TARELLO Camillo

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TARELLO Camillo

(Lonato, tra il 1513 e il 1523, altri ne datano la nascita al 1507, m. nel 1573). Scrittori lonatesi hanno cercato di individuare a Lonato la casa natale: il Cenedella l'ha individuata in quello che fu poi l'albergo "Corona" nel Borgo Corlo; il Pasqualigo, su indicazioni di Pietro Zambelli, in Sedena. Nessuna notizia si ha, finora, sulla sua fanciullezza e prima giovinezza. Il Cozzando ("Libraria bresciana" p. 241) sostiene che studiò in Brescia dove i Tarello sono numerosi. È, comunque, sconosciuto nel Consiglio generale di Brescia e in quello di Lonato. Compare, invece, a Gavardo, perciò già lontano da Lonato, nel gennaio 1539 dove come "Camillus a Lonado" è iscritto tra gli ultimi "forensi" cioè residenti ma non cittadini originari. Fra i "forensi" rimane iscritto per trentaquattro anni cioè fino alla morte.


La sua giovinezza diventò poi sempre più inquieta e sotto gli occhi della magistratura veneta. Infatti il 15 luglio 1540 cade sotto il consiglio dei Dieci che discute se dar corso contro di lui ad una denuncia di cui non si conoscono i termini, ma lo assolvono all'unanimità. Senonché il suo nome ricompare all'attenzione del temuto Tribunale non molto più tardi. E questa volta non gli sarà facile far dimenticare al governo veneziano e ai suoi rappresentanti la trasgressione compiuta. Nel 1542, addirittura, i rettori della città lo bandiscono, non si sa per quale colpa, per dieci anni dalla città di Brescia e dal territorio e rimarcano che almeno metà della pena deve essere scontata senza che alcuna grazia o commutazione possano alleviarla. Ma il Tarello non si arrende, vuole vedere cancellata subito la sua colpa. In cambio della grazia il 24 settembre 1543 propone di consegnare un «stronzador di monede massime veneziane». Non essendo accettata l'offerta, il 9 maggio 1545 offre di svelare dei "robamenti" subiti dal fisco. Respinta anche questa seconda proposta la transazione va in porto solo il 23 ottobre 1545 in premio di delazioni di altre robarie, con un voto del Consiglio dei Dieci (quattro astensioni su quindici voti).


Nel frattempo egli si è sempre più radicato a Gavardo dove nel 1544 compare con il titolo di "dominus" che nel bresciano è solo indicativo di «condizione civile» (non di nobiltà o di professione medica o legale), e che a Gavardo quasi nessuno degli altri forensi (mugnai, appaltatori del macello, batellanti e merciai) si vede attribuire e che lo distingue fra gli abitanti più agiati. Nel 1547 figura al terzo posto della lista dei novantadue debitori morosi. Dichiarandosi quattro anni dopo, il 31 marzo 1550, non disposto a pagare il debito imputatogli viene il 21 ottobre 1551 chiamato davanti al giudice. Come sottolinea Marino Berengo «qualche transazione è probabilmente intercorsa subito dopo, poiché la controversia sembra sopita e il nome di Camillo continua a essere annoverato tra le teste tassabili. Non conosciamo le motivazioni di questa sua accanita resistenza, ma la cittadinanza di Lonato, che egli non omette di dichiarare una sola volta in tutti i suoi atti, ne costituisce la spiegazione più probabile. Alla vita della comunità di Gavardo, ove trascorre quasi tutta la sua esistenza, ai contrasti che vedremo agitarla, ai problemi della sua amministrazione e del suo governo, Camillo Tarello si mantiene, con ostentato distacco, estraneo». In effetti non dimentica mai Lonato dove l'1 gennaio 1549 il Tarello è padrino di Fulgenzio figlio del capitano Sforza Pallavicini, che diventerà comandante supremo delle forze di terra della Repubblica di Venezia. Con lui sono padrini Bernardino Segala, Giovanni Giacomo Salvadori, appartenenti alle famiglie più in vista della Riviera di Salò. Anche Ugo da Como pur dichiarando una tradizione quella che ascrive il Tarello fra i frequentanti il circolo di umanisti assidui presso la canonica del prevosto di Lonato Vincenzo Zin, ha voluto richiamare una continuità delle frequentazioni lonatesi del Tarello.


