SCUOLA Bresciana

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SCUOLA Bresciana

L'espressione è usata all'estero (soprattutto in Francia - École de Brescia - ed in Gran Bretagna - Brescian School of XVIth C. -, (così come vengono usati in italiano i termini "Seicento", "Settecento" ...) per designare una scuola con precisi caratteri connotativi facilmente riconoscibili. Un po' meno in Italia, dove gli studiosi hanno comunque l'abitudine critica di abbinare mentalmente e storiograficamente Brescia e Bergamo, facendone un'unica scuola pittorica. Ciò contiene del vero, sia per le comuni sorti politico- sociali a partire dal 1426, sia perché il Moroni - allievo a Brescia del Moretto - è alla radice del realismo bergamasco. Entrambe le scuole hanno nel filone realistico il momento di forza caratterizzante. Ancor oggi fa una certa impressione, entrando in una grande sala della National Gallery di Londra, imbattersi nella dicitura a grandi caratteri che la sovrasta: "Scuola Bresciana del Cinquecento" (Brescian School of XVIth C.). E vi sono riuniti i capolavori del Savoldo e del Moretto, del Moroni, del Lotto e del Romanino. I Bresciani sono ben rappresentati anche al Louvre: e basterebbe pensare all' "Uomo in armatura" del Savoldo (oggi da molti considerato l'Autoritratto dell'aristocratico pittore). Ad ogni modo la Scuola Bresciana prende senza dubbio le mosse dalla vasta opera di Vincenzo Foppa - prima a Brescia, poi a Milano, poi nuovamente a Brescia: e fu proprio in patria che la sua pittura, avvivata da luci bianche e fredde, fu più profondamente intesa e seguita. Ferramola e Civerchio, Moretto, Romanino, e per certi aspetti anche Savoldo, svolgono le sue premesse; anche se in essi si fa via via sempre più forte l'influsso veneziano, a partire dal 1500, non solo per le condizioni politiche sopra ricordate, ma anche per l'esplosione travolgente della scuola lagunare. I caratteri distintivi del Maestro Fondatore (Foppa) riemergono però sempre come in una fitta tessitura, di modo che la Scuola Bresciana ebbe la forza di mantenere una sua fisionomia propria, nonostante quella collocazione in bilancia tra Venezia e Milano che avrebbe potuto essere disorientante, e che invece disorientò spesso i critici moderni, portati a vederla ora nell'ottica di Milano ora in quella di Venezia. Sicché, anche nella seconda metà di Cinquecento, la Scuola Bresciana non entrò in confusione nonostante un più marcato volgersi alla Magica Dominante (Milano corse un periodo di languori post-leonardeschi, prima di rifondarsi con forza su principi nuovi). Da molti studiosi anche l'arte del Caravaggio è vista germinare dalla Scuola Bresciana (Moretto e Romanino), e questa posizione critica sembra anche oggi assai fondata, benché appaia non poco avventurosa l'opinione critica di M. Heimbürger (ultimo numero di "Paragone Arte") che vede un elemento importante della sua formazione nella pittura del Bagnadore, che il Merisi "avrebbe potuto" conoscere personalmente a Brescia.


Il Seicento è per la Scuola Bresciana un secolo complesso, ma anche disorientato, per la complessità delle ispirazioni: fino al 1630-50 dominano i postulati del tardo Manierismo (ma le simpatie per il sodo realismo foppesco non muoiono nelle tele del Marone e del Bona, del Bagnadore, del Gandino, dell'Amigoni); dopo il 1660 la personalità forte e dotata di Francesco Paglia importa modi nuovi da Bologna, che hanno qualche modesto seguito; mentre le novità lagunari dei Tenebrosi, che pure furono a volte chiamati a Brescia per qualche committenza, restarono sostanzialmente estranee al tessuto locale. Frattanto però la pittura fortemente realistica e mimetica di Pietro Bellotti (nato a Volciano, operoso a Venezia e all'estero, morto nel 1700 a Gargnano) avviava l'apertura alla grande stagione della Scuola Bresciana del Settecento, con la personalità di Giacomo Ceruti e di Antonio Cifrondi, che proprio a Brescia ebbero la maturazione e formularono la massima espressione della "pittura della realtà". E ad essi la Scuola Bresciana accodò in momenti significativi una parte importante della produzione di Antonio Dusi, di Antonio Paglia, di Andrea Nanini e di altri minori d'ispirazione soprattutto cerutiana. Secondo alcuni autori tale slancio artistico ed anche ideologico non si esaurì neanche nel sec. XIX, rifiorendo con le personalità dell'Inganni (il versante ritrattistico e generistico) e soprattutto di Stefano Zuliani. (collab. Luciano Anelli).