POLPENAZZE del Garda
POLPENAZZE del Garda (in dial. Polpenàshe, in lat. Polpenatiarum)
Centro agricolo e turistico della Valtenesi superiore, si stende sui dossi morenici a O del lago di Garda, a m. 203 s.l.m e dista 27 Km da Brescia. La superficie è di 26,7 kmq. L'abitato si adagia su collina ricca di vigneti e uliveti tra il rio Marle e il rio Bergonini. Fra le frazioni hanno rilievo: Picedo ad 1 km. ad E del capoluogo; Bottenago a km. 3,800 a O, Vedrine a km. 0,480; Fontanelle a km. 0,627; Castelletto a km. 2,34. Altre località: Colombaro, S. Pietro, Tavaredo, La Pertica, Posteghe, Gaslago, La Santella, Ponte di Marle. Cascine: Macina, Aglera, Valle, Predelli, Montropero, Capra, del Capo, Monte S. Pietro. Il nome viene fatto derivare, secondo lo Gnaga, dal nome pers. Pomponius (che figura in una importante lapide scoperta nella pianura bresciana) attraverso un peggiorativo accrescitivo Pomponacius; Donato Fossati si è riferito ad un "Pompilii ager o ascies o assis". Nel 1154 è Polpenatie, nel sec. XII Pulpinaze, nel sec. XIII Pulpenaziis o Polpenaci, nel sec. XVII Polpenazi. Lo stemma è un giglio rosso sormontato da un rastrello da fieno, senza manico con le punte di ferro arcuate, pure rosso, l'uno e l'altro in campo verde.
ABITANTI (Polpenazzesi). Nomignolo "Foramucc". 850nel 1530, 800 nel 1532, 1438 nel 1573, 900 nel 1711, 1068 nel 1806, 1036 nel 1820, 1038 nel 1837, 1229 nel 1850, 1148 nel 1861, 1241 nel 1871, 1348 nel 1881, 1350 nel 1901, 1506 nel 1911, 1568 nel 1921, 1536 nel 1931, 1492 nel 1936. 1487 nel 1951, 1377 nel 1961 (att. 575, agr. 256, ind. 172), 1309 nel 1971, 1379 nel 1981, 1567 nel 1991. Il territorio di Polpenazze è andato formandosi con il ritiro nell'era quaternaria del grande ghiacciaio che copriva gran parte del territorio e che andò via via formando le colline moreniche della Valtenesi mentre ristretti fra una cerchia e l'altra rimasero alcuni bacini lacustri e terreni ricchi di torba. Nei lavori di estrazione di torba emersero le prime testimonianze di vita preistorica dell'età del bronzo riferite alla civiltà della Polada in quanto i primi reperti di tale cultura vennero trovati nella omonima torbiera nei pressi di Lonato. Assaggi compiuti a partire dalla campagna di scavi iniziata nel 1963 dal Gruppo Grotte di Gavardo misero poi in luce un sempre più numeroso materiale e un abitato palafitticolo o un insediamento di capanne situato su un dosso consolidato con pali. I materiali raccolti hanno fissato all'età del bronzo, all'incirca tra il 1900 e il 1400 a.C. un insediamento che era attorniato da altri più piccoli nelle vicinanze. Le prime testimonianze di vita dell'uomo sono comparse sul lago di Lucone che si estendeva tra i colli di Cassaga, Brassina e S. Pietro del quale rimane l'alveo prosciugato chiamato la Valle del lago e che nel medioevo era delimitato dalle vie vicinali di Cassaga e Brassina. Ridotto fin dal sec. XV dai primi tentativi di bonifica e poi quasi del tutto nel sec. XVIII offrì sempre più in operazioni di aratura specie nella fine dell'800 reperti archeologici di grande rilievo: punte di freccia, vasi, corna di cervo, ecc. e fu al centro di numerose leggende e racconti fantastici. Dai rinvenimenti di Isa Marchiori Grandinetti fin dal 1957 e soprattutto grazie a campagne di scavo avvenute nel 1963, dal gennaio 1965 e il 1974, specie per iniziativa del Gruppo Grotte di Gavardo, vennero scoperti resti di palificazioni e di capanne, una piroga rinvenuta il 23 agosto 1965, della lunghezza di circa 4 metri, industria litica, materiali ceramici, metallici e ossei pertinenti ad almeno 5 diversi nuclei abitati datati dal Bronzo antico (cultura di Polada) alla fine del Bronzo medio, vasi ceramici, uno scortecciatoio di legno, resti di tessuti, e dodici «tavolette enigmatiche» di terracotta e di pietra, oltre a moltissime ossa lavorate e reperti di bronzo. Una indagine multidisciplinare eseguita nel 1986 sotto la direzione di Gabriele Bocchio ha dato risultati sorprendenti. Innanzitutto è stato accertato, con esami dendrocronologici eseguiti sulle sezioni di pali, tutti in rovere, che la palafitta fu piantata verso il 1975 a.C. Dopo quarant'anni circa un incendio distrusse quella parte di villaggio indagata e subito dopo fu ricostruita con l'innesto di altri pali a rinforzo dei primi, dando inizio ad una seconda fase abitativa della durata di circa centocinquanta anni soppiantata da un'ultima fase in ambiente asciutto che si prolunga fino agli inizi del Bronzo Medio. La scoperta più interessante riguarda il rinvenimento di una trave di falda in legno, conservata dall'incendio perchè caduta in acqua, la quale permette per la prima volta di ricostruire lo schema dell'alzato di una capanna. La tecnica è sorprendentemente funzionale e moderna. Il tetto viene costruito con travetti trasversali di cm 8 circa di spessore, alla distanza di cm 80 circa uno dall'altro, il tutto a formare due falde inclinate di circa 30° e soletta interna di solaio con assi trasversali ad incastro. La copertura era probabilmente costituita da fasci di steli, di cereali ed erbe palustri. I dati paleoeconomici indicano una comunità dedita all'agricoltura (coltivazione di grano, orzo, miglio), all'allevamento (suini, bovini, caprovini) mentre insignificante appare la pesca (un solo luccio) e sporadica la caccia (cervo, capriolo). È accertata la raccolta di frutta selvatica (prugne, mele, cornioli, fragole) e l'utilizzo specializzato di frutti di mora per ottenere bevande fermentate. Lo stesso ricercatore ha riconosciuto in uno dei siti sopradescritti della conca dell'ex lago Lucone testimonianze di frequentazione riferite al Neolitico tardo (4° millennio a.C.), attribuibili alla cosiddetta "cultura dei vasi a bocca quadrata" nella sua espressione più recente. Oltre che sul lago, ancora reperti preistorici databili fra l'età del bronzo finale e la prima età del ferro, sembra siano stati rinvenuti nel 1886 in località Castelletto. Come ha sottolineato G.P. Brogiolo, dopo l'abbandono della palafitta del Lucone, non abbiamo più testimonianze dell'insediamento umano nel territorio di Polpenazze per un migliaio di anni, fino all'età gallo-romana, quando si realizza per la prima volta un'organizzazione territoriale, politica ed amministrativa. Ad epoca celtica sembra riferirsi l'etimologia di termini indicanti alcune località come Gaslago, Ambrosaga, Cassaga. In località Capra nel 1970 Gabriele Bacchio scoprì una tomba gallica e almeno altre due tombe, i cui corredi furono però dispersi, databili alla fine del II sec. a.C. Vennero inoltre trovate monete del sec. VI a.C. della Magna Grecia e della colonia di Siracusa al Lucone. Specie nelle zone più occidentali e più elevate vennero rinvenuti reperti di epoca romana. Oltre che a Bottenago (v.) che tuttavia entrò a far parte del territorio solo nel sec. XVIII, materiali architettonici di età romana vennero rinvenuti nel 1957 sul colle di S. Pietro presso il Cimitero; una tomba romana alla cappuccina, nel 1966, in località Capra (propr. Vezzola); nella stessa località vennero nel 1972 trovati materiali ceramici di età romana; materiali ceramici nel 1974 in località imprecisate di proprietà Omodeo. Un'epigrafe romana nel 1977 a Picedo (propr. Bottarelli). Negli anni '80 in località Castelletto lo stesso ricercatore individuò un luogo di culto (stipe votiva) d'epoca romana che restituì molti frammenti ceramici di vetro e un centinaio di monete databili tra il I e il IV secolo d.C.. Meno attendibili sono i ritrovati in altri luoghi come gli embrici utilizzati per la costruzione della chiesa di S. Pietro, e diversi reperti nella zona Castelletto e Picedo. La continuità degli insediamenti umani sul territorio è confermata dal già citato tesoro numismatico che si riferisce a monete del periodo romano-imperiale, quindi il vuoto fino all'Alto Medioevo, di cui è stata rinvenuta una tomba longobarda con spada e scudo a Castelletto e una monetina d'argento di Lotario I, imperatore e re d'Italia, coniata a Pavia (840-855). Nel periodo Comunale e del Rinascimento si hanno numerosi esemplari, che vanno da un denario d'argento di Piacenza al nome di Corrado II (1140) ad altri coniati a Brescia, Mantova, Ferrara, Milano, Como, nonché diversi esemplari della Repubblica veneta. I secoli XVI, XVII e XVIII sono rappresentati da esemplari della Repubblica veneta, ma non mancano anche monetazioni asburgiche, ferraresi, mantovane, milanesi, bolognesi e addirittura napoletane. Scarse quelle napoleoniche, più frequenti quelle del lombardo-veneto; infine il più recente periodo del Regno di Savoia, con diversi e numerosi pezzi da 1,5 e 10 centesimi.
