PALOSCO

PALOSCO (in dial. Palosc, in lat. Palusci)

Borgata in provincia di Bergamo e in diocesi di Brescia, confinante con Telgate, Palazzolo s.O., Pontoglio, Cividate al Piano, Martinengo, Mornico al Serio, Calcinate e Bolgare. Si trova a SE di Bergamo e a SO di Brescia, a m. 157 s.l.m. Ha una superficie di Kmq 10.45 e si stende sul confine delle Province di Brescia e Bergamo, alla confluenza del fiume Cherio e dell'Oglio. Il nome viene fatto derivare dal lat. "palus" (palude) con il suffisso denominativo "uscus" per cui significherebbe "piccola palude". Altri sono ricorsi addirittura al sanscrito parushà = canna, pensando alla confluenza del Cherio con l'Oglio sulla quale il paese sorge. Altri invece a pala = paglia o a "palli" piccolo villaggio, altri ancora sono ricorsi alle voci iberiche "bal" (capanna o baita) e "uzk" (uomo tribù) cioè uomini delle capanne. G. Rosa lo elenca tra i nomi di suono greco o meridionale (Palos), E. Philippon lo registra tra i suoni iberici, insieme a Malosco, trentino. Nell'856 e nel 912 era chiamato Palosco, nel 957 Palusco. ABITANTI (paloschesi): 1000 c. nel 1565, 890 nel 1580, 944 nel 1596, 1100 nel 1648, 1158 nel 1655, 1200 nel 1670, 1350 nel 1693, 1300 nel 1703, 1503 nel 1737, 1247 nel 1792, 1247 nel 1820, 1639 nel 1851, 1705 nel 1861, 1877 nel 1891, 2131 nel 1901, 2743 nel 1921, 3470 nel 1951, 4274 nel 1971.


La natura del suolo ha fatto pensare all'esistenza di terramare preistorica (donde la accennata etimologia di "baluzk") mentre della presenza romana fanno fede alcune tombe scoperte nel dicembre 1880. Appartenente al ducato longobardo di Bergamo la località assunse sempre più importanza durante il periodo dei vescovi conti e poi in epoca comunale. Il nome compare la prima volta in un atto dell'856 di donazione di tale Tendelmario di una casa e di alcuni poderi in "Auliuno e Palosco" alla chiesa di S. Alessandro di Bergamo. Il villaggio era già esistente se nel 917 viene nominata la chiesa di "Sancta Maria" che il Mazzi e il Mazzotti suppongono sorgesse dove esiste una chiesetta dello stesso titolo presso la casa di riposo. Palosco compare in sempre più numerose pergamene tra il 957 e 975 riguardanti atti di vendita e di donazione nei quali viene spesso menzionato il castello. Importante è la pergamena che documenta l'acquisto nel 957 da parte di Attone q. Viberto, conte di Lecci da un certo Landolfo per 50 soldi d'argento di una torre situata alla porta del castello di Palosco, allargando due anni dopo, nel 959, la sua proprietà su quasi tutto il territorio paloschese attraverso l'acquisto di Grumora, Pradelle, Fope, Campaniola, Bugolo, Fusina de Castelo ecc., la vigna di S. Eusebio dove forse sorgeva una chiesetta dedicata al santo e ancora la chiesa di S. Maria. Altre compere seguivano nel 960 (fra cui l'acquisto di una casa dentro il castello di certo Giovanni di Palosco) e per gli anni seguenti cui altre ne seguirono. La vita religiosa e in parte quella sociale ed economica fu anche in relazione con il monastero di S. Lorenzo di Cremona, fondato nel 990 dal vescovo Olderico dei conti di Castel Seprio con beni allodiali della sua famiglia e, in parte con beni del fisco regio a lui donati. Dal monastero potrebbe aver preso il titolo la primitiva chiesa di Palosco, oltre il fatto di essere stata una diaconia della pieve di Palazzolo, alcuno dice di Telgate potrebbe aver originato tale titolo diaconale. Nel 1011 Andrea da Mornico permutava sei pezze di terra che aveva in Palosco, assieme ad altre con le decime che il vescovo di Bergamo Reginfredo riscuoteva a Mornico. Nel 1040 il prete Lamberto cedeva ai canonici della chiesa di S. Vincenzo in Bergamo, cento jugeri di terra (1200 pertiche) che aveva in Palosco dentro e fuori le mura del Castello. Rivelato dai cronisti il soggiorno a Palosco il 5 novembre "in casa edificata prope castrum" dell'imperatore Enrico IV. Come giustamente rileva Giacomo Mazzotti acquista particolare rilievo un documento del dicembre 1152 secondo il quale Zanone di Boldate, Maldotto di Mornico e Giovanni qd. Moisone, possedendo in società il castello di Palosco e i terreni intorno, pattuivano con i canonici di S. Vincenzo di Bergamo rappresentati dall'arciprete Giovanni, una serie di impegni: che potessero fabbricare case dentro il castello per sé e per coloro che officiavano la chiesa di Palosco; che se qualcuno di loro avesse acquistato case o terreno in Palosco, questo si intendeva fatto a nome di tutti, dovendo ognuno corrispondere col prezzo; che nessuno di loro avrebbe potuto vendere la propria porzione di castello se non agli stessi soci e a non più di cento soldi, e neppure assegnare la quarta parte di quanto spettava a ciascuno della torre alla propria moglie; che era loro proibito vendere terreni fuori del castello ad altri, ma lo scambio era permessa soltanto tra i soci e ad un giusto prezzo convenuto tra loro. Il documento mette in rilievo che Palosco come Castello e paese di confine stava assumendo particolare importanza diventando un punto nevralgico nelle lunghe lotte fra i comuni di Bergamo e Brescia specie per il possesso dei castelli di Ceradello, Qualino e Volpino che sfociarono proprio alla Grumora, una vasta distesa di campi fra la Torre e Palosco, in uno scontro avvenuto nel marzo 1156 in cui i bergamaschi ebbero la peggio e che venne poi ricordato in versi da uno sconosciuto poeta pubblicati da Ernesto Monaci nelle "Fonti per la storia di Italia" (Roma 1887).