È indubbio che il Tarello si sia quasi per vocazione di agronomo trattenuto a Gavardo e più particolarmente alla possessione della Marcina in modo quasi assoluto tanto che nel 1546 viene dal Cancelliere del Comune designato non più come "Camillus de Lonado", ma "Camillus de Marcina". Possessione che si suppone gli sia giunta dalla moglie Barbara, sposata vedova con un figlio e anche lei oriunda da Lonato. Infatti quando nel luglio del 1548 è malata e teme di morire, designa Camillo erede universale pur non omettendo «di far legati per ben 3000 lire complessive ai suoi tre figli disponendo, sottolinea il Berengo, di una sicura agiatezza e, per censo e per tono di voce, si comporta come se appartenesse a una famiglia della piccola o media nobiltà». Del resto, sempre secondo il Berengo, nel 1545 era stata lei, Barbara, a concedere in enfiteusi un poco di terra alla Marcina, il che fa pensare che «è assai probabile che a lei appartenesse l'intiera possessione e non solo quel lembo isolato di terra, e che abbia presto rinunziato a gestirla per lasciarne la cura all'esperto e accanitissimo marito». Questo fondo di 36 piò è a un km a NE di Gavardo nella pianura "alta" del Bresciano, «allo sbocco della Val Sabbia, nella stretta piana coltivabile tra il Chiese e le cave di calce delle prime montagne» in una località denominata "Marcina" con quella terra che lui stesso nel suo "Ricordo" descrive in questi termini: «terra rossa ... malagevole da coltivare ... Perché non si può muovere umida, che è tenace, né troppo secca, perché è dura oltre modo, come io provo a Gavardo dove io ho di questa tal terra».


Come scrive il Berengo «sullo sfondo oscuro e grigio di queste vicende, prende via via risalto il volto di un uomo cui riesce difficile il vivere in pace e che sogna di stare alla Marcina, scrutando ora per ora quella sua terra e studiandone con infinita attenzione le risposte all'una o all'altra coltura. Ma per praticarle ha bisogno dei massari, e il rapporto di conduzione si concludeva in tempesta, davanti al giudice, all'arbitro o al notaio». Non solo, però, è in contesa con i suoi coloni ma anche con altri più agguerriti nemici come dimostra il fatto accaduto la sera del 22 aprile 1552 quando, di ritorno da Gavardo alla Marcina in compagnia di certo Giovan Francesco Urange, scoppiò una rissa con tre fratelli, popolani del luogo, che li costrinse a ripararsi in casa. Ma appena l'Urange si azzardò ad uscirne, venne colpito da una sassata che lo uccise. Chiamati in giudizio, i tre coloni riuscirono a portare una serie di testi che affermarono che la reazione era stata provocata dal fatto che il Tarello aveva bestemmiato, accusa gravissima in quei tempi, per cui mentre i tre venivano arrestati per omicidio e presto rilasciati con "mallevadoria", il Tarello per l'accusa di "blasfemia" si fece quarantadue giorni di carcere. Rimesso in libertà per mallevadoria, si diede da fare con successo per dimostrare che erano stati prodotti testimoni falsi contro di lui, e si rivolse al tribunale penale d'appello dello Stato veneto, la Quarantia Criminal, per scavalcare la giurisdizione bresciana del giudice del maleficio. I nemici, che avevano già dimostrato la loro inclinazione a procedere per le spicce, «mi aspettano alla strata, raccontava il Tarello, tirandomi più colpi per ammazzarmi, e non possendo, perché fuggo a cavallo, mi stroppiano della mano sinistra». Risulterà, poi, che a fare scarcerare i tre popolani e farsi di loro garante è il notaio del Maleficio, Marcello Zamara che il Tarello definisce «il maggior nodaro che abbia Bressa, homo sufficientissimo, audacissimo et potentissimo» e «amicissimo del vicario» di Gavardo, con tale autorevolezza da isolarlo completamente tanto da non trovare avvocato che volesse difendere la sua causa né notaio che volesse autenticare una sua "scrittura". Dovette appellarsi, per uscirne, alla "Quarantia Criminal" di Venezia, poi agli avvocati del Comune e infine al Collegio, ottenendo che il giudizio venisse delegato al Podestà di Brescia. Non risulta dai documenti come ne sia uscito ma nel novembre 1561 era di nuovo in causa con uno dei suoi coloni della Marcina, per risolvere la quale il Tarello designa il notaio bresciano Orazio Cinaglia di nobile e ricca famiglia mentre il contadino sceglie per arbitro un povero prete del luogo, Defendente "de Urceis" cappellano di S. Bernardino. Il nome del Tarello ritorna in un contratto steso dal notaio Cinaglia del 25 aprile 1564 che riguarda beni da lui affittati a certo Gherardo Bioni in Rampenaga nel territorio di Sopraponte. Ma già nello stesso aprile il Tarello contesta al Bioni, pur giungendo poi ad una transazione, di non aver ottemperato ai capitoli delle Masserie della Marcina, di aver trascurato la conduzione del fondo.