La tradizione vuole che in tempi storici il primo centro abitato sia stato Vedrine posto sull'altopiano alla confluenza di sentieri e strade, per trasferirsi poi nella località di S. Pietro di Lucone (cioè del bosco) che raggruppò intorno alla primitiva chiesetta, sul lago, il primo nucleo di casolari ma tale assunto non risulta suffragato da testimonianze storiche o archeologiche. Intorno al lago Lucone aleggiarono leggende fra le quali quella più ricorrente di una povera vedova che avendo sfamato un misterioso pellegrino venne da lui salvata da un terremoto che ne distrusse l'abitazione. Essa, aggrappatasi ad una pietra, vi lasciò l'impronta di una mano. Essendo la pietra contesa fra Polpenazze e Muscoline, per togliere ogni discordia, sarebbe stata utilizzata come prima pietra nella costruzione, agli inizi del '900 del teatro parrocchiale. Un'altra versione della leggenda, riportata dal Fossati, vuole che un angelo mandato da Dio a distruggere un palazzo situato in mezzo al lago Lucone, dove si compivano i più nefandi abomini, avendo incontrato una vecchierella che scendeva dal bosco di Brassina, verso il lago, l'avvertì di ritornare sui suoi passi senza mai voltarsi. Presa da curiosità, come la moglie di Lot, la vecchietta si voltò mentre fiamme e bitume bollenti si abbattevano sul palazzo e venne pietrificata. Isa Marchiori Grandinetti ricorda come «intorno al monte Brassina aleggino ancora le fosche leggende di magioni incantate con orge notturne e nella sottostante palude del Lucone sia di scena il serpent fanghér, enorme e nero, cogli occhi di fuoco, che dove striscia brucia e appare in novembre ai contadini che vanno a tagliare le carezze (le paglie) per impagliare le sedie». Già in epoca romana il territorio entrò a far parte del pago della Valtenesi con centro Manerba passando poi nell'ambito della Pieve di S. Maria, sempre di Manerba.
Secoli oscuri, di grave degrado economico sociale che colpì anche il basso lago di Garda furono quelli delle invasioni barbariche mentre un risveglio di attività si potè registrare verso la fine del millennio. Della presenza longobarda è probabile spia il nome di Gazzolo, nel significato di bosco, ed altri indizi come quello di Pozzuolo indicante un piccolo pozzo. Altri toponimi indicano situazioni puramente geografiche come Picedo (da picea = abete, Tavaredo (da tavera), Monte, Fontanelle, ecc. La ripresa economico-sociale che si verificò tra il IX e l'XI secolo dovette favorire la nascita di nuclei abitati, di una chiesa al servizio della popolazione quale quella di S. Pietro in Lucone che la tradizione vuole che sia sorta in luogo di un tempio pagano e che qualcuno vuole fondata dal monastero di S. Pietro in Monte Ursino di Serie. Forse nel sec. IX a difesa della popolazione sparsa nel territorio e vivente in capanne e abitazioni di legno venne eretto un castello nel quale fosse possibile rifugiarsi in occasione delle invasioni barbariche. C'è chi fa risalire al sec. X, all'epoca delle invasioni ungare, la costruzione del primo castello. L'erezione andò diffondendosi specie nel sec. X in seguito alle paventate e ripetute invasioni ungare. Probabilmente costruiti con palizzate di legno e per pura difesa i castelli assunsero aspetto più vicino a quelli che ancora si vedono in epoca comunale. Infatti in un documento si legge: «Il castello e le fosse e le torreselle sono del Comune di Polpenazze essendo stati fabbricati a spese di esso Comune come comprovano i libri pubblici; et quando è sta necessario reparar, et tener in concio e colmo detto castello, sempre è sta fatto a spese di detto Comune".
Nel risveglio economico del sec. XI e specie con la nascita del Comune andò assumendo sempre più importanza il castello che ne diventò il simbolo e il centro giuridico dato che, come ha sottolineato G.P. Brogiolo: "All'origine del Comune (cioè del mettere «in comune» proprietà, privilegi ed esenzioni da parte di uomini liberi) c'è spesso il diritto, strappato all'autorità superiore, di costruire un castello e di esercitare la giurisdizione che da esso emana. Dapprima il castello è normalmente infeudato ad un nobile o ad un ente ecclesiastico, ma successivamente, a partire dall'XI secolo, passa al Comune". Per questo si può sottolineare sempre con il Brogiolo che l'autonomia di Polpenazze è stata determinata e dalla presenza del castello, sede dell'autonomia amministrativa, e dalla probabile presenza monastica a S. Pietro, che rappresentò più tardi l'indipendenza religiosa dalla Pieve di Val Tenesi. Assieme al castello e alla parrocchia, dal sec. XIV vi presero consistenze definitive i centri storici attuali così che nel 1573, come osserva il Brogiolo, Polpenazze contava, escludendo Bottenago, 1438 abitanti, 370 in più di quanti ne avesse nel 1806 e 90 in meno di quanti ne avesse nel 1880. Ciò significa che il maggiore sviluppo demografico Polpenazze lo ha avuto tra il XV ed il XVI secolo, sfruttando al massimo le sue potenzialità produttive, legate principalmente all'agricoltura con il supporto di attività artigianali. Questo fatto si riflette sullo sviluppo urbano che ha raggiunto, fin dalla fine del '500 o dall'inizio del secolo successivo, le dimensioni attuali. Le sette "ville" o agglomerati: Castelletto, Vedrine, Fontanelle, Castello, Monte, Pozzuolo, Picedo, hanno tutti, con l'eccezione di Castello, la tipologia dell'insediamento agricolo con case quasi esclusivamente a corte aggregate spontaneamente lungo le strade, con la facciata rivolta verso mezzogiorno. Solo a Castello, ai piedi della cinta murata entro la quale sorgevano altre case di abitazione, sul tipo di quelle conservate ancora all'interno delle cinte murate di Moniga e Padenghe, pare di notare un originario impianto rettangolare con edifici a schiera quattrocenteschi. Pochi gli edifici sparsi, centro di aziende agricole, spesso con residenza padronale; tra essi ricordiamo il Colombér, con un nucleo del '400, villa Posteghe, la Valle. La maggior parte degli edifici è di tipo rustico; tra le dimore signorili ricordiamo le case ora Bottarelli, Palazzi, Scolari, Leali, Omodeo, che testimoniano la presenza nel corso del XVII secolo, di ricchi proprietari che qui avevano investito i loro capitali. Lo stesso Brogiolo attraverso un caratteristico approfondimento tipologico e la comparazione degli edifici esistenti della Valtenesi ha potuto assegnare tra la fine del sec. XIII e l'inizio del XV il Castello, per i muri a vista di vecchi edifici a Monte, un portale in mattoni a Pozzuolo, strutture murarie caratterizzate da un uso accurato della pietra a vista (ciottoli di fiume, pietre sbozzate, a volte conci squadrati), in corsi abbastanza regolari; ampi portali ad arco prevalentemente ribassato, in mattoni, con altri mattoni disposti ortogonalmente a mò di cornice, primo piano con pavimento in legno, cui si accede per un'angusta scala, spostabile in caso di necessità; finestrelle a tutto sesto, od ogivali in mattoni con cornici, come per i portali, o in pietra, talora con arco monolitico. Inoltre Brogiolo ha assegnato ai sec. XIV o XV un edificio rustico a Pozzuolo, un edificio isolato con torre colombaia a Colombér, un edificio con ballatoio in legno esistente a Picedo, una casa Ronca alla Pesa; edifici per lo più a schiera a due o più piani con pavimenti in legno; la muratura è sempre più raramente a vista e finita con minore accuratezza; finestre e portali sono in mattoni, ma, accanto ai tipi del gruppo precedente, divengono predominanti le finestre rettangolari ad arco interno ribassato. Durante questi secoli di sviluppo anche Polpenazze fu al centro di lotte come quelle fra ghibellini e guelfi. Contro Polpenazze passata alla causa guelfa si scatenò nel 1275 l'ira di Alberto I della Scala. Nel 1330 il paese dovette poi di nuovo arrendersi a Mastino II. Nel 1386 Polpenazze compare nel primo statuto della Riviera del Garda e delle Valli Tenesi e Sabbia.
