FEDERICI (3)

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FEDERICI

Una delle più antiche famiglie della Valcamonica e nei sec. XIII e XIV la più potente ed importante. Il Putelli propende a farli derivare dall'imperatore Federico. Fuori luogo la leggenda raccolta da P. Gregorio e da P. Zacco che discendesse addirittura da Giulio Silvio, fratello di Augusto dal matrimonio del quale con una tedesca di nome Costanza, sarebbe nato Federico, capostipite della famiglia, le origini di questa sono da fissarsi come sostenne già il Malvezzi all'epoca longobarda, nell'area genealogica dei Brusati e dei Mozzi di Bergamo. Nel sec. XIII i Federici avevano l'epicentro della loro potenza economica e politica a Montecchio al centro di quella che era stata la corte regia di Darfo. Nel 1230 essi sono detti di Montecchio e da qui espandono la loro presenza in Gorzone ed Erbanno, dove si fortificano e danno vita ai due rami principali della potente famiglia. Divenuti presto molto numerosi e potenti e in stretta consorteria con famiglie di prestigio come i Celeri di Lovere, i Beccagutti, i Rodengo ed altre con le quali, pure, avevano probabilmente comunanza di origine, divisero per qualche tempo il predominio di parte della valle con i Brusati, con i quali avevano avuto origine comune. Questi ebbero il predominio sulla sponda sinistra dell'Oglio da Pisogne fin alla corte regia di Darfo mentre i Federici tennero dapprima il loro dominio nel territorio della pieve di Rogno. I Celeri invece rimasero a Lovere mentre già in decadenza erano invece i Capitani di Sovere che pur nel 1254 avevano comunanze di beni con i Federici. In pratica la divisione dei beni tra consorti segnò anche i confini tra i territori di Bergamo e Brescia. Mentre i Federici, ghibellini accesi appoggiati sugli imperatori poi sui Visconti crescevano in potenza, i Brusati andranno decadendo specie dopo il sacrificio di Tebaldo e nel 1331 venderanno ai Federici e in particolare a Zanone detto Mastaglio di Gorzone, tutti i beni esistenti nella pieve di Pisogne, fra cui quelli di Gratacasolo che un tempo erano appartenuti ai Gratacasolei, anch'essi un ramo di Brusati. In questi territori si fissarono i Federici di Gorzone che in seguito vennero chiamati Federici di Artogne. Banditi da Brescia dal 1288 al 1291, i Federici si appoggiarono a Matteo Visconti, capitano del popolo di Milano. Brescia reagì assalendo e danneggiando gravemente il castello di Gorzone. Un arbitrato del 1291 vede allineati alcuni rami dei Federici e più precisamente: D. Lanfranco di Belotto dei Federici di Montecchio; Paracino, figlio di Lanfranco; Giovanni, figlio di Inzelerio; Zanonzino, figlio di Boiaco; Isonno, figlio di Zanone e Venturino suo figlio naturale; Bernardino, Belottino, Silino, Bocaccino e Ghidino fratelli e figli di Lanfranco; Fedrigino e Auzellino fratelli e figli di Giovanni qm. Anzelerio figlio naturale di Giovanni qm. Giovanni, Rainerio, Anzelerio, fratello di Giovanni; Ziliano, figlio di Boiaco qm. Anzelerio, Fedrigino figlio naturale di Boiaco, Giacomo, figlio di Zanone dei Federici e Zanoncino figlio di Giacomo, Anzelerio, figlio di Venturino qm. Zanone. Oltre al risarcimento di danni a favore dei Federici e la revoca dei bandi, essi ottennero la conferma dello «Status quo» esistente al tempo in cui Francesco della Torre era podestà di Brescia, per cui i Federici potevano avere e godere degli incarichi dei cittadini bresciani, e di tutti i loro privilegi, gli stessi che allora godevano «elli de societate militum». Questa clausola tornerà utile ai Federici quando usciti dai turbini delle guerre e placati gli animi all'ombra di San Marco, nel secolo XVI chiederanno ripetutamente a Brescia di essere ammessi ai privilegi dei nobili bresciani. L'appoggio dei Visconti, e anche l'abilità amministrativa dei Federici portò questi ad una continua potenza politica ed economica attraverso acquisti di grandi proprietà fra cui quella degli Umiliati di Esine, dei Brusati di Piano e Artogne, e l'ottenimento di livelli, investiture, affittanze, particolarmente da parte del vescovo di Brescia. In più, verso la metà del '300 i Federici, si insediano a Mu, Edolo e in tutta l'alta valle favoriti certo dai Visconti, preoccupati