NOZZA (6)

NOZZA (in dial. La Nòsa o Nòsa, in lat. Noxia)

Borgata della media Valsabbia, frazione di Vestone, ma parrocchia autonoma. Si stende lungo la riva del fiume Chiese e a cavallo del torrente Nozza che qui confluiscono. È a m 315 s.l.m., dista da Brescia 34 km (via colle S. Eusebio), a 44 km (via Tormini). I nuclei principali sono Parte, Uscere, Tesolo e Sardello. Si chiamava: Nozie nel 1256, Nosa nel sec. XIII, La Nozia nel 1470, Noza nel 1693.


Abitanti (Nozzesi, nomignolo: i pelelele): 400 nel 1609 (famiglie 100), 743 nel 1830, 493 nel 1861, 639 nel 1890, 776 nel 1914, 780 nel 1930, 1173 nel 1971. Il nome è stato fatto derivare dal lat. noxa = danno, da «nocere» messo in relazione ai danni provocati nei tempi dal torrente omonimo. L'Olivieri ha pensato ad un'aferesi di «alnosa» luogo di ontani (da «ogna» ontano). Più verosimilmente Paolo Guerrini, osservando come il nome venga pronunciato «La nosa», ha pensato che il nome derivi da «nus» cioè «noce», indicando un luogo dove esisteva una noce o un noceto. Altri derivano il toponimo dal celtico «La Nósa» = ansa, curva del fiume. Il terreno presenta abbondanti segni di essersi consolidato nel Lias, trovandosi poi sull'anticlinale Nozza-Barghe. Ciotoli calcarei esiniani come ha rilevato Giuseppe Berruti indicano nella zona di Nozza-Malpaga di Casto formazioni continentali pre-quaternarie. Non mancano prove di presenza umana in tempi molto antichi: una sepoltura romana con grandi mattoni come copertura venne scoperta sul finire del 1875 in un campo del beneficio parrocchiale. A poca distanza venne ritrovato un frammento di ara marmoreo con l'iscrizione: «Jovi O(ptimo) M(aximo) / Primio Enstalip». Come ha rilevato Paolo Guerrini la storia primitiva di Nozza, per i tempi preromani, romani e medioevali, è racchiusa nella sua privilegiata posizione topografica, che vi ha richiamato ogni attività economica, politica, industriale della circostante regione nel campo civile. Nel 1962 durante la costruzione di casa Pialorsi in via Garde, sull'argine della strada statale, venne scoperta una tomba ad inumazione con corredo costituito da un vasetto contenente residui resinosi, frammenti di altri due vasetti, due bronzi con al diritto la scritta «Adranus Aug. COS P.M» e al rovescio la figura di Diana e altri oggetti. Per analogia con altri ritrovamenti nella necropoli romana del Lucone di Salò hanno fatto assegnare la sepoltura ad un periodo compreso tra la metà del II e il III sec. d.C. e hanno fatto pensare all'esistenza di un avamposto militare romano o di un insediamento civile. Nel 1972 nell'area del campo sportivo di Nozza venne alla luce una grossa pietra funeraria con uno stemma, un cimiero, dal Mazzi attribuito dubitativamente ad epoca medioevale.


Compresa nel pago e poi nella Pieve di Idro (secondo altri in quella di Bione), la Rocca in località della Presa, per la posizione particolarmente strategica assunse particolare importanza. Domina tre versanti: la Valsabbia settentrionale, quella meridionale e la valle secondaria di Casto o del Savallese, compresa la strada che congiunge la Valsabbia con la Valtrompia. A circa sessanta metri di distanza dalla Rocca sorge la chiesa di S. Stefano e nei pressi immediati venne costruita dal comm. Achille Bertelli, nel 1896, la villa «Anita», su progetto di Armando Pagnoni. Si ritiene che la rocca sia stata eretta nel sec. IX a difesa dalle invasioni barbariche. La Rocca costituì con quelle di Anfo, Sabbio, Vobarno e Bernacco un vero sistema difensivo della valle. Era inoltre collegata con quella di Mura Savallo e con quella di Dessinico verso Barghe misteriosa fortificazione stretta tra il fiume Chiese e il monte non ricordata da alcun documento ma della quale rimangono evidenti vestigia. Il Vaglia ha messo in rilievo come queste rocche abbiano costituito elementi importanti di organizzazione territoriale del contado affidato alla custodia dei milites, dipendenti da autorità monastiche o vescovili, la cui funzione difensiva contribuì al ripopolamento della montagna dopo il sec. IX, nel periodo in cui lo sfasciarsi della idealità etico-giuridica dell'impero e lo scontrarsi dell'idea romana, germanica e cristiana, determinarono un profondo disorientamento nelle coscienze, dettero all'individuo un senso drammaticamente profondo della propria debolezza. Da tale disagio erasi venuto affermando il principio associativo derivato dalla necessità per l'individuo di difendere i propri interessi economici e tutelare la propria indipendenza politica inserendosi nella vita dei castelli. Il Vaglia aggiunge poi come a loro volta le frazioni di Nozza, Porte, Uscere, Sardello e Tesolo abbiano finito col diventare a loro volta i capisaldi di una cinta difensiva sulla destra del fiume Chiese. Già nel 1002, secondo una documentazione molto sicura, le Bonefemine di Fusio avrebbero legato alla comunità di Nozza un bosco con l'obbligo di una messa. Il Comune fu sotto l'autorità vescovile dalla quale, come opina Paolo Guerrini, la Rocca venne infeudata fin dal sec. XII agli Avogadro. Da loro o forse dagli Alberghini sarebbe discesa la famiglia del famoso Galvano Giori della Nozza, valoroso combattente al tempo dei Visconti e del Malatesta. La Rocca passò poi ai Martinengo delle Palle. Nel sec. XII e più precisamente nel 1196 il castello avrebbe secondo il Biemmi ospitato i consoli e sessanta nobili bresciani, fatti prigionieri dai montanari bresciani guidati da Longino di Bovegno e da Oberto di Savallo. A parte le notizie riferite, ci conferma l'antichità del paese la presenza di Alberticolo di Nozza che nel 1299 era stimatore del Comune di Brescia. Notizie più sicure vengono fornite a partire dal sec. XIV secondo le quali Mastino della Scala nel giugno 1330, nella sua marcia di conquista in terra bresciana, occupò «universas terras Vallis Sabbj» e giunse sotto le mura della «aree de la Nozza» e qui dovrebbe essersi fermato per la resistenza opposta, per poi ritirarsi davanti all'atteggiamento minaccioso dei bresciani appoggiati da re Giovanni di Boemia. Nel 1362, divenuta dominio dei Visconti, mal tollerando il giogo ghibellino, assecondò la rivolta guelfa contro Bernabò, signore ambizioso e crudele. Questi, non appena conobbe la ribellione, si precipitò a Brescia e, con mosse fulminee, assalì e distrusse le fortezze guelfe. "Li captivi, ricorda il Gorio, fino a Brescia fece condurre a coda di cavallo, e così per il Bressano ogni proditore, che puotte avere ne le mani, fece suspendere per la gola alla torre del Popolo". Non sazio di sì inumana vendetta, volle ancora che la fortezza fosse diroccata.


