EMIGLI Filippino

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EMIGLI Filippino

(Acqualunga ? - intorno al 1340). Studiò diritto presso il Collegio dei Giudici di Brescia e poi all'Università di Bologna laureandosi il 2 giugno 1377. Entrato in dimestichezza con il vescovo Tommaso Visconti fu suo consigliere in importanti documenti amministrativi come l'unione alla mensa capitolare della chiesa rettoria di S.Cassiano (8 marzo 1389), e l'arbitrato tra l'arciprebenda di Salò e il comune di Gardone (30 aprile 1391). Stimato giurista e oratore, nel 1390 venne eletto abate della città, cioè capo del consiglio cittadino. Poco dopo Giangaleazzo Visconti lo chiamava a Milano per affidargli sempre più importanti incarichi. Nominato nel Consiglio segreto probabilmente per il ramo legislativo, come confermerebbero atti da lui siglati, la sua influenza e il suo prestigio andarono rapidamente crescendo come confermano gli incarichi a lui affidati. Sembra abbia fatto parte della commissione che ottenne il 1.o maggio 1395 dall'imperatore Venceslao l'erezione del Milanese in Ducato. Certo è il suo intervento per l'accordo fra il Visconti e Francesco Gonzaga dopo la lunga guerra tra Mantova e Milano, come provati i suoi rapporti con Venezia durante la Lega di Firenze, Padova e Roma contro il Visconti nel 1400 e i suoi sforzi per allontanare la Serenissima dalla Lega stessa. Con il Visconti condusse i trattati per l'acquisto di Perugia, la conferenza di Pavia, la restituzione di Valleurbana per parte del Monferrato e controfirmò gli ultimi atti di Giangaleazzo fra cui l'indizione delle pubbliche feste per la vittoria sulla Lega e l'annuncio della resa di Bologna. Morto Giangaleazzo il 3 settembre 1402, Filippino venne chiamato nel Consiglio di reggenza che doveva coadiuvare la vedova di Bernabò Visconti, Caterina, il che gli costò, da parte degli avversari, otto mesi di prigionia nel castello di porta Romana. Dopo aver ricuperato le forze,durante un soggiorno a Brescia venne richiamato da Giovanni Maria Visconti che l'8 luglio 1405 lo nominò suo ambasciatore per le trattative con la Repubblica di Venezia e il 7 settembre dello stesso anno luogotenente con tutti i più ampi poteri in Valcamonica, per rafforzarvi con punizioni e prede il dominio visconteo. Dissociandosi poi sempre più da Giovanni Maria Visconti, passò al servizio del marchese di Monferrato,Teodoro, il quale gli fu tanto riconoscente da intervenire presso il duca di Milano perché conservasse all'Emigli i beni in Soncino (17 agosto 1405) e lo reintegrasse nel possesso di case sue in Pavia (9 settembre 1407), toltegli da Lanzabò Beccaria. Nel frattempo un gruppo di malevoli lo mise in cattiva luce presso Pandolfo Malatesta, divenuto signore di Brescia, il quale nel 1406 gli confiscò quanti più beni gli fu possibile. Filippino corse a Brescia, chiarì la sua posizione e convinse Pandolfo ad assolverlo da ogni imputazione di tradimento e a restituirgli tutti i beni. Sembra che, come condizione, l'Emigli abbia dovuto intervenire per mettere d'accordo papa Gregorio XII, rifugiatosi presso i Malatesta a Rimini e Venezia. A Rimini, in effetti, l'Emigli si trovava il 29 marzo 1409 quando gli venne rilasciato, d'ordine del papa, un salvacondotto per la Terra Santa, ma che, secondo il Capilupi, doveva servire per altra meta. Sembra allo stesso Capilupi che Filippino si fosse interessato del Concilio Pisano che finì con la deposizione di Gregorio XII e l'elezione di Alessandro V. Questi, che era stato pure collaboratore con l'Emigli di Gian Galeazzo, il 19 novembre 1409 spediva questi a Venezia e alle corti e Città lombarde per averne appoggio e perché facilitassero la convocazione di un Concilio Generale. Ma la morte sorprendeva nei primi mesi del 1410 Filippino e il 3 maggio dello stesso anno colpiva il pontefice.


Una così importante ed intensa attività amministrativa e diplomatica veniva ripagata con ampli e remunerativi riconoscimenti. Il 22 ottobre 1495 veniva concessa a Filippino la cittadinanza milanese; il 28 novembre seguente quella pavese; il 13 ottobre 1396 l'imperatore Venceslao di Boemia lo creava con i figli conte palatino. Mentre con i proventi delle sue alte cariche era riuscito ad accrescere il patrimonio familiare con nuovi possedimenti in Acqualunga, Trenzano e Grebbia, il 25 marzo 1395 riceveva da Bonifacio IX il feudo laico della mensa vescovile di Visano che poi permutava con quello ben più consistente di Montirone conferitogli dal vescovo di Brescia Tommaso Pusterla il 27 dicembre 1396 col solo canone di un paio di speroni dorati. Giangaleazzo poi, prima di morire, gli volle assegnare in feudo una rendita di 600 fiorini nella tenuta di Pontepostero, nel Veronese, feudo riconosciutogli da Filippo Maria il 5 ottobre 1403. Nel 1404 otteneva il permesso di edificare due castelli nel Bresciano, mentre il 7 settembre 1405 gli venivano assegnati in ricompensa di spese sostenute nella missione a Venezia beni e case in Soncino. L' 11 giugno 1408 non solo veniva reintegrato in tutti i suoi beni, ma gli venivano assegnati "propter dilectionis affectum" tutti i beni del fratello Bartolomeo incamerati dal Malatesta e gli veniva conferito il feudo nobile di Casirate di Ghiera d'Adda, oltre ad altri beni e diritti.