COMELLI Giuseppe

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COMELLI Giuseppe

(Brescia, Mompiano, 26 luglio 1893 - 28 settembre 1959). Di Emilio, fabbroferraio e di Lucia Moreschi. Per la vivacità dell'intelligenza venne avviato agli studi. Universitario, partecipò alla I guerra mondiale nell'artiglieria a cavallo e come ardito. Si distinse nella battaglia del Piave e fu il primo a creare la testa di ponte che permise alla divisione di Lord Cavan di passare il fiume a Grave di Papadopoli. Fu proposto alla medaglia d'oro. Nel dopoguerra fu a Fiume. Laureatosi in lettere all'università di Milano, tentò la via dell'insegnamento. Nel 1924 si trasferì a Milano dove lavorò con Enrico Somare, Walter Toscanini e Emanuele Castelbarco a "Bottega di poesia" e diresse la casa editrice Marangoni, specializzata in libri di guerra. Nel contempo partecipò a corse automobilistiche con la inseparabile "Bugatti", vincendo a S.Remo, piazzandosi secondo ad un circuito del Garda, ed ottenendo onorevoli piazzamenti a Monthlèry, S.Sebastiano e Monza. Nella prima edizione della "Mille Miglia", con O.M. si piazzò quarto nella categoria 1500. Richiamato nell'esercito nel 1933 fu inviato in Libia per organizzare una nuova formazione indigena, le batterie di artiglieria cammellata. Partecipò alla guerra etiopica e al comando della 3.a batteria cirenaica concorse alla conquista di Harrar. Fu poi inviato a Miesso per sottomettere le popolazioni Dancale, divenendo poi commissario civile della regione. Le popolazioni indigene conquistate dalla sua energia e viva umanità lo crearono loro capo e lo chiamarono "Farangi sultano" ossia "sultano bianco". Dopo aver resistito contro gli inglesi, con al fianco il Sestini, fu fatto prigioniero, ma rimasto sul posto decise di collaborare con le truppe italiane. Scoperto venne condannato a morte. Sospesa la condanna perchè funzionario civile venne rinchiuso nel campo di concentramento di Giggiga. Fuggito da qui su un camion carico di zucche raggiunse Harrar dove fu ospite del vescovo mons. Ossala e poi del concittadino ing. Attilio Simonini. Rinchiuso di nuovo in campo di concentramento a La Faruk, venne trasferito a Mandera e a Berbera dove riuscì a farsi rimpatriare per malattia sulla nave Vulcania. Ripresosi, venne incorporato nel Servizio segreto e dopo opportuno addestramento, sempre con l'intenzione di tornare in Dancalia, sebbene fosse stato fatto segno di un attentato, si apprestava a tornare in Africa quando scoperto dovette ripiegare su Roma. Ai primi del 1943, sotto il nome di uno studioso spagnolo di archeologia, Segundo Silverio, venne inviato nel Marocco francese dove riuscì a trafugare un cifrario del quartiere del gen. Clark, comandante la 5.a Armata americana e dell'8.o corpo corazzato del gen. Patton, e a compiere altre pericolose azioni di spionaggio e di sabotaggio. Dopo l'8 settembre 1943 riusciva a fuggire in Spagna, ritornando in Italia solo il 16 dicembre 1946. Nel gennaio 1950 dovette subire a La Spezia un processo per diserzione nel quale fu assolto e reintegrato nel grado di funzionario del Ministero dell'Africa dal quale fu trasferito a quello delle Finanze come capo reparto dell'Imposta generale sull'entrata a Brescia. Al momento della pensione si ritirò poi nella casa sul Colle di S.Giuseppe a Mompiano a coltivare ulivi. Scrisse: "Glorie e miserie della trincea.Fronte italiano 1915-18" (Milano, Marangoni 1934 in 8.o 261 p, con 140 ill.); con lo pseudonimo di Tenente Anonimo "Arditi in guerra" (Ib., 1934 in 18.o 238 p. ill). Il primo volume fu occasione di una vivace polemica fra il gen. Caviglia e il gen. Zoppi.