LAVENONE
LAVENONE (in dial. Laenù, in lat. Lavenoni)
Borgata sulla destra del Chiese, alla confluenza in questo fiume dell'Abbiocolo a m. 419 s.l.m. Il Comune ha una superficie di 24,17 kq. Dista da Brescia 42,1 km. Disposto ad anfiteatro, il paese sorge a ridosso della montagna dominata da uno sperone roccioso, il Pizzone, che finisce in un cocuzzolo di roccia rossa (detta gri) di natura vulcanica e che è l'ultima pendice orientale del m. Zovo (1141 s.l.m.). Più alto si innalza il Corno di S. Zeno (1619 m. s.l.m.). L'Abbiocolo che discende dalla valle dove sta Presegno e le cui acque lambiscono e rodono il monte, si getta nel fiume Chiese proprio al centro del paese. Le denominazioni più frequenti sono: Lavinono (sec. XIV); Lavinon (sec. XV); Lavinone (sec. XVII); Lavenone (sec. XVIII).
Gli abitanti vengono denominati con nomignolo dialettale "goss". Abitanti (Lavenonesi): 800 nel 1609 (di cui 170 abili e 200 famiglie), 747 nel 1866, 1188 nel 1931 (con Presegno), 648 nel 1981 (maschi 347 - femmine 347), con Presegno. Con R.D. del 20 settembre 1928 venne aggregato a Lavenone il comune di Presegno. Due sono le ipotesi avanzate sul nome. Vi è chi lo fa derivare de labes, frana così che significherebbe frana grande, o anche la "lav" nel significato di lava vulcanica della quale vi sono tracce. Il Guerrini lo deriva invece da "La vena" per l'esistenza in luogo di una miniera o vena di ferro "ora scomparsa, ma delle quali dovevano essere ricche le valli bresciane". G. Rosa poi non esita a vedervi un riferimento ai Venoni, popolo emigrato dalla val di Non.
Il primo nucleo abitato sembra che sia sorto intorno ad un antico xenodochio o ospizio per viandanti e pellegrini che vi si fermavano prima di affrontare i sentieri lungo le sponde del lago d'Idro o di attraversarlo in barca. Nell'antichità vi ebbe possedimenti il Comune di Brescia e fu centro di un certo rilievo economico, dato che non solo la Valle del Chiese fin da tempi antichissimi, ma anche quella dell'Abbioccolo fu interessata dal traffico commerciale fin dall'epoca franca. Il Comune sorse probabilmente nel Medioevo, come piccolo agglomerato di casupole intorno ad un ospizio per accogliere pellegrini e malati, dipendente dalla vasta pieve di Idro. Fu Comune aperto senza fortificazioni, percorso da viandanti e mercanti e formato dai pastori, contadini e artigiani. Ebbe una sua vitalità, se nel dicembre 1278, troviamo un Belamponte di Lavenone, sostenitore di Nicolò di Lodrone, fra i firmatari di una pace tra il Lodrone stesso e Odorico Pancera d'Arco. Nel 1385 entrò a far parte della Quadra della Valsabbia. Durante il governo napoleonico fece parte del Distretto delle Fucine. Fedele alla Repubblica il piccolo centro divenuto parrocchia nel sec. XVI, vide il passaggio nel 1527 delle truppe lanzichenecche di Giorgio Frundsberg alla volta di Roma.
Nei sec. XV-XVI saliva a grande prosperità economica grazie alle sue fucine e forni fusori. Fu anche vivo socialmente e culturalmente. Attiva fu dai tempi antichi la compagnia del Carnevale che, con altre di paesi vicini specie nel Cinquecento, vagava di paese in paese, compreso il Trentino, per rappresentazioni e spettacoli. Nel 1608 lo storico Bernardino Soldo chiamava Lavenone «la terra più ben fabbricata della Valle Sabbia». Il catastico di Giovanni da Lezze (1609-1610) richiamava che il paese si trovava in «bellissima prospettiva», decantava "come bellissima" la chiesa e "bella" la piazza "larga et longa circa un piò e mezzo di terra con fontane in mezzo".