Passato al dominio veneto, il doge Foscari con ducale del 13 maggio 1426 permise a Polpenazze compreso nella Quadra di Valtenesi, di restaurare il castello e riassestare la vita comunitaria. Nel 1439, per testamento di Giovanni Comino nasce a Villa del Monte, un piccolo ospedale ritenuto uno dei primi della Riviera. Nel 1532 godeva di un beneficio di 100 ducati, aveva 3-4 letti, era ben diretto a distribuire elemosine ai poveri e provvedeva al mantenimento del maestro. Nel 1541 veniva fatto obbligo di ospitare veri poveri "non zaratanos" . I beni dell'ospedale vennero requisiti nei tempi napoleonici e dell'ospedale rimane come testimonianza una antica fontana ancora utlizzata negli anni '80. Uno dei momenti più importanti della vita comunitaria fu l'approvazione da parte di 38 capi famiglia sotto il portico presso il castello il 29 agosto 1454 dello "Statutum spectabilis communis Polpenatiarum". Il codice pergamenaceo viene scritto in bel carattere romano nell'ottobre 1454 dal maestro Bondo de Cerroni. Il modello fu quello del Comune di Salò del 1396 adattato alle esigenze locali e in gran parte modificato e ampliato. Questi antichi documenti verranno trascritti, diplomaticamente, da G.P. Brogiolo nel 1973 e tradotti da Gabriele Bocchio nel 1986. Tra i segni di avanzata civiltà risulta negli Statuti del 1454 l'esenzione di oneri per i fanciulli che frequentavano le scuole e per gli insegnanti. Ristabilitasi con il dominio veneto la situazione politica, anche Polpenazze godette un periodo di sviluppo economico che si incentrò soprattutto sul lago di Lucone e sulle zone contermini. Come ha scritto Isa Marchiori Grandinetti tra il 1451 ed il 1784 il comune di Polpenazze sostenne più di una quindicina di cause per garantirsi il possesso incontrastato delle acque del lago. Dopo concessioni iniziali di diritti di pesca nel 1458 a conclusione di un contraddittorio con Puegnago e Muscoline, il provveditore Calbo dichiarava che il Comune di Polpenazze avrebbe potuto disporre a suo beneplacito di detto lago. Per assicurarsi tale dominio Polpenazze comprò terreni e diritti di pesca dagli altri comuni, forando nel 1574 il monte (onde il nomignolo di foramucc, foramonti) per ovviare all'ostruzionismo di Puegnago che bloccava lo scarico naturale del lago. Questa memorabile impresa, venne riconosciuta come sorprendente opera di ingegneria, e resiste ancora oggi. Il Consiglio dei Dieci di Venezia in data 22 febbraio 1575 concesse agli abitanti di Polpenazze un nuovo privilegio sul Lucone, il che fa supporre che nonostante le grane che procurarono continuamente al governo, questi irriducibili campagnoli riscotessero stima e forse una certa simpatia. Intanto come ha scritto la Marchiori Grandinetti, il Comune riuscì a prosciugare 50 jugeri di terreno con una fitta rete di canali di bonifica, dividendoli in 50 piccoli lotti delle dimensioni di circa 18x20 pertiche ciascuno, sui quali collocò i pilastrini di confine, ed assegnò quegli appezzamenti in enfiteusi a varie famiglie, assicurandosi così un buon reddito annuale che nel 1891 era di oltre 1000 lire. La cosa che incuriosisce, scrive sempre la Marchiori Grandinetti, in questa operazione non è tanto il fatto che i termini di confine sono tutti uguali, di pietra salaria (tonalite), ma l'apprendere che sotto ad essi vengono collocati i tre testimoni, tre pietre cioè, posate in un determinato modo, che daranno in seguito la possibilità di capire se c'è stato uno spostamento fraudolento del termine. In tempi ancora insicuri nel 1446, venne riedificato o rinforzato il castello anticipando il permesso in tal senso del doge Foscari del 1456. Documenti dell'archivio di Polpenazze citati da Isa Grandinetti Marchiori, affermano che proprio in tale anno «erano compiute le alte mura fiancheggiate da torri quadrate, i camminamenti alla cima, le porte ed il ponte levatoio. Tutti vi avevano lavorato: gratuitamente coloro che pur essendo poveri vivevano della terra, pagati gli artefici che vivevano solo dei proventi del loro mestiere, ma tutti erano stati obbligati a prestarsi e venivano multati quei pochi che non si presentavano al lavoro al momento e all'ora fissata». Un segno dello sviluppo è nel fatto che Polpenazze nel 1477 respingeva la richiesta dell'ebreo Rizzardo, banchiere in Brescia, di potersi stabilire a Polpenazze e a Salò.
Dal 1509 si susseguirono francesi e spagnoli e in seguito anche i lanzichenecchi. Nel 1509 il castello corse pericolo di essere smantellato assieme agli altri della Riviera per ordine del Governatore di essa card. Leonino Billia, che tuttavia lo revocò. Ritornata nel 1517 Venezia, si verificò un intenso rilancio economico specie in agricoltura e nell'intensificazione dei commerci. Al contempo si sviluppavano nuovi insediamenti e l'edilizia. Si sviluppava purtroppo anche la criminalità organizzata. Il provveditore di Salò denunciava certo Bergognino di Polpenazze come "potente" fazioso e insolente, capo di una banda che terrorizzava il territorio. Nel 1520 Pietro Bozono de Polpenatiis sosteneva la permanenza del mercato di Desenzano. Nel sec. XVI le ville o frazioni (Castello, Monte, Pozzuolo, Vedrine, Fontanelle e Picedo) avevano un loro consiglio che amministrava i propri beni. Nel sec. XVI, XVII e XVIII sorsero nuovi edifici a corte, con la facciata interna scandita da un portico con loggia soprastante, un cinquecentesco edificio a Borrine, casa Bertazzi a Fontanelle, casa Scolari a Vedrine, una casa e due edifici a Pozzuolo. Nel sec. XVII si diffusero invece dimore signorili con portico, galleria interna, cortile con ai lati gli ambienti rustici. Come casa Leali a Vedrine, casa Palazzi in Castello, palazzo Bottarelli a Picedo, un edificio a Pizzarotta, casa Scolari in Castello, palazzo Fioravanti poi Omodeo a Posteghe. Il castello venne in parte smantellato verso il 1589, e i resti vennero utilizzati per la costruzione della nuova parrocchiale anche se rimane buona parte della cerchia muraria. Ebbero nome distinto gli Aleni a Bottenago. Nella zona eminentemente agricola e boschiva ancora nell'aprile del 1677 e nel luglio del 1680 veniva ucciso un lupo. Nel maggio 1705 gli imperiali al comando di Eugenio di Savoia si portavano a Polpenazze e a Puegnago con conseguenti requisizioni e spogliazioni. Un segno di sviluppo economico sociale si verificò verso la fine del secolo XVII quando il lago venne svasato per oltre due terzi mediante il traforo del colle orientale e l'acqua incanalata scese ad animare i mulini di Borrine appositamente costruiti in quell'epoca e a dotare abbondantemente pubbliche e private fontane, mentre una decina di ettari rimasti all'asciutto, già per sè stessi bonificati, si trasformò in fertilissimi campi divisi per lotti. Nel 1891 quando il lago misurava 20.500 mq. si riteneva che per l'addietro fosse stato sei o otto volte più grande. Nel 1667 Francesco Mercanti, bedizzolese, ma dimorante a Polpenazze, come scrive G. Bocchio, destinava l'utile del suo patrimoni() di 14 mila 970 lire ai poveri di Polpenazze e all'Hospitale del paese. Grazie anche agli ulteriori lasciti Botti, Franzosi, Orio, Barzoni e Pezza oltre che ospitare alcuni poveri l'entrata di 350 scudi era nel 1734 convertita «nel fare tante elemosine ai poveri pellegrini viandanti e a certi inabili del Comune e a maritar tante donzelle vergini del paese». Un notevole sviluppo urbanistico si registrò nei sec. XVII e XVIII, del quale sono documento gli edifici e le cose signorili che già sono stati citati. Ultima opera dell'Ancien Regime fu la costruzione nel 1797 della strada che collega Polpenazze con Bedizzole. Del dominio di Salò napoleonico rimaneva come ricordo la costruzione, nel 1810, presso la chiesa di S. Pietro in Lucone, del nuovo cimitero.