La terra e il suo riscatto sono oramai il suo chiodo fisso che lo inducono alla lettura di numerosi scrittori di agricoltura, e alle sperimentazioni continue sulla "terra rossa e malagevole da coltivare, con l'intento di renderla non più matrigna ma madre di progressi e di civiltà". È dopo gli studi e sperimentazioni che il 18 novembre 1565, coprendosi dell'anonimato ma dichiarandosi «un fedelissimo servitore di questo Serenissimo Stato» offre alla Serenissima «un ricordo con più capi in materia di agricoltura». È talmente conscio di avere con esso scoperto una nuova agricoltura che non ha dubbi a paragonarsi ad un redivivo Cristoforo Colombo. Convinto di ciò egli chiede al senato veneto una sorta di brevetto e una decima sui redditi prodotti con il suo metodo. Venezia e altri stati accordano a lui «e ai suoi figlioli eredi e discendenti o a chi aveva da lui e da loro, che chi si valerà dello infrascritto suo Ricordo, con più capi, sia obbligato e debba dare a lui e a loro, ogni anno, quattro marchetti per campo (mq. 3667) delle biave da spiga e due marchetti per campo di ogni altra sorte di seminagione». Sostanzialmente la novità del sistema da lui proposto è nella liquidazione della tradizionale contrapposizione tra allevamento e agricoltura, la rottura periodica attraverso un sistema di rotazione del prato stabile con le conseguenze di una maggiore produzione di cereali ed un maggior carico di bestiame nell'azienda agricola. Presentando il suo opuscolo egli è sicuro di essere in grado di insegnare agli agricoltori il metodo di raddoppiare le entrate e di risparmiare 2/3 della semente dei cereali normalmente usata. Il Senato Veneto, rilevata l'importanza dello studio, stabilisce che al Camillo Tarello, ai suoi figlioli eredi e discendenti, vengano corrisposti i denari come convenuto, da parte di chi si valeva dei suggerimenti. La pena prevista per chi contravvenisse a tale ordine della Repubblica Veneta è la confisca dei prodotti che vengano cosi ripartiti: 1/3 a chi segnalava l'inadempiente, il quale sia tenuto segreto; 1/3 all'arsenale e 1/3 al magistrato che provvedeva al sequestro.


Strappati, nel settembre 1566, il permesso e il brevetto del Senato veneto, nel 1567 pubblica il "Ricordo" presso lo stampatore Rampazzetti di Venezia. Il libriccino viene accolto sia con favore ma anche con contrasti. "Alcuni", come lo stesso Tarello ebbe a scrivere, "m'hanno detto apertamente ch'egli è una materìa e pazzia". Ma l'eco delle sue scoperte si allarga. Il privilegio o "brevetto" veneziano viene assunto dallo Stato di Milano, dai Ducati di Firenze, Ferrara e Mantova. L'operetta densa di osservazioni, di sottolineature rivela anche un personaggio di una certa cultura, non comune fra gli agricoltori del tempo, di uno cioè che all'aratro accompagna il libro. Nel "Ricordo" infatti sono citati 111 volte Plinio il vecchio, 90 Columella, 36 la Geoponica, 33 Pietro Crescenzio, 28 il Palladio, 15 le Georgiche di Virgilio, autori da lui letti in volgare, e in edizioni recenti, ma con partecipazione appassionata. Oltre ai testi di agronomia egli conosce autori classici quali Valerio Massimo, Erodoto, Appiano, Svetonio, Cesare, Plinio il Giovane, Cicerone; e anche per queste meno sistematiche letture si è giovato il più possibile di traduzioni. Non esclude tuttavia dal suo bagaglio culturale esperienze letterarie moderne, come Petrarca, Bembo e la "Genealogia degli Dei" di Boccaccio. "Possiede", scrive il Berengo, e "il suo carattere litigioso gli rende indispensabili queste nozioni, alcuni elementi di diritto. Dimostra, insomma, di aver trascorso sui libri una non esigua e attenta parte del suo tempo; e appare uomo che ha amato la sua cultura, che nelle scelte della vita ha sentito il desiderio di usarla". Segni della sua acculturazione umanistica, oltre che tecnica, sono anche i nomi di Ulisse e Penelope assegnati ai figli, già nati nel 1548, nomi certo non comuni, suggerisce il Berengo, "per una coppia che vive alla Marcina, certo decisi da lui, dato che la moglie Barbara si era accontentata per il suo figlio di primo letto del nome, tanto più scontato e corrente, di Giovanni Antonio". Giustamente è stato fatto osservare come nessun documento provi che l'autore abbia avuto, nonostante i privilegi e brevetti, qualche beneficio dalla sua invenzione. Ciò che si sa è che il successo non lo acquieta. Nel 1567, infatti egli, è, ancora una volta, davanti al banco dei Consoli dei Quartieri e chiede giustizia contro un vicino, un chirurgo il cui bosco confina con il suo, nella montagna che sovrasta la Marcina.


