CACCIA
CACCIA
Fin dal periodo dell'arretramento dei grandi ghiacciai la caccia fu tra le principali attività dell'uomo preistorico bresciano come confermarono gli avanzi di stambecco, marmotta, cervo, che I. Forsyt Mayor trovò in una caverna di Levrange in Valsabbia. Anche nei resti di abitazioni palustri dei laghi lombardo-veneti, che giungono fino all'epoca dei metalli si trovarono ossa di orso, di lupo, di castoro, di bue brachyceros, di capra hircus fossilis di cervo grande e piccolo, di cinghiale, di cane, rivelando come quelle popolazioni fossero dedite più alla caccia che alla pastorizia. Armi di osso e di pietra, rivelano gli strumenti di tali attività poi sempre più perfezionati col ferro e altri metalli, situazione che rimase sostanzialmente inalterata per alcuni secoli. Come confermano i petroglifi camuni la caccia ebbe, per molto tempo, il primo posto fra le attività delle popolazioni della Valcamonica e delle valli in genere, seguita dall'artigianato, agricoltura e allevamento. E tale primato non fu sostanzialmente alterato nemmeno sotto l'influenza romana. La caccia teneva posto di notevole rilievo anche nell'economia delle aree lacustri insieme con la pesca che era prevalente. In documenti dell'alt medioevo (a uno 878) sono ricordati tra Maguzzano e Manerba sul Garda e a Sarnico sul Sebino. Nell'epoca longobarda e franca si andarono delineando zone riservate al re, al duca, o al vescovo conte. Specie intorno a Brescia parte del territorio venne riservato alla caccia. Da qui il nome di Cacciadenno alla località ai piedi del monte Maddalena a nord-est di Brescia. Riserve del genere esistevano anche nel territorio bresciano anche a distanza dalla città. Così, ad esempio, il vescovo di Brescia Giovanni Palazzo nel 1200 proibiva ai suoi vassalli di Vobarno e delle decanie vicine (fra cui la Degagna d'oggi) le cacce ai cinghiali e ai cervi quando egli non fosse presente e imponeva loro di assisterlo nella caccia agli orsi. Fin dal mille gli abitanti erano tenuti a offrire una pecora alla brigata che avesse ucciso una fiera nel loro territorio. Altra vasta riserva era quella di Treviso Bresciano che veniva chiamata de Caciis, Cazzi o Cazzia cioè caccia. Riservata ai feudatari di Montichiari era invece la caccia nella campagna o brughiera di Montichiari che rimase fino a pochi decenni fa ricca di selvaggina. L'8 aprile 1167 i feudatari Narisio, Vizzolo e Azzone investivano della Campagna la Comunità di Montichiari riservandosi dei diritti di caccia con sparviero e falconi. Il vescovo Berardo Maggi da parte sua, nel 1299 accordava ad un suo vassallo in Valcamonica, la quinta parte della cacciagione degli orsi e degli uccelli di rapina. sec. XVII di lupi sulla spiaggia di Varatone a Idro. Ma il pericolo rappresentato dagli orsi e dai lupi convinse presto il "signore" a lasciar libera la caccia nei loro riguardi. Di solito ai contadini e al popolo "basso" in genere venne lasciata la caccia alle lepri, ai conigli, alle volpi, alle martore, ai tassi e agli uccelli che non avessero piume rosse (fagiani), mentre ai signori veniva riservata la caccia ai cervi, ai camosci, agli orsi, ai lupi, ai castori. Ciò naturalmente quando lupi, orsi o altri animali "nobili" non rappresentavano un pericolo come accadde a Brescia durante l'assedio 1438 - 1440 quando la città, ridotta a quindicimila abitanti, fu assediata più che dai nemici dai lupi che ammazzavano la gente. A Orzinuovi però, secondo gli statuti del 1341 (cap. 107) la carne di capriolo doveva essere venduta solo dai macellai. Rispettate erano le cicogne e le rondini che servivano a distruggere gli insetti e che perciò erano protette fin dal 1313 dagli Statuti di Brescia e dal 1429 in quelli di Chiari. Molti diritti rimasero inalterati fino all'avvento del dominio veneto (1426). Il Vescovo di Brescia, duca della Valcamonica, aveva la proprietà quasi esclusiva dei nidi (aree) dei falchi, degli sparvieri e degli astori che si vendevano ammaestrati nella piazza del Broletto in un mercato apposito regolato da precisi statuti fino al 1445. Il Vescovo Pietro dal Monte si era riservate le aree dei falconi e degli sparvieri di Cimbergo. Quanto agli strumenti di caccia oltre ai lacci e trappole si usavano le balestre. Per la caccia ai cervi si usavano tre specie di cani: i muti, i bracchi e quelli di rilasso; per i lupi si usavano i bracchi