TORCHIERA
TORCHIERA (in lat. Torchierae, in dial. Torcéra)
Frazione a 2 km a NE di Pontevico, a 57 m s.l.m., a 30 km da Brescia. Nel comune di Pontevico. È parrocchia dal 1956, appartenente alla zona X della Bassa Centrale Ovest. Il toponimo si rifarebbe all'esistenza in luogo di un ambiente contenente un torchio.
ABITANTI (Torchiesi, nomignolo "óche"): 433 nel 1901, 504 nel 1909, 528 nel 1914, 800 nel 1963 e nel 1971, 530 nel 1981, 460 nel 1994, 430 nel 1997.
Il piccolo borgo di Torchiera si andò sviluppando probabilmente nei sec. XIII-XIV, quando vennero intraprese opere di progresso agricolo, di sistemazione di terreni e di irrigazione. Ma nel suo territorio dovevano esistere già presenze di coltivatori dei campi fin dall'epoca longobarda, quando probabilmente venne fondata, per l'assistenza della popolazione sparsa nella campagna, una chiesetta a S. Michele, poi certo rifatta, ma della quale esistono ancora le vestigia. Dall'anonimato della storia, Torchiera esce nella seconda metà del '400, quando gli Eremitani Agostiniani, riformati nel 1439 dal b. Giovanni Rocchi di Pavia, dal monastero di S. Agostino di Pavia allargano la loro influenza sul convento di S. Barnaba in Brescia e, nel territorio bresciano, a Torchiera, ad Asola, a Medole e Pisogne.
A Torchiera fondarono, non molto lontano dall'abitato della contrada, un convento, del quale non sono rimaste che poche eleganti colonne in un cascinale e, assieme, una vasta chiesa, che provvedeva anche all'assistenza religiosa ai cascinali della zona. Il vescovo Bollani nella sua visita pastorale, il 26 settembre 1565, nella zona di Torchiera, visitò infatti l'antica chiesa di S. Michele, S. Maria del Paradiso e quella della B. Vergine della Cintura o della Misericordia, dove ordinò che venissero levati "depositi" e fosse ornato il coro con sedili. San Carlo Borromeo nel 1586 trova la chiesa con undici altari e il convento abitato da venti religiosi. Poco finora sappiamo del convento, se non che vi maturarono vocazioni, fra le quali, particolarmente distinta, quella di P. Beniamino Zacco di Pontevico. Ai religiosi viene attribuita una rilevante opera di bonifica della zona, ma anche eroismi di carità, specie durante le frequenti pestilenze e passaggi di eserciti. Come scrive Giuseppe Fusari ("Le chiese di Pontevico", p. 16), "Vecchie carte dell'archivio abbaziale ci tramandano il ricordo di Padre Gabriele Angelo de Poncarali, gentiluomo bresciano rettore del convento nel tempo funestissimo della peste che decimò la popolazione pontevichese nel secolo XVII (più di tremila morti) e che si distinse, unitamente ai suoi confratelli, nell'opera di soccorso e di sollievo alla popolazione gravemente provata dalla malasorte". Egli si distinse soprattutto, con il priore del convento, p. Vittorio, nell'assistenza nel lazzaretto presso la chiesetta di S. Michele, nella quale vennero raccolte le spoglie dei morti. Sempre sulla scia della carità cristiana che aveva in Torchiera un esempio nel nob. Ottavio Pontevico, essi formarono poi il patrimonio del Pio Luogo di Pontevico che da lui prese il nome. Circa la chiesa della Madonna della Misericordia, sappiamo che essa godeva di alcuni redditi, ma che soprattutto viveva di elemosine e nel 1624 era curiosamente amministrata da laici. Negli atti della visita pastorale del 1624 si legge che «al di fuori delle elemosine che vi si raccolgono, gode di alcuni redditi che vengono riscossi da alcuni campi appartenenti a detta chiesa, che sono amministrati totalmente da laici che non danno alcuna relazione. In questa chiesa, continuano gli atti, celebrano alcuni monaci dell'ordine di S. Agostino che ricevono mercede dagli amministratori, amministrando i sacramenti della Penitenza e dell'Eucarestia ai fedeli che accorrono a questa chiesa per devozione». Nel 1668 il convento è abitato da 8 sacerdoti, un chierico e 4 laici.