Dal 1800 Polpenazze fece parte del Dipartimento del Mella. Con testamento del 12 febbraio 1810 il prevosto don Apollonio Biolchi dava vita ad una Commissione per l'assistenza ai poveri del paese e che assicurerà a distanza di decenni a Polpenazze una scuola di lavoro affidata alle Suore Canossiane. Ricerche di Isa Grandinetti Marchioro hanno dimostrato nel 1820 una freddezza o meglio una sorda ostilità fra la popolazione e la polizia austriaca. Tale ostilità spinse addirittura a proteggere il cursore comunale del luogo, reo dell'omicidio di un trentino segatore, facilitandogli la fuga. Nel 1821 Giovanni Andrea Costa e Giuseppe Ribelli "accusati da spie di appartenere a società segrete vennero imprigionati e tradotti nelle Carceri di Sebenico ove subirono una dura prigionia per aver fatto parte dell'Undecima Falange, legata alla Carboneria" . Il 23 marzo 1848 si formava la Guardia Nazionale mentre venivano imposte requisizioni di viveri e foraggi per l'esercito austriaco accampato sulla linea del Chiese e sulle colline moreniche. Oltretutto ai primi di aprile la presenza dell'armata austriaca provocava la penuria di pane, di grano e di altri generi come ad es. scarpe, oltre che di denaro. «Moria, carestia, miseria» sono termini che con frequenza ricorrono nei registri parrocchiali di quegli anni. Sebbene nel 1859 il reddito censuario del Paese raggiungesse le lire 34.725.000 piazzando così Polpenazze al secondo posto dopo Manerba (L. 45.953.000) e avanti a tutti gli altri comuni della Valtenesi, dominava una generale povertà, per non dire anche miseria. Lento fu il progresso ad unità d'Italia raggiunta. Tra i pochi segni di un avanzamento verso forme migliori di vita, la fondazione dell'asilo "Maffizzoli" nel 1876 e un miglioramento dell'istruzione scolastica. La povertà, tuttavia dominò la zona sulla fine del sec. XIX. Nel 1899 Polpenazze si distingueva nella Valtenesi per la più alta presenza di pazzi pellagrosi. Nei primi anni del secolo vennero impostati i problemi del cimitero e dell'acquedotto mentre, nel 1908 veniva costruita la strada dell' Albarotto. Nello sforzo di un progresso sempre più sentito nel primo decennio del secolo venne fondata la "Pro Valtenesi" . Il contributo alla I guerra mondiale fu di non pochi caduti. Il dopoguerra non registrò particolari fatti. Al P.P.I. e al P.S.I. meno diffuso, nel 1922 si opponeva il fascismo che nel luglio 1923 inaugurava il gagliardetto della locale sezione. Il 3 novembre 1924 veniva inaugurato il Parco della Rimembranza. Nel 1927 venne sistemato ed ampliato il cimitero ed inoltre furono sistemate le strade. Attiva dal 1932 la casa di riposo S. Giuseppe sorta per iniziativa del parroco don Vittorio Galvani. Essa è stata completamente rinnovata nel 1988. Nel giugno 1938 il Dopolavoro inaugurava il teatro all'aperto.
La II guerra mondiale richiese il sacrificio di nuove giovani vite. Difficili furono i mesi della R.S.I. quando a Posteghe si insediarono il Ministero della Difesa ed il gen. Graziani. Nelle case del paese e nelle cascine si accamparono reparti della R.S.I. quali il 77° Regg. Carristi; il 13° Gruppo super-corazzato Leoncello comandato dal Cap. Zuccaro di Genova; l'autodrappello con l'autoparco del Gabinetto F.F.A.A., comandato dal Cap. Mari di Bologna; un nucleo della Guardia Nazionale Repubblicana addetto al Comando Generale, che si stanziò a Padenghe. Tesi come quasi ovunque, furono tuttavia i giorni della Liberazione. Dal 22 aprile 1945 una colonna di militari e di loro famiglie abbandonava il paese, seguita il 24 dal reparto tedesco e anche da buona parte del Gruppo Supercorazzato Leoncello, mentre si riuniva per la prima volta il Comitato di Liberazione Nazionale e il 25 aprile scendeva in campo un gruppo di 19 patrioti diviso in tre gruppi inquadrati nella Brigata Matteotti, sotto il comando di Romolo Bernini. Il 26 aprile, alla "Santella" veniva intercettata una colonna tedesca che veniva disarmata, mentre nei giorni seguenti, patrioti, di Polpenazze partecipavano ad azioni a Manerba e a Puegnago". Il 28 aprile da Polpenazze partirono appelli per interventi aerei su truppe tedesche in ritirata.
Dal 1946 al 1951 venne sistemato l'acquedotto di Vedrine, fu avviato il suo prolungamento fino alla frazione Castelletto e l'illuminazione elettrica arrivò a Bottenago. Veniva inoltre incrementata l'edilizia popolare e istituito un ambulatorio. Furono allargate le strade, specie la provinciale per Salò e venne istituito il servizio automobilistico con Brescia. Inoltre veniva ampliato ulteriormente il cimitero. Una tappa importante nella vita di Polpenazze è segnata dalla nascita nel 1946, per la volontà di alcuni avventori della trattoria "Alla Colomba" di Polpenazze di un gruppo per l'organizzazione di gare sportive, soprattutto ciclistiche. Per finanziare una squadra ciclistica, la Robur, capeggiata da Gino Filippini, si incominciò a vendere vino, ad organizzare giochi, proiezioni cinematografiche e concerti bandistici. A tutte le iniziative venne dato il nome di «Fiera del vino» che poi cambiò più volte denominazione. Alla Fiera si accompagnò infatti il "Palio del rosso Valtenesi", "Premio Chiaretto della Valtenesi". Nel 1979 venne istituito il Gran Premio Marescalchi. Nell'arco di tempo che va dal 1972 al 1977 venne costruito un nuovo edificio scolastico, fu allestito un depuratore, si migliorarono l'acquedotto e le fognature e venne allargata e rinnovata la strada di collegamento tra Bottenago e Polpenazze. Seguirono negli anni '80 un nuovo pozzo in località Gazzolo, un collettore per il disinquinamento delle acque del lago e le fognature interne, completate nel 1987. Attiva negli ultimi anni l'Unione Sportiva che dal 1978 organizzava annualmente il Trofeo di Calcio, sostenuto da sponsor locali che nel 1993 mobilitava ben 24 squadre. Tra Soiano e Polpenazze, a Posteghe, fu realizzato ne 1983 un campo di golf di 18 buche con una Club House. Nel campo sportivo, specie dagli anni '80, si andarono moltiplicando grazie alla Polisportiva le strutture adatte quali: campi di calcio, da tennis, piste di atletica, pattinodromo e il campo di Garda Golf. Nel 1981 la sezione alpini con a capo Luigi Bocchio, realizzava un parco-giardino ed un monumento opera di Angiolino Aime. Nel 1985 venne terminata la ristrutturazione della casa di riposo S. Giuseppe. Nel 1986 veniva realizzata la rete metanifera mentre veniva realizzato in località "Conecia" un nuovo pozzo. Nel 1989 compariva il notiziario comunale "El Campanìl", periodico a cadenza trimestrale a carattere amministrativo, culturale e di cronaca locale. Nel 1992 venivano progettati un centro per la frazione di Picedo e una strada di collegamento con Castelletto. Nel 1993 venivano realizzate le fognature a Bottenago. Nel 1993 Gabriele Bocchio tracciava una carta dei sentieri della zona. L' 11 luglio 1993 veniva inaugurato un Centro Sportivo polivalente (calcio, pallavolo, pallacanestro, atletica leggera, ciclismo, ecc.). Nel 1994 venivano completate le strade tra Polpenazze e la frazione Castelletto e sistemata la rete fognaria. Nel 1996 veniva lanciato il progetto di sistemazione del centro e, specie, della piazza. Tra le attività volontaristiche sono da segnalare la nascita nel 1971 di un gruppo A.V.I.S. e nel 1996 di una scuola di pronto soccorso. È attivo da diversi anni anche il gruppo "La Carata" che opera nel campo delle tradizioni popolari locali, quali il plurimenzionato suggestivo "Presepio Vivente", la "via Crucis" sulla Rocca di Manerba, la ricerca di materiale etnografico, ecc.