e i mastini; per le volpi e i tassi i cani bassetti e barbetti; per i conigli la donnola, per le lepri i levrieri. Gli uccelli venivano fatti ghermire da aquile, avvoltoi, astori, sparvieri, girifalchi, falconi, gavinelli. Alle aquile si legava o spennava la coda perché non si levassero troppo alte e li uccelli venivano richiamati con uno strumento detto logoro che simulava di aprire le ali per cui i bresciani per gabbare gli uccelli dicevano: "questa è l'ala". Il termine gabbare poi deriva da tappare in quanto ai falchi di richiamo veniva messa una cappa onde renderli ciechi. Naturalmente molto usato era anche il vischio con esca inebriante. Liberalizzata la caccia con l'avvento della Repubblica veneta, tuttavia fu sempre privilegio dei ricchi cacciare soprattutto per divertimento. I signori di Brescia infatti, in aprile e settembre, salivano in Valcamonica alla caccia grossa e oltre Edolo facevano grandi prede di lepri. Da Agostino Gallo che verso la metà del sec. XVI scriveva a Brescia le "Dieci" e poi "Venti Giornate d'agricoltura", sappiamo che nei monti lombardi, in quei tempi, si cacciavano cervi, cinghiali, stambecchi, caprioli, lupi, daini, orsi, lepri, volpi, usando cani segugi, stivieri, levrieri. Coi falconi e cogli astori si pigliavano anitre, pernici, aironi. Si diceva comunemente che lo sparviero era da gran gentiluomo, il falcone da signore, lo smerlino da re. Il Gratarolo nella sua "Historia della riviera di Salò" (1587) scrive di caccia ai caprioli, ai tassi, alle lepri, per mezzo di reti di corda ai varchi, detti "viaroli". Scrive di "giovani faticosi con cani sagaci e veloci e con arme, a questo fine apparecchiate, ci conquistano orsi, de' cinghiali e de altri animali che con ferocità si difendono". Ai lupi accenna Cesare Scaini contemporaneo del Gratarolo. I lupi sono raffigurati anche in affreschi del sec. XVI nell'ex convento di Serniga. Col crescere della popolazione e con l'avanzare del progresso economico e sociale, vennero stanziati premi agli uccisori di lupi, la cui paura è entrata in molte espressioni popolari. In tal modo la caccia divenne oltre che mezzo dì sostentamento anche occasione di guadagno. La Magnifica Patria il 19 marzo, il 7 e 14 aprile fissa premi agli "uccisori di un lupo che occide i cristiani". E di lupi del genere sono piene le cronache della Riviera, della Valsabbia, della Valcamonica ecc. A Concesio di Valtrompia e forse a Cagnatico di Odolo vennero posti i cani per difendere le popolazione dalle frequenti torme di lupi. Un bel ex voto nell'Oratorio di S.Antonio di Anfo, documenta nel sec. XVII la presenza di lupi sulla spiaggia di Vantone e Idro. Lupi vennero uccisi ancora a Vobarno nel 1707, a Gardone Riviera nel 1709, a Maderno nel 1710, a Provaglio Sopra nel 1726 e nel 1746 a S.Francesco di Paola nel 1627, a Livemmo nel 1804. P. Gregorio, nella sua opera, asserisce che nel 1698 vi si cacciavano ancora orsi, lupi, volpi, tassi, marmotte, caprioli, camosci, daini, per mezzo di trappole, e che al Tonale e al Mortirolo esistevano ancora cinghiali e cervi. Sul monte Aola si pigliavano anche galli cedroni, urogalli e aquile. Il can. Guarneri conferma nel 1569 che erano sul lago d'Iseo ancora frequenti i lupi e il Celestino che vi erano numerosi i caprioli e i cinghiali. Fin dal sec. XIV si diffusero le armi da fuoco portatili fabbricate specialmente a Brescia e a Gardone V.T. e in genere in V.T. Dapprima adatte per la guerra anche se usate anche per la caccia vennero poi sempre più qualificate anche a tale uso. Canne da beccafichi vengono ordinate a Bortolo Chinelli di Gardone fin dal 1680 ma è specialmente dal 1740 che si fabbricano armi specificatamente da caccia per le quali si specializzarono i Cominazzi, i Francino, Carlo Batterelli, ecc. Dalla metà del sec. XVIII infatti la caccia col fucile va di moda anche se non soppianta quella con altri mezzi. Le armi bresciane da uccellagione, furono poi sempre largamente vendute anche perché non vincolate da divieto di esportazione. Contemporaneamente all'uso delle armi da fuoco si diffusero nel sec. XIV anche i roccoli, che qualcuno vuole inventati da un prete bergamasco ma che altri attribuiscono all'inventiva dei bresciani. Ad un roccolo accenna un atto notarile rogato in Lumezzane il 12 marzo 1512. Dalla Valtrompia l'uso del roccolo si diffuse specie in Valsabbia, a Bagolino, Treviso