NIGOLINE BOBOMELLI
NIGOLINE BOBOMELLI (in dial. Nigoline)
Borgata a SO di Iseo, in Franciacorta, tra Colombaro e Torbiato. E a m 229 s.l.m., a 24 km da Brescia. Fa parte del comune di Cortefranca, di cui è sede municipale, ed è parrocchia autonoma. Nel sec. XII Nicolinis, nel sec. XIII, Nuvolinis e Nivolinis, poi Nigolini e Nigoline. Il nome deriverebbe da novolus = novale, cioè terra nuova, bonificata. Altri hanno pensato al latino «nuculinae» cioè piccole noci.
Abitanti (Nigolinesi): 558 nel 1493 (con Timoline), 322 nel 1580, 300 (di cui 76 utili, fuochi 60) nel 1610, 220 nel 1670, 250 nel 1678, 280 nel 1693, 250 nel 1702, 378 nel 1821, 360 nel 1822, 443 nel 1850, 487 nel 1890, 600 nel 1906, 619 nel 1910, 601 nel 1912, 640 nel 1915, 750 nel 1924, 909 nel 1971, 1200 nel 1987.
Nigoline sorge come Borgonato, Timoline ecc. su una delle cerchie collinari della penultima e ultima glaciazione dette di Riss e di Würm. Nel 1960 sembra che vi fossero state trovate 20 tombe galliche poi distrutte. Dal 1969 al 1974 sarebbero state trovate nella zona tombe cappuccine e altri reperti romani. Paolo Guerrini tuttavia ha fatto rilevare come nella toponomastica non si trovi un solo nome romano o preromano, mentre tutti i nomi locali derivano dal basso latino medioevale. Nigoline ebbe un rilievo in tempi ben più antichi. Mentre gran parte del territorio era ancora paludoso e incolto, sulle colline che ad esso fanno corona correva un sentiero preistorico che in età romana andò acquistando sempre più importanza. C'è chi sostiene che in epoca romana tra Nigoline e Adro vennero erette possenti fortificazioni per contenere le incursioni dei Camuni e di altre popolazioni alpine. Resti di antiche mura vennero trovate nel 1989 con il taglio del bosco lungo la mulattiera che dal cimitero di Nigoline si addentra nel bosco, in una zona che la popolazione chiama ancora «dei castelli». In particolare vennero alla luce muraglie attribuite secondo alcuni ad un'antica fortezza romana, secondo altri alle fondamenta di un castello o di un monastero dei sec. IX-X. Quando poi il pago cedette il posto alla pieve cristiana si formò sempre sull'antica mulattiera fra le boscaglie del monte una diaconia indicata dall'esistenza di una cappella dedicata a S. Lorenzo. Ma fu solo nel Medioevo, quando i monasteri allargarono la loro influenza su sempre più vasti territori che Nigoline entrò nella storia. Grazie al dono a monasteri già in età longobarda di terreni demaniali, nel caso di S. Giulia, o a dotazioni di beni vescovili sempre ai monasteri, nel caso di S. Faustino Maggiore e di S. Eufemia, nel territorio nigolinese sorsero più corti che, godendo di ampie franchigie da tassazioni e di decime, vennero chiamate «franchae curtes», donde poi la denominazione di Franciacorta a tutta la plaga. Con efficacia Paolo Guerrini ha sottolineato: «In questo bacino, ancora ricco di torbiere, di acque sorgenti o stagnanti, di paludi e di avvallamenti, frastagliato da lievi emergenze collinari, abbandonato e sterile fino al secolo VIII, almeno, ebbero a portare la vita economica, civile e religiosa, i vari monasteri benedettini ai quali venne assegnato dal fisco regio longobardo per la bonifica agraria... Essi si divisero tutto questo territorio acquitrinoso e malsano, e vi fondarono le loro corti rurali, cioè le case rustiche dei loro contadini e manenti qui collocati per la bonifica e lo sfruttamento del terreno, ridotto a prato nelle quote inferiori, a campi di frumento e a vigna nelle quote superiori. Vennero così formandosi, nei secoli VIII-XI, lentamente, ma tenacemente la corte monastica di Nigoline come quelle di Torbiato, Borgonato, Timoline, Colombaro ecc.». Ancora il Guerrini sottolinea: «La corte di Nigoline ha nel nome della località e nel culto del suo patrono S. Martino vescovo di Tours gli elementi essenziali della sua storia primitiva, che non si può ricostruire sui documenti, perché mancano, ma si intravvede in questi documenti topografici e toponomastici». Solo nel falso privilegio concesso da Ottone I a Tebaldo Martinengo del 1150 si accenna la prima volta al nome di Nigoline, ma anche se spurio il documento indica la tendenza di una continua ascesa di famiglie feudali e all'affermarsi della vicinia. Più sicura l'investitura del 2 gennaio 1158 di beni in Nigoline da parte del vescovo di Brescia Raimondo a Pietro e Lanfranco Martinengo di diritti di decime, beni, onoranze dovuti solo al signore e padrone di una corte. Oltre ai Martinengo su Nigoline estesero la loro influenza economica i da Iseo, i Della Corte poi anche i de Ridaris, ramo della famiglia 0ldofredi o «de Isé», gastaldi, come i Martinengo del vescovo di Brescia e proprietari nel territorio di Nigoline fin dal principio del Quattrocento e che poi si imparentarono con i Monti che presero il predicato di Monti della Corte. Sulla scia dei della Corte nel 1480 sopravvennero i Federici di Valcamonica. Proprietà vi ebbero anche i Calini. Un castello è indicato da un toponimo e da alcuni ruderi. «Derocato, cinto di mure ruinose» lo descriverà il Da Lezze nel 1609. Fuori di esso sorse il borgo corrispondendo all'attuale piazza. I documenti antichi accennano già a contrade come Torrazzo, Piazza, Gromo, Calvarole. Antica vicinia e poi comune, fin dal sec. XIII appartenne almeno fino al 1385 alla Quadra di Palazzolo. Nel 1517 una bolla di Leone X dava torto circa beni di Nigoline pretesi dai monaci cassinesi di S. Paolo d'Argon. Nel 1575 per tenere lontana la peste i nigolinesi fecero dipingere sulla parete laterale destra di S. Eufemia un affresco votivo di tre santi: S. Gottardo fra i SS. Rocco e Sebastiano invocati contro la pestilenza. La visita di S. Carlo nel 1580 porta, oltre ad opere di pietà e a restauri, il ristabilimento dell'antico, ma ormai malgovernato, Consorzio o Pio luogo di carità sistemato in un locale attiguo alla chiesa di S. Martino. Ad esso si aggiungeranno altri lasciti come quello della baronessa Flaminia Monti della Corte (testamento del 24 ottobre 1837) per i poveri, specialmente infermi. La peste del 1630 semina vittime fra i quali il parroco don Giovanni Battista Inverardi. Fin dal sec. XVI Nigoline come tutta la Franciacorta diviene la meta di molte famiglie nobili e benestanti. Tra esse si possono elencare i Barboglio, i Peroni; poi si vedono apparire i Rosa, i Raineri, i Reccagni, gli Assini e Assoni da Zono, quindi provenienti da Zone, i Sina pure da Zone, i Ghitti o Ghetti da