MAZZINI Giuseppe

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MAZZINI Giuseppe

(Genova, 1805 - Pisa, 1872). Uomo politico, uno degli artefici del Risorgimento Italiano, banditore dell'idea repubblicana. Come ha sottolineato in un suo circostanziato studio Paolo Guerrini, Mazzini ebbe a Brescia e fra i bresciani sempre fervide amicizie e sostenitori entusiasti. Largamente seguito fu nel Bresciano fin dal 1831 il programma della Giovine Italia. Filippo Ugoni fu tra i primi ad entrare nel movimento mazziniano. Nel 1831 la polizia registrava come pericolosa una possibile presenza di Mazzini. Tra i primi suoi seguaci fu all'Università di Pavia, fin dal 1831, Gaetano Bargnani. Nel 1833, laureatosi e tornato ad Adro si adoperò a costituire il comitato insurrezionale delle province di Brescia e di Bergamo. Adro, abituale residenza della sua famiglia, si prestava per la sua posizione ad essere il centro di azione di questo Comitato, al quale avevano aderito Gabriele Rosa, Alessandro e Ippolito Bargnani, G. Battista Cavallini e molti altri di Iseo e dei dintorni. Quando i processi del Piemonte (giugno-settembre 1833) ebbero una viva ripercussione nel Lombardo-Veneto, rivelando molti nomi dell'organizzazione segreta mazziniana, il Bargnani fu uno dei pochi fortunati che riuscirono con la fuga a mettersi in salvo ed a sottrarsi all'arresto e al processo. Falliti i moti insurrezionali furono con Mazzini esuli in Svizzera: Filippo Ugoni, Gaetano Bargnani ed Ettore Mazzuchelli, i cui nomi ricorrono frequentemente nel carteggio mazziniano. Filippo Ugoni fu uno dei sovvenzionatori di Mazzini e trovandosi nella Svizzera mobilitò tutte le sue cospicue aderenze per aprire un varco sicuro a lui e al Ruffini, che erano pedinati dalla polizia internazionale, e più tardi ancora, nel 1838, essendo l'Ugoni a Zurigo diede all'amico suo Mazzini altri aiuti di protezione e di denaro. All'estero Mazzini conobbe Giovita Scalvini e specialmente il filosofo Giovanni Battista Passerini. Anche a Brescia specie negli anni quaranta seguaci di Mazzini andarono moltiplicandosi facendo sentire la loro presenza nella rivoluzione del 1848. Mazzini stesso l'8 aprile 1848 si rivolgeva ai "fratelli di Brescia per invitarli alla moderazione e a sforzi unitari". Attraverso i duumviri Cassola e Contratti cercò di influire nella condotta delle Dieci Giornate del 1849, fallite le quali sollecitò la formazione di una nuova organizzazione segreta con l'intenzione di tentare un nuovo colpo rivoluzionario. Ne furono coinvolti: Tito Speri, Antonio Frigerio, Camillo Biseo, il dott. Attilio Tosoni, Alessandro Sora, Bortolo Farisoglio, Giacomo Plevani, Antonio Borio, i fratelli Bortolo e Giuseppe Giulitti, l'ing. Tibaldi, l'avv. Legnazzi, Eugenio Baresani, Giacomo Bonardi, i fratelli Eligio e Filippo Battaggia e altri, ai quali si aggiunsero più tardi il dott. Giuseppe Barboglio e Giuseppe Capuzzi, ambedue dei Mille di Marsala. Il nome di Mazzini sembra che appaia per la prima volta in una nota segreta inviata dal Comandante della piazzaforte di Brescia alla Direzione di Polizia municipale il 5 ottobre 1850; il documento inedito è stato salvato per caso nella deplorevole distruzione degli atti della polizia municipale di Brescia, compiuta inconsultamente intorno al 1870. Nella nota il Commissario di polizia rispondeva che «malgrado la più attiva oculatezza qui spiegata non fu dato a questo Ufficio di poter precisare in questa città alcuna Gazzetta né foglio volante della classe di quelli incendiarii, che cercano diramare i facinorosi Bianchi Giovini, Mazzini, Rizzardi e Pescantini, né si è potuto rilevare che sia capitato a Brescia anche di puro passaggio alcuno dei ricercati loro emissari Olivetti e Krüger». Ma la polizia non era arrivata a scoprire le mosse dei seguaci bresciani di Mazzini, che diffondevano segretamente cartelle del prestito insurrezionale, tenevano frequenti riunioni di comitati e sotto-comitati, allenavano la gioventù agli esercizi militari in remote posizioni strategiche delle colline circostanti Brescia, raccoglievano armi, munizioni e danaro con la profonda convinzione di una non lontana e definitiva riscossa. Colpita dalla polizia austriaca la cospirazione mazziniana, dopo l'impiccagione di Tito Speri, i mazziniani, pur con maggiore