SPERI Giovanni Battista

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SPERI Giovanni Battista

(Montirone, 1787 - Brescia, 14 maggio 1844). Di Paolo. Di mestiere sarto, come si dichiarava nell'atto di matrimonio, fu poi, come si legge nell'atto di morte, "riattatore di quadri" e pittore. Giustamente Paolo Guerrini pensa che nel cambio di mestiere sia intervenuto l'interessamento del conte Teodoro Lechi. Fu soldato sotto Napoleone e molto legato alla famiglia Lechi che a Montirone aveva un palazzo. A 37 anni, il 31 gennaio 1824, sposava nel Duomo di Brescia Angela Tortima di Brescia di anni 24, "cucitrice" cioè sarta a domicilio. Dal matrimonio nacquero quattro figli: Tito (v.) (n. il 2 agosto 1825), Teodoro Paolo (n. il 22 dicembre 1827), Attilio Paolo (n. il 22 luglio 1829) e Santina. Mentre Teodoro Paolo e Attilio Paolo morirono in Chiari il primo il 19 giugno 1829 e il secondo il 6 gennaio 1834, il primo figlio e l'ultima sopravvissero.


L'attività di "riattatore" dello Speri è segnalata dai "Commentari dell'Ateneo di Brescia" del 1829 (p. 209) riguardo al trasporto sopra tela "con nuovo metodo" dell'affresco di Lattanzio Gambara il "serpente di Mosè". Negli stessi "Commentari", dopo la descrizione del metodo con cui il veneto patrizio Filippo Baldi riusciva a ridurre in tela gli affreschi, si legge: "Con metodo, forse non molto dissimigliante, procedette il nostro Speri levando dai Chiostri mal guardati di Santa Eufemia l'emblematica figura del Salvatore". Anche a Lodi, come si legge nei "Commentari dell'Ateneo" di Brescia del 1834, potè "dare effetto lodevolissimamente col togliere dal muro un affresco del celebrato Callisto Piazza". Nei "Commentari" stessi si legge che lo Speri "ristauratore di quadri dalla casa Crivelli, che vuolsi essere quella abitata dal nostro Lattanzio Gambara, levò con bella maniera una rappresentazione di due puttini, e che ridotta in sulla tela donò all'Ateneo, come prova e caparra d'altre consimili operazioni". Per questa sua attività e per questi donativi, lo Speri veniva "onorato" del secondo premio dell'Ateneo. Nell'esposizione di belle arti e mestieri, indetta nel 1841 dall'Ateneo di Brescia lo Speri si produceva con due ritratti ad olio. I "Commentari dell'Ateneo" del 1841 notano: "Piacque anche al nostro pubblico, al quale è noto lo Speri per espertissimo ristoratore di quadri, vederlo altresì presentarsi come autore, e riconoscere quest'altra sua abilità negli esposti due saggi", forse i due ritratti, probabilmente raffiguranti i figli Tito e Santina, che verranno poi esposti all'Ateneo nel 1878. Sempre i "Commentari dell'Ateneo di Brescia" nel 1843, esaltavano la sua perizia e rilevavano come felice esperimento di tale arte, premiato dall'ateneo, lo stacco dal palazzo Orsini in Ghedi, di affreschi attribuiti a Girolamo Romani. Tra tali affreschi una "testa" di Nicolò Orsini, duca di Pitigliano che il figlio Tito donò o vendette alla Pinacoteca Tosio-Martinengo, con un'elegante dedica in latino.


Nel 1842 restaurò alcuni dipinti del Moretto nella chiesa di S. Clemente. Presentandolo alla fabbriceria di tale chiesa, nel febbraio 1837, Luigi Basiletti esprimeva il suo parere cioè che fosse "in Brescia l'artista più atto a tale lavoro avendo in molte altre opere di simil genere dato prova di somma diligenza e capacità nell'arte". Nella "Gazzetta Privilegiata" di Milano del 10 aprile 1843 certo Lambertini segnalava la "prodigiosa operazione" di riporto da parte dello Speri di Pippi Giulio (sic) e di affreschi di Bernardino Luini strappati dai muri di casa Silva in Milano. Tali dipinti finirono a Berlino "con gran soddisfazione" del re di Prussia e del direttore dei musei prussiani Voager. Inoltre prove dell'abilità dello Speri erano gli strappi di un affresco di Giulio Romano e di dipinti tolti da una sala di palazzo Nonio di Mantova. Negli stessi "Commentari" del 1844 si legge ancora: "Non è la prima volta che ci fa, lo Speri, conoscere la sua perizia nell'artifizio utilissimo di riportar sulla tela gli affreschi, salvandoli dai deperimenti a cui si trovano esposti nelle pareti, o per inclemenza degli elementi o per incuria dei possessori o per altre naturali ed eventuali cagioni". E ancora si legge: "Dei due dipinti che a queste copie l'artista aggiunge di proprio (un ritratto di donna, un altro di giovanetto, dipinti a olio) il ritratto virile per la verità e pel rilievo, meritò specialmente gli encomi degli intelligenti". Come ha scritto mons. Martini nel "Confortatorio di Mantova" (p. 44) su notizie con tutta probabilità avute dal figlio Tito, negli ultimi giorni di vita lo Speri "restaurò gli affreschi dipinti sulla facciata del palazzo del conte di Cles e ne ebbe molta lode". È anche autore di un'Addolorata, tela ad olio collocata nella sagrestia della chiesa di S. Maria Assunta di Pisogne, firmata sul retro G.B. Speri P. 1844, che il Panazza definisce "lavoro accurato di gusto accademico".