MAGGI Federico

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MAGGI Federico

Figlio di Matteo Maggi, nipote del vescovo Berardo, canonico della Cattedrale. Nel 1308 succedeva allo zio nella sede episcopale di Brescia, mentre il padre teneva praticamente il governo della città schierandosi con la "Pars Ecclesiae" nella guerra contro Venezia per la questione di Ferrara, città che il Papa rivendicava dopo la morte di Azzo VIII d'Este. Allo scopo di ottenere la consacrazione da parte del Papa, il neoeletto presule si recò subito a Tolosa, presso Clemente V, che stava per dare inizio al lungo esilio della sede pontificia in terra di Francia. Lo accompagnarono il cugino Bertolino Maggi e Alberto, abate del monastero di S. Faustino Maggiore. Ritornato in sede, il 27 febbraio 1309, Federico, con proprio solenne diploma, confermò all'abate il privilegio di portare le insegne episcopali, che gli era stato concesso dal pontefice in Tolosa. L'episcopato di Federico Maggi fu intenso. Nel maggio 1309 convocava un sinodo diocesano durante il quale, dopo aver confermato le leggi, le riforme, gli statuti ed i decreti dei suoi predecessori, promulgava una nuova costituzione con la quale stabiliva il numero minimo dei canonici, monaci ed ufficiali di monasteri, canoniche e chiese, ed indicava se stesso a capo di questi collegi nei quali dovevano essere eletti abati, prevosti o priori. Impose inoltre comunque che tutti dovessero essere sacerdoti; stabilito l'obbligo, per coloro che non fossero in età canonica, di accedere agli Ordini maggiori, fino al presbiterato, non appena l'età lo consentisse. Il 6 gennaio 1311 era presente, nella basilica milanese di Sant'Ambrogio, alla solenne cerimonia durante la quale Enrico VII di Lussemburgo venne incoronato re d'Italia. Sembrò, per un momento, che l'imperatore, accolto dall'ossequio dei guelfi e dei ghibellini, riuscisse a garantire la pace nelle cose cittadine: col favore del sovrano, Tebaldo Brusato e molti suoi compagni d'esilio tornarono alle loro case mentre Matteo Maggi, signore di Brescia, trasmetteva i suoi poteri al vicario imperiale Alberto di Castelbarco. Ma i gravi tumulti milanesi del febbraio-marzo, mentre segnavano la rovina estrema dei Torriani e l'esaltazione definitiva dei Visconti, rivelavano anche le vere intenzioni dell'imperatore, provocando lo scompiglio in tutta la Lombardia e l'insurrezione di Brescia che Enrico cinse d'un lungo, durissimo assedio fin dal maggio di quel 1311, mentre Tebaldo Brusato, alla guida della resistenza dei concittadini, bandiva gli avversari della sua parte politica, ed in primo luogo, i Maggi seguaci della frazione viscontea. Nel successivo luglio Federico, vescovo esule, inviava il cugino Maffeo, arcidiacono della cattedrale, al concilio provinciale convocato in Bergamo dal metropolita. In settembre, conclusosi l'estenuante assedio con la resa di Brescia, il presule potè rientrare nella sua sede. Ma il suo prestigio era ormai sfumato. Sempre più legato ai Visconti, Federico finì col diventare addirittura il capo dei ghibellini bresciani e perciò intorno al 1314 veniva di nuovo cacciato dalla città. Avendo poi nel 1316 aderito al partito di Ludovico il Bavaro veniva dal pontefice deposto dalla cattedra episcopale.