FORCA di Cane

FORCA di Cane (Furca dè cà, o Furche de cani)

Località a S di Brescia a 500 m. dopo il sottopassaggio della ferrovia lungo via Cremona, dove la statale per Cremona viene tagliata dalla linea ferroviaria Brescia - Parma. La località è ricordata in un documento dell'anno 1071 pubblicato nelle "Storie Bresciane" dell'Odorici (vol. 5, pag. 64) in cui si parla di un appezzamento di terreno vitato giacente "in Furche De Cani foris eiusdem civitatis et torculo". Il nome ha suscitato infinite discussioni. Qualcuno inventò che vi fossero state impiccate delle persone di una famiglia Cani. Un'altra spiegazione è data dal Liber Potheris che in un documento del 1223 prende il nome furca per indicare una cava di sabbia (dal tedesco furch = solco e furchen = solcare). De Ca invece dovrebbe essere una storpiatura della parola Decani, funzionari longobardi che erano a capo di dieci fare, famiglie o squadre (donde anche nomi come Degagna in Val Sabbia, ecc.). Nel 1220 il conte Azzone di Montichiari vi avrebbe fatto uccidere Galapino dei Brusalupi che si faceva chiamare Gesù, ma che affermava la superiorità della legge giuridica su quella cristiana ed assieme a lui sarebbero stati uccisi quattro suoi compagni o discepoli. I cinque sarebbero stati trascinati «alla Foggia di cani» fuori Porta Matolfa e appesi alle forche. Anche il Bravo ricorre ad una storia consimile sia pure con personaggi diversi. Egli narra di un prete, rotto ad ogni vizio ma abilissimo predicatore, che un giorno incominciò a predicare la fine del mondo e il giudizio universale con tutti i connessi cataclismi. Quando ebbe stordito a sufficienza la mente dei bresciani diede il via a sempre più frequenti riunioni notturne insegnando che le soddisfazioni carnali non erano peccato ma purificazione. A poco a poco arricchì le riunioni di filtri e veleni ma soprattutto arricchì se stesso facendosi intestare beni e lasciti. La faccenda durò per cinque anni fino a quando le autorità cittadine se ne accorsero e misero le mani sui tre principali manigoldi: Grandio di Petrucco, Rogerio di Rapacotto e Zaniano di Rivolta che furono torturati con le tenaglie e arsi vivi mentre altri duecento adepti vennero impiccati nella località che poi spregiativamente venne chiamata «forca dei cani». La vicenda è ricordata anche nel romanzo storico (ma che di storico non ha niente) «I Valvassori Bresciani» di Lorenzo Erculiani. Nei suoi pressi, come ricorda una lapide, la leggenda vuole che siano stati martirizzati i SS. Faustino e Giovita. Intorno al 1950, l'Amministrazione comunale dispose il trivellamento di pozzi per sollevare l'acqua al serbatoio del castello e vi pose un'iscrizione latina: "Ab imo saliendo vivicat" cioè "salendo dal profondo porta energia vitale".