Il castello di Palosco cedette subito all'impeto dei bresciani che lo rasero al suolo e che imposero il 21 marzo una pace a dure condizioni, firmata presso la chiesa di S. Michele fra Palazzolo e Telgate alla quale furono presenti anche una decina di abitanti di Palosco; pace che durò pochi anni, per cui riaccesesi le rivalità fra Bergamo e Brescia, Palosco si trovò di nuovo nelle spire di nuove contese e battaglie fra le quali quella detta della Malamorte, combattutasi presso Rudiano nel luglio 1191 nella quale, a quanto racconta il cronista Malvezzi, i bresciani fecero presso Palosco una "grande strage". In seguito il castello fu particolarmente curato da Bergamo che negli statuti più antichi imponeva che il rettore della città avrebbe dovuto provvedere alla guardia del castello di Palosco che doveva essere affidato a un capitano e a uomini idonei e sicuri; per evitare il pericolo di tradimento, costoro dovevano essere di Bergamo e dotati di un buon patrimonio; non solo, ma la loro ferma presso il castello non avrebbe dovuto superare i tre mesi... Ciò non salvò il castello proprio dal tradimento giacché riaccesesi le lotte tra i comuni lombardi, anche con l'intervento del Barbarossa, proprio il castello di Palosco venne, il 12 febbraio 1237 da Maldottino (o Maldero) di Mornico e da altri, consegnato ai conti di Cortenuova i quali a loro volta lo passarono ai milanesi. A ciò si sarebbero aggiunte contese religiose che avrebbero fatto di Palosco nel 1232 un centro di lotta dei Patarini. Acquetatisi e poi scomparsi i contrasti tra Bergamo e Brescia, il Castello perdette di importanza per cui non rimase che la base di una torre e qualche frammento del perimetro esterno inglobato nelle case del nucleo antico.


