SPADARI o Spadai: differenze tra le versioni

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SPADARI o Spadai

Fabbricanti di armi bianche con impugnatura per la mano e lama diritta. La spada dell'Alto Medioevo aveva la lama molto larga, a due fili paralleli, con l'estremità tagliata ad angolo più o meno arrotondato; il fornimento era semplice e quasi sempre era costituito da una piccola elsa diritta o a croce, e da un manico e pomo molto pesanti. Verso l'inizio del Cinquecento il fornimento si cominciò a costruire con guardia a uno o più rami ed anche con controguardia; l'elsa fu costruita diritta o curva. Come scrive Agostino Gaibi ("Storia di Brescia" III): "Nei periodi più felici dell'arte le botteghe degli spadari e affini assommavano in Brescia a un centinaio. Il lamentato fiscalismo del governo veneto provocò l'espatrio di molti di questi artefici ed è sintomatico il fatto che alcuni dei più famosi spadari che, come il Piccinino e il Caino, lavorarono nel Castello di Milano, fossero bresciani, o friulani come i Serravalle. Le lame venivano forgiate in parte a Gardone di Val Trompia e in alcuni villaggi allo sbocco di detta valle, alle porte stesse di Brescia: Caino e Nave; ma in parte maggiore provenivano dal bergamasco, specialmente da Gromo di val Seriana e dal Friuli. Importantissimo il lavoro di "molatura", parte in posto, parte a Brescia. In Brescia città si facevano gli elsi, i foderi, i puntali, i fornimenti, nonché il montaggio e la decorazione. Di questi artefici possediamo finora un elenco di oltre 30 famiglie, tuttora inedito".


Facevano parte assieme ai cortellari, parolari, marescalchi, ferrari, ecc. del paratico dei ferrari del quale si conserva, in Biblioteca Queriniana, uno statuto steso nel 1518. Per il solo sec. XV Francesco Rossi elenca una quarantina di spadari. Fausto Balestrini ha affermato che: "Gli spadari bresciani facevano inoltre elmi, come celate e morioni, e armature complete. I più famosi erano quelli di Gardone tra i quali emersero Martinoni Francesco, detto Serafino da Gardone, autore di un'armatura per Carlo V, e Garbagnati Bortolo che nel 1688 eseguì un'armatura per Luigi XIV, ordinata da Venezia. Sono iscritti al "paratico dei ferrari" nel 1574 alcuni spadari ricordati nella storia delle armi bianche, come Gaspare Ferraglio, Giovanni Facchetto, Battista Abati, G.Paolo Gambarani". Nel 1609 nelle botteghe degli spadari (delle quali 30 "grosse" e 200 "piccole") erano occupate più di mille persone. Si succedettero periodi di crisi e di prosperità.


Nei secoli XVIII, XIX e XX la produzione, delle armi bianche e delle baionette in particolare, si localizzò a Lumezzane coi Gambera, i Saleri, i Gnutti. Diversi edifici di lavoranti di "spade, pugnali et altre arme", segnala il Da Lezze nel Catastico del 1610 a Caino e a Nave. Tra questi la fucina di Orazio Scanzi segnalata nel Cinquecento. Nel 1641 a Nave le fucine erano quattro; poi scomparvero per lasciare posto ad altre. Per il periodo '500-'600 il registro dei battesimi ci fornisce poi il nome di almeno 5 spadari e due moladori di Caino: per i primi Matteo Sassi (1596), mastro G. Agnolo Turciolo ed Ettore Schaldino da Feltre (1606), m° G. Antonio Fada (1613), Vittore Saldano (1614). Come da ricerche di Carlo Sabatti, nel 1641 risulta che nella contrada di Cartole in Caino, Gian Maria Pedersoli da poco aveva edificato una fucina per la fabbricazione e la vendita delle spade e Gian Battista Sassi, pure nel 1641, nella contrada della fucina, in Caino, aveva una fucina "di spade" ed un edificio "di mola" con una ruota.


