotarla di arredi e nel 1903 al rifacimento del tetto. È ancora sotto il parrocchiato di don Mutti che, di fronte all'allargarsi della base liberale e all'affermarsi dell'associazionismo laicista, si va risvegliando il movimento cattolico. Alla Società di m.s. liberale (1883) corrisponde, a distanza di mesi, quella cattolica mentre prende piede la Piccola Banca S. Pietro di Nozza. Sono iniziative che, come ha scritto Felice Mazzi, attirano su don Mutti «critiche atroci e anche di una volgarità verbale indegna», ma che non piegano la volontà ferma dell'arciprete.


Né si può dimenticare che in tempi di vivaci contestazioni Vestone dà alla chiesa personalità di grande spicco quali don Giovanni Battista Zuaboni (1880-1939), apostolo infaticabile della famiglia, e mons. Mario Toccabelli (1889-1960), vescovo di Alatri e poi arcivescovo metropolita di Siena, oltre a vari sacerdoti esemplari.


Lo stesso fervore di don Mutti contraddistingue l'apostolato del suo successore, don Luigi Turla (1915-1939). Appena entrato a Vestone, nel 1916, ed in piena guerra, egli chiama le Piccole suore della S. Famiglia di Castelletto sul Garda che assumono la direzione di quella che nei suoi disegni dovrebbe essere una Scuola Professionale di lavoro femminile, ma che si allarga all'assistenza, all'oratorio femminile, ai malati a domicilio. Le suore trovano sede dapprima in una casa dei fratelli De Cillà per trasferirsi poi in canonica (1919), nelle scuole comunali, nel Lazzaretto (1922), nel Conventino (1925), ecc. Nel 1922 don Turla, assieme ad una ventina di capifamiglia, avviata la costruzione di un "ricreatorio giovanile" con campo sportivo, inaugurato il 26 luglio 1923, dà consistenza ad un attivo circolo cattolico giovanile, "S. Lorenzo", che nello stesso giorno vede la benedizione della propria bandiera. Promuove tutte le associazioni dell'Azione Cattolica, le scuole di catechismo, abbellisce la chiesa parrocchiale, la provvede di un nuovo concerto di campane e di una nuova canonica. Singolare è il dono che egli fa, nel rinunciare alla parrocchia, di una diligente Cronistoria che si estende a tutta la realtà vestonese. In campo assistenziale lasciti vengono destinati alla Congregazione di Carità dai fratelli Pialorsi (nel 1921), da Pietro Rizzardi (1923), Pietro Levrangi (1928), Caterina Restelli (1929), dott. Virgilio Lanfranchi (1937).


Gli anni della seconda guerra mondiale (1939-1945) vengono coperti dalla presenza di don Prezioso Milani. Sebbene giunto dall'insegnamento in Seminario, egli compie ogni sforzo per essere vicino alla popolazione duramente provata in quei momenti ed ai molti giovani chiamati alle armi e si dedica ad un'attenta formazione di coscienze. Alla gioventù, specialmente, e ai più poveri si dedica nel suo breve parrocchiato (1945-1953) con intensa passione pastorale don Francesco Venturelli. Suo sogno è un oratorio moderno del quale fa stendere un ambizioso progetto, che la malattia e la morte, che lo raggiunge a 43 anni, gli permettono di realizzare solo in parte, ma per il quale spende tutto se stesso vivendo in povertà e dedicandosi ad un'intensa predicazione pur di raccogliere i mezzi per raggiungere il suo scopo. «Ricco di mente e di cuore», si è dedicato con passione alla formazione delle coscienze, specialmente giovanili. Fruttuoso di opere e sollecitudine pastorale è il trentennale parrocchiato di don Angelo Pozzi (1953-1984). Il carattere aperto, lo zelo inesauribile lo portano a colmare ogni residua divisione e a riconciliare in pieno la società civile e quella ecclesiale. Presente in ogni manifestazione, è il promotore di iniziative fra le quali l'AVIS (1964) che estende mediante ramificazione nella valle. Nel 1962 si dedica ad un radicale restauro ed abbellimento della chiesa parrocchiale, mentre è fra i promotori del ricupero, grazie agli alpini, della chiesa del Convento, dei restauri della chiesa di S. Lorenzo e della ristrutturazione dell'Oratorio. Nel 1979 la parrocchia si arricchisce della presenza delle Suore Operaie della casa di Nazareth di Botticino Sera. Fra le ultime iniziative di don Pozzi, assieme a Santino Pialorsi e al dott. Felice Mazzi, è l'avvio del bollettino parrocchiale "El Vistù", uscito per la prima volta nel gennaio 1984 in occasione dell'ingresso del nuovo arciprete don Facchi, che è reduce da una fervida esperienza missionaria in Africa (Burundi). Egli dedica le sue energie all'oratorio che arricchisce nel 1997 di una nuova sala polivalente. Trasferito nel 1997 a Bovezzo gli succede don Luigi Bellini (1997).




S. LORENZO DI PROMO. Si pensa che la prima vera chiesa, sostituendo una struttura originaria impossibile a conoscersi, risalga al sec. XII. Ha architettura romanica con copertura in legno a capanna come le pievi e le chiese rustiche del tempo. Come ha sottolineato Alfredo Bonomi ("Tre chiese Valsabbine...", p. 6), «nonostante i rimaneggiamenti subiti nella seconda metà del XVII secolo e nei primi anni del sec. XVIII, l'edificio è ancora oggi la costruzione più prestigiosa del territorio del comune di Vestone ed uno dei templi più importanti della Valle Sabbia». Nel 1530, data incisa su una pietra della base, viene iniziato il campanile, terminato nel 1531, come si legge sotto il tetto.


Visitando la chiesa, il 7 ottobre 1566, il vescovo Bollani la trova consacrata con due altari: il maggiore e quello di S. Andrea. Non vi esiste una cappellania. Ma S. Carlo Borromeo nel 1580 la trova ormai in disarmo. Non vi si conserva più il SS. Sacramento «per la distanza del popolo». Vi esistono quattro altari: il maggiore, l'altare del SS. Sacramento e due altri senza dote. Funzionano la sagrestia e il sagrestano; il cimitero non è circondato da muri. S. Carlo ordina restauri dell'altare maggiore, la sua chiusura con cancello, l'abolizione degli altari laterali e, in loro vece, si edifichino due cappelle con relativi altari ecc. Ma lo stesso santo ordina che venga restaurata o ricostruita la chiesa della Visitazione destinata a diventare parrocchiale. Ciò avviene gradatamente e definitivamente agli inizi del '600, quando la chiesa della Visitazione è completamente efficiente.


S. Lorenzo, perduto il titolo di parrocchiale, rimane la chiesa cimiteriale. Vi vengono infatti ancora sepolti personaggi importanti quali il nobile agreste Glisentius; Giovanni Sarasino, capitano di fanteria nella lotta contro l'occupazione francese di Luigi XII; il medico Antonio Glissenti; i sacerdoti fino al 1828, tanto da essere definita il piccolo monumento delle glorie valsabbine. Dal 1646, sotto i portici laterali, esistono le tombe dei "vergini", dei "maritati", dei "fanciulli", dei "religiosi" e degli "innocenti".


Nel 1736, nella sua visita pastorale, il card. Querini trova che vi sono quattro altari, che si tiene ancora la dottrina cristiana e che esiste una fraglia. Verso la metà del sec. XVIII viene innalzata di m. 2,50 e allungata di m. 11,50 e il vòlto viene trasformato in stile barocco e dipinto da Domenico Voltolini. Viene aggiunta una campana fusa da G.B. Soletti alla quale si aggiungerà, nel 1802, la campana maggiore uscita dalle officine di Giovanni Alberini. Continuano ad esistere quattro altari: il maggiore, quello del suffragio e delle anime purganti, della Madonna della Cintura e di S. Carlo. La chiesa è ornata di quadri raffiguranti episodi biblici come il sacrificio di 'sacco, Agar, Giuditta, Tobia e l'angelo, S. Giuseppe, S. Francesco di Sales. E continuano i legati di culto sempre più divisi con la chiesa della Visitazione. Viene arricchita, per dono di don Angelo Prandini, della statua di S. Giuseppe e nel 1904 della statua della Madonna, di Emilio Righetti. Occupata nel maggio 1915 da truppe militari, viene liberata nel 1919. Restaurata, viene riconciliata al culto il 28 gennaio 1923. La festa di S. Lorenzo è tornata ad essere frequentata negli anni '70 per diventare una vera sagra di tre giorni affidata, dal 1992, ad un apposito comitato.