prudenza si tennero in contatto con Mazzini. Mentre alcuni, come Camillo Biseo, dovettero emigrare in forzato esilio, altri rimasero in Brescia sotto rigida sorveglianza poliziesca, aspettando la ventura. Ma subito dopo la pace di Villafranca, Mazzini riannoda le file anche a Brescia, specialmente con Antonio Frigerio, Camillo Biseo, Giuseppe Capuzzi, e gli altri pochi fidi che costituiscono l'avanguardia della corporazione mazziniana bresciana. Nel frattempo mentre maturavano gli avvenimenti che portarono all'Unità d'Italia e che l'accompagnarono, Mazzini continuò a mantenersi in contatto per mezzo anche di stampati, con alcuni bresciani e specialmente il Biseo emigrato in America, Antonio Barbaglia e Faustino Rossi. Da essi assieme a commenti sui fatti del giorno, si può seguire l'intensa opera di organizzazione compiuta nel nome di Mazzini e di Garibaldi dal Partito d'azione per la liberazione del Veneto e del Trentino. I Comitati lavoravano alacremente a raccogliere armi, munizioni, danaro e volontari. Ne erano sorti, oltre a Brescia, a Desenzano con a capo Pietro Zeneroni e a Castiglione delle Stiviere con Giovanni Chiassi. A questo periodo risalgono le prime origini in Brescia di associazioni politiche e di organizzazioni operaie secondo le direttive del maestro, il quale ebbe con esse costantemente rapporti di assistenza, di consigli e di amicizia. Si possono ricercare intorno al 1865 le prime origini di una Unione Democratica bresciana con evidenti scopi politici contro il partito conservatore e che elesse Mazzini presidente onorario (1869); una Associazione dei Mille che si tramutò poi, allargando il suo campo di azione, nella Associazione dei Reduci di Mutuo Soccorso fra gli operai che, conservandosi autonoma, nel campo della previdenza sociale diede vita, per l'organizzazione sindacale al Consolato operaio. Da presidente onorario dell'Associazione Operaia di Mutuo Soccorso (eletto nel 1862) Mazzini si dimise il 18 maggio 1870 per aver dichiarato essa la propria neutralità quanto alla politica e alla religione. Essendo state respinte le dimissioni, ritornò a formularle il 22 febbraio 1872. Sebbene sempre più ridotto il mazzinianesimo bresciano continuò e nell'agosto 1877 dava vita ad un periodico combattivo dal titolo l'"Ordine Periodico di Democrazia Popolare". Passarono anni prima che Mazzini venisse ricordato con pubbliche onoranze. Il 13 settembre 1886 il sindaco di Brescia pur "senza convenire in tutte le idee", in una lettera dell'Associazione della gioventù democratica, affermò che faceva propria "di gran cuore" la proposta di dedicare a Mazzini via Dosso e piazza Vescovato. La proposta venne approvata a grande maggioranza con tre voti contrari. L'anno seguente si costituiva un Comitato per erigere, nell'ex Piazza Vescovato diventata Piazza Mazzini, un altorilievo opera di Angelo Colosio, raffigurante Mazzini. Il ricordo venne posto solennemente però solo l'8 dicembre 1895 e non più in Piazza Vescovato ma sulla Torre Poncarali del Broletto. L'iscrizione suonava: «A Giuseppe Mazzini / che dell'Italia schiava / raccolse sdegnoso nella grande anima / tutti i dolori e le speranze / e dai ricordi dell'antica virtù / trasse i presagi del nuovo riscatto / facendone fiamma di fede. / Coll'opera dell'intera vita / onde una gente disfatta risorse a nazione / il popolo di Brescia memore dei suoi martiri / e del comune dovere verso la patria compiuta / Q. R. P. / Aurelio Saffi dettò. 8 dicembre 1895». La collocazione della lapide a Mazzini (in via Mazzini) suscitò vivaci proteste della stampa cattolica. La Congrega rifiutò che fosse apposta sul suo palazzo. Per questo la Giunta rifiutava alla Congrega la vendita del Casermino S. Giuseppe per farne case economiche sulla piazza Vescovado. La questione fu a lungo discussa in Consiglio Comunale e si dovette accedere alle condizioni della Congrega. Solo il 25 novembre 1972 veniva eretto in Piazza Belfiore un cippo marmoreo con il busto tratto dal gesso di proprietà dell'Associazione Mazziniana, opera di scultore operante nell'ambito della scuola di Vincenzo Vela e con le parole: «A Giuseppe Mazzini». Un busto venne eretto anche nel giardino di casa Rota, assieme a quello di Garibaldi, per iniziativa di Giovanni Borghetti (1868-1921), fervente mazziniano.