REPUBBLICA Bresciana
REPUBBLICA Bresciana
Venne costituita il 18 marzo 1797, dichiarando decaduta la Repubblica Veneta presente a Brescia e nel Bresciano dal 1426-1427. L'iniziativa venne presa la notte precedente in una sala di palazzo Poncarali (ora Liceo Arnaldo) in corso Magenta. Trentanove cittadini bresciani deliberavano di abbattere il governo veneto, di inalberare la bandiera tricolore, simbolo di libertà, e di costituire un governo bresciano autonomo, formato da liberi cittadini di ogni classe sociale, amanti dell'indipendenza della patria e decisamente contrari a ogni privilegio di casta, formati dallo spirito della Rivoluzione francese, che da un anno teneva in Brescia una forte e audace guarnigione comandata dal Bonaparte. Costituivano questo Comitato segreto alcuni giovani della vecchia e della nuova nobiltà, alcuni avvocati e borghesi, segretamente dominati da elementi militari francesi che soffiavano nel fuoco della rivolta per evidenti ragioni politiche. I trentanove congiurati spinti alla ribellione dal conte Giuseppe Lechi e dalla contessa Francesca Lechi Ghirardi e che giurarono di "vivere liberi o di morire" furono: Caprioli Primo, Lechi Giuseppe, Ricciardi Antonio, Zani Giacinto, Caprioli Francesco, Lechi Giacomo, Brasa Paolo, Bianchi Giambattista, Mazzuchelli Luigi, Martinengo Carlo, Lechi Angelo, Arici Pietro, Foresti Pietro, Peroni Marco Antonio, Chizzola Enrico, Gambara Francesco, Arici Vincenzo, Tadini Angelo, Fillos Francesco, Lechi Bernardino, Ventura Giuseppe, Tadini Antonio, Mocini Pietro, Lonati Angelo, Viganò Vincenzo, Arici Carlo, Labrano Gregorio, Morosi Luigi, Heuguier, Zanetti Pietro qm. Gio. Battista, Valli Antonio, Tonelli Faustino, Gagliardi Carlo, Bianchi Antonio, Lechi Teodoro, Torre Luigi, Riccardi Gian Batt., Spranzi Innocenzo, Tonduti Gio. Giacomo.
Sottoscritto il giuramento vennero chiesti aiuti a Milano, attraverso il trentino Fillos. Con il tricolore preparato dalla contessa Lechi, il 18 i congiurati mossero verso il Broletto che, abbandonato dal col. Miovilovich e dal vice podestà Mocenigo, venne loro consegnato dal provveditore Battaggia il quale partì per Venezia sotto la protezione degli insorti. La rivoluzione fu assolutamente incruenta, solo il rumore di due archibugiate scatenò un certo parapiglia. Liberato il patrizio veneto Giorgio Pisani, rinchiuso in Broletto per i suoi atteggiamenti contrari al governo veneto, il provveditore Battaggia venne rinchiuso in Castello, malmenato e nella notte fatto partire per Venezia, con la guarnigione veneta. Primi interventi furono: l'abbattimento del Leone di S. Marco, di lapidi antiche e di stemmi nobiliari. Inoltre fu subito proclamata con il Primo Avviso Nazionale del 19 marzo, l'uguaglianza di tutti i cittadini, il rispetto delle proprietà e quello della religione. Venne inoltre costituito un Governo Provvisorio del Sovrano Popolo Bresciano ufficialmente annunciato il 24 marzo composto da un comitato di vigilanza e di polizia, di finanza, dei viveri, di custodia dei pubblici effetti. A presidente del Governo Provvisorio venne nominato Pietro Suardi. Dei quarantacinque membri del Governo solo sette erano stati tra i congiurati; ben venti erano detti ex nobili e tredici professionisti; un solo era prete, don Paolo Marini di Gottolengo. Il Governo in un altro manifesto segnava così un suo programma: «Stabilire l'ordine pubblico, rendere sollecita la spedizione delle cause, tutelare le vite e le sostanze dei cittadini, vegliare alla salvezza della patria, rendere concordi e unanimi le popolazioni, accentuare quanto è necessario l'azione del Governo con riguardo alle autonomie locali, armonizzare le pubbliche entrate, sollevare quanto è possibile il contribuente, creare una forza armata senza aggravio dell'erario».