La chiesa, che in origine aveva un'altezza di dodici metri, pur avendo perso in proporzioni nell'innalzamento settecentesco, conserva ancora nell'insieme l'eleganza dell'antico stile romanico. Caratteristico è il portale in granito con l'architrave, sorretto da due sfingi o da due teste di leone nelle quali il Vaglia ha voluto vedere un motivo ricorrente nelle chiese appartenenti alla giurisdizione del monastero di Leno. Ingentilisce il complesso un'elegante loggetta che si apre sul cimitero. Il campanile (25 m. di altezza, 4,50 di base) già elegante, pur nella massiccia imponenza, è reso più snello da quattro bifore, raramente riscontrabili in Valle Sabbia.


La ricchezza di opere d'arte, che ancora la chiesa contiene, l'hanno fatta definire la "pinacoteca vestonese". L'interno trasformato in linee barocche, con una volta che ha coperto il tetto originario con travetti, è stato affrescato verso la metà del sec. XVIII con medaglioni che, partendo dal fondo della chiesa, raffigurano l'Immacolata, S. Carlo Borromeo in gloria, la Visita di Maria SS. a S. Elisabetta, Mosè che riceve le tavole della legge, Davide che suona l'arpa, Daniele nella fossa dei leoni, il sommo sacerdote Zaccaria e, in piccole medaglie, i quattro evangelisti, la gloria di S. Lorenzo fra gli angeli. Nel presbiterio si vede l'ingresso in cielo di S. Lorenzo e, in piccole medaglie, le virtù cardinali. Tutti gli affreschi sono attribuiti a Domenico Voltolini. Sulle pareti laterali nelle parti anteriori agli ampliamenti dei sec. XVII e XVIII è emersa nel 1984 una serie di ex voto con la data «1533». «Splendida - rileva il Bonomi - è una Madonna in trono che ha come sfondo un ambiente architettonico, tipicamente umanistico, elegante e arioso che ci rimanda agli influssi e alla maestosità della concezione vitruviana delle architetture. Non si conosce l'autore di questi affreschi; sicuramente non sono di unica mano perché non sono tutti della stessa qualità. In alcuni è evidente la mano di un valido artista, uno di quelli che hanno lasciato in Valle Sabbia testimonianze per un percorso artistico di serie A, ancora da valorizzare». Gli affreschi sono stati restaurati da Romeo Seccamani nel 2001. Quanto all'attribuzione, Giovanni Tabarelli ha pensato alla scuola foppesca.


Entrando, a destra, si incontra l'altare dedicato ai SS. Carlo e Antonio. Esso presenta una mensa addossata al muro con al centro una cartella quadrilobata con croce a foglie affiancate da due lesene festonate, la soasa in legno intagliato policromo e dorato ornata di palme e fogliette, cartelle bugnate contornate da giochi di foglie, teste di putti. La parte superiore presenta una cimasa decorata da dentelli e palmette, foglie e volute e al centro una raggiera con colomba. Al centro la pala con la B.V. Maria in gloria fra i santi Carlo e Antonio, del sec. XVII. Domina l'altare maggiore il suggestivo polittico cinquecentesco riscoperto dal Cicogna che lo volle esposto nella sezione d'arte sacra del 1904. Suddiviso in tre comparti, sono inserite, nel registro inferiore, la tavola della Madonna con S. Lorenzo e S. Stefano a figura intera, S. Giovanni e S. Giuseppe a mezzo busto; nel registro superiore, Dio Padre con ai lati S. Sebastiano e S. Rocco mentre, nel fastigio, è collocata l'Annunciazione. Questo insieme di elementi poggia sulla predella in cui è rappresentata l'Ultima cena, il Martirio di S. Lorenzo e sui plinti i quattro Padri della Chiesa. Le cornici lignee, di architettura classicheggiante, vengono riferite da Alfredo Bonomi a botteghe valsabbine precedenti l'avvento dei celebri Boscaì e denotano legami che la valle ha avuto con movimenti artistici più vasti e qualificati di quelli locali e più particolarmente con l'Olivieri e il Lamberti, operanti a Condino nei primi anni del '500. «Più tardi, ha rilevato A. Bonomi, probabilmente verso la metà del 1600, l'originario polittico venne riquadrato con un'ulteriore soasa, a mo' di cornice, con due colonne decorate a motivi floreali ed una trabeazione classica». Il Bonomi, anche se non si conosce con certezza l'autore della cornice, propende ad attribuirla alla bottega dei Montanino, attiva proprio tra il 1630 ed il 1680, che ha lasciato opere a Casto, ad Ono Degno, a Bione. Le tavole sono quasi unanimemente attribuite a Martino da Gavardo, pittore che ha operato prevalentemente nei primi venti anni del 1500, assai importante, quasi sconosciuto alla critica ufficiale e da qualcuno identificato in Martino de Martinazzolis di Anfo. Il Bonomi, che rifiuta l'identificazione di Martino di Anfo, mette in rilievo «il gusto per la linea pura, tutto proteso verso la dolcezza delle forme e la delicatezza del colore, con un'intuizione spaziale chiara. Un vero artista il cui studio merita approfondimento. Le sue figure denotano una concezione un po' aristocratica dell'arte, ma notevole capacità d'introspezione, una perfezione formale ed una eleganza nel tratto, proprie di un artista originale. L'impianto del polittico, composto e nel medesimo tempo solenne nelle forme, presenta nell'astrazione liturgica, la storia divina della salvezza per mezzo di Maria e la volontà del Padre, figura ieratica, attorniato insieme alla Vergine dai santi legati alla devozione popolare locale».


Esiste ancora l'organo che, distrutto dai soldati durante la prima guerra mondiale, venne ricostruito nel 1925 da Flaminio di Sopraponte.


Scendendo, sul lato di destra, si incontra l'altare già del SS. Sacramento e ora di S. Giuseppe Lavoratore. La mensa, addossata al muro, presenta al centro una cartella quadrilobata con croce a foglie, circondata da lesene a festoni e volute. La soasa, intagliata, policromata e dorata, è affiancata da due grandi colonne scannellate, poggianti su basamenti illustrati da simboli eucaristici. Terminano con capitelli corinzi in un timpano spezzato, ornato di fiori di acanto, teste di putti, culminante con il busto del Cristo. Formelle (sec. XVI) rappresentano l'Ultima Cena. In luogo della pala originale è stato posto, nel 1981, un polittico dedicato a S. Giuseppe Lavoratore del pittore vestonese Giovanni Tabarelli.


Segue l'altare secentesco del Suffragio, con mensa addossata alla parete con al centro la Croce affiancata da lesene ricche di festoni. La soasa in legno intagliato policromo e dorato è affiancata da colonne ricche di teste di putti, tralci, grappoli, festoni di frutta, che terminano in una cornice ad arco spezzato da un'anconetta con viso d'angelo. La pala, raffigurante le anime del Purgatorio, è del 1721.


Nella controfacciata sono appesi una Pietà (olio su tela), sec. XVIII, e un S. Antonio di Padova del sec. XVII firmata "C.G.F.". Lungo la navata di destra due tele rappresentano scene profane del sec. XVI; lungo la navata di sinistra è appesa una tela secentesca raffigurante la Beata Vergine in gloria e i SS. Nicola da Tolentino, S. Antonio di Padova e altri santi. Si tratta di tele provenienti dai due conventi soppressi, prevalentemente di scuola veneta, della cerchia di Palma il Giovane.




CHIESA PARROCCHIALE. VISITAZIONE DI MARIA SS. A S. ELISABETTA. Una chiesa di S. Maria de Veston è già esistente probabilmente dal sec. XIII o XIV e andò acquistando sempre più importanza a mano a mano che il paese andò estendendosi intorno alle fucine sorte sulle acque del Degnone.


Con il citato testamento del 1472 Comino Rambosio, detto Marescalco, lascia beni per le celebrazioni nella chiesa di S. Maria ad Elisabetta e «non in altra chiesa». Un catalogo queriniano del 1532 la dice del valore di ducati 24 ed affidata al sacerdote Giacomo de Bonis o de Stanconi. Nel 1578 lo Status et jura della diocesi di Brescia dice che non è consacrata, ha un solo altare. Vi si celebra per comodità dei fedeli, a giorni alterni, e vi è istituita anche una confraternita o scuola della Madonna. In pratica per decenni convissero due chiese parrocchiali. Infatti nel 1565 si cita, fra coloro che si sottoscrivono per la costituzione di una pia congregazione per ravvivare il culto divino, Giovanni rettore della chiesa di S. Lorenzo «de Vestone».


