URAGO D'OGLIO

Versione del 11 apr 2021 alle 05:55 di Pgibe (Discussione | contributi)

(diff) ← Versione meno recente | Versione attuale (diff) | Versione più recente → (diff)

URAGO D'OGLIO (in dial. Örack d'Oi, in lat. Auragii ad Oleum)

Comune della pianura bresciana occidentale, sulla riva sinistra del fiume Oglio a SO di Chiari. L'abitato principale sorge presso un'ansa del fiume, tra le rogge Molina e Rudiana, immediatamente a S della statale Padana Superiore, lungo la quale si sono sviluppati impianti industriali. A N il territorio è attraversato dalla ferrovia Milano-Brescia-Venezia. È a 131 m. (tra i 107 e i 144 m.) s.l.m., a 31 km da Brescia. Ha una superficie complessiva di 10,24 kmq. Confina con Pontoglio (N), Chiari (E), Calcio (0), Rudiano (S).


Ecclesiasticamente ha fatto parte della Zona VI (fiume Oglio); fa parte ora della Zona VIII (Bassa occidentale dell'Oglio). Patrono è S. Lorenzo m. (10 agosto). Vi si tiene mercato il lunedì; frequentata è il lunedì di Pasqua la sagra dei «Morti in Campo».


Il territorio è di natura alluvionale e si è andato assestando in terrazze fluvio-glaciali nell'era quaternaria, a misura della larghezza del fiume lungo i tempi. È classificato tra i 32 Comuni al primo gruppo di grado di sismicità 2 (elevato). Il nome è variamente scritto nei documenti: Aurago (1007) - Uramagnum (1200) - Urrado, Oirado (1364) Urate (1376) - Urado (1380) - Uradum, in alcuni dei numerosi documenti in lingua latina. Soltanto a partire dal secolo XV il nome prende la forma attuale con l'aggiunta a volte dell'appellativo «de' Prevosti». Quanto all'etimologia sono state avanzate più ipotesi tutte riducibili a due principali. La prima riferita alla radice ur = acqua riscontrata in lingue antichissime, fra le quali quella basca, nelle versioni di "fiume", sponda d'acqua, abitazione d'acqua. Leonardo Urbinati si è rifatto decisamente alla radice celtica ur = acqua, fiume, sorgente con l'aggiunta del suffisso pure celtico "ragh" che significa "davanti a" o che "sporge" o si "protende verso" per cui il nome assume l'inequivocabile significato di "villaggio davanti al fiume" o "che si protende verso il fiume". Ciò avvalora la convinzione, confermata dai reperti archeologici, che Urago sia esistito fin dal periodo preromano e forse preistorico. Altri sono ricorsi al basso latino "orium", "orum" per margine. La seconda ipotesi si rifà ad un gentilizio romano. C. Marcato (Dizionario di Toponomastica Utet) non ha dubbi a far derivare il nome dal gentilizio latino "Aurius" con il suffisso aggettivale "acus" che indica appartenenza.




ABITANTI (Uraghesi): 1200 nel 1493, 1367 nel 1791, 1357 nel 1805, 1407 nel 1819, 1562 nel 1835, 1540 nel 1848, 1540 nel 1858, 1783 nel 1861, 1879 nel 1871, 1889 nel 1881, 2033 nel 1901, 2233 nel 1911, 2377 nel 1921, 2349 nel 1931, 2221 nel 1936, 2674 nel 1951, 2488 nel 1961, 2599 nel 1971, 2856 nel 1981, 2991 nel 1991, 3196 nel 2004. Numero di abitazioni 1226.




I cognomi più frequenti sono: Podavitte (97), Raccagni (68), Pagani (62), Cavalleri (53), Ricci (53), Vezzoli (46), Foglia (46), Bandera (43), Reccagni (40), Bertocchi (37), Zanotti, Barbieri, Bertoli.


ra i soprannomi ("scotöm") più conosciuti delle famiglie del paese: Campanér, Biöstème (che non hanno mai bestemmiato) attribuiti ai Podavitte; Maér (ai Brignoli, perché gestivano un maglio); Pie, Cunsure (ai Salvoni), Màister (ai Berlucchi); Carèi (ai Cavalleri); Paolète, Mìgole, Seciòc (ai Bandera), Muschì e Masòle (agli Zanotti), Pritì e Pitèn (ai Barbieri), Caalì (ai Bertoli).


Il nome della cascina Castellaro e la sua posizione richiamano l'esistenza di un castelliere preistorico. Il luogo ha offerto infatti numerosi reperti archeologici. Nel 1878 (nei Commentari dell'Ateneo di Brescia), Antonio Rota annunciava che: «presso il ponte della ferrovia, alcune centinaia di metri prima della stazione di Calcio, scavando pel terrapieno, s'è trovato un mosaico nel sito ove in antico era il così detto porto di mezzo, cioè intermedio fra quello di Cividate al Piano, che nemmen esso più esiste, e l'altro in corrispondenza (o poco al di sotto) dell'attuale ponte d'Urago. Il mosaico fu distrutto dagli scavatori». Il Rota soggiungeva che gli «scavatori, proseguendo a cavar ghiaia nel prossimo fondo del conte Giuseppe di Zoppola, a mezzodì, qualche metro sopra il livello del fiume, in un pratello un po' più discosto e alto, ricco d'humus che si trasporta e mescola con profitto a' concimi, s'abbatterono in resti di muraglioni, in embrici sepolcrali, armi, anche di pietra, monete, cocci di vasi, ossa ecc.. Oggetti che il conte Andrea di Zoppola consentì cortesemente alla mostra dell'Ateneo, e che sono serbati ora nella sua villa di Nigoline, descritti perciò a pag. 33 del catalogo compreso nel volume de' Commentari. Forse là era l'antichissimo Urago celtico, poi romano». Nel 1884 il Mantovani segnalava, in località "Montagnine de' fra", lungo la riva E dell'Oglio, antiche strutture murarie con resti di mosaici relativi ad un edificio, forse una villa. Nello stesso luogo, nel 1969, alcuni giovani trovarono frammenti di mosaici di epoca romana. Nel 1976-77, a N della cascina Castellaro, fu effettuato un saggio di scavo dal gruppo archeologico del civico museo di Bergamo, sotto la direzione della dottoressa Raffaella Poggiani Keller, durante il quale vennero alla luce reperti preistorici di industria litica, ceramici, metallici e ossei, relativi ad un insediamento del Bronzo medio. Detti materiali sono conservati in parte presso il Museo di Bergamo, in parte presso il Museo di scienze naturali di Brescia. Fu nel 1998, durante i lavori di livellamento a scopo agricolo in località Castellaro, che, indagando una zona di vaste proporzioni, si rinvennero testimonianze significative sulle varie fasi di popolamento del sito. "I resti archeologici riportati alla luce comprendono le tracce di un complesso insediativo rurale di vaste proporzioni, verosimilmente una villa d'età romana, fornita di strutture inerenti le attività agricole (un pozzo e tre vasche di approvvigionamento idrico), e una considerevole quantità di sepolture per lo più raggruppate in nuclei di varia grandezza e distribuite in un amplissimo arco cronologico." (in "Urago d'Oglio-Ricerche archeologiche al Castellaro" a cura di Filli Rossi, Edizioni ET, Milano 2002). Delle tombe ad incinerazione, le più antiche sono databili all'età del Bronzo, quelle più tarde, costituite da cassette di laterizi in cui compare il corredo funebre di manufatti fittili e di metallo, sono databili alla prima romanizzazione del territorio. Un'altra tipologia di sepolture è costituita da tombe ad inumazione alla cappuccina, databili poco dopo la metà del IV sec. d.C. Il numero maggiore di sepolture è costituito da tombe altomedioevali, ad inumazione in cassa antropomorfa di ciottoli, con copertura in lastre grossolane e macine riutilizzate. Su questi ritrovamenti, nell'ambito della Settimana per la cultura del 2000, è stata avviata l'organizzazione dal Comune di Urago d'Oglio e dall'associazione "Al Castelaro" di una mostra didattica dal titolo "Il Castellaro di Urago d'Oglio - Un sito sul fiume tra preistoria e medioevo". La mostra archeologica, con l'esposizione di urne cinerarie, olle, fibule, spille, spilloni, monete è stata realizzata nel 2003, in Villa Zoppola, dal Comune, dalla Soprintendenza archeologica della Lombardia e dall'associazione culturale "Al Castelaro", con il patrocinio della Provincia di Brescia.


La irregolarità del corso del fiume e la conseguente situazione singolare delle terre lungo l'Oglio, contese tra Bergamo, Cremona e Brescia, e di solito di proprietà pubblica, e le variazioni del corso del fiume portarono a numerosi mutamenti di appartenenza del territorio. Ma, fra tante ipotesi, più plausibile sembra l'appartenenza di Urago ad un "pago" e poi alla pieve di Calcio comprendente anche Pontoglio, Cividate al Piano, Calcio, che avrebbe fatto un po' come centro al Castellaro intorno al quale sorsero poi le "ville", corrispondenti ai vari paesi. Come ha sottolineato Ernesto Podavitte ("La terra di Urago d'Oglio", p. 15): «Questo territorio, che prese poi il nome di Calciana e spostò il suo centro a Calcio, costituì un'unica entità geopolitica e amministrativa. "In detta Calciana", si legge nella Storia del Naviglio Cremonese, "sono comprese la Terra di Urago, di Rudiano e Roccafranca site in terra bresciana oltre il fiume Oglio...". Anche nella mappa Merlo-Cristiani, ancora nel 1752, sulla sponda sinistra dell'Oglio si legge: "Territorio di Urago bresciano o sia Calciana bresciana superiore". Urago del resto ha sempre condiviso con Calcio le vicende storiche della Calciana e della Chiesa Cremonese fin dopo il Mille».


L'antica presenza del culto di S. Lorenzo fa pensare all'esistenza, sempre al Castellaro, di una diaconia cristiana, succeduta ad una "mansio". Di una cappella "antica", forse dedicata al santo e intorno alla quale vennero trovate ossa di morti, vi è ricordo negli atti di una visita pastorale del 1688.


Importanza per il territorio assunse una strada che da Brescia, passando per Ospitaletto, a Coccaglio si biforcava a N per Bergamo e a S per Chiari e Urago. Il Caproni ha voluto individuare un poco a S nel Castellaro la misteriosa "Civitas Leuceris" della Tavola Peutingeriana, dove sono stati trovati notevoli ruderi di mura, selciati. Un'altra strada lo attraversava, e lo attraversa ancora, da N a S diramandosi a Palatiolum (Palazzolo) e scendendo a Pons Olleus (Pontoglio). Raggiunto Urago, si dirigeva su Rutilianum (Rudiano), Garbagnate (Roccafranca), congiungendosi a Orzi con la strada per Crema-Lodi.


Con il disfacimento dell'impero romano, il territorio divenne proprietà pubblica e tale rimase sotto i Goti. A Teodorico viene attribuita la costruzione di porti sull'Oglio sia tra Urago e Calcio (porto di sotto), del Castellaro (porto di mezzo) e tra Urago e Cividate (porto di sopra). La presenza longobarda è indicata da parecchi toponimi (breda, gazzi) e forse da tombe senza corredo trovate tra Castellaro e la Rocchetta, coperte con grosse macine di pietra usate poi per i bocchetti dei fossi di irrigazione; le ossa, raccolte pietosamente in cassette di legno, furono appese agli alberi dai contadini lungo la vecchia strada del porto. Ernesto Podavitte ha pensato alla presenza dei Franchi in questi territori per il toponimo prediale "Contrata Regni" (Contrada del Regno) che si trova in una descrizione dei beni dei conti Martinengo che fu riservata, perché particolarmente fertile, come proprietà personale del sovrano o di alcuni suoi parenti. È probabilmente nel sec. IX, all'epoca delle ultime invasioni ungare, che compaiono nuove fortificazioni alle quali si riferiscono anche i toponimi Rocca, Rocchetta e quel Castello vecchio di cui rimane il ricordo nel 1687, e perfino nel 1819, ma che è citato nella Bolla di Papa Bonifacio VIII che, come rileva Ernesto Podavitte, doveva trovarsi «a N del paese, in una località lungo il fiume che possiamo collocare tra la Rocchetta, le Montagnine dei fra', la cascina Castellaro e i Prati Muri; "Pracc dè möre" in dialetto. Il suono di questa parola ha sempre richiamato alla mente il pensiero della morte; "möre" invece è il plurale di "möraca" ("mora", nell'italiano antiquato), che vuol dire "muro rovinoso, muraglia di riparo, maceria, rovina"».


Con l'affermazione, nei sec. IX e X, del feudalesimo si manifestò sempre più frequente anche sulle sponde dell'Oglio la presenza dei conti Gisalbertini di Bergamo dai quali discesero poi anche i Martinengo. Un Albertus de Urado, filius qd. Gisalverti, compare ancora nel 1286 tra i testimoni e proprietari presenti alle Cavete di Rudiano. Anche Fausto Lechi pensa che nella base possente, quadrata, dai muri spessi due metri, che sostiene il torrione del lato destro dell'ingresso del castello si può intravvedere «una delle tante fortificazioni fatte costruire da Brescia a difesa lungo il fiume, distrutta magari in una di quelle battaglie che hanno tormentato il nostro territorio tra il secolo XII e il secolo XIII».


Sebbene già nel 1037, con diploma datato il 13 giugno, l'imperatore Corrado II concedesse al vescovo di Brescia Olderico la giurisdizione, poi riconfermata, su tutte e due le rive del fiume Oglio, sia i bergamaschi che i cremonesi non mancarono mai di rivendicare loro diritti arrivando anche a scontri sanguinosi come la battaglia delle Grumore, presso Palosco, del 1156, tra Brescia e Bergamo, e quella della Malamorte del 1191 tra Bresciani e Cremonesi. Ma anche al di fuori di sanguinosi scontri, che sembra non abbiano toccato il territorio di Urago, non mancarono tentativi di acquisizioni di territori in modi più pacifici.


Fra i "castra", o anche solo territori, acquisiti dall'Episcopato cremonese fin dal sec. XII vi era già Urago. Una bolla di Papa Gregorio VIII del 2 novembre 1187, infatti, confermava a Sicardo, vescovo di Cremona, privilegi nello spirituale e nel temporale su numerose terre e chiese fra le quali quella "de Castro Uradi".


Urago passò poi dal vescovo di Cremona al Monastero benedettino di S. Lorenzo fondato nel 990. Il monastero creò poi nel territorio una o più grangie per l'amministrazione del patrimonio e anche una prioria, mentre è improbabile che vi abbia costruito, come si è creduto da qualcuno, un vero e proprio monastero. Gli stessi riferimenti che si riscontrano nel "Liber Potheris" di Brescia (1251, 1284, 1286) si riferiscono con tutta probabilità al priorato, del quale compare nel 1349 il nome del priore de Urado, un don Tomasini, "prioratus" che doveva avere forse sede presso la chiesa di S. Pietro, titolo eminentemente di origine benedettina. Di una grangia presso l'attuale cascina Fienile delle Noci, vi è ricordo nel libro dei morti del 1644. Certamente il monastero contribuì non poco al miglioramento economico del territorio anche attraverso rogge scavate specialmente nel sec. XIV.