Nel 1385 sotto Gian Galeazzo Visconti, Nozza entrò a far parte della quadra della Valsabbia. In essa Nozza era in ordine dell'estimo agli ultimi posti con Preseglie, Anfo e Barghe. Con l'andare del tempo la privilegiata collocazione geografica e la Rocca, fecero di Nozza una specie di piccola capitale per la presenza del mercato e del Consiglio della Valle Sabbia. Il Guerrini ha scritto: «Ai piedi della Rocca di Nozza sulla sponda destra del gorgogliante Clisi si stendeva il luogo di convegno settimanale di tutta la Valle Sabbia, il mercato, e quivi pure in occasione del mercato si tenevano le assemblee di quel Consiglio generale della Valle che si deve considerare come un piccolo parlamento locale, costituito dai rappresentanti di tutti i numerosi comuni e comunelli e vicinie della Pertica, del Savallese, dell'altopiano di Preseglie e Bione, fino alle coste di S. Eusebio e al piano di Carpeneda presso Vobarno. In queste assemblee, o diete primitive, si trattavano tutti gli interessi generali della Valle, si discutevano o si modificavano gli statuti, si amministrava la giustizia e si eleggevano gli annuali rettori o amministratori che in Nozza, nella modesta casa della Valle, dovevano poi sbrigare, insieme con gli impiegati subalterni, gli affari ordinari... Al palazzo comunale di Nozza vi erano, oltre il tribunale ordinario delle cause civili, le due piccole Corti d'Appello e di Cassazione in miniatura per la spedita amministrazione della giustizia a tutti i valligiani». La valle, come ha scritto il Vaglia, parteggiò segretamente con la facione Guelfa de lo Episcopato de Bressa, che si sollevò nel giugno del 1401 contro il duca Gian Galeazzo, succeduto allo zio Bernabò. A domarla fu mandato il capitano Giovanni da Castiglione. Questi, lasciando dietro di sè stragi ed incendi, si spinge fino a Nozza, ordina che la Rocca sia ricostruita e, iniziati i lavori, si ritira lasciandovi Simone dell'Orsina, connestabile dei balestrieri, con un forte presidio. Giovanni Ronzone di Valletrompia, che era stato sconfitto dai ghibellini a Serie, riordinato il suo esercito di duemila banditi (secondo una notizia degli annali milanesi), ritorna all'attacco, snida da Nozza il Simone e vi si apposta continuando alacremente i lavori intrapresi. Il Castiglione, subito avvertito, raccoglie cinque mila ghibellini e con Giovanni Palazzo, Pietro Gambara, Fermo Secchi e brigate di proscritti bresciani, milanesi, bergamaschi e cremonesi, corre il 12 settembre «ad investire quel propugnacolo, come al conquisto d'una città». Il Ronzone, pur fra tanti nemici, resiste accanitamente così che il Castiglione decide di ferirlo lontano distruggendo prima Bione. Gli assediati, con audaci sortite, infliggono gravi perdite agli avversari e continuano la lotta fino al 5 ottobre 1403, giorno in cui, dopo due anni di epico assedio, sopraffatti dal numero, caddero tra le fiamme e le macerie della Rocca che avevano difeso fino all'ultimo respiro. Al Ronzone successe Galvano da Nozza, uomo di rozze maniere, ma di mente diritta e di cuore audace. Guelfo per la pelle, lottò disperatamente contro l'esercito del duca Filippo Maria Visconti, che aveva occupato la valle fino a Barghe. Dopo aver portato i suoi valligiani ad allearsi nel 1406 con Pandolfo Malatesta, ne ricevette ampi privilegi e riconoscimenti. Da Nozza, Galvano contrastò perciò il Carmagnola schierato con i Visconti che, spintosi da Vobarno su Sabbio e poi su Barghe, venne fermato per qualche tempo da Galvano da Nozza che riuscì a riconquistare nei primi mesi del 1420 Sabbio e Vobarno. Partito al contrattacco il Carmagnola, Galvano assieme a Giovanni e a Pietro Avogadro cadde prigioniero, mentre Nozza e la Valsabbia subirono gravi imposizioni da parte dei Visconti, creando forti reazioni. Schieratosi con Venezia, alla quale era passato anche il Carmagnola, il 17 marzo 1426, con un gran numero di valsabbini e di valtrumplini, riprese Brescia consegnandola poi all'esercito veneto. In seguito Galvano, dopo la riconquista di Salò e di Vobarno, riprese la Rocca di Nozza e puntò poi su Anfo, con azioni ricompensate largamente dalla Repubblica con decreto del 13 gennaio 1427. Nozza venne nel 1438 occupata da truppe viscontee di Nicolò Piccinino che, preso Gavardo, posero il quartiere a Nozza. Il Da Lezze scrive addirittura che fu il Piccinino con il Duca di Mantova a innalzare un castello che ai suoi tempi si vedeva. Contrastate da Paride Lodrone e da Tebaldo Graziotti di Vestone, le truppe viscontee vennero poi forse sloggiate da Galvano e dal Graziotti. Finita la guerra e ormai morto (nel 1439 o 1440) Galvano, Venezia, con ducale del 9 ottobre 1440, favorì i figli (secondo qualcuno nipoti) di Galvano: Aldreghino e Giovanni, Bonebello. Essi ebbero da Venezia in feudo «nobile e gentile» e quindi con prerogative «iurisdizionali» le terre del Savallese, Bione, Agnosine, Odolo e già parte del vasto feudo di Alberghino da Fusio, Preseglie «con tutti i diritti, pertinenze e redditi, goduti prima dalla Camera fiscale dello Stato». Con ducale del 20 ottobre 1441, in riconoscimento della fedeltà a Venezia e degli aiuti ad essa prestati, il doge Francesco Foscari concedeva l'esenzione per dieci anni di un terzo delle tasse e l'assoluzione da certi debiti verso la Camera fiscale. I privilegi furono confermati dal Senato veneto il 31 marzo 1452, con ulteriori esenzioni riguardo alle contribuzioni per alloggiamenti militari e per la manutenzione della strada regale per il Tirolo, mentre non venne accordata al Comune di Nozza l'esazione della tassa sul trasporto e la vendita al dettaglio dei panni grossi. Nel frattempo, il 31 gennaio 1447, il vescovo di Brescia aveva concesso a Bonebello q. Galvano (che probabilmente altri non è che Aldrighino) e ai suoi discendenti diritti feudali su beni in Gavardo. Lo stesso Bonebello nel 1459 otterrà la cittadinanza bresciana. Dopo il ristabilimento del dominio di Venezia vennero delineati i confini fra i comuni, fra i quali quelli del 1479 tra Nozza e Barghe. La fedeltà a Venezia costò, nel 1509, a Nozza e alla Vasabbia, per disposizione di re Luigi XII di Francia, la perdita di tutti i privilegi che vennero poi reintegrati da Venezia nel 1516. Nell'aprile di tale anno il presidio veneto con a capo Giangiacomo Negroboni si oppose inutilmente, ma con tenacia, agli imperiali discesi lungo le valli del Caffaro e del Chiese. Nel frattempo, nel giro di pochi decenni, si era andato esaurendo il feudo dei da Nozza. Come ha documentato recentemente Leonardo Leo, morti tra il 1442 e il 1443 Aldreghino e Giovanni senza lasciare eredi maschi, e non potendo aver figli nemmeno Bonebello che aveva sposato Elena q. Leonardo Martinengo delle Palle, per evitare la certa avocazione del feudo a Venezia lo stesso Martinengo, nel 1478, acquistava la Rocca di Nozza «con tutti li fortini contigui... e masime quel sito di pianura nella quale si trovava dentro la chiesa di S. Stefano». Il conte Martinengo nel 1483 chiedeva ufficialmente di essere investito del feudo stesso, trovando l'appoggio del luogotenente dell'esercito veneto. Le ragioni, come ha sottolineato il Leo, sono evidenti, dato che il nuovo feudo era situato in un importante nodo strategico sulla via di comunicazione con il territorio trentino e l'Impero. La morte avvenuta poco dopo del conte Martinengo fece fallire tale scopo e l'acquisto della Rocca diventò più un peso per i Martinengo. Servì forse come punto d'appoggio a Battista I che, al tempo del passaggio dei Lanzichenecchi (1526), comandava i presidi della Valsabbia. Sta di fatto che nella sua denuncia dell'estimo del 1568 il nipote abbiatico di Battista Martinengo, Battista II (n. 1552) scriveva che a Nozza in Val Sabbia possedeva la Rocca Martinengo detti poi dalle Palle e Battista II q. Pietro, nel fare la sua denuncia, scrive che dalla Rocca «no se cava cosa alcuna ma è de spesa». Come ha scritto Lechi a Nozza i Martinengo vi abitarono saltuariamente perché il sito non era più adatto alla vita delle nuove generazioni; soltanto Giovanni, figlio di Battista II, nato nel 1585, durante la peste del 1630, vi formulò il voto, secondo mons. Fè, di farsi cappuccino. Comunque nel Settecento la Rocca era in quasi completo abbandono. Solo poche stanze rimanevano abitate dagli eremiti custodi della chiesa di Stefano. Alla battaglia di Lepanto (1571) fu presente Giovanni Battista Giori di Nozza.