Nella sua visita pastorale del 1566 il vescovo Bollani dichiara esplicitamente che è stata «costruita dagli uomini della comunità, non è consacrata, possiede qualche pezza di terra e vi si amministrano i sacramenti». Nella visita apostolica del 1580 S. Carlo Borromeo la trova in condizioni critiche, anche se è ormai usata come parrocchiale. Ha due altari, un fonte battesimale indecente. Il santo ordina che la chiesa venga restaurata o di nuovo edificata o almeno ridotta «ad una forma migliore» e quando lo sia stata vengano amministrati in essa tutti gli «uffici» di parrocchiale.


In pochi anni la chiesa viene edificata e, il 7 giugno 1594, il rettore don Giovanni de Bonis vi amministrava il primo Battesimo. Completa della facciata, nel 1619 viene poi consacrata il 4 maggio 1625. Nel 1667 viene portato a compimento anche il campanile.


Gravi danni subisce la chiesa il 5 maggio 1797 quando viene incendiata dalle truppe francesi che distruggono nel presbiterio quadri e altari e la spogliano di arredi e di oggetti sacri. Danni riparati solo nel 1821, quando viene incaricato il falegname Giovanni Calchera per la ricostruzione dei telai e delle cornici dei quadri distrutti o danneggiati; nel 1829 il pittore Gabriele Rottini esegue la nuova pala dell'altare maggiore. Continuo è nell'800 il recupero e la provvista di arredi e oggetti sacri. Nuovi restauri vengono compiuti nel 1876. Nel 1886 la chiesa viene provvista della bussola, opera del falegname Ernesto Brabanti di Brescia; nel 1887 della nuova soasa dell'altare maggiore, offerta dalla vestonese suor Maria Pia Pialorsi.


Fin dal 1832, dietro giudizio del perito pubblico Luigi Croppi di Brescia, viene ravvisata la necessità di una nuova copertura della chiesa, per evitare lo stillicidio di acque piovane nel vòlto della navata e nel coro. Il terremoto del 1901 affretta l'opera dopo continui rimandi, eseguita nel 1903-1904 su progetto dell'arch. Armando Pagnoni con il completo restauro del tetto e la decorazione della volta ad opera di Giuseppe Trainini (1904), mentre agli stucchi lavorarono i fratelli Fontana e alle pietre lo scalpellino Goini di Virle. Nel 1905, grazie all'offerta della famiglia Borra, viene posto dalla ditta Ghilardi di Bergamo il nuovo pavimento. Nel 1897 la Bottega Poisa provvede al nuovo altare dell'Immacolata, la cui statua viene eseguita nel 1906 da Clemente Rivetti di Chiari. Sempre nel 1906 lo stesso Rivetti costruisce la nuova macchina delle Quarantore e la Bottega Poisa restaura cantorie e pulpito. Nel 1907 viene trasformato l'altare del S. Cuore. Nel 1909 la Società Cementi di Brescia mette in opera la balaustra e nel 1910 la Bottega Poisa fabbrica il baldacchino dell'altare maggiore. Nel dicembre 1931 la ditta Fratelli Marengoni mette in posa le nuove vetrate; nel 1932 la Ditta Trotta Severo e Figli di Virle Treponti realizza, con i marmi i più vari, lavori tra cui il nuovo altare maggiore, consacrato il 15 mag gio 1932 dal vescovo vestonese mons. Mario Toccabelli. Nuove porte laterali, nuovi banchi ecc. vengono realizzati negli stessi anni. Radicali restauri alla chiesa vengono apportati nel 1962 per iniziativa dell'arciprete don Angelo Pozzi. Vengono ripristinati da G.B. Cattaneo di Brescia il vòlto e le pareti. La chiesa presenta un'imponente facciata secentesca con porta di pietra nera (chi dice di Levrange, chi di Eno). Il portale reca la data 1619. La facciata è stata attribuita al Bagnadore. In una nicchia verso il Degnone è stato posto un bronzo dedicato a "Maria, Redemptoris Mater" dello scultore G. Valcamonica, dono della ditta FALME. Lungo le pareti sono conservate tele interessanti. Sopra la porta che immette nel campanile è appesa, in una cornice attribuita ai Boscaì, la pala di S. Rocco e S. Sebastiano un tempo nella chiesa dei Santi, poi soppressa. Sopra il confessionale sta la pala della Madonna con il Bambino, i SS. Elisabetta, Zaccaria, Stefano e Lorenzo; sopra la porta laterale una tela raffigurante S. Stefano. E inoltre vi sono tele raffiguranti S. Girolamo (sec. XVI), la Madonna degli Alpini (di Ottorino Garosio, sec. XX), il Compianto di Cristo (sec. XVII). In nicchie sono conservate le statue di S. Caterina da Siena (sec. XVII) e di S. Antonio di Padova (sec. XVII).


Il primo altare a destra è dedicato al S. Cuore. In legno intagliato policromo e dorato con mensa ornata di putti ed affiancata da volute c'è un'ancona che accoglie in una nicchia la statua del S. Cuore, affiancata da quattro colonne binate ornate di tralci e grappoli d'uva sormontate da angeli e da un arco spezzato con al centro un'anconetta con la Colomba. Dapprima detto dello Spirito Santo, con una tela del sec. XVIII raffigurante la Pentecoste, nel 1908 venne dedicato al S. Cuore, mentre l'altare veniva restaurato dalla Bottega Poisa.


Il secondo altare di destra, prima detto «dei Santi» con una tela raffigurante la SS. Trinità, S. Giovanni Nep. e altri santi, fu poi dedicato a S. Luigi e infine alle SS. Reliquie. È dominato da un'elegante soasa in stucco e scagliola con capitelli corinzi che sostengono un timpano sormontato da arco a tutto tondo con quattro putti. Una parte centrale compartita in vani contiene una serie di bei reliquiari. Sull'arco trionfale spiccano l'Angelo Annunziante e Maria SS.


L'altare maggiore è dedicato alla Visitazione di Maria SS. a S. Elisabetta; consacrato nel 1629, venne incendiato dalle truppe francesi nel 1797 assieme alla pala opera di Palma il Giovane. Sostituita la pala con una del pittore bresciano Gabriele Rottini, quest'ultima rimase senza la cornice o soasa fino al giugno 1887, quando venne posta la nuova opera di Giuseppe Rizzi. Si tratta di un'opera in legno intagliato a colori policromi con motivi di grandi foglie d'acanto, volute e putti. L'attuale altare maggiore venne eseguito nel 1926 dal marmoraio Severo Trotta. Sulle pareti del presbiterio sono in vista tele della Madonna del Rosario di Palma il Giovane, la Crocifissione dello stesso, la Pentecoste, attribuita recentemente a Pietro Ricchi detto "Il Lucchese" (sec. XVII), l'Incredulità di Tommaso. Inoltre "in cornu Epistolae" è collocata la statua di S. Carlo Borromeo e "in cornu Evangelii" quella di S. Giovanni Battista. Non si conosce quando sia stato costruito l'organo. Nel 1797 l'incendio provocato dalle truppe francesi lo rovinò in gran parte; ma nel 1800 era già riattivato. In seguito, secondo il Podavini, intervennero a restaurarlo di nuovo o il Tonoli o il Marchesini. Durante la I guerra mondiale vi mise le mani un operaio torinese: Carlo Senatrice, che finì col comprometterlo del tutto. Rifatto, porta scritto su una canna il cognome Zavarise. È stato restaurato dal Podavini.


Scendendo sul lato sinistro della chiesa si incontra l'altare del Crocifisso. La soasa raccoglie, fra quattro colonne binate sormontate da un timpano a raggiera spezzato da un'ancoretta con al centro un cuore, un grande Crocifisso ligneo secentesco affiancato da due angeli. Del seicento è anche la porticina in rame lavorato del tabernacolo. Un tempo il Crocifisso era coperto da una tela raffigurante il Crocifisso stesso con ai piedi Maria SS., S. Giovanni e la Maddalena, tela che veniva tolta solo nella festa del Redentore.