Marone, i Turla da Sale Marasino, i Lechi da Timoline, i Gasparetti da Pilzone, e coi Lechi o Lecchi anche i Fenaroli, i Valotti e gli Archetti, ma borghesi, non nobili; le famiglie indigene furono quelle dei Gatti, Martinelli, Todeschi o Tedeschi, Boglioni, Baroni, Zanola, Buffoli, Dal Pozzo o Pozzo, così chiamati perché abitavano vicino al pozzo comunale, ora scomparso, nella piazza di S. Martino, detta anche contrata putei o plateae, e che era il centro della corte di Nigoline. Sono invece famiglie immigrate dai dintorni quelle dei Bonomelli, Brescianini, Barbieri, Consoli, Corsini, Paganotti, ecc. Specie nei secoli XVII-XVIII Nigoline è meta di villeggiature. Come ha riferito P. Guerrini, in una relazione presentata al vescovo per la visita pastorale l'anno 1680 circa, il parroco D. Bartolomeo Todesco, o Tedeschi, notificava «240 anime che habitano di continuo, di comunione 155, Gintilhuomini et Cittadini che habitano nel tempo di vacanze sono al n. 70, che di comunione sono 62 non compresi di sopra nel n. ». Nei sei mesi delle vacanze, cioè da maggio a novembre, emigravano dunque dalla città a Nigoline circa 70 persone, cioè varie famiglie nobili, come i della Corte, i Federici della Corte, i Barboglio de Gaioncellis, i Peroni, i Foresti, ecc. con la figliolanza e la servitù, a godersi la pace dei campi, la sanità e la bellezza del panorama della regione che fu definita «la Brianza bresciana». Un certo quale progresso sociale viene segnalato dalla presenza nel 1680 di sacerdoti che insegnano lettere «a figlioli per carità». Una forte resistenza venne opposta alla rivoluzione giacobina nel 1797. Costò almeno due vittime: Carlo Benedini di 22 anni, morto il 17 gennaio 1798 nell'ospedale dei carcerati dopo due mesi di prigionia e Andrea Bini, di 25 anni morto il 28 gennaio 1758 dopo tre mesi di prigionia. Nel 1819 vengono incanalate le acque del torrente che scende verso Borgonato, e costruito un ponte in legno sulla strada per Timoline. Nello stesso anno Nigoline conta due maestri di maschi e di femmine. Forse per la paura di congiure o insurrezioni patriottiche, il 27 agosto 1831 viene imposta al parroco la lettura di un ordine della Polizia che annunciava deportazioni in Ungheria di «malviventi e disturbatori della pubblica e privata tranquillità del regno Lombardo-Veneto». Nel 1839 per «provvedere lavori ai poveri» viene avanzato il progetto di sistemazione della strada Cantarane per abbreviare il percorso per Colombaro e Clusane. Sotto l'Austria anche Nigoline e non solo per la presenza dei Monti e di altri nobili, ma anche per partecipazione di popolo, diviene un nido di patriottismo. Il 17 aprile 1848 alcune donne «i cui mariti abbandonarono il maritale letto per portarsi ad inseguire l'inimico» chiedono di avere sussidi per mantenere la famiglia. Nel 1849 a Nigoline viene imposta una tassa straordinaria di lire 2000 per la sussistenza militare che viene pagata dal nob. Girolamo Monti. Per la presenza dei baroni Monti, dei nob. Torri, dei conti Panciera di Zoppola nella seconda metà del sec. XIX e nei primi decenni del XX, Nigoline fu un vero e proprio salotto, nel quale si incontrarono patrioti, letterati, artisti, personalità di ogni genere. Nell'ex palazzo dei della Corte passato ai baroni Monti che assunsero il titolo di Monti della Corte soggiornò il barone Alessandro che combattè per la libertà dell'Ungheria, era già passato Tito Speri che, braccato dalla polizia austriaca, lasciò su una parete la sua firma, visse gran parte dell'anno il barone Girolamo Monti che aveva sposato Bice figlia del senatore Augusto Pierantoni che venne con la moglie Grazia Mancini, ai suoi tempi nota scrittrice e il fratello Riccardo promettente poeta ma morto in età giovanile. Vi avevano convegno uomini politici quali il conte Ignazio Lana, il conte Ercole Oldofredi, il conte Morando e lo storico Pompeo Molmenti, ecc., che si riunivano intorno al barone per discutere d'elezioni, di politica, ma anche di beneficenza e di problemi locali, sebbene su posizione ideologica diversa. Accertate le presenze (1851-1854) per le vacanze del barone Carlo Monti, già segretario di Giuseppe Zanardelli e poi funzionario del Ministero della Giustizia ed infine direttore del Fondo per il Culto, amico di Francesco Crispi, di Benedetto Cairoli ed ancor più intimamente del cardinale Della Chiesa poi Benedetto XV. Altrettanto lunghe le dimore del barone avv. Alessandro Monti, amante di storia naturale e tra i promotori del «Museo di storia naturale Ragazzoni». Il palazzo Federici passato ai Torri divenne attorno all'avv. Alessandro Torri e alla moglie Paolina Callegari un vero e proprio circolo di cultura e di arte. Vi fu di casa il vescovo mons. Bonomelli e con lui Antonio Fogazzaro, Giovanni Pascoli, Pietro Giacosa, Tommaso Gallarati Scotti, padre Semeria, lo scultore Trentacoste, il pittore Paolo Michetti e altri che vi allacciarono amicizia; e ancora, ma fugacemente, Giosuè Carducci e l'editore Zanichelli. In casa Torri come in casa Bonomelli nacque, si può dire, nell'ottobre 1898 l'Opera per gli Emigranti. Inutile ricordare che la figura più importante fu quella di mons. Geremia Bonomelli, che non mancò mai, specie in autunno di passare giornate di riposo fra il roccolo e le conversazioni anche con le più eminenti personalità del tempo. Avvenimento straordinario è la consacrazione il 5 ottobre 1871 a vescovo di Cremona del nigolinese mons. Geremia Bonomelli. Anche in tempi più recenti l' amministrazione comunale fu quasi sempre appannaggio dei notabili del paese per cui sedettero per decenni in Consiglio comunale due baroni, di cui uno, l'avv. Carlo Monti, conti, nobili e lo stesso mons. Bonomelli. Fra i segni di progresso sono nel 1907 la fondazione dell'asilo infantile. Nel 1912 viene installata, dall'Impresa elettrica di Franciacorta, l'energia elettrica. Momenti di rinomanza il paese registrò nell'agosto 1914 in occasione della morte di mons. Bonomelli. La Ia guerra mondiale registrò nove caduti ai quali nel 1919, su progetto dell'arch. Antonio Salvetti di Firenze e realizzato dalla ditta Annibale Sberna di Virle, venne dedicato il monumento. Nel primo dopoguerra Nigoline registra un risveglio di forze popolari. Vi si formò una forte sezione combattentistica fedele a Guglielmo Ghislandi e perciò socialisteggiante e una sezione del P.P.I. , affiancata da una sezione di reduci di guerra, cattolici, della cui bandiera la stessa Regina madre Margherita