Un vero lancio sportivo ebbe inizio nel 1972-1973 con la creazione di un campo di calcio a sei. Seguiva nel 1974 la fondazione dell'Unione Sportiva. Nel 1977 si sviluppavano corsi di ginnastica mentre si ampliavano le discipline sportive. Successo aveva dal 1979 il torneo notturno di calcio. Nel 1983 venivano costruiti due campi di tennis. Migliorate ed ampliate sempre più le attività sportive. Dal 1989 si tiene il Palio delle frazioni e contrade. Nel 1993 venne istituito il "Palio delle botti" dedicato a Egidio Maffezzoni che coinvolge sette comuni della Valtenesi. Nel 1994 venne istituito il Palio del salame, in occasione della Fiera del Vino.
Polpenazze diede i natali a parecchi uomini di valore quali: Antonio SAMBUCA, segretario del cardinale Querini, scrittore letterato di fama, morto nel 1767; gli eruditi Bonifacio e Filippo TOMACELLI; Girolamo FRANZOSO, medico filosofo; il sacerdote Paolo FRANZOSO, teologo del sec. XVI e Fabio GLISSENTI i quali ci lasciarono saggi del loro grande sapere. Giacopo BERTOLOTTI, Bortolo BERTINI, Giorgio de FIOCHI, furono valorosi condottieri nel periodo della guerra di Cambrai, distintisi per la loro fede nella Repubblica Veneta. Indagini effettuate in proposito assicurano che Polpenazze diede i natali anche a Francesco di Santino BERTOLOTTI pittore, padre del celeberrimo Gaspare da Salò,inventore del violino.
ECCLESIASTICAMENTE Polpenazze appartenne nell'ambito della Chiesa di Verona alla pieve di S. Maria di Manerba, ricordata la prima volta nella bolla di papa Eugenio III nel 1145. Ma la tradizione ha attribuito la conversione della popolazione della zona o a S. Euprepio di Verona (metà del sec. III), ora S. Vigilio (m. nel 397), ora a S. Zeno. La prima chiesa fu quella di S. Pietro in Lucone di cui non si hanno notizie prima del sec. XV. Un breve datato 1459 di papa Pio II autorizzava il distacco della parrocchia di Polpenazze dalla pieve di Manerba. Nel 1525 gli atti delle visite pastorali registrano una prepositura dei SS. Pietro e Paolo. In seguito viene nominato solo S. Pietro con una dotazione di lire 70 pianete, divenute poi 80. Dello stesso periodo era una chiesa dedicata ai SS. Fermo e Rustico all'interno del Castello che ancora nei primi decenni del sec. XVI veniva bene officiata soprattutto in tempo di guerra e dove si conservava l'Eucaristia per comodità della popolazione. La chiesa di S. Pietro andava sempre più considerata come santuario, mentre viva devozione raccoglieva la chiesa di S. Antonio di Picedo governata dalla gente del luogo. Ancora in tempi ritenuti di grande decadenza della Chiesa, Polpenazze presenta una comunità religiosamente viva. Non esistono inconfessi e vi è un maestro con circa 30 alunni. Pochi gli scandali e le irregolarità. Gli unici provvedimenti presi dai visitatori riguardano alcuni pochi miglioramenti.
Dagli atti delle visite pastorali dei primi decenni del sec. XV la situazione religiosa appare migliore che altrove. Per anni è prevosto un Antonio Maria Previdi definito dai visitatori «dotto, di buona condizione e fama». Esiste inoltre un venerando sacerdote, don Pio Ferremi, definito pio di nome e di fatto. Esiste la Confraternita della B.V. Maria e dietro esortazione del visitatore viene istituita nel 1530 quella del S.S. Sacramento. Le chiese sono dotate di sufficienti suppellettili e gli unici interventi sono molto limitati. Di rilievo è l'esortazione ad istituire la Confraternita del Corpo di Cristo. Operante è l'Ospedale i cui dirigenti vengono spinti a mantenere maestri e precettori. Eppure i tempi sono difficili e tristi, tanto che il visitatore è costretto ad omettere l'amministrazione della Cresima per l'imminente pericolo di peste.
Lo sviluppo demografico e la scomodità lamentata più volte al visitatore portava nel 1589 alla costruzione di una nuova chiesa segnando un rilancio della vita parrocchiale. La vita religiosa trova nel '600 sviluppo continuo. Si assommano legati pii, come quelli di don Antonio Pecina (1626), Aurelio Botti (1630), all'altare del SS. Sacramento della parrocchiale, di Francesco Delai e di Gabriele Bersanini (1630) della chiesa di S. Pietro in Lucone, di Giacomo Rondi (1630) in S. Antonio in Picedo, di Bartolomeo Sinini per la Confraternita della B.V. Maria (1630), di altri per la Confraternita del Rosario (1629 e 1630), e ancora di Isabella Maffizzoli per messe e doti a fanciulle povere, per la Confraternita del SS. Sacramento (1684). Nascono sempre nel sec. XVII la Confraternita del S. Rosario (rifondata l'8 aprile 1660) e quella di S. Rocco (istituita il 4 giugno 1688). Il '700 vede la presenza di numerosi sacerdoti: 15 nel 1711, 16-18 nel 1743. Durante lo stesso secolo vennero eretti nel 1724 l'oratorio pubblico della B.V. Maria della Mercede e di S. Eurosia. Nel 1734 quello di S. Fidenzio dei nob. Gisenti; nel 1740 quello della S. Famiglia eretto dai F.lli Gritti. La pratica cristiana segna nella prima metà del sec. XIX un sia pur lento cedimento. Nel 1837 si contano 50 che non soddisfano al precetto pasquale, una separazione, un caso di concubinato. Inoltre i sacerdoti sono ridotti a sette. Tuttavia sono ormai radicate la spiegazione del Vangelo e della Dottrina Cristiana domenicale. Sono invalse la pratica della Via Crucis e altre. Sussiste la Confraternita del S.S. Sacramento con 47 confratelli. La situazione religiosa rimane non brillante agli inizi del sec. XIX. Coloro che hanno disertato il precetto pasquale sono nel 1906 quaranta. Ma i sacerdoti presenti sono ridotti a due. È scomparsa la Scuola della Dottrina Cristiana e si sta "lavorando per ricostruirla". In compenso sono rafforzate le pratiche delle Quarantore e della Via Crucis, degli "ufficietti" del S. Cuore di Gesù, del Rosario vivente, dell'Agonia di N.S. Gesù C., l'ora di guardia e la devozione particolare per S. Antonio abate, S. Pancrazio, S. Antonio di Padova, S. Giovanni B., S. Eurosia, S. Anna e S. Rocco.
