VITTORIA, piazza della
VITTORIA, piazza della
Grande piazza al centro della città di Brescia. L'area della città individuata per la realizzazione, come ebbe a scrivere il progettista, l'arch. romano Marcello Piacentini ("Il nuovo centro di Brescia", in "L'illustrazione Italiana", 30 ottobre 1932), di «un centro dove naturalmente ... i cittadini siano indotti a passare ed intrattenersi, una piazza che completi il sistema delle altre belle piazze antiche che le stanno intorno...», andava all'incirca da via delle Prigioni a N (sottostante il palazzo dei Monti di Pietà, oggi via Volta) a vicolo del Ballerino - via del Serraglio a S (cioè piazza del Mercato e case del Gambero), da via Pescherie-Granarolo-Spaderie ad E (oggi via Dieci Giornate) a corso dei Cappellari e dei Mercanti ad O (oggi via Verdi - via XXIV Maggio).
La realizzazione, iniziata nel 1929 e conclusa nel 1933, era stata prevista fin dal 1871 e sempre più in seguito nei piani regolatori e sollecitata dalle precarie condizioni igieniche del quartiere costituito da numerose case alte e strette, alcune delle quali terminavano con altane dove i conciai mettevano a seccare le pelli. Al piano terra v'erano magazzini e botteghe, tra un groviglio di strade e vicoli sinuosi, molto movimentati, i cui nomi derivavano dalle corporazioni che li abitavano (via dei Mercanti, vicolo delle Pescherie, vicolo dei Cappellai, vicolo del Trabuchello). Un quartiere definito per le sue precarie condizioni «quasi un bubbone cancrenoso». Dal medioevo in poi la zona era diventata, sui lati del fiume Celato, un quartiere di artigiani, piccoli commercianti e venditori di pesce ecc. Le trasformazioni (interessanti facciate, interni, portali) dei secoli XVI e XVII non ne alterarono l'andamento, che si mantenne fino all'inizio del secolo XX.
Come ha rilevato Gaetano Panazza ("Il volto di Brescia"), «centro del quartiere era la piazzetta delle Pescherie vecchie, nella quale confluivano le quattro arterie principali così denominate: da sud, contrada Beccherie, per la presenza fin dal secolo XV della sede del macello; da N, contrada dei Mercanti, poi via A. Volta; da ovest, contrada S. Agata, da est, contrada S. Ambrogio, riunite poi sotto la denominazione di via Dante. L'odierna via Dieci Giornate vide completamente alterato per la costruzione di piazza della Vittoria l'intero lato occidentale (soppressione dei Portici del Granarolo), mentre quello orientale conserva i portici dei secoli XVI-XVIII. Dalle vie e piazze principali indicate, ricorda ancora G. Panazza, tra le quali bisogna ricordare anche piazza del Mercato, che chiudeva a sud la zona, si dipanava un intrico di vie e vicoletti dai nomi caratteristici: vicolo dietro le Prigioni; contrada delle Prigioni (così chiamata per le prigioni nel palazzo dei Monti di Pietà); vicolo dei Sospiri; vicolo Angusto; vicolo S. Ambrogio; vicolo del Cavicchio; vicolo del Trabuchello; vicolo Coppa Mosche; vicolo del Granarolo vecchio; vicolo della Rampa; via delle Pescarie; via di Piazza del Mercato o Nuova; via del Serraglio poi Dandolo (ancora esistente); vicolo del Ballerino; vicolo Sardella Gioiosa; via dei Cappellari; corso dei Cappellai poi via G. Ferraris; vicolo del Mellone; vicolo della Costanza (parzialmente esistente); vicolo del Capriccio (parzialmente esistente).
Punti di particolare interesse del quartiere erano le due chiese di S. Ambrogio e di S. Agata, di antichissima fondazione e probabilmente luogo di culto la prima dei cattolici e la seconda degli ariani, perché intitolate ai due santi venerati rispettivamente dai due credi religiosi e ubicate vicine, come in altre città, a testimoniare la contrapposizione delle due correnti, che coinvolsero anche Brescia nelle lotte religiose del periodo paleocristiano». Occorre rilevare anche che sotto la piazza scorrono il Bova e il Celato e che nel Medio Evo era attraversata dalle mura occidentali.