di controllare i confini e specialmente i passi e i versanti esterni della Valcamonica, oltre l'Aprica e il Tonale. Acquistarono così, attraverso forti alleanze con i Capitani di Stazzona, beni in Valtellina; altri ne ottennero nel Trentino, dove tra l'altro un Giacomo Federici, figlio del conte Giovanni, fu investito del castello di S. Michele di Ossana. Nel frattempo i Federici assorbivano via via i beni degli sconfitti come quelli degli Antonioli di Grevo, dei Signori di Cimbergo. Il ceppo di Gorzone si estende in tutta la bassa e media valle, salvo che in alcune zone a predominanza guelfa come Breno, Losine, Braone, Lozio ecc. dove prevalgono le famiglie dei Griffi, dei Ronchi, dei Nobili ecc. Cividate invece è in mano federiciana, Breno li vedrà presenti nel sec. XV. Davanti a loro intanto declinavano oltre a quelle dei Beccagutti e dei Brusati altre famiglie come quelle dei Magnoni, dei Gaioni, del Beldieri, dei "domini" di Vione che cedono il passo. Il ramo che portò al massimo di espansione la stirpe dei Federici, fu quello di Erbano. Il primo e forse capo rano fu Girardo figlio di Lanfranco dei Federici di Monteccio, ricordato in atti del 1327, 1333 ecc. quando era già proprietario di beni in Esine, in seguito ad acquisto fatto nel 1314 dei beni degli Umiliati, da parte di Zanone e Ziliano q. Boiaco dei Federici di Gorzone. Perduto nel 1291 il castello di Montecchio Girardo ebbe sicuramente tre figli: Antonio, Pasino e Goffredo ricordati in atti del 1336, 1338 ecc. come già operanti acquisti in alta Valcamonica, a Vezza e altrove. Antonio è presente nel 1363 come capo Ghibellino a un raduno Bergamasco quando Bernabò Visconti aizzando le fazioni diede ai Ghibellini il diritto di uccidere ogni Guelfo che avessero incontrato e di incendiarne le case. Pasino, che fece diversi acquisti in Edolo e Dalegno, è ricordato molte volte. Egli è padre di Giovanni, Marco e Goffredo. Di Marco poco o nulla sappiamo; da Giovanni e Goffredo discendono le famiglie Federici, che diedero origine ai vari rami dei quali ci stiamo interessando. Più precisamente da Giovanni discesero i Conti di Mù e di Vezza, i signori di Ossana e il ramo di Teglio di Valtellina; da Goffredo: i Federici di Edolo, di Sonico, di Borno, di Cemmo dei quali parecchi divennero cittadini bresciani. Giovanni (v.) è fra le figure di maggior spicco tra i Federici. Sostenitore della politica viscontea e ghibellina, costruì la casa ora Zuelli di Edolo, il palazzo di Vezza, e con i suoi riattò torri e rocche a Edolo, Precasaglio, Corteno, Sonico ecc., collegate tra loro. Il fratello Girardo invece stava nella rocca di Mù, dove pure sorse sorse più tardi una bella casa. Da Edolo Mù o da Erbanno, Giovanni Federici tenne le fila del partito ghibellino e filovisconteo e solo con i Celeri e i Foresti o i Suardi combattè e perseguitò i guelfi anche fin nelle valli bergamasche. Nel 1389 è presente quale capo dei ghibellini a una delle tante paci coi guelfi al ponte della Minerva. Il sopravvento di Pandolfo Malatesta, dopo la morte di G. Galeazzo Visconti, portò a Giovanni Federici nuovi favori, fra cui esenzione di tributi durate fino alla Rivoluzione francese e il pedaggio del ponte di Edolo, che passò più tardi ai Griffi che lo acquistarono per incanto. Il 9 aprile 1410 poi Giovanni Maria Visconti, onde rafforzare la difesa dei confini del Ducato di Milano investiva Giovanni q. Pasino - dei Federici di Erbanno della Contea di Edolo, dichiarandola di "misto e mero impero" e totalmente indipendente da Brescia e dalla Valcamonica. Inoltre concedeva ai Federici lo stemma con la mezza aquila imperiale in campo d'oro nello scudo partito con tre bande trasversali scaccate di bianco e d'azzurro" al quale più tardi verrà aggiunto il "capo dell'Impero". Prima i Federici avevano stemmi con tre bande trasversali a scacchi bianchi e azzurri. A Giovanni morto nel 1415 successero i sette figli Antonio, dottore in legge, Marco, Giacomino, Lanfranco, Alberto detto Bettinzone, Bertolasio e Pasino. Da costoro di scendono i conti di Vezza, i Conti di Mù, i Signori di Ossana e 1 ramo di Valtellina che si stanzierà a Teglio. Mediante l'appoggio prestato a Filippo Maria Visconti, Giovanni raggiunse il massimo della