Palosco cominciò a respirare e ad espandersi economicamente e socialmente. Bergamo concesse presto il mercato da tenersi in domenica mentre già probabilmente nel sec. XIII (il primo documento che vi accenna è del 15 maggio 1308) vi si insediò una casa di Umiliati, che come si sa davano ovunque grande impulso al commercio e alle attività artigianali. La comunità tuttavia non ebbe vita lunga. Ancora nominata negli elenchi del 1313 scompare invece in quelli del 1344. Contemporaneamente si costituiva la parrocchia, si sviluppava l'agricoltura, miglioravano le strade. Non mancarono nuove contese specie fra guelfi e ghibellini e guerre specie fra i Visconti e Venezia fino al passaggio anche di Palosco nel 1428 sotto il dominio di Venezia. Momenti favorevoli Palosco godette sotto Bartolomeo Colleoni in seguito ai privilegi da lui attribuiti da Venezia il 20 maggio 1465 su alcuni paesi fra cui Palosco, che entra a far parte di quella che fu chiamata "terra collona" sulla quale egli esercitò una specie, anche se impropria, di signoria durante la quale vennero costruiti canali di irrigazione, rogge, mulini, torchi e vennero dissodati terreni incolti. Palosco ebbe dal Colleoni esenzioni e privilegi specie circa il dazio della seta, biade e vini; privilegi poi confermati dalla Repubblica Veneta mentre da parte sua il Comune adottò i tre cuori rovesciati che si trovano nella fascia mediana dello stemma del Colleoni. Morto il Colleoni, Venezia con decreto del senato del 2 dicembre 1475 rivendicò a sè tutti i luoghi fortificati compreso Palosco revocando ogni altra eredità del Condottiero fra cui i beni lasciati ai nipoti, i conti Estore e Alessandro Martinengo, e venti jugeri della Piantada ereditati dal fedelissimo Cristoforo Caleppio. Nel 1482 in un registro del fiume Oglio si legge: la Villa di Palosco domina da un leggero rialzo l'Oglio che scorre più sotto; circondata da due fossati, ha ancora il suo castello, presso cui scorre il Cherio. Il mulino nominato è ancora quello che esiste tuttora; la chiesa di S. Maria, già esistente prima dell'anno 1000, anche nei documenti posteriori, è sempre ricordata così quasi come un titolo ufficiale: "in riva all'Oglio". Il Cherio inoltre, poco prima di buttarsi nell'Oglio, è attraversato da un ponte in pietra a due arcate, sul quale passa la Roggia Sale. Nel 1476 in soccorso della popolazione contadina molto povera, Tonino Mazzocchi erigeva il Pio luogo della Misericordia, che distribuiva beni di sussistenza ed elemosine ai poveri e il cui cappellano teneva anche la scuola insegnando "a leggere speditamente". Il Comune era amministrato da 12 consiglieri, due consoli e due sindaci mentre gran parte delle proprietà rimasero o passarono in mano di grandi famiglie quali i Suardi, i conti di Caleppio ecc. Il paese fu quasi del tutto immune dalla peste del 1630 contando soltanto 16 morti per cui venne eretta, probabilmente come voto, la cappella della Madonna di Creta al Cimitero, ora Madonna di Loreto. Conobbe invece il fenomeno del banditismo con uccisioni e violenze. Nessun episodio di rilievo contrassegnò la fine della Repubblica veneta, il periodo rivoluzionario giacobino e napoleonico e la dominazione austriaca. Grande invece la povertà e il susseguirsi delle epidemie di colera che nel 1836 mietè 50 morti di cui 46 nel solo mese di luglio e, nel 1867, 38 vittime nei mesi di giugno, luglio e agosto. Alla grande povertà vennero incontro la Cassa Rurale fondata nel 1895 dal parroco don Pietro Chiaf, che frazionò anche il beneficio parrocchiale affittandolo a canoni di affitto molto bassi a più famiglie bisognose. L'opera sociale di don Chiaf venne continuata dal successore don Donati che costituì la cooperativa di Assicurazione contro la mortalità del bestiame, la società a partecipazione "La Trebbiatrice" ed altre iniziative.