Quando sarà in possesso della Repubblica Veneta, nel 1786, il Convento risulterà "costrutto di due piani" (il terreno e il superiore), con chiostro, cortili, foresteria, stalle con altri servizi, unitamente alla Chiesa con coro, undici altari, sagrestia, campane e campanile. Nello stesso anno però la Serenissima Repubblica di Venezia, per mezzo del Magistrato sopra Monasteri, per conto della Cassa Opere Pie, Abbazie e Comende vacanti, mette in vendita il convento, l'adiacente cascina e tutti i terreni di proprietà degli agostiniani. L'acquirente è don Francesco Barbieri, che per ben 17.000 ducati acquistò la proprietà terriera di 120 piò divisa in varie cascine più il Convento. Con lo stesso istromento si specifica che "... con l'indicato decreto fu ad esso acquirente accordato la demolizione della chiesa annessa ad esso convento, e la successiva restrizione della medesima in minor ampiezza... e che nella nuova erezione di farsi, siano e s'intendano preservate le azioni e ragioni di chiunque professasse il diritto sopra alcuno degli altari o tumulazioni ora esistenti nella chiesa da demolire, inoltre obbligo al compratore dell'elemosina e della Messa festiva nell'antedetta Chiesa e del mantenimento della Chiesa, Sagrestia, Campanile, Campane, e sacri Arredi". Morto don Francesco Barbieri, la proprietà passò in eredità al nipote Pietro Barbieri, che, a quanto pare, vendette tutti i terreni e se ne guardò bene dall'ottemperare all'obbligo di mantenere la chiesa e di far celebrare la Messa festiva. Non avendo perciò rispettato il contratto, automaticamente la fabbriceria di Pontevico diventa ,nel 1832, proprietaria della chiesa, in seguito ad una controversia intercorsa dal 1809 tra l'Imperial Regio Governo, la curia, la prefettura di Brescia e vari altri uffici. Nella relazione dell'abate di Pontevico del 1839 si legge: «La Chiesa della Misericordia appartenne un tempo ai padri Agostiniani e poi a Don Francesco Barbieri, ed infine a Pietro Barbieri, che divenne proprietario dei beni e della chiesa per eredità dello zio che li aveva comperati». Le leggi eversive del 1805 attribuiscono i pochi beni allo Stabilimento Scolastico di Brescia, che nel 1833 corrisponde una piccola somma per la messa festiva, la quale però è resa possibile dalle elemosine. La chiesa, aperta al pubblico «grazie ad una convenzione intercorsa, in seguito, tra proprietari e parrocchia» di Pontevico, ma, come ha sottolineato G. Fusari, riattata e ridimensionata a più riprese nel corso dei secoli, nulla ormai conserva della vastità e della maestosità del primo tempio agostiniano.
Inutile rilevare come Torchiera sia rimasta spesso in balia di truppe di passaggio, come avvenne nel giugno 1705 da parte delle truppe francesi, che compirono ogni sorta di violenza e di ladrocinio. La frazione respira novità nel 1933-1934, quando vengono realizzati l'acquedotto e l'asilo infantile. Lo sviluppo più deciso si verifica nel 1997, quando viene costruita la bretella stradale che, innestata all'altezza dello svincolo della statale per Torchiera, si conclude ad un centinaio di metri dalla cascina Palazzina in direzione Chiesuola. Le nuove sovrastrutture danno il via anche ad insediamenti industriali, come quello della multinazionale Nadine, dal 1999. Un efferato delitto fa conoscere Torchiera in tutta Italia. Nella notte del 15 agosto 1990 lo zingaro Ljubisa Vrbanovic detto Manolo, in compagnia del cognato Ivica Bairic, irrompe nella casa di Giuliano Viscardi, 57 anni. In casa, oltre al capofamiglia, trovano la moglie Agnese, 53 anni, i figli Luciano, 29 anni e Maria Francesca, 24 anni. I due zingari vogliono fare una rapina, e compiono una strage. Il delitto viene scoperto il giorno dopo dal primogenito di casa, Guido Viscardi. Un crocifisso, nel giardino della casa, ricorda la carneficina.
LA PARROCCHIA. La popolazione di Torchiera e dei dintorni aveva gravitato sulla chiesa di S. Maria della Misericordia, del convento agostiniano. Il 12 febbraio 1672, invece, don Francesco Tirotti, abitante a Torchiera, riunisce sotto il portico di casa sua gli abitanti della zona e, constatato quanto sia malagevole "l'andare a Messa nei giorni piovosi" alla chiesa del convento e come non venga frequentata la dottrina domenicale, ottiene, "con 65 balle affermative e due sole negative", che vengano raccolte offerte per edificare una chiesa in Torchiera. Poco più di due mesi dopo, il 26 aprile, i convenuti, fra cui sei sacerdoti, con "42 balle affermative e 5 negative", decidono di avanzare domanda al vescovo per procedere alla costruzione della chiesa. Ad essa il vescovo Marino Giovanni Giorgi, il 18 giugno, dà il consenso. All'impresa si associa l'abate di Pontevico, Pietro Ugoni. La chiesa venne dedicata, caso raro, a S. Ignazio di Loyola. Allo slancio iniziale corrisposero poi offerte, legati e lasciti, come quelli di Giuseppe Ottonelli (1679), Mombelli (1702), Gilberti (1713), Bianchini, Bortolo Forcella (1849), Chiodelli (1897), ecc.