sua potenza quando nel 1412, l'arciduca d'Austria Federico infeudò suo figlio Comino del castello di Ossana, e potè controllare i castelli, case fortificate e torri dal lago d'Iseo attraverso Artogne, Gorzone, Erbanno, Angolo, Esine, fino a Mù Edolo e ai piedi del Tonale. Nel 1443 Filippo Maria Visconti oltre che confermare le esenzioni già concesse le ampliava. Dal 1426 con la crescente presenza della Repubblica Veneta anche la potenza dei Federici ed il loro predominio andò declinando. Con l'occupazione della valle fino a Breno da parte del Piccinino nel 1427, e l'occupazione del castello di Mù, difeso da Alberto Federici avvenuta il 10 gennaio 1428 da parte delle truppe di Giacomo Barbarigo, i Federici si sottomisero a Venezia la quale con ducale del 5 luglio 1428 accettava Antonio e Bertolasio Federici figli di Giovanni e i loro nipoti quali buoni e fedeli sudditi e restituiva loro la rocca di Mù, mentre veniva loro tolto il feudo di Lozio. Al contempo però, con grave scorno dei Federici, Venezia riconosceva il prestigio in Valcamonica del conte Bartolomeo dalla Torre, di Cemmo. Ciò spinse nel 1432 i Federici ad un nuovo voltafaccia che li portò di nuovo ad appoggiare il Carmagnola e il Piccinino che erano al servizio di Filippo Maria Visconti e che promise a Federici la Contea di Cemmo. Ma fu vittoria di breve tempo. Infatti Venezia riconquistava la Valle e, toglieva il pedaggio del ponte di Mù, e donava al conte di Cemmo i beni tolti ad Antonio Federici ed ai suoi nipoti. I Federici si vendicarono, sulla fine del 1432 catturando il conte di Cemmo che fu costretto a giurare fedeltà ai Visconti. Ma liberato di nuovo da Venezia, il 29 dicembre 1434, il conte di Cemmo faceva il suo ingresso in Edolo e riceveva l'omaggio di fedeltà dell'alta valle. Una nuova parentesi di dominio dei Visconti e dei Federici si ebbe nel 1438 e il 2 aprile 1439 procurava ad Antonio e Bertolasio la riconferma del feudo edolese. Mentre il conte Bartolomeo da Cemmo sbagliava i conti orientandosi verso i Visconti, i Federici all'ultimo momento, forse per sollecitazione di Pietro Avogadro la cui figlia era passata in moglie ad Alberto detto Bettinzone si proclamarono sudditi di Venezia, così da riavere, il 5 gennaio 1441, i beni confiscati e dati al conte di Cemmo, e il 25 febbraio molti beni della Contea stessa per il reddito di 450 ducati. Rimasero fedeli ai Visconti Damiolo e Antonio Federici q. Pasino e il conte Gabriele di Vezza d'Oglio. Essendosi rifiutati di sottomettersi a Venezia, vennero banditi e i beni di Damiolo e Antonio andarono in gran parte ai cugini Goffredo e Omobono che per la loro fedeltà a Venezia erano stati banditi nel 1438 al ritorno di Pietro Visconti e privati dei beni da loro posseduti in Valtellina, donati dal duca di Milano al conte Damiolo. Un'altra ribellione ghibellina verificatasi verso la metà del 1441 rientrò quasi subito. Dopo pochi anni di pace, durante la quale Venezia fece restaurare i castelli di Breno e di S. Martino di Corteno, verso la fine del 1446, i Visconti attaccarono dalla Valtellina e Minolo Federici insorse in loro appoggio occupando il castello di Corteno. Dopo aver prevalso sulle truppe venete il 18 ottobre 1448 facevano pace con Venezia, restituendo tutti i territori ed abbandonando a se stesso Minolo Federici che venne arrestato, condotto a Venezia, imprigionato fino all'ottobre 1450 e rilasciato poi sotto cauzione con domicilio coatto. Fuggirà più tardi in Valtellina e lo ritroveremo fedele a Milano. I suoi beni che erano estesissimi furono dati in piccola parte ai Nobili e la maggior parte al Colleoni; sicuramente i Federici di Edolo al ritorno dello Sforza nel 1454 furono con lui alla conquista del Castello di Breno. Ma Venezia volle pace dura tura, e così fu. La discendenza di Giovanni conte di Edolo era andata intanto diramandosi. Il primogenito Antonio ebbe almeno tre figli: Giovanni Bartolomeo (che nel 1417 era procuratore dei giovani figli di Pasino nell'investitura della contea, e nel 1440 riaveva i beni confiscati da Venezia), Giovanni Battista (dottore e sacerdote nel 1442 rinunciava ad un beneficio a Cividate Camuno, e nel 1445 riceveva un'investitura in Vezza d'Oglio dal vescovo di Brescia), e Gabriele (che fu tra i ribelli a Venezia bandito, e forse emigrato a Padova dove avrebbe avuto lunga discendenza). Marco, figlio di Giovanni, non ebbe discendenza. Da Alberto detto Bettinzone che aveva sposato una Avogadro nacquero Antonio, Minolo, Cristoforo, Giovanni e Giorgio. Di Antonio e Giorgio si sa poco o nulla. Minolo, (v.) che fu valoroso guerriero diede vita alla linea dei Federici di Teglio. Cristoforo q. Alberto ebbe fra i suoi discendenti Antonio (vivente nella II metà del sec. XV), Cristoforo e Abramo. Da Cristoforo q. Antonio (morto nel 1537 c.) e già presente a Mù discesero i Federici che durarono più a lungo a Mù. Giovanni q. Alberto bandito il 15 dicembre 1462 chiedeva di poter tornare in possesso dei suoi beni, ciò che egli fu accordato il 19 gennaio 1463. Trasferitosi a Brescia da lui discese la linea cittadina che diede notai collegiati, magistrati ecc. fra cui Lanfranco e Bertolasio i quali assieme a Antonio e Comino ebbero assegnate la parte più centrale del feudo ed in modo particolare i beni di Incudine, Vione, mentre ad Alberto e Pasino toccarono i beni di Edolo e Mù oltre a molti altri possedimenti camuni, con epicentro in Vezza d'Oglio. Da Bertolasio nacquero Pietro e Giovanni, Pietro ebbe un figlio naturale di nome Giovan Mattia che veniva legittimato in presenza del cugino Conte Bertoldo di Ossana. Resteranno in Vezza fin verso il 1480, ma il figlio di Giovan Mattia, Giovan Francesco, evidentemente a seguito del precipitare delle fortune, si trasferisce a Breno, ove, esercitato il ministero notarile, si spegne senza lasciare discendenti. Da Giovanni, ricordato in una carta del 1459, nasce Bertolasio, testimone in una convenzione con il comune di Edolo del 1496 ove è ricordato come «Bertolasio qm. Joannis qm. comite Bertolasio, habitator Breni». Discendenti invece del conte Lanfranco, restarono in Vezza possedendo il vecchio palazzo comitale fin verso la fine del secolo XVII. Ma non ebbero storia. Da Lanfranco qm. Cristoforo qm. Co. Lanfranco vivente nel 1476 nacque Giovan Cristoforo che ebbe quattro figli: Evangelista, Antonio, Pompeo e Valerio. Pompeo oltre che patrono con i suoi nipoti della chiesa di S. Leonardo di Vezza d'Oglio, donò il bel portale della parrocchiale. Successivamente si trovano notizie di un Abram ricordato quale teste ad un matrimonio in Edolo di Casa Federici nel 1611, di suo figlio Evangelista e del nipote Gio. Cristoforo vivente in Vezza nel 1692. Poi o si estinsero od emigrarono. I Federici ebbero influenza in Valtellina attraverso parentele con i Capitani di Stazzona, ramo dei Capitani di Sondrio che dominava la zona intermedia compresa tra i feudi dei Venosta a nord e dei Cattanei di Sondrio a sud. I Duchi di Milano, poi, conferivano ai Federici diverse cariche: come la podesteria di Bormio già dal 1408 a un Federici di Gorzone; nel 1417 a Gian Benedetto Federici, la cui figlia andava in sposa a Modesto degli Alberti, primario cittadino bormiese. Il nucleo principale dei beni era già dei fratelli Giovanni e Gherardo e probabilmente del loro padre Pasino. I Federici andarono rafforzandosi in Valtellina con Damiolo e Antonio e più tardi dopo il 1428 con Minolo. Si sviluppò anche una sorda lotta fra i discendenti di Giovanni e di Gherardo. Nel 1439, tuttavia, un Cristo foro Federici di Gorzone veniva creato podestà di Tirano; nel 1442, il conte Damiolo ebbe la podesteria di Teglio che gli venne confermata nel 1445, aprendo una serie di attività nella stessa direzione, come ricompensa ai conti Damiolo e Antonio per i beni perduti in Valcamonica a causa della loro fedeltà ai Visconti. Damiolo tuttavia volle vendicarsi dei beni perduti in Valcamonica e, sembra nel 1444, a capo di un gruppo di fedeli, penetrò in Valcamonica, piombò su Sonico rapinò il cugino di 4.424 ducati e ritornò a Teglio, compensandosi in tal modo dei beni confiscatigli. Incarichi di rilievo coprì in Valtellina anche Antonio Federici, che fu tra l'altro più volte podestà di Tirano, mentre suo figlio Bartolomeo fu, nel 1478, governatore della Valtellina. In mano ai Federici e particolarmente a Giambattista e Damiolo rimase la podesteria di Teglio. Allo stesso venne offerta nel 1496 la podesteria di Val Sesia. Più tardi pretese eccessive