Il mattino del 15 agosto 1796 Napoleone in marcia da Brescia verso Storo si fermò e si rifocillò in casa di Pietro Roberti. Al ritorno la sera del 16 agosto 1796 prese invece alloggiò in casa Gerardini (ora Brunori) dove pernottò. Tra gli avvenimenti del maggio 1797, la colonna dell'esercito francese Chèvalier, appoggiata da giacobini bresciani, compì saccheggi e incendi obbligando la popolazione a rifugiarsi sui monti e nei boschi. Nel 1848 Lavenone registrò il passaggio dei volontari italiani diretti verso il Trentino, ma non manifestò molto entusiasmo tanto che il 19 febbraio 1851 a Brescia verrà fucilato perchè disertore, pregiudicato e detentore d'armi il contadino lavenonese Giulio Pedrali. Nel 1859, dopo l'armistizio, il territorio con quello di Bagolino e Idro venne segnato dalla linea di confine fra Austria e Italia. Nel 1866 offrì a Garibaldi un solo volontario ma ospitò il Comando del Reggimento e un battaglione garibaldino, subendo molte requisizioni.
Una tremenda alluvione nel 1882 cancellò ogni attività industriale. Altre alluvioni si verificarono nel 1905. Verso la fine del secolo si moltiplicarono i segni di progresso: anche se il paese non riprese più la sua antica vitalità economica, nel 1899 arrivò la luce elettrica e poco più tardi il tram. In vista della prima guerra mondiale, oltre a numerosi fortini, ancora individuabili, per i rifornimenti venne costruita alla fortezza militare di Cimaora la strada carreggiabile Lavone-Presegno, che venne poi sistemata e asfaltata nel 1973 e ultimata nel 1976 fino al bivio di Vaiale. Il 2 gennaio 1915 veniva inaugurato l'asilo infantile, affidato poi, nel 1919 alle Suore di Carità di Vercelli. Nel 1928, su disegno dell'ing. Natale Bottazzi, venne rinnovato il cimitero ed eretta la cappella votiva, benedetta il 30 settembre dal vescovo mons. Gaggia. Il fascismo non ebbe una rilevante incidenza. Nel 1934 si contavano solo 28 iscritti al Partito Nazionale Fascista. Sorgeva negli anni Trenta la nuova stazione del tram e negli stessi anni, ampliate le strade e costruito un nuovo edificio scolastico. L'alluvione del novembre 1960 procurò seri danni al paese e alle chiesette della Madonna delle More e di Claone. Il 25 aprile 1973 veniva inaugurato il monumento ai caduti opera dello scultore Angiolino Aimè di Salò. Singolare l'operazione compiuta in occasione del 25 aprile 1982 con la quale i pittori Adriano Grosso Caprioli e Gianni Biavina ricuperarono una scritta fascista "Noi sogniamo l'Italia Romana" rimasta indelebile su un muro di una casa centrale del paese, incorniciandola in un affresco di condanna del regime mussoliniano.
Ecclesiasticamente fece parte della pieve di Idro, dalla quale si staccò nel 1530 con atto firmato il 2 settembre dall'arciprete di Idro Picino Dosso, sotto la presidenza dell'arciprete della Pieve di Bione Francesco, del rettore della chiesa di S. Stefano di Nozza, Giorgio de Robis e i testimoni con rogito del notaio G.B. Pizzetti. Il 16 aprile 1603 l'arciprete di Idro, mons. Giulio Pace otteneva dal comune e dagli "homini della terra di Lavenone" il riconoscimento come "superiore" e quello di "portar per segno la stola lui solo in segno di detta superiorità".
L'antica chiesa occupava parte dell'attuale sacrestia e della navata. Aveva accanto il Cimitero, la canonica e un campanile, sul sagrato vi era un grande olmo e una fontana che erano l'orgoglio dei lavenonesi tanto da far dire alle popolazioni circostanti: «Tre cose belle: l'ulem, la fontana, èl campanù fan la superbia dè chèi dè Lainù». Il compito di abbellire il tempio disadorno fu affidato al maestro Giovanni Pialorsi, intagliatore di Levrange, che, con altri della sua famiglia, vi eseguì buoni intagli nello stile caratteristico del secolo, dal 1634 al 1645. Nel 1515 era stata eretta la Veneranda Scuola del Corpus Domini e il 18 febbraio 1603 frate Celso da Brescia, lettore in sacra teologia, fondava la Confraternita del S. Rosario che, fiorente negli anni successivi, favorì l'abbellimento della piccola chiesa. L'espansione economica demografica ed edilizia spinsero il Comune, gli "Uomini e l'Universitates terre Lavenoni" a chiedere la completa separazione dalla Pieve di Idro, sanzionata il 2 settembre 1530. I Lavenonesi si impegnarono a versare alla pieve il giorno di S. Martino o nell'ottava 27 lire planet ma venivano liberati dall'onere annuale della "quarantula".