Conclude la serie degli altari, ultimo a sinistra, quello dedicato alla Madonna di Lourdes, ristrutturato dalla Bottega Poisa nel 1897. Era dedicato alla Madonna del Rosario posta in una nicchia, raccolta in una soasa del seicento a quattro colonne binate ornate di teste di putti, foglie d'acanto, festoni, sormontate da un arco spezzato da un'anconetta con una statuetta del Padre Eterno. La nicchia era coperta da un quadro con la Madonna del Rosario e molti santi e personaggi. Conteneva una statua, sempre del sec. XVII, della Madonna del Rosario ora conservata nella sagrestia e sostituita nel 1908 da una statua della Madonna di Lourdes donata nel 1906 dal farmacista nob. Carlo De Cillà, opera di Clemente Rivetti di Chiari.


Lungo la navata di sinistra ecco altre tele con S. Stefano (sec. XVI-XVII), S. Lorenzo (sec. XVI-XVII), la SS. Trinità e Santi (sec. XVII), l'Angelo Annunciante (sec. XVII). Inoltre, in una nicchia, è conservata una statua secentesca di S. Domenico. Il Battistero venne realizzato per intervento e devozione degli ex Combattenti della II guerra mondiale riducendo l'ultimo vano a sinistra del tempio in Cappella, con lucernario circolare, pareti a stucco, decorazioni policrome ed al centro il fonte battesimale in marmo bianco, sormontato da coperchio in rame sbalzato. Ispiratore Pier Giuseppe Lancini ed esecutori i fratelli Rubagotti. Sulle pareti una tela con la Madonna e il Bambino fra i SS. Pietro apostolo e Marco evangelista della scuola del Palma, già nella chiesa del convento dei cappuccini.


Nella Cappella jemale sono esposti dipinti del Risorto (sec. XX), della Madonna con Bambino (sec. XVII), della Beata Vergine col Bambino tra S. Giovanni Battista ed un santo vescovo (sec. XVI-XVII), un ritratto di Paolo VI (di Zucca, 1987), un ritratto di Madre Teresa di Calcutta (sec. XX) e, inoltre, Crocifisso in legno sec. XVII, Madonna in trono con Bambino (sec. XX). In sacrestia: statua della Madonna del Rosario e tele con S. Antonio di Padova (sec. XVII), ritratti di mons. Toccabelli (di Gabriele Gatti), del parroco don Turla (di Gabriele Gatti), di don Mutti (di ignoto). La chiesa, sebbene depredata nel 1797, conserva ancora un ostensorio del '700, un "Pace" del sec. XVI, lampade, candelabri, damaschi.


Il campanile, in pietre squadrate con padiglione a coppi ribassati, forma un corpo unico con la chiesa parrocchiale. Eretto intorno al 1593-1594, è alto 30 m. con base di 4,80 m. Venne dotato di una campana nel 1667, fabbricata da Viviano Raineri, di un'altra fusa nel 1763 da Innocenzo Maggi e da una terza nel 1890, uscita dalle officine Pruneri. Nel 1929, su progetto dell'ing. Perugini di Nuvolera, la torre venne innalzata di oltre sette metri e dotata di un concerto di campane fuse da Carlo Ottolina di Seregno, con castello in ferro di Carlo Filippini di Chiari. Il concerto venne benedetto il 20 ottobre 1929 dal vescovo ausiliare mons. Bongiorni. L'orologio venne posto nel 1763 e sostituito con uno nuovo costruito da Giacomo Glisenti di Vestone nel maggio 1838.




CONVENTO CAPPUCCINO e CHIESA DI S. FRANCESCO E S. ANTONIO DI PADOVA A MOCENIGO. Come scrive Ugo Vaglia ("Storia della Valsabbia", p. 380), «Quattro volte i cappuccini erano stati invitati e pregati, non solo dai Vestonesi, ma da molti Valsabbini, di accettare il convento di Vestone. Tre volte si rifiutarono: la prima quando si deliberò di costruire il cenobio, la seconda quando fu acquistato il terreno, la terza quando si scavarono le fondamenta, adducendo a motivo la povertà del luogo e la rigidezza del clima. Accettarono il quarto invito, e sempre furono fatti segno di attestazioni affettuose da parte delle popolazioni e di riverenza da parte delle comunità». Anche grazie alla predisposizione di beni, fra i quali quelli del medico letterato Fabio Glisenti, alla fine (come asserisce P. Valdemiro Bonari nella sua opera "I conventi e i cappuccini bresciani" a p. 52) «nell'anno 1595 ne ebbero dai Superiori formale promessa; ma la povertà di derrate della valle li facea peritosi; replicando il popolo le preghiere, venne esaudito; ed ai 13 giugno dell'anno 1603 il Provinciale Gian Francesco da Brescia, coi Definitori e Fabbricieri portaronsi sul luogo offerto e destinato per la fabbrica, posero la prima pietra con grande concorso di quella valle festeggiante l'avvenimento da essa sospirato. Con elemosine di pie persone l'edificio venne compiuto l'anno 1607». Consisteva in 23 cellette al primo piano e tutti i locali di servizi a pian terreno disposti attorno ad un bel chiostro con una fontana nel mezzo. La chiesa, dedicata ai SS. Francesco e Antonio di Padova, aveva due altari e venne consacrata nel 1625 da mons. Michele Varogli. Conteneva, scrive sempre P. Bonari, «molti dipinti, alcuni buoni, come le pale dei due altari, e forse più ancora una tela posta dietro i gradini dell'altar maggiore guardante verso il coro; il presbiterio era coronato da molte tavolette votive testificanti grazie ricevute dal popolo devoto». Al centro della devozione popolare una statua della Madonna del Carmine che fu presto veneratissima dalla popolazione, tanto che è da pensare che molte delle tavolette votive fossero dedicate alla Madre di Dio.


Nel convento vi fu stabilito quasi continuamente il noviziato, retto per molti anni dal p. Angelo Tavoldino, morto in fama di santità nel 1630 fra gli appestati alla cui assistenza si dedicavano tutti i religiosi. Come è stato rilevato dal Vaglia, «la presenza dei frati contribuì ad aumentare le vocazioni dei valligiani: Stefano della Nozza fu cappuccino ad Abbadia nel 1650, e poi a Gambara; Lorenzo da Nozza fu vicario a Bovegno nel 1650; ed ancora nello stesso anno era a Edolo fr. Arcangelo da Vestone, nipote di padre Angelo Tavoldino di cui scrisse l'agiografia».


Crescendo il numero dei religiosi che fin dal 1650 si aggiravano sui 25, oltre a molti novizi, nel 1745 venne ventilata l'idea di fondare un nuovo convento a Sabbio Chiese, ma vi si oppose il Consiglio di Valle che deliberò di sovvenzionare il mantenimento di 12 cappuccini a Vestone, mentre i religiosi in più vennero dirottati verso il convento di Condino fondato nel 1742 da p. Domenico da Bagolino, vicario del Convento di Salò. Sennonché nel 1769 il convento cadde, con altri 17 conventi del Bresciano, sotto le leggi di soppressione della Repubblica Veneta, assetata di soldi per far fronte a gravi crisi economiche. Come ha scritto p. Valdemiro Bonari: «i Valsabbini, tutti uniti coi loro sindaci e coi loro parroci, fecero ogni sforzo possibile per impedirlo, umiliarono alla Serenissima petizioni molto onorevoli ai Padri, poiché oltre a lodare tutti i loro diportamenti in generale, encomiavano specialmente la loro carità verso i prossimi dimostrata in occasione di pestilenze. Ma tutto fu inutile: ai 10 settembre dell'anno 1769 la forza si presenta al convento per iscacciarne i religiosi e riceverne il misero spoglio. I frati stessi dovettero adoperarsi per pacificare il popolo sdegnato e furibondo, acciò non trascorresse a fatti spiacevoli. Anche qui l'autorità fu costretta imporre ai religiosi di partire a due per volta e sempre di notte, con l'obbligo di sloggiare dalla valle la notte stessa di lor uscita dal convento». Vani furono i tentativi per un ritorno dei cappuccini nel convento. Venduto alla famiglia Boni, venne riaperto solo per qualche mese durante l'occupazione austro-russa del 1799-1800, ma, tornato il governo napoleonico nel 1800, venne di nuovo chiuso.


