FARFENGO (2)
FARFENGO (in dial. Farféngh, in lat. Farfengi)
Borgo ad oltre 2 Km. a NE di Borgo S. Giacomo, a m. 75 s.l.m. È frazione di Borgo S. Giacomo. Ecclesiasticamente è nella vicaria di Quinzano d'Oglio, zona VII della Bassa Occidentale. Nel sec. X è "Fartefingo", nel sec. XI "Farfingo", nel sec. XIV "Farfengo". Abitanti (Farfenghesi): 500 ca. nel 1600, 450 nel 1647, 380 nel 1656, 460 nel 1668, 354 nel 1677, 389 nel 1684, 300 nel 1703, 320 nel 1707, 450 nel 1807, 463 nel 1814, 525 nel 1850, 570 nel 1857, 570 nel 1887, 650 nel 1876, 650 nel 1885, 670 nel 1895, 700 nel 1900, 727 nel 1902, 700 nel 1908, 850 nel 1915, 871 nel 1927, 871 nel 1938, 900 nel 1950, 900 nel 1955, 600 nel 1965, 500 nel 1978.
Secondo alcuni studiosi (Grammatica) indicherebbe l'insediamento in epoca longobarda di un nucleo familiare discendente da un progenitore o, meglio, da "Farfa" = "fara" famiglia retta dal padre (fare) ma religioso, e "eng" = area, per cui significherebbe area di un monastero che amministra beni rurali. E ciò per concessione regia longobarda. Ma il Laeng, riferendosi alla forma più antica, del sec. X (Fartefingo) è portato a farlo derivare da "Varten-ing" che significa luogo di guardia militare. Altri lo fanno derivare addirittura dalla voce longobarda "Faderfium" per indicare la dote nuziale della figlia. Fece parte del pago Farraticanum o gli era vicino. Il nome compare in un placito del 1001 riguardante il marchese Tebaldo degli Attoni, conte di Brescia e sostenitore di Enrico II contro Arduino d'Ivrea di cui fu feudo. Vi esistette un castello feudale anche se di relativa importanza. Suoi rappresentanti nel maggio,giugno 1427 giuravano fedeltà a Venezia. Proprietà sempre più vaste passarono dal 1330 da Beltrano de Francis di Orzinuovi a Pietro Martinengo radicando in luogo il potere della potente famiglia. Nel sec. XIV vi acquistò possedimenti un Bettoncello Fé proveniente da Azzanello nel Cremonese e dal quale si diramò poi la famiglia Fé e poi la famiglia Fé d'Ostiani. Nel 1451 Farfengo si sarebbe sollevato per istigazioni degli Sforza contro Venezia, ma venne ridotto a ragione dagli Orceani che posero in campo una loro famosa bombarda. Nell'ottobre del 1453 si consegnò a Francesco Sforza. Ecclesiasticamente appartenne alla pieve di Oriano e un beneficio col titolo di S. Martino per la cura d'anima di Farfengo esisteva già nel 1365 quando il 27 marzo di tale anno assieme a quello della Rossa, venne incorporato con autorizzazione di papa Urbano V ai benefici dei Canonici Agostiniani del priorato di Coniolo, dietro autorizzazione di Urbano V con la bolla : "Unum clericale beneficium". Ma l'incorporazione non durò a lungo, giacché intorno al 1422, discioltosi il priorato di Coniolo, il prevosto dello stesso fra Michele Gandaglia, venne trasferito alla curia di Farfengo e la sua antica residenza venne trasformata in commenda. Da quell'anno anche il beneficio di S. Martino di Farfengo, staccandosi nuovamente dalla dipendenza del priorato di Coniolo diventò parrocchiale e la chiesa riebbe la sua autonomia alle sole dipendenze del vescovo di Brescia. Sulla chiesa accampò diritti la chiesa di S. Maria di Padernello quando questa, verso la metà circa del sec. XV, ottenne parallelamente a Borgo S. Giacomo la parrocchialità. Ne nacque una controversia giacché il sabato santo i sacerdoti beneficiari di S. Giacomo di Gabbiano e di S. Martino di Farfengo, invece di recarsi alla pieve d'Oriano incominciarono a servire Padernello, quasi avesse il titolo di pieve. E ciò divenne quasi pacifico tanto che nel 1602 il parroco di Padernello promuoveva una lite contro il parroco di Farfengo per rivendicare i pretesi diritti plebanali su questa chiesa. Per chiarire la questione il 7 febbraio 1602 il vicario generale mons. G.B. Averoldi dava incarico all'arciprete di Quinzano e vicario foraneo Vincenzo Manzini di istruire il processo che finì però in sfavore di Padernello venendo Farfengo e Gabbiano esonerati dall'obbligo di intervenire a Padernello il sabato santo. Vi esisteva un chiericato di S. Zeno con chiesetta campestre, poi scomparsa. Il chiericato venne assorbito forse dai Martinengo di Padernello. La parrocchiale nelle linee d'oggi viene fatta risalire alla metà del sec. XV a da qualcuno al 1445 data che si leggeva un tempo sul campanile. La chiesa ha una sola navata con tre grandi arcate a sesto. I pilastri di sezione cruciforme, scrive il Panazza, comprendono, oltre i piedritti degli archi trasversali centrali, quelli degli archi divisori delle navate minori e dei traversi delle medesime, questi ultimi muniti di imposte più basse e smussate agli angoli. Il presbiterio consta di una quinta campata poco profonda e di un'abside poligonale di cinque lati