L'autonomia parrocchiale spinse ad arricchire la chiesa di numerose opere d'arte e di legati fra cui la Commissaria Bertoletti, istituita con testamento del 7 ottobre 1646, parroco don Rinaldo Bertoletti, la Commissione Cippini istituita con testamento del 30 luglio 1687 da Nicolò Cippini e aumentata da Margherita Cippini il 5 settembre 1694; la Commissaria Callegari istituita con testamento del 16 maggio 1663 da Margherita Callegari; la Commissaria Nicolini istituita nel 1704; la Commissaria Tazioli, istituita con testamento di Domenico Tazioli del 19 luglio 1717. Oltre alla scuola del Corpus Domini, ripresa con vigore nel 1740 dopo un lungo periodo di decadenza, esisteva una Confraternita della Dottrina Cristiana, costituita da circa 60 confratelli e molto ben ordinata. Godeva di un cospicuo patrimonio in terre in diverse contrade. Largo il lascito per la Confraternita di Grazioso e Bartolomeo Bontempelli detti Del Calice che avevano banco a Venezia.
L'attuale chiesa parrocchiale ha sostituito la precedente, bella ma angusta. Per la sua erezione nel 1776 venne costituito un apposito comitato e il 31 maggio 1778 venne posta la prima pietra, portata processionalmente sul luogo dai signori Maffeo Gerardini e Pietro Roberti, alla cui munificenza si dovettero i contributi finanziari per la realizzazione dell'opera desiderata. Il disegno venne affidato all'ab. G. Turbini. Nel 1782 era già costruito il coro, nel 1783 sistemata la sagrestia. Venne praticamente terminata nel 1789-1790. Nel 1800 fu installato l'organo e nel 1804 e 1805 Gaetano Prandini di Nozza fabbricava il pulpito, le bussole e le cantorie indorate da un Trurardi. All'edificazione contribuirono largamente Maffeo e Giovanni Maria Gerardini, Pietro Roberti e il parroco Pier Antonio Roberti. Nel 1816 i confratelli della Dottrina Cristiana provvedevano la chiesa dei banchi, costruiti su disegno di Andrea Nauti, nelle Cappelle laterali venivano posti gli altari della chiesa vecchia e l'altare maggiore veniva costruito da G.B. Peduzzi di Brescia nel 1824. Il tempio venne consacrato da mons. Carlo Ferrari il 2 settembre 1840. Nel 1861 don Pietro Ronchi provvedeva al completamento della facciata su disegno dell'ing. Ravelli e ad opera della ditta Angelo Zani e figlio di Rezzato. Il campanile venne eretto nel 1869 dai fratelli Pasini di Comero su progetto dell'ing. Domenico Riccobelli di Vestone. Nel 1876 Angelo Ghidinelli, Vittorio Facchetti e Giovanni Bianchetto costruivano un nuovo organo a sostituzione del precedente probabilmente secentesco. Nel 1934 venne rifatto il pavimento e nel 1972 il parroco don Natale Tameni provvedeva a decorare di marmi la base della navata, e a far restaurare le artistiche tele. Lo stesso parroco recuperava nel 1973 una "Pietà", che restaurata da Battista Simoni di Brescia, è stata da qualcuno attribuita alla scuola del Romanino. Nel 1974 venne restaurata da Giuseppe Bertelli di Brescia la grande pala (3,10 x 2,30) attribuita al Moretto e raffigurante l'Assunzione, con undici apostoli ed Elia che invoca la pioggia. I restauri vennero inaugurati il 22 ottobre dello stesso anno assieme all'altare portatile costruito dalla bottega Fiorini di Brescia.