Passato poi in proprietà di Mario Pialorsi fu filanda, galetteria e magazzino mentre la chiesa rimase aperta e ufficiata ancora per qualche tempo. Don Calcari annota nel suo diario come nell'anno 1881 la popolazione fosse ricorsa spesso alla Madonna del «Santuario del Convento» per invocare la pioggia, assistendo alla messa e scoprendo la statua della Madonna verso la quale, annota lo stesso Don Calcari, «i vestonesi e quelli di Nozza avevano una grande devozione». L'area del convento, compresi i fabbricati e la chiesa, fu poi venduta al Demanio, Ministero della Guerra, con atto notarile 27 luglio 1887. Nel 1889 il convento fu ridotto a caserma, intitolata al magg. Giovanni Chiassi, per ospitare gli alpini del battaglione Rocca d'Anfo, poi Vestone. Parte dei quadri passarono al Convento di Condino, parte alla chiesetta di Mocenigo.


Durante la I guerra mondiale il complesso fu ospedale militare; dal 1940 al 1945 fu campo di concentramento di prigionieri slavi, sede di una compagnia di correzione militare. Nel 1959 ospitò gli sfollati per lo smottamento di Levrange. Nel 1972 il Comune vi ricavò 13 appartamenti. Infine, dopo molti tentativi, gli alpini vestonesi ottennero in custodia la chiesa, la restaurarono in 25 mesi di lavoro per cui il 29 settembre 1990 venne riconsacrata dal vescovo ausiliare mons. Olmi.


La chiesa, dalle semplici linee francescane, con ampia facciata lunga 22 metri e larga 8, con una cappella laterale, è ora adorna di una anconetta con Madonna e putti, opera dei Pialorsi (Boscaì), di alcune tele nella navata di destra, di tavole ad olio raffiguranti S. Francesco d'Assisi e p. Angelo Tavoldino di L. Marelli. Sulla parete di sinistra si nota una tela raffigurante la B.V. Maria e S. Gaetano da Thiene di Francesco Paglia, e un'altra raffigurante S. Martino e il povero di autore secentesco. Vi è inoltre un Crocifisso in legno (sec. XVI-XVII) e una Madonna col Bambino (sec. XX).




MATERNITÀ DELLA BEATA VERGINE o MADONNA DEL MATTARELLO. Antico di più di cinque secoli il culto alla Madonna in località Mattarello, dipinta in un affresco sulla parete rivolta verso il paese; tale parete dapprima era quella di una stalla e fienile; più tardi il rude fabbricato venne ridotto a casa civile, com'è ora. Alla Madonna viene eretto, dopo secoli, un santuarietto la cui storia è racchiusa in una pergamena posta sopra l'acquasantiera nella quale si legge: «Alla Beata Vergine del Mattarello da cinque secoli invocata, sebbene in forma cadente e negletta nella fede, per grazie ricevute i sacerdoti don Alberto e don Antonio Bonetti zio e nipote solennemente questa chiesa fondarono offrendola al culto. Vestone 3 ottobre 1887. Prima pietra 4 aprile 1886. Prima S. Messa 3 ottobre 1887. Stazione rogazioni II giorno 1887». La processione delle rogazioni è registrata anche nel diario di don Calcari che scrive: «L'1 giugno, secondo giorno delle rogazioni, bellissimo tempo, si è fatta la processione al Mattarello dove vi fu sfarzo di cera ecc., e gran sbarro di mortaretti per ordine di Francesco Bonetti, detto Poggio di qui, il quale è dietro a far fabbricare non solo, ma fa condurre anche una fontana sul luogo». Don Turla nelle sue memorie ancora inedite così ne parla: «L'oratorio occupa un ambiente a pian terreno sotto una sala o studio ... È munito di un cancello di ferro e nella parete di fianco a destra sta un'inferriata a dimostrare che anche dalla stanza o sagristia attigua si assisteva alla S. Messa. L'altare e tutto quanto vi si trova è una raccolta di antichità senza un costrutto». Sull'altare è stata posta in una nicchia una piccola statua della Madonna Immacolata cui fanno guardia, ai lati dell'altare, due statue, più vecchie, di S. Maria Maddalena e di S. Giovanni Nepumoceno. Sempre nella chiesetta, in fondo, a destra di chi entra, fu murata la seguente lapide: «Hic iacet ossa - V.P.F. Angeli - de Tavoldinis - de Vestono. Capuci. - qui obyt die VIII - octob. anno 1630». La lapide naturalmente fu trasferita qui dalla chiesa dei Cappuccini quando fu sconsacrata. Nel 1937 don Turla smosse la lapide e trovò dietro di quella due ossa dei talloni del ven. padre Tavoldino, privi di custodia e impastati con malta. Il santuarietto era coperto di ex voto che vennero tolti nel 1930 e trasportati a Brescia o distrutti.




MOCENIGO: MADONNA DEL CARMINE, GIÀ S. GIOVANNI BATTISTA (SAN ZAN). Non si conosce l'epoca precisa della sua erezione. Ma doveva costituire come un punto di riferimento per l'assistenza religiosa e materiale alla povera popolazione del luogo. Un testamento, infatti, del 12 dicembre 1602 di Giacomo Petronio abitante a Recanati destina 25 scudi al Pio Luogo di S. Giovanni Battista i cui frutti debbono essere dispensati ai poveri infermi del comune. Un omonimo Giacomo Petronio qd. Bortolo poi, il 27 novembre 1663, lascia alla chiesa cento scudi variamente distribuiti. Nel '700 era chiamata ancora la chiesulina. Nel 1730 vennero promossi dei restauri, probabilmente grazie ad una dote predisposta in data 12 luglio 1730 da don Francesco Cuchi, approvata dalla Curia vescovile il 17 luglio seguente. Lasciti si susseguirono anche in seguito. Nel 1755 Francesco Rassega disponeva infatti fondi per il culto e per i poveri infermi confratelli dell'Oratorio.


Agli inizi del sec. XIX la piccola chiesa è di proprietà degli eredi di G.B. Cucchi e «da loro mantenuta a comodo dei vicini». In pratica era stata ricostruita, come si legge sull'architrave della chiesa, «Aere familiae Cucchi». Passerà poi in proprietà di Mario Pialorsi, al quale apparteneva anche l'ex convento dei Cappuccini; egli pensò di ampliarla per ospitarvi la venerata immagine della Madonna del Convento. Ciò fu fatto ad opera di Carlo Amigoni il quale la allungò per vari metri a monte. Negli stessi anni venne costruito anche il campaniletto destinato ad ospitare la campana dell'ex convento dei cappuccini. La chiesa venne benedetta dall'arciprete don Mutti il 21 maggio 1889, mentre la statua della Madonna del Carmine venne trasportata «con grandissima solennità» il 10 giugno 1889 presente, scrive don Calcari nel suo diario, «quasi tutta la popolazione di Vestone e molta di Nozza, Levrange, Forno d'Ono, Ono, ecc.». Assieme vi venne trasferito l'altare maggiore della chiesa del convento con le numerose reliquie, ecc. Nel 1926 la chiesetta venne donata dagli eredi Pialorsi Pagnoni alla Fabbriceria di Vestone.


Restaurata nel 1930 e nel 1938, divenne meta il 16 luglio di vere folle di devoti e non. In una cornice di legno intagliato e dipinto di verde e oro è raccolta la nicchia con la statua secentesca della Madonna del Rosario col Bambino, contornata da ornati a foglie d'acanto e festoni di frutta. Il tabernacolo a muro, pure del sec. XVII, ha una porticina raffigurante la Croce e angeli oranti. Una tela del sec. XVI-XVII raffigura la Maddalena penitens. Sulla facciata vi è una tela con un "Ecce Homo" della stessa epoca.




S. MARIA DELLE FORNACI. Santuarietto edificato nel 1854 in località Fornaci; ebbe come promotori i Guerra di Vestone, che vollero ricordare un loro parente morto a 81 anni il 4 agosto 1853, come informa una scritta all'interno della chiesa che dice: «La pietà generosa degli eredi del fu Giuseppe Guerra fu Angelo F.R. 1854». L'altare è in legno, costruito nel 1788, e sopra di esso vi è una nicchia che raccoglie un affresco con la Madonna e il Bambino. Ai lati sono raffigurati S. Stefano, S. Lorenzo, S. Rocco e S. Sebastiano. La chiesa fu dedicata al nome di Maria dato che in tale festa si era soliti celebrarvi messa solenne. Nel 1908 fu costruito il campanile sul quale furono poste le due campane del soppresso conventino, tenuto dai frati di S. Girolamo. Venne restaurato nel 1930 con l'aggiunta della sagrestia. Nel 1935, per lascito del 1933 di don Giovanni Salice, parroco di Forno d'Ono, originario di Promo, venne costruita dall'intagliatore Raffaele Vassallini di Vestone una nuova soasa, mentre Ottorino Garosio "colorava" l'interno e l'esterno. Opere tutte inaugurate il 29 settembre 1935.




