PICCININO Nicolò
PICCININO Nicolò
(Perugia o Callisciana, 1386 - Cusago, 19 aprile 1444). Detto Fortebraccio figlio del macellaio Francesco e di Nina sorella di Andrea Fortebraccio, più noto sotto il nome di Braccio da Montone, celebre condottiero. Venne chiamato Piccinino per la piccola statura. Ebbe però un temperamento ardito dinamico, avventuroso, proprio dello zio. Rimasto, ancora fanciullo, orfano di padre venne dapprima affidato ad un suo zio, Biagio di Callisciana, che presto abbandonò per diventare garzone di osteria. Un valoroso capo di cavalleggeri, Bartolomeo da Sesto, vistolo un giorno cavalcare un focoso cavallo, lo prese al suo servizio, lo addestrò al mestiere delle armi concedendogli in moglie la bellissima figlia, Gabriella. Rozzo impetuoso e gelosissimo, convinto di essere stato tradito avendogli dato un figlio dopo 11 mesi di sua assenza uccise la moglie ma, alle rivelazioni della madre di essere egli stesso nato in tali circostanze, le diede degna sepoltura e allevò con cure il figlioletto Jacopo, che diventerà lui pure celebre condottiero. Passato al soldo dello zio, Braccio da Montone, ottenne in moglie una cugina e il comando di cento cavalleggeri. Ai suoi ordini combattè in Romagna contro Venezia, gli Angioini, subì una grave sconfitta all'assedio dell'Aquila, dove morì Braccio da Montone, dal quale, nel 1429, ereditò il comando della Milizia di Braccio. Messosi nel 1425 al servizio della Repubblica Fiorentina, nominato capitano generale di quelle milizie, in un combattimento sul Lamone, contro l'esercito visconteo, venne fatto prigioniero presso Marradi. Liberato dopo due mesi, di fronte alla freddezza dei fiorentini, li abbandonò per mettersi al servizio del duca di Milano, Filippo Maria Visconti, avversario di Firenze. Agli ordini del duca di Milano e di Francesco Sforza invase la Toscana e compì devastazioni. Sotto Filippo Maria Visconti al quale rimase fedele fino alla morte, potè compiere le sue più fortunate imprese. Richiamato dalla Toscana assieme ad Angelo della Pergola e Guido Tarello, il Piccinino si impegnò sempre più a contrastare le abili mosse del Carmagnola. Nel 1427 il Piccinino si insediò sempre più frequentemente nel Bresciano dove ebbe maggiori possibilità di manovra dopo la sconfitta viscontea di Maclodio. Dopo la parentesi di un intervento in Toscana, nel 1430 era di nuovo nel Bresciano dove si dedicava ad opere di fortificazione nel territorio: a Nozza e in Valsabbia. Scoppiate di nuovo nel 1431 le ostilità fra Venezia e il Ducato di Milano, il Piccinino con Nicolò di Tolentino e Francesco Sforza affrontava a Soncino, nel febbraio, le truppe venete comandate dal Carmagnola sconfiggendolo e continuando poi a fare pressione sulle fortezze principali del Po e dell'Oglio e specie su Orzinuovi. Decapitato il Carmagnola per sospetti di tradimento verso la Repubblica, il Piccinino ormai capo delle truppe viscontee riprese nell'aprile 1432 le operazioni di guerra che si svolsero oltre che lungo l'Oglio anche in Valcamonica e che vennero interrotte dalla pace di Ferrara dell'aprile 1433. Il Piccinino fu di nuovo in campo contro Venezia nei primi mesi del 1437. Dopo aver svernato con le sue truppe ai confini, nella primavera del 1438 penetrò nel territorio bresciano gettando un ponte di barche sull'Oglio a Canneto e conquistando Pontevico, Calvisano e Quinzano ed altre fortezze. Evitando Montichiari, si accampò con le sue truppe tra Gavardo e Bedizzole, interrompendo la via dei rifornimenti tra Venezia e Brescia. Intere popolazioni specie delle zone pedemontane si rifugiarono in città. Preso per tradimento Montichiari, onde isolare Brescia, da Gavardo puntò sulla Valsabbia e sulla Valtrompia e poi su Salò e la Riviera. Via via il Piccinino riuscì a occupare da fine luglio ai primi di settembre parte della Valcamonica e i borghi fortificati di Capriolo, Palazzolo, Chiari, Rovato, Iseo, Pontoglio, Travagliato, Roccafranca, Orzinuovi. Poi strinse la città d'assedio occupando dapprima Roncadelle, Mompiano ecc, facendo deviare i corsi d'acqua. L'assedio fu durissimo e si protrasse dal 25 settembre al 14 di dicembre; incalcolabili furono le sofferenze della popolazione colpita, oltre che dal bombardamento nemico, dalla peste e dalla fame. Scaramucce, bombardamenti, tentativi di sortite degli assediati contrappuntarono mesi e mesi di sofferenza. Compiuti ripetuti sforzi per piegare la città, il Piccinino alla fine dovette cedere ed abbandonare il 16 dicembre l'assedio. La leggenda raccolta da cronisti del tempo vuole che alla difesa abbiano partecipato direttamente i santi protettori di Brescia, Faustino e Giovita, che sarebbero apparsi sulle mura nell'atto di rimandare ai mittenti le palle delle bombarde. Vi è stato chi ha pensato che la leggenda sia stata affacciata dallo stesso Piccinino per giustificare la sua sconfitta. Dato fuoco agli accampamenti e fatta terra bruciata dietro a sè si ritirò verso il Garda, non senza aver lasciato presidi a S. Croce sui Ronchi dove una fortificazione venne a lungo chiamata «Casa di Nicolò Piccinino» e a Mompiano. Dai nuovi accampamenti continuò a scorrazzare per il Bresciano mantenendo praticamente il blocco alla città sempre in preda alla carestia e alla peste. Nemmeno l'impresa ardita del trasporto dall'Adige attraverso pianura e monti di una flotta per garantire la supremazia veneta sul lago, riuscì a rallentare il blocco posto dal Piccinino che, bruciate le barche venete, mantenne il blocco intorno a Brescia. Tale blocco durò per tutto il 1439 e parte del 1440 sul filo di una competizione quasi personale fra lui e Francesco Sforza che aveva abbandonato i Visconti ed era passato al servizio di Venezia. Con lui si scontrò a Tenno nel Trentino e ne uscì sconfitto. Ritornato nel Bresciano, nel dicembre 1439 evitò la città e si accampò presso Rodengo seminando distruzioni in Franciacorta. Ma attaccato il 18 dicembre dallo Sforza ritenne prudente ritirarsi presso Rovato. Dopo un altro inverno di stenti e di miseria, nel febbraio 1440 il Piccinino veniva trasferito in Toscana e il Bresciano tornò a respirare. Sconfitto ad Anghiari dai fiorentini, passò a Bologna di cui aveva dal 1438 la sovranità, ma questa nel 1443 gli si ribellò. Sconfitto nello stesso anno a Montelauro morì a Cusago (Milano) nel 1444, a quanto si disse di dolore.