soperchierie lo portarono perfino in prigione, dalla quale lo trasse un ordine del duca di Milano. Ma ormai la potenza dei Federici di Valtellina stava tramontando anche se alcuni di loro sono presenti negli avvenimenti della Valle come il Sacro Macello ecc. fino a quando scomparvero. Continuò invece il ramo di Minolo e di suo nipote Michele dai quali discesero probabilmente gli attuali Federici di Tirano. Da Gherardo q. Pasino fratello di Giovanni nacquero tra gli altri Goffredo e Omobono. Da Goffredo il Sinistri fa discendere i Federici di Edolo che per tre secoli resteranno legati al capoluogo dell'alta Valcamonica, mentre da Omobono discesero i Federici di Sonico. Installatisi in alta Valle presumibilmente nel sec. XIII (il diploma di Corrado II del 1024 che li favorisce è spurio) come lo è un Ottaviano Federici, inventato nel seicento e quel mitico Curzio da Edolo che avrebbe ricevuto benefici dal Barbarossa nel 1164 che lo avrebbe fatto principe e sindaco di tutta la Valcamonica). Dubbio è anche quel Lanfranco che compare nel sec. XIV e che avrebbe stretto un patto con Matteo Visconti, ottenendo la cittadinanza di Brescia. Sembra invece che soltanto con Pasino i Federici si siano stabiliti in alta Valle, specie da quando nel 1355 egli venne investito dal vescovo di Brescia Bernardo di tutte le decime vescovili del territorio di Edolo. Infatti Girardo o Gherardo q. Pasino è, negli anni a cavallo del '400 abitante della rocca di Mù. Ma quasi contemporaneamente ha su Girardo la prevalenza temporanea Giovanni mentre i figli di Girardo ne continuano la discendenza e precisamente Goffredo quella dei Federici di Edolo e Omobono quella dei Federici di Sonico. Goffredo aderisce nel 1428 alla politica filo-veneziana certo in contrapposizione dei cugini conti di Mù e di Vezza, schierati con i Visconti. Goffredo abita anzi presso la torre di Edolo in quella che sarà per secoli l'abitazione dei suoi discendenti. Bandito dal duca di Milano, i suoi beni vennero attribuiti al cugino conte Damiolo. Tuttavia dopo la vittoria di Venezia non solo egli riebbe i suoi beni, ma ottenne la reintegrazione da parte almeno dei suoi parenti ribelli a Venezia allargando con continui acquisti il suo patrimonio fondiario che il figlio Abraham succedendogli nel 1460, amministrerà saggiamente ed accrescerà curando anche la proprietà di Erbanno. Acquisita la Valle a Venezia i Federici ebbero con altre famiglie il monopolio della carica di Sindaco della Valle, oltre che quella di consiglieri. Goffredo primogenito di Abraham trapianterà di nuovo il suo ramo ad Erbanno dividendo il suo patrimonio tra i figli Ghirardo, Filippo e Pietro. Il primo incontrerà il suo potere in Erbanno; Filippo resterà in Edolo pur cercando punti d'appoggio a Brescia dove già erano i Federici di Artogne e di Angolo; Pietro invece si trapianterà a Breno. Ma i Federici sono ormai diramati in tutta la Valle coabitando con i vari rami in più luoghi. Ad un contratto del 1471 in via Foppa a Edolo sono presenti Jacobino Federici di Gorzone, Giovanni di Bartolino Federici di Erbanno abitanti a Capodiponte di Mù. Un ramo dei Federici sarebbe all'origine dei Mastai di Sinigallia da dove discese poi Pio IX. Nel 1472-1491 è infatti presente ad Artogne Carlo q. Antonio de Mastais de Federicis che poi sarebbe emigrato (v. Mastai). Filippo acquista in Brescia "domus cum curia et orto" da Gervasio di S. Gervasio in contrada S. Antonio e compra a Roncadelle beni dei Porcellaga. Anche Ghirardo tuttavia nel 1494 raggiungerà Erbanno, lasciando ad Edolo suo figlio Giuseppe che nel 1520 cederà i suoi diritti al comune. Resta ad amministrare i beni di Edolo, un suo figlio naturale, Battista dal quale discendono Ulisse, Ghirardo, Ulisse (nato nel 1595), che sposò Barbara Ronchi e fu sindaco in Vallecamonica. Superato il periodo della dominazione franco imperiale e spagnola di cui i Federici furono sostenitori, Filippo Federici ospita nel 1516 a Edolo Massimiliano d'Austria ottenendo di essere reintegrato nei suoi diritti. Pietro eredita poi i beni della Media Valcamonica e specie a Paisco, Sellero, Cemmo e Borno. Da Breno e da Boario egli riesce a rafforzare la potenza economica dei Federici di Erbanno passando alcuni beni