Si può avere un'idea della situazione di uno spadaro leggendo un documento trovato da Carlo Sabatti: «Il 13 novembre 1627 Benedetto fu messer Antonio Maria Remondini, abitante in Brescia nella quadra "prima Joannis", dichiara di esercitare "l'arte del spadaro"; ha 25 anni, dieci meno della moglie Laura, mentre la figlia Ancilla conta 9 mesi. Ha due garzoni con spesa di 14 scudi all'anno, oltre il vitto, per un totale di 57 lire e 8 soldi; la mercanzia di "spadaria" che possiede vale 1000 lire planet; per "spadaria diversa" ha vari debiti: di 1038 berlingotti con gli eredi di Gian Giacomo "di Laurentij", di 200 lire planet con messer Pietro Zanetti "dalle Mesane", (cioè di Lumezzane), per "tanti fornimenti de spaderia", di 225 lire planet con Antonio Foresti, di 60 lire con Lelio Foresti, di 50 lire con Andrea "Bonacello in Brescia", tutti e tre per roba avuta da loro, di 17 lire con Gian Giacomo "Lodasio spadaro in Brescia" per robba ricevuta da lui, di 60 lire con "messer Marco Fodraro in Brescia per fodri da spada et d'altri", di 100 lire "con messer Zambonino Aquilita da Gromo per lame diverse haute", di 60 lire con messer Bonifacio "Lecchi dalle Mezzane per tanti fornimenti da spada", avuti da lui, e di 100 lire, dovute a diverse persone di Brescia e di fuori città; l'affitto per la casa e la "botega" pagato alla "Magnifica Città" è di 239 lire all'anno».


Alberto di Giovanni Antonio Silini "da Castezzado" nel Bresciano cioè da Castrezzato, dal 1542 al 1568 risulta essere "spadaro cittadino di Trento", come si ricava da atti notarili consultati da Clemente Lunelli; nel 1542 in Trento comprò una casa in contrada porta Oriola, sita nella predetta città, da Bartolomeo fu Silvestro Randoni vicentino, pure cittadino di Trento, completandone il pagamento nel 1549. Giovanni Giacomo fu Antonio Terzi da Brescia, "spadaro mercante cittadino di Trento" è citato in rogiti dal 1562 al 1572. Da un atto del notaio Leonardo Colombino del 1567 risulta che vent'anni prima insieme al fratello Battista aveva effettuato la divisione dei beni paterni col fratello Giovanni Pietro, come da rogito del notaio Giovanni Antonio Petenario di Brescia. Giovanni Giacomo, trasferitosi a Rovereto e poi a Trento, aveva vissuto in comunione di beni con il fratello Battista per circa 18 anni tenendo botteghe nelle quali si vendevano spade, sete, tele e biade. Nel 1567 i due fratelli procedettero alla divisione; a Battista andò il negozio con le armi e parte della casa; Battista è citato come spadaro a Trento in atti (consultati da C. Lunelli) del 1577, 1582 e 1588, anno nel quale fece testamento. Mastro Antonio Ghisletti fu Giacomo di Botticino Sera, spadaio abitante in Brescia, è citato come testimone ad un atto del 25 febbraio 1570, rogato da Sigismondo Raimondi, notaio in città, insieme a mastro Gian Francesco fu mastro Jorio Ferrari di Paderno, mastro d'archibugi, ugualmente testimone e abitante a Brescia. Mastro Lorenzo Velai, spadaro, l'1 marzo 1573 è padrino di battesimo di Alberto, figlio di mastro Giovanni "bergamasco", alla Pieve di Lumezzane. Mastro Marc'Antonio da Feltre spadaio risulta abitante in Lumezzane, precisamente a Piatucco il 17 maggio 1579; in data 8 novembre 1579 Andreolo "de Bergamascha" stipulò con lui un contratto, impegnandosi ad abitare presso lo spadaio come "familio et lavorento a molar" per un anno e promettendo di comportarsi "fedelmente in ogni negotio", in cambio di 36 ducati di salario più una berretta, "a bon albergo cioè bon governo e nutrimento" secondo la possibilità dello "spadaro" stesso, che operò in Lumezzane anche nel 1580 e negli anni seguenti. Un documento del 23 aprile 1587 informa che in precedenza mastro Marc'Antonio aveva venduto a Balzarino Botti di Piatucco metà della fucina da lui costruita, con annesso un terreno; nell'atto, rogato in Piatucco sotto il portico del Balzarino, si specifica il cognome dello spadaio, cioè "della Cima"; nella data ricordata il feltrino, che ancora dimorava in Lumezzane, divise col Botti la fucina, insieme al terreno ed al carbonile col diritto di costruire una fucina. Spadaio in Brescia è mastro Gian Giacomo Arici, che il 29 giugno 1589 è padrino di battesimo di Orsola Bolognini alla Pieve di Lumezzane. Sempre alla Pieve Gian Giacomo Lorenzi, spadaio in Brescia, è padrino al battesimo di Caterina Lechi di Francesco il 18 marzo 1590. Nel 1624 Gerolamo Sesti fu Donato, "straforatore" di lance e spade affittò una camera in Brescia nella Contrada di piazza dell'Albera. "Spadaro" Sebastiano il 12 ottobre 1632 fu sepolto a S. Giovanni di Brescia, come si annota sul primo libro dei morti della parrocchia di S. Giorgio.