Alla realizzazione vennero sacrificati una serie in importanti testimonianze della antica Brescia. Negli scavi vennero alla luce, nell'area dell'attuale Quadriportico e del Monte di Pietà, vestigia imponenti dell'"horreum" romano. Inoltre vennero alla luce un'ara funeraria di un Lucio Cornelio Asiatico e un'altra di Cornelio Gaio Labeone, una terza di Antistia Terza, oltre a molte lapidi e a frammenti di colonne e statue. Furono trovate due pile del ponte del Garza sulla via che portava a Lodi Vecchio. Nella zona erano esistite, oltre all'horreum, magazzino generale del grano diventato poi nel medioevo il Granarolo, trasferito nel 1820 a porta Torlonga, la corte militare e la curia amministrativa e giudiziaria (detta "Curia ducis") dei Longobardi con la chiesa di S. Ambrogio. Nei pressi sorgeva un quartiere militare detto Serraglio.
La progettazione e realizzazione della piazza vennero affidate dal podestà Calzoni all'arch. Marcello Piacentini (v.), fin dal dicembre 1927 nell'ambito del Concorso, indetto nello stesso anno, di un nuovo piano regolatore di Brescia che però verrà realizzato quasi solo nel centro cittadino (v. Piano regolatore). Il Piacentini approntò in pochi mesi (entro il giugno 1928) il progetto coinvolgendo, per sua iniziativa, ambienti economici, ministeriali, imprenditoriali, per cui il piano della piazza era nell'ottobre già completato. Altrettanto rapida fu l'acquisizione da parte del Comune di fabbricati da demolire come lo fu dal luglio 1929 l'opera di demolizione del vecchio quartiere. Nel marzo 1930 veniva aperto il primo cantiere del palazzo Perogallo; nel giugno seguì l'apertura del secondo cantiere della Banca Commerciale Italiana e via via a ritmo sostenuto gli altri fino all'ultimo edificio che fu il Palazzo delle poste terminato nel 1933. La realizzazione coinvolse duemila operai, l'abbattimento di 167 edifici per complessivi 2400 locali con 250 negozi e magazzini e con il trasferimento di 2400 abitanti.
A corona della piazza vennero realizzati il Torrione o grattacielo dell'Istituto Nazionale Assicurazioni (architetto M. Piacentini), considerato, al tempo, il più alto edificio d'Italia e i palazzi del Perogallo (progetto M. Piacentini; direttore lavori: Girolamo Uberti), della Banca Commerciale Italiana (architetto M. Piacentini), dell'albergo Vittoria (progetto arch. Egidio Dabbeni), della Riunione Adriatica di Sicurtà (architetto M. Piacentini; direttore lavori: Giuseppe Alberti), della Cassa Nazionale Assicur. Sociali con la "Torre della Rivoluzione" o "Torre Mussolini" (architetto M. Piacentini), delle Poste e Telegrafi (architetto M. Piacentini) e delle sale della Borsa (architetto M. Piacentini; esecuzioni: ing. Tito Brusa).
Con l'intenzione di fare della piazza il cuore pulsante della città furono aperti un cinema e due grandi caffè: il "Principe" sull'angolo sud-orientale e l'"Impero", più volte rinnovato e sopravvissuto a lungo. Intensa fu l'opera di valorizzazione e di abbellimento con l'intento di celebrare la vittoria nella prima guerra mondiale e il regime fascista e la «sua potenza creatrice». Per ricordo della guerra fin dal 1932 sul lato settentrionale, tra il palazzo delle Poste e la chiesa di S. Agata in un arcone venne collocato un masso di tonalite del peso di ottanta quintali ricavato dalle trincee dei Monticelli (Adamello) con una epigrafe in bronzo dettata dal prof. Vincenzo Lonati che suona: «Dall'Adamello / baluardo e altare della patria / i mutilati bresciani trassero questo masso / a ricordo e monito». L'esaltazione del fascismo si concretizzò nella "Torre della Rivoluzione", alta 37 metri, con gli orologi su due lati e il calendario. Su di essa campeggiava il "mezzorilievo" del "Duce a cavallo", opera dell'accademico d'Italia Romano Romanelli; al disopra, in grandi caratteri di bronzo dorati, stava la scritta: «Regnando Vittorio Emanuele III, Duce Benito Mussolini, Brescia fascista questa piazza volle a ricordo della Vittoria». Alla base due giganteschi fasci littori. A fianco della torre venne eretto l'Arengario con nove bassorilievi in porfido rosso di Tolmezzo raffiguranti scene della "storia di Brescia", opera dell'accademico d'Italia Antonio Maraini. Sul "Torrione" era collocato il grande altorilievo in cotto "l'Annunciazione" di Arturo Martini, molto discusso e poi distrutto da un bombardamento aereo.