In seguito non compare più in documenti se non negli elenchi del gennaio 1573 del cancelliere di Gavardo che lo elenca come sempre tra gli ultimi dei "forensi". L'8 ottobre di quell'anno la moglie Barbara nel costituire la dote per la figlia Penelope la dichiara "quondam cioè del fu" e solo pochi mesi dopo, il 22 febbraio 1574, il notaio Sigismondo Raimondi registra il contratto di vendita della Marcina assieme ad un torchio, botti e tini. La vedova si ritira a Brescia. Il figlio Ulisse comparso nel 1567 nei forensi denunciati a Gavardo, e perciò già in età adulta, risulta presto esentato dalle tasse perché ha scelto la carriera militare, una professione che, sottolinea il Berengo, «forse al padre non sarebbe piaciuta». Sciolta la famiglia, passata la Marcina in altre mani, resta il "Ricordo". Il libriccino ha una sua certa fortuna in ripetute edizioni a Venezia, Treviso, Bergamo, Mantova e infine a Milano. A Brescia comparirà solo nel 1900 in un'edizione della Queriniana certamente propiziata da don Giovanni Bonsignori. Non si può certo dire che Tarello abbia avuto nella terra bresciana grande fortuna. Un certo ricordo rimase a Lonato. Il Cenedella narra che un suo ritratto fosse conservato nel palazzo comunale assieme a quello dei Provveditori e Podestà fino al 18 marzo 1797 quando vennero distrutti dai giacobini del luogo. A Bassano Bresciano, Tarello venne ricordato, con Agostino Gallo, in busti collocati sopra un arco dell'ingresso al palazzo Luzzago Cigola. A Lonato gli venne intitolata la Società Agricola costituitasi il 3 aprile 1887.


Ma a risvegliarne il ricordo contribuì, sulla fine dell'800, p. Giovanni Bonsignori cofondatore e direttore della Colonia Agricola di Remedello. Nel febbraio 1899 egli tenne una conferenza a Lonato che servì molto a farne riscoprire in luogo la figura e gli insegnamenti. Seguirono sempre a Lonato nel 1900 una conferenza del prof. Adolfo Casali. Ne scrisse nello stesso anno l'on. Ulisse Papa, mentre sul piano più pratico si interessava l'on. Carpaneda. E finalmente Lonato lo ricordò con solennità nell'ottobre 1900. Per l'occasione venne ristampato a cura del Municipio, il "Ricordo di agricoltura" ed una pubblicazione di Carolus (Carlo Manerba), si tenne un'esposizione di macchine agricole e venne scoperta una lapide in marmo dello scultore Gennari di Brescia nella quale al basso, verso sinistra di chi osserva, sta raffigurato il "Ricordo di Agricoltura" del Tarello, e tutto all'ingiro delle iscrizioni vi sono fregi artistici in bronzo che rappresentano il granoturco, il frumento, l'uva. L'iscrizione dettata dal prof. cav. Casali, suona: "Per lungo studio dei campi/alle antiche aggiungendo cognizioni nuove Camillo Tarello/divinò/fin dal secolo XVI /intuizioni e scoperte/delle quali anche al presente/le scienze agrarie/si onorano".