CAPPELLA DEL CROCEFISSO DEL CIMITERO o "PRO PATRIA". Costruita nel 1934-1936 su disegno del geom. Pietro Crescini venne affrescata da Ottorino Garosio. L'altare è in marmo, opera dello scultore Gariboldi di Brescia.




CHIESE SCOMPARSE.


CONVENTO o CONVENTINO DEI GEROLAMINI DEI SS. PIETRO, PAOLO E MARCO. Fu fondato per volontà del vestonese Fabio Glisenti (v.), medico e studioso di filosofia e lettere, autore di opere apprezzate. Il Glisenti fece fabbricare a sue spese una casa ed una chiesa che, con atto del 15 luglio 1615, cedeva, salvo l'approvazione del governo, ai padri di S. Sebastiano detti Gerolamini, eremiti fondati dal beato Pietro da Pisa, assieme ad altri beni ed un'entrata annua di 300 scudi di livelli e censi, riservando a sé durante la vita, e dopo la sua morte ai rettori di Brescia, il diritto di Patronato perpetuo con facoltà di eleggere il rettore e i religiosi del Convento. Fra i capitoli concordati con i religiosi, il convento di Vestone era stimato «mantenere sei persone virtuose, fra i quali tre religiosi che dicano tre messe al giorno per l'esaltazione della Fede, del Ser.mo Dominio, e per le anime nostre e dei nostri defunti». Il rettore era «obbligato ad insegnare a tutti i fanciulli, come giovani di quella Patria, che vorranno imparare la buona educazione cristiana, buoni costumi e lettere, cominciando dai primi elementi fino a tutte le lettere dell'Umanità gratuitamente e per solo amor di Dio con ogni diligenza possibile».


L'istituzione venne approvata dal doge Giovanni Bembo il 6 maggio 1616. I religiosi fecero ingresso nel "conventino" vestonese, guidati dal priore p. Remigio Tomanelli da Verona, quel maggio stesso. A sostegno dei religiosi e a sviluppo dello scopo per cui erano stati chiamati a Vestone, con testamento del 9 marzo 1623, il donatore legava loro mille scudi utilizzabili solo dopo la morte del nipote don Giovanni Maria Ferrettini (avvenuta il 31 dicembre 1627) con l'obbligo di mantenere un maestro di grammatica e logica. In una relazione del 1650 si legge: «La struttura del Monast.o è quasi quadra, e contiene stanze n° 9 per habitationi de fratti. Non vi fù mai prefinito certo numero de' fratti. Ne i buoni anni vi sono stati sino sei Religiosi, cioè tre sacerdoti, un chierico, e due laici. Di presente vi stanno doi sacerdoti, ed un laico tutti professi». Il convento possedeva «una casa, quattro botteghe con due camere, attaccate al monastero le quali si affittano ... una stalla per porci, parecchi censi e livelli, ecc.».


Pochi anni dopo, il conventino cadeva vittima della politica di Venezia che, come già detto, per far fronte a colossali indebitamenti ed alla guerra contro i Turchi ottenne nel 1656 da papa Clemente VII la soppressione e l'incameramento dei beni di parecchi conventi. Allontanati i sei frati che vi risiedevano, i beni vennero venduti dalle autorità venete - incaricate di far eseguire il disposto papale - alla Comunità di Valle Sabbia e al Comune di Vestone. Gli Eremitani tentarono di rioccupare il "Conventino", ma il Senato veneto, il 22 settembre 1658, proibì loro di farvi ritorno.


Nel 1704, dopo molte traversie, la famiglia Glisenti fece valere il suo patronato e il 10 novembre di quell'anno il complesso fu assegnato a don Arsenio Glisenti; mezzo secolo dopo, nel 1753, per la divisione della famiglia in troppi rami, passò al Comune di Vestone che lo mantenne sino al marzo 1805 allorché venne affidato alla Deputazione dei beni di beneficenza e culto di Vestone. Divenne poi asilo, scuola elementare, biblioteca, sede del comune.




CAPPELLA DEL SS. SACRAMENTO. Nella casa delle Piccole Suore della S. Famiglia, il 3 luglio 1922 viene concesso dalla Curia la facoltà di tenere il SS. Sacramento e il 12 agosto 1922 quella di erigere la Via Crucis.




S. SEBASTIANO E S. ROCCO. Molto antico il santuario di S. Sebastiano che più tardi assunse anche il titolo di S. Rocco. Si trovava sulla antica strada della Valle detta del Molino o dei Cavalli, verso la Caparola. Doveva essere già cadente al tempo della visita del Bollani, nel 1567, dato che egli ordina che la chiesa di S. Sebastiano sia ridotta a santella ("capitellum") e venga chiusa con un'inferriata. Probabilmente la popolazione di Vestone non si rassegnò a non avere più un suo santuario. Gli "Status et jura" del 1578, infatti, registrano un nuovo santuario, costruito tra le due "ville" di Vestone e di Promo «per devozione della Comunità». Ha un solo altare, non consacrato, e vi si celebra a volte «per devozione». Non ha beni se non le elemosine ed è ben amministrato. S. Carlo, nel 1580, lo dice costruito recentemente dalla devozione del popolo. Dopo aver ripetuto quanto avevano già annotato gli "Status et jura", gli Atti della visita apostolica rilevano come l'oratorio sia tutto aperto sul davanti ed abbia anche un piccolo cimitero, circondato da muri, nel quale però non si seppellisce. Il vescovo Marin Giorgi, l'8 maggio 1601, ordina arredi e suppellettili (croce, candelabri, pianete, ecc.) e che, entro due anni, venga costruita la sagrestia. Il visitatore minaccia l'interdetto alla chiesa qualora non si eseguiscano i comandi emessi. Negli Atti della visita pastorale del 1624, vengono rinnovati ordini per nuove suppellettili e l'invito ai sindaci dell'oratorio a rendere conto della loro amministrazione. Nel 1626 don Rocco Paiardi disponeva di un legato per messe.


Nel 1630 circa, il santuario aveva un patrimonio di lire piccole 1.730, il cui frutto serviva per la celebrazione della messa e per la provvista di cera, olio e arredi sacri. Nel 1684 vi esiste l'obbligo di una messa al mese; «le entrate», dichiara il parroco, «sono maneggiate da secolari ai quali devono essere ricercate». Il 21 giugno 1703 il vescovo ordina che si tolga l'umidità e si rifaccia l'altare, mentre nel 1715 si impone che vengano messi i vetri alle finestre. Nel 1715 esisteva ancora l'obbligo di due messe per legato di don Rocco Paiardi. Nel 1732 vi è l'obbligo di una messa al giorno mentre nel 1734 essa è mensile. Interessante è quanto riferiva l'arciprete di Vestone nella sua relazione dell' 1 giugno 1807. Egli scriveva che la chiesetta «è commendevole presso il Popolo perché credesi eretta per sovrano decreto del Sovrano d'allora, ai tempi della peste, col titolo di S. Rocco e Sebastiano, come protettori contro quest'ultimo flagello e ivi si fan i pubblici ricorsi in caso di epidemia». Aveva un solo altare e una bella pala, ora nella parrocchiale, raccolta in una preziosa soasa a intaglio.


Soppressa in epoca giacobina o napoleonica, tentò di riscattarla e ridestinarla al culto, nel 1830, Giuseppe Guerra. Passò invece nelle mani di Candido Pialorsi, venne trasformata in magazzino e, comperata da Pietro Ghisoni, ridotta a filanda. Nella I guerra mondiale venne requisita per alloggio di militari e poi come prigione alle dipendenze del tribunale di guerra.




CHIESETTA ALLE AVIE. Appare già costruita accanto al roccolo «con casino» dal testamento in data 3 ottobre 1786 di Giovanni Battista Glisenti, qd. Pietro. Negli anni seguenti era posseduta dagli eredi del Glisenti passando poi in proprietà a Vincenzo Pialorsi che la restaurò. Venne utilizzata da don Bortolo Calcari durante il periodo della caccia.