di Savoia accettò di essere madrina e che portava il motto bonomelliano «Religione e Patria». In occasione dell'inaugurazione della bandiera della sezione ebbe luogo l'8 novembre 1922 un convegno di plaga dei reduci. I padroni agrari locali (come i Monti della Corte) si orientarono presto al fascismo obbligando a tesserarsi anche i contadini dipendenti e mantenendosi contrari alla sezione ghislandiana. Il fascio locale, capeggiato dal segretario politico Cesare Martinelli, era infatti formato in prevalenza da giovani che nulla avevano avuto a che fare con la guerra combattuta, e che quindi non trovavano corrispondenza tra gli adulti e particolarmente negli ex combattenti. La situazione di stallo e di contrapposizione che era continuata per mesi venne rotta nel 1923 grazie ad un'abile manovra della federazione provinciale fascista la quale, usando soprattutto la pressione padronale visto che non riusciva a prevalere in quella plaga sui combattenti ghislandiani, pensò con una manovra aggirante di buttare a mare i fascisti ufficiali e di affidare la rappresentanza del fascismo agli ex suoi avversari, cioè ai ghislandiani. Di qui l'aspra lotta tra i vecchi fascisti ufficiali, capitanati dal capo zona Ciocia Corrado di Iseo, divenuti dissidenti, e i fascisti della nuova ora capitanati da Vittorio Cochard di Adro. I dissidenti subirono tutte le conseguenze morali e materiali della perduta ufficialità e questo portò ad una situazione insostenibile e di grave tensione. Nelle elezioni politiche del 1924 per il deciso orientamento verso il fascismo ufficiale dei padroni della zona, la grandissima maggioranza degli elettori era rientrata in riga tesserandosi al partito fascista e votando in massa la lista nazionale. Anzi la stessa sezione fascista era stata assorbita dagli ex combattenti che avevano nominato segretario Francesco Locatelli ex combattente come loro. Niente però faceva prevedere il delitto del 7 settembre 1924 quando un alterco iniziato nella trattoria Zanola e continuato all'aperto tra fascisti e due giovani contadini finì con l'uccisione del trentacinquenne Girolamo Bonardi. Solo nel 1927 si formano i Comitati comunali dell'Opera nazionale balilla e dell'Opera nazionale maternità e infanzia, mentre il conte Giuseppe Panciera di Zoppola regala l'area per costruire il campo sportivo. Con decreto del 14 luglio 1928 (n. 1837) veniva soppresso il comune di Nigoline e incorporato con Borgonato, Colombaro, Timoline in quello di Cortefranca. Nello stesso 1928, su progetto dell'ing. Pietro Negroni di Erbusco, pronto fin dal 1919, venne eretto l'edificio delle scuole, sopraelevato nel 1931 su progetto dell'ing. Filippo Migliorati. Nel 1932 venne avviato un altro ampliamento del cimitero. Nel 1940 Nigoline ospita il municipio di Cortefranca. Momenti di terrore Nigoline visse il 12 marzo 1945. Un mitragliamento aereo colpì un convoglio di carri agricoli, uccidendo sette buoi e una cavalla, mentre il 12 aprile in un rastrellamento di repubblichini il parroco venne arrestato e poi rilasciato. La seconda guerra registra sei caduti (due dei quali in Russia) e ben nove dispersi dei quali sette in Russia e due nei Balcani. Il 30 settembre 1950 venne inaugurato il salone parrocchiale. Nel 1951 vi apriva un orfanotrofio don Borra parroco di Cologne. Il 27 marzo 1955 un fulmine provocò gravi danni al campanile e alla chiesa. Nel 1958 venne inaugurato il circolo Acli. Nel 1960 vi si impianta la ditta Onofri di elettrodomestici. Nel 1971 su richiesta del Consiglio comunale il presidente della Repubblica Saragat decreta in «Nigoline Bonomelli» la nuova denominazione del paese. Nell'agosto 1987 prende vita il gruppo di interessi che promuove attività in campo giovanile fra cui un giornale «El Busilì». Nel 1985 su un'area di 60 ettari di terreno, nasceva il Golf di Franciacorta, voluto da Vittorio Moretti e Aldo Guerrini, su progetto dell'architetto americano Pete Dye con la collaborazione del veneziano Marco Croze. L'ampliamento di stradette sul Monte Alto vicino alla Santella delle Gambe scatena nel 1987 vivaci polemiche ecologiche.
ECCLESIASTICAMENTE il territorio appartenne da sempre alla Pieve di Iseo (secondo altri a quella di Erbusco) dalla quale si rese indipendente, probabilmente fra il 1410 e il 1440, quando il beneficio di S. Eufemia assorbì anche gli altri due piccoli benefici chiericali di S. Martino e S. Faustino e si formò un beneficio unico per il sostentamento del parroco. Nel 1427 la chiesa di S. Eufemia pagava al vescovo di Brescia il censo annuo di una libbra di cera, probabilmente, come pensa Livio Dionisi, in forza dell'unione dei tre benefici. Con un unico beneficio, già parrocchiale, S. Eufemia compare nel catalogo queriniano del 1532. Nel 1542 vi esisteva la Scuola del SS. Sacramento. La parrocchia, nel riordinamento diocesano delle Vicarie foranee, fatto dal vescovo Bollani prima e dai suoi successori poi, passò dall'una all'altra delle vicine vicarie; nel 1631 era soggetta a quella di Torbiato, nel 1611 a quella di Adro, nel 1722 a quella di Capriolo, poi alla vicaria di Colombaro e ultimamente a quella di Iseo. Sostentamento la parrocchia ebbe attraverso la Cappellania Bolognina istituita con testamento del 18 novembre 1689 da Girolamo Bolognini, con una messa quotidiana all'altare del S. Rosario, da legati quali quelli di Bernardino Poloni (3 febbraio 1614), di Francesca de Rosisi (18 novembre 1631), di Bernardino Federici della Corte (9 ottobre 1697, per cinque messe settimanali), di Santo Guaineri (14 gennaio 1672) dei Musatti Frassa (16 giugno 1832). Secondo gli usi del tempo anche Nigoline dedicò dal 1764 particolare culto a numerose reliquie alle quali venne dedicata una solennità, la terza domenica dopo Pasqua, con grida di autorità, sonetti di verseggiatori. Confraternite come quelle del SS. Sacramento e della Madonna del Rosario, animarono la vita religiosa nigolinese. Già dalla fine del sec. XIX era stata fondata la Congregazione del Terz'Ordine ripresa nel 1907 per iniziativa del parroco don Lussignoli e rifondata nel 1914. Nel 1921 contava 20 uomini e 50 donne; nel 1934 era scomparsa. Nel primo dopoguerra l'attività parrocchiale si avvalse di un circolo Bonomelli e di una filodrammatica. Nell'agosto 1964 ebbero risonanza particolare le celebrazioni cinquantenarie della morte di mons. Geremia Bonomelli. Nel settembre 1987 venne inaugurato l'oratorio ristrutturato nelle sale e con un nuovo campo di calcio.