al figlio stabilitosi a Cemmo, suscitando con ciò lunghe controversie. Pietro ebbe sicuramente quattro figli: Cosmo che si trova a Breno nel 1530, ma di cui non si conosce la discendenza e che forse si fece sacerdote; Tito che è il primo dei Federici di Borno; Paolo che ebbe un figlio di nome Giulio, morto senza eredi e Giambattista, risiedente in Cemmo che ebbe Pietro che forse mori senza eredi. A Filippo successe in Edolo, il figlio Abram, ma sia il padre che il figlio finirono con scontrarsi sempre più frequentemente con il comune di Edolo sempre più geloso della sua indipendenza. Anche Abram, infatti, avrà come principale scopo di rafforzare la sua discendenza in Brescia, ma solo nel 1548 i suoi successori riuscirono ad avere la cittadinanza bresciana dopo aver dimostrato che fin dal 1291 i Federici erano stati ammessi alla "Società dei Militi" e fin dal 1378 erano stati compresi nell'estimo cittadino. Abram lasciò tre figli: Stefano, Lorenzo, e Giovanni Agostino. Omobono ebbe tre figli Giacomo, Michele e Stefano. Del primo si conosce discendenza; Stefano (v.) fu giureconsulto molto apprezzato mentre Michele fu il continuatore dei Federici di Sonico, attraverso il figlio Bartolomeo che ebbe tre figli: Simone, Omobono e Stefano. Quest'ultimo fu sacerdote. Da Simone ed Omobono invece, discesero due linee distinte. Da Simone (nominato nel 1523 e ancor vivo nel 1569) nacque Giovanni Antonio (ricordato nel 1573) che ebbe Isaac. Da Isaac e da Flerida Federici nacque Gerolamo (morto nel 1615), benefattore dei cappuccini di Edolo. Da Isaac nacquero tre figli: Gerolamo, Giovanni Antonio ed Elena. Gerolamo sposò Lelia Griffi di Edolo e fu molto attivo; Giovanni Antonio subì nel 1637 tre anni di confino per l'uccisione di tale Andrea Damioli di Rino di Sonico. Da Gerolamo nacquero Camillo che fu sacerdote, Maria Quintillia (morta nel 1696) Isaac e Paolo. Di nessuno di loro si conosce la discendennza che del resto era finita agli inizi del sec, XVIII. L'altro ramo dei Federici di Sonico deriva da Omobono q. Bartolomeo, presente nel 1511 in un atto del Comune di Edolo. Egli ebbe un figlio, Girolamo che sposò una Griffi, ricordato in atti nel 1569 ecc. Da lui nacquero Fiorenza, sposa ad Albricci di Angolo, Ippolita, moglie di Giovanni Puritani di Esine, e Leandro che prese in moglie Orilda Celeri da Malonno. Leandro, grazie al matrimonio ebbe posizione preminente; la leggenda gli attribuisce anche l'aver esercitato lo "jus primae noctis" e perciò sarebbe stato ucciso. Fuori della leggenda Leandro ebbe un figlio naturale, Pie tro che non risulta avesse discendenza. Delle due figlie legittime, Lelia sposò Giovanni Antonio Camozzi di Breno, Flerida sposò Isaac Federici di Sonico, dal quale ebbe Geronimo che fu l'erede universale di Leandro. A Sonico era presente a metà del sec. XVII anche un Prospero Federici q. Ismaele, probabilmente del ramo di Giovanni Antonio che ereditò i beni dell'ava Camilla Federici. A tale ramo potrebbe appartenere il dott. Giovanni Antonio Federici, che abbracciato il protestantesimo si recò a Teglio e peri nella rivolta del Sacro Macello. La tradizione vuole che i Federici di Sonico si siano estinti per troppa frequente consanguineità. Dei tre figli di Abram ebbero discendenza, Stefano e Giovanni Agostino, mentre Lorenzo fu dottore collegiato e, probabilmente senza discendenza. Stefano che compare in documenti degli inizi del sec. XVI e che nel 1532 riceveva affitti vescovili ricopri cariche importanti. I suoi figli, ancora minori alla sua morte, vennero affidati alla tutela di Giorgio q. Giovanni Agostino Federici di Edolo. Questi, sposato a Polissena Caravaggio, gravitò a Brescia e diede origine ad un ramo cittadino che diede una lunga serie di dottori collegiati ed era ancora rappresentato nel Consiglio Maggiore di Brescia nel 1797. Stefano primogenito di Abram, invece, visse la maggior parte dei suoi anni a Edolo ed ebbe l'eredità maggiore che trasmise ai suoi figli e cioè a Filippo, che non ebbe prole, Lodovico giureconsulto che visse a Brescia, Giovan Francesco, che rimase a Edolo, Aloisio che si trasferì a Breno e poi a Brescia ed ebbe una figlia, Cecilia, moglie di Lodovico Porcellaga. A Edolo i Federici costituirono un