Sul lato occidentale della piazza venne collocata la grande statua in marmo di Carrara (alta 7 metri, peso 500 quintali, un piede era lungo più di un metro) che Mussolini aveva denominato "Era fascista", rappresentata in un giovane interamente nudo, in atteggiamento eretto e di sfida, pugno sul fianco: un'opera pregevole del noto scultore Arturo Dazzi, appositamente scolpita, per cui non è vero che sia stata relegata a Brescia in quanto scartata per le sue misure dal Foro Mussolini di Roma. La statua - a causa della nudità - incontrò l'ostilità delle gerarchie ecclesiastiche, che per anni, in segno di silenziosa protesta, perfino in occasione dei funerali, vietarono a tutti i religiosi l'accesso alla piazza. Mentre Ugo Ojetti la definì un secondo "Biancone", il popolino, invece, la battezzò subito "Bigio" o "Camillo" o "Lello", con un misto di sfottitura, ma anche di bonaria, sorridente e tutto sommato affettuosa ironia. Con la fontana marmorea esagonale affossata, poco emergente dalla pavimentazione che le fungeva da piedistallo, la grande statua rappresentava un elemento estetico d'importanza determinante nell'armonia della piazza fungendo da raccordo, da tramite, tra l'immensa platea e gli alti edifici monumentali circostanti. La statua fu subito presa di mira. Nel 1933 venne avanzata la proposta di sostituire la statua raffigurante l'Era fascista con un monumento a Tito Speri.
Come ha rilevato Franco Robecchi ("Le strade di Brescia"), «la piazza fu esito di una pluridecennale vicenda di intenzioni urbanistiche. L'operazione fu caldeggiata dal Segretario nazionale del partito fascista, il bresciano d'adozione Augusto Turati, da ben pochi industriali locali come Giulio Togni, ma soprattutto dal regime politico nel suo insieme per ragioni di immagine, di efficienza e di retorica volontà innovativa. Sebbene Mussolini avesse detto di avere in persona predisposto l'operazione urbanistica, è assodato che a volerla sia stato invece Augusto Turati, l'idolo del fascismo bresciano, la cui defenestrazione ancora recente sarà origine di contestazioni anche a Mussolini il giorno dell'inaugurazione avvenuta il 1° novembre 1932 con il concorso di grandissima folla». Fallirono i tentativi di fare della piazza il salotto della città. Per darle importanza vi vennero concentrati, ma presto abbandonati, gli arrivi e le partenze delle corriere dirette in provincia. In effetti alla piazza Vittoria i bresciani preferirono corso Zanardelli. Sulla "decadenza" della piazza pesarono la II guerra mondiale, con i bombardamenti che portarono, dal 13 luglio 1944, alla distruzione del palazzo della Riunione Adriatica, del caffè Principe e di gran parte del lato occidentale. Subito dopo la Liberazione fu chiamata piazza Martiri della Libertà, e nel dicembre 1945 piazza della Libertà, salvo che nell'agosto 1946 venne confermato il titolo primitivo. Ma a farne le spese fu, soprattutto, la statua dell'Era fascista. Fin dai giorni della liberazione venne fatta segno di due tentativi di farla saltare con cariche di dinamite, sventati dalla Military Police americana. E presto venne rimossa, con la fontana, e confinata nei magazzini municipali. Sacrificato fu anche l'altorilievo di "Mussolini a cavallo" della Torre della Rivoluzione e fasci e scritte dorate. Cadde la proposta che fosse sostituito con la raffigurazione della Vittoria Alata e più tardi con un pannello raffigurante la colomba della pace. Il mancato ruolo accennato di salotto cittadino, accentuatosi con la creazione di altri poli urbanistici come Brescia Due e di nuovi quartieri, ha portato un ulteriore declassamento di piazza Vittoria che dal 1972-1973 ha finito con ospitare un autosilo, un mercato e un deposito di taxi, mentre, come ha rilevato Gaetano Panazza ("Il volto di Brescia"), un intervento negli anni Sessanta (sec. XX) con la demolizione del Mercato coperto nell'angolo sud-ovest, sostituito dal palazzo della Standa, è andato ad interrompere unitarietà degli edifici circostanti. In conclusione lo stesso Panazza ha rilevato che, nonostante «la sua pretesa funzionalità associata alla monumentalità», la piazza «non si è mai inserita non solo nel tessuto storico-urbanistico, ma è sempre rimasta marginalmente frequentata dalla vita cittadina, nonostante la presenza di banche, di uffici delle Assicurazioni e delle Poste, di due grandi caffè». E come ha sottolineato nel 1982 Innocenzo Gorlani, la piazza stessa «non è mai riuscita ad essere viva» fino a produrre «la sensazione di astrattezza e di vuoto come certe immagini metafisiche di Giorgio De Chirico».