LECHI, collezione

LECHI, collezione

Continuando una tradizione incominciata dal Conte Pietro Lechi nella prima metà del sec. XVIII che era riuscito a raccogliere decine e decine di quadri (del Moretto, del Bocchi, del Pittoni, del Piazzetta, del Paglia, del Duranti, del Dolci, del Caracci, del Ceruti ecc.) la prima grande collezione privata venne avviata dal Conte Faustino (1730-1800) dal 1764 in poi nella casa di Corsetto S. Agata e poi altrove come a Montirone. Riuscì a mettere assieme in poco più di trent'anni circa seicento quadri di autori famosi quali: Raffaello, Leonardo, Tiziano, Michelangelo, Veronese, Tintoretto, Giovanni Bellini, Giorgione, Moretto, Romanino, Lotto, Mantegna, Dürer, Holben, Rembrandt, Rubens, van Dyck. Per l'acquisto e anche per la compravendita il conte si avvalse di rapporti intensi con antiquari dislocati in molte località italiane fra cui Pietro Antonio Ceretani di Siena, (per un Tiziano e un Correggio) i Solari di Como (per molti quadri fra cui bellissimi Rubens), il Valle di Venezia, G.B. Carloni ecc. La collezione si arricchisce soprattutto dopo il 1768 in seguito alle divisioni di beni col fratello Galliano, e ancor più dopo la rivoluzione Giacobina del 1797, grazie al contributo dei figli Giuseppe, Angelo, Teodoro, Giacomo ecc., che mentre partecipavano e guidavano le campagne militari specie in Italia e in Spagna con appositi viaggi, non mancarono di acquistare un po' ovunque quadri a volte di sommi pittori. Un vero colpo di fortuna fu il dono fatto dalla Municipalità di Città di Castello dello "Sposalizio della Vergine" di Raffaello, nel Gennaio 1798 al gen. Giuseppe Lechi. Molti ne comperò il conte Giacomo a Milano, sul Lago di Como ecc. mentre Teodoro, appena ventenne, ne acquistava a Cremona. Apporti di rilievo diedero i restauratori Romani, Gaetano Zani e altri. Ma la collezione raccolta con entusiasmo e celermente doveva venire gravemente compromessa dal saccheggio compiuto degli antirivoluzionari lo stesso giorno il 21 aprile 1799 che le truppe austrorusse erano entrate in Brescia e che continuò implacabile nei giorni seguenti non risparmiando anche ben riposti nascondigli e che ridussero a ruderi i palazzi Lechi. Mentre la famiglia era sulla via dell'esilio prima a Milano e poi a Genova, tentarono di recuperare il recuperabile. Dalla razzia si salvarono solamente alcune opere accuratamente nascoste; altre vennero più tardi recuperate dai Lechi, mentre venne quasi completamente dispersa la famosa raccolta di «stromenti» che annoverava clavicembali di Domenico da Pesaro (uno dei primi autori di tale strumento, vissuto nella metà del secolo XVI), violini di Antonio Amati, di suo fratello Gerolamo, del figlio di quest'ultimo, il più celebre della famiglia, Nicola; di Antonio Stradivari, allievo di Nicola Amati; di Giuseppe Guarnieri, detto "Guarnieri di Gesù"; ed ancora di Gasparo da Salò, per il gruppo bresciano, ritenuto inventore del violino che desunse dalla viola; di Gio. Paolo Maggini da Botticino Sera, allievo di Gasparo e forse a lui superiore; di Pietro Santo, allievo del Maggini. Le opere recuperate e quelle risparmiate dal saccheggio perchè accuratamente nascoste (fra cui lo Sposalizio di Raffaello, opere di Leonardo, del Guerrino, del Barocci, del Reni ecc. Tornati a Brescia, il 3 Giugno 1800 con la Legione Italica, i fratelli Giuseppe, Angelo e Teodoro, fecero ogni sforzo per ricuperare il recuperabile. Ma i danni subiti erano stati tali, e l'opera di ricostruzione delle case così