A distanza di anni, il 30 settembre 1976 si tenne sempre a Lonato, per intervento dell'Ateneo di Brescia, un convegno di studi al quale intervennero Gino Barbieri, Amelio Tagliaferri, Zalin, Lino Lucchini, Ugo Vaglia, don Giovanni Scarabelli, Ottorino Milesi, Remigio Baldoni, Francesco Lechi, Osvaldo Passerini Glazel. Nel 2002 gli venne dedicato a Brescia un Parco di circa 80 mila mq. a S del cavalcavia Kennedy su progetto di un gruppo di architetti italo-portoghesi: Cesare Pellegrini, Joao Gomes da Silva (stretto collaboratore di Alvaro Siza), Ines Norton de Matos, Enzo Renon, Mauro Armellini, Massimo Marai, Teresa Figueiredo Marques, Jacopo Pellegrini, Giorgio Nieri, Ines Lobo, Erika Skabar e Claudia Taborda. Purtroppo nonostante gli sforzi compiuti da più parti, di salvare la Marcina o Marsina, una concessione edilizia del 15 maggio 1981 (n.26) ne permise in gran parte la demolizione.


Al di là della fama bresciana il nome del Tarello ha avuto ben più vasta attenzione. La sua operetta si è imposta infatti come tra le più dense, pratiche, efficaci ed innovative della agronomia moderna. Difficile è riassumerla. Il Tarello apre il "Ricordo" con profondo sentimento religioso: «Drizzi, scrive, il Signore Iddio la mie parole nella via della verità». Sicuro e fiducioso nella sua fede e nel suo pensiero esclama «Niun'altra cosa ci rende tanto simili a Dio, quanto il giovare agli uomini» e, col suo libro, intende giovare agli uomini. Singolare è anche il fatto che egli affidi ai sacerdoti la divulgazione dei suoi insegnamenti. Distinguendo fra agricoltura teorica e agricoltura pratica il Tarello dichiara che quella teorica è buona quando nasce da molte osservazioni pratiche e, nelle pagine successive, insiste, l'agricoltore è il professore pubblico di tale scienza studiando le terre, le acque, le meteore, le piante, gli animali, gli uomini, le macchine rustiche onde nasca il buon comparto delle derrate, il buon lavoro delle campagne nei territori tutti della nazione. La scienza dell'agricoltura, egli sostiene, «la più vasta, la più utile dell'università, delle Accademie, dei Licei ed anche la più importante dei Gabinetti, contempla con la base della storia naturale, quanto di più bello ci presenta la fisica». Il Tarello mette anzitutto in evidenza l'esagerato consumo di sementi che, riferito alle modeste produzioni di allora, risultava enorme. Egli dice: da una spiga di 50 grani si dovrebbero ottenere 50 spighe; per ogni staia (l. 83,5) si dovrebbero cioè ottenere 50 staie, ossia litri 4150 il che non avviene perché il seme non nasce tutto. Passa poi in rassegna le cause della mancata nascita. Dice il Tarello: «Chi dispone attualmente di 10 campi e li semini tutti arandoli 4 volte per campo, ne semini solo 5 e le otto arature che faceva nei dieci, le concentri sui 5; consumi il letame sui 5; semini biava (ossia i cereali) in luna crescente e usando al massimo i 2/3 del seme solitamente usato, ne trarrà costantemente questi rilevanti benefici: 1) minor fatica perché è più facile arare un campo 8 volte che non due campi 4 volte ciascuno, perché si arerà in media, un campo e mezzo al giorno dove si praticano 8 arature e uno solo dove se ne praticano 4; 2) si elimineranno le erbe inutili che tolgono nutrimento alle biave e si avrà maggior produzione: 3) darà assai più un campo così coltivato, lavorato, letamato e, riposato, di quanto si avrà con due campi; 4) si risparmieranno 2/3 di semente perché si semina non la metà della terra arativa, come finora, ma la quarta parte ed un altro terzo si risparmia per la migliore preparazione; 5) si avranno paglie più abbondanti e pulite; miglior letame e miglior fieno perché si semina (ed è forse questa l'innovazione più importante) del seme di trifoglio; 6) la terra a prato, che rimane riposata due anni ed ingrassata con le radici del trifoglio, darà due volte tanta biava ed altri frutti di quanto non se ne raccolga normalmente; 7) per esservi molto fieno si terrà più bestiame e chi deve tenere due paia di buoi da lavoro potrà sostituirne un paio con una coppia di vacche; 8) la maggior quantità di fieno e di paglie consentirà di allevar più bestiame e di avere molto letame». Seguono altri consigli che si concretano nella rotazione quadriennale la quale, basata sull'alternanza dei cereali con il trifoglio, si evolve e perfeziona in epoca successiva con la scoperta del granoturco (noto agli spagnoli nel 1525 ed all'Italia nel 1560) e dell'erba medica.