Già fin dal completo ristabilimento del Dominio Veneto aveva preso vigore nuovo e definitivo l'antichissimo mercato cui dette impulso la Quadra di Valsabbia che, per l'ubicazione geografica oltre che l'importanza storica scelse Nozza come sua sede preferita, come rileva Ugo Vaglia, della nuova organizzazione, quindi il centro di comuni interessi economici, pur essendo un borgo piccolo e privo di iniziative industriali. Col mercato di Nozza erano in diretta comunicazione i mercati di Bovegno, Gardone V.T. e Tavernole nella Valle del Mella; di Storo e di Pieve di Bono nelle Giudicarie; di Salò nella Riviera. Così a Nozza venivano poste, per contratti privati, le somministrazioni del ferro della Valle Trompia per Venezia e per le Giudicarie favorite, nel sec. XVIII, con la istituzione della Camera di Deposito dei capitoli delle valli, versati prima sulle Camere di Brescia. A Nozza, infatti, come si legge nelle «Terminazioni» del podestà Antonio Marin Priuli del 1770, venne posta una delle due Camere della Valsabbia, essendo stata «reputata per universal sentimento e riconosciuta più comoda di quella di Vestone, ch'era stata da prima indicata». Con deliberazione del 25 aprile 1595 veniva costruita in Nozza la casa per le riunioni del Consiglio generale della Valsabbia detta la «Casa della valle». La casa si trovava in contrada dell'Osteria, confinante a mattina e a mezzogiorno con la strada regia, ed a monte il comune di Nozza. Misurava 18 m di lunghezza e 14 di larghezza e venne terminata nel 1606. La casa ospitò oltre il Consiglio di valle anche il Collegio dei notai che, nel 1597 si erano dati nuovi statuti. Raggiunti tempi di pace non mancarono fin dal sec. XVI liti con i comuni finitimi e specialmente con Bagolino per i confini e con Barghe. Nel 1705 la popolazione dimostrò la sua fierezza insorgendo contro la cavalleria del principe Eugenio di Savoia per impedirle di accamparsi nel territorio. Per rassicurare gli abitanti che le truppe non vi si sarebbero stanziate fu consegnato in ostaggio agli abitanti un ufficiale. Il paese e il territorio, specie nei campi e nelle vigne, vennero tuttavia gravemente danneggiati. Nel 1733 e nel 1735 la Rocca dovette costituire uno dei presidi, durante la guerra di successione polacca, delle truppe francesi e austriache e poi ancora francesi che occuparono la Rocca sulla fine del luglio e nell'agosto 1796. Il 15 agosto passava da Nozza diretto ad Anfo il gen. Bonaparte. A Nozza il 27 marzo 1797 nei prati dei Zentilini, appena fuori Nozza, si riunivano gli esponenti della controrivoluzione che affidarono a don Filippi e al Materzanini, la guida dei valsabbini contro il governo provvisorio giacobino. A capo degli insorti di Nozza venne chiamato Giovanni Battista Boni detto Orso, noto per la sua astuzia e il coraggio. Dopo aver partecipato all'impresa di Salò, su Nozza e altri centri valsabbini si abbattè la vendetta francese. Il 5 maggio 1797 conversero su Nozza due colonne del generale francese Chevalier, una per la strada regia, guidata dallo stesso generale rincalzato da truppe guidate dal gen. Lechi, l'altra attraverso i monti, con a capo il cap. Perron. Avendo un sergente, partito in avanscoperta, catturato un montanaro venne da lui ucciso a pugnalate. Il gen. Chevalier ordinò per ritorsione il saccheggio e l'incendio del paese. Un gruppo di contadini arroccatosi sul ponte tentò di fermare i francesi sparando su di loro e causando alcune perdite. Sopraffatti dalle truppe francesi e giacobine, il territorio venne devastato mentre sedici case, compresa la Casa della valle e l'archivio, vennero bruciate. Giovanni Battista Boni venne il 7 agosto 1797 incluso nell'elenco dei banditi.