Alla Confraternita del SS. Sacramento si accompagnano gli oratori maschile e femminile e la Congregazione delle Madri Cristiane. Nei primi anni del secolo viene fondato il Circolo giovanile S. Giuseppe che il 2 maggio 1912 inaugura la propria bandiera. Sempre agli inizi del secolo la parrocchia si attrezza di opere per la gioventù e di un teatro.
S. PIETRO IN LUCONE. È stata la prima chiesa parrocchiale ed è ritenuta da autori anche qualificati di fondazione monastica anche se mancano precisi riferimenti storici. Qualcuno la fa risalire al monastero di S. Pietro in Monte Ursino. La costruzione attuale come scrive il Bocchio attraverso la lettura della tessitura muraria, specie della parete sinistra, viene fatta risalire, come è ora, al sec. XIV mentre numerosi embrici romani reimpiegati nelle murature, soprattutto della facciata e dell'abside, per regolarizzarne i corsi, e nel muro di contenimento dello spiazzo sul quale insiste l'edificio religioso potrebbero riferirsi ad un edificio preesistente che qualcuno fa risalire al sec. VIII o IX. Intorno al 1400 diventa prima chiesa parrocchiale. Nel 1454 il visitatore Ermolaio Barbaro trova la chiesa "noviter reparata et satis pulcra" , con campanile, sacrestia e ancora molto bella e nuova. Nel 1532 il rettore parroco intendeva "ex devotione" erigere una cappella dedicata ai quattro evangelisti. Nel 1542 aveva più altari: due ai lati del presbiterio e gli altari di S. Rocco, della Madonna ecc. Abbandonata via via, e sostituita specie in tempi di guerra e poi sempre più per comodità dalla chiesa dei S.S. Fermo e Rustico, venne definitivamente sostituita nel 1585 con la nuova parrocchiale. Tuttavia nel 1700 aveva ancora tre altari: il maggiore, quello di S. Rocco, e quello della Concezione della B.V.M. Vi esiste ancora il fonte battesimale. Il campanile aveva due campane; ed era custodito da un eremita. Accanto aveva il cimitero. Permaneva per un lascito del 1630, un'officiatura quotidiana. Negli anni '20 del secolo XX, i fedeli vi salivano una volta all'anno. Nell'ottobre 1930 il podestà dott. Francesco Ronca, volle fare assaggi nelle pareti e vi riscoprì gli antichi affreschi che vennero restaurati. L'intera chiesa venne restaurata a partire dal 1963 grazie ad un comitato. Nel 1938 venne rimesso in ordine anche l'organo barocco. Nuovi restauri vennero compiuti nel 1994. Sorge sulla cima di un colle dell'anfiteatro che domina in posizione panoramica l'antico lago Lucone, a poco più di un chilometro di distanza dal centro in prossimità della frazione Vedrine, accanto all'attuale cimitero. La chiesa è orientata con la facciata a ovest ed è contornata da alti cipressi. Con prospetto del tetto "a capanna" tipico delle chiese cosiddette "rustiche" di tradizione romanica presenta un portale in pietra molto semplice con porta di legno rustico sovrastato da un grande oculo in pietra con cornice a semplice modanatura, di epoca tardorinascimentale. L'interno è a tre navate con volte a crociere suddivise da quattro pilastri quadrangolari in mattoni con angoli smussati. Un rialzo e un arco trionfale a tutto tondo determinano il presbiterio, quadrangolare. L'originario tetto a travi e tavelle in cotto a vista è stato occultato dalla costruzione, in epoca sicuramente posteriore alla seconda metà del secolo XV, di volte a crociera per consolidare la precaria staticità dell'edificio. Interessanti gli affreschi datati dal 1485 fino al primo ventennio del sec. XVI con finalità votive (S. Caterina, Madonna in trono, Crocifissi, S. Margherita e il dragone, S. Rocco, S. Gottardo, S. Giacomo, ecc.). Il presbiterio presenta i migliori affreschi risalenti al '300 e '400 rappresentanti i quattro dottori della chiesa occidentale nelle vele della volta costolata, gli apostoli e scene di vita di S. Pietro nelle pareti laterali ed il Cristo benedicente in mandorla nella parete di fondo. G. Panazza li ha definiti "di notevole qualità ed evidentemente collegati alla raffinata scuola della fine del '300 o dei primi anni del '400, avvicinabili allo stile del maestro Turone, o al maestro che a Boi lasciava il notevole polittico, non senza qualche ricordo dei riminesi operanti a Verona" e ancora ad altri di Bedizzole, di S. Maria di Malalonga e di Fontanella del Mantovano. Oggi si vedono: sulla parete destra, S. Caterina con bambino, datata 1510; due Madonne in trono, una crocifissione con la Vergine e S. Giovanni, S. Caterina, S. Margherita col dragone, altra santa. Sui semipilastri che comprendono la cappella laterale di destra e oltre questa: un S. Rocco in abiti cinquecenteschi con accanto un vescovo (forse S. Gottardo di Hildesheim, protettore con S. Rocco e S. Sebastiano della peste). Sulla parete frontale della navatella di destra: S. Agata con S. Caterina, una Madonna col Bambino; accanto un Vescovo e S. Giacomo. Sulla parete interna sinistra della facciata una crocifissione sulla tomba di Bertolino de Flochis, datata 1512. Sui pilastri: un S. Rocco di buona fattura datato 1485 (di tipo ferramoliano): un S. Sebastiano, una santa. Tutti questi affreschi non si discostano molto da quelli coevi di altre chiese della Valtenesi. Sull'estradosso del presbiterio anteriore dell'arco trionfale, le insegne dei pontefici e tracce di decorazione; sull'intradosso abbiamo dei profeti; alla base, sulla destra, un sommo pontefice. Le pareti di destra e di sinistra presentano nelle lunette quattro scene della vita di S. Pietro (due per parte): a destra S. Pietro che guarisce degli ammalati e un'altra scena piuttosto rovinata; a sinistra la resurrezione di Tabita, S. Pietro con S. Paolo che battezzano rivelano buona tempra d'artista. Di rilievo il dipinto della B.V. attribuito a Pietro Ricchi detto il Lucchese in soasa lignea morettiana del 1603. In S. Pietro esisteva un Cristo nel sepolcro, collocato in una conchiglia, in basso rilievo marmoreo, trafugato negli anni '60.