Ma ogni sforzo fu reso quasi del tutto vano da calamità naturali, pestilenze, apparizioni continue di eserciti di cui Urago era passaggio quasi obbligato. In un rapporto del 1298, fra le terre desolate per stragi ed epidemie, sono citate Urago e Acqualunga. Nei documenti del monastero stesso di S. Lorenzo non si parla quasi che di luoghi «molto pericolosi», «incolti», «grandemente distrutti, devastati e aridi», tutte circostanze, fra le quali anche la peste del 1340 e del 1347, che convinsero i monaci be nedettini ad abbandonare il territorio di Urago in cambio di beni più vicini al monastero. Nel 1364, con delibere del Capitolo generale del 6 e del 13 agosto, l'abate Alberto de Bezanis ed i suoi monaci, considerando che i beni posseduti dal monastero «in contrada Urado sive de Oirado et Rudiano et Claris ...» molto distanti dal monastero, in luoghi pericolosi, dai quali specialmente in tempo di guerre si ricavano scarsi redditi, e sono per la gran parte incolti, devastati e aridi, chiedevano al vescovo di Cremona e a Bernabò Visconti di poterli donare o vendere in cambio di altri più vicini. Ciò che avvenne scambiando i beni con Gabriolo Aliprandi con possedimenti suoi nel territorio di Oltedo e di Poliseno S. Vito. Tuttavia non passarono due anni che, forse scoraggiato dalle disastrose condizioni dei terreni o in vista di buoni affari, il 26 agosto 1366 l'Aliprandi decideva di vendere «tutti i terreni, case ecc. del territorio de Urado» per 10 mila fiorini d'oro, attraverso il notaio milanese Ambrogiolo Torneo di Marliano, a Regina della Scala sposa a Bernabò Visconti e che già il 12 febbraio 1366 aveva avuto in feudo i beni della Calciana trasmettendo, e per speciale grazia, a lei e ai suoi successori tutti i diritti che a lui spettavano sui territori predetti e sulle due rive dell'Oglio da Cividate fino a Fiorano e Roccafranca.


Per migliorare la sorte di queste terre e nel tentativo di ripopolarle, Regina concesse l'esenzione dalle tasse ai nuovi abitanti e nel 1369 fece ampliare e prolungare, con i compartecipi di Chiari, la roggia Baiona. Ciò permise di irrigare parte dei territori di Pontoglio, di Urago, di Chiari, di Castelcovati, di Castrezzato e di Lograto. Gli abitanti erano direttamente soggetti alla duchessa, la quale li governava per mezzo di un Vicario con mero e misto impero, cioè con il potere di punire e di giudicare. Quando alcuni di questi uomini e massari che lavoravano e abitavano nei suoi possedimenti «de Caltio, Urate, et Pumenengo», si lamentarono perché costretti a comparire davanti a certi rettori e ufficiali del Visconti, con una sua ordinanza del 9 dicembre 1376, dopo aver ricordato che aveva un Vicario sotto il governo del quale stavano gli abitanti, Regina ribadì che gli uomini delle sue terre erano liberi e a lei direttamente soggetti, secondo i decreti del «magnifico Signor Consorte», e che nessun rettore quindi, né ufficiale, né Comunità, né Università dovevano intromettersi, senza sua speciale licenza, in quei possedimenti che lei godeva da tanto tempo.


Non passarono, tuttavia, che tre anni che nel 1379 la duchessa, disperando ormai di poter in qualche modo migliorare la situazione (gli abitanti del territorio erano stati ulteriormente decimati dalla carestia e dalla peste), chiese al marito la facoltà di vendere e di alienare i propri beni posseduti nella Bassa pianura bresciana occidentale, e altri beni del Milanese e del Cremonese. Nel 1380, in effetti, vendeva Urago, Calcio e la Calciana Superiore, alienando poi, nel 1382, anche la Calciana Inferiore. L'atto di vendita di Urago, firmato il 30 gennaio 1380, prevedeva il passaggio al "nobil homo" Prevosto de Martinengo figlio di Pietro, cittadino di Brescia, «di tutte le case esistenti nel territorio di Urago della Diocesi di Brescia; tutte le strade e vie pubbliche, e le vigne, e i prati, i boschi, i pascoli, le terre colte e incolte; e così tutte le acque, i canali di irrigazione e i diritti di acqua; e la quinta parte del porto esistente sul fiume Oglio, tra la Pieve di Calcio e il territorio di Urago; e la quinta parte dei diritti di pesca. Con la clausola che detti beni venduti siano liberi e esenti da qualsiasi onere reale, personale e misto, in qualunque modo imposto dal Comune di Brescia; che i massari, i coloni e gli affittuali dei beni immuni godano delle medesime immunità di cui godevano i massari e i lavoratori delle terre e dei possedimenti della Signora. Che dette immunità vengano rispettate in perpetuo, indipendentemente da cassazioni o revoche che in futuro possono essere ordinate da qualsivoglia persona, Comune, Collegio e Università». E tutto per "un prezzo di mercato" di 6000 fiorini d'oro. Dall'acquisto erano esclusi i beni a N del paese, venduti poi: quelli in contrada di S. Biasio nel 1386, in località Rocchetta e ai Prati de Muris nel 1462 e acquistati da varie persone e che sembrano, almeno in parte, stati di proprietà degli Umiliati di Palazzolo e di Cremona.


Nel 1391 e nei successivi anni Prevosto Martinengo e i fratelli Girardo e Antonio acquistarono i beni in Oriano, Padernello, Motella, Castelletto e Quinzano che Regina della Scala aveva venduto, sempre nel 1380, a Zuanol de Casate e altre terre ancora per cui Paolo Guerrini ha potuto scrivere che i Martinengo potevano passare da Urago a Quinzano su fondi di loro proprietà. Per dimora Prevosto Martinengo fece costruire, tra il 1380 e il 1390, un castello o fortilizio inglobando anche opere di difesa precedenti. Più che altro grosso agricoltore e commerciante di derrate, fornitore di grano e di fieno alla corte dei Visconti, Prevosto Martinengo si diede subito a riassestare terreni e case, oltre che a ripopolare la terra, ingaggiando intere famiglie, dalla Valtellina e specialmente da Bormio, alle quali concesse terre in enfiteusi. Intraprese inoltre molto presto la bonifica dei terreni e derivando acqua dalle rogge Rudiana e Baiona fece scavare dei fossi che, dividendosi in più rami (Baioncello, Rudianello, Cavriola), irrigarono quasi tutti i fondi di Urago.


Gli inizi del dominio dei Martinengo furono subito difficili. Al di là dell'Oglio, in Calcio, proprio il 13 aprile 1380 i fratelli Fermo e Antonio Secco da Caravaggio acquistarono Calcio, vi edificarono un castello e, ghibellini quali erano, non tardarono a sostenere le mire dei Visconti sulle terre della Repubblica Veneta, cioè bresciane, occupando Brescia e gran parte del territorio. Nel 1394 Fermo Secco occupò Urago e lo unì alla signoria di Calcio, ritenendolo una sicura testa di ponte al di là del fiume. Ripreso e riperduto il castello di Urago, alla morte di Gian Galeazzo Visconti, il 5 settembre 1402, ritornò ai Martinengo che lo perdettero di nuovo, dopo pochi mesi, rioccupato da Antonio Secco che lo fortificò e chiamò a difenderlo Guglielmo da Nozza. Questi accumulò nel castello, come scrive il cronista bergamasco Castello Castelli, «grandissima quantità di biada, vino, armi e altre cose mobili ma quando le truppe di Pandolfo Malatesta, divenuto signore di Brescia e fra le quali militava Giovanni Martinengo, figlio di Prevosto, lo assediarono tempestandolo con le prime bombarde in funzione, fu costretto, il 22 giugno 1408, a patteggiare la resa. Non passarono due anni che nel 1410 Antonio Secco riconquistò, con grande spreco di forze, il castello, ma, morto lo stesso anno a 45 anni, castello, case, campi, vigne rimasero per altri anni abbandonati, e la stessa chiesa ridotta ad una spelonca. Tale restò anche dopo il 1413 quando Pandolfo Malatesta confiscò ai Martinengo i beni feudali.


Questi tornarono proprietari solo con atto del 6 settembre 1421 quando ai fratelli Antonio e Leonardo, nipoti di Prevosto, furono assegnati il castello di Urago «cum villa et possessionibus», i fondi di Chiari, Rudiano, Pontoglio, Padernello, la roggia Patrina, Farfengo e Roccafranca, e da questo ceppo si formarono le quattro ramificazioni: i conti di Padernello e della Pallata, da Antonio; e i conti di Barco e delle Palle, da Leonardo. Rientrati in possesso dei loro beni, fu cura di Antonio e Leonardo Martinengo ricostruire il castello e le case del borgo. Il castello fu via via trasformato in abitazione, nel lato di mattina di Antonio, e in quello di sera di Leonardo.


Il lavoro di ricostruzione venne rallentato da nuove guerre tra Visconti e Venezia. Il continuo spostarsi e rincorrersi dei due eserciti, senza venire decisamente alle armi, coinvolse direttamente Urago che fu di nuovo assediato e fu difeso dai fratelli Leonardo ed Antonio Martinengo. Venezia sollecitò il Carmagnola a liberarli dall'assedio; ma il ritardo degli aiuti obbligò la piccola guarnigione, serrata da Cristoforo Lavello e da Alberico Zagognara, a trattative di resa, la quale venne fissata per il pomeriggio del 12 ottobre 1427. Proprio mentre si procedeva alla consegna del borgo, venne combattuta la battaglia di Maclodio, conclusa con la vittoria del Carmagnola sulle truppe viscontee, il cui esito infelice talmente inasprì i milanesi che, non reputando di poter mantenere il possesso di Urago, incendiarono il borgo e il castello, svaligiarono e bruciarono cascine e campagne provocando più di 10 mila ducati di danni, rimborsati poi, assieme ad esenzioni fiscali, da Venezia. A questa difesa si riferiranno il doge e il Senato il 9 giugno 1448 quando premieranno Antonio Martinengo con la concessione della nobiltà e l'ingresso nel Consiglio Maggiore. Ma ancora il 19 dicembre 1427 il castello di Urago veniva munito di nuove difese. Un ritorno di fiamma di guerra si verificò nel 1431 con la ripresa delle ostilità fra Milano e Venezia. Sconfitto il Carmagnola a Soncino, Antonio Martinengo cadde prigioniero. Rioccupato Urago da Giovanni Francesco Gonzaga, succeduto al Carmagnola, toccò a Leonardo Martinengo assumerne il governo. Rinsaldando la propria fedeltà a Venezia si adoperò in ogni modo a riaffermare il dominio veneto nella zona e a controllare i guadi sull'Oglio.


I nuovi disastri lasciati dalle guerre convinsero, o obbligarono, i Martinengo ad affittare per la durata di cinque anni parte delle proprietà di Urago, a mezzogiorno della strada per Chiari, a Facino di Camisano e a Bartolomeo di Morengo. Cinque anni dopo (nel 1437), scaduto l'affitto, mentre Antonio e Leonardo Martinengo intraprendevano opere di ricostruzione, dovettero far fronte ad una nuova emergenza e cioè al pericolo dell'invasione in terra bresciana dell'esercito milanese guidato da Nicolò Piccinino, con tale efficienza dimostrata nella vigilanza sulla frontiera dell'Oglio da meritare dal doge il 17 dicembre 1437 l'assegnazione del feudo di Calcio. Quando l'anno seguente il Piccinino portò l'offensiva su Brescia e occupò nel settembre anche Urago, i Martinengo, ritiratisi a Brescia, si misero al servizio della Repubblica. Leonardo, mandato a Mantova in missione diplomatica, fu rinchiuso in prigione e vi morì. Costretto a ritirarsi dall'assedio ripiegando su Soncino, il Piccinino nel 1439 devastò ancora una volta i castelli e le terre di Chiari, Pontoglio, Urago ecc., mentre l'anno seguente Urago e Orzinuovi furono risparmiati da nuove distruzioni che si verificarono però nel 1440 da parte dell'esercito veneto tanto che in un suo Privilegio del 4 agosto 1441 Francesco Sforza, allora al servizio di Venezia, doveva testimoniare: «Il luogo che aveva un reddito annuo di duemila ducati è inabitabile per gli abitanti; e il nobile, che prima era solito vivere splendidamente, può essere condotto a vivere in estrema povertà, se non provvede a trovare un modo opportuno di vivere».


Rivoltosi alla Repubblica per avere un compenso necessario alla decorosa sussistenza di sé e della famiglia, Antonio ebbe una pensione di 2791 lire, la terra e il luogo di Pavone Mella, tolti al ribelle Alessandro degli Occanoni, nonché il luogo e la terra di Gabbiano. La concessione del feudo venne fatta dal Capitano Generale Francesco Sforza presso Martinengo, dove l'esercito era accampato, con atto del 4 agosto 1441, approvato dal doge Francesco Foscari con ducale del 7 marzo 1443. Il 27 giugno 1444 Brescia riconfermò ai Martinengo gli antichi Privilegi e le esenzioni fiscali. Il 9 giugno 1448 Antonio fu investito della nobiltà veneta e ammesso al Gran Consiglio. Anche Venezia riconobbe la larga autonomia amministrativa del feudo di Urago e i larghi poteri giurisdizionali dei Martinengo i quali, a reggere le sorti del paese, nominarono vicari privati con competenze varie spesso somiglianti a quelle dei podestà inviati da Brescia nei comuni non infeudati. Per rifarsi da tante devastazioni il 21 novembre 1447 Antonio Martinengo tornò ad affittare parecchi beni in Urago a tale Zambonetto qd. Zanini de Moroni della Valseriana. Scaduto l'affitto, i Martinengo continuano le opere di bonifica e di miglioramento avviate e nel 1506 intraprendono la costruzione della roggia Molina, detta anche Rovata, derivata dalla sinistra dell'Oglio, ma alimentata in gran parte da fontanili.


Dal 1558 al 1561 Urago è al centro di una lunga contesa tra cremonesi e bresciani per la costruzione del Naviglio cremonese le cui acque venivano convogliate dall'Oglio per mezzo di barriere di legno e di sassi, togliendo alimento alle seriole che irrigavano le terre bresciane. Distruzioni e rifacimenti, barriere, presenza di armati, tumulti sfociarono nell'elezione di un giudice per parte; per quella veneta del podestà di Brescia, Domenico Bollani, eletto l'anno appresso vescovo di Brescia, e per parte milanese del conte Giovanni Anguissola. Il castello di Urago fu il luogo di defatiganti trattative fino a quando la vertenza venne, il 24 agosto 1561, ricomposta.


Seguirono anni più sereni, approfittando dei quali il conte Girolamo Martinengo, che nel 1563 aveva fondato a Brescia assieme a Girolamo Bornato e Alfonso Capriolo l'Accademia degli Occulti, fondò anche a Urago una "Accademia" da assimilarsi forse più a una scuola che ad una accolta di persone dotte come oggi si pensa indichi il termine.