Pochi segnali di progresso contrassegnarono l '800. Un Pasini di Odolo nel 1808 propugnava la sistemazione della strada Nozza-Lodrino per raccordare la Valsabbia alla Valtrompia. La Rocca fu diroccata e in gran parte distrutta. Il terreno e i ruderi compresa la chiesa di S. Stefano vennero il 17 agosto 1811 venduti dai fratelli Venceslao e Federico Martinengo a Francesco e Giovanni Battista Leali di Nozza e a don Antonio e fratelli Boni di Vestone che vi ricavò una fornace di calce viva, cedendola poi nel 1830 ai fratelli Giovanni Battista e Francesco Leali. Nel 1809 era stato riconosciuto al comune di Nozza, secondo un atto firmato il 25 aprile 1595, un risarcimento da parte del Consiglio di valle di 200 scudi d'oro e del pagamento della legna, non servendo più la casa ai suoi scopi. Nozza vide poi nel 1814 scontri tra francesi e austriaci. Con il sopravvento del dominio austriaco (1814) Nozza entrò a far parte del XVII distretto di Vestone. Nel 1811 l'ing. Corbolani avanzava il progetto di una strada Nozza-Tavernole, non realizzato. Nel 1822 venne costruito su una nuova sede il tronco stradale Barghe-Nozza e venne tentato l'avvio, subito abortito, della costruzione della strada Nozza-Brozzo. Alcuni avvenimenti toccarono Nozza durante il Risorgimento. Nel 1859 il paese ospitò nel luglio truppe garibaldine e dal 1° agosto al 28 settembre il 3° battaglione del 1° Reggimento Cacciatori delle Alpi al comando del maggiore Vincenzo Lonati costando al comune Lire 3.927,66. Dopo l'armistizio venne costituita la Guardia Nazionale che il 29 gennaio 1860 presenziava alla consegna all'Italia della Rocca d'Anfo. Nell'Italia unita Nozza fece parte del mandamento di Vestone. Nel 1866 si arruolarono fra i garibaldini un Francesco Fontana, Giuseppe Begliutti e un Giori. Decisi progressi Nozza registrava negli anni che seguirono l'unità d'Italia. Nel 1865 la strada Brozzo-Nozza (21 km) veniva dichiarata provinciale, mentre nel 1875 il Genio civile interveniva a migliorare il tratto Nozza-Vestone, tagliando fuori l'erta impervia dell'antichissimo ponte del Riperone. Ancor più determinante fu l'apporto alla viabilità apportato dal tram. Il 3 giugno 1883 nasceva una Società Operaia di M.S. di Vestone e Nozza, il 10 luglio seguente si formava con 30 aderenti una Società Operaia di Nozza, sotto la presidenza prima di Giuseppe Soardi poi di Battista Toccabelli. A differenza di Vestone che fu a lungo centro zanardelliano, Nozza divenne verso la fine dell'800 uno dei più vitali centri del movimento cattolico valsabbino. Il 4 febbraio 1857 veniva costituita la Piccola Banca Valsabbina di S. Pietro che poi nel 1933 verrà ceduta dalla Banca S. Paolo di Brescia. Nel settembre 1901 lo studente Ernesto Leali promuoveva riunioni che vedevano presenti rappresentanti delle sezioni giovani di sette paesi. Non mancarono sulla fine dell' '800 e nel primo decennio del '900 segni di rinnovamento edilizio, di cui furono più evidenti segni la costruzione sull'area della Rocca, nel 1894-1896, della villa Anita del comm. Achille Bertelli, che poi nel 1930 la famiglia Bertelli donò al Comune, dell'edificio scolastico sistemato dall'impresario Primo Bagozzi e in contrada Piazza del Ponte (oggi G. Garibaldi) adattato dal geom. Marsilio Vaglia, inaugurato il 5 settembre 1908 e che ospitò anche l'asilo dedicato alla Regina Margherita, che assorbì una sala di custodia esistente da anni e che venne inaugurato il 6 settembre 1908. Nell'agosto 1908 si costituiva la Società Unione Sportiva Valsabbina presieduta dal maestro G.B. Toccabelli, vice presidente il geom. Marsilio Vaglia, segretario Carlo Leali. Il 5 luglio 1909 sotto la guida del dott. Antonio Bianchi, direttore della Cattedra Ambulante di Agricoltura di Brescia, parroci valsabbini, notabili e operatori economici costituirono il Consorzi Agrario Cooperativo di Valle Sabbia con sede in Nozza, poi chiuso dal fascismo nel 1926 dopo una provvidenziale attività nel periodo bellico a sostegno dell'economia in Valle e nelle Giudicarie. Più laico ma attivo fu per qualche anno il Circolo degli amici. Il 24 novembre 1910 per iniziativa del geom. Marsiglio Vaglia, che ne fu primo presidente, di don Francesco Capitanio e del rag. Bortolo Brunori, di don Nicostrato Mazzardi, di don Girolamo Pavanelli, Alessandro Festa e altri, si costituiva in Nozza l'Unione Cattolica di Valsabbia con lo scopo di mantenere e difendere nel popolo lo spirito cattolico. Al contempo Nozza divenne uno dei più importanti centri di assistenza sociale. Nel 1910 veniva infatti lanciata da Angelo Passerini e da alcuni notabili della zona, fra i quali il cav. Bernardo Prandini di Nozza, l'avv. Giuseppe Bonetti e l'avv. Pietro Riccobelli di Vestone, il cav. Giovanni Zeni di Casto, sindaci e amministratori locali, l'idea della fondazione di un ricovero del mandamento di Vestone, che poi venne allargato a tutta la Valsabbia. Costituito un comitato venne scelta un'area a nord di Nozza in posizione dominante, donata dal cav. Prandini. Il 16 giugno 1913 ne veniva predisposto lo statuto e su progetto dell'ing. Giovanni Tagliaferri nel 1913-1914 venivano costruiti il corpo centrale e l'ala a mattina. Vi vennero chiamate il 7 novembre 1915 le Ancelle della Carità. Nel frattempo la guerra interruppe ogni prosecuzione e lo stabile venne occupato fino al 1918 da truppe dell'esercito. Già il 31 gennaio 1916 il Consiglio Provinciale, su proposta del consigliere Giorgio Montini, approvava la costituzione dell'«O.P. Casa di ricovero Valsabbina» in ente morale e lo statuto. Finita la guerra e liberato l'edificio, questo venne completato con l'ala a sera e la cappelletta; il 1° gennaio 1923 accoglieva i primi ospiti, precedendo l'inaugurazione che ebbe luogo il 17 maggio 1925. L'intervento finanziario del sen. Passerini e la sua determinante opera nella realizzazione fecero sì che anche la Casa venne a lui intitolata. Ma alla realizzazione dell'Istituzione diedero contributi generosi anche altri fra i quali i promotori dell'opera. Dal maggio 1915 anche Nozza ospitò truppe del 7° Reggimento bersaglieri che presero stanza nell'edificio del Ricovero Passerini, nell'oratorio, nelle scuole e poi nella chiesa di S. Stefano, rincalzate da quelle del 61° Reggi mento fanteria, mentre capannoni di deposito venivano eretti in contrada Porte. Il primo a sfilare verso il fronte il 23 maggio fu il 45° battaglione comandato dal noto sindacalista e maggiore Filippo Corridoni. Il 13 giugno 1915, mentre la colonia cremonese di Vestone veniva adibita ad ospedaletto militare, la chiesa di S. Stefano di Nozza fu trasformata in lazzaretto. Il paese ospitò anche profughi dalle Giudicarie e nel cortile del municipio venne fucilato, con l'imputazione di spionaggio, il negoziante di Condino Faustino Giacometti. Nella villa Bertelli trovò sede il comando del XIV corpo d'armata col gen. Sangramoso, mentre dopo Caporetto il paese ospitò un battaglione francese. Soste compirono parecchi prigionieri. Una palazzina sul Dosso di S. Lucia ospitò una sezione militare di addetti ai colombi viaggiatori.