dispendiosa che il gen. Giuseppe dovette risolversi a vendere gran parte dei quadri rimasti o recuperati. Lo Sposalizio raffaellesco venne venduto al Sannazaro di Milano, altri duecento quadri fra cui tele di Raffaello, Leonardo, Barocci, Guerrino, Reni ecc.) vennero venduti il 21 aprile 1862 all'inglese Richard Vickris Pryor per un prezzo totale di 110.000 lire milanesi. Altri trecento e più si presume che siano andati dispersi durante i saccheggi dell'aprile 1799. Ma subito rinacque una nuova collezione Lechi per merito del generale Teodoro che, come scrisse nella sua autobiografia, si abbandonò di nuovo alla sua "passione per la pittura antica". Come ha scritto Fausto Lechi, «nel gennaio del 1802 l'antica galleria emigrava e al 3 luglio dello stesso anno risale la prima delle ricevute conservate nell'archivio Lechi comprovanti il pagamento di quadri da parte del nuovo collezionista. Così, dal 1802 al 1814, fra una guerra e l'altra, nei brevi periodi di calma che gli concedevano le cure della Guardia Reale di cui era comandante, le lunghe marce attraverso l'Europa, le battaglie e i trionfi, il generale Teodoro Lechi costituì la sua prima quadreria. Gli fu a fianco, incaricato degli acquisti, consigliere, restauratore e ottimo conoscitore, quel Gerolamo Romani che già il conte Faustino aveva avuto vicino quale esperto di pittura. Non gli mancarono serie sventure e contrarietà come la perdita di ben 120 quadri fra cui tele di Tiziano, Veronese, Tintoretto, Giotto, Moretto, Velasquez ecc.) che erano stati affidati ad un certo Leuba, pastore protestante nativo di Neuchatel, incaricato di venderli in America e che invece scomparve, tanto che nè di lui, nè dei quadri si seppe più nulla, facendo registrare una perdita dello stesso Lechi a 22.725 lire milanesi. Il gen Teodoro continuò comunque a sviluppare la collezione così da pubblicare nel 1814 il suo primo catalogo a stampa che registrava solo 98 quadri ma tutti di autori famosi, mentre molti altri ne esistevano in casa. Anche dal carcere dove fu rinchiuso per la congiura dei militari, continuò a curare la collezione. Quando uscito di prigione il gen. Teodoro si ritirò a Brescia nella casa di Santa Croce fece grandi opere, costruendo un'ampia sala ed aprendo un vasto appartamento per collocarvi tutti i suoi quadri che «in verità vennero ben distribuiti, e figuravano moltissimo». Nonostante le gravi disavventure, la collezione era celebrata e visitata da forestieri e cultori di arti belle italiani e stranieri; opere erano vendute, altre erano acquistate. Il sequestro ai beni del generale imposto dall'Austria dopo il 1848 costrinse il conte Teodoro a vendere altri dipinti, stampando nuovi cataloghi. Come riferisce Fausto Lechi dal 1852 al 1864 Teodoro Lechi vendette parecchi quadri dei migliori autori, riducendo così la rinomata e preziosa galleria ad una raccolta più modesta che lasciò in eredità all'unico figlio Faustino, quando mancò ai vivi il 2 maggio 1866. Il figlio Faustino morì quatto anni dopo il padre, il 2 ottobre 1870, e i quadri andarono divisi tra i suoi figli, Teodoro ed Alfredo. La parte che spettò al primo è tuttora conservata con amore in famiglia, mentre quella del secondo andò in parte venduta e in parte emigrò dalla famiglia quando l'unica figlia di Alfredo, Nina, morì nubile nel 1918, senza testamento, ed ogni suo avere passò alla madre e ai fratellastri conti Maggi. Delle due grandi collezioni rimase in casa Lechi una piccola anche se scelta quadreria, conservata con cura.