Interrompe la quiete laboriosa nel 1576-1578 una nuova epidemia di peste che provoca un gran numero di vittime. Il libro dei matrimoni infatti, dal 1575 registra la presenza di nomi di persone provenienti da fuori, dalla riviera del Garda, dalle valli bresciane, dalla Valtellina, dalle province lombarde e venete a testimoniare un ricambio di popolazione e un vero ripopolamento. Il paese assume inoltre una sua fisionomia che continuerà fino al sec. XX. Nel registro dell'anno 1573 della Quadra di Chiari, formato per l'estimo della città di Brescia, troviamo descritta anche la «Terra di Urago de Prevosti». Secondo questa descrizione di beni che riguardano il conte Vincislao Martinengo, oltre al castello c'erano nel paese, che a quel tempo non arrivava ai mille abitanti, il mulino (di 3 ruote), l'Hostaria (poi albergo Tre Corone), i porti sul fiume, una macina da olio (al Maglio) e, beni non dati in polizza, ventotto case «per braccenti». La stessa divisione fra quattro famiglie di Condomini, con il loro alternarsi al governo della comunità per ognuna di sei mesi in sei mesi, se creò screzi, servì anche ad un'emulazione in iniziative economico-sociali.


Del resto lo stesso Da Lezze nel suo Catastico del 1609-1610 ne fa una descrizione quasi idilliaca. Scrive, infatti, «di "un castelletto" in riva all'Oglio servato da un ponte levador, et borghi de fuori per l'habitatione de coloni, affittabili, bracenti et altre persone... ben popolato per rispetto dell'essentione delli signori conti Martinenghi... Ha una chiesa officiata ogni giorno da un prete con entranda de dusenti ducati et S. Biaso, chiesuola officiata qualche volta. Li terreni migliori sono di valuta de ducati 200, gli altri si vendono molto meno per essere sassosi. Si cava dalli terreni boni vini et biave et vi sono quantità di pradi». Il Da Lezze registra 14 paia di buoi, 7 cavalli, 9 carri. Una grande fattoria dunque e tale rimarrà ancora per secoli. Importante è invece il porto "in catena" che, secondo la relazione di Lodovico Baitelli del 1643, è di proprietà dei Martinengo e si trova di sopra del Naviglio cremonese.


Ai Martinengo si deve l'erezione nel '600 di un Monte di pietà, citato la prima volta in una relazione del 1700 del parroco Cirimbelli. Era «di some grosse di miglio 150...» custodito da due deputati eletti dal popolo ogni anno. Il '600 registra, come altrove, numerosi delitti, malversazioni, violenze, rese più facili dalla extraterritorialità feudale dei Martinengo per cui Urago divenne spesso rifugio sicuro di malandrini e di assassini anche se la "pena del sangue", cioè l'omicidio, era riservata all'autorità veneta. Dal 1648 al 1654 il libro dei morti registra sei omicidi. Del resto gli stessi Martinengo davano spesso "buon" esempio. Nel giro di poco più di un decennio, per fare un esempio, il conte Bernardino veniva privato dal padre dell'eredità per cattiva condotta e bandito dalla Repubblica Veneta, e Andrea ebbe, per la cattiva condotta, la sola legittima. Per tutte queste ragioni e per altre ancora quando il 14 maggio 1681 Battista, Paolo e Giovanni richiesero ai provveditori veneti la riconferma dell'investitura con mero e misto imperio su Urago e il Castelletto di Quinzano trovarono opposizione del nunzio di Brescia. Alla fine vennero concessi il 27 ottobre 1687 tali diritti solo su Urago, stabilendo i beni feudali di Urago solo sui 776 piò acquistati da Regina della Scala.


A tanta povertà si aggiunse nei primi anni del '700 la guerra per la successione spagnola. Come si legge nel libro dei nati «Adì 20 agosto 1701 Eugenio Principe di Savoia Generalissimo dell'Armata Cesarea si portò sul Distretto di Chiari con un Essercito di sisanta Milla Combattenti per conquistare il Stato di Milano, erano con Lui il Prencipe di Commersi, il Prencipe Carlo Vadamonte, Annibal Vesconte, il Palfi Cesareo, Tutti Generali di Sua Maestà Cesarea. Si trattenne tale Essercito in questi contorni sino alli 20 di novembre 1701 poi partì portandosi sul Mantovano e anche sopra il Bosolese et suo Distretto». La scarna annotazione sottende ben altro. Non ricorda le spogliazioni, malversazioni e le violenze delle truppe occupanti e, specialmente, l'esito sanguinoso della Battaglia di Chiari dell'1 settembre che probabilmente toccò, sia pure marginalmente, anche Urago, lasciando sul terreno morti (i registri dei morti ne riporta dieci francesi) che furono, secondo la tradizione, seppelliti là dove sorse poi la cappella dei Morti in Campo. Sotto la data 6 settembre 1701 un'altra annotazione del registro dei nati ricorda come «Emmanuele Carlo Ducca di Savoia Supremo Generale, Monsu Marischial Cattinati, Monsu Marischial Vilaroi, il Principe Vadamont, Governatore di Milano, il Conte di Tassé, il Generale Astores, il Torralba, Governatore di Cremona, il Principe Pio Romano, Don Francesco de Cordua Tutti Generali vennero a camparsi in Urago et nel suo Distretto con un esercito di Ottanta milla combattenti che tenevano da Calcio sino alla Terra del Castello de Covati e si trattennero accampati per due mesi e mezzo, Sua Altezza Reale Duca di Savoia habitava in Castello in casa dell'Ill.mi Sig.ri Conti Curtio et Fratelli Martinenghi e l'Ambasciatore di Francia habitava parimente in Castello di Urago in Casa dell'Ill.mi et Ecc.mi Sigg.ri Federico et Vincislao fratelli Martinenghi, Mons. Marischial Cattinati nel luogo della Rettoria, il Vadamonte et Villeroi in Casa dell'Ill.mo et Ecc.mo Sigg. Bernardino Martinengo e l'altri in Casa de Particolari...».


Durante questi due mesi e mezzo morirono a Urago per ferite o per malattie undici persone tra ufficiali, soldati e gente al seguito dell'esercito francese. Nello stesso periodo nacquero sedici bambini. Nomi e date sono registrati nei libri dei morti e dei nati dal prevosto di allora, Orazio Cirimbelli.


Per rifornire di viveri il campo di Urago, si erano concentrate a Soncino le requisizioni di grano e di carne della zona e così tra i due paesi era un continuo andirivieni di truppe e di trasporti «che a guisa di predoni», scrive Francesco Galantino, «desolavano dove era rimasta ancora qualche cosa». Il maggior danno era l'incendio appiccato alle cascine e il saccheggio indiscriminato delle chiese e delle case, «Francesi e Savoiardi cavavan di dosso agli uomini e alle donne fin la camicia, e toglievano agli accattoni le scarpe usate». Circolava gran quantità di denaro come in tutte le guerre e la roba la si vendeva alla borsa nera. «Il vino», scrive Gabriele Rosa nelle Memorie Patrie, «sel vendeva fino filippi tre et mezo ala zerla adaquato e quel guasto fino lire venti ala zerla». Ma in campagna «non si raccoglie quasi niente per la grande quantità de bovi, cavali che fece mangiare, tutto forachiato, tutta la campagna, melgone, meliga, miglio et tutto ciò che si ritruova in campagna, robato tutti li loghi di massari quanto aveva in casa, masato tutti li animali... I tedeschi poi erano indomabili e brutali: spesso rapivano senza pagare, dissipavano senza godere le provvigioni delle famiglie, nelle cantine cavavano le spine alle botti, di poi bevevano a vicenda godendo frattanto a vedere scorrere il vino per terra».


Il 12 novembre finalmente, avvicinandosi l'inverno, i francesi levarono il campo da Urago e andarono verso Milano. «Partì da Urago il presente esercito li 12 Novembre del corrente anno e portossi a quartiere sopra il stato di Milano del quale n'era possessore ancora di Mantova». Le truppe francesi e austriache ritornarono sull'Oglio nel 1704, nel 1705 e nel 1706. Soltanto nel settembre di quell'anno il principe Eugenio di Savoia riuscì a concludere la prima parte della guerra, entrando da trionfatore in Milano. Il bilancio dei danni subiti dai nostri paesi in quegli anni ce lo dà Francesco Galantino: «Migliaia di pertiche di frumento disperso al momento del raccolto, di lino, di milio, di melicotto, migliaia di pertiche di prato calpestato e consunto; cascinali distrutti, altri resi inabitabili per non avere che le pareti esterne e il tetto; derubati e uccisi centinaia di paia di buoi, di mucche, di maiali; dispersi o bruciati carri e attrezzi agricoli; alberi, gelsi, frutti e viti recise; popolazione quasi ignuda e pressoché morta di fame».


Seguirono decenni di pace ma carichi di duro lavoro, di ricorrenti malattie specie fra i bovini e quasi normali liti e controversie di confine. Il fiume Oglio fu infatti al centro di controversie confinarie, specie per quanto riguardava i porti. Secondo la mappa redatta dagli ingegneri Merlo e Cristiani nel 1751-1752, nel tratto denom. «Territorio di Urago bresciano o sia Calciana bresciana superiore», possiamo rilevare il Porto di Mezzo, «qual è di ragione delli condomini di Urago (Giovanni e fratelli Martinengo), e dalli stessi si mantiene con le due rive e strade conducenti al porto; sta ligato alla riva bresciana, ed il di cui casello è nella vicina casa». Questo porto dal 1770 fu al centro dell'attenzione per la richiesta avanzata dalla Comunità di Calcio e dai Condomini di Urago di trasformare in ponte stabile. Proposta contrastata dalle autorità, nel timore che avrebbe favorito il contrabbando e la diserzione di soldati ma che fu vincente nel 1777 quando il ponte venne costruito. Dieci anni dopo, nel 1787, il ponte servì alla nuova strada postale Milano-Venezia.


La lunga pace fu rotta nel 1796 con la discesa in Italia delle truppe francesi al comando del giovane generale Napoleone. Gli Uraghesi furono i primi tra i bresciani ad avere il privilegio (se privilegio fu!) di vedere il giovane generale che avrebbe sconvolto l'Europa. A precederlo fu uno dei suoi generali, il Rusca, a capo delle malmesse truppe che, il 25 maggio 1796, per prime passarono l'Oglio a Urago. I diari del tempo registrarono che «il paese ammutolì, le strade si fecero deserte, le finestre vennero chiuse, le porte sprangate», ma, anche, che malgrado ciò si verificarono molti saccheggi nelle campagne, giacché le truppe dovevano vivere sul paese. Quasi del tutto inavvertito fu il 18 marzo 1797 quando venne proclamata la Repubblica Bresciana e pure, nell'ottobre 1797, la Repubblica Cisalpina. Solo il clero locale e gli abitanti poveri se ne accorsero dato che fra i primi atti dei Governi giacobini fu l'incameramento dei beni delle Confraternite e del Monte di Pietà.


I nobili proprietari delle terre (Martinengo, Caleppio, Tadini, Oldofredi), pur perdendo, ma solo nominalmente, i diritti alle regalie e a qualche altro privilegio, conservarono intatte le loro proprietà e a loro venne, come possidenti, riservata la stessa amministrazione del Comune. Il Catasto napoleonico registra tutte le proprietà di Urago di 9899.88 pertiche, fatta eccezione di 159 pertiche della prebenda parrocchiale, sempre in mano ai nobili Martinengo, Oldofredi e Caleppio. La situazione si modifica, ma solo leggermente, nel Catasto austriaco quando compare la parzialissima proprietà non nobiliare di 243 pertiche in mano a non nobili quali i Cominotti.


Fra le poche opere registrate nel 1804-1805 vi è la costruzione del nuovo cimitero, anticipando l'imposizione napoleonica che nel 1810 ne avrebbe prescritto la costruzione, a distanza dagli abitati. Si realizzano alcune opere pubbliche fra le quali le "strade della fame" per risollevare le masse dalla indigenza e dalla disoccupazione. A rompere, tragicamente, anni di pace ma anche di povertà e di duro lavoro nel maggio 1836 scoppia il colera che il 28 del mese miete la prima vittima, alla quale fino al 25 agosto ne seguono altre 36. Unico rimedio che viene individuato è il ricorso alla speranza cristiana. Il 10 luglio 1836, 218 capifamiglia fanno voto a Maria SS. Addolorata di celebrare per sette anni una festa particolare in suo onore. Ma se il colera era un'epidemia tragica ma di passaggio, incombenti per lunghi decenni furono malattie endemiche fra le quali la pellagra che tenne banco fin dopo la I guerra mondiale. Per i lunghi decenni che seguirono, sotto il dominio austriaco, tra i pochi progressi che si registrano vi sono un'organizzazione più precisa della vita amministrativa e dell'insegnamento elementare, posto sotto la direzione del prevosto. Una novità, che però passa sulla testa di tutta la popolazione, è il trapasso di parte della proprietà ex feudale a nuovi condomini. Tra i nuovi giungono gli Zoppola, che si distinguono poi per la partecipazione alla vita della comunità, in emulazione con i Martinengo tra i quali è il conte Luigi Martinengo, grande benefattore e per decenni fra i più attivi esponenti del movimento cattolico bresciano.


Il 1859 vede di nuovo passaggi di un esercito che è ancora, come nel 1796, quello francese, diretto alla vittoria di Magenta. Il 16 giugno infatti si riversano su Urago, provenienti da Calcio, le truppe del II Corpo, che si accampano a Castrezzato e da Mozzanica quelle del I Corpo, che proseguono per Rudiano.


Fra le novità che ne seguono è la istituzione della Guardia Nazionale che presidia il paese e il ponte sull'Oglio, le elezioni comunali (ma il sindaco viene nominato per decreto del re ed il primo è il conte Venceslao Martinengo Villagana), provinciali e politiche. Nel 1859 Urago viene incluso nel I mandamento e nel II circondario di Chiari. Nel Catasto del Regno d'Italia su 988 ettari, circa 710 sono ancora di proprietà nobiliari, 224 circa sono di proprietà non nobiliare.


Un certo risveglio di opere pubbliche si profila con l'unità di Italia e specialmente con la nomina nel 1864 a sindaco, in successione del conte Venceslao Martinengo Villagana, di un curato, don Lorenzo Salvoni. Nell'anno di nomina viene tracciata, su proposta del conte Giuseppe Panciera di Zoppola, una strada chiamata Contrada Nuova (e poi S. Lorenzo) che serve a rompere l'isolamento dell'antico borgo fortificato. Nello stesso anno viene aperto per la popolazione, sempre sulla Contrada nuova, un pozzo, al quale ne segue poco dopo un altro in Contrada "di mattina". Il 20 ottobre incomincia a funzionare l'orologio della torre, installato dalla ditta Frassoni di Rovato. Accantonata invece una proposta del 1867 di sistemare il Comune e la scuola, progetto che verrà ripreso nel 1890 con l'acquisto per le scuole di una casa in piazza Castello, che già nel 1907 è adibita a caserma dei carabinieri mentre le scuole dovranno migrare nel castello e poi, fino al 1934, negli oratori parrocchiali. Più attiva è la vita parrocchiale, che nel 1864 vede restaurata la chiesa, dotata di nuove campane. Già la registrazione di queste lentezze offre l'idea della pesante situazione economico-sociale del paese rappresentata, come si legge nella cronaca dei funerali del prevosto don Delfarini, da «un'interminabile sfilata di gente, in gran parte braccianti alle dipendenze delle dieci principali famiglie del paese», obbligati a lavorare d'estate 15-16 ore al giorno, per 60 centesimi. Unica valvola di sicurezza per decenni divennero l'emigrazione, specie verso l'Argentina e gli Stati Uniti, qualche lavoro nelle fabbriche (che incominciano a crescere a Palazzolo, Chiari) e, verso la fine del secolo, in un piccolo opificio, presto chiuso, o l'impiego, nel 1878, nella costruzione del tratto Rovato-Chiari-Treviglio della linea ferroviaria Milano-Brescia. Questi lavori, però, stravolsero nella zona del Castellaro, un ambiente importante per l'aspetto archeologico, idrografico e viario.