Anche nel dopoguerra Nozza rimase un centro attivo del movimento cattolico. Nel 1919 vi venne aperta una scuola cattolica di propaganda. In una riunione tenutasi a Nozza il 10 aprile 1919 sotto la presidenza di Giuseppe Manziana vennero lanciate le basi dell'organizzazione del Partito Popolare Italiano in Valsabbia del quale fu esponente il geom. Marsiglio Vaglia. A Nozza si tenne poi il 20 maggio la prima grande manifestazione del partito. Segni di ripresa furono la costituzione nel luglio 1921 di una Cooperativa di consumo presieduta da Bortolo Corti. Si impose anche subito il problema di una più adeguata viabilità, per cui nell'ottobre 1921 venne posto sul tappeto dal cav. Angelo Piccini il problema di una strada collegante Nozza con Belprato, Livemmo, Navono. I lavori iniziati il 1° ottobre 1932 vennero completati però nel giro di una ventina d'anni e la strada venne inaugurata il 5 ottobre 1953. Il 3 ottobre 1922 si faceva largo il fascismo sotto la guida di Eugenio Valloggia. Non mancarono scontri fra fascisti e comunisti, fra i quali uno particolarmente vivace accaduto il 29 marzo 1925 nel quale ebbero la peggio i fascisti Tommaso e Armando Bertelli. Nell'aprile 1923 veniva inaugurato il Parco della Rimembranza. Nel 1928 il comune perdeva la sua centenaria autonomia e veniva integrato in quello di Vestone. Nonostante la perduta autonomia amministrativa, Nozza conservò esclusive attività distinte da quelle di Vestone. Nel 1931 istituiva un suo Gruppo alpini. Il 1° ottobre 1933 a Nozza veniva dato il primo colpo di piccone, per impulso del cav. Angelo Piccini, alla strada Nozza-Tavernole inaugurata soltanto nel giugno 1953. Nonostante la guerra, nel 1943, veniva finalmente realizzata la strada Nozza-Belprato. Momenti difficili visse Nozza durante la Resistenza e specialmente il 27 e 29 aprile 1945. Il mattino del 27, alle ore 8,30, il presidio tedesco, prima di ritirarsi, faceva saltare il ponte di pietra sul torrente Nozza con danni alle case e alla chiesa parrocchiale. Nel pomeriggio alle ore 16, il parroco don Leali riusciva ad ottenere la resa di una colonna della Wermacht composta di 40 automezzi, evitando uno scontro con le forze partigiane. Una uguale resa don Primo Leali otteneva il 29 aprile da una colonna di SS composta di 600 uomini e di 100 macchine. Passata la guerra veniva ricostruito a cura dell'Amministrazione provinciale il ponte sul torrente Nozza, venne inoltre costruito un nuovo edificio scolastico, completati l'acquedotto e le fognature, sistemate ed illuminate le strade interne. Nel 1964 su progetto del geom. Italo Vaglia venne costruita la sede del B.I.M. poi della Comunità montana, entrata in funzione agli inizi del 1966. In essa trovarono sede, oltre il Consiglio di Valle, la Comunità montana, l'Unità Socio-Sanitaria USSL 39, il Consiglio di Valle Sabbia per la gestione dei fondi B.I.M., il Centro di Assistenza tecnico-agraria di Valle Sabbia, l'Ufficio di Zona della Regione Lombardia e il Consorzio per la manutenzione delle strade intercomunali. Nel 1967 venne asfaltata la strada Nozza-Belprato; nel 1968 inaugurato il monumento ai Caduti, opera dello scultore locale Cirillo Bagozzi. Nel secondo dopoguerra anche Nozza registrò un intenso sviluppo edilizio che finì con il colmare di abitazioni lo spazio fra Nozza e Vestone, occupando i prati attorno alla Rocca, via Matteotti, via Valle. Nel 1960-1962 veniva sistemata la strada Nozza-Lodrino-Brozzo. In Nozza ebbe sede dal 1967 la Comunità montana, Consorzio dei comuni bresciani del Bacino del Chiese istituita nel 1953. Per ospitarla venne costruita una «Casa della Valle». Nel 1987 gli alpini del luogo si adoperavano a consolidare i ruderi della Rocca. Con delibera del 1987, l'Assessorato alla Sanità della Regione Lombardia ha indicato la località di Nozza per la costruzione e il funzionamento di un Day Hospital, che dovrà offrire ai cittadini servizi e prestazioni a livello ospedaliero. La costruzione è ancora in fase di esecuzione. La creazione di un servizio di questo tipo fu da tempo auspicata e promossa dal comune di Vestone fin dal 1968 allo scopo di dare i primi soccorsi agli infortunati per incidenti stradali e dare adeguata assistenza agli ammalati senza obbligarli a ricoveri molto distanti e pertanto disagevoli anche per le famiglie interessate. Nel 1990 presso la Cacciatori di Nozza, sotto la presidenza di Antonio Chiari, la «Società Sportiva Pesca» si propone il ripopolamento ittico del fiume Chiese da effettuarsi in settembre, la salvaguardia dell'ambiente, l'organizzazione di gare sociali e di diffusione dello sport della pesca.