NUOVA Chiesa Parrocchiale. Già deliberata dalla popolazione prima del 1541, confermata dalla Vicinia generale il 7 settembre 1577, venne costruita solo dal 1580 con l'apporto della popolazione e sicuramente, come dimostra G. Bocchio, su disegno di Giulio Todeschini anche se vi è chi lo indica solo come consulente e con l'intervento di costruttori edili quali Giovanni Marra di Pescantina, Battista Magri di Bedizzole e Stefano Castellini di Carzago. Principale sostenitore fu il prevosto Giacomo Roveglio (diplomatico, del vescovo Bollani e nel 1584, nominato vescovo di Feltre). Nel 1585 erano già innalzati i muri perimetrali; nel 1587 veniva realizzata la copertura mentre nel 1588 la costruzione era terminata. Confermando una decisione già presa, la Vicinia generale il 7 novembre 1588 risolveva di dedicarla alla Natività della &V.. L'8 ottobre 1589 veniva consacrata dal vescovo coadiutore di Verona, Alberto Valerio. Nel 1591 il Todeschini era impegnato a «meter li altari». Orientata a nord-sud con un sagrato che si affaccia su di un bellissimo panorama della Valtenesi e sul lago la chiesa è ad aula unica e come sottolinea Gabriele Bocchio: "Con profondo presbiterio a terminazione poligonale delimitato da una gradinata a due balze e balaustra marmoree. La partitura in cinque campate è scandita da lesene con terminazione a capitello corinzio, legate da un cornicione, che corre lungo le pareti, anche del presbiterio. Le lesene sono richiamate anche all'esterno ma solamente lungo la parete di levante. Sopra il cornicione, in corrispondenza dei cinque campi, sono disposti cinque finestroni a sesto abbassato per ogni fianco, di cui due (alternativamente) ciechi, che incidono la grande volta a botte decorata a finte cupole con visione prospettica. La facciata attuale è opera (1898-1903) degli arch. Antonio e Giovanni Tagliaferri". Come ha scritto il Bocchio: «In essa vi confluiscono diversi elementi stilistici rielaborati ed armoniosamente amalgamati che offrono un risultato veramente sorprendente. Nel portico, all'arco e colonne di impostazione classica, si accompagnano il finto bugnato dei pilastri laterali ed il cartiglio centrale baroccheggiante. Per la parte superiore tripartita da lesene, con timpano, frontone spezzato e obelischi di chiara influenza tardorinascimentale e manierista, è netto il richiamo al grande apparato ligneo dell'altare maggiore, quale fosse un dovuto omaggio all'imponente opera della bottega d'intaglio morettiana». Entrando sulla destra il primo altare che si incontra è dedicato a S. Rocco, ed è opera del tagliapietre Francesco Zugliani di Torri (Verona), mentre la prima pala, opera di Bernardino Podavini di Muscoline dipinta nel 1775 fu, dopo alterne vicende, sostituita nel 1782, da altra opera di Luigi Sigurtà, (residente a Castiglione), raffigurante i SS. Rocco, Battista, il Redentore, la Madonna e S. Giuseppe. Segue l'organo. Il primo strumento, come ricorda G. Bocchio, venne commissionato 1'8 aprile 1619 alla bottega degli Antegnati, raccolto in una cassa, opera contestata di Marcantonio Moretti eseguita nel 1620. Affidata dapprima per una revisione nel 1699 da certo Angelo Cornelli di Milano, venne invece aggiustato dall'organaro Giuseppe Bonetti di Desenzano. Un nuovo organo venne costruito dalla ditta Inzoli di Crema e collaudato il 20 settembre 1894. L'Altare della Madonna del Rosario chiude la navata di destra. Dedicato dapprima nel 1595 ai SS. Fermo e Rustico venne poi dedicato alla Vergine del Rosario nel 1602 dalla Confraternita del SS. Rosario che già nel seguente anno lo adornò di una ancona, opera dell'intagliatore Orazio Rizzardo di Bedizzole. La pala porta la firma di Pietro Marone ("Petrus Maro") e raffigura la B. Vergine del Rosario. La tela collocata poi sulla parete di fronte è stata sostituita da una statua della Madonna del Rosario di modesta fattura circondata da 15 tavolette raffiguranti i misteri del Rosario di pittore anonimo settecentesco. Come scrive G. Bocchio, «la Madonna è seduta su un cuscino di nuvole con il Bambino in piedi sul ginocchio destro, mentre mostra con la mano sinistra abbassata verso la terra il rosario. Attorno vi stanno gruppetti d'angeli tripudianti simmetricamente disposti. In basso i santi martiri in primo piano fanno da quinta prospettica alla visuale di un paesaggio lacuale (Garda?); sullo sfondo S. Fermo tiene con una mano lo stendardo con raffigurato il toro mentre con l'altra indica a chi guarda il rosario della Madonna; S. Rustico, appoggiato alla spada, rimane in espressione assorta e contemplativa. Tutta la composizione è ancora strutturata sul ben noto schema morettesco, mentre le figure, soprattutto dei santi martiri, con l'eleganza e la raffinatezza delle loro vesti ed acconciature, mostrano esiti di aggraziato e maturo manierismo». Il pulpito è uscito come l'altare del Rosario nel 1606 dalla bottega di Moretti ed è costruito ad imitazione di quello della chiesa parrocchiale di Vobarno. Il presbiterio è dominato dalla pala che raffigura la Natività della B.V. Maria, commissionata il 5 novembre 1606 per un importo di lire 585 al pittore orceano Grazio Cossali (che la datò nel 1607). È raccolta in una maestosa soasa opera dell'intagliatore Tommaso Moretti. Luciano Anelli rileva nella pala: "un evidente sfoggio di cultura manieristica, con richiami al Tintoretto, al Bagnatore, al Moretto, al Procaccini e che lo stesso Cossali riteneva "una delle melio (sue) opere". Maestosa anzi monumentale è la soasa opera del Moretti e di R. Rizzardi che la indora, riccamente intagliata, con due colonne a girali di viticci, uccelli, putti e tralci affiancate da cariatidi e colonne con eleganti capitelli corinzi. Il predetto autore scrive che: «Oltre la trabeazione due tronconi di timpani spezzati, sui quali sono impostate due figure femminili stanti, a tutto tondo, tamponano un trittico di statue lignee raffiguranti S. Pietro in atto benedicente seduto tra due angeli simmetricamente disposti. Il gruppo statuario è incorniciato da un modulo architettonico a leggere lesene con cariatidi, cornicione e timpano di classico stile tardorinascimentale. Ad un registro più altro, sempre a tutto tondo, appoggiati sul timpano, sono un Cristo risorto attorniato da due profeti che reggono rispettivamente un librone ed una tavola centinata con una iscrizione relativa alla nascita di Gesù. Il coro, opera di Antonio Franchini di Montichiari, è composto da 17 stalli separati ciascuno da poggiabraccia con intaglio a voluta schiacciata, ad eccezione di quello centrale che è impreziosito da due colonnette a capitello corinzio. I dorsali sono a semplice pannello rettangolare senza decorazione alcuna, tranne quello centrale con leggera cornicetta a tarsie. Il tutto è sormontato da un cornicione con decorazione alternata di cartigli e appendici tornite a tondo, che conferiscono all'opera un carattere di elegante sobrietà». Discendendo lungo la parete di sinistra si incontra l'altare dell'Immacolata Concezione eretto per decisione del 9 settembre 1590 della relativa Confraternita. L'altare venne affidato agli "spezaprede" bresciani Antonio Giannantonio e Francesco Capra che utilizzando marmi forniti dai tagliapietre Bertolino e Antonio Guerra di Botticino, dal 1590 al 1592 scalpellarono «prede di altare, colonne, travi, fusi e capitelli», assemblati e disposti sotto la guida dell'arch. Todeschini. Nel 1594 il pittore Girolamo Magnano, dipingeva un'altra pala della quale non resta un sicuro riferimento. Agli inizi del '600 la Confraternita del Rosario commissionava a Marcantonio Moretti q. Tomaso di Brescia la soasa, che doveva assomigliare a quella della Chiesa di S. Maria degli Angeli di Brescia, indorata da Rizzardo Rizzardi di Bedizzole. Alla fine del '600 compare una pala opera di Pietro Ricchi detto il Lucchese. La soasa del Moretti e la pala del Lucchese vennero poi trasferite nella chiesa di S. Pietro in Lucone e sostituite nella parrocchiale da un elegante altare e da una pala raffigurante l'Immacolata incoronata tra angeli musicanti chiaramente settecentesca. All'altare della Immacolata segue quello del SS. Sacramento eretto dalla Confraternita omonima, adorno di una tela di Luigi Sigurtà raffigurante il Cristo in Croce con ai piedi la B.V., S. Giovanni e la Maddalena. La, Chiesa possiede un maestoso apparato per il Triduo, risalente al 1812, opera come quello di Lonato, del veronese Leonardo Manzati conservato fino ad oggi. Notevole è il Crocifisso commissionato il 23 marzo 1597 all'intagliatore Battista Lancini e trasportato a Polpenazze l'8 agosto 1598.
SS. FERMO E RUSTICO. Esistente in Castello, fu una delle prime chiese di Polpenazze. Nel 1454 aveva una bella, ancona della B. Vergine. Nel 1532 vi si celebrava in tempo di guerra e a beneplacito del rettore, grazie ad un lascito di Gabriele Barzoni di 10 ducati. Nel 1541 il visitatore constatava che era troppo piccola e dava ordine che venisse ampliata. Abbattuta per la costruzione della nuova parrocchiale (1595) per ordine del vescovo Alberto Valerio, ne venne eretta un'altra probabilmente nel 1752 come sembra indicare una data graffita sull'estradosso di una delle volte. La chiesa a tre navatelle ha forme neogoticheggianti.