con volta a semiombrello montata su lunette. Purtroppo questo interno, che mostra una cosi interessante simbiosi tra temi singolarmente arcaici ed altri invece nuovi (ad es. si noti, nelle volte, il tipo delle campate laterali a contrasto del semiombrello absidale), è stato gravemente deturpato da una recente decorazione pittorica. La navata destra risulta inoltre una costruzione, o una ricostruzione, pure recente, che compromette anche all'esterno l'aspetto dell'edificio. Qui tuttavia si ritrova la veste primitiva nella facciata tripartita che conserva l'originario rosone, ma soprattutto nell'abside, ove, non solo la cornice di archetti in cotto intrecciati completata a mattoni a dente di sega e ad aggetto semicircolare, ma dove i risalti angolari definiscono superfici delimitate in alto da tre archetti ciechi di tipo ancora romanico, montati su peducci a punta. Torna dunque anche nella decorazione la stessa associazione di elementi apparentemente eterogenei che sono tipici di una produzione provinciale attardata, ma che raggiungono sul campanile dall'alto fusto laterizio un amalgama e un'efficacia particolari. L'assottigliarsi delle proporzioni, il ripetersi dei riquadri espressi dai risalti angolari e dalla lesenatura mediana, intersecati da fasce orizzontali, sono le uniche novità in uno schema schiettamente romanico, che sovrappone in alto le due coppie di archetti ciechi, e nella zona superiore rispettivamente due arcature, finché alla base della cella campanaria ricompaiono i ricami in cotto. Nella parte estrema della singolare costruzione le aperture della cella, percorse da un sopracciglio a sezione semicircolare, un inizio di strombatura, il coronamento con i pinnacoli angolari e gli archetti trilobi, la lanterna a due piani, ottagona, con pile angolari e il cono terminale, richiamano in tutto a modelli trecenteschi cremonesi. Secondo il Panazza, il campanile va considerato l'esempio forse più notevole, in territorio bresciano, delle pertinaci suggestioni romaniche e delle eleganti e sottili orditure cromatico-decorative che ancora si dispiegano per buona parte del XV secolo. Tanto più interessante sarà controllare analoghi fenomeni dell'architettura, non in cotto, ma prevalentemente in pietra, delle valli. La chiesa venne restaurata e decorata nel 1890 - 1891. Sul primo altare a destra una bellissima cornice di legno del '500. L'altare maggiore in marmo fu eretto nel 1765: «elemosinis populi - parochus Lanfranchi - erexit 1765". La pala dell'abside S. Martino a cavallo è attribuita dal Paglia a Pietro Rosa. Sul secondo altare a sinistra una bella soasa barocca, di legno, segnata con la data 1649, sotto la quale vennero scoperti recentemente degli affreschi quattrocenteschi coi misteri della vita di Maria V., ma furono tosto ricoperti con la soasa predetta. Nell'abside, di fianco alla pala centrale, una Resurrezione di G.C. di scuola morettiana (forse di Luca Mombello) e una bella Madonna del Rosario di scuola bresciana del primo seicento. Di fronte alla chiesa, avanzi dell'antico piccolo castello e la bella casa Galeazzi con stemma (una colomba nel riparto superiore, un leone rampante a destra nel piano inferiore). Il 5 settembre 1906, grazie alla metà dell'eredità di Maria Cervi (testamento 29 marzo 1902) venne eretta una curazia. L'economia è ancora agricola. Nel sec.XVI si estese la coltivazione del lino e fin dalla fine dell'800 vi è fiorente l'allevamento del bestiame con latterie stabili. Nel 1850 aveva un estimo di scudi 53, 323, 3. Da Farfengo venne il sacerdote Battista Farfengo, dottore in diritto che stampava a Brescia le «Epistole Heroides» di Ovidio nel 1489 e la «Leggenda dei santi Faustino e Giovita» l'anno seguente.
Rettori - Parroci: Martinengo conte Ascanio di Padernello (in v. 1532); Gennari Giov. Battista di Borgo S. Giacomo (10 ott. 1572); Brunelli Lodovico di Rovato (1571 - 1597); Gristoni Fabrizio di Farfengo (1592 - ...); Cristoni Gio. Battista di Farfengo (... - 1642); Cristoni Gio Maria di Farfengo (1642 - 1548); Monico Bernardo di Rudiano (1648 - 1552); Conforti Francesco di Farfengo (1652 -1659); Forini Domenico Di Sarzana (1659 - 1697); Rubini Gianpaolo di Quinzano (1698 - 1716); Gennari Francesco di Borgo S. Giacomo (1716 - 1723); Lama Cipriano di Verolanuova (1723 - 1746); Ziletti Giov. Battista d Verolanuova (1746 - 1862); Lanfranchi Giuseppe di Goglione (1763 - 1793); Gennari Giov. Battista di Borgo S. Giacomo (1793 - 1841); Aurini Adeodato di Brescia (1841 - 1863); Zani Costanzo di Manerbio (1864 - 1887); Redona Carlo di Berlingo (1887 - 1925); Bertoli Paolo di Borgo S. Giacomo (16 ott. 1025 - 6 sett. 1950); Benassi Luigi di Verolavecchia (19 dic. 1956- agosto 1974);Carminati Luigi ( 15 ott. 1974).