ECCLESIASTICAMENTE Nozza appartenne alla pieve di Savallo (altri, come Paolo Guerrini e Luigi Fossati hanno pensato a quella di Idro) almeno nella parte superiore del territorio. Ma in «Memorie» della pieve di Provaglio Sotto si afferma che il vice cancelliere della curia vescovile aveva assicurato l'autore delle stesse dell'esistenza di un documento comprovante la dipendenza della chiesa di S. Stefano di Nozza dalla chiesa di S. Quirico e Giuditta che sorgeva nei pressi di Barghe, nei pressi del cimitero S. Stefano «crescendo con l'andar del tempo il numero dei neofiti e non potendo l'augusto tempio coprire la quantità di fedeli» sarebbe stato edificato come succursale, passando poi appunto nell'ambito della pieve di Provaglio. Inutile sottolineare che tali ipotesi sono state rifiutate. Era già parrocchia nel sec. XIV e il 1349 la prebenda parrocchiale doveva versare contributi durante la vacanza. Nel 1532 S. Stefano de Nogia aveva un beneficio valutato 15 ducati contro i 24 ducati di Vestone e i 120 della pieve di Savallo. Nel 1567, per merito del parroco don Bartolomeo Cadenelli, entrava nel numero delle parrocchie valsabbine che si impegnavano a mettere in pratica gli orientamenti e gli ordini del Concilio di Trento. Infatti, aderendo anche alle esortazioni del vescovo Bollani, espresse nella sua visita pastorale del 1567, venivano costituite le Confraternite del SS. Sacramento e del S. Rosario, «incrementati i luoghi pii ed eretto il Monte di pietà». Un vero rilancio religioso si ebbe con il lungo parrocchiato di don Martino Lombardi (1872-1916) che potenziò e fondò l'oratorio femminile, le Confraternite del SS. Sacramento e delle Madri cristiane, mentre il curato don Nicostrato Mazzardi (diventò poi parroco dal 1916 al 1917) fondava l'oratorio maschile, la Schola cantorum (1905), promosse la Buona stampa, costruì nel 1910 il Teatro parrocchiale nel quale per molti anni furono rappresentate commedie anche da Compagnie non valsabbine, furono eseguiti saggi, rappresentazioni cinematografiche fin dal 1916, e riunioni di cultura tenute da valenti oratori e insegnanti, fra i quali merita un ricordo mons. Angelo Zammarchi. Merito precipuo di don Mazzardi e del geom. Marsilio Vaglia oltre che di don Francesco Capitanio parroco di Anfo, di don Girolamo Pavanelli e di altri fu la costituzione nel 1910 dell'Unione Cattolica di Valsabbia con sede a Nozza, della quale il Vaglia fu presidente e don Mazzardi segretario. Altro merito di don Mazzardi e dell'Unione Cattolica della Valsabbia fu, ampliando una modesta biblioteca parrocchiale fondata da don Nicola Manciana e dal rag. Ernesto Leali, la costituzione, in una sede offerta dal Comune, della Biblioteca centrale valsabbina che pur priva di contributi e sovvenzioni servì tutta la Valle. Era suddivisa in due sezioni: l'una riservata ai lettori con possibilità di nuovi acquisti di argomento scientifico e tecnico; l'altra riservata ai fanciulli delle scuole elementari ed ai giovanetti. Particolarmente fruttuoso fu poi il parrocchiato di don Primo Leali che realizzò nuove opere, quali la sistemazione dell'oratorio, la costruzione del campo sportivo, i restauri del Santuario di Piazze.


S. STEFANO della ROCCA, «in Arce» o «Vegia». L'intitolazione a S. Stefano potrebbe far pensare ad una primitiva diaconia della pieve di Idro, alla quale, sviluppandosi la borgata, venne affiancata più in basso appena sopra il centro abitato una chiesetta battesimale che poi diventerà parrocchia. E già citata nel 1349 e poi nel 1410 come S. Stefano de Noxa. Come ha rilevato il Glisenti la bassa struttura, la cornice esterna in terra cotta e la forma della porta di stile archiacuto, la indicano come «medievale» o più precisamente si potrebbe aggiungere «romanico gotica». Della stessa epoca dovrebbe essere il campanile che ha pure un'elegante cornice in cotto. L'interno conserva ancora, nonostante i rifacimenti in epoca barocca, elementi romanico-gotici nell'arco mediano a sesto acuto, nel tetto a vista (poi ridipinto), nelle finestre laterali e nella pila dell'acqua santa. La chiesa funzionò probabilmente come parrocchiale, come sembra indicare il piccolo cimitero che la affianca sul lato nord. Abbandonata per maggior comodità della chiesa di S. Giovanni Battista, venne officiata per devozione. Nel 1532 era già denominata «S. Stefano vegia». Nel 1646 gli Atti della visita pastorale la dicono «de Martinenghis» proprietario ormai anche della Rocca. Ha un unico altare e vi si celebra solo per devozione. La devozione della quale fu circondata è stata espressa in affreschi votivi, fra i quali uno porta la data «MCCCCLXXV die primo octobris»; un altro, una bella Crocifissione con l'iscrizione «Hoc opus fecerunt f(acere) Franciscus Tadei Nicolas Petrus de la Noza 1492 junii», un terzo «1493 giugno: Hoc o(pus) f(ecit) f(acere) Franciscus Tadei». Dato che il Panazza ritiene «forse ormai cinquecentesco» il santuario, si potrebbe pensare che le date potrebbero indicare il suo rifacimento. Nel 1580 aveva tre altari. Un decreto vescovile del 1582 invita il rettore di Nozza ad adibire la chiesa solo a scopi di culto e di chiudere il cimitero. Presso la chiesetta pochi anni prima si era rifugiato, come si è ricordato, a vita di penitenza il conte Giovanni Martinengo delle Palle, poi fattosi cappuccino. Nel sec. XVII la chiesa viene sempre più abbandonata. Continuano a permanere nella Rocca gli eremiti-custodi. Venduta con la Rocca dai Martinengo a Carlo Leali e don Antonio Boni, nel 1827 la chiesa viene ceduta alla parrocchia ed officiata qualche volta. Occupata nel 1866 da truppe garibaldine, nel 1915 dalle truppe dell'esercito italiano che la trasformarono in un piccolo lazzaretto e che la sconciarono con scritte blasfeme e pornografiche. La chiesa venne restaurata nel 1931 su disegni e sotto la direzione di Vittorio Trainini, che nello sfondo dell'abside dipinse la figura imponente di Cristo Re al quale la rinnovata chiesetta venne dedicata.