Venne inoltre costituito un Comitato di Pubblica Istruzione con il compito di preparare le proposte legislative che il Governo Provvisorio doveva attuare. Nel frattempo la rivoluzione veniva esportata fuori città fra entusiasmi e forti resistenze, in parecchi paesi e centri della Provincia, dove via via vennero eretti alberi della Libertà, formate Municipalità, radunate milizie locali. Lo sforzo organizzativo e di espansione trovò presto ostacoli decisi in quella che venne chiamata Controrivoluzione e che ebbe i suoi centri soprattutto nelle valli Sabbia e Trompia. Pur fomentata da abili propagandisti filoveneti, essa ebbe tuttavia carattere di spontaneità basandosi su una secolare fedeltà a Venezia. L'abolizione di privilegi concessi dalla Serenissima e l'avversione alle idee della rivoluzione giacobina e al centralismo da essa imposto furono i motivi principali dei Controrivoluzionari. Un primo epicentro della controrivoluzione fu Salò dove si instaurò subito una Municipalità giacobina che venne presto abbattuta. Contemporaneamente insorgevano la valle Sabbia e Valtrompia. Respinti i tentativi di pacificazione, il 27 marzo a Nozza sul prato dei Zentilini, rappresentanti dei Comuni della Val sabbia riconfermarono la fedeltà a Venezia armandosi ed organizzandosi sotto la guida del prete Andrea Filippi e di Giovanni Battista e Francesco Materzanini. L'esempio dei valsabbini si estese a quasi tutto il territorio come registra il Brognoli nel suo Diario: «la Riviera di Salò, cacciata la Municipalità, la Val Trompia, Sabbia, Camonica, Asola, Montichiari, Lonato, Bedizzole, Calcinato e Desenzano hanno giurato fedeltà a Venezia e tutti aspettano rinforzi». La situazione per la Repubblica si fece precaria e preoccupante anche per i francesi. Il Governo pensò allora di mandare a Salò il Generale Fantuzzi con l'aiutante generale Francesco Gambara per una dimostrazione di forza e un tentativo di persuasione. Dopo un primo scontro a Villanuova, il 30 marzo, i salodiani ripiegarono su Tormini. Il giorno dopo ripiegarono ancora verso Salò. Il generale Fantuzzi da una parte, poco propenso a versar sangue fraterno e dall'altra il conte Fioravante Zuanelli, comandante dei salodiani, poco persuaso delle proprie capacità militari, stavano parlamentando un armistizio quando piombarono sui rivoluzionari le truppe del prete Filippi, sollecitate il giorno innanzi dai salodiani. L'imperizia o l'imprudenza del Fantuzzi che, forse fidandosi degli iniziati patteggiamenti, non aveva lasciato alcun presidio a Tormini, determinò una completa disfatta con molti morti. I valsabbini risalirono in valle carichi di spoglie e di orgoglio. È spavento, si narra, per i giacobini bresciani e per il Governo provvisorio nel timore di sempre più ravvicinati attacchi. Vengono trattenuti ostaggi; si chiedevano aiuti a Milano, mentre insorgono altri paesi: Castenedolo, Ghedi, Rezzato, Chiari. Particolarmente tenace diviene la resistenza specie in Valtrompia. Le sue truppe controrivoluzionarie con Pietro Paolo Moretti e don Antonio Ussoli raggiungono la Stocchetta. Respinte dalle truppe della Repubblica bresciana con l'appoggio di quelle francesi del gen. Landrieux (che provocano incendi a Castenedolo, Concesio e Nave) vengono sopraffatte con vendette ed uccisioni così da costringere via via tutti i paesi ad arrendersi. Il 14 aprile cade Salò saccheggiato e definitivamente occupato dai francesi e dai "bresciani". Dopodichè tutti i paesi ad uno ad uno depongono le armi. Dichiarano di voler fraternizzare, scusandosi, come dice il Comune di Edolo «del denso velo di ignoranza e di inganno» che aveva avvolto le menti. Resistevano la Valsabbia, l'alta Riviera di Salò, ma la resa di tutta la Riviera oltre che del resto della provincia induceva i comandanti della Valle a chiedere il 31 aprile 1797 un armistizio nonostante il quale le colonne francesi del Chevalier e le colonne repubblicane al comando di Giuseppe Lechi risalirono il 3-4-5 maggio la valle incendiando, saccheggiando (Barghe, Preseglie, Vestone, Nozza, Lavenone), uccidendo e risparmiando solo i paesi disposti a versare molti denari. L'8 maggio, finite le fucilazioni e i saccheggi, veniva celebrata in Piazza Loggia la festa "della pacificazione".