La chiesa è ricca di opere di cui Ugo Vaglia ha fissato, attraverso diligenti ricerche, gli autori. L'ancona dell'altare del Crocefisso o Corpus Domini, del 1711, è opera di Bortolo Zambelli e Francesco Boscaini di Levrange. Fu indorata nel 1729 da Paolo Bertoli di Lonato per lire 1400. Il Crocefisso (definito "miracoloso" in alcuni documenti) artistica scultura del sec. XVI, traspare da cristalli fatti venire appositamente da Venezia nel 1728. Successivamente ai lati del Crocefisso vennero aggiunte le statue della Vergine e di S. Giovanni, e non mancarono ex voti di particolari grazie ricevute. L'altare di S. Antonio Abate, il più classico e caratteristico anche per «i miracoli» illustrati che fanno corona all'artistica pala, è pure opera dei Boscaì di Levrange; e forse offerto dalla famiglia Roberti, che «prope aram S. Antonii» ebbe la sua tomba e il banco. L'altare della B.V. del Rosario ebbe ornamento della ancona nuova nel 1715, anch'essa opera di Francesco Boscaì, che la completò nel 1725, e fu indorata da Paolo Bertoli. La statua lignea reca sulla base "J.P. 9 Z a . P. x L 1660" che potrebbero essere interpretate: Io, Petrus qm. Zoanmaria Pialorsi 10 luglio 1660. La cappella fu dipinta dal pittore Ferabosco, la nicchia fu indorata da Giovanni Luzzani e dipinta da Clemente Bordiga. Ai suoi piedi era la tomba della Sodalitas S. Rosarii. L'altare di S. Carlo e S. Rocco è opera di G. Battista Boscaì che l'eseguì nel 1741. Fu indorato da Paolo Bertoli nel 1746. Anche l'ancona dell'altare maggiore, doveva essere opera lignea di intagliatori valsabbini; ma nella nuova chiesa fu sostituita con ornamenti a stucco di G.B. Peduzzi, e arricchita dall'artistica pala di scuola veronese. I confessionali vennero costruiti nel 1753 da Giacomo Antonio Paredi.
In località More esiste un santuario dedicato alla Madonna della Neve detta anche "Madonna delle More", sorto in luogo di una santella già esistente nel sec. XVI cui fu sostituito l'attuale santuario. L'erezione del santuario sarebbe, secondo una tradizione locale dovuta ad un fatto miracoloso. Un conducente partito da Collio con il suo mulo per trasportare materiale ferroso dalle miniere alle fucine Glisenti di Lavenone, giunto in località More fu sorpreso da un violentissimo temporale che minacciava di spazzarlo via con il mulo dalla faticosa mulattiera, mentre i tuoni rintronavano cupi e paurosi tutt'intorno ed i lampi accecavano lui e la sua povera bestia. Non sapendo più come salvarsi il buon montanaro innalzò una preghiera alla Vergine e d'improvviso nell'infuriar della tempesta udì una voce calma e dolce che lo rassicurava; «Io ti salverò! Attaccati alla rupe». Ciò che egli fece rimanendo illeso mentre tutt'intorno fu rovina e schianto. Passata la tempesta il conducente arrivò a Lavenone dove raccontò ciò che gli era accaduto. La popolazione volle subito innalzare una piccola cappella, (cui più tardi fu sostituito l'attuale santuario) che esisteva già nel 1566, al tempo della visita del vescovo Bollani. Gli atti della visita di S. Carlo Borromeo lo dicono costruito da poco e non ancora finito completamente. Non aveva reddito e le elemosine erano amministrate da un incaricato della popolazione. Prolungato a tre riprese, in seguito fu aggiunto un elegante pronao. Segno vivo della venerazione dei lavenonesi sono anche i numerosi ex-voto che esistono nella sagrestia.