Ma il paese rimane, sostanzialmente, una grande azienda agricola. Tra le poche novità positive è la vaccinazione di massa e l'assistenza prestata ai più poveri dalla Congregazione di carità succeduta alla "Scuola dei poveri", presieduta dal prevosto, che dispensa qualche aiuto e anche qualche piccola dote alle ragazze da marito. Di notevole rilievo è la fondazione nel 1880, per iniziativa del prevosto don Delfarini, dell'asilo infantile, beneficato grandemente dal conte Luigi Martinengo, ospitato in alcuni locali del Castello e affidato alle suore Ancelle della Carità sostituite, nel 1887, dalle Suore di Carità delle SS. Capitanio e Gerosa. In crisi verso il 1890, fu ricostruito sempre per iniziativa di don Delfarini.


All'aggravarsi della situazione sociale, particolarmente pesante sulla fine del secolo, cerca di far fronte il prevosto don Omobono Fiora che con undici soci fonda il 26 aprile 1896 la Cassa Rurale. Il primo deposito è di 100 lire e altrettanto il primo prestito, ma alla fine dell'anno i depositi salgono a 8862 lire e 75 centesimi.


La situazione sociale si aggrava ulteriormente all'inizio del secolo: il 15 maggio 1901 scioperano per tre giorni i mezzadri, contadini obbligati e avventizi e ottengono aumenti salariali e una diminuzione di oneri colonici. Il 21 agosto 1902 scendono di nuovo in sciopero i falciatori di fieno alle dipendenze dell'affittuario Turra e, il 18 marzo 1903, 240 contadini obbligati ed avventizi scioperano per opporsi al licenziamento di 4 famiglie di coloni e alla richiesta di sfratto a tutti gli affittuari forestieri. Ma il definitivo colpo d'ala, oltre che alla vita religiosa anche alla vita civile ed economico-sociale del paese venne dal prevosto don Giovanni Marinelli il quale, come scrive Ernesto Podavitte ("La terra di Urago d'Oglio", p. 126), «fu un uomo che, intuendo i fermenti e i cambiamenti in atto nella società, unì a una intensa azione pastorale una altrettanto intensa e sofferta azione sociale. Non ci sarà infatti iniziativa a Urago, opera pubblica, conflitto sociale che non veda al primo posto, promotore, collaboratore o consigliere, questo prevosto». Di lui, ricorda ancora il Podavitte, si racconta che andando i primi giorni nelle case per conoscere la gente e sentendosi continuamente rispondere, alla domanda «che mestiere fai?», «Salariato», disse ai suoi collaboratori: «O cambio questa situazione, o me ne vado».


A pochi mesi dall'ingresso in parrocchia nell'ottobre 1903 era già impegnato a promuovere, con Ramiro Turra, l'impianto, alla macina della Guarda del conte Luigi Martinengo, di un'officina elettrica per l'illuminazione pubblica e privata e quando «ne fosse il caso, opifici e laboratori». Costituitasi il 15 agosto 1904, la "Società Impianto idroelettrico di Urago d'Oglio" inaugurava la centrale nel 1907, già in grado di fornire elettricità oltre che a Urago anche a Rudiano, Calcio e Pumenengo. Nel 1906 il prevosto Marinelli e il Comune avviavano, grazie anche alla donazione del conte Gerolamo Gradenigo, probabilmente per disposizioni testamentarie del conte Luigi Martinengo, morto l'anno precedente, di una casa e di 80 piò di terra e di una rendita annua di 400 lire, la costruzione di un ricovero vecchi, affidato ancora alle Suore della Carità ed eretto in ente morale nel 1913 col titolo di "Pio Luogo di Ricovero dei Poveri Vecchi e di Mendicità di Urago d'Oglio».


Dalle opere di carità a quelle economico-sociali il passaggio fu breve. L'1 luglio 1906 in locali del Castello venne aperta una succursale della fabbrica bottoni "Clearco Sala" dell'ing. Enrico Fossati e C. di Milano (il cui titolare, figlio del medico condotto, era cresciuto a Urago), accolta certo con maggior calore da una popolazione già vessata da agenti, campari, fattori, guardie tutte sguinzagliate alla caccia dei "ladri di campagna", cioè di poche spighe, pannocchie, grappoli d'uva che formavano buona parte del reddito degli abitanti. L'istituzione della Caserma dei RR. Carabinieri che, tra l'altro, venne sistemata nei locali delle scuole elementari che dovettero essere ospitate nell'oratorio parrocchiale, era già di per sé una spia di una preoccupante situazione economico-sociale nelle campagne che sfociò, nella primavera del 1907, in una serie di agitazioni agrarie di particolare forza. A fronteggiarne le minacce scese ancora in campo il prevosto don Marinelli che fin dal 6 aprile lanciava un appello affinché le parti in contesa si incontrassero, riuscendo poi a siglare un accordo che evitò gli scontri gravi avvenuti altrove e a sventare il rischio, come si poté leggere in "La Voce del Popolo" del 2 settembre 1907, che un paese buono sarebbe potuto «farsi socialista». Ma l'azione sociale di don Marinelli, cui la popolazione attribuì il motto «non tutti proletari, ma tutti proprietari», travalicò subito le lotte e i contrasti sindacali. Assunta direttamente la direzione della Cassa Rurale nel 1910, con la collaborazione di Luigi Cominotti e del curato don Giovanni Podavitte, prese in affitto tutti i terreni del conte Zoppola del quarto NO del paese, già affittati in precedenza a un solo affittuale. L'affittanza, che comprendeva le fattorie di via San Lorenzo e le cascine Coranda, Lama Nuova e Castellaro, venne suddivisa e ceduta in subaffitto a 44 soci, che costituirono la prima Cooperativa agricola di Urago.


Le iniziative di don Marinelli segnarono un nuovo corso nella vita della comunità uraghese. Nello stesso 1910, mentre fiorivano in modo mirabile le scuole di catechismo, don Marinelli istituiva anche una scuola serale gratuita per analfabeti. Vi insegnavano i due curati. Un gruppo di benemerite, con a capo la contessa Clotilde Zoppola, organizzarono la stessa scuola anche per le donne, presso le suore. Negli stessi anni riprese a rifiorire anche la banda musicale grazie all'istituzione di una apposita scuola. Né mancarono segni di progresso nella vita comunitaria. Nel 1912 il Consiglio Comunale deliberava «la congiunzione di Urago d'Oglio, mediante linea telefonica, con Chiari e altri comuni», realizzata nel 1914; si propose di sostituire il vecchio orologio della torre; si costruì un cancellata davanti all'edificio comunale; venne collocata una pompa in via Dosso seguita poi da un'altra in via Vignana. Veniva deliberata il 25 luglio 1912 la compartecipazione alla costruzione di una tranvia a vapore da Rovato a Orzinuovi attraverso Chiari, Urago e Rudiano che tuttavia venne poi accantonata.


Ma ai pochi anni di respiro ne successero altri altrettanto difficili e tragici. La minaccia della guerra, infatti, riportò in paese un numero rilevante di emigranti tra i quali 22 minatori da Trieu (Lorena francese), a cui se ne aggiunsero molti altri tanto che il sindaco Salvoni si sentiva in dovere di scrivere al Sottoprefetto di Chiari: «Gli operai rimpatriati dall'estero in questi giorni sono una settantina (quattro con moglie e figli, senza casa). Altri sessanta circa sono tornati alcuni mesi fa. Trenta fra muratori, manovali, falegnami e fabbri difettano di lavoro... Tutti chiedono lavoro e pane. Tanti non hanno alloggio, non hanno parenti diretti perché erano lontani dal paese da oltre vent'anni...». Questo nell'agosto. In settembre chiudevano anche la fabbrica Sala-Fossati, stabilimenti di Palazzolo e della Valseriana, mettendo sul lastrico 40 operaie. Mentre le autorità superiori rispondevano di affidare le masse disoccupate alla carità pubblica, a risolvere, ancora più tragicamente, il problema sopravvenne, il 24 maggio 1915, la guerra che portò al fronte gli uomini più validi, lasciando il lavoro nelle campagne nelle mani degli anziani, delle donne e dei ragazzi. A risollevare in parte dalle difficoltà le famiglie provvide don Marinelli con una refezione ai bambini bisognosi, mentre il Comune, per calmierare i prezzi imposti da esercenti esosi, istituiva il 24 aprile 1918 uno spaccio, senza però che la situazione migliorasse, tanto che il 10 luglio un centinaio di donne occupò per protesta, dalle nove del mattino alle tre del pomeriggio, gli uffici comunali.


Alla fine, il bilancio degli anni di guerra fu oltremodo pesante. Vennero contati 41 caduti e dispersi cui si aggiunsero nell'autunno 1918 i numerosi morti per l'epidemia di spagnola che desolò intere famiglie. Ai caduti si voleva edificare un monumento; ci si accontentò di un viale della Rimembranza, in località Morti in Campo. Ai combattenti contadini era stata promessa la terra, e invece ritrovarono la stessa (o quasi) situazione precedente al conflitto. Dalle statistiche sulla consumazione dei generi soggetti a dazio, riportate dal Podavitte, era questa in sintesi la situazione di Urago alla fine del 1918: «Abitanti 2265 (1500 in paese, 765 in campagna), quasi tutti braccianti giornalieri. Su 1000 ettari circa di terreno, più di 800 sono accumulati nelle mani di cinque o sei grossi proprietari i quali vivono fuori paese, portano via tutte le rendite e qui non lasciano che la miseria. Si mangia polenta, latticini, verdure, pesce fresco e salato e, alcune volte, carne suina e bovina. Si fa uso anche, ma in minore quantità, di pane e di minestra. Vi sono in paese più di trenta pellagrosi». Nessuna meraviglia perciò che fin dall'affacciarsi della primavera del primo anno di pace, il 1919, si scatenassero agitazioni, costringendo, anche per disordini amministrativi emersi, l'Amministrazione comunale a dimettersi, sostituita nel gennaio 1920 da un Commissario prefettizio. Questi apri mutui e conti correnti mentre nascevano cooperative come la "Muraria ex combattenti", e venivano apprestate opere di emergenza come le cave di ghiaia per le opere pubbliche, la sistemazione e l'allargamento della strada Urago-Rudiano, la costruzione di urne al cimitero e la sistemazione del viale dei Morti in Campo. Molti, come scrive il Podavitte,«preferirono andar per legna d'inverno; d'estate per erba lungo i fossi, o acquattati nei formentoni rimediare una zucca di nascosto, un fagottello di uva, una manciata di fagioli».


Ricominciarono le agitazioni. Nel novembre 1919 e poi ancora il 28 dicembre, dato che la mano d'opera risultava di molto superiore alla ripartizione del lavoro stabilita dai patti colonici e data l'instabilità dei terraioli e degli avventizi, la Lega dei contadini, con l'appoggio del prevosto don Marinelli e del curato don Giovanni Podavitte il quale, prima di entrare in seminario, aveva fatto il salariato agricolo, iniziò una decisa agitazione. Contestati due lodi avanzati dal Comitato arbitrale provinciale, nel luglio 1920 i contadini scesero in sciopero, ricorrendo anche a maniere forti nei riguardi dei crumiri, fino a quando fra Sottoprefetto di Chiari, Comune, proprietari e conduttori di fondi e Unioni del lavoro si stipulò un concordato, in base al quale i proprietari e i conduttori si impegnavano a cedere, a partire dal mese di novembre, 249 piò di terra da suddividere tra i contadini disoccupati. Con ciò veniva avvalorata l'attività del prevosto don Marinelli, il quale nel novembre 1919 aveva di nuovo messo in campo, sotto il nome di Società agricola ex combattenti, la Cooperativa agricola del 1911 comprendente 67 soci sugli stabili del conte Zoppola, alla quale si accompagnò la Cooperativa Contadini che, grazie alla Cassa Rurale, il 30 settembre 1920 riuscì a togliere all'affittuale Mondini 343 piò di terra suddivisi tra 44 famiglie per un numero complessivo di 300 e più persone. Fallì invece a don Marinelli, per l'immaturità della mentalità contadina, la sua più ardita impresa. Comperati nel 1919-1920 degli stabili del conte Gradenigo con l'intenzione di rivenderli ai contadini, vi dovette rinunciare.


Perdurando la disoccupazione, che nel 1921 contava 70 uomini e 60 donne, venne in quell'anno tentato l'impianto della Tintoria bottoni Frattini, Francon e C., ma fallì prima del nascere. Seguirono nuovi scioperi e agitazioni, delle quali approfittò, dal 1922, con promesse di pacificazione, il fascismo con le sue spedizioni punitive e con ripetute minacce a don Marinelli e a don Bresciani, direttore dell'Oratorio. Furono presi di mira anche i pochi socialisti. L'ultimo giorno di carnevale, 14 febbraio 1923, una spedizione fascista proveniente da Rudiano costringe due socialisti, Giuseppe Rota e Federico Ossoli, a bere olio di ricino. L'immediata protesta dei socialisti che sfilano al canto di "Bandiera rossa" viene repressa dai carabinieri. Nell'ottobre del 1924 durante una conferenza religiosa presso il circolo cattolico, irrompono alcune camicie nere che strappano dai muri i manifesti con la scritta "W S. Luigi. W La Gioventù cattolica", suscitando la rivolta dei presenti che li inseguono. I fascisti piomberanno poi in paese percuotendo «con bastonate, senza distinzione di partito, quanta gente trovano sulle vie e negli esercizi pubblici». La violenza fascista è talmente pesante che perfino gli agricoltori si rivolgono all'autorità chiedendo che la contengano. Il fascismo si accanisce contro il movimento cattolico per cui, nel 1926, sopprime la Cassa Rurale e, nel 1928, ogni residuo di cooperative e, anche dopo la sua completa affermazione, si lancia contro don Marinelli e contro i suoi curati. Ancora il 27 marzo 1928 il podestà e fiduciario della Sezione del Partito Fascista di Urago scriveva al prevosto di richiamare energicamente i suoi dipendenti (curati) perché secondo lui «andrebbero svolgendo un'azione che non si confà per null'affatto alle direttive del Regime non solo, ma che sa di una certa contrarietà all'Autorità locale sia essa politica che amministrativa».


Il 31 maggio 1931, per ordine del Capo del Governo, i carabinieri ordinavano «lo scioglimento dell'Associazione Oratorio Maschile non facente capo al Partito Nazionale Fascista, diretta dal rev. Parroco D. Giovanni Marinelli». Vennero sequestrati libri, giornali e tutto ciò che fu trovato nel locale; fu sequestrato e messo sotto sigillo il teatro dell'oratorio, sequestrati gli strumenti della banda musicale. Allo stesso modo venne ordinato lo scioglimento dell'Associazione Oratorio Femminile. Il 4 giugno dello stesso anno, tolti i sigilli alle porte e restituite le chiavi, gli oratori vennero ripristinati perché, «come venne riferito superiormente, avevano lo scopo di impartire la dottrina cristiana».