S. ANTONIO DI PICEDO. Edificio ad aula unica in stile tardo romanico, conserva ancora il tetto a capanna. Gabriele Bocchio ha scritto che «nonostante i vistosi rifacimenti dei secoli successivi si presenta ancora nel caratteristico schema "rustico" ad aula unica con archi traversi che sostengono il tetto a travetti e tavelle in cotto. La tecnica muraria si ritrova in numerosi edifici di culto e castelli del circondario, compreso quello di Polpenazze, datati alla fine del XIII inizi del XIV secolo. Subito sopra ed a fianco di questo tratto murario, fino all'altezza della facciata attuale, è visibile una fase unitaria di un primo innalzamento ed allungamento della chiesa che potrebbe corrispondere ai lavori di ricostruzione citati negli atti della visita Barbaro». Nel 1529 la chiesa era governata "dagli uomini del luogo" e vi si celebrava la domenica e nelle feste del Signore. Nel secolo XVII subì rimaneggiamenti e rifacimenti consistenti quali la facciata, il campanile e l'abside. Sulla parete esterna destra è visibile un affresco monocromo raffigurante S. Antonio con il nome del dedicante «Ottini» del XVI secolo. All'interno, sulla stessa parete, affreschi votivi della seconda metà del XV secolo scoperti dal sunnominato autore. All'altare maggiore pala di S. Antonio con S. Rocco e S. Sebastiano e Beata Vergine in gloria, di pittore anonimo del XVII secolo. Dal sec. XVIII oltre all'altare maggiore conserva un barocco altare della B.V. del Carmelo con una statua in legno dorato posta sotto cristallo.
S. MARIA DI BOTTENAGO. Demolita negli anni '70 per far luogo ad una casa di abitazione è la chiesa di S. Maria di Bottenago che il Panazza pone nel novero delle chiese romaniche del secolo XII di influsso veronese, ma essa ha origini sicuramente molto più antiche, indiziate sia dall'intitolazione che dal ritrovamento in sito di alcuni frammenti di pluteo o ciborio del VIII-IX sec., in pietra di Botticino, provenienti dal materiale di demolizione, di cui uno con decorazione a testa zoomorfa tra girali vegetali. Dalla revisione di alcuni documenti antichi (sec. XII) e ritrovamento di altri inediti il Bocchio attribuisce a tale chiesa il titolo di Pieve, precocemente inglobata nel feudo Aleni, dipendente dalla giurisdizione curiale bresciana.
Chiesetta della B.V. MARIA E DI S. EUROSIA in loc. "Naval" eretta il 2 maggio 1724 di proprietà dei fratelli Tomacelli di Salò. Vi sono icone della Madonna, di S. Eurosia, S. Lodovico re di Francia, di S. Fidenzio eretto con permesso vescovile dell'11 marzo 1734 dai nob. Glisenti; della Sacra Famiglia, eretto nel 1740 dai fratelli Gritti Giuseppe e Francesco e i sacerdoti Bartolomeo, Carlo e Taddeo.
Fra le SANTELLE possono essere ricordate quella in piazza Bortolotti dedicata a S. Antonio di P. del sec. XVII. Dello stesso secolo è quella in località Vedrine recentemente restaurata.
Un interessante affresco non di soggetto religioso venne scoperto nel marzo 1979 su una abitazione in località Monte di proprietà Zanelli, attribuito alla fine del '400 e raffigurante due personaggi.
Del BORGO fortificato esistono ancora ma in cattivo stato due cortine di cui una quasi del tutto distrutta e una torre di cinta cava a pianta quadrata a metà cortina settentrionale. Sono costruite con grossi ciottoli alla base e ciottoli piccoli e grossi altrove, a struttura irregolare. Le murature, piuttosto elevate, sono in ciottoli di varie dimensioni intercalati con scaglie di pietra e legati con una malta piuttosto consistente e bianco giallastra. La disposizione dei corsi è abbastanza regolare. L'antico ingresso si apre a destra dell'attuale, protetto da una torre aggettante molto rimaneggiata, nella quale sono ancora visibili le tracce delle feritoie del ponte levatoio.
ECONOMICAMENTE il territorio fu da sempre eminentemente agricolo, al quale s'è aggiunto di recente un notevole sviluppo turistico ed anche industriale. L'agricoltura venne soprattutto indirizzata verso la produzione di uva e olive. Ma nel passato non mancò una significativa coltivazione di frumento, frutta, foraggi e verdura. Di un certo valore fu la superficie torbosa valutata nel 1904 di circa 20 piò. Nel sec. XVII in Polpenazze esistevano tre mulini e quello "del Colombaro" spremeva olive. Nel 1877 esistevano 878 ettari di olivi con 1767 piante. Dalla fine del sec. XVIII fino ai primi decenni del sec. XX gli unici mezzi di sussistenza erano la coltivazione della vite e l'allevamento del baco da seta. Unico "galetér" (ammasso di bozzoli) fu nei primi decenni del secolo quello degli Albricci nell'ex palazzo Silvestri, cui facevano capo anche Puegnago e Soiano. Agli inizi del sec. XX si imponeva per prestigio l'azienda vitivinicola dei Fratelli Bellini. Nel 1911 colpiti i vigneti dalla fillossera, anche Polpenazze aderiva al Consorzio antifillosserico della Valtenesi. In località Picedo negli anni '50 i fratelli Saleri diedero il via ad una moderna azienda per la coltivazione e la lavorazione delle olive e dell'uva (olio vergine, vini Trebbiano, Chiaretto, Rosso Picedo). Altre aziende vinicole di rilievo si sono imposte come la Bottarelli Franco e Valerio (di Picedo), Fabio Bottarelli e Figlio (di Picedo), la Giambattista Brunori ("La Pertica" a Picedo). Apporti nuovi diede l'irrigazione a pioggia lanciata negli anni '50 nelle proprietà Bianchi. Praticato da decenni è l'allevamento avicolo. Nel 1983 si producevano 2000 quintali di vino. Fra le aziende produttrici di olio quella di Nicola Morani costituitasi nel 1947 a Campoverde e trasferitasi nel 1995 a Polpenazze è forse una delle più note. Nel 1993 veniva lanciato dagli Avanzi nella cascina "Naval" l'agriturismo. Specie negli anni '60 sono andate sviluppandosi unità produttive che nel 1995 salivano a 115 (con 285 addetti di cui 59 artigiani) di cui 6 aziende agricole caccia-pesca, 2 di industrie estrattive, 20 metalmeccaniche, 5 alimentari, 48 del commercio, pubblici uffici, riparazioni, 7 dei trasporti e comunicazioni, 5 del credito assicurazioni, 6 di servizi pubblico e privato. Nel 1974 veniva fondata la Camozzi Pneumatici (elettrovalvole, cilindri, valvole per l'aria compressa). Si aggiunsero poi la Garda Metalli s.r.l. di via Monte Canale 1, per il Commercio di metalli ferrosi semilavorati. Solo con lo sviluppo turistico e industriale si è andato rallentando il flusso di manodopera su Brescia e su Milano. Nel settore del servizio pubblico si è sviluppata la casa di riposo "S. Giuseppe" che rappresenta l'unica struttura convenzionata per anziani non-autosufficienti in Valtenesi e la scuola materna "Maffizzoli" che opera a livello consorziale con i bambini di Polpenazze e di Soiano.
PARROCI. De Previdis Antonio Maria (1520-1549); Previdi Giuseppe (1550-1564); conte Roveglio Giacomo (poi Vescovo di Feltre sepolto nella Chiesa del Carmine a Salò 1565-1571); Brogiolo Alessandro (sotto il quale fu fabbricata la Chiesa 1572-1601); Pivio mons. Giulio (16021623); Brescianini Andrea (morto di peste 1624-1630); Stecco Iseppo, da Schio (1632-1641); Bonamini mons. Francesco (1642-1685); Gialdi Stefano (1686-1722); Biolchi Giorgio (1723-1764); Biolchi Apollonio (1764-1814); Bertazzi Bartolomeo (1815-1826); Pinali Pietro (1828-1837); Povegliotti Antonio (1838-1854); Marchesini Filippo (1855-1858); Venturelli Vittorio (1859-1901); Galvani Vittorio (1902-1931); Endrizzi Gio Batta Ciro (1931-1953); Masotto Silvio (1954-1987); Laurini Loris (1987-1995); Venturini Giuseppe (1995).
SINDACI dal 1945. Bottarelli Giacomo (1945); Bocchio Giovanni (1946); Leali Giovanni (1947-1955); Ribelli Battista (1956-1964); Bertazzi Filippo (1965-1973); Mazzacani Giuseppe (1973-1988); Bocchio Domenico (1988-1991); Podavini Ermes (1991-1993); Turrina Giuseppe (1993).