S. MARTINO. L'antica chiesa, che sorge sui primi rialzi del terreno, venne forse costruita nel sec. XIV o, più probabilmente, agli inizi del sec. XV. Di essa esistono i resti in una nicchia a forma di abside, sotto un portico del palazzo Monti della Corte, ornata di un affresco con iscrizione in caratteri gotici: «Templa Lucas curar. Vitulum pingendo figurat, ego Guelmus ad modum nihil». L'affresco (ora nel palazzo Monti) rappresenta in alto Cristo Redentore fra i quattro simboli degli evangelisti e sotto, il Cristo fra i dodici apostoli. L'iscrizione è posta in una fascia sotto l'emblema di S. Luca. Secondo il Guerrini il pittore Guglielmo potrebbe essere un monaco o converso del monastero di S. Eufemia in Brescia, dislocato nella corte di Nigoline di cui la chiesa di S. Martino e le adiacenze dovevano costituire il centro più volte denominato in vari documenti come «la piazza». Il Panazza avanza l'ipotesi che fosse quel Guglielmo da Napoli attivo in Brescia all'inizio del sec. XV. Man mano che l'abitato andò spostandosi al piano, la chiesetta venne sempre più frequentata e utilizzata anche per la vita parrocchiale. Già alla visita del Bollani (8 ottobre 1566) a S. Martino in contrata plateae si teneva il Santissimo e si amministravano i sacramenti eccezion fatta del battesimo riservato alla chiesa di S. Eufemia dove si celebravano le funzioni festive e si seppellivano i morti. Già all'epoca della visita di S. Carlo la chiesa era dichiarata «piccola e oscura» soffocata dalle case circostanti, senza possibilità di ampliamento, con un solo altare, senza sagrestia, con un piccolo campanile con due campane. Non essendovi lo spazio di un cimitero, i morti venivano ancora seppelliti a S. Eufemia. Per questo nella sua visita del 1580 S. Carlo disponeva: «Poiché la chiesa di S. Martino è troppo angusta e per la sua posizione non si può ampliare in alcun modo né può ricevere luce sui fianchi, questa entro un mese procuri agli atti di Visita idoneo garante della costruzione della chiesa nel di Nigoline, capace di contenerne comodamente gli abitanti; così pure sia garante della costruzione della casa parrocchiale almeno entro cinque anni. Diversamente si trasferirà alla chiesa di S. Eufemia il Santissimo Sacramento e ogni altro servizio parrocchiale connesso alla buona amministrazione e il parroco vi abiti sempre e vi prenda cibo e riposo. Se invece il popolo nel tempo stabilito determina di costruire la chiesa, chieda e faccia approvare dal vescovo la designazione del luogo». Nella visita del 1598 il vescovo M. Giorgi ordinava di fare «una nuova chiesa col contributo del Comune data la povertà del beneficio. Se necessario si chieda alla S. Sede che venga sconsacrata la chiesa posta nella proprietà Della Corte e venduta agli stessi così che col ricavato unito al sussidio del Comune si possa edificare una nuova chiesa». La nuova chiesa fu intrapresa da don Francesco Rosa, parroco di Nigoline (1578-1619). Grazie al lascito di Caterina da Federicis de Curte con testamento del 10 agosto 1601, venne reso disponibile il terreno necessario alla costruzione della nuova chiesa in località Piazza. Una riunione del novembre 1602 fissò il luogo e il progetto della nuova chiesa che nel 1611 era già edificata «per le mani et industria del mastro Comino Benedini fabro murario di Nigoline». Nel 1614 vi si celebra il primo matrimonio e il 16 aprile 1615 vi veniva trasportato da S. Eufemia il battistero, ma nel 1620, quando venne inaugurata, non era ancora finita. Nel 1625 venne costruita la sagrestia; secondo il Fe' d'Ostiani venne terminata nel 1631. Nel 1670 aveva tre altari: il maggiore e quelli del SS. Sacramento e del S. Rosario. Il 7 novembre 1680 venne posta la nuova pala dell'altare maggiore, raffigurante la B.V. e S. Martino, di Sante Cattaneo. Nuove opere di abbellimento vennero compiute a metà del Settecento quali opere di indoratura compiute dalla bottega di Rizzardo Carboni (1751-1755) e dal pittore Bartolomeo Baglioni, mentre il 29 settembre 1766 veniva affidata al marmorino Scalvi di Rezzato la costruzione del nuovo altare maggiore disegnato da Giacomo Corbellini. Nel 1768 i Fantoni eseguivano la statua della Madonna del Rosario e negli anni seguenti 1769-1773 veniva eretto l'altare alla Madonna al quale collaborarono intagliatori come Francesco Preta e indoratori come G.B. Bonassoli di Sovere. Nel 1779 vi venne eretta la Via Crucis, mentre nel 1788 venivano curate le adiacenze. Ricerche hanno appurato che nel 1827 l'ing. Carlo Bertuetti di Iseo presentava un progetto di allargamento della chiesa e il 20 aprile 1828 il capo muratore Pietro Della Torre di Adro si impegnava alla costruzione della facciata, mentre il 26 maggio dello stesso anno il «piccaprede» Giovanni Battista Moladori di Virle si impegnava a costruire i basamenti e la porta maggiore. Il 31 luglio poi sempre del 1828 Fortunato Pasquelli e fratelli veniva pagato per gli stucchi eseguiti alla facciata. Il 5 ottobre venivano affidati ad Antonio Faifer e a Giacomo Recagni i lavori di ferramenta della chiesa. Infine nel 1838 l'arch. Angelo Vita veniva pagato per il progetto di innalzamento della chiesa, eseguito poi nel 1840. Altre opere venivano compiute nel 1846. Nel 1851 la chiesa veniva dipinta dall'imbianchino Battista Nulli. Nel 1867 Antonio Zane procurava le pietre di due altari nuovi, mentre il pittore Giuseppe Bianchi veniva pagato per l'ornato della chiesa ed altari. Nel 1877 Luigi Usanza di Rovato costruiva tre vetrate con cristalli colorati. Abbellimenti venivano eseguiti nel primo decennio del '900, come un nuovo pavimento fornito dalla ditta Girardi di Bergamo (1905), l'illuminazione elettrica, la bussola della porta maggiore in noce americana dei fratelli Buffoli di