Nel frattempo si abbatte anche su Urago la crisi economica del 1929 con l'aumento della disoccupazione, la nascita del Comitato di assistenza ai disoccupati, l'infoltirsi dell'elenco dei poveri che nel 1931 sono più di mille, e il riaprirsi della emigrazione verso la Francia, la Svizzera e l'Agro Pontino. Non mancano tuttavia alcune opere pubbliche quali il raddoppio del cimitero (1928), la realizzazione del viale (1931), della fognatura di via Umberto I (1933) e del nuovo edificio scolastico inaugurato e dedicato ai Caduti in guerra l'11 dicembre 1933. Viene inaugurato anche un Consultorio pediatrico, soppresso nel maggio 1942. Importante è la creazione della tangenziale della strada statale Brescia-Milano che evita il centro del paese. Respiro economico è dato dall'impianto, per interessamento del Comune e dei conti Zoppola nella loro fattoria di via S. Lorenzo, del calzificio Arisi. Il lascito nel 1934, da parte di Teresa Vezzoli ved. Bandera, della sua casa e di una cospicua rendita permette una nuova sistemazione del Ricovero vecchi. Nel 1939 il Comune istituisce la V classe elementare; nel 1940 viene riconosciuto dalla Consulta Araldica lo stemma comunale. Negli stessi anni nella zona del Castellaro veniva creata una centrale elettrica della ditta Fratelli Marzoli di Palazzolo, inaugurata il 24 novembre 1940. Radicale tra il 1939 e il 1941 è la trasformazione del centro del paese con l'isolamento, attraverso l'abbattimento di vecchie case, stalle e fienili, della chiesa parrocchiale.


Ma intanto dal 10 giugno 1940 è di nuovo guerra con richiami alle armi, razionamenti di viveri, borsa nera, mentre il paese si riempie di sfollati (e, quasi a sfida, la chiesa parrocchiale viene restaurata completamente nel 1944- '46). Gli spettacoli notturni dei bombardamenti su Milano diventano abituali dal 1943 anche ad Urago. Il paese è toccato dalla guerra civile con l'armistizio dell'8 settembre 1943. In paese si forma intorno al curato don Francesco Metelli un gruppo clandestino di alcuni giovani delle Fiamme Verdi che, in collegamento con Tomaso Bertoli "Tarzan" di Pontoglio, aiutano le formazioni partigiane della montagna, diffondono la stampa clandestina, e specialmente il "Ribelle", e operano azioni di sabotaggio. Il paese vive, particolarmente dal luglio 1944, momenti di vero spavento. Il 27 luglio, nel pomeriggio, 6 cacciabombardieri cercano di centrare con bombe il ponte ferroviario sull'Oglio, riuscendo solo a interrompere le linee telefoniche. Il giorno dopo ricompaiono altri 8 aerei che centrano e abbattono due arcate. Alcune bombe cadono a S, appena fuori dell'abitato, all'inizio della campagna, molto vicino all'oratorio senza fare vittime. Il 29 settembre gli abitanti possono seguire in diretta un duello tra un aereo tedesco e tre inglesi. Alla fine assistono al salvataggio con paracadute del pilota germanico. Il 22 novembre 8 aerei della RAF mitragliano di nuovo il ponte mentre passa una corriera con 60 militi della R.S.I. Solo la vettura, tuttavia, subisce danni. Otto caccia bombardieri ritornano a battere la linea ferroviaria e poi la statale. Scoppiano alcuni vagoni carichi di munizioni, con un solo ferito e danni subiscono, sulla statale due autocorriere e un piccolo autocarro. Il 22 dicembre sotto bombe alleate crollano due arcate del ponte ferroviario. Due bombe cadono il 19 marzo 1945 e il 18 aprile, mitragliate di aerei immobilizzano sulla statale un autocarro ed una vettura. Momenti particolarmente difficili vive Urago nei giorni della liberazione. Il 26 aprile 1945 i partigiani arrestano il podestà e il segretario politico ed occupano il Comune. La sera dello stesso giorno posti di blocco sistemati su tutte le strade intercettano 6 autocarri carichi di viveri e fanno 80 prigionieri tedeschi e fascisti. Nei giorni seguenti l'Oratorio e l'asilo diventano magazzini di viveri e di armi. Drammatica è la giornata del 27 aprile quando nel pomeriggio una lunga autocolonna tedesca che proveniva dal viale del santuario di Caravaggio, giunta all'altezza del paese, viene attaccata da alcuni caccia americani e mitragliata per quasi un'ora. Il timore che poi i tedeschi si riversino in paese spinge don Metelli con i capigruppo Lorenzo Chiappa e Antonio Gozzini ad attaccarli. Dopo due ore di sparatoria i tedeschi piazzano un mortaio, colpiscono la casa d'angolo tra via Umberto I e via S. Lorenzo e avanzano con mitra e fucili. La resistenza continua, cade Luigi Bazzardi e viene colpita a morte la giovane Facchetti, i tedeschi contano tre morti e poi si arrendono. Seicentocinquantotto prigionieri vengono stipati nell'oratorio e nelle Scuole elementari. Verso sera il paese respira: sulla strada principale passano i primi carri armati americani della V Armata, provenienti da Castelcovati. Ma il giorno appresso, 28 aprile, incombe improvvisamente un nuovo pericolo. Proveniente da Cremona, sulla strada per Rudiano, viene avvistata una seconda colonna tedesca, forte di 30 automezzi. La fermano cinque giovani; ma il generale che la comanda, pur alzando bandiera bianca, rifiuta di arrendersi se non a un suo pari. La richiesta viene comunicata via radio al Comando alleato e, verso le 17 dello stesso giorno, un generale americano atterra con l'aereo in un campo della cascina Vezzola e ottiene la resa. Scomparso ogni pericolo, il paese conta fino a 4 mila tedeschi prigionieri che verranno poi via via smistati.


Seguono ancora anni difficili di crisi e di disoccupazione resa più grave dalla chiusura del Calzificio Arisi e di nuova povertà, ma animati da volontà di ripresa. Ricompare, infatti, la mensa dei poveri e vengono inventati lavori per i disoccupati. Si ripetono nelle campagne scioperi e manifestazioni. La prima amministrazione democratica espressa dalla Democrazia Cristiana dedica le prime cure, anche per dar lavoro ai disoccupati, al riassestamento delle strade e alle migliorie alla viabilità, al riattamento degli uffici e servizi e dell'edificio scolastico. Poco dopo viene dato il via all'allargamento della strada Urago-Pontoglio. Assieme a questa strada nel 1951 vengono inaugurati anche la sala maternità "Contessa Clotilde Panciera di Zoppola", costruita vicino al ricovero vecchi, e la prima farmacia del paese. Via via Urago cancella quasi ogni traccia del passato. Costretti all'opposizione i grossi proprietari terrieri rimasti, una classe politica nuova affronta i più urgenti problemi e realizza via via sempre più numerose opere sociali.


Tra il 1950 e il 1960 viene costruito l'acquedotto comunale, asfaltate le vie principali (viale Roma, Umberto I e IV Novembre), potenziata l'illuminazione pubblica, costruita la rete fognaria e le prime case popolari, sistemata la piazza centrale, costruito il nuovo palazzo comunale (nella realizzazione di queste due opere venne purtroppo sventrato l'antico borgo e abbattuta la porta centrale che conduceva al castello), mentre nascono sempre nuove manifatture. A partire dal 1964-1965 nasce in tre riprese a NE del paese il "Villaggio". Negli anni '70 il paese vede sorgere altre opere importanti quali la sistemazione del cimitero (1973), la Biblioteca comunale, inaugurata nel febbraio 1975, l'asilo nido (ottobre 1978). Dall'ottobre 1984 inizia per la scuola media il tempo prolungato. Anche la cultura fa sentire la sua presenza. Negli anni '80 vengono realizzate opere volte al miglioramento del paese: rotatoria all'incrocio della strada Padana superiore n.11 con la strada Lovere-Palazzolo-Orzinuovi-Cremona n. 469; asfaltatura delle più importanti strade di campagna; nuova rete fognaria, collettore ottenuto con la copertura della roggia Vescovata e depuratore; isola ecologica; nuova rete idrica e potenziamento degli acquedotti; ampliamento della scuola media con parziale realizzazione della palestra; ristrutturazione del palazzo municipale; riapertura della casa di riposo (1982), dopo la sua ristrutturazione; completamento del campo sportivo, con la costruzione delle tribune e dei campi di pallavolo, pallacanestro e tennis; acquisto dell'area per l'ampliamento del parco di Villa Zoppola; acquisto, per la sua demolizione, della costruzione antistante il castello medievale, di epoca successiva ad esso, e dell'area adiacente, finalizzato alla sistemazione di piazza Marconi (il relativo progetto dell'architetto Pierfrancesco Rossetti non sarà poi realizzato); prima costruzione di abitazioni in regime convenzionato (L. 167). Nel 1993 viene raddoppiata la casa di riposo, inaugurata nel dicembre 1996. Nel 1995 viene completato l'ampliamento della sede municipale e nel 1998 viene realizzato il centro diurno per anziani in via Roma. In via Maglio si realizza una nuova rete fognaria, mentre viene apprestata, tra le rogge Castellana e Rudiana, una nuova area per l'edilizia economico-popolare, dove sorgeranno negli anni seguenti 54 nuovi appartamenti.


Dagli anni '70, Urago vede fiorire numerose associazioni operanti nei vari ambiti socio-culturali-ricreativi. Alla prima, l'associazione "Combattenti e Reduci", segue l'Avis, operativa, con le prime donazioni di sangue, fin dal 1974. Vengono poi le associazioni "Pensionati e Volontari", "Amici della Capanna", "Amici della Madonna del Villaggio", "Al Castelaro", "Chernobyl", "Effata".


L'attività calcistica é stata praticata a livello amatoriale fin dagli anni Cinquanta. Nel 1977, da un'iniziativa di alcuni sportivi desiderosi di avere anche ad Urago d'Oglio una squadra di calcio e di creare con essa un'attività aggregante per i più giovani, nasce la società sportiva US Urago. La società sportiva utilizza inizialmente il campo di calcio messo a disposizione dall'Amministrazione Comunale di Rudiano, fino a quando, tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta, anche a Urago viene costruito il centro sportivo, dotato anche di campo da calcio regolamentare. Oggi la società sportiva promuove l'attività calcistica a tutti i livelli, dai "pulcini" alla prima squadra. Nei primi anni 2000 viene realizzata dalla provincia di Brescia, in accordo con i Comuni interessati, la pista ciclabile che collega Paratico a Urago, attraverso Capriolo, Palazzolo e Pontoglio. Un tratto di questa pista viene inaugurato nel novembre 2003, a ricordo di Tommaso Bertoli "Tarzan" e in nome della Resistenza. Dopo anni di rinvii e di attesa, nel novembre del 2004, iniziano i lavori per il sottopasso ferroviario alla linea Milano-Venezia della strada 496 (Sebina Occidentale).




ECCLESIASTICAMENTE. Il titolo di S. Lorenzo rimasto alla parrocchiale farebbe pensare all'esistenza in località Castellaro di una diaconia, forse succeduta ad uno xenodochium sulla strada per Crema-Lodi-Milano, e poi trasformata in una chiesa battesimale. Questa prima chiesa appartenne con tutta probabilità alla pieve di Calcio. Non trova riscontro l'individuazione, fatta da un solo autore, che ha voluto un accenno a Urago nella Pieve di S. Maria de Vurego alla quale si fa riferimento in una bolla di Papa Lucio II del 1144. Ad una chiesa "antiqua" difficilmente collocabile accennano gli atti della visita pastorale del 1688. Sorto il nuovo nucleo abitato più a S vi venne costruita una nuova chiesa che venne poi distrutta quando fu eretto il castello, per essere ricostruita accanto allo stesso. È probabile che anche durante la presenza nel territorio del monastero cremonese di S. Lorenzo la vita ecclesiale e religiosa abbia continuato a gravitare ancora su Calcio e nell'ambito della diocesi di Cremona. Si rifà, con probabilità, alla presenza benedettina invece la dedicazione a S. Pietro della chiesa poi del cimitero. Sembra sia stata molto antica anche la chiesa di S. Agata. In occasione di una delle molte epidemie di peste venne eretta una cappella a S. Rocco detta "S. Rocco vecchio" per il fatto che poi venne riedificata e chiamata "S. Rocco nuovo".


La comunità comunque si raccolse intorno alla nuova chiesa fatta erigere, in luogo di quella incorporata nel castello ed edificata da Prevosto Martinengo, sulla fine del sec. XIV o agli inizi del sec. XV. Era da pochi anni costruita quando nel 1410, nelle lotte fra i Martinengo e Secco di Calcio, la chiesa, come si legge in una bolla di Papa Callisto III del 1457, venne rovinata, scoperchiata e ridotta «come una spelonca di ladri». Fino al 1700 Calcio rivendicò la appartenenza della parrocchia di Urago, mentre già nella Bolla di Callisto III, del 20 novembre 1457, resa esecutoria il 25 giugno 1462 dal vescovo di Brescia Bartolomeo Malipiero, si narra che la vecchia chiesa di Urago era stata distrutta nelle guerre di quel tempo e da 60 anni circa mancava del sacerdote rettore; per cui il conte Antonio Martinengo, feudatario del luogo, era venuto nella determinazione di fabbricarne una nuova in posto migliore e di dotarla di 40 piò di fondi per il beneficio se fosse eretta in parrocchiale, col battistero e il cimitero proprio, e ne fosse riservato il giuspatronato alla sua famiglia. Callisto III concedeva ogni cosa, e quindi la nuova chiesa di S. Lorenzo di Urago fu nel 1462 eretta in parrocchia, rimanendo però sotto la giurisdizione del vescovo di Cremona fino all'anno 1787, quando passò alla diocesi di Brescia. In compenso di questa donazione il Martinengo volle e ordinò che i Rettori pro tempore della chiesa dotata celebrassero in perpetuo una Santa Messa ogni lunedì e due anniversari ogni anno per lo stesso Antonio e per le anime dei suoi antenati, le salme dei quali erano state sepolte nella chiesa del detto Castello. È opinione di Paolo Guerrini che i beni donati dai Martinengo, data la loro dislocazione presso le chiese di S. Pietro, S. Biagio, S. Agata, non fossero che la restituzione di beni usurpati tempo prima dai Martinengo stessi. Il giuspatronato fu però, come risulta da copiosi documenti dell'archivio di Cremona, impugnato parecchie volte dalla Curia, mancando il decreto originale di concessione da parte dell'autorità ecclesiastica, per cui nel 1694 nacque un lungo processo per provare le benemerenze dei Martinengo verso la chiesa di Urago e la lunga tradizione nell'esercizio del diritto di nomina del parroco. Un altro processo fu istruito nel 1752 per determinare a quali linee dei Martinengo e loro eredi spettava il voto nelle elezioni del prevosto. A causa di questa lunga lite la parrocchia rimase vacante per molti anni, poiché vari Condomini di Urago non volevano riconoscere il voto del conte Gabriele Leonardo Martinengo al quale il giuspatronato era stato invece riconosciuto dal vescovo di Cremona con decreto del 15 maggio 1728.