jus patronato per la chiesa di S. Giovanni che venne ampiamente beneficata. I figli di Stefano, arrivati alla maggiore età, si divisero il largo patrimonio che comprendeva possedimenti a Edolo, in Valtellina, a Precasaglio, Incudine, Paisco, Sellero, Esine, Erbanno, Cellatica, Roncadelle, Gussago, Rodengo ecc. I figli di Giovan Agostino: Pompeo, Giovanni Abramo, Giorgio e Marta, vendettero i loro beni in Edolo e si stabilirono a Brescia. Giovan Francesco (nato nel 1541) visse a Edolo, senza sposarsi. Ebbe un figlio naturale di nome Federico che legittimò nel 1602 e al quale lasciò parte del suo patrimonio, mentre il resto andò ai fratelli Lodovico e Aloisio. Benché Federico non venisse ammesso nella nobiltà, i suoi figli ebbero onori e benefici pari agli altri Federici. Da Federico, nacquero Abramo (16111679) e Giovanni Pasino. Questo ramo visse sempre in Edolo. Aloisio e Lodovico invece vissero preferibilmente a Brescia. Aloisio sposò Antonia Bonvicino che gli portò beni esistenti a Verola, mentre egli ne aveva a Breno. Fu podestà di Salò ed ebbe il figlio Giulio, come vicario. Ebbe due figli Pietro Paolo notaio, e Giulio dottore collegiato che ebbe discendenza. Lodovico fu dottore collegiato e letterato e ebbe discendenza attraverso Stefano (nato nel 1575) che divise la sua dimora a Brescia, Edolo e Ossimo. Stefano ebbe numerosi figli fra cui Filippo, Lorenzo, Lodovico, Bartolomeo, Bartolomea ed Elisabetta. Nel sec. XVII i Federici si avviarono decisamente verso una rapida decadenza causa anche la mortalità che li colpì in età giovane. Da Filippo nacquero Gerolamo e Lelio, morti senza prole. Da Lorenzo (1637-1707) nacquero Giovanni Battista, canonico di Edolo. Stefano, dal quale nacquero Achille e Alvise, morti a Boldeniga; dove i Federici ebbero beni. Solo Alvise ebbe una figlia naturale, Anna Maria, l'ultima Federici, nata a Edolo nel 1714, come registra T. Sinistri. Filippo ebbe Lelio morto giovane senza lasciar discendenza. Da Ludovico, che sposò Maria di Gio. Pietro Sarotti, famiglia onorata ma modesta, originaria di Edolo, nacquero: Bartolomea, Antonio, Anna Lucia, Maria Elisabetta, Lorenzo e Stefano. Morirono quasi tutti giovanissimi. Rimasero solo le due sorelle Anna Lucia che sposò Goffredo Federici e M. Elisabetta. Riprendendo le varie discendenze dei figli di Stefano, da Ludovico nacque altro Stefano, che sarà l'ultimo maschio di questo ramo a sopravvivere, residente a Brescia. Bartolomeo dottore collegiato non ebbe discendenza. Bartolomea sposò Ottavio Baitelli e la sorella Elisabetta Giovan Antonio de' Rizzieri di Ossimo. Nel 1730 viveva perciò solo Stefano qm. Lodovico nato nel 1686 e figlio di Marta Fenaroli, che inizierà una lunga causa contro le cugine Anna Lucia ed Elisabetta, rivendicando a sè il fedecommesso istituito dall'avo Stefano nel 1645. Probabilmente la morte lo colse prima di aver avuto la soddisfazione di veder riconosciuti di diritti che egli a buona ragione vantava. Si era anche estinta la linea di Aloisio qm. Stefano (15601625). Da suo figlio Giulio erano nati Carlo, G. Battista dottore e Cecilia in nob. Pavoni. Gio.Battista che in Edolo nel 1671 fa ricognizione formale di tutti i beni ancora posseduti, ha due figli: Aloisio (n. 1657) e Carlo (n. 1659) vissuti a Brescia come lui e morti senza successione. Da allora l'eredità dei Federici si polverizzò mentre i resti passarono a Goffredo Federici di Erbanno, che non ebbe figli, e vendette quanto possedeva ai Sinistri, Calvi, Sarotti, Tosana, Patelli, Serini e poi ai Foonari) mentre il resto passò ai Baitelli. Nel 1761 alle autorità venete riuscì difficile rintracciarne alcuni perché venissero ammessi, come di diritto al consiglio di Valle. Stemma: «D'oro a tre bande scaccate d'azzurro e d'argento (Dal 1400 col capo dell'Impero) e, per il ramo comitale: «Partito, nel 1° d'oro alla mezz'aquila di nero uscente dalla partizione, nel 2° d'oro, alle tre bande, scaccate d'azzurro e d'argento». I Federici furono presenti in molte località della Valcamonica. Ad Artogne ebbero in proprietà una bella casa poi trasformata e che dell'antico splendore conserva i portali, opera della fine del sec. XV. Innalzarono torri in Gratacasolo, Beata e Piancamuno. Ad Artogne ereditarono o