S. STEFANO. La chiesa parrocchiale sorse appena al margine delle poche case del paese in posizione alquanto elevata sopra una rupe, fu dedicata a S. Giovanni Battista per l'esistenza di un battistero, istituito per la lontananza dalla pieve. Con l'espandersi del paese in specie dopo il 1516 che aprì secoli di pace, la chiesetta di S. Giovanni Battista venne ricostruita come sembra indicare la data 1542 su una pietra, ora incastonata nelle scuole di religione, ancor più il 1556 che si legge in una pietra dietro l'altare maggiore. Il vescovo Bollani, nella sua visita pastorale, la trovava in costruzione ed esortava a finirla e a fabbricare la canonica. La chiesa doveva avere linee ancora romaniche, poi in seguito modificate. Accanto, come indica la data 1579, che si legge sulle tre piccole arcatelle, venne costruito il cimitero, restaurato nel 1748. La chiesa veniva dichiarata «bella» dagli Atti della visita di S. Carlo Borromeo, con tre altari. Non era ancora finita. «Fabricatur» dicono gli Atti. In effetti venne consacrata il 22 ottobre 1600 dal vescovo Marin Giorgi. La chiesa venne ristrutturata subito dopo la metà del sec. XVIII con l'ampliamento e la costruzione del nuovo presbiterio. Sul lavello della sagrestia si legge la data 1684. Documenti del 1754 accennano al presbiterio come già realizzato. Di quel periodo sono il grande affresco della Natività di G.C. sopra la porta maggiore, e quello di Gesù che scaccia i profanatori dal tempio della volta. Affreschi della volta (Natività, Ascensione, Martirio di S. Stefano) e medaglie sono stati da P. Guerrini attribuiti a Pietro Scalvini e restaurati poi da Giuseppe Trainini. Gli stucchi furono eseguiti dai Peduzzi di Brescia. Di Palma il Giovane è la pala dell'altare maggiore raffigurante la Madonna col Bambino con i SS. Stefano, G. Battista e Sebastiano. La pala è raccolta in una ricca soasa attribuita ai Boscaí di Levrange. Di Francesco Pialorsi era il tabernacolo come risulta da commissione fattagli il 17 maggio 1725, ma perduto nell'Ottocento quando gli altari vennero rifatti in stile neoclassico. Interessanti anche le pale e gli altari del SS. Sacramento e della Madonna del Rosario. Su questo stava una pala ora in presbiterio datata 1692 nella quale ai piedi della Vergine è riprodotto uno scorcio di Nozza con la Rocca e le due chiese. La pala è stata sostituita da una statua della Madonna con Bambino, benedetta dal vescovo ausiliare mons. Gaggia il 22 maggio 1910. L'organo venne posto nel 1758, rifatto nel 1830 e collocato in cantoria al centro della navata. In occasione di lavori compiuti alla chiesa venne piantata, come era costumanza in alcuni paesi della Valsabbia, una romiglia schiantata poi da un uragano nel luglio 1973. La chiesa, oltre ad altri interventi precedenti, venne restaurata nel suo complesso nell'estate del 1964 per lo zelo del parroco don Primo Leali. Isolato il complesso edilizio dall'umidità, la chiesa venne ritinteggiata all'esterno e all'interno e vennero risistemate la scalinata e la balconata d'accesso. Per l'occasione vennero restaurati anche la pala del Palma dell'altare maggiore e quelle dell'Ultima Cena e della Madonna del Rosario. Nel novembre venne ricostruita anche la canonica assieme alle aule di catechismo.


SANTUARIO della Maternità di Maria V., a Piazze. Costruito nel 1895-1896 per iniziativa di don Angelo Prandini, per racchiudere e proteggere un'immagine della B.V. col Bambino che porge a S. Stefano la palma del martirio, fatta dipingere sulla facciata dai Fontana (detti Giacomazzi), di scuola foppesca e datata al 19 maggio 1511. Già meta delle Rogazioni e di particolare venerazione la prima domenica di luglio, venne racchiusa in una specie di armadio in legno. Costruito il santuario, su terreno donato dalla famiglia Tantera, il 9 settembre 1896 vi veniva concessa la celebrazione della messa. ottobre seguente venne benedetto e vi venne posta una iscrizione dettata dal filosofo clarense Francesco Bonatelli. Fatto meta di particolare devozione e di pellegrinaggi, venne restaurato nel secondo dopoguerra su di segno del geom. Italo Vaglia e per volontà del parroco don Leali, in ringraziamento per avere preservato Nozza dalla distruzione imminente nel giorno della liberazione dell'aprile 1945. S. Lucia. Santella eretta sul dosso omonimo. È dedicata a S. Antonio di Padova la cappella del Ricovero.


ECONOMIA. Il suolo fu ricco di viti, cereali, alberi da frutta e vide un particolare sviluppo dell'allevamento del bestiame. Soprattutto i boschi diedero legna per carbone e «da fogo». Il Da Lezze nel suo Catastico (1609) scrive: «gente povera non havendo essercitio alcuno se non quello dell'agricoltura, et hanno tanti beni proprii del Comune ne' Monti, da quali si trazono legne per carbone, et dal molino, che pagano d'avvantaggio ogni gravezza pubblica et dell'istesso proprio Comune. Ha una sola fusina sopra il fiume chiamato la Nozza, nasce sul fondo di Saval dell'istessa valle, et finisse nel Chies, come si è detto; lavorando quei pochi terreni che vi sono, essendo gente a sufficienza, nelle coste de' monti et piano. Dai monti si cavano legne da fogo et da carboni, che si consumano in detta fucina et altre et forni circonvicini». Fino al sec. XV furono attive nel territorio miniere di rame e di cadmio. Miniere di ferro vennero esplorate ancora nell'800. Già nel sec. XVI vi esisteva una fucina situata sul torrente Nozza che usufruiva di ferro proveniente da Bagolino e nel sec. XVIII anche da Pezzaze o in genere dalla Valtrompia, grazie a grossi commercianti quali Domenico Foresti di Brozzo. Tra le attività artigianali nel sec. XVIII si contò anche una bottega che fabbricava basti di mulo. Nel 1756 esistevano 3 mulini a ruota. Un maglio continuò a funzionare anche nei primi decenni del '900 azionato attraverso un canale derivato, su progetto del 1908 del geom. Marsilio Vaglia, dal torrente Nozza. Nel 1904 fabbricava tenaglie. A ravvivare l'antico mercato dall'ottobre 1900 venne organizzata una serie di esposizioni e fiere di bovini di razza bruno-alpina. Vi presiedette un Comitato composto da Achille Bertelli, presidente onorario, dal sindaco Pietro Leali, presidente effettivo e dal segretario comunale Bernardo Prandini, dall'avv. Giuseppe Bonetti e dal veterinario Ferruccio Martinelli; coordinatore Giovanni Zeni. Le esposizioni bovine continuarono negli anni 1904, 1906, 1910, ecc. con notevole successo. Nel 1906 l'Esposizione riguardò anche prodotti caseari. Particolare ruolo promozionale ebbe il Consorzio Agrario Locale costituito il 3 luglio 1909 per iniziativa di Antonio Bianchi con la cooperazione dei sacerdoti e di validi valligiani. Il suo statuto, pubblicato nel 1910, proponeva che scopo fondamentale era: - la compera e la vendita ai soci e agli agricoltori di concimi, semi, piante, attrezzi e macchine agricole per l'agricoltura, per il caseificio e la zootecnica, di vitelli a mezzo delle associazioni zoo tecniche della pianura; - la diffusione di istruzioni sull'uso delle materie e delle macchine; - la vendita collettiva dei prodotti, l'assicurazione del bestiame o la riassicurazione con la Federazione fra le società mutue locali, facilitare il credito, promuovere esposizioni di bestiame, preparare libri genealogici dei bovini, contribuire alla istituzione di stazioni di monta taurina, provvedere alla importazione dei prodotti agrari più necessari agli agricoltori. La società poteva esercitare la rappresentanza degli interessi agrari della Valle, colla durata di anni trenta. Ma fu costretta a cedere l'8 aprile 1926 sotto la pressione fascista. Ma il perno dell'economia locale fu il mercato già esistente ancora prima del 1300 e consistente, come ha rilevato il Vaglia, nel commercio di bestiame fra i monti e la pianura oltre a quello del ferro e delle pannine (filati) prodotte nel Savallese. Il mercato veniva sorvegliato da incaricati (o deputati) eletti dal Comune ed ebbe grandissimo sviluppo. Ebbe particolari privilegi da Pandolfo Malatesta e poi dalla Repubblica veneta. Il mercato di Nozza come quelli di Pregastine e Vestone andò poi offrendo anche badili, produzione quasi esclusiva della zona. Il mercato richiamò un commercio stanziale che, nel 1756, registrava un venditore di farina, due vendi tori di merci, due venditori di burro crudo. Il mercato venne compromesso nel primo dopoguerra da contrasti tra Nozza e Preseglie, superati da un accordo siglato nel febbraio 1923, fissando il mercato di Nozza il terzo lunedì del mese e in un altro giorno da precisare, che venne poi fissato di nuovo al primo lunedì del mese. Il mercato ha continuato a prosperare anche nel secondo dopoguerra, tanto che nel 1958 dovette essere ampliata l'area.