In seguito il giuspatronato di Urago, diviso in cinque voti, venne esercitato dalle famiglie eredi dei conti Martinengo. I Martinengo continuarono a provvedere al benefici parrocchiale anche in seguito. 3 aprile 1506, infatti, assegnavano ad esso altre cinque pertiche e due tavole circa di terra «aratoria, vineata e adacquatoria», da unire ai piò, pertiche e tavole, che costituivano allora il beneficio parrocchiale. Il giuspatronato tuttavia non avvantaggiava di certo la vita religiosa della parrocchia affidata a commendatari quali nel 1530 il conte Federico Martinengo qd. Vittore, che altro non aveva che la tonsura clericale e che fece vita dissipata per poi in seguito sposarsi, o nel 1531 il card. Gianfrancesco Gambara, nipote del celebre card. Uberto Gambara, che tenne la commenda fino al 1565. Questi commendatari si servirono per la cura d'anime di mercenari fino a quando le disposizioni del Concilio di Trento, chiusosi nel 1563, imposero ai titolari di beneficio l'obbligo della residenza e della diretta cura d'anime. Forzato alla rinuncia il card. Gambara, la parrocchia venne affidata a quello che fu forse il primo vero parroco di Urago, don Marc'Antonio Sabbadini. Nonostante la decadenza generale della vita religiosa del tempo, la prima visita pastorale del vescovo cremonese Nicolò Sfondrati, del 26 novembre 1565, riscontra elementi anche positivi. Il beneficio ha un reddito di 250 lire, nel territorio esistono cappelle ma soprattutto esiste già la Confraternita del SS. Sacramento con un suo altare, amministrata da due sindaci: Francesco Gatino, calzolaio, e Antonio Cazzago, nominati dai feudatari. Intorno al 1580 il conte Gaspare Martinengo provvede a pavimentare e imbiancare la chiesa, a costruire il campanile e a cingere di muri il cimitero.


Nel 1594 viene registrata l'esistenza della Scuola della dottrina cristiana e di una scuola parrocchiale per ragazzi dove si insegna, oltre il catechismo, a leggere e scrivere e a far di conto. Una certa rilassatezza di costumi viene constatata nella visita pastorale del 1611. Il visitatore vi trova cinque inconfessi, constata che nei giorni di festa si balla e si frequentano smodatamente le osterie. Tuttavia non può non rilevare che pur essendoci molte cascine e abbastanza lontane, gli abitanti non mancano ai sacramenti necessari. È in questa occasione che la chiesa, sebbene ancora piuttosto spoglia, viene il 26 ottobre consacrata.


La terribile peste del 1630-1631 servì certo a scuotere anche la vita religiosa e spinse la popolazione a edificare sul lazzaretto una nuova cappella a S. Rocco detta "S. Rocco nuovo". A ricordo della peste nel 1634 per testamento del conte Francesco Martinengo, i fratelli Leonardo e Vittore fondarono, in onore di S. Carlo B., una cappellania con altare nella chiesa parrocchiale, impreziosita da una bella tela del Cerano, e disponendo il legato di una messa quotidiana da celebrarsi da un apposito cappellano al quale fu assegnata un'abitazione. Cappellanie e legati a Confraternite e a opere pie vennero destinati da altri Martinengo, fra i quali il conte Battista e il conte Giovanni, entrato nell'Ordine dei Cappuccini con il nome di fra Giovanni Francesco e dove si distinse per santità e austerità di vita.


Probabilmente da un'epidemia, se non dalla peste del 1630, nacque la singolare devozione popolare alla Madonna dei sette dolori sotto il cui volto o immagine raffigurata dipinta sul lato esterno della canonica di fronte al cimitero (sotto la volta detta dei sette dolori) gli uraghesi chiedevano di venire seppelliti e nella cui festa si svolgeva una solenne processione con una statua della B.V. in paludamento nero con ricami in oro e, sul petto, un cuore d'argento trafitto da sette spade. Gravi riflessi sulla vita religiosa deve aver avuto la presenza e il passaggio di un'infinità di truppe imperiali spagnole e francesi dal 1701 al 1714 durante la ricordata guerra di successione spagnola, truppe che, come narrano le cronache, non ebbero pietà per chiese e sacerdoti. Non più di tanto nella popolazione, ma viva impressione fra i sacerdoti e le persone istruite dovette causare agli inizi del '700 l'arresto e la vicenda di un sacerdote di origine uraghese registrato nel libro dei battesimi il 7 aprile 1664, don Giuseppe Beccarelli (v.), accusato di quietismo e di insubordinazione alle autorità civili e religiose. Condannato al carcere a vita, morì nei Piombi di Venezia il 5 luglio 1726. Accanto al suo atto di battesimo un bello spirito disegnò un pupazzetto con due corna.


Suggestive, anche per la povera popolazione, devono invece essere state le ordinazioni sacerdotali che il vescovo ausiliare di Brescia, mons. Francesco Martinengo, tenne a Urago non solo nella sua cappella privata ma nella parrocchiale dal 1728 al 1738 durante le vacanze nel castello. Le relazioni dei parroci nel sec. XVIII offrono notizie di una comunità povera ma tranquilla, organizzata nelle Confraternite del SS. Sacramento e della B.V. del Rosario. Un segno di distinzione è la preoccupazione di avere un organo.


Nel sec. XVII vengono costituite le cappellanie della B.V. del S. Rosario e della scuola della Dottrina Cristiana, e, per iniziative dei conti Teofilo Martinengo e Gerolamo Tadini, quella di S. Francesco. Le due Scuole o Confraternite del SS. Sacramento e della B.V. del Rosario vengono sempre più arricchite di beni: nel 1711 la prima ha un patrimonio di 1600 scudi, la seconda di 325 scudi. Per lasciti aumenta anche il patrimonio di suppellettili sacre. Il numero dei sacerdoti presenti è sempre alto: nel 1762 sono dodici, nel 1769 undici, nel 1785 nove. Segno dei tempi è il decreto vescovile del 1732 che concede al rettore il titolo di prevosto con l'insegna della mozzetta nera sopra la cotta, come usano ancora tutti i parroci cremonesi. Nel 1889, dopo il Sinodo, anche il prevosto di Urago, senza autorizzazione, cambia il colore della mozzetta da nero in violaceo, e alla cotta sostituisce arbitrariamente il Rocchetto per diventare, fino all'abolizione, una mantelletta prelatizia. Forse per titolo illustre o per il moltiplicarsi dei Condomini nel 1752 si verifica una nuova controversia circa il diritto di patronato e si tiene un nuovo processo, già citato in precedenza, per determinare a quali delle linee di discendenza dei Martinengo e loro eredi spetti tale elezione. Per anni si verifica un continuo rimpallo di veti, che coinvolge un buon numero di candidati da una parte e dall'altra, tra i Patroni e la Curia di Cremona che sfocia nella nomina, accettata anche dalla curia di Cremona, nel 1763 di don Giovanni B. Minelli a prevosto. Pochi anni dopo si verificano alcuni avvenimenti di particolare importanza. Il 24 settembre 1779 cade in giudicato la separazione di Urago dalla pieve di Calcio e il 23 dicembre seguente una porzione del territorio parrocchiale di Calcio viene attribuito a Urago; il 13 dicembre viene confermato ai Martinengo il diritto di patronato e nel 1784, in seguito ad una convenzione fra Austria e Repubblica veneta che equipara i confini ecclesiastici a quelli politici, Urago passa dalla diocesi di Cremona a quella di Brescia.


Nella sua prima visita pastorale del 2-4 giugno 1792 il vescovo di Brescia, mons. Nani, trova una situazione sostanzialmente buona e si limita a indicare qualche piccolo intervento sul tabernacolo e gli altari.


Momenti difficili si verificano invece dal 1797 quando la Repubblica bresciana sopprime le Confraternite e ne incamera i beni che vengono messi all'incanto. Ma già nel 1803 la Confraternita del SS. Sacramento viene ricostituita, e quando il 20-21 aprile 1820 arriva per la visita pastorale, il vescovo Nava trova una chiesa «sufficiente per la popolazione ma quasi minacciante rovina, con sette altari, una sagrestia angusta, un concerto di campane insufficiente, la canonica informe e incomoda», e come da secoli, alla povertà degli edifici corrisponde la miseria della gran parte della popolazione, che però nelle feste celebrate con sfarzo e luminarie concorre con entusiasmo secondo il proprio stato. Slanci di devozione si manifestano nei momenti più difficili come durante il colera del 1836, quando 218 capi famiglia fecero il ricordato voto alla B.V. dei sette dolori.


Nella visita pastorale del 3-4 aprile 1845 il vescovo Ferrari trova completamente ricostituite sei cappellanie e quattro legati perpetui. Le entrate fisse annue sono di lire austriache 1353,55 e le elemosine 752,15; esistono una scuola per ragazzi e una per ragazze, la dottrina è abbastanza frequentata. Per l'occasione viene benedetto il concerto di cinque campane fuse nel 1830. Al prevosto, don Achille Berlucchi, tocca avviare, assieme al coadiutore don Lorenzo Salvoni, la ricostruzione della chiesa parrocchiale con la ristrutturazione del presbiterio, la costruzione del coro, della nuova sagrestia e il suo arredo e che viene completata dal suo successore, don Diego Delfarini nominato il 23 novembre 1863 che fa l'ingresso il 15 febbraio 1864 e con il quale Ernesto Podavitte ("La terra di Urago d'Oglio", p. 117) fa coincidere «la data di nascita dell'Urago moderno facendolo uscire dagli schemi dell'ordinaria amministrazione per andare incontro, sul piano caritativo e sociale, alle necessità della povera gente». A pochi mesi dall'ingresso, durante la visita pastorale del vescovo Verzeri, la chiesa venne inaugurata e la solenne circostanza ricordata con un'iscrizione latina che, tradotta, dice: «Per voto del Clero e del Popolo dietro esortazione dei Presuli - col favore del Municipio - con l'aiuto dei Fabbriceri - con la corrispondenza del pio Gregge - in tempi calamitosi - questa Chiesa bruttissima a vedersi e quasi cadente - con buon gusto riparata - gli Uraghesi ora lieti ammirando venerano con animo rinnovato - essendo stata terminata l'opera nel 1864 - A ricordo del fatto - H.M.P.».


Completato il restauro e la ristrutturazione della chiesa, don Delfarini amplia la vecchia canonica aggiungendo il portico e al primo piano il «Laboratorio sacro» per la dotazione della chiesa parrocchiale, diretto dalle sorelle Fossati, dal quale esce tra l'altro un paramento bianco che è un vero capolavoro di ricamo. Fondata l'istituzione delle Madri Cattoliche, dà vita, certo dietro sollecitazione del conte Luigi Martinengo presidente del Comitato diocesano cattolico, al Comitato parrocchiale. Trovati alcuni locali nel castello, fonda nel 1881 oratorio e asilo sotto la direzione delle suore Ancelle della Carità, con le quali era in relazione fin da quando stava all'Istituto Pavoni di Brescia. L'anno dopo, non riuscendo a trovare un posto per l'oratorio maschile, fa costruire a sinistra della parrocchiale una chiesa dedicata all'Immacolata, che usa per l'istruzione catechistica dei ragazzi, per la Compagnia del SS. Sacramento e per le adunanze del Comitato Parrocchiale. Nel 1890, avuta una vecchia casa dalle sorelle Filomena e Rosa Maffi, la fa abbattere e fabbrica nel 1892 una nuova sede per l'asilo, per le scuole, l'appartamento delle suore e una cappella dedicata al S. Cuore. Eppure morendo il 27 febbraio 1894 vi fu chi affermò che egli «si compiaceva di altri progetti e di altre istituzioni».


Altrettanto fertile, anche se molto più breve, è il parrocchiato di don Omobono Fiora (1894-1902): nel 1895 infatti egli fa erigere, come monumento al predecessore don Delfarini, la cappella al Crocifisso del cimitero; nel 1900 opera l'ultimo prolungamento e abbellimento della chiesa parrocchiale, commissiona al pittore Giuseppe Riva le tre pale del presbiterio. Nel 1896 fonda la Cassa Rurale, nel 1898 l'oratorio maschile e dà vita al Circolo giovanile.


Addirittura straordinario è il parrocchiato di don Giovanni Marinelli (1903-1936) sia sotto l'aspetto ecclesiale che sociale. Fin dall'ottobre 1903 è fra i promotori della "Società per l'impianto della Luce Elettrica" e dell'Officina Elettrica; nel 1906 con il Comune dà il via al "Ricovero dei Poveri Vecchi". Oltre che impegnato a sostenere tutte le iniziative economiche, è tra i sostenitori di tutte le attività sindacali e sociali delle Unioni Cattoliche del Lavoro e del movimento cooperativo agricolo attraverso l'acquisto di proprietà fondiarie da suddividere fra i contadini. A rendere più viva la vita parrocchiale potenzia la Compagnia di S. Luigi, l'Unione delle Figlie di Maria, quella delle Madri Cristiane. Il 31 gennaio 1905 viene eretta la Congregazione del Terz'Ordine Francescano della quale nel 1949 p. Biagio Zanoni, storico del Terz'Ordine lombardo, scriveva: «composta di circa 60 individui di cui 4 uomini, è qualitativamente una delle migliori del Commissariato lombardo».


Ammirata da tutti la sua attività catechistica. Fin dal 1909 lancia il primo programma e le prime classi di catechismo. Nel 1912, incitato dal Congresso Catechistico, acquista in affitto la vasta fattoria dei conti Zoppola e trasforma i granai in aule catechistiche, con segreteria e salone teatro per le proiezione catechistiche. Nello stesso anno fonda la «Congregazione della Dottrina Cristiana» e adotta dei testi. Nel 1913 avvia l'insegnamento del catechismo in forma di vera scuola attraverso le 4 classi e in 8 sezioni. Nel 1914 viene aggiunta la quinta classe; nel 1915 istituisce nell'Avvento il catechismo feriale e la brillante partecipazione alla Gara diocesana. Sforzi di continuo miglioramento compie dal 1916 al 1920, anno nel quale viene insignito, a riconoscimento di pioniere del movimento catechistico, della Croce d'Oro "Pro Ecclesia et Pontifice". Nel 1921 viene aggiunto alla quinta elementare un corso complementare. Nel 1923 nella seconda gara catechistica diocesana Urago ottiene il primo premio con medaglia d'argento; altri premi riscuote nella settimana catechistica di Brescia del 1930. Al potenziamento catechistico corrisponde quello dell'apostolato giovanile. Fin dal 1903 istituisce il Circolo di Azione cattolica e lo affida a don Fermo Passoni, circolo che nel 1915, assistente ecclesiastico don Giovanni Podavitte, conta 50 iscritti e che si prefigge l'assistenza alle scuole di religione, la diffusione della buona stampa, la cooperazione missionaria e la istruzione con conferenze settimanali e adunanze mensili. Cure particolari dedica anche alla chiesa parrocchiale della quale, dal 1909 al 1923, fece rifare il pavimento, migliorò gli altari, ricostruì la torre crollata nel 1922, e la dotò di un nuovo concerto, costruì una nuova ala della canonica. È ancora don Marinelli, come si è ricordato, a far fronte, con il sostegno dei curati don Giuseppe Giavarini e don Francesco Metelli, alle minacce e alla soppressione dell'attività oratoriana e di Azione Cattolica nel 1928 e nel 1931. Alla sua morte, avvenuta nel gennaio 1936, parve più che doveroso erigergli un monumento nella cappella del cimitero e un busto in marmo collocato nell'oratorio, benedetto nel 1937 dal vescovo di Brescia, mons. Tredici. Un suo ritratto eseguito dal pittore Ronchi venne posto nel salone della Federazione Giovanile Leone XIII a Brescia assieme a quelli dei pionieri del movimento catechistico bresciano.