LA PARROCCHIA. Come si è accennato la chiesa di Palosco come quella di Urago fu in rapporto di dipendenza col monastero benedettino di S. Lorenzo nel sobborgo di Cremona fondato nel 990 dal vescovo Olderico di Castelseprio in parte con beni allodiali della sua famiglia e in parte con beni del fisco regio a lui donati. Ma le prime e più consistenti memorie di Palosco risalgono al secolo XI durante il quale la parrocchia apparteneva alla giurisdizione ecclesiastica e feudale del vescovo di Bergamo. Il celebre «Liber censuum» della Chiesa Romana, compilato verso il 1200 dal cardinale Cencio Savelli, (chiamato comunemente Cencio Camerario) poi papa col nome di Onorio III, annovera infatti la chiesa di Palosco in «episcopatu bergomensi». Essa si era posta sotto la tutela del Romano Pontefice, come molte altre chiese e monasteri, e pagava annualmente alla S. Sede un piccolo canone in danaro, perché essendo terra di confine tra Bergamo e Brescia era molto facilmente soggetta ad incursioni guerresche e devastatrici. Il passaggio dalla giurisdizione di Bergamo a quella di Brescia, avvenne molto probabilmente per ragioni politiche, in seguito forse al trattato di pace fra bresciani e bergamaschi, dopo la famosa e sanguinosa battaglia detta di Malamorte (7 luglio 1191) che metteva fine alle lunghe e dolorose discordie dei due comuni, causate dal contrastato possesso delle rive dell'Oglio e dei castelli di Volpino, Qualino e Ceratello sopra Lovere. Forse è da supporsi una specie di scambio fra Brescia e Bergamo, e che mentre il comune di Brescia (e col comune anche il vescovado, poiché allora le due autorità erano compenetrate in un'unica giurisdizione) faceva una punta nel territorio bergamasco col possesso di Palosco, il comune di Bergamo facesse alla sua volta una punta nel territorio bresciano col possesso di Paratico. Dal secolo XIII in poi, cessati i contrasti fra Comune e Comune, Palosco appartenne sempre alla diocesi di Brescia ed alla giurisdizione della vicina pieve di Palazzolo: la sua storia si racchiuse quindi fra le sue mura, fra le piccole e spesso pettegole competizioni municipali e feudali. Comunque la prima chiesa ricordata nel 917 è quella di S. Maria che secondo il Mazzi dovette sorgere dove ora esiste quella con lo stesso nome presso la Casa di Riposo. Nello stesso documento si nomina anche un S. Michele e nel 959 un S. Eusebio e poi ancora S. Stefano (1016), S. Lorenzo (1140), S. Pietro (1147), S. Antonio (1332), S. S. Leonardo e Vitale (1374) che più che vere e proprie chiese dovettero essere dei loca sanctorum o edicole sacre. È invece del 1435 l'erezione della chiesa di S. Pietro. La prima investitura conosciuta del beneficio di Palosco da parte del vescovo di Brescia è del 13 febbraio 1360 ma si richiama ad un precedente del 1280 per cui giustamente G. Mazzotti suppone dal 1192 al 1280 il periodo di passaggio della parrocchia dalla giurisdizione diocesana bergamasca a quella bresciana. Il primo nome di sacerdote legato alla chiesa di Palosco, individuato dal Mazzotti è un "domine Bertramus ecclesie Sancti Laurentii de Palusco presbiter" rinvenuto in un documento del 1176. Dopo di lui non si conosce che un Giacomo De Colognis di S. Stefano (Bergamo) parroco assieme di Palazzolo e di Palosco dal 1385 al 1389. Dagli atti delle visite pastorali la vita religiosa ed ecclesiale fu sempre di notevole livello sostenuta da parroci spesso distinti e zelanti, fatta eccezione di don Giacomo Carabello de Collis sospettato di costumi non irreprensibili. Tra i parroci si distinse nel '500 don Publio Fontana (Palosco 1548 - Desenzano 1609) erudito prete, esperto botanico e zelante parroco dal 1569 al 1609. Un solo inconfesso trovava il vescovo Bollani nel 1565 mentre già esisteva la confraternita del S.S. Sacramento con un centinaio di confratelli e della quale approvò le regole S. Carlo. Nel 1635 la chiesa aveva quattro altari e la parrocchia contava cinque chiese oratori (Visitazione, S. Pietro, S. Fermo, S. Gerolamo, S. Maria delle Grazie a Torre delle Passere). Frequentata la dottrina cristiana, irrilevanti i disordini morali. Nel 1737 si contavano ben 11 sacerdoti di buona condotta, mentre frequentata era la dottrina e il popolo era "frequentissimo alle messe parrocchiali et funzioni ecclesiastiche et nel ricevere li S.S. Sacramenti", non esisteva "pubblico bestemmiatore o eretico o pubblico usuraio o malefico" anche se poi non mancavano delitti e violenze. Nel 1820 c'era a Palosco al Bettolino l'oratorio del Patrocinio della B.V.M. dei signori Giovanni Licino e Vincenzo Bonduri.


Fra i rilievi dei vescovi visitatori vi era la celebrazione della festa del titolare S. Lorenzo: gli abitanti "anco non vogliono astenersi dall'andar la notte antecedente alla festa di S. Lorenzo nostro titolare per la terra facendo chiassi, sonando instromenti, facendo serenate, o mattinate alle sue amate, sbarando archibugi et altre simili dissolutioni, nonostante (...) siano gravemente di ciò ripresi". Successivamente non si rileva specificità alcuna per la storia di Palosco. Alla povertà della popolazione andarono incontro nel sec. XIX soprattutto i parroci don Faustino Narcisi, don Pietro Chiaf, don Bortolo Donati. Don Chiaf e don Donati diedero struttura e vitalità alla parrocchia e vita rigogliosa al movimento cattolico locale. Il primo, intransigente e battagliero, fondò uno dei primi comitati parrocchiali della diocesi, oltre che, come si è accennato, la Cassa Rurale dalla quale promanarono altre opere. Fondò inoltre gli oratori maschile e femminile, la società delle Madri Cattoliche cui si aggiunse nel 1883 la costituzione della Congregazione del Terzo Ordine Francescano che nel 1939 contava 150 iscritti di cui 20 uomini e nel 1944 contava 179 donne, 22 uomini. Nel 1890 grazie alla donazione nel 1875 da parte del dott. Narcisi di un'ampia casa con discreto cortile all'Istituto delle suore Poverelle veniva aperto l'oratorio femminile e un orfanotrofio femminile. L'edificio ospitò anche l'asilo infantile che aggiunse di nuove opere quelle di don Chiaf proseguite e sviluppate da don Bortolo Donati. Fu iniziativa sua e di don Giuseppe Schena nel 1910 di costituire presso la chiesetta della Madonna di Lourdes una sede dell'oratorio maschile, che nel 1919 venne trasferito dietro la chiesa parrocchiale e dotato di un piccolo cortile, ed alcune aule di catechismo, un modesto salone teatrale, che in seguito venne usato come sala proiezioni cinematografiche.