comprarono dagli Albrici una casa che poi cedettero ai Franzoni. A Erbanno dove ebbero il Castello è ancora ben conservata la casa Federici con affreschi della fine del sec. XV. Altra casa i Federici di Erbanno ebbero in località S. Martino. La casa ridotta a cascina (ora di proprietà Sangalli) conserva ancora interessanti portali di cui uno con le lettere T.F. e la data 1598 ed altro con le lettere GU. FE. e stemma. A Esine possedettero fin dal sec., XIV quello che ancor oggi si chiama il Castello forse perché i casamenti ancora esistenti sorsero su un primitivo luogo fortificato. Ricordo dei Federici è a Esine, anche la torre. Altra casa ebbero a Borno fabbricata sulla fine del sec. XV o nel sec. XVI dai Federici, probabilmente di Erbanno. Nel 1318 intervennero a sedare le questioni fra quelli di Borno e quelli della Val di Scalve per i possedimenti del monte Negrino. La questione venne chiusa dal lodo di un Federici di Darfo nel 1682. Nel 1413 un Federici ottiene investiture in Borno ed in Ossimo. Nel 1498 tuttavia i Federici erano in contrasto con il Comune di Borno. Avversioni ataviche dovettero portare il 14 aprile 1590 alla uccisione in Borno di Alfonso Federici mentre il 25 giugno 1592 sempre in Borno, Tito Federici uccide e deruba, con altri, Paolo Camozzi, e per questo nel 1596 viene bandito dalla Repubblica Veneta. Dal '300 al '600 ebbero casa anche a Berzo Inferiore, che fu poi dei Bontempi. A Vezza d'Oglio esistono ancora la casa (il portale porta lo stemma della famiglia con le iniziali P.F. e la data MDLXIII) e la torre, che sorgono al centro dell'abitato. I discendenti di Gherardo, fratello di Giovanni, conte di Edolo costruirono in Edolo le case site nell'odierna via Monte Grappa che formarono un complesso fortificato sulla strada per l'Aprica. A Mù possedettero la rocca oggi quasi rasa al suolo, e che ebbe la maggior potenza nei sec. XIV e XV. Ebbero inoltre case in paese che ornarono del biscione vi sconteo. Dei Federici esistono a Mù di Edolo, sotto la Chiesa i resti di quella che fu la loro residenza del sec. XIV. Si trattava di un complesso abbastanza modesto ma compatto. Si stabilirono anche a Iseo, presumibilmente agli inizi del sec. XVII. Pietro Federici q. Giacomo Antonio q. Gio. Francesco da Erbanno di Valle Camonica "speciaro in Iseo", secondo le polizze d'Estimo 1642 del Comune d'Iseo. Pietro Federici era rivendicato dalla città di Brescia come proprio "civis", essendo invece situato come "originario" in Iseo. A Brescia, i Federici ebbero tra l'altro casa in contrada S. Antonio e tombe in S. Francesco. Un ramo di Erbanno si trasferì nel Trentino con Giacomo v. Jacobino occupando il castello di Ossana subito dopo la sollevazione popolare contro il vescovo Giorgio di Lichtenstein nel 1407. Giacomo entrò nelle grazie dei Conti di Tirolo ai quali giurò fedeltà ed obbedienza nel 1412 e crebbe nelle sue grazie così da essere investito del castello di S. Michele e nel 1429 nominato vicario generale delle valli di Non e di Sole. Suo figlio Federico ricostruì dalle fondamenta il castello di Ossana. Questa famiglia detta anche Ursana fu iscritta alla matricola nobiliare tirolese nel 1472. L'ultimo discendente morì nel 1568 e i suoi beni passarono ai conti Heydorf che subentrarono nel dominio di S. Michele. Arma: Partito. Nel I d'oro all'aquila imperiale nascente, nel II d'oro a tre bande contrabandate d'azzurro e d'argento. Sempre provenienti dalla Valcamonica sono i Federici di Milano. Con D.P. del 17 giugno 1929, trascritto nei registri della Consulta Araldica il 18 stesso mese, veniva riconosciuto a Federico Federici, di Bortolo, il titolo di nobile, trasmissibile ai suoi discendenti legittimi e naturali d'ambo i sessi per continua linea retta mascolina e lo stemma sopra descritto. La famiglia è iscritta nel Libro d'Oro della Nob. Dal. in persona di Federico, di Bortolo, di federico di Bortolo, n. a Milano, 11 dicembre 1896, spos. a Carimate Brianza il 7 ottobre 1925 con la nobile Giovanna dei baroni Airoldi di Robbiate. Fra gli epigoni della famiglia sono da considerare i Federici (mortovi il 16 agosto 1928). Fra gli ultimi Federici del Bresciano sono da ricordare il nob. Lodovico (morto a Iseo a 62 anni il 28 novembre 1933).