ECONOMICAMENTE. Notevoli vantaggi economici ebbe Vestone dal vicino mercato di Nozza (v. Nozza) che fu tra i più importanti della Valle. Ma ebbe anche un suo proprio mercato fissato al secondo lunedì del mese, oltre ad una «rinomata fiera annuale» nei primi lunedì e martedì di luglio, in occasione della festa patronale della Visitazione di Maria SS. a S. Elisabetta. Sviluppato era il commercio di legname e carbone. Il mercato venne poi fissato al I, II, IV lunedì di ogni mese, e la fiera la I domenica di luglio. All' 1 di ottobre venne fissata un'esposizione bovina che ebbe notevole successo nel 1768. Vestone venne sacrificata a Nozza per la camera di deposito dopo che questa fu individuata come a più adatta all'uopo. Parallelo al mercato fu lo sviluppo degli esercizi pubblici. Dalle due osterie dei Facchi e dei Flocchini del 1609, si passa, nel 1860, a 18, nel 1865 a 25. Nel 1934 si contano 9 alberghi e 7 caffè.


L'agricoltura, per le condizioni ambientali, non ebbe sviluppi di rilievo. "Biade", fieno e legname da boschi sono ricordati come le costanti nei tempi. Ancora intorno agli anni '30 del sec. XIX il terreno coltivato era di uno a dieci rispetto al pascolo. Più di 150 ettari di terreno pianeggiante producevano soprattutto grano e foraggi. Discreta la produzione di formaggio e burro; buono il raccolto di castagne. Una decina di roccoli forniva, nel 1890, circa 15 mila uccelli di passaggio. Ancora redditizia la pesca nel Chiese. Già nel 1609 esistono due molini dei quali uno a 4 ruote e uno antichissimo. Nel 1676 ne venne costruito, dal Comune, uno nuovo. Lo sviluppo agricolo ha avuto un incremento particolare con la creazione, nel 1909, per iniziativa del prof. Antonio Bianchi, del Consorzio Agrario Cooperativo di Valsabbia che assunse importanza particolare per la pratica dell'allevamento del bestiame. A Vestone ha avuto sede, per decenni, un sottoispettorato dei boschi con ampie competenze nei distretti di Chiari, Verolanuova e Salò. Frequentati particolarmente i corsi di albericoltura che si tenevano a Vestone negli anni '30 del sec. XX. In sviluppo, sulla fine dell'800, la fabbrica liquori Pialorsi e conosciuto soprattutto il suo vermouth.


Come ha sottolineato Giancarlo Marchesi, «poste (Vestone e Nozza) in zona di confine, lungo un'importante arteria di scambio tra le regioni dell'Italia settentrionale e gli stati dell'Europa del Nord, le realtà territoriali furono in grado di svolgere l'importante ruolo di crocevia del traffico commerciale che dalla Lombardia veneta era diretto verso il Principato vescovile di Trento e viceversa. Vestone e Nozza, pur essendo non solo prive di materie prime importanti (minerale di ferro, ecc.) che caratterizzavano le comunità di Valle Trompia, ma anche del patrimonio boschivo presente nel limitrofo Trentino, seppero inserirsi a pieno titolo nel circuito produttivo e commerciale della metallurgia alpina. Furono infatti capaci di ottenere a costi concorrenziali tanto il minerale, quanto il legname e il carbone, l'uno e gli altri elementi indispensabili per l'industria del ferro. Ciò venne facilitato da un insieme di fattori, tra i quali possiamo ricordare: la rete viaria discretamente estesa e articolata che collegava Vestone e Nozza alle convalli limitrofe; le numerose esenzioni fiscali accordate da Venezia agli operatori locali e, infine, la presenza della fiera commerciale di Nozza».


Hanno prevalso a Vestone le attività manifatturiere e commerciali. Forse già attive nel sec. XIII, le fucine di Vestone si svilupparono soprattutto nel sec. XVI tanto che, nel 1553, Antonio Maria Bossoni di Vestone era in grado di assumere una fornitura di 1000 palle di artiglieria per il duca di Ferrara. Agli inizi del sec. XVII funzionavano un forno fusorio grosso ed una fucina. Il nome della località Follo indica la lavorazione in luogo della lana sempre più in liquidazione nella prima metà del sec. XIX.


Tra i pochi cimeli rimasti ed individuati è nota una chiave della chiesa parrocchiale di Bagolino, opera del fabbro vestonese Andrea Salvini detto "Caporalì". Nel sec. XVII erano apprezzati acciarini e orologi prodotti a Vestone. Nel 1760 veniva fondata la fucina per la produzione di attrezzi agricoli che diventerà poi la "Oliva e Guerra" e come tale vivrà fino ai primi anni '50 del sec. XX. Il 18 aprile 1798 si costituì la Società del forno del ferro con capitali all'interesse del 5 per cento, che durerà fino al 1851. Nei primi anni del sec. XIX era in funzione un forno che produceva 7 mila quintali di ghisa al prezzo di lire 14 al quintale, salito a lire 20 nel 1866 e diminuito a lire 12 nel 1880. Spento nel 1815 il forno fusorio, rimase in attività una fucinetta gestita da Giovanni Glisenti. Agli inizi del sec. XIX i Bormioli fondavano una vetreria che fu a lungo l'unica in funzione nel Bresciano. Fin dal sec. XVII si sviluppa e, si ritiene per iniziativa di certo Salvini, la produzione delle striglie che nel secolo XVIII raggiunge le 2500 dozzine l'anno, aumentata nel secolo XIX a 6000 dozzine, prodotte a domicilio, in piccole officine. A tale produzione si accoppia quella degli arpioni prodotti in 4 officine del luogo. La produzione di striglie nel 1904 risulta ormai unica in Italia e vende 9 mila dozzine di striglie ripartite fra sei ditte delle quali particolarmente attiva è l'officina di Giovanni Maria Zuaboni. Nella seconda metà del sec. XIX venivano prodotti rasatelli da fieno e attrezzi agricoli in genere.


La crisi della produzione locale spinge nel 1886 il cartolaio Pietro Scalmana a offrire in vendita alla Soc. Terni un proprio fondo per la costruzione di un centro siderurgico, ma l'invito fu declinato e rivolto ad altri. Tra quelli venne interessata anche la Falck di Milano. Falliti questi tentativi, nel 1897 venivano poste le basi di una delle più importanti realtà imprenditoriali vestonesi. In tale anno, infatti, Lorenzo Bonomi apriva un'officina per la lavorazione meccanica del legno e dei metalli, che nel 1904 diventava società in accomandita sotto la ragione sociale di "Lorenzo Bonomi e C." e che si sviluppò poi, per impulso di azionisti fra i quali Angelo Dossena, nella "Anonima Vestonese Valsabbia Elettrotecnica (A.V.E.)" (v.), società che ebbe poi grande sviluppo che dura fino ad oggi. Nel 1890 esiste sul Degnone anche una fabbrica di zappe, badili e attrezzi rurali, di cardini alla "romana", di azzali per carri e carrozze, chiavi, chiodi e cavicchi di ogni dimensione anche per costruzione di ponti e travate di larga esportazione in Italia e all'estero. Venivano prodotti da cinque magli in tre officine, della ditta Morandini, lungo il Degnone sulla strada per le Pertiche.


Alla fine dell'800, la ditta Corna Pellegrini crea un'azienda per macinare la barite cavata a Darzo, nel Trentino. Negli anni '20 del sec. XX si sviluppa la citata ditta Oliva Guerra e C. che nel 1936 costruisce la Motoline, «unica motocicletta italiana a telaio elastico in lamiera stampata e assemblata con parti meccaniche tedesche». La ditta, però, scompare con l'"autarchia". Dopo un periodo di crisi del dopoguerra, che vede aprirsi anche a Vestone le vie all'emigrazione, sulla fine degli anni '50 si assiste alla nascita di molte iniziative economiche. Attive le fabbriche di pinze Angelo Bendotti; di mattonelle Ferremi & C., e di Marchesi Felice; di tubi e resine sintetiche Monchieri & Rossi; di fiori artificiali di Facchi Aldo & C.; di oggetti i più svariati in resine sintetiche Attilio Oliva; e tanti altri piccoli laboratori, dove trova lavoro parte della popolazione del paese oltre ad assorbire personale dei paesi limitrofi. Non manca una grande segheria dei F.lli Bonomi e un laminatoio; vi è pure un molino per la macina del solfato di bario ed una fabbrica di bibite. Dal lato artigianale vi sono importanti falegnamerie: G. Battista Marchesi, Giorgio Zanini, Arturo Limelli. Officine meccaniche bene attrezzate: Levrangi, Ferremi, Carminati, Tomasini.