Il Tarello, prima d'illustrare dettagliatamente le modalità da seguire per realizzare il suo sistema, afferma decisamente che il merito è esclusivamente suo; riconosce di essersi valso dell'esperienza dei predecessori e, con una poetica figurazione, afferma che, come il miele diventa tale soltanto per merito delle api, così il nuovo metodo di coltura è, e si deve dire soltanto, suo, perché «né a Virgilio, né a nessun altro venne mai in mente di fare andare a prato quasi 3/5 di tutta la terra con infinito beneficio del mondo». Il Tarello si richiama spesso agli insegnamenti di Virgilio, Plinio, Crescenzio e li riporta anche quando appaiono assai strani e bizzarri; in questo caso sembra però di rilevare spesso una sia pur vaga perplessità quasi volesse lasciare loro l'intera responsabilità di quanto consiglia. Alcuni degli antichi insegnamenti, che riteniamo tuttora validi e che toglie dalle Georgiche, sono ad esempio quello della bruciatura delle stoppie: si tratta di una pratica la quale, criticata in un recente passato, ha poi trovato spiegazione ed approvazione. La bruciatura delle stoppie infatti, pur distruggendo sostanza organica è risultata utile e non importa se, attualmente, viene sostituita dalla concimazione azotata da farsi prima di sovesciare le paglie. Così pure l'insegnamento di arare profondo la terra buona e superficiale quella leggera e magra e di lavorarla ripetutamente, trova logica approvazione. A conferma di ciò il Tarello cita un agricoltore chiamato Geronimo Bagniuolo il quale, proprietario di terra in quel di Bagnolo Mella, non consentiva ai suoi dipendenti di seminare se non dopo aver praticato 7 arature. Costui nell'anno 1540, ad estate molto secca, raccolse, da solo, più miglio che non tutto il territorio di Bagnolo. Per i vigneti, raccomanda di ultimare potature e lavorazioni del terreno entro l'equinozio di marzo (21 marzo); di lasciare pochi tralci se la vendemmia è stata abbondante e di più se è stata magra. Consiglia di zappare tre volte: la prima all'inizio di primavera, la seconda prima che le viti fioriscano e non mai quando sono fiorite, la terza quando invaiano. Le viti «pampinarle» (togliere le cacciate in eccesso) due volte, la prima di maggio innanzi che fioriscano, la seconda in agosto quando l'uve cominciano a farsi nere. Le viti novelle zapparle una volta ogni 30 giorni nel periodo che va da marzo ad ottobre.


Il Tarello parla frequentemente dell'influenza che avrebbero i raggi lunari sui fenomeni vitali e, richiamandosi a Plinio ed a Virgilio, scrive: le piante che si vuole sviluppino molto in altezza andrebbero seminate in luna crescente; affinchè fagioli e fave non vengano «busati» da animaletti, raccoglierli il dì che fa la luna; segare e tagliare in luna nuova fieni, erbe ed ogni cosa che si desideri cresca presto. Per combattere le cantarelle (maggiolini e anomale) ed altri animali senza osso (evidentemente afidi e larve) fornisce lo strano consiglio, che riporta da Plinio: di far camminare più volte lungo i filari delle viti e dei seminati «donna mestruata che vada discinta e scalza e con i capelli giù dalle spalle badando però di non farlo giammai nel levar del sole perché nuocerebbe». È anche sicuro, seguendo Plinio, che «miglio e panico non vengono molestati da passere e uccelli se la notte che precede l'ultima lavorazione del terreno viene portato intorno al campo un rospo il quale, messo in un vaso di terra nuovo, venga sotterrato nel mezzo del campo, con l'avvertenza però di toglierlo prima della semina». Stranezze di credenze, del resto comuni ai tempi in cui Tarello visse, ma che non tolgono nulla ai suoi insegnamenti, alla rottura del plurisecolare immobilismo che ha preceduto il XVI secolo e con la sua rotazione ed innovazione colturale, apre la via ad un progresso che si evolve rapidamente sotto lo stimolo di altri emeriti bresciani quali Agostino Gallo, G. Battista Avogadro, Vincenzo Maggi, Carlo Bettoni fino a giungere a don Giovanni Bonsignori, Gino Provaglio.