Succeduto a don Marinelli nel giugno 1936, il prevosto don Pietro Faita dedica le sue cure al restauro degli affreschi del coro, alla dotazione di nuovi banchi e all'isolamento (1939-1941) della parrocchiale da abitazioni, stalle e porcilaie. Nel 1944-1946 provvede al restauro interno delle decorazioni e all'esecuzione di nuovi affreschi dei fratelli Rubagotti, opere inaugurate il 12-13 ottobre 1946 assieme alla riconsacrazione della chiesa parrocchiale. Toccarono ancora a don Faita i restauri esterni della chiesa parrocchiale inaugurati il 7 dicembre 1950, la costruzione del circolo Acli e del campo sportivo, dono del conte Niccolò Zoppola.


Pur nel breve parrocchiato (1955-1963), travagliato da malattie, don Alberto Donina, ricordato per la sua bontà, sensibilità ed esemplarità sacerdotale e per la sua passione per la musica e il canto sacro, realizza nuove opere quali un nuovo concerto di otto campane, l'argentatura dei candelabri, il restauro delle statue, il nuovo ostensorio, il riporto su seta nuova dei paramenti, le divise dei paggetti, l'impianto di amplificazione, la revisione dell'organo. Nuovo impulso dà alla banda musicale e alla Scuola di canto. Inoltre provvede al restauro dell'asilo. I parrocchiati di don Giuseppe Mariotto (1964-1979) e di don Sabino Gaspari (1980-2000) sono ricchi di iniziative pastorali quali i gruppi missionari, del Vangelo, del Rosario Perpetuo, della Caritas. Per qualche anno sono attive due "scholae cantorum". Inoltre la parrocchia viene attrezzata di una radio locale. Giunto in parrocchia nell'ottobre 2000 il nuovo prevosto, don Gianfranco Rossi, rivolge la sua attenzione all'Oratorio, ridotto in condizioni ormai precarie. Dal giugno 2002, con il pieno appoggio del Consiglio Pastorale e della popolazione, tutto il vasto ambiente, compresa la canonica, viene ristrutturato, comprendendo casa del curato, segreteria parrocchiale, sala riunioni, bar, aule di catechismo. Con l'apporto della Giunta municipale viene inoltre realizzata una sala cinema-teatro.


CHIESA PARROCCHIALE DI S. LORENZO. La bolla di Callisto III del 1457 e i vescovi in visita pastorale registrano una chiesa "antigua" probabilmente già dedicata a S. Lorenzo e poi abbandonata dopo la partenza dei benedettini. Nel 1421, quando Antonio e Leonardo Martinengo entrano in possesso dell'eredità di Urago, fecero riparare la chiesa diroccata e la usarono per il fieno e per abita zione dei coloni. Incorporata nel castello, sconsacrata e distrutta venne sostituita da Prevosto Martinengo con un'altra, sotto lo stesso titolo, che nel 1457 risultava ridotta «come una spelonca di ladri, e sia in tempo di guerra che in tempo di pace, furono perpetrate immondezze e turpitudini; costruiti tuguri col tetto di paglia, nei quali abitavano laici con mogli e figli, costruite stalle ad uso di diversi animali».


La chiesa, nel 1575, era ancora molto povera; la cappella dell'altar maggiore era senza pitture; la pala consisteva in una tela con dipinta la Beata Vergine e San Lorenzo; i paramenti erano nella casa del rettore, perché la chiesa non aveva sacrestia.


Deve essere negli anni immediatamente seguenti, come racconta un testimone del tempo, che il conte Gaspare Martinengo fece "solare" la chiesa prima «dissolata, e stava troppo male» ed imbiancare «i muri e, assieme ai Condomini, fece edificare [verso il 1580] il campanile, che prima non c'era et le campane stavan sopra due colonne di rovere qui davanti al chiesa, edificare i muri del cimitero». Nel 1580 oltre all'altare maggiore e del SS. Sacramento il vescovo, nella visita pastorale, trova altri due altari dedicati alla Madonna e a S. Caterina V.M. Molto spoglia era ancora nel 1624. Nel 1634 tuttavia veniva impreziosita della già citata bella tela raffigurante "S. Carlo fra gli appestati" di G.B. Crespi detto il Cerano. Nella visita pastorale del 20-21 aprile 1820 il vescovo trova la chiesa sufficiente per la popolazione (1505 parrocchiani in tutto), ma è antica. Ha sette altari (altar maggiore, altare della Scuola SS. Sacramento, altare di S. Francesco, altare del SS. Rosario, altare di S. Carlo, altare di S. Antonio da Padova, altare di Santa Caterina), ma la sagrestia vi è angusta (è la vecchia sacrestia sul lato destro del presbiterio). Nel 1830 viene fuso un altro concerto di 5 campane.


Quasi minacciante e bruttissima a vedersi trovava la chiesa al suo ingresso, il 16 agosto 1829, il prevosto Achille Berlucchi. Inoltre era piccola riguardo alla popolazione molto cresciuta lungo il secolo, con «soffitto a tavelloni», pavimento in cotto, gli altari asimmetrici, le pitture scolorite, le pareti scrostate e ammuffite. A mettere mano ad un primo restauro fu don Berlucchi assieme al curato don Lorenzo Salvoni che verso il 1863 diedero il via alla ristrutturazione del presbiterio, alla costruzione di sana pianta del coro e della nuova sagrestia, che venne completamente arredata. Morto pochi mesi dopo, nel 1863, don Berlucchi, le opere furono completate dal successore don Diego Delfarini, ed inaugurate il 16 novembre 1864 dal vescovo Verzeri in occasione della visita pastorale.


Don Delfarini continuò poi le opere di restauro, ristrutturando gli altari laterali «disuguali e difformi», dando loro la forma e la dedicazione attuali: San Giuseppe sostituì Santa Caterina e San Luigi sostituì San Francesco; l'altare del Sacro Cuore continuò a restare l'altare della Scuola del SS. Sacramento. Poi pensò alle pitture e alle statue. Nel 1870 il pittore Giacomo Mondini dipinse per l'altare di Sant'Antonio la tela «Sant'Antonio e la Vergine col Bambino Gesù in braccio»; il conte Giuseppe Panciera di Zoppola regalò per l'altare di San Giuseppe la tela «Il transito di San Giuseppe», dipinta nel 1873 dal pittore di Bergamo Enrico Scuri (maestro del Riva, che dipingerà le tele del presbiterio); nella nicchia dell'altare di San Luigi venne collocata la statua del santo; due statue, di San Pietro e di San Paolo, vennero collocate opra le porte della sacrestia nuova e vecchia. Nel 1875 il pittore Antonio Guadagnini (1817-1900) dipinse, nella volta del presbiterio, l'affresco rappresentante «Il trionfo dell'Eucarestia» e nel catino dell'abside quello grandioso della «Moltiplicazione dei pani e dei pesci». Inoltre don Delfarini pose le nuove balaustre e dotò la sagrestia di numerose suppellettili. Commissionò nel 1867 un nuovo organo alla ditta Amati di Pavia e fece costruire da artigiani del paese la cantoria e il pulpito.


Un intervento di grande rilievo fu operato dal prevosto don Fiora nel 1900. Opera imponente, cui concorse con larghezza il conte Luigi Martinengo, fu il prolungamento e la costruzione della nuova facciata, con il sagrato, disegnati dall'arch. Luigi Arcioni e altamente lodate dall'architetto milanese Marchetti, le decorazioni all'interno, della ditta Anselmi di Brescia, dovute principalmente al giovane pittore Cavallari. Poi l'arricchì di tre grandi tele del pittore bergamasco Giuseppe Riva: la pala dell'altar maggiore raffigurante San Lorenzo che mostra i poveri al prefetto di Roma, e le due tele laterali del presbiterio («Gesù in mezzo alla folla» a sinistra, il «Trionfo dei martiri» a destra), regalate queste ultime alla parrocchia dall'uraghese Giovanni Salvoni, opere premiate all'Esposizione Donizettiana di Bergamo. Il prolungamento con peristilio a volto piano e la costruzione della nuova facciata vennero inaugurati nell'ottobre 1899, come pure le decorazioni della ditta Anselmi.


Tra le molte iniziative del prevosto Giovanni Marinelli non mancarono, di grande rilievo, quelle riservate alla chiesa parrocchiale. Dal 1909 al 1923 egli la provvide di un pavimento di mattonelle colorate, dell'altar maggiore, dei confessionali, degli zoccoli di marmo alle lesene, dell'altare della Madonna e realizzò il rifacimento di quello del Sacro Cuore con le pitture e le decorazioni del pittore Edoardo Volonterio di Milano. Toccò a lui rifare completamente il campanile: rovinato dalla caduta di una campana che lo sfondò da capo a fondo il 27 gennaio 1922, egli lo fece quasi subito ricostruire, su disegno del prof. Luigi Tombola, dalla cooperativa Bertarelli di Urago, dotandolo di un nuovo concerto di campane fuse dalla ditta Ottolina di Seregno e benedette il 22 marzo 1923 dal vescovo ausiliare mons. Bongiorni.


Altrettanto importanti furono gli interventi del 1944-1946 del prevosto don Faita. Con l'abbattimento di case, stalle e fienili, fino allora addossati, isolò tutto l'edificio; fece restaurare dai fratelli Angelo e Giuseppe Rubagotti di Coccaglio la volta che presenta una decorazione in stucco, a forte rilievo e composta di ornati finemente lavorati con raffigurazioni, simboli sacri e motivi allegorici. Gli stessi procedettero al restauro del cornicione, delle lesene e dei capitelli e ad una nuova decorazione con stucchi e affreschi delle cappellette degli altari laterali e del battistero; fece chiudere le due nicchie con le statue di San Pietro e di San Paolo che stavano sopra le porte esterne al presbiterio delle due sacrestie. Al loro posto Angelo Rubagotti dipinse la Natività; Giuseppe, la Visita di Maria a S. Elisabetta; fece costruire da falegnami del paese nuovi banchi. Rifatta completamente, si può dire, negli ultimi cent'anni la chiesa venne riconsacrata il 12 ottobre 1946, mentre il 7 dicembre 1950 vennero inaugurati i restauri dell'esterno.


L'ORGANO. La prima notizia di un organo risale agli anni '40 del '700. Un nuovo strumento venne commissionato il 18 settembre 1867 all'organaro Angelo Amati di Pavia, mentre falegnami del paese apprestano, assieme al pulpito, una nuova cantoria. L'organo venne collaudato il 17 dicembre 1871 dal M° Vincenzo Petrali, organista della cattedrale di Crema. Venne poi riformato una prima volta nel 1920 da Agostino Benzi di Crema, il quale abolì e introdusse diversi registri; e una seconda volta, con modifiche minori, nel 1946 da Frigerio Maccarinelli di Brescia. Il primo organista fu Vigilio Berlucchi, assunto con contratto del gennaio 1872.




ALTRE CHIESE.


CAPPELLA DEI MORTI IN CAMPO o DEL CROCIFISSO. Sorge a S di Urago d'Oglio, appena dopo il bivio di Rudiano, Urago, Castelcovati, Orzinuovi, poco discosto dalla strada Francesca. Si erge dopo una breve scalinata su un leggero poggio che domina da un lato la vallata dell'Oglio, e, dall'altro, la sterminata campagna che sconfina a oriente. La tradizione vuole che la primitiva santella sia sorta su un cimitero di guerra nel quale venne inumato un certo numero di caduti della battaglia di Chiari del 1701 le cui ossa, assieme a frammenti di armi, vennero poi ritrovate in lavori compiuti intorno al 1928. Anticamente era una cappelletta o santella con un piccolo portico davanti, sulle cui pareti erano dipinte scene di guerra. Nella seconda metà del sec. XIX il conte Luigi Martinengo delle Palle la fece ricostruire nella forma attuale. Rimasta di proprietà dei Martinengo, passò poi in eredità ai conti Gradenigo, dai quali fu, nei primi decenni del sec. XIX, comperata dal prevosto don Giovanni Marinelli che la incorporò, assieme al terreno circostante, al beneficio parrocchiale. Dato che vi si accedeva solo attraverso un sentiero tra i campi, nel 1920 venne costruito il viale e nel 1928 la gradinata con ai lati la balaustra. Nel 1921 venne concessa la celebrazione della messa. Nello stesso anno il viale venne dedicato alle "Rimembranze dei caduti nella I guerra mondiale" promosso dal podestà del tempo dott. Diego Faletti e dal cognato suo, geom. Ulrico Manzoni di Romano Lombardo. Nel 1938, su disegno dell'ing. Luciano Almici di Chiari, venne innalzato il pronao e, grazie alle offerte dei fedeli, la chiesetta venne restaurata e il pittore milanese prof. Edoardo Volonterio affrescò il Crocifisso, con angeli e anime purganti, che vi è venerato e che ha dato il nuovo titolo alla chiesa. La chiesa è stata restaurata da Alessandro Albini nel 1991. Da tempi lontani alla chiesa sono accorsi per implorare piogge, sereno, in occasione delle più diverse necessità non solo gli uraghesi, ma anche devoti di Calcio, Rudiano, Pontoglio, Chiari che nella buca del davanzale delle finestre facevano scivolare elemosine, fagottelli di grano o di riso, mentre alle inferriate legavano nastri, corde, lacci, ciocche di capelli, penne di gallina. Ancora oggi la seconda festa di Pasqua è considerata la sagra di Urago.


S. PIETRO. Molto antica e probabilmente, come sembra dal titolo, di origine benedettina. È ricordata nei documenti di confisca dei beni da parte di Pandolfo Malatesta del 1413. Probabilmente poi rifatta, divenne dal 1805 la chiesa del cimitero costruito accanto.


MARIA SS. BAMBINA. Ad essa è dedicata la cappella del nuovo asilo infantile gestito dalle suore della Carità delle SS. Bartolomea Capitanio e Vincenza Gerosa.


DEL CROCIFISSO. Cappella eretta nel cimitero nel 1894 dal prevosto Omobono Fiora, «come monumento di riconoscenza e di gratitudine» al suo predecessore don Delfarini; dedicata al Crocifisso e alle anime del Purgatorio, venne benedetta il 23 febbraio 1895. Nel 1930 venne liberata del portico che la circondava, rifatta e portata alla forma attuale.


Tra le SANTELLE si possono ricordare quella della Madonna della Vignana, nella via omonima, già citata come «Cappelletta della B.V.» negli atti della visita pastorale nel 1688. Una santella dedicata a S. Pietro in via Castelcovati custodisce, sotto l'altare, delle reliquie, una volta appese in una cassetta di legno ai rami di un gelso. I resti umani potrebbero appartenere sia agli appestati uraghesi del 1630, sia ai soldati caduti nella battaglia di Chiari del 1701. La santella della Madonna del Dosso venne ricostruita nel 1963; quella della Madonna del Porto nel 1982. Più che una santella è una vera cappelletta la Madonna del Villaggio, costruita da un gruppo di volontari del Villaggio con il contributo dell'Amministrazione Comunale e della popolazione, inaugurata il 31 maggio 1998.


