ORSINI Nicolò

ORSINI Nicolò

(Pitigliano, Grosseto 1442 - Lonigo, Vicenza 27 gennaio 1512). Conte di Pitigliano e di Noia. Fu tra i più famosi condottieri del tempo e maestro di arte bellica di condottieri. Combattè quasi in ogni angolo d'Italia prima per lo Stato pontificio poi contro di esso in favore di Lorenzo il Magnifico e ancora a Napoli. Nel 1495 venne assunto nell'esercito veneto e nel gennaio 1497 accorse in soccorso del Moro sotto Alessandria. Per ricompensa dei segnalati servizi, Venezia gli assegnava Ghedi e il suo territorio, Leno con Castelletto, Asola, Malpaga e Montirone. Dei beni della Cacciabella in questo territorio farà dono, nel 1505, alla seconda moglie Guglielmina. Entrò in rapporti anche epistolari con la nobiltà bresciana e specialmente con i Gambara. Presiedette in città, giostre, diede splendidi banchetti e feste come quelle del novembre 1506 in occasione del matrimonio del figlio con la figlia del conte Pietro Martinengo. Intorno agli anni 1506-1508 l'Orsini fece erigere un palmo, ancora esistente nelle sue strutture fondamentali nel secolo scorso e del quale esiste ora solo un poderoso muro (via Palazzo). A Ghedi e nelle terre circostanti visse come un feudatario, e non permise nemmeno al vicario bresciano di intromettersi nelle sue faccende ospitando (come sottolineano le Provvisioni del Comune di Brescia del 18 gennaio 1499) in spregio alla legge, banditi per fatti di sangue. Nel 1506 nonostante avesse passato i sessant'anni venne nominato capitano generale dell'esercito veneto. Nel 1508 da Brescia l'Orsini passava alla difesa di Verona, avendo in cambio, dalla Repubblica nuove proprietà. Dal febbraio 1509 con al seguito il conte Vittore Martinengo da Barco, riunì le truppe per contrastare la coalizione di Francia, Spagna e Impero che minacciava il territorio veneto. Il 20 aprile 1509 era sull'Oglio per fronteggiare l'esercito di Luigi XII re di Francia. Fu incolpato, per non essere intervenuto nello scontro al grosso dell'esercito veneto, della sconfitta di Agnadello (14 maggio 1509) e tacciato come «poltrone» dallo stesso Luigi XII. Rifugiatosi dapprima in Caravaggio, l'Orsini si diresse poi su Chiari, con l'intenzione di riunire le sue truppe e opporre resistenza. Di fronte alla rapida avanzata francese ripiegò subito dirigendosi su Rezzato, ripiegando, vista l'impossibilità di resistenza, ulteriormente su Padova e Venezia. Luigi XII provvide subito a sequestrare i suoi beni e a metterli all'incanto. Con quelli già del Colleoni passarono poi al conte D'Ambois. Anche la Cacciabella di Asola venne dal re concessa all'ammiraglio di Francia e ciambellano Guglielmo Gaufler de Bonnivet e a lui confermata dal doge, nonostante le richieste dei parenti dell'Orsini che venisse loro ritornata. Con l'avanzata francese, tentò di entrare in Brescia ma si vide negato l'ingresso. Si diresse poi su Rezzato e poi sempre più oltre. Poco dopo tuttavia riuscì a ricuperare, alla Repubblica, Padova difendendola valorosamente. Nel 1510 già sessantottenne, si ritirò dalla vita militare, morendo logorato dai disagi di guerra e dalla podagra, a Lonigo, il 27 gennaio 1512. Vestito dell'abito francescano, il suo cadavere fu deposto nella chiesa di S. Daniele, forse temporaneamente, con la speranza di poterlo trasportare a Ghedi, nel mausoleo che egli stesso si era fatto preparare. Perdurando la occupazione nemica del territorio bresciano, passato il feudo di Ghedi, Leno e Malpaga, confiscato all'Orsini, nelle mani del Cardinale d'Amboise e da questi venduto (per forza) alla città di