Nigoline. Il 6 maggio 1908 veniva affidata al pittore Rosolino Bocchi di Brescia la decorazione del presbiterio e la ripulitura degli affreschi. Nel 1908 al pittore Emilio Magoni veniva affidato il restauro della pala dell'altare maggiore; a Francesco Peduzzi gli stucchi delle lesene, ad Andrea Poisa la doratura del padiglione, ad Alessandro Della Torre i lavori di muratura. Il 14 febbraio del 1910 il prof. Francesco Rossi firmava il contratto per la decorazione della chiesa. I lavori del Rossi vennero completati dal grande medaglione raffigurante S. Martino, dipinto da Gaetano Cresseri. Nuovi interventi vennero operati in occasione del XXV di sacerdozio del parroco don Lussignoli quando vennero realizzati la cappella e l'altare del S. Cuore su disegno dei Rubagotti, che eseguirono i lavori di stucco e le decorazioni delle pareti, mentre Gaetano Cresseri eseguiva due affreschi con episodi evangelici, la ditta F. Trotta di Virle l'altare in marmo di Botticino, lo scultore Righetti la statua del S. Cuore e la statua di S. Tarcisio del paliotto. Del Righetti è anche la statua della Madonna dell'Addolorata. Nel 1924 veniva eretto nella chiesa parrocchiale un monumento a mons. Geremia Bonomelli dello scultore Trentacoste. Altre opere vennero in seguito come le balaustre eseguite da Ernesto Paleni di Bergamo nel 1928; un nuovo restauro decorativo venne affidato nel 1942 al pittore Narciso Pasotti. Restauri di dipinti, pareti e dorature venivano eseguiti nel 1963 da Gianni Trainini e Angelo Pancera. L'organo venne rimesso in ordine dai Cadei di Chiari nel 1809, 1825 e ricostruito poi da Egidio Sgritta di Bergamo nel 1872. Riparato in seguito più volte fino all'intervento del Maccarinelli (1963) e infine dell'Oldofredi (1988). Cappella e altare del Rosario. L'altare di legno fu sostituito negli anni 1767-69 dall'attuale imponente altare marmoreo opera di Giacomo Corbellini. Vi era una statua della Madonna del Fantoni posta l'8 gennaio 1768 di cui però non si ha traccia: quella attuale della
Madonna del Rosario è dello scultore Righetti e fu posta alla festa dell'Addolorata il 17 ottobre 1926. Sul luogo del precedente altare del Santissimo sorge, su disegno dei fratelli Rubagotti che attuarono i lavori in stucco e le pareti, la cappella del S. Cuore. In alto due affreschi del Cresseri con episodi del vangelo; altare in marmo di Botticino e pietra reca le statue del S. Cuore e di S. Tarcisio. L'altare di legno dorato di S. Giovanni Nepomuceno potrebbe essere quello maggiore antico o del Rosario, conservati dopo essere stati sostituiti da quelli in marmo, e qui trasferito nel 1925 ponendovi una pala già oggetto di devozione segnalata nell'inventario dei paramenti e arredi del 1822: «Dieci quadri di varia figura e grandezza e una pala mobile di S. Giovanni Nepomuceno». Nel 1779 vennero erette le stazioni della Via Crucis. Nella visita del 1756 si annota che non c'era organo e difatti solo nel 1758 si trova il primo pagamento di un organista. Negli anni successivi si alternarono gli interventi dei maggiori organari come Perolini, Cadei per riparare questo strumento. Il presbiterio. L'altare maggiore fu sostituito nel 1766 dall'attuale altare marmoreo opera degli Scalvini di Rezzato. La pala attuale è di Sante Cattaneo (Salò, 1739 - Brescia, 1819) e sostituisce quella precedente, ora in presbiterio parete di sinistra rappresentante S. Martino, S. Eufemia e Maria Vergine; sul lato opposto è una tela rappresentante la Madonna in gloria col Bambino. Affreschi di G. Bianchi e decorazioni di Rosolino Bocchi. La navata e le cappelle. La decorazione della navata e delle cappelle laterali fu realizzata nel 1910 dal prof. Francesco Rossi di Milano. Al centro volta affresco di G. Cresseri raffigurante S. Martino che dona il mantello al povero. Francesco Rubagotti di Coccaglio eseguì gli stucchi. Altare della Scola del Santissimo (dell'Ultima cena). Era uno dei tre primitivi altari posto ov'è l'attuale del S. Cuore. Nelle visite 1693 e 1702 si ordinava di farvi la pala che però fu realizzata solo a metà del sec. XVIII dal pittore Bartolomeo Baglioni che vi rappresentò l'ultima cena e la lavanda dei piedi. In occasione dei restauri del 1925 questa pala fu trasferita sul modesto altare in muratura che sta nella prima cappella di destra in fondo alla chiesa. Tre nuove campane vennero innalzate nel 1805, fabbricate da Gaetano Soletti di Brescia. Nel 1974 ne furono poste cinque fuse dalla ditta Pruneri di Grosio in Valtellina e benedette l'8 settembre. Rimosse il 22 aprile 1943, le tre maggiori campane vennero riposte sulla torre il 27 aprile 1945. Nuovi restauri alla facciata e all'edificio vennero eseguiti nel 1983-1984, per iniziativa del parroco don Angelo Veraldo ed inaugurati il 23-24 giugno 1984. Nel 1931 in occasione del centenario della nascita di mons. Bonomelli gli venne dedicato un monumento opera dello scultore Trentacoste con la seguente epigrafe: «Dove il Vescovo Geremia Bonomelli / auspicò in preghiera Chiesa e Italia / unite in Cristo / Nigoline / villaggio natio fiero e devoto / illustra nella figura / il primo centenario del suo natale MDCCCXXXI / XXII settembre / MCMXXXI». Sulla facciata della chiesa parrocchiale venne posta la seguente epigrafe: «A Geremia Bonomelli vescovo di Cremona per mente e cuore elettissimo apostolo dei tempi fra la Chiesa e la Patria padre degli emigranti il villaggio natio prediletto e beneficato MCMXXXI». La sagrestia costruita nel 1729 venne arricchita nell'aprile 1841 di un «banco nuovo di tre ordini di cassettoni e sei calesere» del maestro Girolamo Bonomelli di Nigoline. La bella ed ampia casa canonica venne lasciata per testamento dal nigolinese don Giovanni Maria Cofetti, morto parroco di Palosco il 24 ottobre 1758.