Direttori dell'oratorio: don Rubagotti, don Angelo Festa, don Davide Carsana, don Battista Mutti, don Stefano Costa, don G. Martenzini, don E. Pontoglio. Alle opere sociali e catechistiche diede poi impulso don Battista Buroni (1949-1967). La parrocchia diede alla chiesa oltre al Fontana e al Narcisi, ottimi ecclesiastici fra i quali mons. Flaminio Ceresoli (1569-1640) erudito autore di un «Thesaurus marianus» rimasto inedito e fondatore a Roma del Collegio ecclesiastico che prese il suo nome; p. Giovanni Andrea Cadei (1596-1670) sacerdote secolare e poi padre della Pace che lasciò numerosi scritti di ascetica e storici; frà Protasio Baldelli (seconda metà del '500, prima metà del '600), frate cappuccino di esemplare vita religiosa; p. Angelo Bellani (1875-1964) zelante missionario in Africa, studioso di etnologia e di linguistica africana. Si deve ancora ai parroci di Palosco e specialmente a don Donati e don Buroni il decollo economico e sociale del paese dell' "Albero degli zoccoli" (a Palosco il regista Olmi girò gran parte delle scene del suo celebre film), diventato un paese di grande sviluppo industriale. Si deve infatti a don Bortolo Donati la installazione di un setificio, l'apertura negli stabili della parrocchia di due laboratori di disoccupati della "Compassi Milano" e l'avvio di fabbriche di bottoni che assorbirono tutta la manodopera disponibile avviando quella industrializzazione che è segnata dalla presenza di numerose industrie ed imprese. A don Buroni si deve una forte presenza del movimento operaio cristiano specie nelle ACLI che per decenni ha fatto di Palosco uno dei centri in cui l'azione sociale cristianamente ispirata si è compenetrata con il continuo progresso economico e sociale.


CHIESA PARROCCHIALE DI S.LORENZO. Il primo documento che accenna alla chiesa parrocchiale di S. Lorenzo è del 1140 cui segue un altro del 1147. Doveva essere una chiesa molto piccola ed una iscrizione del 1444 può indicare opere di ristrutturazione e la sua consacrazione. A distanza di un secolo venne nuovamente edificata e consacrata il 3 settembre 1548. Aveva tre altari (S.S. Sacramento, Madonna del Rosario, S. Antonio) che nel 1693 salgono a cinque (S. Carlo, dei morti o del suffragio). Fuori della chiesa esisteva il Battistero in forma ottagonale e di "marmo candidissimo" che il card. Ottoboni definirà "il più bel fonte in tutta la Brisiana". Era stato affrescato da un pittore conosciuto come Giampaolo Cavagna, ma venne completamente sacrificato all'ampliamento della chiesa deciso nel 1762 ed iniziato nel 1765 per iniziativa del parroco don Bartolomeo Turla e il cui progetto il Fenaroli attribuisce a C. Turbini e che portò al rovesciamento dell'asse direzionale. Nel 1775 venne costruita la sagrestia. Inaugurata il 22 aprile 1784 alla presenza dei vescovi di Brescia e di Bergamo venne consacrata assieme alle campane dal vescovo mons. Nava il 17 ottobre 1817. Il 2 maggio 1866 il vescovo Verzeri consacrava l'altare maggiore nel quale vennero deposte le reliquie dei S.S. Ippolito e Valente. Risultata insufficiente all'aumento della popolazione, nel 1902 ne venne affidato all'arch. Carlo Melchiotti di Brescia e al capomastro Giovanni Bettinello l'ampliamento. La navata centrale venne, come ha scritto Mazzotti, ancor più allungata, spostando quindi ancor più verso ovest il presbiterio; vennero inoltre aggiunte due cappelle laterali ai lati del vecchio presbiterio, che avrebbero formato il transetto, dando così alla pianta della costruzione, la forma di croce latina; si ampliò il sagrato dalla parte della piazza; soprattutto si alzò il vecchio campanile, inglobato nella facciata, da 30 a 50 metri, su cui si issarono otto nuove campane. Venne completamente rifatto il pavimento e purtroppo, nell'euforia dell'ammodernamento, furono asportate e fatte quindi sparire le lapidi sepolcrali che pavimentavano la chiesa e che testimoniavano il luogo della sepoltura dei parroci precedenti. Affrescata da Giuseppe Riva, venne inaugurata nel novembre 1908. Gli ultimi interventi vennero compiuti nel 1971 con la ritinteggiatura e la doratura da parte di Alessandro Albini. Come ha scritto Pagnoni "alla modestia dell'esterno corrisponde all'interno uno spazio decoroso, appena turbato dalla eccedenza in lunghezza dell'aula e dalla incertezza della articolazione del breve transetto".


