FRUGONI Cesare

FRUGONI Cesare

(Brescia, 4 maggio 1881 - Roma, 6 gennaio 1978). Di Pietro. Crebbe nel ronco di S. Francesco di Paola. A 14 anni perdette la madre e, dopo i primi studi, fu mandato, per frequentare il ginnasio, al Collegio Longone di Milano; compì il liceo all'Arnaldo di Brescia. Strinse presto amicizia con Adolfo Ferrata, di un anno maggiore, col quale si appassionò a letture di zoologia e biologia ed alle dottrine evoluzionistiche di Darwin e Haeckel. Iscrittosi alla facoltà di medicina di Parma, condivise la pensione con il Ferrata, e si dedicò con impegno agli studi biologici. La viva passione dimostrata e i risultati brillanti ottenuti, fecero sì che, dopo il primo biennio, il professor Gasparotto, medico di casa, lo prendesse con sé nella sala operatoria e poi in reparto. Al quarto anno si trasferì a Firenze, alla scuola del prof. Pietro Grocco, che presto scoprì le doti diagnostiche del giovane e lo ebbe fra i suoi discepoli prediletti.


Laureatosi nel 1905, il 15 settembre 1906 sposò Vincenzina Almici di Coccaglio, dalla quale ebbe due figli: Pietro, anch'egli medico e cattedratico, e Rosy (nata nel 1909) stroncata da leucemia nel 1965. Nel 1907 si trasferì a Pavia e per un anno e mezzo frequentò la scuola di Camillo Golgi, al fine di specializzarsi in Patologia generale. Ritornato a Firenze, vinceva il concorso di Assistente effettivo e, a distanza di un anno, quello di Aiuto. Nel settembre 1911 venne nominato direttore del Lazzaretto di Firenze e poco dopo venne proclamato docente dell'Istituto Superiore di Clinica medica di Firenze e Primo Aiuto del prof. Grocco. La gravissima malattia del prof. Grocco lo convinse a concorrere al posto di Primario dell'Arcispedale di S. Maria Nuova in Firenze; vinto il concorso il 17 aprile 1914 continuò con passione ricerche e studi.


Scoppiata la guerra, ai primi di maggio del 1915 partì per il fronte; rimase per quattro anni in zona di operazione, rinunciando al diritto di avvicendamento dopo un anno di zona di guerra, concesso ai primari medici dei grandi ospedali. Finita la guerra, prestò per qualche mese la sua opera all'Ospedale di Brescia, dove si segnalò per le brillanti ricerche sulla malattia di Son Doku, cioé delle febbri conseguenti alle morsicature di topo. Ebbe quindi, su proposta del prof. Lustig, l'incarico della Cattedra di patologia medica di Firenze, di cui vinceva il concorso nel 1922, rimanendo per tre anni, contemporaneamente Medico primario e Cattedratico. Nonostante non fosse iscritto al partito fascista, nel marzo 1927 passava alla clinica medica di Padova e nel 1931 a quella di Roma che lasciò nel 1951 per limiti di età. "Alla clinica, all'insegnamento e ai malati - confesserà - ho la coscienza di aver dedicato il meglio del mio pensiero, del mio cuore, della mia attività". Nella pratica professionale si dimostrò ancorato a pochi e e saldi principi: "Lo faresti a tua figlia o a tua sorella? Se no, allora non si fa".


Come studioso lasciò tracce durature sulle Patogenesi dell'edema polmonare acuto, delle epatopatie, delle sindromi emorragiche, delle quali egli descrisse un sintomo, "segno del lancio", ancor oggi proficuamente utilizzato. Interessanti le sue osservazioni sulla febbre melitense, sul pneumotifo, sulla splenomegalia tromboflebitica e moltissime altre forme morbose. Ma dove il segno della sua personalità si incise più profondamente, fu nel campo dell'allergia in genere e specie nell'asma bronchiale. La malattia era nota fin dall'antichità, anche se assai spesso confusa con situazioni del tutto diverse, capaci di introdurre dispnea, quali cardiopatie varie, enfisema polmonare e altre manifestazioni. Ma ancora in tempi relativamente recenti, nei primi decenni del secolo, la patogenesi della forma era del tutto ignota. A dimostrarlo, possiamo ricordare che pochi anni prima un medico francese di chiara fama rese nota un'auto-osservazione: sofferente di crisi asmatiche, aveva osservato che gli attacchi si scatenavano o si accentuavano quando scendeva nella sua scuderia. Egli imputava la coincidenza col fatto che, per negligenza del garzone di stalla, si irritava visibilmente e ciò riteneva causa delle sue sofferenze. Del vero motivo di tali crisi (una sensibilità al pelo o alla forfora del cavallo, oggi di chiarissima evidenza) nemmeno l'ombra del sospetto. Da qualche anno, tuttavia, siffatte possibilità cominciavano ad essere, sia pure molto cautamente prospettate. Ma la possibile natura allergica dell'asma veniva chiaramente affermata da Frugoni e poi sicuramente dimostrata, per così dire in prima mondiale, a mezzo del trasporto passivo generale da soggetto asmatico a soggetto sano. L'importanza di tale rilievo risultò più evidente dal successivo entrare nella pratica corrente della più semplice tecnica del trasporto passivo locale, secondo la metodica di Prausnitz e Küstner. Da allora l'asma bronchiale andò a mano mano distaccandosi dalle malattie respiratorie per andare a formare, con diverse situazioni morbose, il nuovo capitolo delle malattie allergiche. Assieme ad Eppinger diede anche il nome ad una malattia, un tipo particolare di forma Splenomegalica.


"Il malato ha sempre ragione", era il suo motto professionale; "Vivo intensamente, vivo con gioia" la vita dell'uomo. O anche: "Non bisogna mai rallentare la propria attività. Non bisogna mai risparmiarsi e mai rinunciare alle emozioni, che sono l'essenza della vita: anche quelle sentimentali", "Sono agli ordini di un capo invisibile e potente: il dovere". Si dedicò con grande passione all'insegnamento e si vantava di non essere mai mancato a una lezione.


Pubblicò un trattato di diagnostica funzionale, tre volumi di lezioni cliniche, e alcune monografie dedicate alla semeiotica medica. Inoltre pubblicò un volume di "Ricordi e incontri" (Firenze, A. Mondadori, 1974, 218 p.) che sono lo specchio delle sue eccezionali attività di studioso e di professionista. Nei suoi "Ricordi" figurano personalità illustri e di grande spicco: da Togliatti a Mussolini, dalla regina Elena e re Fuad d'Egitto, ad Alfonso XIII di Spagna, ad artisti di fama mondiale, come Arturo Toscanini e Ildebrando Pizzetti, a grandi industriali quali Volpi e Cini, da De Gasperi a Paolo VI, da Guglielmo Marconi a Giancarlo Paietta. In una solenne cerimonia commemorativa, presenti i suoi vecchi allievi, già cattedratici, e una grande folla di medici e di estimatori, nel febbraio 1978 gli venne dedicata l'aula magna della Facoltà di Medicina di Brescia.