A seguito delle spogliazioni napoleoniche il santuario, che forse era dotato di un beneficio, fu indemaniato. L'Imperial Regio Demanio lo poneva nel 1821 all'asta. Nel timore che, caduto in mani mercenarie, il tempio venisse poi ridotto ad uso profano, interveniva il parroco don Giacomo Bertoletti che «quale interprete della devozione che il popolo di Lavenone ha sempre professata alla beata Vergine di questo oratorio e desideroso che sempre avesse a mantenersi viva e fervorosa questa ad onor di Maria qual avvocata e protettrice del popolo di Lavenone si presentò dall'intendente acquistando il 12 giugno 1821 per 45 lire il santuario che poi intestava al parroco pro-tempore di Lavenone così che ne avesse lo «jus patronale e di proprietà in qualunque caso» e affidato alla particolare cura della Confraternita del SS. Sacramento. L'ultimo ampliamento fu compiuto nel 1881 ad iniziativa dello zelantissimo parroco locale don Saleri e il 25 settembre don Pietro Bianchi, prevosto e vicario foraneo di Idro, delegato dal vescovo, benediceva solennemente le opere appena compiute per l'ampliamento del santuario. Alla primitiva immagine venne sostituita l'attuale pala che raffigura seduta ai piedi di un albero la Madonna col Bambino, con S. Antonio abate e s. Bartolomeo che con una mano tiene il coltello col quale fu martirizzato, mentre presenta un devoto inginocchiato. Nella parte inferiore della pala è rappresentata un'altra scena racchiusa in una cornice dipinta sorretta da due angioletti e raffigura la visita della Madonna a S. Elisabetta. Sotto la pala esiste ancora l'antico affresco raffigurante la Madonna che allatta il Bambino Gesù, con iniziali sibilline: «S.M.M.V. d LA / V.M.d.O. VP V. ISH / C.M.A.S.A.B.D. MADONIE F.» La cornice è dei Boscaì. La solennità votiva annuale è fissata «ad immemorabili» nella domenica seguente il 5 agosto, festa della Madonna della Neve.
Nell'ambito della parrocchia esisteva anche un oratorio dedicato a S. Marco del quale vi è traccia negli atti della visita di S. Carlo del 6 maggio 1580 e già allora in rovina. In località Claone, su un poggio che domina la confluenza del torrente Abbiocolo con il fiume Chiese, sorge una chiesetta dedicata a S. Giovanni Battista, circondata da viva devozione e arricchita di appezzamenti di terra e di legati. Il campanile venne costruito dopo il 1663. Presso l'oratorio risiedette spesse volte anche un sacerdote.
Interessante è casa Gerardini ora Brunori. Il Lechi la definisce "tipica casa del ricco signore di montagna, padrone dei boschi, ma anche di redditizie fucine del ferro", quali furono i Gerardini che dettero l'attuale aspetto al complesso del fabbricato. Interessante è il portale in pietra scura della valle, lavoro del sec. XVII con reminiscenze più lontane in quei riquadri con tondi e accenni di punte di diamante. Da questo portale si accede al corpo principale della casa che ha una struttura quattrocentesca, sulla quale venne operato un radicale rifacimento nel sec. XVI, di cui rimane il portico forse un tempo sormontato da una loggia e questa da una loggia più leggera. Davanti a questi piani, come dinnanzi ai corpi più bassi laterali, che formano le ali della casa, corrono dei poggioli sostenuti da mensole di granito con eleganti ringhiere in ferro battuto, piatto o quadro, assai ben lavorato. Con l'adattamento del secolo XVI venne abbandonata la scala antica, oggi di servizio, all'estremo sud del portico, e aperta una grande scala con tre rampe che sale da sotto il portico vicino all'ingresso; i gradini sono di marmo scuro della valle e la ringhiera, che segue anche il ballatoio superiore, è di ferro battuto. Le tavolette dipinte che si trovano sulla scala sono bellissime, rappresentano personaggi della storia romana e tradiscono la loro origine cittadina: esse furono trasportate qui dal palazzo Calzaveglia in Brescia dopo il disastroso bombardamento aereo durante l'ultima guerra. Due archi semplici danno accesso ad un'ampia galleria, formata forse in luogo dell'antico loggiato, e da questa si passa per ampie porte in noce, in vasti ambienti senza decorazione. Al secondo piano esiste un galleria con balcone, una camera a ovest e due loggette decorative. Unito a questo corpo principale vi è un secondo corpo che si svolge verso nord, aggiunto sul finire del secolo XVIII con un cortile, un portichetto di quattro campate divise da colonne binate e architravate. Al primo piano vi sono due salotti ben decorati al tempo della costruzione. Ma l'ambiente più interessante è la lunga galleria tutta affrescata alle pareti. Nei vani liberi fra le porte di bella noce e fra le finestre vi sono finte statue in monocromo ocra rappresentanti Diana e le arti belle alternate con pannelli a fregi aventi al centro delle losanghe con piccole scene mitologiche e pastorali. In un salotto vicino, che ha come sopraporte piccole rovine su fondo azzurro, vicino allo stipite di una porta vi è la firma del decoratore: G.B.S. Agostino 1787, lo stesso che decorò il palazzo Pedrocca in Bagnolo.