Sebbene il suo "Ricordo" sia senza rilevanti pregi letterari, con un'esposizione né completa né ordinata, in forma involuta, pesante e trascurata, straordinaria ne è l'importanza. Studiosi fra i primi dell'agronomia, lo hanno esaltato tra i più eminenti: «Io venero quest'uomo grande» ha detto di lui Filippo Re; «Per formare un eccellente agronomo bastano Columella e Tarello» ha aggiunto il Caronelli. Il Marconi lo ha chiamato il primo e più potente innovatore dei suoi tempi. Arrigo Serpieri lo ha designato propugnatore di fondamentale progresso tecnico; il Peglion «il riformatore dell'agricoltura moderna»; il Manvilli, «sommo agronomo, che a giusto diritto deve chiamarsi il padre della moderna agricoltura». Claudio Marani lo esalta come «il fondatore dell'agricoltura moderna». Al di là dei toni laudativi tutti gli studiosi di agronomia e della storia dell'agricoltura sono d'accordo nel rilevare in lui uno dei precursori più eminenti di molte scoperte e dei progressi agricoli tanto da far scrivere a Claudio Marani che «le grandi riforme agricole, che sono state propugnate nell'Europa Nord e Nord Occidentale hanno tutte come idea fondamentale quella lanciata dal Tarello». E ciò anche se solo poche volte gli sono stati resi giusti e dovuti riconoscimenti. Fra i più significativi si può citare quello dello svizzero Grüner che nella raccolta delle "Memorie della Società Economica" di Berna del 1761 riconosce lealmente l'alto valore del Tarello scrivendo: «È meraviglia di vedere che il piccolo libro del Tarello contiene essenzialmente scoperte delle più importanti in fatto di agricoltura, le quali si attribuiscono ai nostri tempi, senza ricordarci essere assai più agevole di perfezionare ciò che è già inventato, che di trovarne la prima idea». Nell'800 Angelo Monà nell'opera "L'agricoltura inglese paragonata all'italiana" scriveva che «gli inglesi confessano d'aver imparato dal nostro Tarello di Lonato la teoria delle ruote agrarie, coll'alternanza dei foraggi annuali e temporanei» e che per «l'introduzione del trifoglio e la rotazione quadriennale invece di triennale furono utili li precetti di Camillo Tarello i quali segnarono il primo passo alla rigenerazione dell'agricoltura del Nord».


Numerose le edizioni del "Ricordo". Pubblicato la prima volta nel 1567 col titolo "Ricordo di Agricoltura di M. Camillo Tarello, da Lonato. Al Serenissimo S. Gerolamo di Priuli Principe di Venezia et alla Illustrissima Rep. Veneziana". (Con privilegio. In Venezia, appresso Francesco Rampazetto, 1567). Venne ristampato nel 1577 a Mantova, da Giacomo Ruffinelli, in 8°, 72 p.; nel 1585 e nel 1597 a Mantova da Francesco Osanna; nel 1601 (corretto e ristampato) a Treviso da Fabrizio Zanetti, in 12°; nel 1609 in Venezia "pel Bizzardo", in 8°; nel 1616 dallo stesso; nel 1622 in Venezia da Joseppo Imberti, in 8°; nello stesso anno, arricchito in Mantova dallo stesso; nel 1731 in Treviso, nel 1735 in Mantova; nel 1756 in Bergamo per Giovanni Sentieri (riedizione esatta dell'edizione di Mantova del 1577); nel 1770 col titolo: "Ricordo di Agricoltura, illustrato con note e tavole del P. Maestro Gianfrancesco Sottoni M.O." Venezia per Gir. M.Bassago, in 4°; nel 1774 nella stessa edizione; nel 1816 "ridotto a più moderna lezione", da G. C. (Giuseppe Chiappari) corredato di Note di Paolo Sangiorgio, Milano, Silvestri; nel 1836 nella stessa edizione; nel 1900 in Brescia dalla Tipografia Queriniana, 188 p.; nel 1975 a cura di Marino Berengo, in Torino, Giulio Einaudi, nella Piccola Biblioteca Einaudi, testi.