S. EUFEMIA. Costruita sull'antica strada che dal lago costeggia le alture che le permettevano di evitare le paludi, venne probabilmente edificata dal monastero di S. Eufemia in Brescia fondato nel 1018. La prima chiesetta doveva avere orientamento EO ed è identificabile nell'attuale cappella sul lato di sinistra della chiesa attuale che mostra un'absidiola medievale con evidenti elementi di architettura degli ultimi decenni del sec. X rilevabili nel ritmo delle archeggiature che adornavano l'abside e la facciata (successivamente modificata con una finestra ora cieca) con traccia del tetto a capanna a due spioventi; nella volta a botte del presbiterio originale e nel tipo di grossolana muratura. Non è chiaro però se si trattava di edificio a pianta centrale o a croce latina. Del resto l'esistenza, sottolineata da G. Panazza, di affreschi trecenteschi di grande interesse in una cappella laterale dell'attuale chiesa poi quasi del tutto coperti farebbero pensare all'esistenza di una primitiva cappella, diversamente orientata poi incorporata nel nuovo edificio, quando all'inizio del sec. XV la chiesa fu ampliata sfondando il muro di destra e realizzando così l'attuale orientamento nord-sud. All'epoca fu dotata del campanile attuale, quadrato e massiccio, sul lato sinistro della grande chiesa che ne è risultata. Nei primi decenni del secolo successivo fu arricchita dagli affreschi di Floriano Ferramola (1480 c.-1528). Successivi interventi alla struttura sono segnalati da una lapide della facciata ove si dice «Fu restaurata nel 1702» ed un'altra che ricordava «consecratio huius ecclesiae celebratur die XVII aprilis», data che lasciò il posto ad una sagra celebrata l'ultima domenica di settembre. Nel 1741 il parroco concedeva licenza di costruire la sagrestia sia per il decoro del sacerdote nel prepararsi alla messa, sia per evitare ai paramenti l'umidità della chiesa. L'interno di S. Eufemia ha un pavimento disseminato di tombe nobiliari e di privati per le quali subì anche un interdetto da cui fu liberata il 14 maggio 1632 quando il canonico Fabio Bargnani su petizione del rettore Cipriano de Federicis e del sindaco Agostino Dano, ritirava l'interdetto sulle sepolture della chiesa di S. Eufemia. Le tombe più antiche sono quelle dei signori del luogo i della Corte e i Federici della Corte fra le quali quella che negli atti parrocchiali è denominata «la tomba del Leone» perché sulla pietra tombale balza in alto rilievo il leone rampante dei Federici e dei della Corte; è pure segnata da una breve iscrizione in caratteri quasi gotici che ricorda Federico della Corte: D. Federicvs / de . Lacvrte / decessit . die / 20 . m . 1524. Questa tomba gentilizia si trova nel mezzo della chiesa, di fronte allo scomparso altare votivo di S. Gottardo, del quale non resta ormai che l'affresco che ne formava la pala, dove il santo è rappresentato in mezzo a due altri santi popolarissimi, S. Sebastiano e S. Rocco, invocati patroni contro le pestilenze. Poco distante si trova la tomba dell'arciprete di Palosco G. Maria Cofetti di Nigoline. Nella cappella a sinistra già accennata si osservano brani di un vasto affresco del sec. XIV che adornava interamente volta e pareti dell'antico sacello. La composizione, forse artisticamente modesta, è però di grande interesse per la storia dell'arte di quel secolo nel Bresciano; rappresenta un Cristo in gloria tra gli Evangelisti (nella volta); gli Apostoli (erano distribuiti sei su ogni parete); sul fondo una crocifissione quattrocentesca. Il presbiterio è nobilitato da due fasce sovrapposte di affreschi centrate da una grande icona con Maria in gloria e S. Eufemia tra S. Martino e un Santo martire. La fascia superiore, delimitata da girali di rami, scorre nelle lunette e narra la Passione di Cristo che prosegue con episodi anche sulla parete di sinistra. Quella inferiore è partita in riquadri impostati con grandi architetture o arieggianti paesaggi collinari e lacustri che illustrano gli episodi del martirio di S. Eufemia. Alla base di questo affresco corre una didascalia che spiega le immagini, ma il testo è in gran parte illeggibile, consunto dall'umidità che qui sta rovinando un importante ciclo pittorico. Tutti questi affreschi sono tradizionalmente ritenuti di Floriano Ferramola «caratterizzato da una certa vena di mestizia, una grazia che rende piacevoli come racconti le sue composizioni, per un che di decorativo nello sfoggio delle architetture...». L'intradosso dell'arco trionfale sopra le immagini di S. Lucia e S. Apollonia allinea le Sibille e i Profeti che hanno annunciato il Messia. Il Ferramola si allarga anche sulla parete sinistra della chiesa adiacente l'arco trionfale, ove una drammatica deposizione copre il risvolto di una specie di matroneo o soppalco dove è rappresentata anche la discesa di Cristo al Limbo. Sulla parete di destra un organo antico, inservibile, in cassa di legno non lavorata; a metà dell'aula campeggia un ampio affresco di buon pittore provinciale del tardo Quattrocento, che reca le immagini votive di S. Rocco, S. Gottardo in cattedra e S. Sebastiano, fiancheggiati da due stemmi gentilizi (della Corte e Federici) con l'iscrizione «Hoc opus fe f.»; in alto c'è una Annunciazione. Passata la parrocchia in S. Martino, la solennità maggiore fu quella del Nome di Maria. Nel 1830-1831 venne costruito il portico antistante la chiesa che venne restaurata nel 1924-1926. La volta, a spicchi in azzurro e stelle, venne restaurata nel 1948 da Angelo Francesco Rubagotti e mise in vista anche gli affreschi ferramoliani. L'organo venne restaurato nel 1822 da Felice Cadei, e nel 1891 da Egidio Sgritta e nel 1948 da Franchini di Sopraponte. Nel 1914 vi vennero portate le tre campane della parrocchiale. Restauri vennero apportati nel 1971-1972 e ancor più radicalmente dal 1991 per iniziativa del parroco don Fausto Gregori, su progetto dell'arch. Oliviero Ferrari.
Il cimitero. All'esterno un cimitero singolare che il Guerrini definì una «piccola Staglieno quasi un cimitero internazionale poiché le parentele dei Monti e Zoppola vi hanno condotto a dormire il sonno eterno personalità dell'aristocrazia inglese, romena, armena, un piccolo sacrario di memorie funebri di varie lingue, raccolte lassù fra il profumo dei crisantemi d'autunno, delle robinie e delle rose di primavera, accanto alle più antiche degli antenati locali». Esaurita la visita si lanci uno sguardo da questo balcone e nella pianura sottostante si ritrovano linee e sfumature trasferite dal pennello di Ferramola sugli affreschi di S. Eufemia e di S. Maria del Castello in Adro.