MONUMENTI. Del castello a pianta quadrangolare ancora oggi restano parte delle mura dell'edificio centrale e tracce delle mura di cinta, in sassi e pietre a struttura irregolare, che pure molto diroccate manifestano l'antica imponenza. Come ha rilevato Gaetano Panazza, «le fortunose vicende hanno fatto si che i ruderi rimasti siano quattrocenteschi; ma la forma poligonale con le murature a mattoni e a conci di pietra sugli spigoli, animati da torre semicircolare verso sud-est, con torrione poligonale e mastio quasi nel mezzo del lato orientale e torre quadrangolare a nord-est, forse riproducono le forme del castello più antico». Detti ruderi vennero in parte sistemati e protetti ad opera del gruppo alpini. I lavori vennero inaugurati il 6 settembre 1987. Nel paese rimangono ancora scorci di costruzioni medievali a torre. La tradizione vuole che l'antica casa Zentilini in contrada Porte abbia ospitato nel 1580 S. Carlo Borromeo. Interessante la villa «Anita» costruita su progetto di Armando Pagnoni nel 1896 dal com. Achille Bertelli poco distante dalla Rocca sul terreno da lui acquistato il 9 dicembre 1894 e che volle fosse decorata dalla ditta Tradico di Milano, dai pittori Bonali di Salò, Zuccari e Castelli. Venne inaugurata nel 1896, anno in cui venne posta la seguente epigrafe: «Tantum - restat - adhuc - tantum - ruit - ut - neque - pars - stans - aequari - possit - diruta - nec - refici». A ricordo venne pubblicato il volume «La Rocca di Nozza» dell'avv. Fabio Glisenti.


CITTADINI ILLUSTRI: Galvano e Aldreghino da Nozza (combattenti a difesa della libertà e dei privilegi valligiani) nel sec. XV; Lodovico da Nozza (sec. XVI); i Prandini (sec. XVIII) intagliatori e scultori del legno fra cui Antonio, il più noto; Cirillo Bagozzi (scultore); il geom. Marsilio Vaglia e lo storico Ugo Vaglia; Lorenzo da Nozza (sec. XVII) missionario in Rezia, collaboratore di p. Angelo Tavoldino. Verso la metà del sec. XVI Bonebello da Nozza si distinse a Brescia come orafo.


SINDACI e PODESTA'. Giacinto Frassa (1860-1862), Pietro Leali (1866-1868), Valentino Giori f.f. (1868), Giacinto Frassa (1869-1880), Pietro Leali (1882-1891), Stefano Soardi (1892-1899), Pietro Leali (1899-1902), Battista Soardi (1903-1907), Pietro Bendotti (1907-1914), Carlo Leali (1914-1916), Giuseppe Savoldi (1916-1919), Pietro Bendotti (1920-1926), Eugenio Valloggia (1926-1928).


PARROCI: Guglielmo Bugatti di Seniga (rin. nel 1533), Gabriele de Robis o Roba forse di Pralboino (15 gennaio 1534-?), Marcantonio Mazzoli (rimosso nel 1562, rinunciò il 15 dicembre 1564), Bartolomeo Catanelli o Cadenelli di Vobarno (30 dicembre 1564, m. nel dicembre 1565), Giovanni Crescimbeni di Trobiolo (1565, m. nel marzo 1569), Marco Turelli di Polpenazze (8 gennaio 1576, rin. il 3 aprile 1577), Francesco Vasoni di Salò (1577, m. nel febbraio 1582), Giacomo Giacomi o Jacobini o Jacobelli forse di Levrange (m. nell'agosto 1624), Giulio Gnecchi di Casto (1625-1631), Antonio Franzoni di Bagolino (5 marzo 1678, m. il 5 febbraio 1711), G.B. Castelli di Vesio (m. il 5 aprile 1744), An tonio Zentilini di Nozza (6 giugno 1744, m. il 3 maggio 1797), Antonio Zentilini (1799), Amabile Mabelleni di Anfo (28 gennaio 1800, rin. nel 1806), Marco Gazzaroli di Comero (6 agosto 1806, m. il 6 aprile 1843), Francesco Pialorsi di Vestone (17 luglio 1843, m. il 6 giugno 1844), Francesco Bertoletti di Mura S. (2 settembre 1844, m. il 15 dicembre 1871), Martino Lombardi (5 giugno 1872, m. 1916), Nicostrato Mazzardi (1916-1927, promosso a Verolanuova), Giuseppe Rizzini di Gardone V.T. (1927, promosso a Castegnato nel 1941), Alessio Primo Leali di Sabbio Ch. (1942-1971), Battista Caironi di S. Pancrazio (1971...).