VICARIO Giorgio

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VICARIO Giorgio

(Pisogne, 1695 - 14 novembre 1727). Giovane di Pisogne, in un diverbio riguardante il sacerdote Beccarelli, uccise chi contrastava la sua opinione. Bandito dalla valle, passò in Austria, si fece soldato, poi, stanco, tornò in valle e, fattosi capo di una fazione, costrinse i parenti e gli amici dell'ucciso, che non gli avevano perdonato, a scappare o a temerlo. Raccolti quanti ladri e sgherri desolavano quelle terre, le percorreva da padrone infischiandosene dei birri e dei capitani. Non era però un masnadiero comune. Sapeva frenare le tracotanze dei suoi, talvolta assumeva la difesa di un oppresso, si faceva paciere fra contendenti e tutti lo salutavano come «l'illustrissimo signor Giorgio».


Carico di bandi e di confische, abitava tranquillo in Pisogne ed un giorno, ricevuto a campana a stormo in Val di Clusone, tranquillamente vi rimase pranzandovi con i suoi senza che alcuno osasse molestarlo. Mandatagli contro nel 1723 da Brescia una forte schiera di sbirri, li attese con una imboscata, li assalì, li mise in fuga. Si disse anche che, in seguito, quando gli sbirri veneti salivano in Valle, giunti a Pisogne gli chiedevano il permesso ed egli lo concedeva dicendo: «Andate pure, ma non facciamo baronate». Non vi era nobile prepotente che non ambisse la sua amicizia o almeno la protezione. Bortolo Bargnani non si raccomandò invano a lui; altrettanto fece il conte Marcantonio Martinengo da Barco, bandito quale uccisore del dott. Panzerini di Cedegolo. Nel 1725 veniva pubblicato un bando con taglia di 500 ducati a chi lo avesse preso. Ne ebbe tale paura che, presentatosi ad un Damioli di Pisogne per averne denaro, avendoglielo il Damioli ricusato, il Vicario, fresco fresco di bando, mandò a chiamare un sacerdote perché confessasse il Damioli, poi lo uccise e ne gettò il corpo nell'Oglio. Sentendo che il capitano Bevilacqua aveva giurato di catturarlo vivo o morto, radunò quaranta dei suoi e corse a Rovato dove il capitano si trovava con gli sbirri e, occupati alcuni punti strategici della borgata, si piantò in mezzo alla piazza, depose le armi ed allegramente si mise a giocare a palla, pregando quelli di Rovato di salutargli l'amico e naturalmente il Bevilacqua si guardò bene dal comparire a ricambiargli il saluto.


L'ultimo suo delitto finì col costargli la vita. Ospitato da Giuseppe Tecchi, altro bandito camuno, lo costrinse a sottoscrivere un'obbligazione per una grossa somma, e poi, recatosi a Lovere, consegnò il Tecchi alla giustizia. Ribollente di furore il Tecchi promise al capitano che se fosse stato liberato gli avrebbe consegnato il Vicario. Abboccatosi con un nemico di questi, un macellaio di Pisogne, attirò il bandito nella macelleria nella quale venne ucciso con due colpi di moschetto. Gli venne poi mozzata la testa che il Tecchi portò con sé quasi in trionfo a Lovere, da dove, condita con sale e avvolta in foglie di alloro, la recò a Venezia per riscuotere la taglia. Ma il Consiglio dei Dieci, raccapricciando alla fredda e barbara letizia del Tecchi, gli negò il premio e lo obbligò a lasciare lo stato veneto.


Alla difficoltà di una cattura corrispose a quanto sembra il detto "La pèl del Vicare" che tuttavia Lino Ertani ha riferito anche ai cavilli della legge frapposti dal Vicario di Giustizia di Breno nella soluzione dei casi giudiziari.