Bresciano e nei dintorni di Brescia come a Serle (v. Roccolo). In pianura specie a Mairano, Longhena e Orzinuovi e in Franciacorta invece si andò diffondendo l'uso del capanno. Oltre che coi roccoli e con le armi da fuoco la caccia continuò a svolgersi attraverso le reti sempre più fitte per la caccia grossa, l'aucupio, sui monti, in collina e in pianura. Modi di caccia molto diffusi nel bresciano erano le passate, dette anche "viaroli", nelle tipiche "bresciane" o bressanelle per i tordi e fringuelli; nelle tese o "redini" nei "boschetti", nei "trembai", nei "copertoni", nelle "paratelle" e nelle "curidure" per quaglie che ancora magre in primavera venivano catturate per cibare i falconi e li sparvieri, oppure per ingrassare e cibarsene; negli "sguass" della caccia acquatica ed invernale molto diffusi lungo l'Oglio. A proposito di vischio nel sec. XVI presente Agostino Gallo, i Porcellaga di Roncadelle riuscirono con candelabri portanti verghe invischiate e richiami, a catturare in due giorni ben 388 tordi. La caccia grossa specie all'orso rimase a lungo nell'Alta Valcamonica. Ancora dal 1860 al 1872 nell'alta Valcamonica si uccisero tre orsi e sette orse. A Corteno vennero ammazzati orsi ancora nel 1898 e anche più tardi. Nella caccia ad essi si distinse certo Palota. La caccia andò sviluppandosi soprattutto nella seconda metà del secolo scorso. Nel 1872 vennero rilasciate 3789 licenze da caccia, delle quali 354 colle reti e 3435 col fucile. Ma molti erano i bracconieri fra contadini e montanari che naturalmente cacciavano senza licenza col fucile, con i fruguoli nella neve, di notte, colle trappole. Mentre da tale anno il comizio agrario della vicina Mantova faceva già voti per la soppressione assoluta della caccia in Italia, a Brescia si pensava di regolamentare la caccia attraverso apposita sorveglianza di guardacaccia autorizzati a elevare multe. A tale funzione provvedeva il Circolo dei Cacciatori Bresciani costituitosi il 6 gennaio 1882 che raccolse in breve circa 400 soci che ebbe come primo scopo di "reprimere gli abusi relativi all'esercizio della caccia". Soltanto nel 1896 il cav. Bordogna pensò di fondare una "Lega per la protezione dei nidi" con qualche migliaia di soci che venne perciò sciolta non molto dopo. Zanardelli nel 1857 denunciava a 600 mila l'anno gli uccelli piccoli venduti e a 44 quelli grossi; nel 1904 la vendita di quelli piccoli era salita a 4 milioni di capi di piccoli e 300 mila di quelli grossi, sei volte più del numero segnalato da Zanardelli cinquant'anni prima. Agli inizi del secolo tordi, stormi e beccacce cacciati nel Bresciano raggiungevano i mercati di Lione, di Marsiglia e di Parigi grazie specie all'attività della ditta Sorlini che assorbiva quasi per intero il mercato della provincia. Nell'immediato dopoguerra 1915/18 fu istituito in Brescia un Comitato ornitologico venatorio che dispose della caccia bresciana fino all'avvento della Federazione fascista cacciatori e cioè fino al 1932 circa. Facevano parte di questo comitato alcuni studiosi di valore nazionale e internazionale, come Antonio Duse e Giuseppe Bonelli. Essi tennero alto l'interesse dei bresciani per l'ornitologia e la caccia. Tale Comitato tese in ogni modo a salvaguardare la allora ricchissima fauna bresciana. In quei tempi si può calcolare il numero dei cacciatori bresciani in meno di un migliaio di unità. Accrescerà la popolazione venatoria il periodo fascista per ovvi motivi. Alla Federazione fascista cacciatori succederà, subito dopo la seconda guerra mondiale, la Federazione Italia della Caccia, ancora oggi la più forte associazione venatoria bresciana. La nota sentenza della Corte Costituzionale che negli anni cinquanta aboliva il monopolio associazionistico venatorio affidato alla FIdC permise in Brescia il sorgere di altri vari sodalizi come l'Associazione Nazionale Uccellatori e Uccellinai, la Libera Caccia, l'Arcicaccia, l'Associazione cacciatori di montagna (organizzazioni a carattere nazionale), il Club del beccaccino (a carattere regionale), La Pavoncella (sodalizio bresciano), e vari altri minori. Il testo unico delle leggi sulla caccia delega ai Comitati provinciali caccia la podestà dell'organizzazione venatoria nelle provincie. Emanazione delle amministrazioni provinciali, essi svolgono funzioni insostituibili anche per l'attuale ordinamento regionale.