Una stagione religiosa nuova visse Torchiera dalla fine dell'800, con la presenza di don Pietro Mensi (Verolanuova, 1852 - Torchiera, 1936). Sacerdote nel 1875, nel 1896 egli viene nominato rettore di Torchiera e vi rimane per quarant'anni. Apprezzato per spiccate doti di pietà e di dottrina, rinuncia a prestigiosi incarichi in diocesi e preferisce rimanere fra la sue gente. A lui si devono la decorazione della chiesa, la pavimentazione e l'arricchimento degli arredi sacri. Gli succede per una decina di anni don Attilio Zacco (Pontevico, 1908 - Torchiera, 1948), che era già stato di sostegno a don Mensi e che muore a 40 anni. Attivo è l'apostolato di don Giulio Vittori (Azzano M., 1916). Vi rimane dieci anni, dal 1941 al 1951, ma sufficienti per operare un mondo di bene. A lui si deve, nel 1944, l'erezione dell'oratorio maschile, con 6 aule di catechismo, una sala per adunanze, un teatro di 130 posti, inaugurato dal vescovo mons. Tredici il 26 settembre 1942, e l'attivazione anche di una filodrammatica maschile e di una femminile. Don Battista Zani (Pontevico, 1918 - 1996) arriva a Torchiera come curato rettore nel 1952 e vi rimane fino al 1993, quando lascia per limiti di età. Dopo quattro anni della sua presenza, il 25 luglio 1956 viene eretta, per decreto vescovile, la parrocchia, comprendente il "Convento", la Gauzza, Villa e le cascine sparse nella campagna. Grandi cure furono dedicate alla chiesa negli ultimi cinquant'anni: nel 1966, intonacatura generale della chiesa e del campanile; 1982-'83 rifacimento completo del tetto; nel 1982 porta centrale e nel 1986 la bussola in rovere di Slavonia, dovute a offerte specifiche; nel 1987 riscaldamento e impianto microfonico; e ancora, lampadari in legno dorato, candelabri in ottone dorato, paramenti completi per la messa in terzo in tutti i colori liturgici, sia per la parrocchiale che per la chiesa del convento. Intensa l'attività pastorale di don Zani, come ha ricordato A. Savio: dal restauro della torre campanaria dopo la caduta del fulmine che, nel 1974, ne rende precarie le condizioni di stabilità; all'allestimento dell'impianto di riscaldamento nelle due chiese; all'elettrificazione delle campane di Torchiera; al restauro della chiesa del Convento. E, ancora, campo sportivo, salone teatro, ecc., e, grazie anche all'aiuto dell'abate di Pontevico, la ristrutturazione della casa canonica. Nel 1952, in occasione delle Missioni, promotore Mario Scaglia ("el marescialì"), con la collaborazione di amici muratori e della popolazione, viene ricostruita la chiesetta di S. Michele alle Gauzze. A don Zani, che lascia Torchiera per raggiunti limiti di età nel 1993, succede don Bernardo Scolari, già parroco di Chiesuola dal 1984. Vi rimane solo tre anni, sufficienti per il completo restauro dell'interno della chiesa e della Via Crucis, per la posa delle vetrate del portale di ingresso. A don Scolari succede, l'8 settembre 1996, don Pietro Pochetti.
LA CHIESA PARROCCHIALE DI S. IGNAZIO DI LOYOLA. La chiesa si presenta all'esterno in linee molto semplici. L'interno aveva, oltre al presbiterio, due cappelle laterali. Risultando sproporzionata l'altezza in confronto alla larghezza, nel 1966, su progetto dell'ing. Nello Brunelli, vennero aggiunte due nuove campate, portando a tre, su ogni lato, le cappelle. All'interno, sopra la porta laterale sta una tela raffigurante la "Natività" ed una statua del titolare S. Ignazio di Loyola. Segue l'altare della Madonna della Medaglia Miracolosa, che ha sostituito una più vecchia statua della B.V. Il presbiterio è dominato da una tela di Tagliaferri raffigurante la Madonna col Bambino in gloria e i santi Ignazio di Loyola e Filippo Neri, racchiusa in una bella cornice con doratura a foglia. Ai lati due statue di S. Pietro e di S. Paolo. Gli stalli del coro sono di recente fattura, mentre l'harmonium è opera di don Cesare Sora di Quinzano d'O., curato a Pontevico. Scendendo sul lato di sinistra, si incontra l'altare del S. Cuore. Sopra la porta laterale è un quadro dell'Assunta. Infine si trova il fonte battesimale, con un altorilievo raffigurante il battesimo di Gesù e, a lato, la statua della Madonna, in rame dorato, statua che un tempo era sul campanile.
Il campanile ha ripreso la primitiva struttura nel 1976, dopo che nel 1923 era stato, per iniziativa di don Pietro Mensi e su progetto dell'ing. Malfassi, sovrastato da una cuspide con la suddetta statua della Madonna. La cuspide, nel 1974, fu rovinata da un fulmine, che non aveva intaccato la statua, rimasta sospesa ad un'asta di ferro. Sempre nel 1923 venne posto un concerto di cinque campane della ditta Ottolina di Seregno. Il concerto fu privato, in tempo di guerra, delle due campane più grosse, ripristinate ad iniziativa di don Giulio Vittori.