Economia - L'attività economica ha avuto i suoi capisaldi nell'agricoltura e nell'industria del ferro. La prima fu favorita soprattutto dalla vastità dei pascoli. Il Da Lezze valutava a 200 piò circa i terreni arativi e a 1500 quelli a selve e a prati. Soprattutto ha sempre prosperato l'allevamento del bestiame nelle diverse malghe che forniscono ancora tipiche formaggelle, molto apprezzate oltre che per la lavorazione anche per la scelta dei tempi di maturazione. Le fitte abetaie diedero un tempo ottimo carbone. Prosperi da lontani tempi anche i vigneti. Di un certo rilievo fu la pesca nel torrente Abbiocolo noto per la sua pescosità, dagli anni Trenta in poi con semina di uova di anguilla, cavedano, scazzone, temolo, triotto, trota e vairone (per 3800 kg. nel 1936). Ora il torrente alimenta un allevamento di trote; dà ottime qualità di pesce. L'attività agricola venne minacciata nel 1842 dalla vendita a privati dell'abetaia del Garda, di circa 75 mila mq., anche se una sentenza arbitrale del 1885 riconosceva al Comune la proprietà delle piante "esistenti e crescenti in avvenire". Migliorie a malghe (come a quella di Grasole nel 1929) vennero compiute in seguito. Fu provvidenziale allo sviluppo silvo-agricolo l'opera del parroco don Antonio Tabadorini che nel suo lungo parrocchiato (1889-1922) sviluppò a Lavenone un caseificio, un'Associazione mutua contro la mortalità del bestiame bovino (1902), una Società per l'alpeggio. Promosse inoltre iniziative per il miglioramento della razza bovina, con l'introduzione di razza pregiata, con esposizioni, e l'istruzione tecnica agraria attraverso scuole serali e conferenze.
Fin dai tempi lontani Lavenone conobbe un'intensa attività artigianale e industriale che qualcuno fa risalire al 1300 e chi, addirittura, ai tempi romani come confermerebbero termini usati ancora oggi dai fabbri. Esiste un piccolo follo per la lavorazione di panni da cui prese nome la località Fol e che forse costituì la fortuna della famiglia Bontempelli, dalla quale vennero quei Bartolomeo e Grazioso, che trasferitisi a Venezia e aperto un negozio all'insegna del Calice, (donde si chiamarono Del Calice) divennero ricchissimi commercianti e finanzieri.
Antica è la lavorazione del ferro trasportato a Lavenone dalla Valtrompia attraverso la Cocca di Lodrino, a spalle o con carri. In località Maèr sul fiume Chiese venne piantato, forse nel sec. XV, un grosso forno fusorio che colava ferro crudo o greggio che poi passava, per la lavorazione alle fucine, due delle quali, le più grandi, erano a duecento metri dal forno, in località Grase (nome indicante un prato concimato con letame di vacche alimentate da erba grassa). Due altre fucine erano in località Fol o Follo, al di là del Chiese dove prima sorgeva una piccola fabbrica di panni. Un'altra fucina denominata Bioccolo, dal torrente Abbiocolo sorgeva allo sbocco della valle di Presegno ed era ancora attiva negli anni Cinquanta. Una sesta si chiamava Fusinetto, e sorgeva a poca distanza dal ponte di Agro; rovinò quasi del tutto nel 1946. Proprietari di tutte o quasi le fucine erano i Roberti e i Gerardini. Ma a farle funzionare erano abilissimi lavoranti del ferro detti docimastri o focimastri, conosciuti e presenti in gran parte dell'Italia e dell'Europa. Nel 1605 maestro Nicolò Cippino forniva palle d'artiglieria; altre fucine a Lavenone fabbricavano bombe. Nel 1609 il Da Lezze segnalava che il "forno da ferro" poteva lavorare tre mesi l'anno e consumava 30 bisacche di carbone al giorno, e sei fucine grosse, "nelle quali si lavorava ogni sorte di ferramenti". Lo stesso Da Lezze testimoniava che "la maggior parte di questi huomini sono buoni maestri da lavorar ferri" e vanno "continuamente in terra tedesca in Schiavonia, in Labrucio, Romana, Fiorenza, Parma ed altri luoghi e a casa non vi restano se non le donne". Attiva la presenza di maestri del ferro lavenonesi nella Repubblica Veneta e nel Milanese. I forni poi diventarono due: uno dei Gerardini e l'altro dei Roberti.