CHIESE SCOMPARSE.


S. AGATA. Sorgeva presso la cascina che ne porta il nome, in via Maglio. È ricordata negli atti di confisca dei beni dei Martinengo del 1413 da parte di Pandolfo Malatesta. Nella visita pastorale del 1689 il visitatore la descriveva «ad un'unica navata con soffitto a riquadri lignei e il pavimento di mattoni. Era illuminata da due finestre quadrate e da una finestrella rotonda sul frontespizio, munita di una croce di ferro. La pala dell'altare era una tela con dipinte le immagini della Beata Vergine e di Sant'Agata, chiusa in una cornice in parte dorata, in parte dipinta». Nella visita si dice che in questo oratorio fu fatto dai Martinengo un legato per una messa quotidiana, poi ridotto a una messa festiva e due settimanali. Nel 1721 nella relazione il parroco scrive che nella chiesa «non avvi alcuna immagine, fuorché le muraglie e il copertone. Di esse si servono i coloni per ricoverare strami in occasione di pioggia». Nel 1785 non è più ricordata.


S. BIAGIO (SAN BIAS). Antica cappella a N del paese dove sorge ora la cascina omonima. Potrebbe darsi che fosse dovuta agli Umiliati di Palazzolo o di Cremona che sembra avessero possedimenti nel territorio di Urago. S. Biagio, oltre che invocato contro i mali di gola, era considerato patrono dei cardatori di lana, una delle principali attività degli Umiliati. È ricordata nel 1413 negli atti di confisca dei beni dei Martinengo da parte di Pandolfo Malatesta. Nel 1421, quando i fratelli Antonio e Leonardo Martinengo riebbero la proprietà dei loro beni confiscati, vi trovarono nell'altare reliquie di santi e, intorno, ossa di morti che fecero trasportare in paese presso la chiesa di S. Lorenzo. Nel 1565 il vescovo visitatore la trovava chiusa, custodita da eremita, e vi si celebrava il giorno di S. Biagio. Il vescovo di Cremona, Settala, nella visita pastorale del 1688 la descriveva ad una sola navata con soffitto a riquadri e pavimento di mattoni. Dietro l'altare era dipinta sul muro l'immagine di San Biagio; ai lati del presbiterio erano dipinte le immagini dei santi Giovanni Battista, Sebastiano, Girolamo e Rocco. Davanti al frontespizio, a destra della porta d'ingresso, c'era la cappella antica. Sul lato sinistro della cappella vi era una porta che immetteva nel campanile e dal campanile nella casa, nella quale abitava l'eremita, di osservanza del terzo ordine minore (terziario francescano). La casa consisteva in due stanze e una piccola stalla a pian terreno, e due stanze con un piccolo fienile al piano superiore; contiguo a questa casa vi era un orto di una sola pertica circa, anche questo di diritto dell'oratorio. Nel 1721 veniva dichiarata cadente e nel 1785 non è più ricordata.


S. CUORE. Cappella costruita con l'asilo nel 1890 per iniziativa del prevosto don Delfarini. Venne poi ricostruita nel nuovo edificio dell'asilo infantile nel 1938.


EDIFICI CIVILI.


IL CASTELLO. Costruito, come accennato, probabilmente su precedenti insediamenti fortificati tra il 1380 e il 1390 da Prevosto Martinengo come residenza e luogo fortificato a difesa dei ponti, dei guadi, dei porti sul fiume Oglio, subì molte trasformazioni. Nel sec. XV i discendenti di Prevosto Martinengo suddivisero la proprietà del castello in quattro parti, suddivisione che dura tuttora. Nel Seicento fu ridotto a palazzo residenziale in cui tutti gli elementi di difesa, ormai inutili, furono eliminati. Come ha scritto Giusi Villari ("Castelli e residenze fortificate nel Bresciano", 1989): «la costruzione si articola su quattro cortili interni corrispondenti fino dal XV secolo a quattro proprietari differenti. Ampiamente rimaneggiata nel corso dei secoli, ha pianta irregolare. Vi si accede da N passando sotto una torre con porta carraia e ingresso pedonale sormontati dalle feritoie per i bolzoni del ponte levatoio. Nella fascia superiore si trovano delle caditoie sulle quali insistono quattro finestre a tutto sesto e la copertura; l'interno della torre è cavo. A destra dell'ingresso, in posizione arretrata, il Lechi segnala la presenza di una torre quadrata con muri di spessore massimo di 2 m. inglobati in un più recente edificio. Il tratto NO conserva ancora una certa parvenza castellana e termina con una torre angolare sicuramente rimaneggiata, altre torri si trovano agli angoli SO e SE. La porzione sud-occidentale del castello ha l'aspetto del palazzo seicentesco. La zona orientale, nella quale si apre un altro ingresso, si presenta meno rimaneggiata. All'interno di questa parte si trova un bel cortile con porticato e loggetta superiore con pilastri a base esagonale e con fasce decorative affrescate. I locali interni sono molto rimaneggiati».


VILLA ZOPPOLA. Costruita sopra i ruderi di un torrione isolato in aperta campagna, su un'altura dominante il fiume Oglio. Allora modesta casa di campagna già appartenente ai Martinengo, agli inizi dell'800 passa ai Molin e da questi ai Panciera di Zoppola. Venne in gran parte ricostruita ed ampliata dopo il 1860 dal conte Giuseppe Panciera di Zoppola che ne fece il suo soggiorno prediletto. La villa passò poi agli Arisi, proprietari dell'omonimo calzificio. Acquistata dal Comune nel 1968, è ora sede della scuola media.


ECONOMIA. Sostanzialmente agricola, salvo qualche attività artigianale, fino al secondo Dopoguerra, l'economia è stata avvantaggiata dalla fertilità del terreno per gran parte del territorio. Nei sec. XIII-XIV un nuovo sviluppo derivò dallo scavo di rogge quali la Vescovada e la Rudiana, che delimitano il territorio uraghese, e dallo scavo della Baiona. Nel 1413 era in funzione un mulino di tre ruote. Già di proprietà dei conti Martinengo, fu acquistato nel 1912 da Giuseppe Dalé. Ha cessato di funzionare poco dopo la II guerra mondiale. Assi portanti della produzione agricola sono i cereali e i foraggi ai quali si aggiunge, a partire dal sec. XIX, l'allevamento di bovini. Sempre sviluppato nel tempo l'allevamento di suini a livello familiare. Fin dal sec. XVII si diffonde l'allevamento del baco da seta che ha notevole sviluppo fino agli anni '40 del sec. XX. Distruzioni dovute a calamità e guerre vennero ripetutamente riparate da duro lavoro di generazioni di contadini, con il vantaggio di una unità di impresa, quasi di una sola fattoria che solamente nell'800 viene suddivisa, mentre verso la fine del secolo la proprietà nobiliare cede la gestione delle aziende ad affittuali.


I dati dell'attività economica della popolazione del '700 confermano la prevalenza assoluta del lavoro dei campi. Nel 1766 vengono denunciati: 340 lavoratori di campagna, 10 negozianti e bottegai, 25 artigiani e altri manufatti, 38 carrettieri e mulattieri. Nel 1790: 755 lavoratori di campagna, 21 negozianti e bottegai, 9 artigiani e altri manufatti, 22 carrettieri e mulattieri, 1 professore di arti liberali. In analoghi periodi accanto all'attività agricola non mancano attività collaterali di lavorazione agricola e di attività artigianale. Nel 1766 esistono 3 ruote da mulino, 2 macine da olio, 2 fucine, 9 telai da tela. Nel 1790: 3 ruote da mulino, 1 macina da olio, 2 fucine, 2 fornaci, 3 telai da tela. Nel 1898 G. Strafforello descriveva il territorio come «riccamente produttivo in cereali, foraggi, legnami, frutta, con belle piantagioni di gelsi. L'allevamento del bestiame e la produzione dei bozzoli sono le industrie nelle quali pressoché esclusivamente si applica l'attività di questa popolazione. Esistono in luogo: un piccolo opificio per la trattura della seta, 2 fabbriche di paste da minestra ed una fabbrica di olio dai semi oleosi, del lino e ravizzone». L'allevamento del baco da seta, per qualità e quantità, viene indicato come uno dei punti di forza. Vi si distingue nella seconda metà dell'800 Guglielmo Berlucchi, il quale nel 1884 presentava all'Esposizione di Torino numerosi apparecchi di bacologia fra i quali una cassetta per l'ibernazione del seme, una scalera ottagonale e girevole, una scatola di trasporto per i bachi «di prima età», un'arpa per la farfallazione, ecc.


Nell'attività artigianale, che domina l'economia locale fino agli anni '60 del sec. XX, secolare è la fucina da fabbro dei Berlucchi, trapiantatisi dalle valli di Comacchio a Urago ai primi del '600 e il cui epigono, Stefano Berlucchi, vi era ancora attivo negli anni '80 del sec. XX e fabbricava attrezzi agricoli. Specialmente dagli anni Cinquanta si moltiplicarono le aziende artigiane, quali falegnamerie, maglifici. Sorsero anche più rilevanti industrie: il maglificio Eros e il Lanificio dell'Oglio. Nel 1960 viene avviata una scuola di maglieria. Nel 1966 inizia la sua attività lo Stabilimento Zucchi. Nel 1975 entra in funzione la Dur-Press per la lavorazione di materiale in lega leggera, che entra in crisi nel 2004. Chiusa, l'area verrà rilevata dalle Trafilerie Gnutti di Chiari. Attiva dall'11 dicembre 1975 la Nuova Eros Confezioni Società Azionaria Milano (NECSAM) SpA per la confezione di abiti per donna, uomo, ragazzo, neonato con sede legale a Milano ma con stabilimento a Urago d'Oglio (in via E. Fermi, 35), ma che tuttavia era già in crisi nel 1979 dopo aver dato lavoro a 130 operai. Nel 1981 l'amministrazione comunale apprestava un'area per l'insediamento produttivo di 15-20 piccole aziende artigianali. Nel settore commerciale prende rilievo l'Unione cooperativa di consumo "Lavoratori Uniti", fondata il 9 marzo 1977. Solo 14 agli inizi i soci, sulla fine degli anni '90 contava più di 4000 soci con 30 dipendenti, e negozi, oltre che a Urago, a Calcio, Chiari, Castelcovati, Palosco e Pontoglio. Il credito trova il suo piccolo, ma efficiente fulcro nella Cassa Rurale già ricordata, fondata nel 1896, soppressa dal fascismo nel 1926. Sostituita nel 1933 dal Piccolo Credito Bergamasco, la vecchia cassa rurale ritornò in vita con la Banca di Credito Cooperativo di Pompiano-Franciacorta, che il 23 gennaio 1996 apriva una delle sue filiali nel Castello.


PERSONAGGI. Tra i personaggi di rilievo oltre i Martinengo, gli Zoppola e l'ab. Giuseppe Beccarelli, già citati, si può ricordare il cappuccino p. Paolo M. da Urago al secolo Giammaria Benedini (fine sec. XVIII), predicatore e cappellano dell'Ospedale Maggiore di Brescia. Composizioni musicali e scritti rimasti inediti lasciò l'organista Vigilio Berlucchi (seconda metà sec. XIX).


Alla storiografia locale ha dato un valido contributo Ernesto Podavitte con "La terra di Urago d'Oglio" (1984) e con "Il tempo e l'immagine" (2001). Il Podavitte fu insegnante, organista e direttore della "Schola cantorum". Recentemente si sono segnalati con raccolte di testi poetici Angelo Vezzoli ed Emanuela Zanotti.


RETTORI, PARROCI, PREVOSTI: Tomasini (priore di Urago nel 1349); Iacopo de Crema (beneficiario nel 1447); Bartolomeo (commendatario nel 1470); Giacomo de Moris, bresciano (rettore dal 1493); Lauro di Orfeo Valgulio, chierico bresciano (rinuncia 30.4.1530); Federico conte Martinengo, chierico bresciano (rinuncia 9.7.1531); Lucio de Ursonibus, chierico di 18 anni (nom. 1.9.1531); conte Gianfrancesco Gambara, cardinale, prevosto commendatario dal 1531 al 1565; Romano de Ursonibus, chierico (rinuncia 30.6.1565); Marc'Antonio Sabadini, di Roccafranca (nom. 30.6.1565); Domenico da Gerola o Domenico de Verzianis, di Bargnano (morto nell'aprile del 1588); Lorenzo Fogliata, di Chiari (nom. 25.6.1588); Domenico de Angera (m. nel 1593); Giovanni de Medici, curato (1594); Alessio Morosini, rettore (13.2.1597-1609); Cristoforo Taietti (1610); Giovanni Battista Cossali Norini, rettore (1622-1633); Giovanni Valenti, rettore (1634-1646); Giacinto Manente, rettore (1647-1675); Lorenzo Foresti (1676-1687); Bernardino Garuffa, economo (1687-1690) morto a Urago il 16.6.1690; Orazio Cirimbelli, rettore (1690-1711) morto a Urago il 22.10.1711; Marco Tessari, parroco (1712-1716); Andrea Zambelli, parroco (1717-1751); Mauro Scaglia, praeposito (nom. 31.8.1752 - m. 15.11.1760); Pietro Antonio Martinengo, economo (1760-1763); Giambattista Minelli, di Roccafranca, praeposito (nom. 6.9.1763 - m. 8.5.1782); Pietro Antonio Salvoni, di Urago, prevosto (nom. 13.9.1782 - m. 21.12.1828); Achille Berlucchi, di Urago, prevosto (nom. 24.6.1829 - m. 1863); Diego Delfarini, di Bagnolo Mella, prevosto (nom. 23.11.1863 - m. 27.2.1894); Omobono Fiora, di Borno, prevosto (nom. 20.7.1894 - promosso Arciprete di Orzinuovi nel 1902); Giovanni Marinelli, di Borgo Trento (Brescia), prevosto (nom. 27.1.1903 - m. 1.1.1936); Pietro Faita, di San Vigilio, prevosto (nom. 9.5.1936 - promosso prevosto di Verolanuova nel 1954); Alberto Donina, di Nadro di Ceto, prevosto (nom. 22.3.1955 - m. 6.10.1963); Giuseppe Mariotto, di Villa Carcina, prevosto (nom. 6.3.1964 - rin. 31.12.1979); Sabino Gaspari, di Castrezzato, prevosto (nom. 1.2.1980-2000); Gianfranco Rossi (dal 1 ottobre 2000).


SINDACI E PODESTÀ: Co. Venceslao Martinengo Villagana (1864), Don Lorenzo Salvoni, Giuseppe Salvoni, ing. Carlo Uberti, conte Vincenzo Zoppola, Pietro Cominotti, rag. Giuseppe Faletti, Luigi Salvoni, conte Luigi Martinengo delle Palle (f.f. di sindaco), Luigi Salvoni, Pietro Cominotti, Antonio Salvoni, dott. Pietro Amaglio (Commissario Prefettizio), Pietro Salvoni, Antonio Salvoni, Ramiro Turra, dott. Diego Faletti (Podestà), ing. Angelo Massetti (Commissario Prefettizio), Pietro Salvoni (Podestà), Giovanni Fogliata (Podestà), Riccardo Arisi, Antonio Pagani, Ernesto Podavitte, Ettore Del Pietro, Primo Podavitte, Giuseppe Salvoni, Antonino Rotondo, Luigi Berlucchi, Guido Madona.