Brescia, incendiato e molto rovinato il palazzo di Ghedi nel 1516 dai soldati tedeschi, i figli del conte di Pitigliano abbandonarono il territorio bresciano né più pensarono al trasporto dei resti mortali del celebre capitano di ventura loro padre. Cosicché nel sepolcro di S. Maria delle Grazie rimase solo sepolto un suo figlio giovinetto a lui premorto. Lo Zamboni riporta le encomiastiche iscrizioni latine che l'Orsini si era fatto incidere sul sepolcro, e nelle quali era fatta menzione delle condotte militari da lui sostenute a Napoli, a Firenze, a Roma e a Venezia, con sommo onore. Il sepolcro subì le sorti miserande della chiesa e del convento degli osservanti di Ghedi. Se ne salvò soltanto una parte, che ora si trova al Museo di Brescia, trovata nel terzo sepolcro della Navata maggiore della distrutta chiesa del convento e donata dai nob. Mondella al Museo. La statua del Mausoleo da lui stesso voluto nella chiesa di S. Maria delle Grazie, datata tra il 1510 ed il 1530, e alta circa 175 cm. e che lo raffigura in armatura completa (salvo l'elmetto e la resta) poi scomparsa, venne ritrovata di recente presso un collezionista di Amsterdam e passò in proprietà all'antiquario Alberto Bruschi di Firenze. Fallito l'acquisto nel 1990 da parte del Comune di Ghedi venne invece acquisita dallo Stato ed esposta nel 1992 a Pitigliano, in provincia di Grosseto. Sulla porta del palazzo di Ghedi, Pandolfo Nassini vicario della Quadra di Ghedi nel 1540 lesse la seguente iscrizione: «NICOLAUS - URSINUS - III - PITILIANI - ET - NOLE - COMES - SERENISSIMI - DU - DO - VE - AR CAPIT - GNILS». Nell'interno del cortile, sotto il porticato che era stato affrescato da Girolamo Romanino con scene della vita dell'Orsini, si leggevano queste altre iscrizioni e motti: «quid facturus es ne praedices: deficiens enim irrideberis / consule non dulciora sed optima / timor de infamia e gran desio de honore» che costituirono il programma e il segreto delle fortune, militari e politiche, del padrone di casa. Nell'angolo settentrionale del palazzo e sul camino monumentale, poi scomparso, si leggeva la data MDVI, che segnava forse l'inizio della fabbrica. Invece sul magnifico portale, emigrato nel 1879 a Milano e ivi fatto oggetto di discussioni e di indagini da G. Mongeri in seno alla Commissione dei Monumenti di Lombardia, si leggeva la data MDXV, che sarebbe indizio di una continuazione della fabbrica da parte dei figli dell'Orsini dopo la sua morte. Dei dipinti del Romanino nel portico e nella sala maggiore del palazzo strappati nel 1843 da Giovanni Battista Speri, padre di Tito, rimangono due frammenti nella Pinacoteca Tosio Martinengo coi due ritratti, dell'Orsini e del Gattamelata. Altri dipinti, strappati dallo Speri esistenti sotto il portico si trovano alla Galleria nazionale di Budapest e rappresentano rispettivamente la consegna dello stendardo al condottiero Orsini da parte del Pontefice Innocenzo VIII nel 1489, da parte del re di Napoli, Alfonso II, nel 1494-1495 e da parte del doge di Venezia nel 1504. Di lui rimane un ritratto attribuito al Ferramola ora nella Pinacoteca Tosio Martinengo. Un ritratto è affrescato nella Casa del Podestà di Lonato (ora Fondazione Da Como). Il Nassino (p. 105 e 175) lo descrisse come "homo grande et grosso et bello et iustissimo, coronato di virtù et piacevole". Severo invece il giudizio del Sanudo che fa eco a quello del Gritti «El nostro capitanio, conte di Pitigliano, non val zero, è vecchio e non ha cuor, tutti crida (sgrida) tamen si conviene aver paciencia» (Sanudo, VIII, 548).