La crisi della seconda metà del '700 e la politica napoleonica portarono all'abbandono di gran parte dell'attività industriale. Rimasero attivi soltanto i forni e le fucine dei Gerardini, che verranno abbandonati soltanto nel 1870. Nel frattempo, verso il 1847, si trasferiva a Lavenone la famiglia Glisenti di Tione, che sulla piazza detta delle Rovine di fronte alle fucine Gerardini, faceva costruire dal capomastro Amigoni di Vestone un nuovo forno in quattro arcate di venti metri l'una sostenuta al centro da un pilastro alto tre metri, formato da tre massi regolari di pietra sovrapposti. Il treno passava dietro il pilastro ed era regolato da un ingranaggio che comunicava il moto del volano al movimento della trafila. Nella fucina era stato installato un maglio pesante di cinque quintali col quale si potevano ricavare le lamiere destinate alla costruzione di caldaie a vapore. La fucina "a la comtoise" venne diretta dal francese Bonier che seppe ricavare lamiere di sessanta centimetri di spessore. I Glisenti piantarono anche due magli per far chiodi e svilupparono la loro attività industriale fino a costringere i Gerardini a chiudere il loro forno. Affidato ad Angelo Glisenti lo stabilimento di Lavenone cercò di far fronte con una nuova trafila alla crescente concorrenza di quello di Savona che aveva incominciato a produrre lamiere cilindrate più larghe e convenienti, adoperandosi anche a migliorare le strade per Brescia, necessarie per i trasporti dei fatturati. Dopo la visita a Lavenone il 22 luglio 1876 del ministro della marina Benedetto Brin, che non portò le sperate commesse statali, il Glisenti abbandonò le fucine di Lavenone, per trapiantare l'attività a Carcina in Valtrompia. Quando nel 1882 una piena del Chiese rovinò quasi del tutto le fucine, l'industria scomparve da Lavenone.
Nel frattempo, verso il 1880, venivano chiuse anche le altre piccole fucine, fatta eccezione di quella dell'Abbiocolo. Per anni il paese visse nella quasi completa inerzia industriale affidando le sue fortune all'attività agricola, all'emigrazione e al pendolarismo specie verso Vestone e Odolo. Recentemente sono nate una fabbrica di mattonelle, una fonderia ed alcune fucine. Nel 1974 la popolazione bocciò, attraverso un referendum, la proposta di vendita della malga Zeno per acquistare l'area necessaria all'industria. Resta come monumento della laboriosità lavenonese una fucina da rame (ora magazzino agricolo) del sec. XVIII, situata sul torrente Abbiocolo e ancora in attività nei primi anni del '900. È un edificio a pianta rettangolare allungata ad un piano, con larghe aperture nel tetto che consentivano la fuoriuscita del fumo; esistono ancora due magli e altre attrezzature da lavoro. Produceva paioli di rame che venivano poi bordati e provvisti di manico da calderai esterni. Ora è rimasta, a ricordo, la Bottega del rame che fornisce una vasta gamma di prodotti. Attiva è la fonderia della Ghisa che affianca a componenti per l'industria siderurgica, prodotti artigianali come le «piastre» per caminetti. Anche l'ottone e l'alluminio sono lavorati nelle varie aziende che producono in questi metalli maniglie, pomoli, cifre e numeri, oltre che varie componenti della fusione artistica.