La chiesa ha buone opere di pittura. La grande pala dell'altare maggiore, (m. 3.20 X 2.10) ora attribuita a Pietro Marone ora a Gian Battista Moroni, raffigura il Martirio di S. Lorenzo. Sono di Francesco Richino allievo del Moretto la tela ad olio (m. 2.75 X 1.20) raffigurante l'Incoronazione della Vergine, e quella rappresentante il sacrificio di Melchisedech (olio, m. 3 X 1.50). Di un certo interesse è la tela ad olio di autore ignoto del sec. XVIII raffigurante l'Adorazione dei Magi. Interessante è la tela dell'Incoronazione di Maria, recentemente rivendicata a Gian Paolo Cavagna, autore anche della Madonna del Rosario con i santi Domenico e Caterina da Siena; forse, pensa il Pagnoni, sono della stessa scuola le tele parallele di S. Rocco e di S. Bernardo di Mentone. Due enormi tele poste sopra le cantorie raffigurano l'una il Re Davide che suona l'arpa e S. Cecilia che suona l'organo. In sagrestia è di ignoto del sec. XVIII la tela raffigurante S. Lorenzo che presenta i suoi poveri. Numerosi gli affreschi: nel coro due affreschi continuati rappresentano i S.S. Faustino e Giovita, nel semicatino dell'abside è raffigurato Cristo Redento. La cupola larga e schiacciata reca nelle due calotte due medaglioni con S. Francesco che riceve le stigmate e con lo Sposalizio di Maria e Giuseppe; nei grandi angoli di sostegno sono raffigurate le quattro virtù cardinali. Lungo il soffitto della navata sono rappresentate scene della vita di S. Lorenzo con il martire raffigurato nelle campate del presbiterio. Pregevoli gli altari settecenteschi: il maggiore, finemente intarsiato con marmi policromi nelle specchiature e adorno di squisite statuette al paliotto, e l'altare del rosario, incautamente rimaneggiato nella metà del secolo scorso. Ai lati dell'altare del Crocifisso fanno guardia due belle statue in marmo di Mosè ed Elia, attribuite a Antonio Callegari. Preziosi per intarsi di marmo policromo sono gli altari maggiore e della Madonna del Rosario adorni di graziose piccole statue di S. Lorenzo e della Madonna col Bambino, di bellissimo effetto, pure del '600 - '700. Una statua lignea di Cristo morto, di bottega fantoniana (1730), risulta dispersa, mentre quella di S. Giovanni Nepomuceno della stessa bottega (1749) è ora riposta in S. Maria ad Elisabetta. Le vetrate furono eseguite dalla ditta Tesori di Brescia nel 1908. La sagrestia ha due splendidi armadi in noce finemente intarsiati opera di G.B. Caniana (1702 c.) abile intagliatore di Romano Lombardo mentre gli intagli vengono attribuiti alla bottega di Fantoni.


Numerosi e di pregio gli arredi sacri fra i quali un reliquiario settecentesco della S. Croce lavorato a sbalzo e cesello, un'urna in argento cesellata contenente le reliquie dei S.S. Lorenzo e Vincenzo eseguita a Brescia verso il 1850. Notevoli un ostensorio d'argento firmato G.B. Filiberti, 1750, un calice d'argento dello stesso, due pianete una in laminato d'argento ed ornata d'oro del '600-'700, ritenuta dono di Pio VII, un'altra con sfondo laminato d'oro e fiori variopinti. L'organo è opera di Giuseppe Serassi (1789). Ricco di 1518 canne e 37 registri, venne riformato e portato nel 1794 dalla stessa fabbrica, affinché superasse "tutti gli organi del Bergamasco e del Bresciano", a 2070 canne e 61 registri per una spesa di 4850 lire. Venne poi "trasportato" da Diego Porro nel 1904. In seguito venne molto ridimensionato. Il campanile nelle sue strutture portanti è ancora quello che fino al 1763 era accanto al presbiterio della vecchia chiesa e venne sopraelevato negli anni 1907-1908 dal già ricordato arch. Carlo Melchiotti, che disegnò la cella con frontoni classici reggenti una cupoletta e che ospita un concerto di otto campane della ditta di Grosio (1908) con l'aggiunta di tre nuove campane fuse nel 1948 dalla ditta Poli. La seconda domenica di ottobre del 1970 Monsignor Luigi Morstabilini Vescovo di Brescia incoronò la statua della Madonna del Rosario con una corona d'oro del peso di Kg. 1,600 e pose nelle mani della Madonna una corona del Rosario pure d'oro opera del Beato Angelico di Milano, offerte dalla popolazione devota.