Mentre la controrivoluzione veniva debellata, il Governo Provvisorio dall'1 maggio 1797 si riorganizzava allineandosi agli orientamenti della Costituzione bolognese e delle Municipalità emiliane. Veniva fissato a sessanta il numero dei membri del Governo, sei per ognuno dei dieci cantoni nei quali si divideva il territorio. Ogni centro di cantone, che però, si avvertiva con scrupolo democratico, non doveva avere alcuna superiorità sui comuni del cantone stesso, doveva avere un Commissario Nazionale, una Colonna mobile di Guardia Nazionale, formata con elementi del cantone, un Tribunale Civile e uno Criminale. Il Commissario Nazionale, che disponeva della Colonna mobile, che riscuoteva le imposte da trasmettersi a Brescia, che vigilava la situazione politica, che poteva adottare immediate misure poliziesche, era il capo effettivo del cantone. In Brescia, capitale della Repubblica doveva risiedere e funzionare il Tribunale Nazionale Criminale, composto da tre membri, per i delitti di lesa patria, come un vero e proprio tribunale rivoluzionario. Il popolo poteva partecipare al governo solo per mezzo di un diritto di petizione: presentando proposte a un Comitato di ascolto, che le trasmetteva, dopo averle vagliate, ai vari Comitati competenti, formati, come si è detto, dai sessanta membri pseudo-cantonali del governo. L'opera di democratizzazione era sorretta e protetta dall'importante Comitato di Vigilanza e Polizia. Ridicole alcune misure emanate, come la proibizione del lutto perchè contrario all'uguaglianza e l'imposizione del busto per le donne. Un'azione complementare a quella del Comitato era svolta dalla Società Patriottica di Pubblica Istruzione, modellata sul Circolo Costituzionale di Parigi e la cui attività si svolgeva per mezzo di cinque Comitati: di censura (diremmo di epurazione), di istruzione (cioè di propaganda con scritti, traduzioni, discorsi, rappresentazioni), di corrispondenza (per i contatti con le Società estere), di beneficenza (di assistenza dei patrioti indigenti) e di ispezione (con compiti di sorveglianza limitati alle adunanze). I trecentocinquantacinque iscritti dovevano essere il lievito democratico essendo investiti della soluzione dei più disparati problemi relativi agli ideali della nuova vita rivoluzionaria. La Repubblica si diede inoltre ad organizzare, ad opera di Estore Martinengo Colleoni, anche una sua milizia nella Guardia Nazionale istituita «per assicurare la pubblica tranquillità e il rispetto dovuto alle persone e alla proprietà». Al Comitato militare veniva affidata la nomina degli ufficiali superiori; dal capitano al caporale invece la nomina era affidata al voto di assoluta maggioranza delle singole compagnie. Furono obbligati al servizio tutti i cittadini dai 17 ai 50 anni. Venne istituito anche un "Battaglione della speranza" formato da fanciulli al comando di un generale bambino, certo Cavagnini.