S. DEFENDENTE e Maria Immacolata. Venne costruita nella contrada detta il Gromo o il Grumo cioè nella parte più bassa del paese, dove negli Anni Venti rimanevano ancora alcuni segni di palude e dove dal sec. XVI sorse la villa e il parco dei conti Panciera di Zoppola. Nel 1580 era considerata «recente e da poco restaurata». Si trattava di una chiesa sussidiaria della vecchia, lontana e incomoda chiesa parrocchiale di S. Eufemia, soggetta alla diretta giurisdizione del parroco, che ne teneva le chiavi e se ne serviva come di chiesa propria, senza alcuna ingerenza né del comune né di famiglie patronali. Più tardi tuttavia il comune si riteneva padrone della contesa chiesetta, ne nominava gli amministratori o reggenti i quali raccoglievano le elemosine e tenevano le chiavi, obbligando il parroco a chiedere licenza ogni volta che voleva entrare a compiervi qualche funzione. La vertenza fu sopita con un atto di transazione che ricondusse la pace fra il pastore, geloso dei suoi diritti, e le pecorelle indocili e un poco dispettose. Nella visita del 1702 si ordinava di restaurare la pala di questa chiesa e dipingervi l'effige del santo. Il 24 luglio 1799 si autorizzava il vicario foraneo di Colombaro a benedire questo oratorio su richiesta del parroco don Catazzi. Nel 1808 il patronato dell'oratorio venne sia pure debolmente rivendicato dal nob. Pietro Foresti succeduto nella proprietà ai Guizzetti di Solto, il che suscitò le proteste del parroco e dei fabbricieri costringendo il Foresti a rinunciare alle sue pretese. Sembra che i Foresti non abbiano insistito nelle loro pretese, ma intanto l'oratorio era quasi abbandonato e lentamente si sfasciava, mentre i Piazzoni di Bergamo subentravano ai Foresti nel possesso della vicina villa come i Foresti erano succeduti ai Guizzetti di Solto. I Piazzoni pervenuti alla proprietà della villa vicina ne modificarono il parco acquistando anche il cadente oratorio di S. Defendente, e secondo i patti di un progetto costruirono una nuova chiesetta dedicata all'Immacolata che venne officiata la prima volta il 15 ottobre 1825. Anziché demolire l'antica chiesa vi accostarono come elemento tutto decorativo il bellissimo portale marmoreo quattrocentesco di stile gotico lombardo, tolto alla chiesa di S. Antonio di Brescia ricordando però l'antica chiesetta con una lapide che reca questa memoria: «Qui fu l'oratorio del martire S. Defendente altro più decoroso in questa villa alla Vergine Immacolata Giuseppe Piazzoni dedicava. MDCCCXXV». L'oratorio fu benedetto il 15 ottobre dello stesso anno dal vescovo Nava. L'antica canonica poco distante dalla chiesa parrocchiale di S. Eufemia passò in proprietà dei Bonomelli, mentre rimase del beneficio l'abitazione del romito, custode della chiesa e del cimitero. Con ducale 18 aprile 1771 il Consiglio di X Savi autorizzava la parrocchia a conseguire la casa posta in località Piazza donata da Bartolomea Coffetti, disposizione completata con atto rogato dal notaio Domenico Savallo l'11 ottobre 1779.
S. CORNELIO. Nel 1923 il barone Alessandro Monti della Corte fece costruire accanto al palazzo in linea settecentesca una cappella dedicata a S. Cornelio, uno pseudo martire del pozzo di S. Afra, ritenuto antenato della famiglia e la cappella venne benedetta il 14 ottobre 1923 da mons. Rovetta.
S. FAUSTINO. Antichissima era la chiesetta dedicata a S. Faustino, forse a ricordo della presenza di beni dell'omonimo monastero cittadino. Alla visita del vescovo Bollani (ottobre 1566) era già senza altare e il vescovo comandò di tenerla chiusa.
SANTELLA DELLE GAMBE. Viva devozione ha sempre circondato la Madonna delle gambe sui confini di Nigoline con Colombaro ai piedi del Monte Corno con stupendo panorama sulla Franciacorta. Piccola ed umile ha nell'interno tre affreschi raffiguranti nella parete centrale la Madonna col Bambino mentre un piccolo S. Giovanni attinge acqua; sulla parete di sinistra S. Francesco d'Assisi; su quella di destra S. Carlo Borromeo; in alto la scritta «Mater amabilis». La storia del piccolo santuario ha per documenti solo le tradizioni popolari. La primitiva santella sarebbe della metà del '700; l'attuale della metà dell'800. Fu costruita da alcuni contadini in ringraziamento alla Madonna che li salvò miracolosamente da alcuni massi che si staccarono dal Corno in un giorno di gran temporale e stavano per cadere su di loro e sul loro bestiame. La vecchia santella fu recentemente completamente restaurata per interessamento del defunto parroco don Virgilio Lanzanova coadiuvato da uno stuolo di volontari. Terminati i lavori fu posta questa lapide: «Questo vetusto e venerato tempietto della Vergine caro alla devozione dei Nigolinesi e delle popolazioni limitrofe, fu la meta preferita nelle sue escursioni del giovane studente Geremia Bonomelli vescovo di Cremona (1871-1914). Anno santo 1975». A questa cappelletta il Bonomelli guidava anche i suoi ospiti come A. Fogazzaro e P. Giovanni Semeria ed ora è ancora meta delle mamme lattanti o i cui bambini hanno difficoltà nel camminare.
PALAZZI. TORRI già FEDERICI della CORTE. Sorge a monte del paese alle pendici del colle di S. Eufemia, in luogo appartato e per la sua compattezza architettonica è chiamata dalla gente «el palass». Due pilastri in blocchi sovrapposti aprono l'ingresso alla villa che si presenta con aspetto signorile e sobrio nella sua architettura, con muro a vista e senza decorazioni. Forse proprio per rimanere nell'uso del primo Seicento. A pian terreno tre sale importanti. La prima, ampia, con volta a grandi modiglioni, tutta frescata nel Settecento coi soliti fregi a volute, fiori e cartigli in uno dei quali vi è la firma FECIT PAULUS S. AGOSTINO 1741. Negli altri cartigli vi sono dei motti latini e sulla cappa del camino accoppiati due stemmi. Altra sala più raccolta dalla bellissima volta cinquecentesca con una grande cornice a forte aggetto sostenuta da modiglioni, tutta decorata con fini fregi; al centro un riquadro con una pittura raffigurante Diana. Segue il salone più ampio della casa con decorazione moderna. Una scala centrale, non ampia e con ringhiera in ferro battuto porta al primo piano. La galleria ha i travetti dipinti e una fascia frescata nel Settecento e dà su ambienti decorati modernamente in uno dei quali una lapide ricorda la morte di mons. Geremia Bonomelli ivi avvenuta. Caratteristica è anche la torretta. La villa appartenuta ai Federici della Corte, venduta ai Peroni passò nell'800 alla famiglia Torri.