Nel 1966 Stefano e Marco Levrangi fondano la Fonderia artistica soluzioni tecniche (FAST) per la produzione di oggetti di arte funeraria e di oggettistica in ottone. Una vera esplosione produttiva si verifica negli anni '70-'80, quando sono presenti nel campo delle materie plastiche l'IVARS dei fratelli Ebenestelli, la Kapalastic, la Marvon, la Rapid Plastic; e poi industrie come la Attilio Oliva, la Ferriera Valchiese, la Isolgas. Si sviluppano anche fonderie quali la Fratelli Martinelli FMN, la Benini, la Fondital, per la produzione di radiatori di alluminio per riscaldamento, della famiglia Niboli, un gruppo che nel 1994 occupa 600 addetti. Ma sono parecchie le piccole industrie meccaniche, i mobilifici, le carrozzerie, le imprese edili. Alla fine degli anni '70 si contano a 200 circa le aziende dei vari settori.


A sostegno di questo progresso produttivo fin dagli ultimi decenni del sec. XIX esistono lo sportello del Credito Agrario Bresciano (1886), l'agenzia della Piccola Banca Valsabbina di S. Pietro di Nozza aperta nel 1897 e di indirizzo cattolico e la Cassa cooperativa di Credito valsabbina aperta dai liberali zanardelliani nel 1898 e che nel 1941 prenderà il nome di Banca Cooperativa Valsabbina, ancora oggi in piena funzione.


Singolare creazione la C.p.f. 80 (Commissionaria popolare familiare) cooperativa, creata nel 1980 per promuovere servizi economici e sociali che, da 230 soci iniziali, nel 1997 ne contava 2.083. Interessante la costituzione dell'Incubatore, agenzia promossa dalla Lumetel col compito di creare strutture, favorire investimenti in nuove attività imprenditoriali.




PERSONAGGI. Tra i capitani delle milizie della Valle Sabbia si ricordano: Tebaldo Graziotti di Promo (sec. XIII-XIV), un suo omonimo di Vestone (sec. XV), Giovanni Sarasini (sec. XVI), Giacomo Graziotti (sec. XVI). Come professionisti di valore, studiosi, scrittori si segnalarono Fabio Glisenti (1615); Giov. Pietro Comparoni (1705-1782) autore di una Storia delle Valli Trompia e Sabbia; suo figlio Giacomo, medico e membro di accademie, autore della "Storia della Valsabbia"; Pietro Riccobelli (1773-1859), medico, autore di varie pubblicazioni anche a carattere poetico e delle "Memorie storiche del 1796-1814"; Lucio Antonio Riccobelli (1801-1868), medico giornalista; Luigi Riccobelli (1845-1920), che partecipò alle lotte risorgimentali; Lucio Fiorentini (1829-1902), patriota, senatore del regno (1901), pubblicista; Giuseppe Guarneri (1829-1888), cospiratore e patriota; avv. Pietro Riccobelli (1840-1927), storiografo e per lunghi anni attivo sindaco di Vestone; Antonio Borra (1821-1910), ingegnere, patriota; Silvio Longhi, giurista, senatore del Regno. Cronisti preziosi sono stati don Bortolo Calcari, il farmacista Felice Mazzi, mons. Luigi Turla.


Tra i pittori spiccano Edoardo Togni (1884-1962), Ottorino Garosio (1904-1980), oltre a Giovanni Tabanelli. Fotografo di valore fu il rag. Stefano Stagnoli.


In campo religioso ecclesiale spiccano le figure dei padri cappuccini: Angelo Tavoldino, che ebbe fama di santità, Angelo da Vestone e Valeriano da Vestone, missionari nei Grigioni, Arcangelo da Vestone, considerato venerabile nell'Ordine. Tra gli ecclesiastici: don Giovanni Maria Rizzardi ( 1876), scrittore, mons. Mario Toccabelli, vescovo di Alatri e arcivescovo di Siena, don Giovanni Battista Zuaboni, apostolo della famiglia, del quale è introdotta la causa di beatificazione.


Ospiti a lungo di Vestone, oltre al ricordato sen. Pompeo Molmenti, lo scultore Antonio Cloza (Udine 1890 - Brescia 1960), allievo di Cesare Zocchi, nel 1919 sposò Emilia Pizzocaro e divenne abituale frequentatore del Matarello. È l'autore del monumento ai Caduti di Vestone (1922). Da ragazzo passò le vacanze a Vestone il premio Nobel Riccardo Giacconi. Cittadino onorario di Vestone è lo scrittore Mario Rigoni Stern.




PARROCI E ARCIPRETI.


Giacomo De Boni (sec. XV, Giovanni de Boni (sec. XVI), Giovanni Marco de Robis di Brescia (rinuncia 1561), Giovanni Battista de Presanis di Salò (7 agosto 1561 - rin. 1562), Giovanni De Bon di Treviso Bresciano (29 aprile 1562, m. 30 aprile 1595), Giacomo Graziotti (20 luglio 1595 - rin. 1634), Gian Paolo Zanni (22 giugno 1634 - 5 novembre 1640), Benedetto Glisenti di Vestone (12 febbraio 1641 - m. 2 settembre 1674); Francesco Tavoldino di Vestone (sec. XVII, m. 3 maggio 1680), Luigi Gennari di Bagolino (15 giugno 1681 - m. 30 settembre 1684), Andrea Nicolini di Ono Degno (1 novembre 1684 - m. 21 settembre 1693), Carlo Zucchini di Anfo (28 aprile 1694 - m. 1 gennaio 1710), Giovanni Battista Baronio di Preseglie (12 febbraio 1710 - m. 15 gennaio 1715), Giacomo Benaglia di Gargnano (20 agosto 1715 - rin. 3 gennaio 1723), Giovanni Zani di Nave (18 dicembre 1723 - rin. 6 luglio 1730), Bartolomeo Uberti di Alone (30 dicembre 1730 - m. 5 agosto 1768), Viviano Porta di Cecina di Degagna, dottore in teologia (16 settembre 1768 - m. 5 marzo 1782), Giuseppe Mombelli di Gussago (8 agosto 1782 - rin. 23 maggio 1791), Francesco Antonio Moretti di Gardone Val Trompia (6 luglio 1792 - m. 20 febbraio 1795), Gerolamo Orsini di Lavenone (28 aprile 1795 - m. 16 aprile 1822), Giacomo Cosi di Bagolino (14 novembre 1822 - rin. settembre 1830), Giulio Decò di Bione (16 dicembre 1830 - m. 14 marzo 1866), Domenico Guccini di Brescia (30 maggio 1866 - 1871), Domenico Mutti di Provaglio d'Iseo (28 settembre 1871 - m. 14 febbraio 1915), Luigi Turla di Siviano (7 maggio 1915 - rin. 30 luglio 1939), Prezioso Milani di Idro (1939-1945), Francesco Venturelli di Salò (1945-1953), Angelo Pozzi di Treviso Bresciano (1953-1985), Angelo Gabriele Facchi di Dello (1984-1997), Luigi Bellini di Mairano (dal 1997).




SINDACI, PODESTÀ, COMMISSARI PREFETTIZI.


SINDACI. Giuseppe Venturini (1860, non accettò per motivi di salute), Antonio Cominotti (1860-1869), Giuseppe Moneta (1869-1885), Pietro Rizzardi f.f. (1885-1886), Mario Pialorsi (1886-1887), Pietro Riccobelli (1887-1895), Mario Pialorsi (1896-1899), Pietro Riccobelli (1899-1910), Angelo Dossena (1910-1928), Giovanni Bormioli (comm. pref.) (1928).




PODESTÀ: Giacomo Scalmana (1929-1934), Federico Pialorsi (1934-1940).


COMMISSARI PREFETTIZI: Casimiro Bonomi (1940-1941), Luigi Ferrara (1941), Alfredo Austria (1941), Arnaldo Passerini (1942-1944), Giovanni Morucci (1944-1945), Luigi (Gino) Toccabelli (maggio 1945), Valentino Monchieri (1945-1946).




SINDACI: Paolo De Cillà (1946-1947), Giacomo Besuzio (1947-1951), Zita Toccabelli (1951, per un giorno), Palmiro Ferremi (1951-1962), Ugo Vaglia (1962-1964), Franco (Francesco) Begliutti (1964-1975), Renato Ghidinelli (1975-1982), Luigi Bianchi (1982-1985), Renato Ghidinelli (1985-1990), Luigi Bianchi (1990-2004), Emanuele Corli (dal 28 giugno 2004).