Legata al mondo contadino è, invece, la produzione di oggetti in legno quali i "cavagnì e le gabiole di «smadree», i rastrei ed i manester" lavorati nelle lunghe sere d'inverno dai contadini che, oltre a farne uso personale, li pongono anche in commercio. Ha fatto la sua comparsa, in questi ultimi anni, una Bottega del Restauro di mobili antichi che, pur fuori dalla tradizione, merita di essere menzionata. A Lavenone si scava una pietra molare, un'arenaria che in paese è detta "grì" e che è simile a quella di Varenna. Officine lavorarono per decenni arenarie e conglomerati per pavimenti. Esistettero anche segherie di legname.
Un certo qual sviluppo ha avuto il turismo attraverso alloggi privati: l'albergo Ponte e le trattorie Arrigo, Lepre ed altri. Il territorio offre possibilità di numerose passeggiate fino alla Corna Biacca e a Cima Caldoline, attraverso sentieri riattivati ad opera del locale "Gruppo Volontari antincendio" che ha anche restaurato cascine. Specialità culinarie offerte al turista oltre che la classica polenta e uccelli sono le "Foiade" (una sorta di lasagne) e gli "Sclitù" (dolci caserecci di origine contadina), obbligatori specie in occasione della festa patronale di S. Bartolomeo, che si tiene la domenica più vicina al 24 agosto. Numerose iniziative animano specialmente l'estate quali il Trofeo Paredi Antonio, la festa di S. Lorenzo (16 agosto) a Presegno, la festa popolare di Ferragosto organizzata dalla biblioteca locale, la festa dell'anziano e il Concorso di pittura dedicato del 1984 a Omero Solaro.
Parroci - Girolamo Peolari; milanese (1566-?); Alessandro Castelli (1584-1587); Giuseppe Manconio (1587-1595); Giorgio Mombello (1595-1604); Claudio de Torazi o Torazo, da Pozzolengo (1604-1607); Giorgio Mombello (1607-1614); Benedetto Filippi di Barghe (economo spirituale 1614-1615); Raimondo Maffio (1615-1616); Battista Bertoldi (1616-1617); Giulio Gnecchi o Gnecco (1617-1624); Viviano Porta (1632-1648); Matteo Cerudelli (1649-1661); Nicolò Cippini (11 dicembre 1661-1663); Marcantonio Zanetti di Lumezzane (1669); Luca Lanfranchi (1695-1705); Marco Antonio Zanetti, nipote del precedente (1705-1707); Antonio Bonetti (1707-1709); Marco Antonio Bonetti, economo spirituale (1709-1710); Giovanni Stefano Bonardi (1710-1716); G.B. Nicolini (1716-1718); G.B. Chizzoli (7 aprile 1718-1733, rinuncia); Ascanio Glisenti di Vestone (1733-1752 rin.); Bartolomeo Pace, di Bione (1757-1761); Giuseppe Catazzi di Navazzo (16 aprile 1761-1771); Giovanni Bordiga di Bagolino (9 maggio 1771-1774); Giovanni Fissi di Bione (17 settembre 1774-1779); Francesco Ognibene (5 dicembre 1779-1787); Bartolomeo Contessi (10 luglio 1788 - luglio 1798), Giacomo Bertoletti di Comero (30 luglio 1851 - 31 luglio 1858, per rinuncia); Pietro Ronchi di Prevalle (14 gennaio 1859-1867); Andrea Pelizzari (31 maggio 1868-1877); Vincenzo Saleri di Lumezzane S. Sebastiano (14 luglio 1878 - 27 settembre 1887); Antonio Tabadorini di Ono Degno (gennaio 1889 - 14 luglio 1922); Luigi Pelizzari di Bargnano (22 aprile 1929); Eugenio Cesare Volpi di Brescia (26 giugno 1936 - 31 agosto 1948); Ugo Baccaglioni di Brescia (30 gennaio 1949 - settembre 1957, rin.); Luigi Pizzetti di Seniga (23 dicembre 1957-1968); Natale Tameni (1968-1975); Pierino Lombardi (1975-1983); Ippolito Capuzzi (1984-....).