VISITAZIONE DELLA B. V. A S. ELISABETTA. In riva al fiume Oglio la prima chiesa viene citata in un documento del 917 e venne ritenuta da alcuni, ma sempre a torto, come la prima parrocchiale di Palosco. É sicuro però che essa fu sempre al centro della devozione della popolazione della zona. Accanto alla chiesa abitava il curato-parroco del paese che godeva anche di un beneficio legato ad essa. Il più bel gioiello d'arte che esiste in questa chiesa è un quadro dell'incoronazione di Maria SS. che viene attribuito da qualcuno al Talpino. Il santuario fu sempre ufficiato e nel 1550 incorporato con il beneficio nella amministrazione parrocchiale. In una relazione del parroco don Pini del 1648 il santuario è detto "ben ornato e con tutti i paramenti per la celebrazione della santa Messa". Gli ultimi rifacimenti al santuario risalgono appunto al Seicento anche se la statua della Madonna che si venera sull'altare sembra essere alquanto antica. Nel 1985, su iniziativa di don Lupezza, la chiesa venne restaurata, con stucchi dell'epoca rinascimentale meravigliosamente ravvivati dal restauratore Villa di Bergamo. Lo stesso restauratore ravvivò i quadri dei misteri del Rosario attribuiti al pittore bergamasco Cavagna.


MADONNA DI LORETO. Venne eretto nel 1630 dentro il Cimitero come voto per la preservazione di Palosco come altri pochi paesi (Boltiere, Martinengo, Pagazzano) dalla peste.


MADONNA DELLE GRAZIE O DELLA MERCEDE - TORRE DELLE PASSERE. Eretta intorno all'anno 1630 dai proprietari del luogo passò poi ai marchesi Terzi come dimostra la bella scritta dettata dall'abate don Antonio Morcelli, prevosto di Chiari e considerato uno dei più grandi epigrafisti del suo tempo, che suona «Mariae Santae Opiferae / Hanc aedem dicatam ornavit, envoluit que / Gens terzia in solo suo - quam et liberis / Posterisque commendat suis / Uti pietatis majorum-erga coelestem patronam / Monumentum sit». Nel piccolo tempio ebbero sepoltura i marchesi Terzi, fra i quali Giuseppe Terzi, pittore e letterato, presidente dell'Ateneo di Bergamo, soldato di Napoleone, ciambellano dell'Imperatore Francesco I, morto a 29 anni nel 1819. Verso gli Anni '30 la cappella venne restaurata dall'affreschista Poloni di Martinengo. Nel 1797 era dedicata (cosa singolarissima) alla "Madonna operaia". Restaurata poco dopo venne dedicata alla Madonna della Misericordia. Una tavola raffigurante una Madonna con Bambino, ritenuta la pala dell'altare e poi trasferita sulla parte di sinistra venne addirittura attribuita alla fine del XIII o agli inizi del sec. XIV. La tavola è stata ritirata dai Marchesi Terzi proprietari della Chiesa. Le pareti erano ancora, nel 1959, ricche di ex voto in lamiera di ferro sbalzato alcuni dei quali di buona mano. Nel piccolo sagrato dominava, a quanto si legge in un articolo dell'Eco di Bergamo del 21 luglio 1959, la statua di una figura femminile che ritenendola una dea pagana il vecchio cappellano della chiesa riuscì dopo tentativi a far scomparire.


MADONNA DI LOURDES. Costruito alla fine del secolo XIX, fu ideato dal prevosto don Piero Chiaf, teologo di valore, giornalista e polemista, fervido propugnatore del dogma dell'Immacolata Concezione e morto il 24 marzo 1899 dopo aver visto l'opera che tanto aveva desiderato e voluto a protezione del popolo di Palosco come ricorda l'epigrafe posta sopra la porta che suona: O Immacolata / che le glorie tue manifestasti a Lourdes / proteggi il popolo di Palosco / che devoto / questa cappella ti erigeva / nell'anno 1898. Il santuarietto, dalle eleganti linee architettoniche, fu disegnato dall'ingegnere Bonaventura Venanzi che ne diresse gratuitamente i lavori mentre altre buone persone contribuirono all'arredamento. In esso è riprodotta la grotta di Lourdes con la Vergine Immacolata e santa Bernardetta. Nel 1970, per iniziativa del prevosto don Alfonso Lupezza, e in occasione di straordinarie feste mariane, il santuarietto della Madonna di Lourdes venne completamente restaurato dal tetto alle strutture interne e ridipinto dal pittore Albini di Pontoglio. Le nuove opere hanno costituito un ulteriore incentivo alla devozione del buon popolo di Palosco.