Agitata la politica ecclesiastica. Ad una tiepida adesione da parte del vescovo di Brescia, mons. Nani, segue poi il suo esilio. A parte la volontà espressa di erigere "un immortale tempio alla ragione" viene decretato il matrimonio civile, la elezione da parte dei fedeli dei parroci, ma con il consenso del Governo provvisorio. Vengono aboliti i monasteri e le confraternite con relativo incameramento dei beni destinati, in parte a sostenere il Teatro Grande, ospedali e in parte venduti per rinsanguare le finanze repubblicane. Attenzione particolare venne posta alla scuola e al suo ordinamento. Pur riconoscendosi una certa libertà di insegnamento, anche religioso, controllata però con programmi ed esami, si mirò ad una vera e propria scuola di Stato. Si parlò di fondare un Collegio Militare, venne istituito un Liceo o Università di studi, una Biblioteca Nazionale, una Accademia di pittura scultura e architettura, una Scuola di Veterinaria, ecc. Per una democratizzazione laica e un'elevazione dell'educazione del cittadino venne adottato un "Calendario Repubblicano della Libertà e della Ragione" esemplato su quello della Rivoluzione francese. Particolare attenzione venne posta per il suo ruolo educativo al Teatro attraverso un Teatro Nazionale che fosse "una vera scuola di istruzione" e con la rappresentazione di drammi come "Morte di Cesare" di Voltaire, la "Virginia bresciana" del Salfi, la "Vestale dissotterrata", opera,quest'ultima, volta a combattere la clausura monacale; mentre proscritti il più possibile furono i melodrammi, le satire, le farse con maschere. Molti i provvedimenti adottati, come la destinazione dei beni dei monasteri e Congregazioni religiose agli ospedali e al Teatro. Si imposero ammassi obbligatori e calmieri, contro la rarefazione delle derrate. Si stanziarono grosse somme per la miglioria delle strade, si provvide all'illuminazione della città. Si organizzò su nuove basi l'amministrazione finanziaria di tutto il territorio. Si decretò un prestito forzoso e un altro volontario, si dichiarò la demaniabilità dei fiumi Bova, Celato e Grande. Questi e tanti altri provvedimenti son tutti documentati nella raccolta Bettoni.
E si riformarono istituzioni secolari: si svincolarono i beni soggetti a fidecommisso e maggiorasco, consuetudini che limitano i diritti di disporre della proprietà; si abolì la prelazione (per parentela o vicinato) come ostacolo alla libera contrattazione. Si pensò a un codice criminale che semplificasse e ordinasse le leggi e le procedure ereditate in complessa e spesso contraddicentesi sedimentazione dal governo Veneto. Intanto si abolì la tortura; la sola pena di morte consentita fu la fucilazione. Come ha rilevato Arsenio Frugoni «tutte queste iniziative erano seguite, esaltate, spronate da quella che fu detta il quarto potere: la stampa. Il Giornale Democratico uscito il 22 aprile e diventato dopo cinque mesi il Nuovo Giornale Democratico diretti entrambi dal giovanissimo Giovanni Labus segnavano la marcia della rivoluzione e delle riforme. E nell'ebbrezza della libertà si denunciavano, crudamente, tutti gli abusi, si allineava una rubrica di perchè sconcertanti e compromettenti senza risposta, si esponeva con una specie di catechismo la nuova dottrina. E in un certo tono spregiudicato di critica arrischiata si dissimulava spesso lo spirito di propaganda: insomma la stampa di ogni rivoluzione. E la città era allora tutta inondata di inni, di discorsi, di dialoghi, di satire contro i facili bersagli veneziani. Con parola nuova questa propaganda si chiamò elettrizzazione».
Il 21 novembre 1797 la terra bresciana entrerà a far parte della Repubblica Cisalpina costituita dal Ducato di Milano, Modena, Reggio, le Legazioni, Bergamo, Mantova, Brescia, col confine all'Adige.
Abbattuta dall'avvento dell'esercito austro-russo, la Repubblica Cisalpina venne restaurata il 5 giugno 1800 e ad essa seguì la Repubblica Italiana proclamata a Lione il 26 gennaio 1802, presidente Napoleone Bonaparte, cui seguì nel 1805 il Regno d'Italia, smantellato nel 1814 dall'esercito austriaco che instaurò il Regno Lombardo Veneto.