MONTI della CORTE. Il corpo principale di questa casa venne edificato nel '600 dai nobili della Corte su un'altra loro casa signorile probabilmente quattrocentesca e della quale rimangono alcuni avanzi sui fianchi del palazzo che appare grandioso e austero. Il lato che dà sulla strada fa bella vista con le inferriate inginocchiate delle finestre in ferro battuto e molto alto il primo piano con le finestre ben spaziate; il portale in pietra di Sarnico con bozze atte a creare prospettiva verso il centro e sopra l'arco uno scudo a cartocci con gli stemmi Monti e della Corte di fattura recente. All'ingresso è un vastissimo androne, a volta con costoloni, che si allarga in un porticato di tre luci, altissimo: tutte le parti in pietra provengono dalle cave di Sarnico. Sull'androne e sul portico si affacciano vari locali incorporati nella nuova costruzione eretta circa due secoli dopo: l'antica «caminada» con volta a grossi costoloni abbinati (sec. XV) con colonne dai capitelli composti quasi appoggiate al muro in modo da permettere di accostarsi al fuoco; la trabeazione della cappa è a sbalzo e al centro lo stemma originale dei della Corte. Sul lato a monte dell'androne e del portico si affacciano invece le ampie sale secentesche e attraverso una grande arcata, si entra nel vano dello scalone molto ampio, a due rampe (con la balaustra a colonnine diritte, semplici) che immette nella vastissima galleria con soffitto a travetti. Dalla galleria si passa in sale decorate da cornici a stucco. Al corpo centrale del palazzo, dalla parte di monte, è unito un corpo laterale più basso con un breve porticato a pilastri abbinati, il quale, a pianterreno, termina con una cappella dalla volta decorata nel Settecento. La villa è ricca di quadri e di preziose suppellettili. A sud del palazzo Monti l'antica dimora dei Federici della Corte conserva qualche traccia dei passati stili in alcuni portali con stipiti in pietra. Molto interessante è un coronamento in cotto ad archetti trilobati che corre alto sopra una porzione della casa, certamente di più antica data. Originariamente doveva essere tutto in cotto a vista, purtroppo oggi è stato intonacato e dipinto.
CASA PANCIERA DI ZOPPOLA. Antica era anche un'altra casa padronale in contrada del Gromo appartenuta prima ai Guzzetti, poi ai Foresti e infine ai Piazzoni. Acquistata nel 1873 dal conte Andrea Panciera di Zoppola venne completamente trasformata ed ornata da un parco e da un giardino particolarmente belli. Nella villa è conservato il portale della chiesa di S. Antonio Viennese di Brescia, ricco di elementi decorativi. La casa è poi passata agli Spinola. Casa di via Tito Speri. Franco Ferrari, con l'aiuto di amici costruì dal 1957 in poi una casa fantasiosa e curiosa che i francesi chiamano «demeures inspirées» per indicare costruzioni erette non da architetti ma da persone che dell'architettura hanno l'hobby. È una casa affiancata da un torrione di intonazione medievale e con portone liberty; un laboratorio in forma di antico mercato coperto; la cantina è introdotta da una porta gotica; due canili a forma di lumaca l'uno e di fungo l'altro, mentre l'acqua piovana è raccolta in una grande ghianda di cemento.
PARROCI. Tomaso de Pezzolis di Lovere (secondo Paolo Guerrini De Capitaneis o Capitanio o Cattaneo) (4 novembre 1450, rinuncia il 1° febbraio 1480), Giovanni Rossi di Nigoline (1480), Giovanni Paolo Federici della Corte (rinuncia nel 1560), Filippo Marzoli (rinuncia subito il 27 febbraio 1565), Cristoforo Spigardi (1565, dimesso il 2 maggio 1567), Filippo Marzoli (1568-4 marzo 1572), Plebano Oberti di Iseo (14 marzo 1575-giugno 1575), Battista de Polis (giugno 1575), Francesco Rosa di Nigoline (20 febbraio 1578, rinuncia nel marzo 1619), Giovanni Battista Inverardi di Monterotondo (11 maggio 1615, m. nel maggio 1631), Cipriano Federici di Angolo (18 agosto 1631, m. il 19 agosto 1654), Bartolomeo Tedeschi (18 gennaio 1672, m. nel febbraio 1716), Bernardino Balzarini di Villa Cogozzo (20 giugno 1716, rinuncia 13 maggio 1722), Giov. B. Bosetti di Chiari, (1722, rinuncia nel 1752), Giovanni Del Pozzo di Nigoline (agosto 1752, m. 29 giugno 1777), Donato Catazzi di Navazzo (7 ottobre 1777, m. il 23 ottobre 1824), Giov. B. Martinelli di Nigoline (3 dicembre 1826, m. 30 aprile 1860), Domenico Orizio di Cazzago S.M. (11 agosto 1860-1 febbraio 1875), Giov. B. Parisio di Chiari (19 marzo 1875, m. 1' 11 novembre 1905), Paolo Lussignoli di Erbusco (12 marzo 1906, m. 10 febbraio 1937), Antonio Bonali di Gambara (1937-1941), Paolo Bergamini di Bagnolo M. (2 settembre 1941-1956), Giovanni Casa di Rudiano (1956-1974), Lorenzo Begni di Montichiari (1974-1979), Angelo Veraldi di Passirano (1979-1985), Fausto Gregori di Sale M. (12 maggio 1989...).
DEPUTATI COMUNALI. Cacciamatta Buonomo, Uberti, Terzi (1821); Cacciamatta Buonomo, Martinelli (1822); Cacciamatta Buonomo, Martinelli Francesco (1827); Cacciamatta Buonomo (1833); Cacciamatta Buonomo, Sina Carlo, Prete Bortolo Martina (o Machina) (1835); Sina Carlo, Bonomelli Girolamo (1836); Bonomelli Girolamo, Foresti (1837); Cossardi, Cappelletti (1839); Cappelletti Battista, Martinelli don Bortolo (1840); Cossardi Sebastiano, Cappelletti Battista (1844); Cossardi, Martinelli, Cappelletti (1847-1848); Cossardi, Martinelli, Bonomelli (1849); Cossardi Sebastiano, Martinelli Antonio (1854); Cossardi, Martinelli (1856); Cossardi, Martinelli, Zanola (1857-1858).
SINDACI. Piazzoni nob. Luigi (1860-1862), Zanola Angelo (1863-1865), Martinelli Angelo (1865-1869), Martinelli Luigi (1870-1884), Barone Monti dott. Gerolamo (1884-1920), Locatelli Giovanni (1920-1926), avv. Arturo Bersi (1926-1928).