NATIVITA' DI MARIA. Alle Treschiere, cappella della villa Ceresoli al Bettolino. Esisteva nel 1688. Di proprietà dei signori %ani del Negro. Nel 1707 vi si celebrava ogni festa. Passò poi in proprietà della S.A. Incremento Agricolo, venne abbandonata, ed ora è dei Liborio.


S. PIETRO. Già esistente in tempi più antichi fuori l'abitato venne, a quanto sembra si possa desumere dalla data 1435 leggibile sul frontone interno, ricostruita con strutture e volte gotiche. É ricca di ex voto cinquecenteschi raffiguranti Madonna col bambino (uno porta la data 1517) e Santi fra cui S.S. Cristoforo, Rocco, Sebastiano, Pietro martire.


S. FERMO. Cappella votiva dove i contadini si recavano per la benedizione del sale da dare agli animali di stalla ammalati. Già cadente negli ultimi decenni del sec. XVI venne condannata alla distruzione dal vescovo Bollani nel 1565. Salvata, per qualche tempo è finita con il conservare i suoi muri esterni. Nel 1982 viene restaurata, trasformata in chiesa, dotata di campanile con tre campane e di un orologio secentesco. Il tutto nella prospettiva di servizio per il quartiere delle Levate. È luogo di devoto pellegrinaggio la festa dell'Angelo e di S. Fermo.


S. GEROLAMO. Compare in contrada Treschiere nel sec. XVII nella proprietà dei Luzzago ma nel 1636 era già abbandonata "per non essere fatto conforme alle Costituzioni".


Una chiesa di S. Vincenzo è nominata nel 1596 e poi mai più. Una santella venne eretta dietro il cimitero alla Madonna di Loreto, probabilmente come ex voto per la peste del 1630. È di proprietà della famiglia Vescovi detti Rinaldì. Sulla strada per Pontoglio un cippo reca in latino l'invocazione "Per la tua passione, da ogni male liberaci, o Signore, 1632".


PARROCI: d. Bertamus presbiter (1179); Giacomo de Colognolis di S. Stefano (Bg) (1380-1389); Graziolo (1 agosto 1433); Foscolo Asconi (30 dicembre 1466); Foscolo Celestini (12 marzo 1482); Giacomo Ochi di Chiari (Bs) (28 novembre 1498); Giacomo de Collis di Palosco (Bg) (1523); Carabello de Collis di Palosco (Bg) (1560); Publio Fontana di Palosco (Bg) (17 aprile 1569 - novembre 1609); Pietro Antonio Cremona di Verolanuova (Bs) (14 dicembre 1610 - 1615); Giulio Ochi di Capriolo (Bs) (25 giugno 1615 - aprile 1632); Antonio Pini di Cividate (Bg) (19 maggio 1632 - 4 settembre 1651); Lattanzio Odasi(o) di Martinengo (Bg) (31 gennaio 1652 - 22 giugno 1684); Lanterio Paratico di Brescia (21 agosto 1684 - 4 maggio 1688); Pietro Antonio Gadaldi di Brescia (26 ottobre 1688 - 13 dicembre 1693); Pietro Forlani (27 novembre 1693 - 12 marzo 1737); Giovanni Maria Coffetti di Nigoline (Bs) (14 dicembre 1737 - 26 ottobre 1759); Bartolomeo Turla di Siviano (Bs) (7 febbraio 1760 - 2 gennaio 1772); Federico Rossa di Brescia (31 marzo 1772 - 4 dicembre 1799); Paolo Cominelli di Lovere (Bg) (19 febbraio 1800 - 25 settembre 1816); Faustino Narcisi di Palosco (Bg) (31 ottobre 1816 - 5 ottobre 1838); Carlo Babanti di Palazzolo (Bs) (12 giugno 1839 - 14 maggio 1880); Pietro Chiaf di Borgosatollo (Bs) (14 ottobre 1880 - 24 marzo 1899); Bartolomeo Donati di Lumezzane (Bs) (26 aprile 1899 - 11 aprile 1928); Ettore Cavagnari di Pavone Mella (Bs) (14 luglio 1928 - 6 febbraio 1949); Battista Buroni di Dello (Bs) (8 aprile 1949 - 31 luglio 1967); Alfonso Lupezza di Orzinuovi (Bs) (dall'1 agosto 1967).