Sono stati presidenti dei successivi Comitati provinciali caccia (organo politico-amministrativo) per delega della giunta provinciale il cav. Giacomo Besuzio, il sen. Sandro Morino ed attualmente il dottor Giacomo Rosini. A quest'ultimo si devono alcune importanti realizzazioni protezionistiche nel territorio bresciano, la pubblicazione dal 1969 di un bollettino intitolato "Caccia bresciana". La necessità della protezione è un'esigenza ormai irrimandabile nella nostra provincia dove il rapporto tra cacciatori e superficie disponibile alla caccia tende troppo verso i primi. Il numero attuale dei cacciatori bresciani è infatti di 54.000 unità. A riguardo della composizione dei cacciatori bresciani si può dire che nella loro maggioranza sono dei generici. Vi sono poi due distinte minoranze dedite l'una alla migratoria da capanni, l'altra esclusivamente alla selvaggina stanziale protetta. E' poi sempre praticato aucupio, cioè l'uccellagione con rete. Le limitazioni poste a questo sistema di caccia hanno però fatto decrescere il numero dei roccoli, dei paretai e delle bresciane.
La provincia di Brescia estesa da nord a sud presenta una estrema varietà ambientale. La zona alpina dominata dal massiccio dell'Adamello faunisticamente e floristicamente presenta i caratteri delle alte zone sub-artiche con i tipi di salici di origine nordica, larici e aspetti della tundra, cui corrispondono specie di animali tipiche delle zone a più alta altitudine del continente come l'ermellino, la lepre bianca e gli altri tre tetraomidi. Sarebbero comuni il camoscio, il capriolo e il cervo se appena fosse loro assicurata una condizione di vita accettabile. Infatti le Alpi bresciane presentano un ambiente tra i migliori dell'intera cerchia alpina. Utilissima si dimostra tra le riserve quella di Belviso-Barbellino di circa 10.000 ettari a cavallo tra le provincie di Bergamo - Sondrio - Brescia. E' stato programmato sul versante occidentale dell'Adamello un parco nazionale da stabilirsi in comune con la vicina provincia di Trento. La parte mediana della provincia con vegetazione di tipo mediterraneo è forse la meno interessante faunisticamente, mentre la pianura, ricca di acquee accoglie o ospita numerose specie di uccelli di altissimo interesse. Nelle zone di Montichiari era comune e nidificante un tempo la gallina prataiola, e vi giungeva regolarmente l'otarda nel corso delle sue migrazioni. Alcuni importanti valichi alpini che sfociano nella pianura portano annualmente la massa degli uccelli migratori. Si hanno quindi Anatidi, Pivieriformi, Scolopacidi (beccacce), Turdidi e tutte le specie minori di Passeracei. Alle correnti provenienti dal Nord si uniscono le masse migratrici con provenienza orientale che entrano dalla Venezia Giulia e costeggiano tutto l'arco prealpino e vanno considerate originarie della medio-alta pianura Sarmatica. Meno ricco è il panorama dei mammiferi. Essi più degli uccelli sono stati soggetti ad una massiccia distruzione da parte dell'uomo-cacciatore. Da ritenersi scomparsa è la lepre indigena sostituita con inadatti esemplari importati dall'estero. Estinta deve essere considerata la lontra, fino ad una trentina d'anni fa ancora presente lungo il fiume Oglio. Si è invece ambientato con esiti favorevolissimi il coniglio selvatico che possiamo ritenere ormai inestinguibile sul Monte Orfano (Rovato) e nelle valli di Calino-Bornato.